Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: Verona

  • David Yallop Misteri della fede

    David Yallop Misteri della fede

    (Lo scandalo dei preti pedofili e la copertura della chiesa)

    Nuovi Mondi editore, Modena, 2011, pagine 229, euro 13,50

    Ampio testo, corredato da bibliografia e fonti archivistiche, che documenta in maniera inoppugnabile che i religiosi responsabili di abusi sessuali erano protetti da una segretezza istituzionale clericale profondamente radicata.

    Di fronte alle prove testimoniali univoche e plurime già fin dal papato di Benedetto XVI la chiesa fu costretta a fare le prime ammissioni. Al contrario san Wojtyla aveva sempre insabbiato, negato, ignorato ogni denuncia delle vittime.

    Il testo segnala i casi più atroci finiti davanti alla magistratura civile e penale ma non si trattò di poche mele marce, la pedofilia ecclesiastica fu ed è purtroppo ancora oggi un misfatto clericale cattolico sistematico.

    Non per caso si citano perfino casi di cardinali pedofili come il cardinal Groer (1919-2003), arcivescovo di Vienna costretto a dimettersi nel 1995, aveva molestato ben duemila bambini e ragazzini.

    L’Autore cita poi i casi di Verona : “73 preti accusati da 275 minorenni” e la Svizzera con “104 vittime che si fecero avanti, chiamando in causa 72 preti” ecc.

    Pierino Marazzani, marzo 2020

  • Sordomuti vittime di abusi chiedono di incontrare papa Francesco

    Sordomuti vittime di abusi chiedono di incontrare papa Francesco

    Ginevra, 19 feb. (askanews) – Tre ragazzi sordomuti vittime di abusi durante l’infanzia in istituti cattolici in Argentina, paese natale di Bergoglio, sperano di incontrare papa Francesco questa settimana in Vaticano. Vogliono chiedergli di realizzare le promesse fatte di riformare la Chiesa.

    Tra le vittime di pedofilia c’è Ezequiel Villalonga, 19 anni, che prima di arrivare a Roma ha incontrato il comitato Onu contro la tortura e il Comitato per i diritti dell’infanzia a Ginevra.“È la mia prima volta in Svizzera, sono venuto per partecipare a una riunione alle Nazioni Unite perché sono un sopravvissuto del dossier Provolo. Voglio dire al Papa che abbiamo la forza necessaria per continuare a batterci per ottenere giustizia”.Il dossier Provolo riguarda l’istituto cattolico italiano Antonio Provolo, che ha diverse sedi in Argentina. In questi collegi sarebbero avvenuti una serie di abusi sessuali ai danni di bambini sordomuti.

    “Ci sono molti preti che sono stati trasferiti in altre sedi della Chiesa nel mondo e il Papa sa che dovrebbero essere messi in prigione, non fa niente contro questo, voglio sapere perché non viene fatto nulla”, aggiunge Claudia Labeguerie, 26 anni, anche lei vittima di abusi da parte di religiosi.Uno di questi preti pedofili è l’italiano Nicola Corradi, condannato a novembre 2019 a 42 anni di prigione da un tribunale argentino.

    “Sono passati molti anni, ma finalmente lui – ricorda nella lingua dei segni Daniel Sgardelis, 45 anni, tra le vittime del prete pedofilo nell’istituto di Mendoza, Ovest dell’Argentina – è finito in prigione, è stato difficile, ma questo ha permesso di trasformare questo sentimento di ingiustizia che sentivo, questa sofferenza, e li ha fatti sparire”.Secondo l’ong Ending clergy abuse (Eca, Mettere fine agli abusi del clero), Corradi era stato segnalato in Vaticano nel 2009 da parte di alcuni sordomuti italiani dell’istituto Provolo di Verona, vittime del prete prima del suo trasferimento in Argentina.

    Il suo fondatore Peter Isely:“Oggi non c’è tolleranza zero nella Chiesa cattolica. In base alla legge cattolica, nel mondo, se sei un prete e hai compiuto delle aggressioni sessuali o violentato un bambino, il vescovo vuole che resti ad esercitare il ministero, nascosto, è quello che accade. Serve una legge di tolleranza zero, le cose devono cambiare”.L’istituto Provolo è stato chiuso nel 2016, quando è scoppiato lo scandalo. Le vittime di violenza avevano tra i 4 e i 17 anni.

  • Vittime del Provolo al Papa: «Sapevi e non hai agito»

    Vittime del Provolo al Papa: «Sapevi e non hai agito»

    «Sapevi e non hai agito»: è la durissima accusa al Papa dalle vittime di abusi da parte del clero partiti dall’Istituto Provolo, struttura per i bambini sordomuti.

    Le vittime, sostenute dalla rete Eca (End Clergy Abuse) saranno la prossima settimana a Roma e a Ginevra per denunciare i fatti ma anche con la richiesta (inviata il 5 febbraio) di un «incontro pubblico» con Papa Francesco, esattamente ad un anno dal Summit sulla questione della pedofilia che si tenne in Vaticano.

    La questione degli abusi al Provolo parte dall’istituto di Verona ma poi ha avuto anche gravissimi casi in Argentina, nella provincia di Mendoza, dove è in corso un processo. Le iniziative dell’Eca cominceranno lunedì 17 febbraio con una conferenza stampa a Roma, nella sede della stampa estera, ma gli appelli nel corso della settimana saranno rivolti anche all’Onu a Ginevra e alle strutture vaticane che si occupano di lotta alla pedofilia, come la Congregazione per la Dottrina della Fede.

    Le vittime sopravvissute agli abusi saranno dunque a Roma il 20-22 febbraio, dopo tre giorni di incontri con i funzionari delle Nazioni Unite a Ginevra, dove presenteranno «prove dei loro casi di abuso di violazioni dei diritti umani da parte del Papa e della Santa Sede».

    Il caso Provolo conta alcuni arresti – ricorda Ecoglobal – a fine 2016, innanzitutto quelli di padre Nicola Corradi e di padre Horacio Corbacho. Nel recente processo in Argentina contro i due sacerdoti e un impiegato laico, più di 20 vittime sorde hanno testimoniato di essere state aggredite sessualmente e maltrattate fisicamente all’Istituto, alcune già all’età di cinque anni. «Questo mese, altri nove presunti autori di reato e dovrebbero essere processati, tra cui due suore», riferisce la rete anti-abusi.

    https://www.larena.it/territori/citt%C3%A0/vittime-del-provolo-al-papa-sapevi-e-non-hai-agito-1.7940731

  • Le vittime di pedofilia dell’Istituto Provolo accusano Papa Francesco

    Le vittime di pedofilia dell’Istituto Provolo accusano Papa Francesco

    “Sapevi e non hai agito”: è la durissima accusa al Papa dalle vittime di abusi da parte del clero partiti dall’Istituto Provolo, struttura per i bambini sordomuti. Le vittime, sostenute dalla rete Eca (End Clergy Abuse) saranno la prossima settimana a Roma e a Ginevra per denunciare i fatti ma anche con la richiesta (inviata il 5 febbraio) di un “incontro pubblico” con Papa Francesco, esattamente ad un anno dal Summit sulla questione della pedofilia che si tenne in Vaticano.

    Le vittime di pedofilia accusano Papa Francesco

    La questione degli abusi al Provolo parte dall’istituto di Verona ma poi ha avuto anche gravissimi casi in Argentina, nella provincia di Mendoza, dove è in corso un processo. Le iniziative dell’Eca cominceranno lunedì 17 febbraio con una conferenza stampa a Roma, nella sede della stampa estera, ma gli appelli nel corso della settimana saranno rivolti anche all’Onu a Ginevra e alle strutture vaticane che si occupano di lotta alla pedofilia, come la Congregazione per la Dottrina della Fede. Le vittime sopravvissute agli abusi saranno dunque a Roma il 20-22 febbraio, dopo tre giorni di incontri con i funzionari delle Nazioni Unite a Ginevra, dove presenteranno “prove dei loro casi di abuso di violazioni dei diritti umani da parte del Papa e della Santa Sede”. Il caso Provolo conta alcuni arresti – ricorda Ecoglobal – a fine 2016, innanzitutto quelli di padre Nicola Corradi e di padre Horacio Corbacho. Nel recente processo in Argentina contro i due sacerdoti e un impiegato laico, più di 20 vittime sorde hanno testimoniato di essere state aggredite sessualmente e maltrattate fisicamente all’Istituto, alcune già all’età di cinque anni. “Questo mese, altri nove presunti autori di reato e dovrebbero essere processati, tra cui due suore”, riferisce la rete anti-abusi.

    https://www.nextquotidiano.it/le-vittime-di-pedofilia-accusano-papa-francesco/

  • Caso Provolo, le vittime degli abusi dei preti contro Papa Francesco: “Sapevi e non hai agito”

    Caso Provolo, le vittime degli abusi dei preti contro Papa Francesco: “Sapevi e non hai agito”

    Le vittime del caso Provolo, lo scandalo degli abusi ai danni dei bambini sordomuti ospitati negli Istituti di Verona e Mendoza, in Argentina, tornano ad accusare Papa Francesco: “Sapevi e non hai agito”. La prossima settimana saranno a Roma per presentare “prove dei loro casi di violenze” e per chiedere un incontro a Bergoglio.

    di Ida Artiaco

    “Sapevi e non hai agito”. Si rivolgono così senza mezzi termini a Papa Francesco le vittime di abusi da parte di sacerdoti e religiosi dell’Istituto Provolo di Verona, con una sede anche in Sud America, precisamente a Mendoza, in Argentina, dedicato ai bambini sordomuti. Stando a quanto riferito dalla rete Eca (Fine Clergy Abuse), le stesse vittime saranno la prossima settimana a Roma e Ginevra per denunciare quanto subito, presentando “prova dei loro casi di violenze e di violazioni dei diritti umani da parte del Papa e della Santa Sede”, e per chiedere un incontro pubblico con il Pontefice esattamente ad un anno di distanza dal vertice che lo scorso anno si tenne in Vaticano sul tema della pedofilia nella Chiesa. In Argentina c’è anche un processo contro due sacerdoti, Nicola Corradi e padre Horacio Corbacho, e un impiegato laico, nel corso del quale più di 20 vittime sorde hanno testimoniato di essere state aggredite sessualmente e maltrattate fisicamente all’Istituto, alcune già all’età di cinque anni. “Questo mese, altri nove presunti autori di reato dovrebbero essere processati, tra cui due suore”.

    Caso Provolo, le accuse delle vittime alla Chiesa: “Nessuno ha fatto niente”

    Non è tuttavia la prima volta che le vittime degli abusi del caso Provolo si rivolgono a Bergoglio. Già nel 2016, subito dopo l’arresto dei due sacerdoti in Argentina, Julieta Anazco, che aveva denunciato casi di pedofilia nel paese, ben sette su bambini di età compresa tra i 7 e gli 11 anni, si era rivolta al Pontefice. “Abbiamo informato la Chiesa, tutti lo sapevano di quello che accadeva, ma nessuno ha fatto niente, – aveva dichiarato ai microfoni di Fanpage.it –, all’epoca Papa Francesco era l’arcivescovo di Buenos Aires, abbiamo provato ad incontrarlo ma nessuno ci ha ricevuto”. Parlando di un altro sacerdote, aveva raccontato che “abusava dei minori durante la confessione, oppure si infilava nelle nostre tende mentre dormivamo. Mi è sembrato molto coraggioso che queste persone con difficoltà linguistiche siano riusciti a raccontare quanto successo, cosa che io non riuscivo a fare”.

    Il caso Provolo nell’inchiesta di Fanpage.it

    Lo scandalo degli abusi da parte di sacerdoti e religiosi ai danni dei giovani ospiti sordomuti della struttura scoppiò nel 2009. Ben 67 disabili denunciarono di essere stati violentati da preti quando erano bambini. A novembre del 2016 furono arrestati due sacerdoti per le violenze commesse a Lujàn de Cuyo, nella diocesi di Mendoza. Uno dei due è l’italiano Nicola Corradi, 82 anni, denunciato per la prima volta negli anni Ottanta sempre per casi di pedofilia presso l’Istituto Antonio Provolo di Verona. “Sono stato sodomizzato e costretto ad avere rapporti sessuali da almeno quindi preti e fratelli”, racconterà in seguito una delle sue vittime, ormai ultrasessantenne. L’altro è Horacio Corbacho, 56 anni. Del caso Provolo si era occupata anche Fanpage.it con una inchiesta: Don Eligio Piccoli, sacerdote in servizio sempre all’Istituto Provolo di Verona, ammise davanti ai nostri microfoni di aver abusato sessualmente di molti minori sordomuti ospiti della struttura veneta.

    Sempre Fanpage.it era riuscita ad entrare in possesso di alcuni documenti che provavano il fatto che il Vaticano, che nel 2010 aveva anche istituito una commissione di indagine indipendente, è sempre stato a conoscenza di quanto avveniva tra le mura dell’istituto veronese. Mario Sannite, un magistrato in pensione che era stato presidente della sezione penale e poi della corte di appello del tribunale di Verona e che venne messo al capo della Commissione, rivelò che “Don Nicola Corradi è stato trasferito in Argentina per questo motivo, perché era accusato di fatti di questo tipo. Lo so perché parlando con Don Mazzoni [il vicario giudiziale del tribunale ecclesiastico], parlando col vescovo, sono venuto a saperlo”. Ma le domande senza risposta sono ancora molte. Infine, a novembre del 2019 Corradi è stato condannato a 42 anni di reclusione, l’altro sacerdote a 45 anni mentre l’inserviente a 18 anni. I giudici hanno inoltre ordinato la cura psicologica gratuita a carico dello Stato per tutte le vittime e l’agevolazione per il loro reinserimento nella società.

    https://www.fanpage.it/attualita/caso-provolo-le-vittime-degli-abusi-dei-preti-contro-papa-francesco-sapevi-e-non-hai-agito/

  • Pedofilia, trasferito il parroco condannato

    Pedofilia, trasferito il parroco condannato

    Don Paolo Biasi verrà trasferito. Il parroco di Dossobuono, arrivato solo nello scorso settembre, non sarà più il sacerdote della frazione.

    È stato comunicato con un avviso, a firma del vescovo di Verona Giuseppe Zenti, domenica scorsa in chiesa. Don Biasi, finito al centro delle polemiche con tanto di volantini e striscioni che intimavano al religioso di andarsene dalla frazione, avrà a breve un nuovo ruolo. Verrà infatti trasferito nella bassa veronese dove si occuperà di coordinare le attività di pellegrinaggio a livello diocesano. Risiederà, si legge nella comunicazione, alla fondazione Madonna di Lourdes a Cerea.

    Proprio qui, inoltre, collaborerà con le parrocchie della zona, allontanandolo di fatto da Dossobuono dopo appena sette mesi dal suo arrivo nel villafranchese. La vicenda mediatica di don Paolo Biasi, motore scatenante dei malumori della frazione che hanno spinto Zenti a prendere questa decisione, inizia nel 2014. In un servizio de Le Iene (il programma di Italia Uno) l’inviato Pablo Trincia aveva scavato nel passato del religioso. Una sentenza emessa dal tribunale di Spoleto nel 2010, infatti, lo aveva condannato in primo grado a un anno e mezzo con la condizionale per molestie sessuali dopo la denuncia di quattro ragazzine quattordicenni.

    Queste accusavano il prelato di averle «palpeggiate in diverse occasioni al seno». I fatti risalgono però al 2005 quando era parroco a Castel Ritaldi, cittadina in provincia di Perugia. Due delle vittime, poi, si erano costituite anche parte civile e don Biasi era stato condannato a risarcirle per 20mila euro. Il prete, che non è mai ricorso in appello, si è chiuso nel suo silenzio. Ma il 24 dicembre scorso, la vigilia di Natale, Dossobuono si era risvegliata di nuovo nell’incubo. Nei pressi della chiesa, e sul piazzale, nella notte erano stati distribuiti centinaia di volantini gialli con scritto «Siamo stufi, siamo stanchi di tutti questi basabanchi».

    A cui era stato aggiunto il link della puntata della trasmissione andata in onda nel 2014 per poterla rivedere online. Il tutto in forma anonima. Su altri due striscioni appesi alle cancellate, davanti e a fianco della chiesa, poi prontamente rimossi, c’era scritto «Se la chiesa vuoi cambiare, ve ne dovete andare», tirando in mezzo anche l’altro prete di Dossobuono, Andrea Mascalzoni, ma per dissapori di natura completamente differenti. E ancora «… e speriamo che me li cavi».

    Il servizio delle Iene ruotava intorno alla stessa domanda. E cioè: come mai un prete condannato per molestie sessuali svolgeva ancora il suo servizio a contatto con bambini e ragazzi durante il catechismo? Nel 2014 don Biasi, veronese, era parroco a Ca’ degli Oppi, una delle tante destinazioni degli ultimi sei anni. Dopo Castel Ritaldi, infatti, era stato trasferito prima a fare il cappellano a Castelletto di Brenzone per tre anni e poi a Negrar, San Zeno di Montagna e Cerea. Il vescovo, anche allora, lo aveva sempre difeso. Dalla curia scaligera avevano spiegato che don Biasi era stato pure sottoposto ad alcuni test che avevano escluso «qualsiasi tipo di problema dal punto di vista della pedofilia».

    A Dossobuono, però, le discussioni erano iniziate ben prima di Natale spaccando, anche nel villafranchese com’era successo prima negli altri paesi, i fedeli fra chi ha sempre difeso il prete e chi invece non ha mai smesso di accusarlo. Zenti, nel volantino distribuito l’altro giorno, spiega come dopo aver ascoltato proprio don Biasi, altri presbiteri e alcuni laici della comunità di Dossobuono abbia optato per la decisione più drastica: il trasferimento. L’ennesimo. «Questa scelta», spiega Zenti per informare i fedeli, «si rende necessaria per poter rispondere in modo attento ad alcune esigenze personali di don Paolo». Ma oltre a questo, aggiunge il vescovo, c’è anche «il desiderio di superare le tensioni che si sono create, senza reale fondamento, nella comunità stessa, sfociate poi in alcune espressioni di vuota protesta prima di Natale»

    https://www.larena.it/territori/villafranchese/villafranca/pedofilia-trasferito-il-parroco-condannato-1.7937857

  • Il prete veronese e i presunti abusi. Computer e telefonini al setaccio

    Il prete veronese e i presunti abusi. Computer e telefonini al setaccio

    PRATO Si scava nella memoria di computer, telefonini e anche nelle vecchie agende per trovare le tracce degli abusi su due ragazzi che frequentavano la comunità religiosa fondata dieci anni fa a Prato dal sacerdote veronese don Giglio Gilioli.

    L’ex convento ad Aulla

    Venerdì gli investigatori della squadra mobile di Prato hanno bussato alle porte dell’ex convento ad Aulla, Massa Carrara, con un decreto di perquisizione in cui si ipotizza il reato di violenza sessuale anche di gruppo per nove religiosi che facevano parte dell’associazione «I discepoli dell’Annunciazione» — sciolta dal Vaticano alla vigilia di Natale — e hanno portato via telefoni, hard disk, computer e diversi documenti che adesso dovranno essere passati al setaccio.

    Aveva fatto parte della Comunità dei Servi di Nazareth

    Don Giglio Gilioli, 73 anni, prima di arrivare a Prato nel 2005, a Verona aveva fatto parte della Comunità dei Servi di Nazareth. Nel 2010 aveva fondato alla periferia di Prato l’associazione adesso finita nella bufera, raccogliendo diversi giovani provenienti da ogni parte del mondo che avevano l’aspirazione di diventare sacerdoti. Le prediche di don Giglio finivano anche su internet. Sul web nasce un canale Youtube chiamato «Discepoli annunciazione» in cui, con toni apocalittici, mette in guardia dalle tentazioni del diavolo.

    Il racconto di uno dei due

    Le violenze contestate ai nove — oltre a don Giglio ci sono quattro sacerdoti, un frate e tre religiosi — risalirebbero al 2008 e sarebbero andate avanti per otto anni. I due ragazzi, fratelli, avevano all’epoca 9 e 14 anni. A dare il via all’inchiesta è stato il racconto fatto da uno dei due — oggi ha 21 anni — ad alcuni sacerdoti e poi alla madre. Le scorse settimane i due ragazzi sono stati ascoltati in Procura e i loro racconti potrebbero portare presto a nuovi sviluppi.

    La rete dei rapporti

    L’inchiesta è solo agli inizi ma gli inquirenti stanno adesso cercando di ricostruire la rete dei rapporti della comunità per verificare se ci siano stati episodi di violenza non denunciati. Non si esclude che altri religiosi possano essere coinvolti in questa vicenda, per questo il prossimo passo degli investigatori sarà quello di identificare tutte le persone passate dalla comunità negli anni passati. Alcuni sono diventati sacerdoti, altri hanno lasciato la vita religiosa prendendo altre strade.

    Prime notizie a giugno

    Le prime notizie delle violenze sarebbero emerse lo scorso giugno, quando l’allora vescovo di Prato, monsignor Franco Agostinelli, viene informato che un giovane di 21 anni racconta di violenze fisiche e psicologiche subite quando era un ragazzino e frequentava la struttura. Il vescovo, di fronte a quella notizia, dà immediata comunicazione alla Congregazione per la dottrina della Fede, avviando il procedimento canonico (ancora aperto).

    Servizi sociali

    A dicembre, la Procura di Prato, guidata da Giuseppe Nicolosi, apre l’inchiesta dopo la segnalazione dei servizi sociali che erano stati attivati dalla mamma del ragazzo. Così quando la Curia viene avvertita che c’è un’inchiesta in Procura, il vescovo attuale, Giovanni Nerbini, consegna gli atti dell’inchiesta canonica. «Non nascondo il mio dolore — ha detto il vescovo — vorrei sperare che gli addebiti non risultino veri ma voglio dire chiaramente che il mio primo interesse è la ricerca della verità. Per questo auspico che, nell’interesse di tutti, si concludano quanto prima le indagini». Don Gilioli lo scorso 15 gennaio ha ricevuto le carte dell’accusa del tribunale ecclesiastico ed ora ha poco meno di un mese di tempo per produrre eventuali ricorsi. Lui, comunque, si dichiara «totalmente estraneo» alla vicenda.

    https://corrieredelveneto.corriere.it/verona/cronaca/20_gennaio_31/prete-veronese-presunti-abusicomputer-telefonini-setaccio-abc5be5c-4425-11ea-9e31-bdca61bcbbb1.shtml

  • Abusi sessuali su due fratelli: finisce nei guai sacerdote di Aulla

    Abusi sessuali su due fratelli: finisce nei guai sacerdote di Aulla

    Aulla – Stupore ad Aulla per l’indagine su presunti abusi di minorenni e stupri di gruppo che vede coinvolto anche padre Giglio Gilioli, un sacerdote di 73 anni che da tempo si trova in paese.

    Padre Giglio aveva celebrato la messa ad Aulla domenica scorsa e nessuno poteva immaginare che il sacerdote dalla parlata fluente e il tono di voce deciso, fosse coinvolto in un’indagine insieme con altri preti sospettati di aver perpetrato abusi sessuali su minori.

    L’inchiesta sugli stupri di gruppo ai danni di ragazzini è stata affidata dalla Procura alla Squadra mobile della questura, è nel frattempo stata supportata dalle dichiarazioni effettuate di fronte agli investigatori dalle due presunte vittime. Nei giorni scorsi, su disposizione dei pubblici ministeri titolari dell’inchiesta, Laura Canovai e Valentina Cosci, sono scattate perquisizioni personali sia a carico dei nove indagati sia relative alle varie sedi dell’ex comunità religiosa compresa quella di Aulla. Questo perché, secondo la Procura, c’è un fondato motivo per ritenere che gli indagati possano conservare in quei locali documenti cartacei e informatici, comprese registrazioni audio e video, relativi agli episodi incriminati.

    Documenti, pensano gli investigatori, dai quali potrebbe anche emergere l’esistenza di altre vittime, oltre ai due ragazzi che accusano i religiosi. Da qui la necessità di scoprire nuovi indizi che portino all’individuazione di altre possibili giovani vittime.

    L’arrivo ad Aulla di padre Giglio e dei suoi collaboratori non è certo passato inosservato. I sacerdoti si sono subito attivati anche nei confronti della comunità locale e celebrando la Santa Messa anche nelle chiese più distanti dal centro. Ma è sempre stato padre Giglio il catalizzatore del gruppo di nuovi sacerdoti giunti in paese che era riuscito ad avvicinare molte persone e a conquistare la loro fiducia. Per questo ad Aulla in molti sono scettici sull’inchiesta partita da Prato e sentita ora come un vero e proprio terremoto e i più preferiscono attendere prima di commentare.

    Don Giglio Gilioli era arrivato da Verona in Toscana nel 2005. A Prato fondò la comunità religiosa I discepoli dell’Annunciazione che ricevette la prima visita canonica nel 2013. Ne seguì un’altra nel 2018 voluta dalla Santa Sede. Poi pochi giorni prima del Natale dello scorso anno il Vaticano decise di sopprimere la Comunità religiosa. All’origine della drastica decisione assunta dal Vaticano vi sarebbero stati una serie di problemi fra i quali “forti perplessità sullo stile di governo del fondatore e sulla sua idoneità nel ricoprire tale ruolo” come evidenziato dal decreto del Vaticano. —

  • Papa Francesco sarà denunciato alle Nazioni Unite per aver nascosto il caso Próvolo

    Papa Francesco sarà denunciato alle Nazioni Unite per aver nascosto il caso Próvolo

    Per Máximo Paz, per ANRed – Le derivazioni dei casi enfatici verificatisi a Mendoza dai molteplici attacchi sessuali di preti su bambini sordi all’Istituto Cattolico Antonio Próvolo di Luján de Cuyo continuano il loro percorso di denuncia. Dopo che nel novembre dello scorso anno il reclamo ha raggiunto una marcata condanna nei confronti degli autori di abusi, le vittime, insieme ai loro avvocati, riveleranno all’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU) un documento contro il Vaticano che descriverà in dettaglio le accuse di azioni di occultamento nel processo di giudizio.

    Gli avvocati Sergio Salinas e Lucas Lecour – membri dell’Associazione Xumek, una comunità dedicata alla promozione e alla difesa dei diritti dei bambini – e quattro vittime dirette, su invito di Ending Clergy Abuse (ECA), una ONG dedicata all’argomento degli abusi sessuali perpetrati da religiosi in tutto il mondo, sarà la delegazione che presenterà il mese prossimo presso la sede delle Nazioni Unite a Ginevra, in Svizzera, un rapporto in cui Papa Francesco e la Chiesa cattolica saranno accusati di aver coperto gli atti criminali e la mancanza di collaborazione nel già storico processo noto come “Caso Provolo”. Denunce attraverso la relazione saranno formulate specificamente in seno al Comitato contro la tortura e al Comitato sui diritti dell’infanzia dell’organizzazione internazionale.

    Sebbene tale strumento di imputazione sia in istanze preparatorie, le accuse nei confronti della Chiesa per insufficiente collaborazione nel famoso caso scoppiato a Mendoza è stata una costante che ha formato un cardine durante il processo giudiziario, che ha finito per condannare il sacerdote Nicola Corradi, il sacerdote Horacio Hugo Corbacho e il giardiniere Armando Ramón Gómez, rispettivamente a 44, 45 e 18 anni di prigione. Ancora di più: dopo la sentenza dello scorso novembre, il commissario apostolico Alberto Bochatey ha pubblicato una dichiarazione intitolata “Se un membro soffre, tutti soffrono con lui”, dove cerca di negare la denuncia e di rendere conto, a modo suo, dell’effettiva collaborazione del chiostro cattolico, messo alle strette per le accuse contro di lui. Tale pubblicazione non è stata sufficiente per l’accusa che ha affrontato la causa chiamando a deporre Dante Simón – un inviato speciale di Papa Bergoglio per agire come informatore e amministratore dello scandaloso processo – partendo da una denuncia, in cui l’inviato è stato accusato di aver ostacolato il percorso probatorio, ostruzione alla giustizia, disobbedienza e falsa testimonianza.

    In tal senso, si osserva che sebbene il processo penale abbia trovato la sua condanna in prima istanza, resta da sapere cosa si determinerà nei processi che saranno condotti nella giurisdizione civile, dove verrà stabilito il corrispettivo risarcimento economico per le vittime. Il procedimento civile è contro l’Opera di San José, il nome legale dell’Istituto Próvolo e, in solido, l’Arcivescovo potrebbe essere responsabile. In quella zona procedurale, in cui è posta in gioco l’aspetto monetario, oltre alla punizione, la Chiesa, come determinata dalla difesa degli abusi sessuali, passa anche a verdetti contorti basati sui loro interessi materiali. Senza andare oltre, all’inizio del mese in corso, un avvocato patrocinante – anche un membro dell’organizzazione di appartenenza di Salinas e Lecour -, mandò una lettera a Bergoglio stesso per denunciare la Chiesa sul suo atteggiamento nei confronti di ciò che ora si sviluppa attraverso la giurisdizione civile. Lì dice: «Solo pochi giorni fa e dopo che il tribunale penale ha condannato gli accusati per gli eventi accaduti, in una dimostrazione esemplare di attivismo giudiziario, una Camera civile ha convocato le parti per cercare di raggiungere un accordo in modo che le vittime abbiano un risarcimento. Tutti i tentativi non hanno avuto successo, da allora una Camera civile ha convocato le parti per cercare di raggiungere un accordo affinché le vittime ottengano un risarcimento. Tutti i tentativi non hanno avuto successo, da allora il dialogo con la controparte è stato come negoziare con una compagnia di assicurazioni. La priorità della controparte era compensare sempre al minor costo possibile. Va chiarito che con meno della metà del denaro ricevuto dall’Associazione per la vendita della proprietà in cui ha lavorato, è sufficiente a risarcire le vittime (in riferimento a dove ha lavorato l’Istituto Próvolo, che è stato chiuso e venduto). Bochatey, ipocritamente, fa dichiarazioni pubbliche di solidarietà con le persone colpite ma, privatamente, protegge meschino la tasca di un ordine i cui membri hanno abusato sessualmente di persone sordomute a Verona, La Plata e Mendoza.»

    Le denunce in Europa si svolgeranno tra il 14 e il 22 febbraio. La delegazione, a nome di tutti gli abusati, terrà incontri con numerose entità internazionali e ONG, al fine di rendere visibile il caso pilota in Argentina a livello internazionale, che ha completamente svelato le azioni dei sacerdoti in relazione ai crimini sessuali verso minori e vulnerabili.

    Va aggiunto che l’Onu quest’anno valuterà il Vaticano – come Stato – in relazione alle sue prestazioni in conformità con i regolamenti che emergono dalla Convenzione contro la tortura e dalla Convenzione sui diritti dell’infanzia, con l’antecedente negativo nella ultime decisioni dell’organizzazione internazionale prese nel 2014 , dove si è concluso che “la Santa Sede ha violato la Convenzione nei casi in cui è stata denunciata di abuso e ignorato le accuse, e che, per quanto ne sappiamo, è accaduto almeno cinquanta volte”, ha affermato il relatore del caso dalla commissione contro la tortura, Felice Gaer.

    Il tour includerà anche un passaggio attraverso l’Italia, dove incontreranno le vittime che hanno subito gli stessi attacchi, abusi e crimini a Verona. Come atto conclusivo, il gruppo delegato ha richiesto una visita a Roma a Papa Francesco, oltre ad altre autorità ecclesiastiche, al fine di presentare di persona il problema trasformato in un paradigma sull’abuso sessuale religioso.

    Il silenzio in risposta alla richiesta di incontri, fino ad oggi, da parte dello Stato della Chiesa cattolica e del suo leader, l’ex cardinale di Buenos Aires Jorge Bergoglio, ora Papa Francesco, è totale. Appare solo l’eco delle ultime notizie conosciute del mondo religioso: i 50 rosari benedetti dal più alto funzionario vaticano dato a militari condannati per crimini contro l’umanità. Rete L’ABUSO

    (traduzione con Google)

  • Come (e perché) farla finita con il Concordato, e con l’interferenza del Vaticano sulla nostra vita

    Come (e perché) farla finita con il Concordato, e con l’interferenza del Vaticano sulla nostra vita

    Il cappellano di Corzano, don Francesco Piccinotti, vanta un record di cui non andar fieri. È lui il protagonista del primo caso noto di pedofilia di matrice clericale dopo la proclamazione del Regno d’Italia nel 1861. Era il 30 aprile 1864. In base all’accusa «del crimine di libidine contro natura», nei confronti di diverse persone, tra cui un bimbo di 7 anni, la Corte d’Assise di Milano lo condannò a sette anni di reclusione. Notizie di questo tipo in quegli anni erano rare. La profonda trasformazione dell’assetto geopolitico della Penisola in seguito alla breccia di Porta Pia e alla fine dello Stato Pontificio, nel 1870, contribuì a ridurre sensibilmente le possibilità che in Italia accadessero crimini del genere. Grazie al progressivo radicamento di un “sentimento” laico nell’opinione pubblica, il controllo da parte delle autorità civili nei confronti della popolazione clericale fu profondo e capillare.

    Nell’Archivio centrale dello Stato a Roma ci sono centinaia di faldoni dedicati alla schedatura, predisposta dai prefetti, di altrettanti sacerdoti con i “vizi” più disparati: gioco d’azzardo, alcool e così via. Si andò avanti così per alcuni decenni fino a quando, tra il 1904 e il 1907, una serie di scandali travolsero diversi istituti cattolici lungo tutto lo Stivale. Citiamo ad esempio il collegio dei Marianisti di Pallanza sul Lago Maggiore, il collegio Greco-Milanese dove erano state violentate delle ragazzine, una scuola di Trani in Puglia, l’Asilo della Consolata di Milano con il cosiddetto “Scandalo Fumagalli” (dal nome della sedicente suora Giuseppina Fumagalli che gestiva l’asilo), che vide l’arresto di cinque donne e di un prete, tale don Riva, per abusi sessuali su una fanciulla, e l’educatorio di Alassio in cui don Bretoni viene accusato di sevizie “sessuali” ai danni di un tredicenne. Stupri, maltrattamenti, abusi su adolescenti, fanciulle e bambini prepuberi: le accuse nei confronti di sacerdoti, educatori e, nel caso di Trani e Alassio, anche di suore, erano pesantissime. Sebbene non sempre risultassero del tutto verificate, le accuse evidenziavano un diffuso malessere anticlericale e antireligioso, e una pretesa di laicità dello Stato, che partivano da molto lontano nel tempo e che si propagarono grazie anche al fatto che gli spazi per la Chiesa nella scuola pubblica erano sempre più ridotti. Cosa di cui il Vaticano era perfettamente consapevole. Tanto è vero che il 5 agosto 1907, dopo l’ennesimo scandalo, questa volta al collegio dei Salesiani di Varazze, passò al contrattacco con un comunicato al vetriolo che accusava «la propaganda massonica e socialista di aver imbastito una campagna anticlericale e contro papa Pio X». A far saltare in aria la “polveriera” era stato il nipote quattordicenne dell’ex console francese presso il Regno di Sardegna, Alessandro Besson, il quale in un diario aveva descritto gli abusi subiti, messe nere in costume «interamente adamitico» e rapporti sessuali tra i frati, le suore del vicino collegio di Santa Caterina da Siena e alcuni alunni.

    Ben presto anche la stampa cattolica entrò nella mischia senza risparmiare colpi. E fu come gettare benzina sul fuoco. In quasi tutte le grandi città si svilupparono violenti moti anticlericali. Roma, Milano, Venezia, Pisa, Torino, e ancora Mantova, Livorno, Genova, Firenze e Palermo furono teatro delle proteste con un bilancio di un morto e 20 feriti. Un fatto inusuale nell’Italia di Giolitti, il quale di sicuro non poteva essere definito ostile alla Chiesa, ma che rientrava nel più ampio quadro della feroce disputa tra le istituzioni ecclesiastiche, che ambivano (come oggi) a conservare il monopolio secolare dell’educazione dei bambini, e la giovane scuola pubblica dello Stato italiano. La gestione esclusiva dell’educazione e dell’istruzione da parte della Chiesa si era bruscamente interrotta con l’unità d’Italia. Grazie anche a leggi come la Casati del 1859 e la Coppino del 1877 con cui, eccetto per le elementari, si decretò l’abrogazione dell’insegnamento della religione. Non a caso lo Stato unitario fu riconosciuto dal papa solo con l’avvento del fascismo. Come è noto, Mussolini ridette linfa al controllo ecclesiastico della società ripristinando subito l’insegnamento della religione attraverso la riforma Gentile (1923) e mettendo una pietra tombale sullo Stato laico nel 1929 con il Concordato.

    Dopo la fine della guerra e con il ripristino della democrazia, la saldatura tra clero e fascismo – foraggiata dai miliardi dei cittadini italiani regalati da Mussolini al papa come risarcimento per la breccia di Porta Pia e centrata sulla visione comune di una società patriarcale dove, solo per dirne qualcuna, la donna gode di diritti molto limitati e i figli sono di proprietà del padre (non vi ricorda il congresso sulla famiglia organizzato a Verona dalla Lega lo scorso marzo?) – fu solo in parte intaccata dai lavori dell’Assemblea costituente. La disputa tra laici e cattolici non produsse solo l’articolo 7 della Costituzione, che di fatto ha blindato i Patti lateranensi di cui il Concordato fa parte e i privilegi che da esso derivano per il mondo clericale. C’è difatti anche l’articolo 33 che riguarda la scuola e lascia la possibilità di istituire scuole private «senza oneri per lo Stato», demandando alla legge l’applicazione. Come ci ricorda la Uaar, «nel dopoguerra la quasi ininterrotta serie di ministri democristiani alla Pubblica istruzione lasciò più o meno invariata la situazione», e dopo il Concilio e il Sessantotto la discussione si incentrò soprattutto sulla qualità della scuola. «Ma l’elezione di Wojtyla a papa, e il ritorno del Vaticano a una visione integralista dell’educazione (sono gli anni dell’ascesa di Ruini, ndr), hanno portato prima all’approvazione delle modifiche del Concordato nel 1985, poi a richieste sempre più pressanti di finanziare l’esangue diplomificio cattolico» prontamente soddisfatte da governi di ogni colore a scapito della scuola pubblica e in spregio alla Costituzione.

    Si parla tanto di discontinuità del Conte 2 dal Conte 1, molto meno, per non dire mai, di discontinuità con tutto ciò che rappresenta il passato fascista (e in varie forme anche il presente) del nostro Paese. L’abolizione del Concordato, il trattato internazionale che regola i rapporti tra l’Italia e la Santa sede con l’imprinting di Mussolini, sarebbe un importante segnale in questa direzione. E con una fava si prenderebbero i classici due piccioni, o forse anche di più. L’eliminazione dell’articolo 4 del Concordato – nel quale si dà facoltà ai vescovi di non collaborare con le nostre autorità – segnerebbe infatti anche la fine della limitazione formale e sostanziale all’attività della magistratura specie nei casi di pedofilia che hanno come sospettato un prete. Non sarebbe cosa da poco. Con picchi di inaudita diffusione negli ultimi 50 anni, la storia d’Italia è attraversata da vicende come quella di don Piccinotti. A fine agosto del 2018 il gesuita tedesco Hans Zollner, membro della Pontificia commissione per la tutela dei minori (istituita del 2015 da papa Francesco) e presidente del Centre for Child Protection della Pontificia università gregoriana, in un’intervista all’AgenSir, l’agenzia dei vescovi, ha significativamente dichiarato: «Troppi sacerdoti, tra il 4 e il 6 per cento nell’arco di 50 anni (1950-2000), hanno agito contro il Vangelo e contro le leggi». Si riferiva agli scandali sugli abusi della Chiesa in Pennsylvania tuttavia ha poi aggiunto: «Sarebbe stupido pensare che in altri Paesi come l’Italia non sia accaduto lo stesso». Queste dichiarazioni sono state completamente ignorate dai media italiani (tranne Left), ma per farsi un’idea delle dimensioni del fenomeno che Stato e Chiesa non vogliono affrontare basti dire che in Italia risiede la più ampia popolazione ecclesiastica del mondo, circa 30mila persone.

    Il 2019 si è chiuso con l’annuncio della Santa sede dell’eliminazione del segreto pontificio sui processi per pedofilia. D’ora in poi, se abbiamo interpretato correttamente la dichiarazione ufficiale del segretario di Stato il cardinale Parolin, le magistrature civili di qualsiasi Paese potranno richiedere l’accesso agli atti dei processi canonici e agli archivi delle diocesi. Il segreto pontificio è uno dei principali “responsabili” della diffusione esponenziale della pedofilia di matrice clericale nel mondo. Pertanto, siamo in presenza di un importante segnale in direzione della trasparenza e della collaborazione con le istituzioni straniere e internazionali. Quale migliore occasione per il governo italiano di alzare il telefono e chiedere a papa Francesco un incontro per rivedere gli accordi del 1929-85? L’articolo 7 della Costituzione lo permette: «Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani. I loro rapporti sono regolati dai Patti Lateranensi. Le modificazioni dei Patti, accettate dalle due parti, non richiedono procedimento di revisione costituzionale». Quindi, contrariamente a quello che alcuni sostengono, il Concordato può essere abolito o modificato. In questo caso i Patti subirebbero una modifica, come del resto è accaduto nel 1985 rispetto a quelli del 1929. Insomma, rivedere un trattato internazionale non è un’impresa impossibile. Anzi. Occorre per prima cosa la volontà politica dei nostri “governanti”, dopo di che si alza il telefono e si chiede alla controparte di incontrarsi per avviare una trattativa. Tanto più ora è possibile farlo dato l’avanzato processo di secolarizzazione della società italiana. Se non altro lo è molto di più rispetto al 1929 e al 1985. Quindi la “volontà politica” avrebbe le spalle coperte dal sentire popolare. In tal senso, l’abolizione (o una modifica significativa) del Concordato avrebbe anche una profonda valenza di ordine “socio-culturale”. Significherebbe rimettere in discussione, in coerenza con il processo di secolarizzazione della società italiana, il peso – enorme e ingiustificato – dell’insegnamento della religione cattolica nella scuola pubblica. Si darebbe così un enorme contributo a riportare l’articolo 33 nei binari di una visione laica della scuola e della società in generale, quindi dello Stato. Laicità che non a caso la Corte costituzionale in ben tre sentenze ha definito uno dei pilastri della nostra democrazia. Aggiungiamo noi: insieme all’antifascismo.

    Come (e perché) farla finita con il Concordato, e con l’interferenza del Vaticano sulla nostra vita