Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Violenza sessuale, fissato l’appello

    Violenza sessuale, fissato l’appello

    Nuovo processo per don Gino Temporin, assolto due anni fa dalle accuse di un seminarista.

    PIOVE DI SACCO. «Finalmente la fine di un incubo… Ora prego per quel ragazzo. È una liberazione, mi sembra di poter iniziare una nuova vita dopo due anni e mezzo di sofferenze» aveva confidato don Gino Temporin, 69 anni, neoparroco del Duomo di San Martino a Piove di Sacco, all’indomani della sentenza che lo aveva assolto dall’accusa di violenza sessuale aggravata nei confronti di ragazzino. Un ragazzino veneziano oggi 24enne che, all’epoca dei fatti, frequentava la scuola media nel seminario di Rubano. Ora l’incubo ritorna con il secondo grado di giudizio e il processo fissato per il prossimo 21 aprile davanti alla terza sezione penale della Corte d’appello di Venezia, presieduta dal giudice Gioacchino Termini, su ricorso del pm padovano Maria D’Arpa e della procura generale. Pm che aveva chiesto la condanna a 7 anni di carcere per il sacerdote. Diversa la valutazione del tribunale di Padova (presidente il giudice Claudio Marassi) che, il 18 dicembre 2013, aveva pronunciato la sentenza di assoluzione con la formula più ampia (il fatto non sussiste) al termine di un processo delicato e difficile, senza prove, con elementi solo indiziari, dove la parola dell’uno si scontrava con la parola dell’altro. E sul banco degli imputati, quel prete: 43 anni di sacerdozio e mai una macchia, mai un’ombra tanto che l’allora vescovo Antonio Mattiazzo lo ha poi nominato parroco del Duomo di Piove, dimostrandogli fiducia totale.
    Anche le indagini (svolte con intercettazioni telefoniche e ambientali, perquisizioni, l’interrogatorio di ben 29 persone) non avevano portato grandi risultati. O, almeno, risultati incontrovertibili come dev’essere per poter ottenere una pronuncia di responsabilità penale. Del resto i periti nominati dal tribunale di primo grado (il medico legale Claudio Rago, la psicologa Magda Tura e il neuropsichiatra Marziano Cerisoli) avevano concluso per un’alta improbabilità circa la certezza storica dell’accaduto, pur riconoscendo capacità di testimoniare nel giovane, affetto da un disturbo psicotico, da un disturbo di personalità e di identità di genere. L’indagine era stata aperta dopo la denuncia del 24enne che, solo nel 2009, molti anni dopo la permanenza nel seminario di Rubano, si era confidato con una psicologa

    della clinica “Le Betulle” di Como dov’era ricoverato per problemi psichiatrici e un tentativo di suicidio. E aveva raccontato le “violenze” subite. In aula alcuni ex allievi avevano spiegato che lo studente era stato coinvolto da altri seminaristi in pratiche sessuali.
    Cristina Genesin

    http://mattinopadova.gelocal.it/padova/cronaca/2015/12/08/news/violenza-sessuale-fissato-l-appello-1.12585340

  • “Terra!”, la cronaca senza pregiudizi

    “Terra!”, la cronaca senza pregiudizi

    A breve uscirà Spotlight, il film presentato all’ultima Mostra del cinema a Venezia, ispirato alla storia vera del gruppo di giornalisti del “Boston Globe” la cui inchiesta sulla pedofilia nella Chiesa locale, avviata nel 2002, valse loro il premio Pulitzer.

    Ma pur essendo conclamati i casi di cui parla, non viene fatto niente per ammettere che ci possa essere almeno una parte sana di preti nella comunità ecclesiale. Il lunghissimo elenco finale dei luoghi nel mondo dove si sono verificati casi di pedofilia tra il clero cattolico lascia poche speranze, anche se il film in quanto tale è fatto bene e l’espediente dell’inchiesta giornalistica funziona.

    Ed è proprio dalla pellicola di Tom McCarthy che è ripartita la nuova serie di Terra!, l’approfondimento di Toni Capuozzo in onda su Rete 4 il lunedì a tarda notte (di fatto martedì). Ma il noto giornalista e i suoi collaboratori non si sono fermati al film, hanno affrontato la “Boston di casa nostra”, come recitava il titolo. Il conduttore, correttamente, ha però premesso che certi fatti «hanno come prima vittima la Chiesa stessa e la fede». Senza facili condanne e senza facili assoluzioni, Terra! ha raccontato di un parroco con un passato da missionario e di presunti abusi di cui avrebbe fatto le spese anche l’uruguaiano Luis Mario, oggi ventinovenne.

    Come lui il ligure Mirko, che già alle Iene, qualche anno fa, aveva raccontato per la prima volta la sua storia di vittima degli abusi di un sacerdote. Ma c’è anche la storia di don Giorgio Govoni, sacerdote camionista, molto conosciuto e amato, vittima di un errore giudiziario, che non sopravvisse alle infamanti e infondate accuse: morì d’infarto prima della piena assoluzione. C’è poi Luca, vittima di un diacono, che con la musica rap ha superato il dolore dell’abuso. «Ho provato ad ammazzarlo – racconta –.

    Poi sono arrivato a perdonarlo. Adesso è bellissimo entrare in chiesa. È come entrare in casa. Da luogo del dolore è diventato luogo della gioia». C’è tempo, però, per un altro atto d’accusa, quello senza mezzi termini di Francesco Zanardi, fondatore della rete “L’abuso”, contro il «sistema di protezione della Chiesa». Finisce così una puntata “tormentata e tormentosa”, per ammissione del suo conduttore, che ha pure l’accortezza, gli va dato atto, di annullare la replica domenicale del programma.

  • Il caso “Spotlight” e i preti pedofili, chi tocca la Chiesa muore?

    Il caso “Spotlight” e i preti pedofili, chi tocca la Chiesa muore?

    Nel film “Spotlight” di Tom McCarthy, presentato alla 72esima Mostra del cinema di Venezia, il racconto della grande inchiesta realizzata dal quotidiano “Boston Globe” che nel 2002 portò alla luce un migliaio di casi di violenze su minori compiuti da decine di sacerdoti e la sistematica copertura garantita dalla diocesi locale, al tempo guidata dall’arcivescovo Bernard Law, tutt’ora arciprete emerito di Santa Maria Maggiore e mai finito sotto inchiesta.

    di Federico Tulli

    La stampa specializzata e non solo ha definito “Spotlight” uno dei film più attesi della 72esima Mostra del cinema di Venezia, sebbene narri una storia vera e piuttosto recente nonché presente per lungo tempo sulle pagine dei giornali di tutto il mondo. La pellicola diretta da Tom McCarthy, con un cast in cui spiccano Michael Keaton, Mark Ruffalo e Stanley Tucci, ricostruisce tutti i passaggi della grande inchiesta realizzata dal quotidiano Boston Globe che nel 2002 portò alla luce un migliaio di casi di violenze su minori compiuti da decine di sacerdoti e la sistematica copertura garantita a costoro dalla diocesi locale, al tempo guidata dall’arcivescovo Bernard Law.

    Spotlight era il nome del pool di coraggiosi giornalisti che, incuranti delle pressioni e delle oggettive difficoltà, in oltre 600 articoli portarono alla luce un sistema radicato di abusi, omertà, complicità e mancanza di trasparenza. Tutto ruotava intorno alla figura del potente arcivescovo il cui obiettivo principale era mettere a tacere qualsiasi voce che potesse gettare discredito sulla “sua” Chiesa. All’interno della Conferenza episcopale Usa nessuno più di Law aveva la possibilità di diventare, alla morte di papa Wojtyla, il primo pontefice americano della storia. Ecco spiegata la sua “necessità” di trasferire da una parrocchia all’altra ma sempre all’interno della diocesi di Boston i preti più a rischio. Compreso John Gheogan, che nel 2002 finì in galera per aver commesso 130 stupri in 30 anni di vita sacerdotale.

    È dal caso di questo psicopatico e di chi lo ha volutamente protetto che prende le mosse, nel 2010, il primo dei miei due libri sulla storia secolare e le radici ideologiche e culturali della pedofilia clericale. In fase di stesura avevo deciso senza alcuna incertezza di iniziare la mia opera di approfondimento dagli elementi portati in luce otto anni prima dai giornalisti di Spotlight. Grazie alla loro caparbietà, dopo decenni di abusi subiti in silenzio oppure senza che mai nessun vescovo desse seguito alle loro denunce, centinaia di vittime di stupratori in abito talare avevano trovato la forza di portare le loro istanze di fronte a delle istituzioni laiche. Il terremoto con epicentro nella più “europea” delle città americane in breve si propagò. Cominciarono a cadere una dopo l’altra le coperture fino ad allora garantite a pedofili seriali dai loro superiori, tramite l’efficace sistema di trasferire a una parrocchia diversa i casi che non era più possibile gestire senza rischiare lo scandalo pubblico.

    Nel decennio successivo una dozzina di diocesi statunitensi hanno dichiarato bancarotta e si stima che siano stati pagati almeno tre miliardi di dollari in risarcimenti alle vittime. Gran parte del denaro è stato liquidato in via stragiudiziale per evitare processi sanguinosi per l’immagine della Chiesa. Nel 2004, uno studio commissionato al John Jay college of Criminal Justice di New York dalla Conferenza episcopale americana ha calcolato che nei 50 anni precedenti quasi il 5% degli appartenenti al clero Usa aveva commesso almeno un abuso su un minore. Una percentuale superiore anche centinaia di volte rispetto al più pessimistico report sulla diffusione della pedofilia in ambiti professionali “laici”.

    In Vaticano tutto taceva. Nel 2001, quando era ormai chiaro che sarebbe stato impossibile evitare la crisi “pedofilia” (i primi inquietanti report arrivavano anche dall’Europa, dall’Africa e dall’Australia), Giovanni Paolo II aveva deciso di affrontare la questione delegando al capo della Congregazione per la dottrina della fede, Joseph Ratzinger, il compito di ribadire, nel documento De delictis gravioribus, l’esistenza di un vincolo di segretezza cui dovevano attenersi tutti i vescovi del mondo riguardo casi di pedofilia clericale. Wojtyla e Ratzinger rinnovarono in questo modo il messaggio contenuto nel Crimen sollicitationis del 1962, un documento rimasto segreto fino al 2001 quando venne scoperto dall’avvocato di alcune vittime statunitensi, minacciando la scomunica per chiunque avesse violato il segreto dando ad esempio informazioni alle istituzioni “laiche” su presunti abusi compiuti da chierici. É oramai assodato che essendo la pedofilia un crimine seriale, la segretezza, la scarsa trasparenza e il divieto di collaborare con le autorità di polizia sono tutti elementi che hanno drammaticamente contribuito all’espansione del fenomeno all’interno della Chiesa cattolica nel secondo dopoguerra.

    In Europa, nel 2010, mentre finivo di scrivere “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” eravamo nel pieno della crisi che stava travolgendo tutte le Chiese dei più grandi Paesi del continente, Italia esclusa. Fu semplice individuare nella vicenda di Boston e di mons. Law che riconobbe di aver protetto dei pedofili, la chiave per spiegare come mai improvvisamente l’opinione pubblica e i media, anche italiani, avevano smesso di voltarsi dall’altra parte facendo finta di non vedere i casi di pedofilia clericale. Come era accaduto negli Usa, le bugie della Chiesa e le complicità dei suoi gerarchi erano diventate palesi. Anche la credibilità del successore di Wojtyla, Joseph Ratzinger era ridotta ai minimi termini. L’inspiegabile fiducia nei confronti Vaticano e dei suoi rappresentanti più illustri, dal papa in giù, si era improvvisamente incrinata anche all’interno della comunità dei fedeli europei. Non era più possibile negare l’identità e i diritti dei bambini violentati e che la diffusione della pedofilia nel clero cattolico fosse un problema di portata storica e mondiale oltre che consapevolmente nascosto e mai affrontato. E finalmente le vittime sopravvissute del Vecchio Continente sono uscite dal buio, vincendo l’annullamento cui erano state “sottoposte” per decenni.

    Quanto a Law, il film di McCarthy va oltre l’inchiesta del Globe catapultando lo spettatore nella Chiesa di Jorge Mario Bergoglio. Messo in un angolo dalle pressioni degli stessi fedeli che fino a poco prima lo osannavano come futuro papa, nell’estate del 2002 l’arcivescovo di Boston consegnò le dimissioni a Giovanni Paolo II. Pochi mesi dopo fu richiamato a Roma e nominato arciprete della basilica di Santa Maria Maggiore. Law fu quindi in qualche modo demansionato ma la punizione non è stata di certo esemplare. Basti dire che è stato lui a celebrare nel 2005 una delle messe in suffragio di Wojtyla davanti a cardinali di tutto il mondo nella settimana successiva al decesso del pontefice polacco. E che pochi giorni dopo, senza alcun imbarazzo, ha coronato il suo “sogno” americano di partecipare al conclave (che si è concluso con l’elezione di Joseph Ratzinger).

    Il resto è cronaca recente. Nel film McCarthy informa il grande pubblico che Bernard Law è oggi arciprete emerito di Santa Maria Maggiore. E questa è una notizia che dovrebbe far storcere la bocca a chi è convinto che Bergoglio stia rivoluzionando la Chiesa.

    Nel 2013 molti giornali italiani hanno dato risalto all’irritazione provata da papa Francesco quando l’ex vescovo di Boston si è presentato tra i maggiorenti che lo volevano salutare in occasione della sua visita alla basilica romana. Secondo diverse fonti, conoscendo il passato di Law il successore di Ratzinger dette subito disposizione di organizzare un suo trasferimento in un convento isolato. Non è chiaro se per espiare le sue colpe o per tenerlo lontano da giornalisti troppo curiosi. Fatto sta che Law scomparve dai radar della stampa. Fino alla notizia che giganteggia sul grande schermo di “Spotlight”: Law non si è mai spostato da Roma. Quindi non solo non è stato trasferito, ma non risulta nemmeno che l’intransigente Bergoglio – al pari dei suoi predecessori – abbia mai disposto un’inchiesta canonica o penale nei suoi confronti, tanto meno l’avvio di una procedura di dimissione dallo stato clericale.

    Minor fortuna dell’arciprete emerito, come ha raccontato McCarthy alla conferenza stampa di Venezia, ha avuto il giornale che ha scombinato i suoi “sogni” di gloria. Il Boston Globe è da anni in crisi e il Pulitzer ricevuto nel 2003 dal pool di Spotlight non è riuscito a evitare dolorosi tagli alla redazione della prestigiosa testata.

    E così il potere temporale si è preso la rivincita sul quarto potere.

    (7 settembre 2015)

  • La sfida di Ruffalo: “Il Papa veda il film sui preti pedofili”

    La sfida di Ruffalo: “Il Papa veda il film sui preti pedofili”

    Applausi per l’atteso “Spotlight”

    Applausi a scena aperta da critica e pubblico per uno dei film più attesi e più scottanti della 72ma Mostra di Venezia, “Spotlight” (fuori concorso) del regista Thomas McCarthy, con Mark Ruffalo e Stanley Tucci. La pellicola, destinata a far discutere soprattutto in Italia, ripercorre le vicende dei giornalisti del Boston Globe grazie ai quali sono stati portati alla luce gli abusi sui minori da parte di molti sacerdoti statunitensi. Ruffalo interpreta un cronista testardo, una delle colonne del Boston Globe, mentre Tucci fa l’avvocato impegnato nel caso: nel cast ci sono anche Rachel McAdams, Michael Keaton e Liev Schreiber per raccontare una storia ispirata al Watergate cattolico del 2002. Una lunga serie di abusi perpetrati da cinque preti su decine di minori a Boston, centinaia di fascicoli pubblicati con testimonianze di abusi praticati persino su bambini di 10 anni, un orrore andato avanti per decenni prima che arrivasse un’inchiesta giornalistica a scoperchiare lo scandalo.

    «Sono conscio della responsabilità della storia e dell’argomento delicato – ha detto ieri il regista al Palazzo del Casino – Il film parte dal tradimento della fede, ho fatto una grande ricerca dopo la fine del caso che si chiuse nel 2002. Questi carnefici praticavano abusi fisici e violenze verbali: per molte di queste persone perverse la religione contava molto, ma solo apparentemente. Papa Francesco è straordinario, ma una cosa è parlare e una cosa è arrivare ai fatti, la Chiesa deve fare di più. Vorrei che tornasse il giornalismo con gli stivali, con i reportage, basta con quei piccoli servizi on line che hanno allontanato i lettori dai giornali. Il mio non è un film contro la Chiesa, ho semplicemente raccontato i fatti così come sono avvenuti. Dobbiamo poter proteggere le persone da questo tipo di problema: la Chiesa deve aprirsi, ma il lavoro da fare è ancora molto lungo».

    Ruffalo che interpreta il giornalista Michael Rezendes, il quale proprio grazie a questa inchiesta vinse il Pulitzer nel 2003, auspica che «il Papa, i vescovi, i cardinali e i preti, vadano a vedere il film, perché non tradisce la Chiesa ma mostra la sua parte oscura. La Chiesa deve prendere le sue precauzioni e approfittare per curarsi le ferite». Ferite che sono finite in tribunale con indennizzi da 80milioni di dollari, mentre il cardinale Bernard Francis Law (interpretato da Len Cariou), arcivescovo di Boston dal 1984 al 2002, che sorprendentemente venne trasferito da Giovanni Paolo II nella Basilica di Santa Maria Maggiore, tutt’oggi vive a Roma, nel Palazzo della Cancelleria, di proprietà del Vaticano.

    Due i film in concorso: “Looking for Grace” (una coppia alla ricerca della figlia scomparsa) della regista australiana Sue Brooks, all’esordio in laguna con un road movie interpretato da Richard Roxburgh, Radha Mitchell, Odessa Young, Terry Norris, Harry Richardson; e “Beasts of No Nation” di Cary Kukunaga, interpretato da Idris Elba e basato sull’omonimo romanzo di Uzodinma Iweala: è la storia drammatica del giovane Agu, reclutato per combattere una guerra civile in un paese africano.

    Due, infine, i documentari, quello prodotto da Netflix, “Winter on fire”, con racconti di gente comune che affronta disarmata le milizie e immagini shock come quelle di un manifestante che nel tentativo di aiutare un ferito viene ucciso da un cecchino: è la cronaca della protesta diventata una rivoluzione in Ucraina, tra fine 2013 e inizio 2014, diretto dal russo Evgeny Afineevsky. L’altro è invece il documentario italiano “Italian Gangster” di Renato De Maria (sezione Orizzonti), distribuito da Luce Cinecittà, che lo ha anche prodotto in associazione con Minerva Pictures. È un viaggio inedito e spettacolare nelle imprese più eclatanti della mala nostrana, dal dopoguerra al boom economico, con filmati d’epoca della banda Cavallero, del “Dillinger bolognese”, di Luciano Lutring (il solista del mitra che frequentava alberghi di lusso e ballerine) e tanti altri, con testimonianze di giornalisti come Biagi, Bocca e Montanelli. Tra i personaggi sbarcati sul Lido, oltre a Sokurov, il più atteso è Johnny Depp, boss malavitoso in “Black Mass” di Scott Cooper: negli anni Settanta a Boston, l’agente dell’Fbi John Connolly (Edgerton) convince il gangster irlandese Jimmy “Whitey” Bulger (Depp) a collaborare con l’Fbi per eliminare il nemico comune: la mafia italiana. Ma tutto degenera, permettendo a Whitey di eludere la legge, consolidare il potere e diventare uno dei più spietati gangster americani.

    Dina D’Isa

    http://www.iltempo.it/cultura-spettacoli/2015/09/04/la-sfida-di-ruffalo-il-papa-veda-il-film-sui-preti-pedofili-1.1453594

  • Mark Ruffalo e i preti pedofili di “Spotlight”: “Spero che la Chiesa ripari le ferite”

    Mark Ruffalo e i preti pedofili di “Spotlight”: “Spero che la Chiesa ripari le ferite”

    Il film di Thomas McCarthy racconta l’inchiesta premio Pulitzer su un arcivescovo di Boston accusato di aver coperto casi di abusi. Nel cast anche Stanley Tucci, Michael Keaton, Rahcel McAdams.

    VENEZIA – Spotlight è un solido film di impianto classico che racconta una storia vera, l’inchiesta del gruppo investigativo del Boston Globe sull’insabbiamento, da parte delle gerarchie della Chiesa cattolica, di molti casi di preti pedofili. DopoEverest, che ha aperto Venezia 72 con la sua carica di divi, anche il film del poliedrico Tom McCarthy (regista de L’ospite inatteso ma anche sceneggiatore del cartoon Up e interprete di commedie come Vi presento i nostri) assicura a Venezia 72 un film corale ricco di personaggi forti, ma al Lido arrivano soltanto Mark Ruffalo e Stanley Tucci del cast formato anche da Michael Keaton, Rachel McAdams, Liev Schreiber e John Slattery.

    Fuori concorso il film di Tom McCarthy destinato a far scalpore perché affronta il tema della pedofilia nella Chiesa. Un team di giornalisti del Boston Globe conduce un’inchiesta che porta a una scioccante verità: la complicità della Chiesa in una vasta gamma di casi di abusi su minori. Basato su fatti realmente accaduti. Nel cast Michael Keaton, Mark Ruffalo, Rachel McAdams, Stanley Tucci.

    “Spero che il Papa e tutti i cardinali vedano questo film ma nonostante abbia grandi speranze in Papa Francesco rimango pessimista  –  ha detto il regista –  io sono stato educato dalla mia famiglia nella religione cattolica e ho molto rispetto e ammirazione per quel che fanno certi sacerdoti, questo film non è un attacco alla Chiesa cattolica ma è una storia che andava raccontata. Soltanto il tempo ci darà se quello che è stato fatto è sufficiente”.

    Parla il regista di “Spotlight”, il film che racconta il lavoro del gruppo investigativo del Boston Globe che  rivelarono trent’anni di insabbiamenti da parte della Chiesa cattolica di abusi di preti sui ragazzini. Al Lido con il regista gli interpreti Mark Ruffalo (“Hulk”) e Stanley Tucci (“Il diavolo veste Prada”). Video di Alberto Mascia

    Più ottimista Stanley Tucci (che nel film interpreta un avvocato delle vittime): “Se qualcuno riuscirà a fermare gli abusi sarà lui, Papa Francesco. È straordinario e ha fatto per questo problema quello che nessun altro ha fatto in tutti i secoli precedenti”. Più diretto Ruffalo: “Non voglio abbattere il sistema ma vorrei soltanto dire la verità. Spero che il Papa e il Vaticano utilizzino questo film, questa storia sobria e semplice, come opportunità per cominciare a curare le ferite che la Chiesa ha provocato. Non solo per le vittime ma anche per tutti quelli che, dopo aver scoperto questa vicenda, si sentono confusi”.

    Protagonisti assoluti del film sono i giornalisti del gruppo premio Pulitzer che sotto il nome di Spotlight portava avanti inchieste all’interno del Globe e che grazie a questo lavoro nel 2002 rivelò a tutta la città di Boston quello che per trent’anni era accaduto nell’omertà generale riuscendo a raccogliere prove contro 70 preti e dimostrando che esisteva una pratica diffusa per cui quando il Vescovo Law veniva a sapere di denunce fatte dalle famiglie dei ragazzini abusati (il cui profilo era sempre lo stesso: famiglie povere, padri assenti, disagio), patteggiava con i familiari un rimborso, spostava di parrocchia il religioso, per poi rimetterlo poco tempo dopo al suo posto.

    Il film verso il finale ha un tono nostalgico e le immagini delle rotative che stampano l’edizione memorabile del Globe sembrano essere il ritratto di un mondo che non esiste più. “Il giornalismo negli Stati Uniti ma anche altrove è stato decimato  –  ha detto McCarthy – Fortunatamente il gruppo Spotlight del Globe esiste ancora, forse ora è troppo tardi per poter in qualche modo correre ai ripari, ma io spero che questo film riesca a far capire l’importanza del giornalismo investigativo a livello locale, nazionale e internazionale”. Gli fa eco Ruffalo: “I media hanno perso molta credibilità dopo la guerra in Iraq ma ci sono giornali che ancora continuano a fare il lavoro. Sia i giornali che le tv di news 24 ore stanno perdendo lettori e abbonati perché hanno perso credibilità ma ci sono ancora bravi giornalisti investigativi e speriamo che questa tradizione non venga perduta”. “Non so se il pubblico si renda conto quanto la libertà individuale sia condizionata dalla libertà della stampa – conclude il regista – forse questo film può aiutare a prenderne consapevolezza”.

    http://www.repubblica.it/speciali/cinema/venezia/edizione2015/2015/09/03/news/ruffalo_spero_che_il_papa_usi_questo_film_per_curare_le_ferite_che_la_chiesa_ha_causato_-122141040/

  • Il trailer di Spotlight, il film sullo scandalo dei preti pedofili con Michael Keaton e Mark Ruffalo

    Il trailer di Spotlight, il film sullo scandalo dei preti pedofili con Michael Keaton e Mark Ruffalo

    È online il primo trailer di Spotlight, il film diretto da Tom McCarthy dedicato al duro e controverso tema della pedofilia nella chiesa cattolica, e in particolare in quella americana.

    Il film si ispira all’indagine fatta dai giornalisti del The Boston Globe e condotta dallo “Spotlight Team” sull’arcivescovo cattolico Bernard Law accusato di aver “coperto” alcuni scandali sessuali avvenuti in diverse parrocchie.

    Solo qualche giorno fa uno dei protagonisti, Mark Ruffalo, ci aveva parlato nel dettaglio del film in questa videointervista. La pellicola verrà presentata ai festival di Venezia e Toronto a settembre.

    Potete vedere il trailer qui sotto:

    McCarthy ha co-scritto la sceneggiatura insieme a Josh Singer (The West Wing, Fringe). Nel castMichael Keaton, Mark Ruffalo, Rachel McAdams, Liev Schrieber, Brian D’Arcy James, Stanley Tucci e Billy Crudup.

    L’uscita è prevista per il 5 novembre.

    http://www.badtaste.it/2015/07/29/il-trailer-di-spotlight-il-film-sullo-scandalo-dei-preti-pedofili-con-michael-keaton-e-mark-ruffalo/137543/

  • Ex sacerdote restituisce i soldi presi a due anziani e patteggia un anno e 6 mesi

    Ex sacerdote restituisce i soldi presi a due anziani e patteggia un anno e 6 mesi

    Accusato di circonvenzione di incapace: lo sconto di pena ottenuto dopo aver reso 210.000 euro.  Non era più prete dal 2004: ora è coinvolto in un’inchiesta a Roma sulla prostituzione minorile
    di Pietro Barghigiani

    PISA. Si era fatto consegnare soldi con la promessa di devolverli in beneficenza. Ma aveva anche indotto i due finanziatori inconsapevoli, fratello e sorella, a lasciare il loro patrimonio, comprensivo della casa di famiglia, a un ente religioso ottenendo l’incarico di esecutore testamentario. Quella che poteva sembrare una donazione spontanea, a un uomo di culto prodigo nella realizzazione di opere pie, per la Procura altro non era che una spoliazione di beni ai danni di chi non era non grado di badare a sé stesso.

    Il patteggiamento. Accusato di circonvenzione di incapace, l’ex prete Luca Galleschi, 48 anni, originario di San Frediano a Settimo, ha patteggiato in Tribunale a Venezia, una pena di un anno e 6 mesi di reclusione. C’è poi una seconda persona sotto processo. Le viene contestato il ruolo di complice nel circuire fratello e sorella, da tempo ospiti di un centro di salute mentale e seguiti da un amministratore di sostegno. Si tratta di Pasqua Donia, 66 anni, fatta passare come la perpetua di Galleschi che, “spretato” dal 2004, continuava a presentarsi come un sacerdote. La prima udienza è prevista a metà luglio.

    Soldi restituiti. Galleschi ha restituito i 210.000 euro incassati attraverso la benevolenza mal riposta dei due anziani assistiti dall’avvocato Carlo Broli. Un gesto che gli ha consentito di chiudere la vicenda processuale con un patteggiamento. «Il testamento non è mai stato pubblicato – spiega –. E se anche lo fosse verrebbe subito annullato». Le indagini. All’epoca, siamo nel 2010, all’ex parroco di Nicosia a Calci, San Sisto, ma anche di Pontedera oltre che cappellano militare della “Vannucci” a Livorno, la magistratura aveva sequestrato conti correnti e titoli. L’appartamento sarebbe dovuto finire a un ente religioso con Galleschi nel ruolo di esecutore testamentario, ma stando all’accusa l’immobile sarebbe finito, una volta deceduti i proprietari, nelle sue disponibilità. Manovre che erano finite sotto la lente dei carabinieri di Annone Veneto, in provincia di Venezia, dove l’ex don Galleschi si era presentato come religioso ancora in servizio ottenendo credito dal parroco locale. È’ stato lui a insospettirsi al punto da rivolgersi ai carabinieri.

    Espulso e in parrocchia. Nonostante fosse stato espulso nel 2004, l’ex parroco pisano aveva addirittura retto la parrocchia dal dicembre 2008 ai primi mesi del 2009, tornando poi ad Annone durante i riti pasquali. Nel frattempo era stato scoperto nei suoi sotterfugi al punto che il vescovo della diocesi di Concordia-Pordenone, monsignor Ovidio Poletto, aveva comunicato in segno di trasparenza che «don Luca, presbitero della diocesi di Pisa, è stato ridotto allo stato laicale con provvedimento della Congregazione per la dottrina della fede, in data 19 luglio 2004». Non solo. Visto che “don” Luca continuava a proporsi come rappresentante della Chiesa, il prelato aveva reso nota anche una lettera di richiamo che aveva scritto al “signor Luca” il 28 aprile 2009, per intimare al finto prete di cessare la sua condotta, oltretutto ricordandogli il provvedimento pontificio del 2004. Dopo la denuncia del vero parroco di Annone Veneto, i militari avevano ricostruito i percorsi degli assegni staccati dai fratelli con problemi psichici e finiti sui conti di Galleschi. In alcune occasioni per effettuare i prelievi in banca, la “perpetua” Pasqua Donia aveva accompagnato gli anziani per poi consegnare il denaro al sacerdote espulso.

    Indagato per sesso con minori. Dopo il patteggiamento, un’altra tegola, con accuse più sgradevoli, ha colpito di recente Galleschi. Con altri due sacerdoti, uno dei quali messo in carcere, è indagato in un’inchiesta a Roma per prostituzione minorile. Uno dei numerosi baby squillo che frequentava la stazione Termini ha riferito che l’ex religioso, presentandosi come maestro, gli avrebbe proposto un incontro in cambio di venti euro. Una testimonianza ritenuta chiave dalla Procura.

    «Lo avevo notato gravitare nella zona della chiesa Santa Maria degli Angeli – ha raccontato il ragazzo agli inquirenti -. E in alcune occasioni l’ho visto mentre faceva entrare dei ragazzini romeni

    da un ingresso laterale della chiesa. Scambiando qualche parola con uno di loro, una volta, ho appreso che quell’uomo li pagava venti euro per consumare rapporti sessuali». Un nuovo fronte giudiziario per l’ex prete passato dall’accusa di raggirare anziani a quella di fare sesso con minori.

  • Abusi in oratorio, don Rea “assolto”: «Sottovalutai l’allarme dei ragazzi»

    Abusi in oratorio, don Rea “assolto”: «Sottovalutai l’allarme dei ragazzi»

    FIUME VENETO – Don Pasquale Rea non testimoniò il falso nel processo contro il pedofilo indiano condannato a oltre 3 anni per le molestie sessuali sui ragazzini che giocavano nel suo oratorio a San Nicolò di Fiume Veneto. Sottovalutò l’episodio.

    Erano così tante le volte che l’immigrato aveva disturbato i giochi dei ragazzi, che il parroco non inquadrò la vicenda nella giusta dimensione. Anzi, se ne dimenticò. È per questo che al processo la sua versione non coincideva con quella delle vittime e degli altri testimoni. Don Pasquale, 33 anni, ex vicario a Fiume e Cimpello, ora a Concordia Sagittaria (Venezia), era l’unico testimone adulto controMandee Singh, accusato di violenza sessuale aggravata (le vittime delle sue attenzioni morbose avevano 7 e 15 anni) e condannato a 3 anni e 4 mesi. I ragazzi raccontarono di aver informato il parroco delle attenzioni subite dall’indiano, ma don Rea nella sua deposizione negò.

    http://www.ilgazzettino.it/nordest/pordenone/abusi_oratorio_don_rea_assolto_sottovalutai_allarme_ragazzi-343198.html

  • “Nessuno dovrà saperlo” (come fui violentato dal prete pedofilo in seminario), Romanzo autobiografico di Bruno Zanin

    “Nessuno dovrà saperlo” (come fui violentato dal prete pedofilo in seminario), Romanzo autobiografico di Bruno Zanin

    Qualcuno ricorda forse il viso di Bruno Zanin, ragazzino protagonista del capolavoro di Fellini Amarcord (1973). Zanin interpretava il ragazzino Titta Biondi alle prese con le prime esperienze sessuali, quella dell’araccio alla tabaccaia maggiorata. Interpretò, successivamente, anche la parte di un compagno di viaggio di Marco Polo in uno sceneggiato televisivo

    Esce un suo romanzo autobiografico in cui, raccontando la sua bisessualità, spiega racconta come fu violentato da ragazzino da un prete in seminario.

    E’ il ragazzino dai capelli rossi:

    di Stefano Lorenzetto
    Nel marasma immoto della baita, all’improvviso qualcosa si muove, laggiù in fondo, sotto il fornello sovrastato dal ritratto di Santa Teresa di Lisieux. È un puntolino che compare, scompare e subito ricompare alle spalle di Bruno Zanin. Il Titta Biondi di Amarcord nota la mia distrazione. Si volta a guardare. Poi torna a fissarmi: «Ha visto un condannato a morte». Il topo rosicchia le esche avvelenate. «Sono obbligato a farlo. I ratti combinano disastri, mi bucano le coperte». Si gira di nuovo. «Però adesso mi dispiace, poverino. Non dovevo mettere il topicida».

    A 56 anni il biondino che diede corpo sullo schermo alle fantasie oniriche di Federico Fellini è schiacciato dai sensi di colpa. Per la violenza sessuale che subì in seminario a opera di un sacerdote. Per l’omosessualità borderline che ne derivò. Per i tre cicli di psicoanalisi junghiana affrontati nella speranza di uscirne. Per aver tentato il suicidio quando scoprì che la ragazza di cui s’era invaghito lo dileggiava offrendo in pasto agli amici le poesie d’amore scritte per lei. Per il ricovero in manicomio che ne seguì. Per Monique, la moglie da cui s’è separato «mai e sempre», una fotografa conosciuta al Théâtre de la Ville di Parigi dove lui recitava Ionesco, sposata nel ’78 spinto dal bisogno di dimostrare a se stesso che sapeva fare il suo dovere di uomo. Per i due figli di 28 e 23 anni, uno insegnante in Lussemburgo, l’altro operaio in Normandia, messi al mondo al solo scopo d’inondarli dell’affetto e della tenerezza che non ha avuto da bambino.

    Ora Zanin è tormentato anche dal rimorso per aver svelato tutto questo nel romanzo autobiografico Nessuno dovrà saperlo (Tullio Pironti editore), «un libro di espiazione e di redenzione, il libro di un’anima ferita e di una coscienza incapace di perdonarsi», come ha scritto Raffaele La Capria, soprattutto per aver dedicato questo volume alla memoria della madre Adele, del padre Anselmo e di Edward Melcarth, riservando però la riprovazione al sangue del suo sangue e il rimpianto all’artista che considera il suo vero genitore, «morto povero in un ospedale pubblico di Venezia, il primo adulto che mi ha rispettato, che non mi ha mai messo le mani addosso, che mi ha presentato alla sua amica Peggy Guggenheim, sfamato, consigliato, portato in giro per l’Italia senza pretendere nulla in cambio».

    Ero salito fino a Vanzone, alle pendici del monte Rosa, per un amarcord e invece mi tocca raccogliere una confessione. «Questa baita è la mia prigione. Mi ci sono recluso da solo. Dieci anni fa ho venduto anche l’auto, così non posso più scendere a valle. Altrimenti, appena calano le tenebre, il demone che ho dentro mi porterebbe a cercare emozioni proibite giù in città». Per scappare da se stesso ha abbandonato il cinema (dopo Amarcord aveva girato Il buon soldato, Il caso Moro, L’Agnese va a morire, una dozzina di film, «ma non mi chieda qual è stato l’ultimo, non me lo ricordo», rovista nel baule alla ricerca di una foto con Fellini, «per me è come scavare in una tomba»), ha abbandonato la televisione (Marco Polo, Il Mercante di Venezia), ha abbandonato il palcoscenico («quando Giorgio Strehler mi prese al Piccolo di Milano, nel ’75, non avevo mai messo piede in un teatro in vita mia, neanche come spettatore») ed è andato per conto dell’Abbé Pierre a portare aiuti umanitari durante la guerra in Bosnia, da dove mandava corrispondenze alla Radio Vaticana.

    Zanin dimostra ancora la prestanza fisica che in Amarcord gli consentiva di caricarsi sulle spalle Antonietta Belluzzi, la tabaccaia di Amarcord con due aerostati al posto delle tette. Ma non potrebbe più infilare le mani sotto la gonna bianca di Magali Noël, la Gradisca, nemmeno nel buio di un cinematografo, tanto sono oggi irruvidite e scorticate («faccio il muratore e il manovale, taglio la legna dei boschi, le bollette a volte vanno in mora, ma chissenefrega»). Del Titta Biondi che fu gli sono rimasti solo gli occhi, di un azzurro polinesiano, e il sorriso malandrino.

    Sarà pur vero che diversi si nasce, ma Zanin ha provato nelle proprie carni che lo si può anche diventare per quello che lui chiama, rifacendosi a Konrad Lorenz, «l’imprinting». Le oche selvatiche, private della madre in tenera età, scambiavano l’etologo austriaco per il loro genitore e, una volta adulte, per il loro partner. Il piccolo Bruno, un selvàdego cresciuto libero a Vigonovo nell’entroterra veneziano, confinato dai genitori a 400 chilometri da casa ha finito per scambiare per amore le attenzioni di un pedofilo e, passati più di 40 anni, è ancora qui a farci i conti tutti i giorni.

    Mi parli della sua infanzia.

    «Splendida e solitaria. Il paradiso in terra. Un bambino all’inizio vive lo stato edenico primordiale, crede a ciò che gli raccontano i genitori, gli insegnanti, i preti. Nei campi mi sentivo re, mago, parón de tuto. Ero molto pio, pregavo, portavo i fiori davanti ai capitelli della Madonna. Mi accadevano fenomeni paranormali».

    Per esempio?

    «Ripetevo fino all’estenuazione “Gesù e Maria ve vogio tanto ben”, una giaculatoria che mi aveva insegnato mia nonna Teresina, e mi assentavo. Dopo una di queste estasi, dissi ai miei: g’ho visto ’na femena in canale co’ do putele. Il giorno dopo fu trovata nella roggia una mamma morta suicida: s’era annegata con le due figliolette».

    Terribile.

    «In terza elementare arrivò a casa nostra il sergente reclutatore. Aveva la talare e una giardinetta grigia targata Treviso. Estrasse da una borsa nera un tema che avevo scritto in classe per un concorso missionario. “Dimmi la verità: è tutta farina del tuo sacco o ti ha aiutato il parroco?”, m’interrogò. Credette alla mia sincerità e mi consegnò in premio un mappamondo luminoso. Prima di sera l’avevo già rotto. Mentre mi mettevano a letto mezzo addormentato, sentivo i miei che confabulavano di un collegio gratuito in Piemonte, dalle parti di Alessandria. Ero il penultimo di sette figli, nessuno dei quali aveva studiato. “Ma non si può mandarlo più vicino, a Padova o a Vicenza?”, resisteva mia madre. “Il prete mi ha detto che solo là hanno i benefattori che li aiutano”, tagliò corto mio padre».

    Ci finì.

    «Aspirantato per il seminario, lo chiamavano. “Un posto bellissimo, con campi di calcio, alberi, cinema, teatro e biliardini”, me lo aveva descritto papà. La prima cosa che notai di quel casermone è che non aveva i comignoli. Fu un trauma. Una casa senza camino? Non capivo: è il focolare la casa. I cessi stavano all’estremità di un loggiato. Sulla porta un cartello liso: “L’occhio di Dio ti vede anche in fondo ai portici”. Nella camerata rischiarata dalla luce azzurrognola passavo notti intere a rimuginare con gli occhi sbarrati: ma perché mi hanno messo in questo posto così lontano? voglio la mamma, voglio tornare a casa, che cosa ho fatto di male per finire qui? Domande senza risposta, come le lettere che mandavo ai miei. L’unica missiva me la spedirono per informarmi, a funerali avvenuti, che un mio fratello era morto. Avevo un unico amico venuto dal mio stesso paese, in quel collegio. Morì annegato nel tentativo di salvare un cane».

    Fu il direttore ad abusare di lei?

    «No, un missionario tornato dal Brasile per curarsi da una malattia tropicale. Io stavo lì già da cinque anni. Terza media, pieno sviluppo, i pantaloni sempre più stretti, scoppiavo fuori da ogni parte. Per tutti ero sempre stato Zanin. Lui fu l’unico a chiamarmi per nome, Bruno. Mi fece sentire importante. Un giorno portò tutta la classe in escursione sull’Argentera. A 2.700 metri ci sorprese una tormenta di neve. Fummo costretti a passare la notte in un pagliaio. Il prete ci diede da bere un goccio di grappa portata nella malga dai montanari. Mentre tutti dormivano, sentii il suo fiato vicino alla mia bocca. Poi un bacio caldo. Forse era ubriaco. Fece tutto lui, con l’attenzione di un adulto pratico. Io subii passivo come un cadavere».

    Non poteva ribellarsi?

    «Io non avevo esperienze, non sapevo nulla di donne. Era la prima volta che mi accadeva. È difficile da spiegare. C’era la violenza ma anche la scoperta del piacere: è questo l’imprinting che ti marchia per tutta la vita. Lo spiega bene San Paolo: io sono di carne, venduto come schiavo del peccato, io non riesco a capire neppure ciò che faccio; infatti non quello che voglio io faccio, ma quello che detesto. La lotta per sentirsi puliti cede a una sessualità assurda, sporca, deviata. A 7 anni la stessa esperienza era capitata in collegio anche al mio violentatore. È una catena».

    E l’indomani?

    «Dolore, vomito, vertigini, febbre. Alla sera il missionario, tutto sudato, pretese di confessarmi. Mi spiegò che il diavolo, invidioso della nostra vocazione, ci aveva fatti cadere in un maleficio. Piangeva: “Scusami, Bruno, non puoi capire quanto Satana sia potente nel tentare noi preti che abbiamo in affidamento anime cristalline come la tua”. Poi il tono di voce si fece impersonale: “Non ripensare mai più a questo episodio, quel che è successo è successo. Nessuno dovrà saperlo”. Mi diede l’assoluzione per un peccato commesso da lui».

    Lei non chiese aiuto ai suoi?

    «Tornato a casa per l’estate, riferii l’accaduto a mio padre. La prese come una scusa per non tornare in collegio e mi mandò, Dio solo sa perché, a bottega da un barbiere che era notoriamente gay. Non glielo perdono neanche oggi che è morto, a papà».

    Altre violenze.

    «Mi confidai col parroco in confessione. “Va in cartoleria, compra un foglio protocollo e mettimi per iscritto ciò che mi hai raccontato”, mi ordinò. L’indomani il parrucchiere era in galera e io sulla bocca di tutti. Scappai di casa. Lavoravo in circhi e luna park, fra sradicati come me. C’intendevamo senza parlare. Fino a quando i carabinieri non mi acciuffavano. L’ultima volta mio padre disse ai militari: “Basta, tegnìvelo!”. Fui rinchiuso prima alle Zattere a Venezia e poi a Udine. In riformatorio tiri fuori tutto ciò che in seminario viene represso. È una casa di corruzione, non di correzione».

    E all’uscita dal riformatorio?

    «Dormivo per strada col mio cane Whisky. Fui raccattato in una calle veneziana da Melcarth. Posai per lui come modello. Era l’artista prediletto del miliardario Forbes, aveva affrescato la Rotunda dell’hotel Pierre di New York e disegnato i celebri occhiali surrealisti di Peggy Guggenheim. Mi portava a colazione da lei. Ogni tanto si mettevano a parlare fra loro in yiddish. L’anziana collezionista faceva rimanere Whisky sull’uscio perché aveva paura che attaccasse le pulci ai suoi cagnolini».

    Come fu scritturato da Fellini?

    «Per caso. Mi ospitava a Roma una madre di quattro figli. Uno di loro, Pino, che poi sarebbe andato a morire come fotografo in Pakistan, faceva la comparsa nei western. Lo accompagnai a Cinecittà. Vidi tanti ragazzi in fila per le selezioni di Amarcord e m’intruppai. A un certo punto Fellini urlò ai suoi assistenti: “Cazzo, ma siete proprio delle grandi patacche, voi
    della produzione, ciechi del tutto! Non vedete che è uno come quello lì vicino al termosifone che ci serve? Su, portatelo qui!”. Ero io. Mi fece biondo e dopo una settimana cominciò le riprese. Federico e Cristo sono quelli che mi hanno cambiato e complicato di più la vita».

    Curiosa gerarchia.

    «Be’, ma fu Fellini a stravolgermela, a mettermi in mano un milione di lire a settimana. Era il ’73. Oggi sarebbero quasi 7.000 euro. E che sono soldi guadagnati, quelli? Li spendevo prima d’averli. Ero sempre indebitato. Federico è stato troppo buono con me. Era un eterno adolescente. Con la scusa di mostrarmi come andava girata la scena, infilava la sua testa una, due, tre volte fra le tettone della tabaccaia, che in realtà era una camiciaia di Bologna che lo adorava, povera Antonietta, è morta dieci anni fa cadendo da un balcone. A me lasciava il compito di sollevarla fino a 40 volte, un quintale abbondante, alla fine mi ci voleva una bottiglia di Vov per riprendermi».

    E dunque?

    «È che l’attore non ha il senso né della realtà né di niente. Il bel mondo ti corteggia. La gente ti vuole ospite a tavola e anche a letto. Ti sbronzi, tiri cocaina. Io sono nato contadino. Dovevo sentirmi sempre un impostore per fare quel mestiere. Ho chiuso. Oggi sono attratto dal cinema quanto dalla salma di una prostituta strangolata e lasciata nuda ai bordi della tangenziale. È tutto lontano, dentro una nuvola. È come se avessi vissuto un sogno».

    Di che campa?

    «Non chiedere mai a un artista di che campa. Scrivo, ma non mi sento scrittore. Scrivo quando sto male. Siccome non so parlare, metto sulla carta quello che la voce non riesce a esprimere. Poi rileggo e mi domando: ma l’ho scritto io? Ho fatto il Cammino di Santiago de Compostela, 40 giorni a piedi con mio figlio, per scacciare la bestiaccia, la depressione che viene a visitarmi e mi spegne la luce, mi toglie la voglia di vivere, mi lascia nel mondo senza farmici stare».

    Della Chiesa che cosa pensa?

    «Non ce l’ho con i preti. Gli rimprovero solo d’essere diventati impiegati, con i loro orari e i loro stipendi. Non si vede neanche il riverbero di Cristo nel clero. Andai a trovare per anni fratel Carlo Carretto nel suo eremo di Spello, dove s’era ritirato al ritorno dal Sahara. “Bruno, devi avere misericordia”, mi esortava. Ma Cristo si prese come apostoli dodici uomini adulti, alcuni anche sposati, non dei bambini. Non ne ho conosciuto uno, di coloro che hanno patito ciò che ho patito io, che sia diventato normale: sono finiti tutti o pervertiti, o eroinomani, o suicidi. È una malattia da cui esci solo con la lobotomia. Ho passato i miei giorni a chiedermi se dovevo attaccarmi una macina di mulino al collo o se c’era una clemenza, un’attenuante, una possibile Corte d’appello che m’avrebbe reso giustizia per la storpiatura ricevuta».

    Ora ha ritrovato un suo equilibrio?

    «L’equilibrio si ritrova dopo morti».

    Stefano Lorenzetto

    http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=166301

  • Accuse di abusi su uno studente: assolto l’ex rettore del seminario

    Accuse di abusi su uno studente: assolto l’ex rettore del seminario

    Formula piena per l’ex rettore del seminario minore di Rubano che era accusato da un ventiduenne con forti problemi psichici: “perché il fatto non sussiste”

    PADOVA. Assolto con formula piena don Gino Temporin, 67 anni, ex rettore del seminario minore di Rubano, accusato di violenza sessuale aggravata nei confronti di un ex studente dell’istituto. Il tribunale di Padova l’ha assolto “perché il fatto non sussiste”. Il pubblico ministero Maria D’Arpa aveva chiesto 7 anni di carcere e, come pene accessorie, l’interdizione perpetua dai pubblici uffici e da qualsiasi ufficio attinente alla tutela e alla curatela.

    Restituito dunque l’onore al prete che in quarant’anni di sacerdozio non aveva mai avuto una macchia. Il suo accusatore è un ventiduenne della provincia di Venezia, un ragazzo con forti problematiche, sottoposto a terapie di natura psichiatrica e ricoverato più volte in casa di cura, cui evidentemente i giudici non hanno creduto. Secondo il Tribunale, si era inventato le accuse infamanti all’ex rettore del seminario.

    L’indagine era stata avviata in seguito alla denuncia del ragazzo presentata dopo essersi confidato, nel 2009, con una psicologa della clinica “Le betulle” di Como dov’era ricoverato. Non c’era nessun testimone di quella assserita violenza che per i giudici non è mai esistita.

    Il vescovo di Padova, mons. Antonio Mattiazzo – a nome dell’intero presbiterio e della Diocesi, che mai hanno messo in dubbio l’esemplarità di comportamento di don Gino Temporin nell’ambito del suo ministero – esprime “soddisfazione per l’esito del processo di primo grado, che riconosce l’innocenza di don Gino Temporin. Rimane comunque l’amarezza per una vicenda che ha fortemente provato e fatto soffrire un presbitero della nostra Chiesa e turbato la serenità di un istituto, come il Seminario Minore, che rappresenta un esempio di attenzione educativa qualificata. A don Gino Temporin si confermano vicinanza e stima anche per la solidità interiore e la disponibilità con cui ha accolto questa dura prova”.

    http://mattinopadova.gelocal.it/cronaca/2013/12/18/news/assolto-don-gino-temporin-non-violento-lo-studente-1.8324076