Un prete è stato arrestato dai carabinieri di Termini Imerese, comune in provincia di Palermo, per prostituzione minorile aggravata. Secondo quanto affermato dal gip del Tribunale di Palermo Fabio Pilato nell’ordinanza di custodia cautelare che ha portato dietro le sbarre il parroco 63enne, originario di Caltavuturo, che esercita il suo ministero a San Feliciano Magione, un piccolo borgo in provincia di Perugia, il sacerdote attuava un “perverso modus operandi” in “totale spregio dei principi di etica e di religiosità che dovrebbero ispirare il suo comportamento”. Ai domiciliari anche la madre del ragazzino 17enne.
Il prete al minorenne: “Mandami il video”
Come riportato dall’AdnKronos, il gip avrebbe in particolare citato una telefonata in cui il prete “pur dimostrandosi compiaciuto del video a contenuto sessuale ricevuto” dal ragazzo minorenne, “ne pretende un secondo di identico contenuto dov’è possibile vedere anche il volto del minore al momento dell’orgasmo”. Il sacerdote avrebbe infatti detto al giovane: “Mandamene uno dove si vede il tuo volto mentre godi…che mi piace molto..”. Il minorenne avrebbe quindi a quel punto avanzato una richiesta di danaro e il sacerdote gli avrebbe risposto “rammentando al suo giovane interlocutore che già in passato gli aveva mandato dei soldi”.
Ecco il dialogo tra i due: “Va bene…si vedrà…Poi ci dico…il regalino non lo deve fare? Non…non pretendo…se…se lo vuole fare…se non lo vuole fare…niente!”, dice il ragazzo. E l’uomo di chiesa: “Non ho capito…”. “Ci dico il regalino me lo vuole fare però?”, chiede il minorenne. Il prete risponde: “Eh ma quante volte ti devo fare sto regalino…una volta ti ho mandato pure i soldini…non hai fatto niente lo stesso…”. Il religioso avrebbe quindi insistito ancora una volta: “Mandami questo video come ti ho detto io…”.“Oppure fai un video in diretta…”, gli dice ancora. Il prete avrebbe anche espresso il desiderio di fare l’amore in tre perché non lo aveva mai fatto.
Nell’ordinanza di custodia cautelare il gip ha anche scritto che il parroco era “aduso a pratiche sessuali illecite” che ne rivelano “anche le sistematiche modalità di consumazione, la pervicacia e l’insistenza nell’avanzare le richieste, sempre dietro la prospettazione di una ricompensa economica conseguita al soddisfacimento degli istinti perversi”. Il sacerdote umbro, rinchiuso nel carcere di Spoleto, è accusato di avere fatto sesso, a distanza via chat, con un minore in cambio di un compenso in soldi, con la complicità della madre 51enne del ragazzo, finita appunto ai domiciliari. Il gip Pilato ha parlato di “rapporti intrattenuti dal parroco con i soggetti minori coinvolti nelle sue trame”, e di “paradigma della sequenza criminale, costituita dalle richieste di prestazioni sessuali -essenzialmente incentrate su filmati e videochat -, in cambio della dazione di danaro”.
Usava le offerte dei fedeli
Il sacerdote, secondo quanto emerso dalle indagini condotte dai carabinieri della compagnia di Termini Imerese, avrebbe anche saputo impostare un gioco psicologico di dipendenza, oltre che di affetto, inducendo in tentazione le sue giovani vittime attraverso ricompense economiche, approfittando anche dei bisogni economici dei minorenni e delle loro origini umili. Il prete e la donna sono ora indagati per prostituzione minorile aggravata. Sempre in cambio di piccole somme di denaro, il sacerdote avrebbe ottenuto dalla madre il permesso di compiere atti sessuali a distanza con il figlio e avrebbe anche scambiato materiale pornografico tramite i social. Il religioso avrebbe pagato utilizzando anche i soldi delle offerte dei fedeli. Durante la telefonata finita agli atti avrebbe infatti spiegato la sua impossibilità al pagamento, a meno che non fosse arrivato qualcosa al di fuori del suo stipendio ordinario. Probabilmente le offerte dei suoi parrocchiani.
Il gip: “Alcun freno inibitore”
Come scritto dal gip nell’ordinanza, il 63enne “ha dimostrato di non saper anteporre alcun freno inibitore ai desideri compulsivi nutriti”. E cita alcune conversazioni intercettate “in cui, pur dinanzi al malessere del minorenne che prospettava l’esigenza di prendere dei farmaci” il prete “non ha esitato a richiedere ugualmente l’esibizione sessuale tramite videochiamata”. Inoltre, anche davanti al rischio di venire denunciato se non avesse pagato, l’indagato non avrebbe disdegnato la possibilità di ricevere un video dal ragazzo che lo minacciava, continuando il gioco perverso iniziato con la sua giovane vittima.
La madre del minorenne “ha dimostrato di essere consapevole della natura dei rapporti fra il figlio ed il parroco e di trattenere una parte delle somme che questi invia come corrispettivo per il perverso scambio di prestazioni”. Ci sarebbe infatti una conversazione risalente al 28 maggio 2021 che svelerebbe la consapevolezza dell’indagata. Nella conversazione la donna inviterebbe il figlio a “mandare un video a padre Vincenzo per avere in cambio dei soldi, suggerendogli al contempo di prospettare al sacerdote uno stato di necessità”. Vincenzo Esposito
Pedofilia: prete arrestato, ordinanza ‘privo di autocontrollo e in preda ai suoi impulsi’
Arrestato con l’accusa di prostituzione minorile il sacerdote di San Feliciano. Si tratta di Don Vincenzo Esposito, 63 anni, originario di Caltavuturo, nel Palermitano, titolare della parrocchia di San Feliciano a Magione. Agli arresti domiciliari è finita, invece, una donna di 50 anni, la madre della vittima che di anni ne ha 17: è con questo ragazzo che il sacerdote avrebbe compiuto atti sessuali. Secondo le indagini dei militari la donna avrebbe acconsentito, ricevendo denaro, che il figlio in chat avesse rapporti virtuali con il sacerdote.
Il sacerdote arrestato dai Carabinieri di Termini Imerese (Palermo) per prostituzione minorile aggravata attuava un “perverso modus operandi” in “totale spregio dei principi di etica e di religiosità che dovrebbero ispirare il suo comportamento”. Sono le dure parole usate dal gip Fabio Pilato nell’ordinanza di custodia cautelare che ha portato in carcere a Spoleto il parroco, e ai domiciliari la madre del minore. In particolare il gip, come apprende l’Adnkronos, cita una telefonata in cui il prete “pur dimostrandosi compiaciuto del video a contenuto sessuale ricevuto” dal ragazzo di 17 anni, “ne pretende un secondo di identico contenuto dov’è possibile vedere anche il volto del minore al momento dell’orgasmo”. “Mandamene uno dove si vede il tuo volto mentre godi…che mi piace molto..”, dice il prete al giovane. “Dinanzi alla richiesta di danaro formulata dal ragazzo” il prete “risponde rammentando al suo giovane interlocutore che già in passato gli aveva mandato dei soldi”.
Ecco il dialogo tra i due: “Va bene…si vedrà…Poi ci dico…il regalino non lo deve fare? Non…non pretendo…se…se lo vuole fare…se non lo vuole fare…niente!”, dice il ragazzo. E il prete: “Non ho capito…”. “Ci dico il regalino me lo vuole fare però?”, replica il ragazzino. “Eh ma quante volte di devo fare sto regalino…una volta ti ho mandato pure i soldini…non hai fatto niente lo stesso…”, risponde il religioso.
“Mandami questo video come ti ho detto io…”, insiste il prete. “No no no…[incomprensibile poiché le voci sono sovrapposte]…”. “Oppure fai un video in diretta…”, gli dice ancora.
Sebbene allo stato della discovery delle indagini, non sia affiorata la prova certa di incontri diretti o rapporti sessuali avvenuti di presenza fra il parroco ed i minori, si delinea ugualmente una condotta di estrema gravità penalmente rilevante, potendo affermarsi che, con cadenza quasi giornaliera” il sacerdote arrestato “è solito intrattenere rapporti telematici di natura esclusivamente sessuale con soggetti di minore età, li induca a compiere atti di autoerotismo, talvolta in presenza fra di loro, dietro la promessa e corresponsione di somme di denaro che vengono caricate sulle carte post pay in uso ai minori stessi”. E’ quanto scrive, come apprende l’Adnkronos, il gip di Palermo Fabio Pilato nella ordinanza di custodia cautelare che ha portato in carcere il prete umbro per prostituzione minorile aggravata.
L’intervento del Cardinale Gualtiero Bassetti – L’Archidiocesi di Perugia-Città della Pieve prende atto con stupore e dolore della notizia circa l’arresto del Sac. Vincenzo Esposito, Parroco di San Feliciano (Pg), e assicura la più completa disponibilità alla collaborazione con l’autorità giudiziaria per il raggiungimento della verità dei fatti.
Secondo le prime informazioni raccolte dall’Archidiocesi – che al momento non ha ricevuto comunicazioni ufficiali da parte dell’autorità giudiziaria – don Vincenzo Esposito è accusato di prostituzione minorile.
Al riguardo l’Archidiocesi ritiene di dover precisare che mai alcuna segnalazione è giunta all’Autorità ecclesiastica relativa ai fatti oggetto dell’indagine. Rimane comunque prioritario l’impegno ad approfondire con diligenza i fatti, applicando le indicazioni dettate dalla normativa canonica e seguire le eventuali indicazioni offerte dalla Santa Sede.
L’Arcivescovo di Perugia-Città della Pieve, Sua Eminenza Card. Gualtiero Bassetti, profondamente rattristato, esprime la propria vicinanza, umana e spirituale, alla comunità parrocchiale di San Feliciano e in particolare a tutti coloro che sono coinvolti nella vicenda.
“Il linguaggio esplicito e monotematico utilizzato dimostra come le relazioni intrattenute dal parroco con i suoi giovani interlocutori non trovino fondamento nel ministero del sacerdozio o in ragioni di assistenza sociale, ed obbediscano esclusivamente alle irrefrenabili esigenze di soddisfacimento di insani impulsi sessuali – dice – Non sussiste infatti nessuna conversazione che lasci solo ipotizzare che le dazioni di danaro fossero ispirate a ragioni di solidarietà, di aiuto o di beneficenza da parte del prete nei confronti di soggetti poco abbienti”.
privo di poteri di autocontrollo
Ecco alcuni stralci di intercettazioni: “”Cosa fareste tu e D. insieme a me?”, chiede il parroco a un ragazzino. E lui: “Tu lo sai cosa faremmo”. “Dimmelo”. E ancora: “Tu da che parte vuoi stare?”. Seguono altre frasi piene di volgarità. “Potreste fare cambio”. “Una volta l’uno!”, dice il ragazzino. “Va bene” risponde il prete.
“Padre, niente mi manda a me che sono senza una lira?…”. “No, perché non ho niente ho solo pochi soldi ormai li ho promesso a F. ed anche ad A. tu…questa sera parliamo, va bene?”. “Dieci euro che mi compro le sigarette, padre”. E’ la conversazione tra uno dei ragazzi minorenni che si prostituivano con il parroco di Perugia arrestato dai carabinieri di Termini Imerese (Palermo). Sesso virtuale in cambio di soldi. Come si evince dall’ordinanza visionata dall’Adnkronos. “Ora vediamo, poi parliamo…ok”, dice il parroco al ragazzino che chiede soldi. “Padre a me mi deve dire una parola si o no …”. “Te l’ho detto ora vediamo eh…”. “Caso mai ti mando dieci euro con A., va bene?”. E il minore risponde: “Va bene…”. Il tutto in cambio di sesso via chat e video.
Non ha freni inibitori a desideri compulsivi nutriti
Caccia ai precedenti
Esposito avrebbe compiuto atti sessuali a distanza con il minorenne in cambio di piccole somme di denaro pagate alla madre. Potrebbe non essere stato l’unico episodio. Si indaga, infatti, per accertare se altri minorenni siano stati adescati in rete dal sacerdote che ormai da anni vive lontano dalla Sicilia.
Ordinanza ‘prestazioni sessuali in cambio carte prepagate o telefoniche’ (Ter/Adnkronos)
“Dalle risultanze delle conversazioni captate a seguito delle autorizzate intercettazioni telefoniche e telematiche è risultato che” il sacerdote di Perugia arrestato per prostituzione minorile aggravata “con cadenza e frequenza giornaliera”, fosse “solito contattare ragazzi minorenni di sesso maschile originari di Termini Imerese e delle zone limitrofe con i quali effettua delle videochiamate a sfondo sessuale mediante le applicazioni whatsapp o messenger, chiamate durante le quali i minori compiono atti di autoerotismo dietro la promessa e corresponsione di somme di denaro che poi vengono caricate dall’indagato su carte post pay in uso ai minori”. E’ quanto scrive nell’ordinanza di custodia cautelare il gip Fabio Pilato. “La condotta – il più delle volte – consiste in un iniziale accordo telefonico cui segue la videochiamata e il pagamento”.
“In alternativa, da quanto emerso nel corso delle attività di captazione, sempre utilizzando le stesse applicazioni”, il prete si faceva “inviare dei video nei quali gli interlocutori compiono atti di autoerotismo o si mostrano senza vestiti”.
“A seguito delle videochiamate intercorse con i minori” il sacerdote “è solito effettuare ricariche telefoniche ai minori autori delle prestazioni sessuali o pagamenti su carte prepagate poste pay nella disponibilità dei minori”. “La prova del fatto che le prestazioni sessuali venivano fatte dietro corresponsione ai minori di una somma di denaro o di altre utilità emerge sia dal contenuto esplicito, chiaro e non criptico delle conversazioni captate con le vittime, sia dagli accertamenti bancari – in parte ancora in corso – che hanno consentito di verificare, per taluni episodi la corrispondenza tra la data della videochiamata durante la quale avveniva la prestazione sessuale dei minori e il versamento delle somme da parte” del prete arrestato.
«Sono innocente». E’ quanto ha detto don Vincenzo Esposito al proprio avvocato Renato Vazzana del foro di Termini Imerese (Palermo). “Conosco bene la persona, ovviamente sono meravigliato di tutto”. Lo ha detto all’Adnkronos l’avvocato Renato Vazzana, il legale del prete di Perugia, ma originario di Caltavuturo (Palermo) arrestato oggi per prostituzione minorile aggravata. Il religioso è stato arrestato vicino Perugia e orsa è detenuto a Spoleto. “Ho parlato con lui durante l’arresto – dice il legale – e l’ho trovato molto sereno seppure amareggiato. E’ molto agguerrito. Domani nell’interrogatorio andrà a contestare tutte le accuse”.
di Riccardo Lo Verso – Il sacerdote, 63 anni originario di Palermo, è in carcere a Spoleto: secondo l’accusa avrebbe compiuto atti sessuali a distanza sfruttando le chat dei social network. Ai domiciliari la madre del minore, che era complice. Il gip: «Spregio di ogni religiosità»
L’accusa è pesantissima: prostituzione minorile. In carcere è finito il parroco di una chiesa in provincia di Perugia. Gli arresti domiciliari, invece, sono stati concessi alla madre del ragazzo (un 17enne), una donna di 50 anni, con cui il sacerdote avrebbe compiuto atti sessuali a distanza, sfruttando le chat dei social network. L’ordinanza di custodia cautelare è firmata dal giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Palermo. Che parla di «perverso modus operandi in spregio a principi religiosità».
Da Palermo
Il prete è originario di Caltavuturo, nel Palermitano, ha 63 anni ed è parroco nel piccolo borgo di San Feliciano, una frazione del comune di Magione, in provincia di Perugia. Ora si trova in carcere a Spoleto. È una storia di profondo degrado quella ricostruita dalla Procura di Palermo e dai carabinieri della compagnia di Termini Imerese.
L’ordinanza
Secondo l’agenzia AdnKronos, il Gip nell’ordinanza cita una telefonata in cui il prete «pur dimostrandosi compiaciuto del video a contenuto sessuale ricevuto» dal ragazzo di 17 anni, «ne pretende un secondo di identico contenuto dov’è possibile vedere anche il volto del minore al momento dell’orgasmo». «Mandamene uno dove si vede il tuo volto mentre godi…che mi piace molto..», dice il prete al giovane. «Dinanzi alla richiesta di danaro formulata dal ragazzo» il prete «risponde rammentando al suo giovane interlocutore che già in passato gli aveva mandato dei soldi». Segue poi una serie di altre conversazioni di contenuto molto esplicito.
Caccia ai precedenti
Esposito avrebbe compiuto atti sessuali a distanza con il minorenne in cambio di piccole somme di denaro pagate alla madre. Potrebbe non essere stato l’unico episodio. Si indaga, infatti, per accertare se altri minorenni siano stati adescati in rete dal sacerdote che ormai da anni vive lontano dalla Sicilia.
ATTENZIONE: questa storia contiene dettagli che alcuni lettori potrebbero trovare angoscianti.
L’arcivescovo di Ottawa-Cornwall, Marcel Damphousse, ha presentato lunedì scuse formali agli indigeni per il ruolo della Chiesa cattolica nel sistema scolastico residenziale.
Ha anche invitato a scusarsi anche papa Francesco, il capo globale della chiesa di circa 1,3 miliardi di persone.
Le scuse sono l’ultima espressione di contrizione da parte di un leader cattolico canadese da quando la Tk’emlúps te Secwépemc First Nation ha annunciato la scoperta di quelli che si ritiene siano i luoghi di sepoltura non contrassegnati dei resti di bambini adiacenti a un’ex scuola residenziale a Kamloops, BC. scuse simili dagli arcivescovi di Vancouver e Regina .
Abbiamo peccato contro i nostri fratelli e sorelle affidati alle nostre cure.– L’arcivescovo Marcel Damphousse
Più di 150.000 bambini indigeni sono stati separati dalle loro famiglie e costretti a frequentare le scuole residenziali in tutto il Canada tra il 1880 e il 1996, molti dei quali hanno subito abusi fisici, sessuali e psicologici. La maggior parte delle scuole erano gestite da confessioni cattoliche per conto del governo federale.
“Estendiamo le mie sincere scuse per il coinvolgimento della Chiesa cattolica nel sistema scolastico residenziale e prego per la guarigione mentre la chiesa in Canada percorre il sentiero della riconciliazione con gli indigeni della nostra comunità”, ha detto Damphousse in un video pubblicato sul canale YouTube dell’arcidiocesi in occasione della Giornata nazionale dei popoli indigeni.
“Aggiungo la mia voce a coloro che chiedono al Santo Padre scuse per i popoli indigeni”.
Le scuse vengono dopo il processo di apprendimento, dice l’arcivescovo
Nel video, Damphousse ha affermato che la scoperta di Kamloops lo ha spinto a leggere, ascoltare e conoscere meglio l’impatto del sistema scolastico residenziale sulle popolazioni indigene.
“I resoconti che abbiamo ascoltato sia nel rapporto Verità e riconciliazione che più recentemente in queste ultime settimane dell’esperienza di molti studenti indigeni delle scuole residenziali erano vergognosi”, ha detto Damphousse.
“Come chiesa, non solo non siamo riusciti ad essere autentici testimoni della bontà di Gesù Cristo, ma abbiamo peccato contro i nostri fratelli e sorelle affidati alle nostre cure”.
Ma una sopravvissuta alla scuola residenziale locale dice di essere arrabbiata per quanto poco l’arcivescovo sapesse delle scuole residenziali.
Evelyn Korkmaz è stata costretta ad andare alla scuola residenziale di St. Anne, gestita dalla Chiesa cattolica a Fort Albany, nell’Ont. Ha detto che Damphousse deve prima imparare di più sul sistema scolastico residenziale.
“Come puoi scusarti sinceramente se non sai nemmeno di cosa ti stai scusando?”
In un’intervista all’Ottawa Morning di CBC Radio all’inizio di questo mese, Damphousse ha ammesso di sapere poco della storia o dell’eredità delle scuole residenziali, un commento che ha suscitato critiche dall’ex commissario della TRC Marie Wilson, che ha affermato che la commissione ha specificamente invitato le chiese a educare i loro membri sul loro ruolo in quel capitolo della storia canadese.
Damphousse ha detto che da allora ha contattato il Kateri Native Ministry di Ottawa, una chiesa situata su Bronson Avenue intitolata a Saint Kateri Tekakwitha, la prima indigena nordamericana ad essere santificata.
Damphousse ha affermato di aver “chiesto aiuto” per imparare come supportare al meglio la comunità indigena locale.
“Ho ascoltato le richieste di azioni concrete che possiamo intraprendere, inclusa la partecipazione e la promozione di incontri di ascolto con le popolazioni indigene nella nostra arcidiocesi, lavorando con le popolazioni indigene nel fornire istruzione al nostro clero e ai parrocchiani facilitata dalle popolazioni indigene”, ha affermato Damphousse.
Korkmaz ha detto che le scuse non andranno abbastanza lontano e vuole che Damphousse solleciti il Vaticano a rilasciare documenti relativi alle scuole residenziali.
“È un inizio per riconoscere i torti… che la chiesa ha fatto al nostro popolo oa me stesso, ma dopo le scuse, abbiamo bisogno di azioni concrete”, ha detto.
Francesco ha chiesto la guarigione , ma ha smesso di scusarsi per il ruolo della Chiesa cattolica nella gestione delle scuole, anche dopo che il primo ministro Justin Trudeau gli ha chiesto personalmente di considerare un tale gesto durante una visita del 2018 in Vaticano. Le scuse papali erano una delle 94 raccomandazioni formulate dalla TRC.
Nelle osservazioni pronunciate in Piazza San Pietro all’inizio di questo mese, Francis ha affermato di essere addolorato per la scoperta di Kamloops e ha chiesto il rispetto dei diritti e della cultura delle popolazioni indigene.
Il supporto è disponibile per chiunque sia interessato dalla propria esperienza nelle scuole residenziali e per coloro che sono stati attivati dagli ultimi rapporti.
È stata istituita una linea nazionale di crisi della scuola residenziale indiana per fornire supporto agli ex studenti e alle persone colpite. Le persone possono accedere ai servizi di riferimento emotivo e di crisi chiamando la linea nazionale di crisi 24 ore su 24: 1-866-925-4419.
A due anni dall’entrata in vigore del Motu proprio che avrebbe dovuto dettare l’applicazione – come spiega padre Hans Zollner, soprattutto per le gerarchie – di rigide regole affinché i casi di abuso sessuale non venissero più insabbiati, ora vediamo essere lo stesso Vaticano a non dare applicazione a quelle sue stesse norme, propinate nelle aspettative come “rivoluzionarie”.
La prima testimonianza arriva proprio dal vescovo di Piazza Armerina, mons. Rosario Gisana il quale, su don Giuseppe Rugolo, dichiara al Resto del Carlino “di avere informato la Congregazione della Fede, la quale avrebbe poi rispedito tutto al mittente spiegando che non interessava”. Ma Gisana non si ferma. “Per scrupolo – prosegue – ho mandato tutto alla Segreteria di Stato e mi hanno risposto con la stessa dicitura”.
Trasferito poi a Ferrara, ufficialmente per motivi di studio, don Giuseppe Rugolo – come lui stesso dichiara in questo video – continuava, malgrado le denunce, a lavorare a stretto contatto con minori, tanto che nel video annuncia un campo con i “ragazzi” dal 22 al 29 agosto 2020.
Quello di Enna è solo l’ultimo dei casi presi a campione e accaduti dal 1 giugno del 2019, ovvero da quando il Motu proprio è diventato legge.
Nella diffida citiamo altri tre casi, il primo è quello dei chierichetti del papa, il cui processo si è svolto in Vaticano. Avrebbe dovuto dare un segnale forte ed esemplare e, invece, vediamo scomparire da quel processo proprio chi realmente insabbiò il caso, questo secondo l’accusa dello stesso Vicario Giudiziale Andrea Stabellini.
Il secondo caso, quello di Padre Bucci solleva l’operato della diocesi guidata da Bagnasco ma anche quello neo eletto vescovo di Genova Marco Tasca che, avvisato dalla stessa associazione Rete L’ABUSO di un caso di cui omettevamo il nome del sacerdote – quello di padre Bucci – ci rispose, ma non volle nemmeno sapere chi fosse il frate in questione, neanche a titolo di prevenzione.
Questa diffida ad adempiere (testo integrale) da parte dei sopravvissuti – ad applicare seriamente il Motu proprio – è solo un primo atto formale che avrà seguito, questa volta limitato nei confronti di uno stato estero che si è autopromosso in rappresentanza delle vittime, che però non rappresenta affatto e che, formalmente, lo ribadiscono e rinnegano con il presente atto.
Noi sopravvissuti non intendiamo essere indiretti complici di una campagna criminale che continua a produrre vittime di un un Vaticano che dimostra, ancora oggi, di voler tutelare solo ed unicamente se stesso e come vediamo continua a mettere in secondo piano la salute psicofisica dei minori, per il 90% cattolici, ad esso affidati ingenuamente .
Continuano a pervenire segnalazioni alla Rete L’ABUSO, sul sacerdote di Enna, don Giuseppe Rugolo, nascosto a Ferrara, con la compiacenza del vescovo Perego.
Qui uno stralcio della messa del 15 agosto 2020 che si commenta da se, sollevando la fallimentare tolleranza zero.
Gli avvocati che rappresentano Alexis Nunez hanno presentato una mozione per costringere la Watchtower Bible and Tract Society di New York a consegnare almeno 10 pagine dei dettagliati resoconti sull’aggressore Max Reyes e tre delle sue vittime, tra cui Nunez.
Secondo i documenti presentati al tribunale della contea di Sanders Montana, l’avvocato della Watchtower, Joel Taylor, ha inviato tramite e-mail tre delle dieci pagine in questione al team di Nunez alla vigilia dell’ultimo giorno del processo del 2018 tenutosi a Thompson Falls Montana. Taylor ha presentato i documenti sensibili come parte della sua strategia delle dichiarazioni conclusive del giorno successivo.
Le tre pagine in questione sono state ora rese pubbliche, ma gli avvocati di Nunez chiedono che venga rilasciato l’intero dossier di 10 pagine.
Le pagine del database rivelano la scioccante portata delle indagini interne riguardo gli abusi sui minori, inclusa la rivelazione che i direttori dell’Ufficio legale della Watchtower registrano se le vittime di abusi sono o meno “partecipanti volontari” ai propri abusi sessuali.
Profilo delle vittime di pedofilia dei Testimoni di Geova
I documenti includono le note prese dagli Anziani dei Testimoni di Geova e le risposte alle domande poste dal Dipartimento Legale della Watchtower di New York, oltre a dati aggiuntivi utilizzati dal Reparto Servizio dei Testimoni per determinare come dovrebbero essere gestiti gli autori di abusi e le vittime all’interno della congregazione.
Le vittime, bambini minori, considerati come “partecipanti volontari” ai propri abusi vengono trattati come degli adulti e sottoposti ad udienze giudiziarie e disassociazione.
Testimone della Watchtower identificato come ulteriore aggressore di Nunez
Nella mozione di 112 pagine per costringere la Watchtower a rilasciare i documenti del database, il team legale di Nunez ha rivelato che il testimone chiave della Watchtower, Peter McGowan, aveva confessato nel 2014 agli Anziani di Polson Montana che anche lui aveva molestato Alexis Nunez.
Questa informazione non era stata resa pubblica fino ad ora.
Durante il processo del 2018, Peter McGowan aveva testimoniato a favore della Watchtower, affermando che nel 2004 aveva rivelato a sua sorella di essere stato abusato sessualmente dal suo patrigno Max Reyes. L’avvocato della Watchtower, Joel Taylor, ha presentato la testimonianza di Peter per stabilire che le sue comunicazioni con l’Anziano Don Herberger di Thompson Falls erano riservate. Taylor ha anche chiesto a Peter di una conversazione con sua sorella Holly McGowan in cui Holly aveva menzionato una possibile causa contro Max Reyes.
Peter ha dichiarato: “Mi ha chiamato e voleva partecipare a una causa che lei e mio padre stavano cercando di presentare contro Max. E non mi sentivo davvero a mio agio. Volevo solo – le ho detto che volevo lasciare tutto alle spalle e andare avanti con la mia vita “.
La testimonianza di Peter McGowan al processo nel 2018 sembra gettare notevole luce sui motivi per cui Peter ha rifiutato di partecipare a qualsiasi controversia contro l’organizzazione Watchtower. Nonostante abbia scelto di rimanere nella chiesa, la sua ammissione di aver abusato sessualmente della propria nipote lo pone in una posizione compromettente.
Lettera della Watchtower al querelante che identifica Peter McGowan come ulteriore aggressore di Nunez
La giuria del processo del 2018 non aveva mai analizzato le prove che Peter McGowan avesse molestato l’imputato. Questa informazione non riguardava la negligenza legale sostenuta da Nunez, in cui il problema era la mancata denuncia da parte della Watchtower ai sensi della legge del Montana. Le circostanze sono cambiate ora che il caso è tornato al tribunale della contea di Sanders dove Nunez ha citato in giudizio la Watchtower per negligenza di diritto comune.
Il processo del 2018 si era concentrato sulle prove del fatto che gli Anziani di Thompson Falls avevano violato le leggi del Montana sulla denuncia degli abusi, quando hanno appreso degli abusi di Holly e Peter McGowan, la zia e lo zio di Nunez. Nunez ha sostenuto che questo ha portato al suo abuso prima, durante e dopo la disassociazione di Max Reyes, il suo nonno adottivo. La Watchtower ha presentato ricorso contro il verdetto e nel gennaio 2020 la Corte Suprema del Montana ha stabilito che gli Anziani dei Testimoni di Geova erano legalmente esentati dall’obbligo di denuncia. I Testimoni di Geova hanno affermato che la loro chiesa ha beneficiato dell’eccezione di riservatezza nella legge del Montana.
Nunez ha immediatamente portato il caso davanti al tribunale della contea di Sanders, sostenendo che da quando il giudice Manly aveva stabilito, nel 2018, che gli Anziani avevano violato le leggi sulla denuncia, non ha mai avuto l’opportunità di sostenere le sue accuse riguardo la negligenza di diritto comune. In altre parole, anche se gli Anziani della Watchtower erano legalmente esentati dal denunciare gli abusi su Nunez, la congregazione e la Watchtower possono ancora essere ritenute responsabili di negligenza.
Perché richiedere le pagine del database?
Anche se l’organizzazione Watchtower continua a raccogliere grandi quantità di dati relativi a crimini sessuali, criminali e vittime, i sopravvissuti chiedono risposte sul motivo per cui queste informazioni sono detenute da un’istituzione religiosa e non vengono prontamente trasmesse alle autorità competenti.
I Testimoni di Geova attualmente seguono una politica in base alla quale agli Anziani locali viene impedito di denunciare gli abusi sui minori a meno che la società madre Watchtower non sia in grado di trovare un’eccezione legale all’obbligo di denuncia. L’ufficio legale della Watchtower ha preso la posizione che ciò che è buono per la Chiesa Cattolica è buono anche per i testimoni di Geova. I Testimoni credono di poter proiettare il modello confessionale cattolico a tutte le comunicazioni tra i loro fedeli e i gli Anziani, indipendentemente dal fatto che le comunicazioni siano avvenute in un contesto confessionale o meno.
Il modello cattolico è stato originariamente istituito per proteggere le comunicazioni tra un singolo confessore e il suo sacerdote, ma i Testimoni di Geova espandono la definizione di comunicazioni protette per includere l’intero corpo degli Anziani e tutte le conversazioni con chiunque sia coinvolto in presunte trasgressioni.
Oltre alle affermazioni di riservatezza clericale sostenute dai Testimoni, il privilegio avvocato-cliente è diventato un fattore decisivo e motivo chiave per cui agli Anziani dei Testimoni viene chiesto di chiamare prontamente l’Ufficio legale della Watchtower quando vengono a conoscenza di accuse di abusi sui minori, invece di chiamare la polizia.
Nel Montana, gli avvocati di Nunez hanno dimostrato che l’avvocato della Watchtower Joel Taylor ha rinunciato al privilegio di avvocato-cliente quando ha inviato via e-mail 3 pagine di dati sui maltrattamenti sui minori (CM) poco prima della mezzanotte del 25 settembre 2018. Era parte di un tentativo dell’ultimo minuto di supportare i suoi argomenti conclusivi, ma questa tattica ha rivelato l’esistenza di 7 pagine aggiuntive di dati completi, incluso il report dell’abuso di Lexi Nunez da parte del testimone chiave della Watchtower, Peter McGowan.
Nella mozione dell’aprile 2021, Nunez sostiene:
“Durante la fase iniziale di questo caso (prima del processo), gli imputati si sono rifiutati di produrre un determinato documento di dieci pagine dal loro database sulla base del fatto che era protetto come lavoro dell’avvocato e dal privilegio del cliente dell’avvocato … Tuttavia, durante il processo, gli imputati hanno scelto di rinunciare alla rivendicazione dei privilegi divulgando volontariamente i contenuti del documento. Gli imputati hanno prodotto parti sostanziali del documento al querelante, sperando che gli imputati potessero utilizzare una parte del documento a favore del loro caso e non rendendo pubblico il resto del documento che danneggiava il loro caso. Nonostante la loro rinuncia volontaria, gli imputati ora affermano che tutte e dieci le pagine sono ancora riservate, comprese le tre pagine che hanno prodotto”.
La Watchtower gioca con la semantica
Nonostante le schiaccianti prove del contrario, l’organizzazione Watchtower continua a negare di possedere un database di pedofili e vittime, dibattendo sulla definizione stessa della parola “database”.
Il 4 febbraio 2021, Nunez ha richiesto il rilascio di più documenti dai file Watchtower, inclusa una descrizione del “database”.
L’ufficio legale dei Testimoni di Geova ha risposto dichiarando che i documenti richiesti non fanno parte di alcun tipo di database e che etichettarlo come database è una rappresentazione errata dei fatti. I registri del tribunale rivelano le risposte della Watchtower alle richieste:
“INTERROGATORIO N.1
Descriva il database fornendo le seguenti informazioni. Qual è il nome o la designazione che la Watchtower da al database?
Descrivi generalmente le informazioni contenute nel database.
Quando è stato creato il database?
RISPOSTA: [della Watchtower] Gli imputati si oppongono a questa richiesta perché è vaga e ambigua in quanto il termine “database” è definito da una rappresentazione errata di ciò che i documenti allegati come Allegato A sono: i dati del sistema di registrazione elettronico del telefono del Dipartimento legale della Watchtower sono comunicazioni riservate con i clienti. Gli imputati si oppongono inoltre a questo interrogatorio sulla base del fatto che non è ragionevolmente impostato per portare alla scoperta di informazioni ammissibili.”
È difficile immaginare che la Corte non veda oltre il gioco semantico tentato dalla Watchtower, data la consapevolezza che le informazioni raccolte da questo “sistema di registrazione telefonico elettronico” sono condivise con il Reparto Servizio della Watchtower. Il Reparto Servizio dei Testimoni di Geova gestisce un database “Hub” di informazioni sui Testimoni di Geova progettato per consolidare i dati di oltre 8 milioni di aderenti, noti come “proclamatori”. Tali dati includono numerose informazioni personali su ciascun membro, inclusi documenti giudiziari interni come il modulo di Notifica di Disassociazione o Dissociazione (S-77).
Raccolta dei dati dei testimoni di Geova, in cui l’ID del proclamatore è incorporata nel database HuB. Immagine: video della Watchtower trapelato.
Nel 2017, documenti e video sensibili sono trapelati dall’interno della sede della Watchtower, rivelando l’entità dei loro schemi di raccolta dati. Un programma chiamato HuB (Headquarters-unity-Branch) è stato annunciato in sostituzione del loro precedente database globale e sistema di gestione noto come “Admin”.
È stato inoltre annunciato il sistema di “gestione delle registrazioni” per il mantenimento di grandi quantità di dati aziendali in un database centralizzato. I vecchi documenti cartacei sono stati scansionati in questo nuovo sistema utilizzando apparecchiature altamente sofisticate e software di riconoscimento dei caratteri, migliorando ulteriormente la capacità dell’organizzazione di tenere traccia di ogni aspetto dell’impero aziendale dei Testimoni, compresi i dati personali sensibili.
Il giudice Elizabeth Best ora presiede il caso del Montana e deciderà se la Watchtower sarà costretta o meno a consegnare le 7 pagine di dati in questione. Il rilascio di quei documenti potrebbe avere un impatto negativo sulla difesa dei Testimoni di Geova.
La data del processo è stata fissata per Settembre 2022.
La procura vallesana lo scorso autunno ha condannato con decreto d’accusa un sacerdote congolese per il possesso e la trasmissione di un video a carattere pornografico con minorenni.
Lo indica un comunicato odierno dell’abbazia di Saint-Maurice, nel Basso Vallese, dove il prete, «membro della nostra missione in Congo», all’epoca dei fatti stava seguendo una formazione in contabilità.
Contattato da Keystone-ATS, il ministero pubblico ha indicato di aver pronunciato lo scorso novembre una pena pecuniaria di 60 aliquote giornaliere, sospese per un periodo di prova di due anni, e di aver inflitto una multa di 500 franchi. La procura non ha indicato quale fosse l’ammontare delle aliquote.
Nella nota i canonici dell’abbazia si dicono «costernati» dai fatti e «sorpresi e scioccati dalle immagini provenienti dal Congo». Il sacerdote aveva ricevuto il video pedopornografico via WhatsApp.
I religiosi si rammaricano per il fatto che il prete non abbia «ritenuto importante informarci immediatamente» e che abbia trasmesso il filmato a tre suoi contatti in Africa. «Siamo rattristati da questo comportamento riprovevole», scrive l’abbazia.
Il sacerdote è tornato nella Repubblica democratica del Congo, dove risiede. L’abbazia di Saint-Maurice ha trasmesso le informazioni sul caso all’arcivescovo di Kananga, da cui dipende il religioso. Sarà l’alto prelato a determinare «quale seguito dare al dossier», recita il comunicato.
Dal 2000, circa 150 preti sono stati condannati per abusi su minori in Italia. In attesa di giudizio, 24 centri sperimentano con loro percorsi di psicoterapia. Ma se finiscono in carcere, niente più cura.
Ad essere dimenticate dallo Stato sono invece le loro vittime: per loro nessuna pensione o supporto…
L’arcivescovo Alberto Taveira Corrêa di Belém, arcidiocesi con oltre 2 milioni di residenti nella regione amazzonica del Brasile, deve affrontare indagini criminali ed ecclesiali dopo essere stato accusato di molestie e abusi sessuali da quattro ex seminaristi.
Le accuse sono state rivelate dall’edizione brasiliana del quotidiano spagnolo El País alla fine di dicembre e sono diventate uno scandalo di alto profilo il 3 gennaio, quando il telegiornale settimanale di TV Globo Fantástico ha trasmesso un servizio sulla vicenda.
I nomi degli ex seminaristi non sono stati rivelati. Tutti loro hanno studiato al seminario Saint Pius X di Ananindeua, nell’area metropolitana di Belém, e avevano tra i 15 ei 20 anni quando è avvenuto il presunto abuso.
Secondo le presunte vittime, Corrêa di solito teneva incontri di persona con i seminaristi nella sua residenza, quindi non sospettavano nulla quando erano stati invitati da lui.
Uno di loro, identificato come B. nella storia di El País , frequentava la casa di Corrêa per una guida spirituale, ma le molestie sono iniziate dopo che il seminario ha scoperto che aveva una relazione amorosa con un collega. Aveva 20 anni.
Secondo il rapporto, B. ha chiesto l’aiuto di Corrêa e l’arcivescovo ha detto che il giovane doveva attenersi al suo metodo di guarigione spirituale.
“Sono arrivato alla prima sessione e tutto è iniziato: voleva sapere se mi masturbavo, se avevo un ruolo attivo o passivo, se mi piaceva alternare i ruoli [durante il sesso], se guardavo porno, cosa Ho pensato a quando mi sono masturbato. Ho trovato il suo metodo molto scomodo “, ha detto a El País .
Dopo alcune sedute, B. incontrò casualmente un amico che gli disse che anche lui stava partecipando a quel tipo di incontro con Corrêa. Il suo amico ha detto che gli incontri si sono evoluti in altre pratiche, come mettersi a nudo con l’arcivescovo e lasciargli toccare il suo corpo. B. decide di lasciare definitivamente il seminario e smette di incontrarsi con Corrêa.
Lui e il suo amico sono rimasti in contatto e alla fine hanno incontrato altri due ex seminaristi con esperienze simili.
La storia di El País include dettagli spaventosi dei racconti degli ex seminaristi. A. ha detto di essere stato minacciato da Correa dopo aver resistito ai suoi sforzi per entrare in intimità con lui. Come B., il seminario ha scoperto di avere una relazione con un collega.
“Ha detto che avrebbe raccontato alla mia famiglia della mia relazione al seminario”, ha detto A. al giornale. L’arcivescovo avrebbe promesso di reintegrare A. se si fosse sottomesso alle sue richieste. Finì per essere mandato come assistente in una parrocchia e successivamente gli fu permesso di tornare in seminario.
“Era normale per lui pregare accanto al mio corpo (nudo). Si avvicinava a te, ti toccava e iniziava a pregare in qualche parte del tuo corpo nudo “, ha affermato l’ex seminarista.
Un altro ex seminarista, che all’epoca aveva 16 anni, disse ai simpatizzanti che Corrêa di solito mandava il suo autista a prenderlo in seminario, a volte di notte, per avere la direzione spirituale. Gli incontri, presumibilmente avvenuti per alcuni mesi nel 2014, includevano la penetrazione.
Le presunte vittime hanno riferito che Corrêa ha utilizzato come parte del suo metodo il libro The Battle for Normality: A Guide for (Self-) Therapy for Homosexuality , scritto dallo psicologo olandese Gerard JM van den Aardweg.
Secondo il racconto di Fantástico , le accuse sono state inviate al vescovo José Luís Azcona Hermoso, vescovo emerito della Prelatura Marajó, che ha una vasta esperienza di lavoro con le vittime di abusi. Le accuse sono poi arrivate al Vaticano, che ha inviato delegati a indagare sul caso in Brasile.
Il 5 dicembre Corrêa ha rilasciato una dichiarazione e un video in cui afferma di essere stato recentemente informato di “gravi accuse” contro di lui. Ha denunciato il fatto di non essere stato “interrogato in precedenza, ascoltato o non gli è stata data alcuna possibilità di chiarire tali presunti fatti inclusi nelle accuse”.
Menzionando solo che stava affrontando “accuse di immoralità”, ha detto di lamentarsi che i presunti accusatori avessero optato per la “via dello scandalo, con la circolazione delle notizie sui media nazionali” con l’apparente obiettivo di “causare danni irreparabili a me e provocando uno shock nella Santa Chiesa “.
È stata lanciata sui social media una campagna a sostegno di Corrêa. Fantástico ha notato che l’arcivescovo ha avuto il sostegno di importanti leader cattolici in Brasile, tra cui i famosi sacerdoti cantanti Fábio de Melo e Marcelo Rossi.
D’altra parte, un gruppo di 37 organizzazioni ha rilasciato una lettera aperta in cui chiedeva l’immediata rimozione di Corrêa dal suo incarico mentre erano in corso le indagini. Uno dei firmatari del documento è la Commissione di Giustizia e Pace dell’Arcidiocesi di Santarém. L’arcivescovo Irineu Roman di Santarém ha successivamente rilasciato una dichiarazione per chiarire di non essere stato consultato dalla Commissione in merito al documento.
L’Arcidiocesi di Belém ha affermato in un comunicato che l’inchiesta in corso vieta all’arcivescovo e al caso di commentare il caso in questo momento. La Conferenza nazionale dei vescovi del Brasile [CNBB] ha rifiutato di commentare. La Nunziatura Apostolica non ha risposto alle richieste di commento di Crux.
Corrêa, 70 anni, è stato ordinato sacerdote nel 1973 ed è diventato vescovo ausiliare a Brasilia nel 1991. È stato il primo arcivescovo di Palmas, nello Stato di Tocantins, ed è diventato arcivescovo di Belém nel 2010. È consigliere ecclesiale del Rinnovamento cattolico carismatico nel paese.