Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Abusi, respinto in Australia l’appello del cardinale Pell

    Abusi, respinto in Australia l’appello del cardinale Pell

    L’ex prefetto della Segreteria per l’Economia torna in carcere, i suoi avvocati valutano il ricorso all’Alta Corte. Il Vaticano: prendiamo atto della sentenza, siamo vicini alle vittime di abuso

    IACOPO SCARAMUZZI

    CITTÀ DEL VATICANO. La Santa Sede «prende atto» della sentenza, ricorda che Pell «ha sempre ribadito la sua innocenza» e «conferma la vicinanza alle vittime di abusi sessuali e l’impegno, attraverso le competenti autorità ecclesiastiche, a perseguire i membri del clero che ne siano responsabili», precisando che, per quanto riguarda il processo canonico che il Vaticano può intraprendere autonomamente rispetto alla giustizia australiana, «la Congregazione per la Dottrina della Fede attende gli esiti del processo in corso e la conclusione definitiva di tutti i gradi di giudizio prima di occuparsi del caso».

    L’ex prefetto vaticano della Segreteria per l’Economia è tornato in carcere, dove continuerà a scontare la condanna. La libertà vigilata sarà possibile dopo tre anni e otto mesi. È probabile che i suoi legali facciano appello all’Alta Corte, il grado supremo della giustizia australiana. Secondo la stampa australiana, tale ultimo appello non è automatico ma, vista l’importanza del caso, è probabile.

    Il cardinale Pell «è ovviamente deluso dalla decisione odierna», ha dichiarato un suo portavoce presso l’arcidiocesi di Sidney. «Tuttavia i suoi avvocati esamineranno attentamente la sentenza per decidere se chiedere un congedo speciale alla Corte suprema. Nel notare che la decisione è stata presa due a uno, il cardinale Pell continua a protestare la propria innocenza».

    Gli avvocati di Pell avevano fatto appello contestando 13 ragioni per le quali gli abusi sessuali sarebbero stati «fisicamente impossibili» da compiere, sia per quanto riguarda la cronologia, sia perché la violenza sessuale sarebbe avvenuta in sagrestia a conclusione di una messa affollata, sia per l’impossibilità fisica di compiere tale violenza con addosso i pesanti paramenti sacri della messa. Due giudici su tre che componevano il collegio giudicante, Anne Ferguson e Chris Maxwell, hanno respinto l’appello, mentre il giudice Mark Weinberg lo avrebbe accolto. Nel dispositivo di sentenza di oltre 300 pagine si legge che il giudice Weinberg ha trovato che nella testimonianza della vittima ci fossero discrepanze tali da mettere in dubbio la colpevolezza di Pell e che, più in generale, le altre prove portate dalla vittime rendevano il suo racconto «impossibile da accettare». Tuttavia, ha spiegato il giudice Ferguson, «l’appello su base dell’irragionevolezza (dell’accusa, ndr) è stato respinto perché due di noi hanno un diverso punto di vista sui fatti». I giudici hanno invece respinto all’unanimità altri due argomenti della richiesta d’appello relative a presunte irregolarità procedurali del processo di primo grado.

    Pell, ha tenuto a precisare il giudice Ferguson, «non è stato reso il capro espiatorio per alcuna mancanza percepita della Chiesa cattolica o per alcun fallimento relativo all’abuso sessuale dei minori da parte del clero».

    Il primo ministro australiano Scott Morrison ha commentato la sentenza affermando che «i tribunali hanno fatto il loro lavoro, hanno emesso le loro sentenze. E questo è il sistema di giustizia in questo paese e deve essere rispettato» ed ha aggiunto che prevede che a Pell verranno ritirate le onorificenze statali. In una distinta dichiarazione, il governatore generale David Hurley ha affermato che ritirare l’Order of Australia sarà fatto «quando tutte le procedure legali avranno fatto il loro corso».

    L’arcivescovo di Melbourn Peter A. Commensoli ha commentato da parte sua la condanna esprimendo rispetto per la sentenza ma sottolineando che «la complessità della ricerca della verità in questa materia ha messo molti alla prova e continuerà probabilmente a farlo». L’Arcivescovo ha precisato che Pell continuerà a ricevere sostegno pastorale in segno di «carità cristiana» e ha ribadito il proprio sostegno alle vittime di abuso sessuale.

    Una folla di persone ha atteso fuori dalla Corte la sentenza ed ha salutato la condanna con esclamazioni di gioia.

    Gli abusi al centro del processo sarebbero avvenuti a danno di due uomini che nel 1996 e 1997 erano minorenni. Delle due vittime, rimaste anonime, una ha potuto testimoniare in tribunale, la secondo è morta di overdose nel 2014. La vittima sopravvissuta ha commentato oggi la sentenza con un comunicato nel quale si dice «sollevato» dalla sentenza, contesta chi ha messo in discussione le sue motivazioni e rivendica di aver messo a repentaglio la propria privacy, la propria salute e la serenità della propria famiglia: «Il mio viaggio non è stato un viaggio facile», scrive, aggiungendo: «Ora ho bisogno di definirmi lontano da tutto questo. Di recente ho iniziato un nuovo capitolo della mia vita come padre. L’esperienza che ho attraversato mi ha aiutato a comprendere cosa è veramente importante».

    Il processo di Melbourne, va ricordato, è distinto dalle accuse di insabbiamento di abusi compiuti da altri sacerdoti a Ballarat di cui è stato accusato Pell, e che risalgono all’epoca in cui egli era vescovo ausiliare, che hanno portato il cardinale australiano a comparire a marzo del 2016 davanti alla Royal Commission into Institutional Responses to Child Sexual Abuse (Commissione reale sulle Risposte istituzionali agli Abusi sessuali sui Minori) in video-collegamento da Roma.

    Quanto al processo attuale, per il quale a giugno del 2017, sentito papa Francesco, Pell, dopo iniziale tentennamento, ha deciso di tornare in Australia per difendersi in tribunale, senza opporre l’immunità diplomatica, già lo scorso febbraio la Sala stampa della Santa Sede aveva reso noto che «dopo la sentenza di condanna di primo grado nei confronti del cardinale Pell, la Congregazione per la dottrina della fede si occuperà ora del caso nei modi e con i tempi stabiliti dalla normativa canonica».

    Il portavoce vaticano Matteo Bruni, oggi, ha commentato così: «Ribadendo il proprio rispetto per le autorità giudiziarie australiane, come dichiarato il 26 febbraio in occasione del giudizio in primo grado, la Santa Sede prende atto della decisione di respingere l’appello del Cardinale George Pell. In attesa di conoscere gli eventuali ulteriori sviluppi del procedimento giudiziario, ricorda che il Cardinale ha sempre ribadito la sua innocenza e che è suo diritto ricorrere all’Alta Corte. Nell’occasione, insieme alla Chiesa di Australia, la Santa Sede conferma la vicinanza alle vittime di abusi sessuali e l’impegno, attraverso le competenti autorità ecclesiastiche, a perseguire i membri del clero che ne siano responsabili».

    «Come per altre vicende, la Congregazione per la Dottrina della Fede attende gli esiti del processo in corso e la conclusione definitiva di tutti i gradi di giudizio prima di occuparsi del caso», ha inoltre precisato Matteo Bruni. «Come dichiarato dalla Sala Stampa il 26 febbraio scorso, il Santo Padre aveva già confermato le misure cautelari disposte nei confronti di George Pell al rientro del cardinale in Australia, ossia, come di norma, la proibizione dell’esercizio pubblico del ministero e il divieto di contatto in qualsiasi modo e forma con minori di età».

    https://www.lastampa.it/vatican-insider/it/2019/08/21/news/abusi-respinto-in-australia-l-appello-del-cardinale-pell-1.37366775?refresh_ce

  • Caso Próvolo: il processo è stato nuovamente sospeso a tempo indeterminato

    Caso Próvolo: il processo è stato nuovamente sospeso a tempo indeterminato

    Il tribunale collegiale si è fermato ad un quarto intervallo fino a quando non sarà definita la situazione dell’ex giardiniere dell’istituzione, Armando Gómez (49) e si stabilisca se capisce cosa sta succedendo e se è in grado di affrontare un simile processo giudiziario.
    Anche se questa mattina il processo è ripreso per gli abusi avvenuti nel corso degli anni presso l’Istituto Próvolo di Luján, dopo mezzogiorno è stato nuovamente sospeso dopo che il tribunale collegiale è passato ad un quarto intervallo per un periodo indeterminato per stabilire se l’ex giardiniere del L’istituzione, Armando Gómez (49), può capire cosa sta accadendo e affrontare il processo giudiziario in cui è seduto sul banco degli imputati accanto ai sacerdoti Nicola Corradi (83) e Horacio Corbacho (59).
    Ieri pomeriggio, sono state fatte le perizie psicologica e psichiatrica di Gomez presso la Facoltà di Medicina dell’Università Nazionale di Cuyo. La dott.ssa Agorra, perito dell’UNCuyo, ha riferito di essere in grado di verificare che l’imputato conosce e comprende il linguaggio dei segni e che utilizza questa lingua per comunicare, quindi soddisfa le condizioni necessarie per testimoniare e capire cosa succede nel processo.
    Nel frattempo, la perizia della difesa, realizzata da professionisti dell’Ufficio del difensore civico nazionale, ha stabilito che il livello educativo di Gómez è analfabetismo, con un nucleo familiare violento che ha causato complicazioni fisiche e psicologiche nell’accusato.
    La difesa si è basata su questa perizia per sostenere che Gomez non può capire la situazione che sta attraversando a causa del suo passato di violenza domestica e mancanza di istruzione. Per la difesa, l’imputato non è in grado di affrontare un simile processo giudiziario.
    La perizia del Corpo medico forense, nel frattempo, è coincisa con Agorra in quanto Gomez gestisce e comprende il linguaggio dei segni e ha fatto duri apprezzamenti sull’imputato.
    Il rapporto indica che Gomez “comprende ed esegue gravi occultamenti” e sottolinea che “comunica con altre persone sorde e gestisce perfettamente la lingua dei segni quando lo desidera”.
    Inoltre, aggiunge che Gomez “è adattato al comportamento sociale; è lucido e ambientato a livello globale; e non presenta un impedimento alla comprensione e alla valutazione delle sue azioni, nonostante il suo analfabetismo”.
    Il rapporto conclude che l’imputato “è in piena capacità psichica per affrontare il processo”.

    Dopo che i video delle testimonianze iniziarono a essere mostrati nella Camera dei Gesell, il tribunale collegiale decise di passare ad un quarto intervallo dopo la menzione di Gomez, ed era essenziale definire la sua situazione prima di procedere con il dibattito.

    “Non sappiamo quando riprenderà, ma speriamo che verrà presa una decisione definitiva riguardo a Gomez e che si proceda con le testimonianze”, ha dichiarato Lucas Lecour, uno degli avvocati denuncianti, in dialogo con MDZ Radio.

    “Il problema di Corradi è già stato risolto perché è stato posizionato uno schermo con un software che trascrive tutto ciò che viene detto”, ha spiegato Lecour.

    In questo modo, il tribunale collegiale ha deciso di sospendere il processo per un periodo indefinito fino a quando la situazione di Gómez non sarà risolta e viene definito se può affrontare il processo giudiziario in cui è seduto nel banco degli accusati.

    (traduzione con Google)
  • BIBBIANO: Il report ONU del febbraio 2019 suggerirebbe doverosamente una Commissione Parlamentare d’Inchiesta, non una regionale sullo specifico caso. (video)

    BIBBIANO: Il report ONU del febbraio 2019 suggerirebbe doverosamente una Commissione Parlamentare d’Inchiesta, non una regionale sullo specifico caso. (video)

    Il caso di Bibbiano, purtroppo triste e tutto drammaticamente vero, diventato però un oggetto di strumentalizzazione politica in quanto il problema esiste in tutta la penisola, ma si parla solo di Bibbiano.

    Il Governo italiano, nelle sedute del 22 e 23 gennaio 2019 – dove la Rete L’ABUSO era presente in quanto depositaria di un suo report – è stato posto in esamina dalle Nazioni Unite per quanto riguarda la situazione dei minori nel nostro paese.

    Il Comitato per i diritti dell’infanzia, ha prodotto un report, rilasciato nel febbraio scorso. Basta leggerlo per comprendere che il “problema Italia” va ben oltre Bibbiano.

    Senza commentare ulteriormente, proponiamo il report Onu , tradotto in italiano e per chi volesse, le rispettive 2 sedute del gennaio scorso.

     

     

  • Caso Orlandi, “trovate migliaia di ossa”

    Caso Orlandi, “trovate migliaia di ossa”

    “Sono state ritrovate migliaia di ossa, lunghe piccole e frammentate”. A dirlo è stato il genetista della famiglia Orlandi Giorgio Portera, parlando dei primi esami e della repertazione dei materiali ossei, contenuti nei due ossari individuati sotto la pavimentazione di un’aerea all’interno del Pontificio Collegio Teutonico. Servirà una diagnosi strumentale per capire se si tratta di ossa che risalgono a decine di anni o centinaia di anni fa. Sono molte tipologie, molte craniche, di adulti ma anche no”.

    “Il caso è assolutamente aperto” ha detto il genetista Portera. “Dobbiamo capire se all’interno del teutonico ci siano le ossa del teutonico o anche altre ossa. Ritengo necessario che all’accertamento scientifico segua un accertamento documentale su un registro dei movimenti che ci sono stati all’interno del cimitero altrimenti è’ difficile districarsi in un numero così elevato di reperti”.  Alle operazioni ha partecipato anche l’avvocato  della famiglia Orlandi Laura Sgrò entrata in Vaticano qualche minuto prima delle 9 insieme Portera e a Federica Orlandi, la sorella di Emanuela, la 15enne cittadina vaticana scomparsa in circostanze mai chiarite il 22 giugno 1983. Il legale degli Orlandi ha spiegato il teatro dell’operazione. “Stamani – continua –  sono state riaperte le botole: si tratta di due botole distanti due metri e cinquanta l’una dall’altra, profonde un metro e cinquanta, contigue, in uno spazio pieno di ossa”. La prossima settimana continueranno gli esami “per cercare di dare una prima datazione delle ossa, sulla base di un’analisi morfologica”.

    Le analisi dei resti, che potrebbero appartenere alle due principesse delle tombe vicine, Sophie von Hohenlohe e Carlotta Federica di Mecklenburgo, si sono concluse oggi poco dopo le 15 subito dopo l’apertura degli ossari, e proseguiranno sabato 27 luglio alle 9 come fa sapere il direttore ad interim della sala stampa vaticana Alessandro Gisotti.

    “Attendiamo i risultati delle analisi sulle ossa ritrovate per capire qualcosa di più, considerato anche il numero elevato di resti presenti nei due ossari. Un dato non atteso che potrebbe prevedere tempi lunghi. Noi continuiamo a cercare la verità”. A dirlo all’Adnkronos Pietro Orlandi, fratello di Emanuela. In attesa della ripresa dei lavori, Orlandi ribadisce la propria disponibilità a essere ascoltato dagli inquirenti vaticani. “Sono sempre a disposizione – sottolinea il fratello di Emanuela – e pronto a ribadire che le fonti della mia istanza non sono solo anonime. Se mi convocheranno avrò modo di spiegare tutto”.

    “Giovanni Arcudi e il suo staff, alla presenza del perito di fiducia nominato dalla famiglia Orlandi hanno portato alla luce i resti presenti negli ossari che sono stati sottoposti a una prima valutazione”, ha ribadito Gisotti. “Con questa nuova attività peritale – dopo le operazioni dell’11 luglio scorso – si evidenzia ancora una volta la disponibilità della Santa Sede verso la Famiglia Orlandi. Disponibilità dimostrata – ribadisce Gisotti – fin dall’inizio, nell’accogliere la richiesta di verifiche nel Campo Santo Teutonico pur sulla base di una mera segnalazione anonima“. Secondo quanto ha disposto il promotore di giustizia vaticano, spiega ancora Gisotti, “le operazioni peritali proseguiranno sabato 27 luglio alle 9 con una approfondita analisi morfologica dei reperti contenuti negli ossari”. Si ricorda che la scorsa settimana erano state aperte due tombe sempre nell’ambito delle incombenze istruttorie della vicenda della ragazza figlia di un commesso vaticano scomparsa 36 anni fa. Le tombe, che appartenevano a due principesse, erano state trovate vuote. Quindi il ritrovamento di due ossari nel cimitero Teutonico che hanno fatto ipotizzare lo spostamento dei resti delle principesse in seguito a interventi strutturali che nel tempo sono stati fatti nelle due tombe del cimitero vaticano.

    In piazza del Sant’Uffizio questa mattina sono arrivati anche Sandro Masetti, Renata Grattoni e Cinzia Di Florio, tre amici di Pietro Orlandi e attivisti della pagina Facebook ‘petizione.emanuela@libero.it’ (VIDEO): “Noi vogliamo il dossier, chiediamo verità e giustizia. Se oggi non si troverà nulla nel cimitero noi continueremo. Emanuela Orlandi è diventata il simbolo di tutti gli scomparsi. Pietro dà luce a chi vive nella disperazione”. “Sono 36 anni che aspettiamo la verità – ribadisce Masetti – quando il Vaticano vede questa maglietta sulla quale è ritratta Emanuela, se deve sentì male”.

    https://www.adnkronos.com/fatti/cronaca/2019/07/20/caso-orlandi-via-esame-resti-ossari-teutonico_Ha81TESl47ExJinnB1UaHP.html?fbclid=IwAR3qT1WiuW-bamBSKdRGlx2yY6NC7GWumOTEDQ2w-FL8Xifzm7_T5ijXEIE

  • Randazzo, caso Don Vincenzo Calà: la replica dell’avvocato della parte lesa

    Randazzo, caso Don Vincenzo Calà: la replica dell’avvocato della parte lesa

    In riferimento alla nostra intervista esclusiva all’avvocato del pool difensivo Agron Xhanaj di Vicenza, pubblicata il 14 luglio scorso, in cui il legale ipotizza un clamoroso errore giudiziario ai danni del sacerdote, non si è fatta attendere la replica dell’avvocato Sandro Costanzo Piccinino, legale dell’accusa nel processo che vede imputato Don Vincenzo Calà, ex arciprete della basilica di Santa Maria.

    Per l’avv. Sandro Costanzo Piccinino, del Foro di Catania, “prima di parlare di colpa grave di magistrati o di non meglio precisati pregiudizi” si aspetti il deposito delle motivazioni da parte della Corte d’Appello. E sulla questione procedurale della busta non aperta durante il processo, lo stesso legale dichiara infondate le lamentele ritenendo “che siamo ben lontani dall’errore giudiziario o dal pregiudizio”. Di seguito la replica integrale dell’avv. Sandro Costanzo Piccinino

    “Ho letto attentamente l’articolo del 14 luglio 2018 a firma del dott. Gaetano Scarpignato così rubricato: Randazzo, caso Don Vincenzo Calà: condanna ritenuta “ingiusta e frutto di un errore giudiziario” – scrive nella lettera inviata al nostro giornale l’avv. Sandro Costanzo Piccinino -.

    Afferma il difensore del prelato che, la sentenza emessa dalla Corte di Appello di Catania sia frutto di un errore giudiziario, ravvisando addirittura nel comportamento posto in essere dal Pubblico Ministero e dal GUP (Giudice per l’udienza preliminare che ebbe a condannare l’imputato), colpa grave.

    Premetto che in quasi 25 anni di professione non ho mai rilasciato dichiarazioni alla stampa, in quanto ritengo che i processi vadano celebrati nella loro sede naturale ovvero nelle aule di giustizia.

    Questo non significa che le notizie non debbano essere riportate dalla stampa, anzi in alcuni casi ritengo quasi doveroso che gli organi di informazione riportino i fatti di cronaca, essendo il diritto di stampa sacrosanto e costituzionalmente garantito.

    Ritornando al processo, ritengo “sconcertante” usando le medesime espressioni utilizzate dall’avv. Agron Xhanay, che lo stesso parli con tanta, mi si permetta il termine “leggerezza” di errore giudiziario, di “pregiudizio di essere nelle condizioni di prete denunciato”, di “giudizio scevro da condizionamenti ideologici in questo periodo di anticlericalismo dilagante” o ancor cosa più grave, che si muovano accuse di colpa grave del Pubblico Ministero inquirente e del Giudice di prime cure.

    Capisco lo stato d’animo del collega che sperava in un epilogo diverso, ma credo che sarebbe opportuno, anzi doveroso da parte sua prima di parlare di colpa grave di magistrati o di non meglio precisati pregiudizi in danno del suo assistito, di aspettare pazientemente il termine di 90 giorni per il deposito delle motivazioni da parte della Corte di Appello di Catania.

    Aggiunge il detto legale che, la parte civile ha un interesse economico nel processo perché ha chiesto e ottenuto un risarcimento economico. Anche tale dichiarazione merita smentita. Sul punto preciso che, il Giudice di Primo grado ha liquidato in favore della parte civile una provvisionale di euro ventimila unitamente alle spese legali.

    Orbene, se l’interesse della parte civile fosse stato di natura economica, la stessa, tramite il proprio legale, avrebbe certamente eseguito il capo della sentenza relativa alla provvisionale, cosa che ad oggi non è avvenuta e che molto probabilmente non avverrà mai, essendo state altre le motivazioni che hanno indotto l’allora minore a sporgere querela in danno del prelato.

    Quanto alle famose prove allegate in primo grado (sms e video) e contenute nella famosa busta non aperta dal P.M. e dal Giudice di Primo grado, si impone una precisazione di natura procedurale tendente a dimostrarne l’assoluta infondatezza delle lamentele sul punto. E segnatamente, detta busta non era allegata ad una memoria difensiva come erroneamente riferito dall’avvocato del prelato, ma ad una denunzia-querela depositata in data 04/05/2010 da altro difensore del Calà, successivamente revocato in grado di appello.

    Orbene, tale atto (non si è compreso nemmeno in appello come qualificarsi giuridicamente) non è stato preso in considerazione dal P.M. prima e dal giudicante dopo, in quanto depositato in assoluta violazione dell’art 333 e 337 c.p.p.

    Volevo evitare tecnicismi giuridici, ma una precisazione di natura procedurale sul punto si impone, alfine di non fuorviare i lettori. Detta querela è 1) mancante della richiesta punitiva, cosi come imposto dal combinato disposto degli artt. 336 e 337 c.p.p., 2) depositata da un difensore non munito da procura speciale, 3) nonché sottoposta a condizione in assoluta violazione del codice di rito.

    A riprova di quanto sopra detto si riporta integralmente la parte finale della denunzia/querela a firma del prelato “Chiedo, pertanto, alla S.V. di essere immediatamente sentito in ordine alle circostanze che ho riferito ed il presente Esposto/Denunzia intenderò trasformare in Denunzia/Querela per i reati che dovessero emergere, qualora dovessi essere posto a conoscenza di specifiche accuse infondate in mio danno. Qualunque altro commento sul punto sarebbe certamente superfluo e offensivo anche per i lettori privi di competenze giuridiche.

    In ultimo, ma non per minore importanza, mi duole leggere da un collega dichiarazioni del tipo “giustizia con la g minuscola” o “malvagità che invece spesso cova in persone che si nutrono di male” frasi che lasciano intendere, anzi per riportare proprio le parole del collega, che il suo assistito sia stato oggetto si errore giudiziario o di una congiura ordita in suo danno da questa famiglia di malvagi!

    Dovere di verità impone di rendere edotto il lettore che la difesa del prelato in primo grado ebbe a produrre ben sette testimoni a discolpa, escussi ai sensi dell’art. 391 bis, ter c.p.p. ovvero con le indagini difensive, proprio dall’allora difensore successivamente revocato.

    Orbene, il giudice di prime cure sul punto a pag. 12 della sentenza di condanna così statuisce “le dichiarazioni dei testi sentiti dalla difesa, soggetti inseriti nella medesima comunità parrocchiale, i quali, certamente privi di conoscenze dirette, confortavano la tesi difensiva del complotto della famiglia Cullurà a danni del prete, fornendo tuttavia dello stesso giustificazioni assolutamente risibili… la lettura di tali dichiarazioni non può prescindere ancora una volta dal contesto nel quale i soggetti che le hanno reso operano e dalla personalità manipolatrice dell’imputato che non ha mai esitato ad abusare della funzione di parroco esercitata condizionando, per il proprio interesse, gli appartenenti alla comunità”. (Sentenza 629/2014 del 01.07.2014 GUP Tribunale di Catania).

    Ritengo che siamo ben lontani dall’errore giudiziario o dal pregiudizio in danno del prete così come sostenuto dal collega, difensore del prelato!!!

    Concludo – scrive nella sua lettera l’avv. Sandro Costanzo Piccinino – riponendo ancora una volta la mia fiducia nella giustizia, senza alcun distinguo tra “giustizia con la g minuscola o maiuscola”, fiducia che mi si impone per il dovuto rispetto che il sottoscritto nutre da quasi 25 anni per la toga che indossa ivi compresa quella riposta sulle spalle dei Magistrati”.

    Randazzo, caso Don Vincenzo Calà: la replica dell’avvocato della parte lesa

  • Il cardinale Cupich nei guai: è sotto inchiesta

    Il cardinale Cupich nei guai: è sotto inchiesta

    Il sito Church Militant rende pubblici una serie di documenti che rivelano che il defunto arcivescovo Joseph Bernardin, stella del progressismo, avrebbe commesso abusi sessuali, con tanto di profanazione satanica dell’Eucaristia. E ora il suo successore all’arcidiocesi di Chicago, Blase Cupich, sarebbe sotto esame degli inquirenti per non aver riferito i fatti, nonché per corruzione.

    Church Militant, un sito statunitense molto attivo nella battaglia per una Chiesa più trasparente, ha ricevuto da fonti sconosciute all’interno della diocesi di Chicago un dossier di lettere e altri documenti che fra l’altro rivelano accuse molto pesanti nei confronti del defunto cardinale e arcivescovo di Chicago, Joseph Bernardin (1928-1996). E pongono l’attuale cardinale e arcivescovo, Blase Cupich, in una posizione estremamente difficile nei confronti della giustizia civile.

    Fra l’altro, secondo Church Militant, il porporato – che è giunto a quella posizione grazie all’aiuto del cardinale Maradiaga e su consiglio dell’ex cardinale McCarrick – sarebbe già sotto inchiesta da parte della giustizia americana. Cupich, come i lettori ricorderanno, era stato scelto dal Pontefice per condurre la regia del vertice delle conferenze episcopali sugli abusi, tenutosi a febbraio, in Vaticano, scavalcando quello che era il candidato naturale per quel compito, il cardinale Sean O’Malley.

    Church Militant mostra alcuni dei documenti relativi a questa nuova bomba nel video visibile a questo link. Secondo Michael Voris, Church Militant ha ricevuto questo dossier esplosivo da parte di persone all’interno della diocesi di Chicago, nauseate dal clima di copertura e di complicità. Il carteggio è custodito in un caveau della sede arcivescovile. E Church Militant ha saputo che l’attuale arcivescovo, Cupich appunto, è sotto esame da parte degli organismi giudiziari statali e federali perché ha mancato di segnalare questi fatti.

    Il dossier comprende lettere, corrispondenza varia, email e relazioni che rivelano che Bernardin sarebbe stato responsabile di abusi sia nei confronti di minori che di maschi adulti. La mole principale dei documenti copre gli anni dal 1993 al 1995, ma la prima accusa riguarda il 1957, quando Bernardin, allora giovane prete a Charleston (South Carolina), cinque anni dopo l’ordinazione commise un abuso sessuale su un minore, nella parrocchia di St. Mary a Greenville. Oltre a Bernardin, vi avrebbe partecipato anche il futuro vescovo John J. Russell (1897-1993). Gli abusi, secondo l’accusa, sarebbero stati parte di un rito satanico che comprendeva la profanazione dell’Eucarestia.

    Molti anni dopo – nell’aprile del 1993 – la vittima ha contattato l’arcidiocesi di Chicago per telefono e per lettera, volendo denunciare i fatti di tanti anni prima. I documenti ottenuti da Church Militant rivelano che sia l’arcidiocesi di Chicago sia il pro-nunzio negli Usa (monsignor Cacciavillan) sia la Segreteria di Stato furono avvisati delle accuse. Ma non sembra che vi sia mai stata un’inchiesta, anche solo per giudicare la fondatezza o meno del caso.

    Church Militant è in possesso delle copie delle lettere e della ricevuta di ritorno della raccomandata firmata da un ufficiale dell’arcidiocesi l’8 aprile 1993. La vittima scrisse anche una lunga lettera a Bernardin, facendo presenti le sue accuse, chiedendogli di ammettere pubblicamente le sue colpe, e di pentirsi.

    La vittima ha scritto anche due volte a Roma, a Giovanni Paolo II. Una lettera firmata da monsignor Leonardo Sandri, allora assessore alla Segreteria di Stato, datata 4 settembre 1993, ne dà ricevuta. Si ignora se il Papa polacco sia mai stato messo al corrente delle accuse.

    La vittima, non essendo riuscita ad avere soddisfazione a Chicago, si è recata a Roma nel 1995 e dopo aver scritto due volte alla Congregazione per i Vescovi si è presentato di persona. Come si evince dalla documentazione, dalla lettera indirizzata alla vittima dal pro-nunzio, la corrispondenza su questo argomento è stata registrata con il numero di archivio 17.598. È probabile che le accuse non siano state giudicate credibili, ma da nessuna parte risulta che vi sia stata un’inchiesta o un procedimento di qualche genere per appurare i fatti. Che, comunque, avrebbe dovuto avere un input o un’approvazione romana, posto che l’accusato era un arcivescovo e cardinale. Secondo quello che si capisce, e secondo quanto la vittima denuncia in una lettera, la diocesi di Chicago ha cercato di fare in modo che la vittima rivelasse tutti i fatti rilevanti della sua accusa, in modo da capire esattamente quello che sapeva e riferirlo al cardinale Bernardin.

    Tutta questa documentazione era custodita in dossier segreti dell’arcidiocesi e non era stata consegnata all’allora procuratore generale dell’Illinois, Lisa Madigan, nonostante l’affermazione del cardinale Cupich secondo cui l’arcidiocesi stava cooperando pienamente con l’indagine dello Stato. Nel dicembre scorso l’ufficio di Madigan aveva stupito tutti, affermando che i vescovi dell’Illinois, Cupich incluso, non avevano consegnato – deliberatamente – i documenti e i nomi di più di 500 preti accusati di abusi.

    Secondo Church Militant i funzionari stanno ora esaminando accuse collegate direttamente alla gestione di Cupich a Chicago, che riguarderebbero appropriazione indebita di fondi e corruzione. Secondo quanto detto a suo tempo da Lisa Madigan, “scegliendo di non compiere un’inchiesta completa sulle accuse, la Chiesa è venuta meno al suo obbligo morale di fornire ai sopravvissuti, ai fedeli e al pubblico una relazione completa e accurata di ogni comportamento sessualmente inappropriato concernente i preti in Illinois”.

    Ora il cardinale Cupich si trova di fronte a un dilemma non semplice: o consegna i documenti di cui Church Militant ha avuto le copie, o deve affrontare l’accusa di distruzione di prove perché questi documenti sono esistiti. Il mese scorso Church Militant ha inviato a Cupich una serie di domande relative ai documenti ricevuti, senza ricevere risposta.

    Ma questo dossier, che dimostrerebbe la volontà da parte dell’arcidiocesi di Chicago di “coprire” quella che è sempre stata considerata un’icona della Chiesa progressista americana, Joseph Bernardin, non è il solo. Church Militant afferma di essere venuta in possesso di un gran numero di informazioni e documenti riguardanti Bernardin, comprese accuse di crimini sessuali. Come commenta Michael Voris: “La Chiesa in America come la conosciamo è stata disegnata e fatta esistere non da uno (McCarricck) ma da due predatori omosessuali che hanno fatto fare carriera a numerosi vescovi che stanno ancora svolgendo la loro funzione in posti di responsabilità”. E Voris promette altre rivelazioni a breve.

    http://lanuovabq.it/it/il-cardinale-cupich-nei-guai-e-sotto-inchiesta

  • L’accusatore di Eliseo Pirmati dà una netta testimonianza degli abusi subiti nell’Istituto Provolo

    L’accusatore di Eliseo Pirmati dà una netta testimonianza degli abusi subiti nell’Istituto Provolo

    Attenzione: questa intervista contiene un linguaggio esplicito. La CNN spagnola era con uno dei denuncianti del più grande caso di presunto abuso di bambini della Chiesa cattolica in Argentina. Un ex studente dell’Istituto Provolo narra il trattamento che avrebbe ricevuto durante i cinque anni dal religioso Eliseo Pirmati in un collegio per bambini non udenti nella città di La Plata. Pirmati è accusato dei presunti reati di “abuso sessuale aggravato, atti osceni e corruzione di minori” ed è stata richiesta la detenzione in Argentina ma è libero, a Verona, in Italia. Il responsabile del Provolo ha detto alla CNN che Pirmati si dichiara innocente, ma non vuole rilasciare dichiarazioni alla stampa. Il querelante è Lisandro Borelli, è sordo, ha 40 anni ed è stato nell’istituto tra il 1989 e il 1994, quando aveva tra i 10 ei 15 anni, fino a quando fu portato da Pirmati in una casa a El Chaco. Ha presentato la denuncia dinanzi al giudice nel 2016. La trascrizione delle sue dichiarazioni è stata fatta dalla CNN. L’Istituto Provolo è indagato dalla fine del 2016 per presunti abusi di bambini non udenti. Il Vaticano ha ordinato l’intervento dell’istituzione in Argentina e in Italia dopo le denunce. Gli abusi si sarebbero prolungati per sette decenni in entrambi i paesi. Il controllore Alberto Bochatey ha detto alla CNN che si aspettano che la giustizia giunga alla verità. La giustizia cerca di estradare Pirmati, che rimane nel Provolo di Verona da dicembre 2017. Questa è la prima parte dell’intervista trasmessa in Prospettive da Buenos Aires .

    https://cnnespanol.cnn.com/video/provolo-lisandro-borelli-sordo-victima-pirmati-iglesia-intvw-emilia-delfino-perspectiva-buenos-aires/?fbclid=IwAR37lZy1nqZZQAKvcMq-wpd-8GuKDHxZidckFbCAKsaIDoPSFDsoxaEBVNc
  • Ricercato per pedofilia in Argentina, sacerdote trovato a spasso per Verona

    Ricercato per pedofilia in Argentina, sacerdote trovato a spasso per Verona

    „Il religioso 83enne Eliseo Pirmati è stato filmato dal giornalista de L’Espresso Andrea Tornago, il quale gli ha rivolto diverse domande, a cui però il sacerdote non ha dato risposte convincenti“

    Non so niente, non c’entro niente. Sono un uomo qualunque della strada». Il sacerdote di 83 anni Eliseo Pirmati ha risposto con queste parole e ha cercado di oscurare con la mano la telecamera Andrea Tornago. Il giornalista de L’Espresso ha intercettato il religioso e lo ha inseguito per le strade di Verona, rivolgendogli domande sul suo coinvolgimento nello scandalo pedofilia scoppiato nelle sedi argentine dell’istituto veronese Provolo.

    Pirmati è stato ripreso da Tornago da quando il sacerdote è uscito dalla chiesa di Santa Teresa degli Scalzi, dove aveva celebrato messa, fino alla struttura centrale del Provolo di Verona, dove il religioso si sarebbe stabilito dal 2017 dopo aver passato più di quarant’anni in Argentina. Il video è stato pubblicato in esclusiva sul sito de L’Espresso e mostra soprattutto il silenzio di Eliseo Pirmati di fronte alle domande del giornalista, il quale lo ha incalzato soprattutto sull’ordine di arresto che lo riguarda. La Procura di La Plata, in Argentina, ha infatti emesso un ordine di carcerazione internazionale per don Eliseo Pirmati, ritenuto responsabile di abusi sessuali e di corruzione di minori ai danni degli alunni sordomuti che venivano affidati all’istituto Provolo di Lujan de Cuyo.

    «Don Eliseo Pirmati se ne gira tranquillo tranquillo per Verona, protetto sotto l’ala di mamma chiesa», lamenta Rete L’Abuso, associazione di supporto alle vittime di abusi sessuali del clero. «Pare anche che il Vaticano sia inadempiente – prosegue Rete L’Abuso – Né Papa Bergoglio, né il presidente della Cei, né altri, starebbero prendendo provvedimenti. In questo caso l’azione sarebbe sia contro l’omertoso vescovo Giuseppe Zenti, sia verso il prete, per il quale ci si aspettava che venisse almeno sottoposto ad un rito canonico».

    http://www.veronasera.it/cronaca/video-espresso-pedofilia-provolo-pirmati-13-giugno-2019.html

  • Caso Provolo; Rete L’ABUSO formalizza alle autorità la presenza di don Pirmati a Verona e chiede valutazione di idoneità all’estradizione

    Caso Provolo; Rete L’ABUSO formalizza alle autorità la presenza di don Pirmati a Verona e chiede valutazione di idoneità all’estradizione

    Attraverso un’istanza inviata a; Procura della Repubblica di Verona e per conoscenza;  Giudice argentino Jorge Moya Panisello; Ambasciata Argentina in Italia; Ministero della Giustizia italiana; Alto Commissariato per i diritti umani delle Nazioni Unite, ha formalizzato la presenza di don Eliseo Pirmati a Verona, chiedendone, sulla base dell’art. 705 c.p.p., una valutazione di idoneità all’estradizione.

    Don Pirmati era scomparso dalla struttura argentina nel dicembre del 2017 e inseguito da un mandato di arresto, accusato di abusi sessuali ripetuti e pluriaggravati, atti osceni e corruzione di minori.

    Si diceva che il sacerdote fosse malato e ricoverato in condizioni precarie presso una struttura del veronese ma pochi giorni fa un giornalista de L’ESPRESSO, Andrea Tornago, lo ha rintracciato in giro per Verona, e dalle immagini di questo video il sacerdote sembrerebbe tutt’alto che in precarie condizioni.

    Di li si è ritenuto necessario informare gli organi preposti e chiedere una valutazione dell’idoneità. L’Associazione è in attesa di ulteriore documentazione dall’Argentina, dietro la quale potrebbe promuovere ulteriori azioni.

    L’Ufficio di Presidenza
    Istanza Pirmati

  • Abusi nelle colonie del Provolo: come erano le estati dell’orrore per i bambini sordi

    Abusi nelle colonie del Provolo: come erano le estati dell’orrore per i bambini sordi

    Nei toni seppia, il paesaggio della pianura padana italiana sembra bucolico. Il ragazzo nella foto, tuttavia, offre un sorriso forzato. È più una smorfia che una di quelle espressioni che l’infanzia concede quando è felice. Lui ha 10, 11 anni. Sta succedendo nella prima delle quattro estati della colonia vacanze che sarà il suo calvario.

    Gianni Bisoli, la foto del bambino, è oggi un italiano di 70 anni che ha ancora le cicatrici da quelle serate tiepide nei i primi anni ’60 in cui Eliseo Pirmati , il religioso Veronese accusato di aver commesso abusi sessuali su minori sordi in Italia e Argentina, lo portava fuori dal letto per allontanarlo, impunemente e senza alcun linguaggio dei segni, dal resto dei ragazzi e dall’ingenuità propria della sua età.

    Bisoli era una delle centinaia di bambini sordi che l’Istituto Provolo di Verona, nel Veneto italiano, vantava di educare e crescere nella misericordia di Dio.

    Pirmati, il religioso di 83 anni che la giustizia argentina intende estradare dall’Italia per le aberrazioni che ha commesso nella sede del Provolo de La Plata, è stato uno dei laici consacrati che non hanno saltato un’estate della colonia di Cervia, nel mare Adriatico, dove l’Istituto raccolse numerose classi di bambini per una vacanza che, in alcuni casi, fu un martirio.

    Durante i mesi di luglio e agosto, i diversi luoghi che il Provolo aveva in Italia – Verona, Gorizia, Chievo,  Chiavari – trasferirono i bambini sordomuti a Cervia. Lì, le vessazioni, crudeli come quelle che si svolgevano in aula nelle stanze dell’Istituto, diventavano ancora più spietate e frequenti: tempo libero, orari flessibili e attività ricreative senza le coordinate dell’anno scolastico hanno scatenato la depravazione degli abusatori, dei sacerdoti consacrati e dei laici, che si sono rifugiati nel silenzio involontario delle loro vittime, bambini sordi che, fino a quasi gli anni ’80, non erano integrati nelle normali scuole. Non essere in grado di ascoltare o parlare è stato erroneamente considerato, anche nella metà del XX secolo, una sorta di ritardo mentale.

    “Avevo più paura degli abusi in campo di vacanza rispetto a quando sono stato violentato all’Istituto”, dice Gianni, diventato sordo quando aveva 8 anni e che i sacerdoti Provolo chiamavano “Il Bello”. Pirmati, ad esempio, mi portava fuori dal letto e mi portava fuori all’aperto, nell’oscurità della notte a Cervia. Era estate, non faceva freddo, ma nulla era visibile. Pirmati mi faceva abbassare i pantaloni e alzarmi in piedi. Mi accarezzava, mi costringeva a masturbarmi.”

    “Ci faceva camminare nel prato, arrampicarci sulle colline. Se qualcuno di noi voleva fare pipì, ci costringeva ad andare avanti e toccarci. Diventavo rosso”, dice Pierpaolo Zanatta, un sordomuto che ha trascorso la sua prima estate nel villaggio turistico di Provolo nel 1977, quando aveva 7 anni.

    Durante la stagione infernale vissuta nell’Istituto – che appartiene alla Compagnia di Maria e fu fondata nel 1840 dal prete Antonio Provolo per l’educazione dei bambini sordomuti – Bisoli e Zanatta furono anche vittime degli abusi commessi da Nicola Corradi, il sacerdote italiano che è stato arrestato nel 2016 in Argentina e sarà sottoposto a un processo con un’audizione.

    “Pirmati era sempre nella colonia. Proveniva dal Provolo di Gorizia, in Friuli, ma ogni estate lo vedevamo. Era sempre con Sergio Orso, un altro laico consacrato che mi ha abusato“, dice Zanatta.

    Nel 2009 Orso concede un’intervista all’Espresso dove, in cambio di non rivelare la sua identità, confessa: “Sì, sono uno di quelli accusati dai sordomuti che vivevano nell’Istituto Provolo di Verona e facevo quelle cose. Non c’è nient’altro da nascondere. Io, almeno, ho il coraggio di dirlo. Gli altri sono silenziosi e rimangono in silenzio“, ha detto.

    Orso ha parlato dopo che 67 ex allievi del Provolo di Verona hanno sporto denuncia contro 26 sacerdoti e laici consacrati dell’Istituto, per abusi commessi tra gli anni ’50 e il 1985. “Sono stato sodomizzato e costretto a fare sesso orale e masturbazione dai seguenti sacerdoti e fratelli laici“, ha scritto nella lettera  Gianni Bisoli in cui ha nominato 16 religiosi che, come lui stesso definisce,”hanno rovinato la sua vita“.

    Orso ha ammesso che “gli abusi sono durati molti, molti anni. Ho iniziato da giovane e non mi rendevo conto, in quel momento ero un semplice assistente. Lo facevano quasi tutti, anche in altri istituti. Era normale.” “Quando le denunce sono state rese pubbliche, la maggior parte dei sacerdoti è rimasta in silenzio”, ha aggiunto nella sua confessione. “È stata generata una catena di odio tra i sacerdoti. È difficile condividere il marchio della pedofilia e tutti hanno tenuto i loro pensieri. E poi l’avvocato diceva di non parlare con nessuno. Qualcuno ha parlato. Ha fatto bene. Ora mi sento sollevato.” Orso è morto nel 2015. Ha trascorso i suoi ultimi anni nell’ospedale psichiatrico Villa Santa Giuliana, una clinica religiosa dell’Istituto delle Suore della Misericordia a Verona, dove gli è stato detto, per errore o confusione, dove poteva essere ora Pirmati, nascosto dalla giustizia argentina.

    Perché un giorno Eliseo Pirmati è scomparso. Ha smesso di frequentare la colonia di Cervia. Non è stato più visto nella sede del Provolo di Gorizia. “Il superiore dell’Istituto ci ha detto che era in Argentina“, dice Pierpaolo Zanatta. Confessa che era solito infiltrarsi nell’ufficio del direttore, dove portava formaggi e salami per mangiare di nascosto. Ricorda, inoltre, che il direttore spesso riceveva la corrispondenza dal superiore del Provolo de La Plata. “Ce l’ho molto presente perché sono rimasto colpito dalle buste che dicevano “La Plata, Argentina”,” dice.

    Due anni fa, una telecamera nascosta ha registrato la confessione di Eligio Piccoli, un sacerdote di oltre 85 anni che è stato internato nella Casa del Clero di Negrar, a 14 chilometri da Verona. Nel video Piccoli ha riconosciuto che c’erano almeno dieci sacerdoti che hanno abusato sessualmente i ragazzi all’Istituto e che, quando sono stati scoperti, sono stati immediatamente trasferiti: “Ti è stato detto:” O vai in America o vai a casa tua”, ammise il prete. “Sì, in Argentina, Argentina“, ha confermato che era la destinazione dei trasferimenti.

    Nel 2016 Clarín ha rivelato le accuse di abuso negli uffici del Provolo de Luján de Cuyo, a Mendoza; a La Plata, provincia di Buenos Aires, e a Verona, in Italia. Questa è stata la scoperta del macabro meccanismo di una rete di pedofilia tra l’Italia e l’Argentina che nascondeva e trasferiva sacerdoti e religiosi. Da allora la segretezza attorno agli ex membri e alle attuali autorità del Provolo è blindata, chiusa ermeticamente.

    Dov’è Eliseo Pirmati, la domanda con cui le sue vittime hanno convissuto fino a questa settimana, quando si è scoperto che conduce una vita serena e tranquilla a Verona, che è in buona salute e che frequenta la messa nella chiesa di Santa Teresa degli Scalzi, in Via Carmelitani Scalzi, nel centro della città.

    “Dicevano che era tornato in Italia dall’Argentina a dicembre 2017 e che era stato ricoverato per problemi di salute”, dice Paola Lodi Rizzini, ex studentessa del Provolo di Verona che nel 2015 è riuscita a parlare dieci minuti con Papa Francesco e gli ha dato un lettera in cui le vittime della violenza sessuale dell’Istituto per sordomuti e gli chiedono di creare una commissione di inchiesta. Il Vaticano, in quel momento, ammise gli abusi ma non prese misure concrete.

    “Don Pirmati, sa che esiste un mandato di cattura contro di lei dall’Argentina? Hai intenzione di presentarsi?” Sorpreso da una macchina fotografica de L’Espresso a Pirmati solo pochi giorni fa.

    “Scusa, ma non fare queste cose stupide. Chi sei? “, Il laico consacrato ha risposto mentre copriva la macchina con la mano.

    “Non so niente. Non ho nulla a che fare“, ripeteva mentre si affrettava a proseguire.

    L’Istituto di Verona oggi non ospita più bambini sordi. Affittate le loro strutture ad associazioni o scuole. Ma mantiene le stanze private per sacerdoti e religiosi che vivono ancora lì. Pirmati sarebbe uno di loro. Il cancello di legno della casa madre del Provolo era il suo rifugio per evitare di rispondere al giornalista de L’Espresso: “Perché non parli? Com’era la vita all’Istituto Provolo di La Plata? Cosa ha detto il vescovo? Ne hai parlato con il vescovo?”

    Nel febbraio di quest’anno, Bergoglio ha convocato un sinodo di tre giorni in Vaticano con i presidenti delle conferenze episcopali per affrontare e combattere la pedofilia nel clero, un crimine che il Papa ha definito un “crimine abominevole”.

    “Ma non abbiamo avuto alcuna risposta concreta. Si è ricordata l’importanza dell’obbligo di informare l’autorità civile, l’apertura degli archivi e la rimozione di coloro che avevano permesso l’occultamento”, afferma Francesco Zanardi, portavoce della Rete italiana Abuso (Red El Abuso), che, dal 2010, riunisce attivisti, vittime e professionisti volontari per sostenere coloro che hanno subito abusi da membri del clero e mettere in atto le denunce.

    “I documenti prodotti confermano la linea di complicità da parte del Vaticano e un Papa che purtroppo sta riciclando un vecchio sistema”, aggiunge Zanardi.

    “Pirmati era violento. Colpiva con furia“, afferma Giorgio della Bernardina, presidente dell’Associazione Sordi Antonio Provolo a Verona, dove gli alunni dell’Istituto si incontrano più volte alla settimana e da dove provengono i primi reclami.

    A 83 anni, Eliseo Pirmati è libero e va a messa. Continua a figurare, con la sua parrocchia di origine – a Cogollo, in provincia di Verona – e la congregazione a cui appartiene – Compañia de María – nella lista dei missionari onorevoli del Veronese che stanno facendo buone opere in tutto il mondo.

    Inviato speciale a Verona (Italia)
    (Traduzione con Google)
    https://www.clarin.com/sociedad/abusos-colonias-provolo-veranos-horror-chicos-sordos_0_HnstSsOpO.html?fbclid=IwAR2R8MB22ANFkux1dfjPVfNS_VlC3WrwiazmV4zgCz3fzX2wmE-I5Gn9cks