Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: violenza sessuale

  • Brescia, parroco del comune di San Paolo arrestato per violenza sessuale su minori

    Brescia, parroco del comune di San Paolo arrestato per violenza sessuale su minori

    Il caso era nato lo scorso gennaio, nella parrocchia di San Paolo, piccolo comune (circa 4500 abitanti) della Bassa bresciana. Durante la messa del 5 gennaio, lasciando la comunità «sconcertata e frastornata», era stata letta ai fedeli la lettera del vescovo Pierantonio Tremolada con annunciava l’addio del prete del paese, don Ciro Panigara, insediatosi da poco più di due mesi (fece ingresso nella comunità locale domenica 20 ottobre, quando ci fu la cerimonia di ingresso del nuovo parroco): «Sono purtroppo emerse situazioni e criticità che consigliano di interrompere immediatamente la sua esperienza nelle vostre comunità parrocchiali». Per fare luce sulla natura delle «situazioni e criticità», era stata aperta un’inchiesa da parte delle forze dell’ordine.

    Abusi recenti e lontani: sotto la lente anche episodi di 13 anni fa

    Gli investigatori, oltre all’abuso più recente, a San Paolo, dal quale sono partite le indagini, hanno rilevato presunte violenze sessuali ai danni di minori già in una precedente esperienza ad Adro, paese della Franciacorta, dove è stato vicario dal 2008 al 2013: i fatti risalirebbero agli anni 2012 e 2013, appunto, prima che don Panigara divenisse collaboratore cappellano alla Poliambulanza di Brescia, incarico che ha mantenuto sino al 2016, quando si spostò a fare il vicario nella Bassa, nelle diocesi di Leno, Milzanello e Porzano. Poi, per quattro anni, è stato parroco di Visano: infine la brevissima esperienza a San Paolo.

    Sei i minori abusati, avrebbero tra i 10 e i 12 anni

    Oggi i carabinieri della Compagnia di Verolanuova hanno dato esecuzione ad un’ordinanza di custodia cautelare che dispone gli arresti domiciliari per l’ex parroco, responsabile di violenze sessuali aggravate. L’indagine ha consentito di accertare che l’indagato, in qualità di curato e parroco in due comuni della provincia di Brescia, dal 2011 al 2013 e nel 2024, avrebbe posto in essere numerose condotte di violenza sessuale aggravata nei confronti di alcuni minori (sarebbero sei e avrebbero tra i 10 e i 12 anni), che gli erano stati affidati per lo svolgimento di attività parrocchiali.

    https://brescia.corriere.it/notizie/cronaca/25_aprile_16/brescia-parroco-del-comune-di-san-paolo-arrestato-per-presunti-abusi-sessuali-su-minori-c9c09b2c-dbf1-47e2-9a6d-1e04858ffxlk.shtml

  • «Abusi sessuali su minori», arrestato l’ex parroco di San Paolo

    «Abusi sessuali su minori», arrestato l’ex parroco di San Paolo

    Un sacerdote bresciano è stato raggiunto da ordinanza di custodia cautelare ed è ai domiciliari con l’accusa di violenza sessuale aggravata. Si tratta di don Ciro Panigara, sacerdote che a inizio anno aveva dato le dimissioni come parroco di San Paolo, nella Bassa, su richiesta della diocesi Bresciana dopo che un ragazzino aveva raccontato di attenzioni ricevute dal sacerdote.

    «Sono emerse situazioni ed elementi di criticità che consigliano di interrompere immediatamente l’esperienza nella comunità parrocchiale» le parole del vescovo di Brescia Tremolada in una lettera che venne letta in chiesa ai fedeli . «Lo smarrimento che questa decisione – aggiunse il Vescovo – provoca in tutti voi fedeli è comprensibile. Il parroco ha rimesso il mandato per poter proseguire con più libertà il suo cammino personale».

    Oltre all’episodio di fine dicembre a San Paolo, al sacerdote vengono contestati episodi relativi al 2011 al 2013 quando era curato in una parrocchia della Franciacorta, ad Adro. Le presunte vittime sono sempre state minori che gli erano stati affidati per lo svolgimento di attività parrocchiali.

    https://www.giornaledibrescia.it/cronaca/violenza-sessuale-minori-arrestato-parroco-san-paolo-xvtprwbf

  • Massimiliano Mulas, lo stupratore seriale era libero perché «non socialmente pericoloso». I precedenti: una volta decapitò un cane

    Massimiliano Mulas, lo stupratore seriale era libero perché «non socialmente pericoloso». I precedenti: una volta decapitò un cane

    Come può un uomo con svariate condanne per violenza sessuale essere ancora in libertà e capace di compiere nuovi reati? È questa la domanda che scuote l’opinione pubblica dopo la violenza di Mestre, dove Massimiliano Mulas, 45 anni, ha aggredito una ragazzina di 11 anni nell’androne della sua abitazione. Nonostante un passato criminale segnato da numerose condanne per violenze sessuali, Mulas era tornato in libertà già dal 2021, come conferma al Corriere della Sera il suo avvocato difensore Ignazio Ballai, che sottolinea come il suo assistito non sia mai stato dichiarato «socialmente pericoloso».

    Cosa dice la legge

    La legge italiana, infatti, consente di applicare misure di sicurezza preventive solo se un individuo viene dichiarato socialmente pericoloso.

    Tali misure possono includere la libertà vigilata, l’assegnazione a una casa di lavoro o a una struttura sanitaria in casi di infermità psichica. In assenza di questa dichiarazione formale, nessuna misura può essere adottata dopo che il condannato ha terminato di scontare la sua pena, anche se, come nel caso di Mulas, i precedenti sono gravi e ripetuti.

    I precedenti

    Massimiliano Mulas, 45 anni, originario di Tempio Pausania (Sassari), ha una lunga lista di precedenti, e non solo per violenze sessuali. Il suo primo episodio noto risale addirittura al 1998 a Nuoro, quando decapitò un cane e ne inviò la testa in un contenitore di detersivo a una ragazza per minacciarla. Nel 2006, a Padova, tentò di violentare due studentesse sotto la minaccia di un coltello: per questi fatti venne condannato a otto anni e tre mesi di carcere. Prima ancora, nel 2002, era stato arrestato a Cavalese per un tentato stupro di una turista, sempre con minacce e violenza fisica. Recentemente, era stato coinvolto in una presunta aggressione sessuale ai danni di una minorenne a Perugia, accuse poi cadute. Dopo ogni condanna, tornato in libertà, Mulas è sempre tornato a colpire.

    Salvini: «Castrazione chimica»

    Durissima la reazione politica, con Matteo Salvini che torna a proporre con forza la castrazione chimica per stupratori e pedofili: «È una soluzione già adottata in altri Paesi europei, e risolverebbe definitivamente il problema», afferma il leader della Lega. Anche il governatore veneto Luca Zaia e il patriarca di Venezia Francesco Moraglia intervengono indignati: «Come è possibile che un individuo con tali precedenti resti libero di commettere crimini così efferati?».

    https://www.ilmessaggero.it/italia/massimiliano_mulas_stuoratore_seriale_perche_libero_socialmente_pericoloso_cosa_sappiamo-8780649.html

  • Violenta una 11enne, lo stupratore seriale non è “mai stato definito pericoloso”: intanto si indaga su altri casi

    Violenta una 11enne, lo stupratore seriale non è “mai stato definito pericoloso”: intanto si indaga su altri casi

    Non era mai stato dichiarato socialmente pericoloso Massimiliano Mulas,almeno secondo l’avvocato difensore che assiste il 45enne accusato di aver violentato una bambina di 11 anni a Mestre dopo averla spinta in casa. L’uomo ha finito di scontare nel 2021 l’ultima condanna nel carcere di Lanusei e poi è uscito dal carcere pienamente libero.

    A quel punto è tornato a tempio Pausania a casa della madre e dopo un po’ se ne è andato. Qualche giorno fa il 45enne è stato arrestato a Venezia in seguito alla violenza sessuale avvenuta in un condominio di Mestre ai danni di una ragazzina di 11 anni.

    La bimba, stando a quanto ricostruito, è l’ultima vittima di una scia di violenze a sfondo sessuale tracciata dalla giustizia italiana dal 2002. Chi lo ha arrestato, processato e condannato, non ha poi però adottato alcuna misura per impedire che l’uomo ripetesse questi reati una volta uscito dal carcere.

    https://www.fanpage.it/attualita/lo-stupratore-seriale-massimiliano-mulas-libero-di-colpire-dopo-svariati-arresti-mai-definito-pericoloso/

  • Abusi sessuali su minori, a Caltanissetta comincia il processo d’appello a don Rugolo

    Abusi sessuali su minori, a Caltanissetta comincia il processo d’appello a don Rugolo

    Si è aperto oggi, a Caltanissetta, il processo di appello a Giuseppe Rugolo, il sacerdote condannato a 4 anni e mezzo di carcere dal tribunale di Enna, per violenza sessuale a danno di minori.

    Rugolo era presente in aula quando il sostituto procuratore della Corte d’appello, Antonino Patti, ha parlato di situazioni scabrose ed inaccettabili ricordando come la vittima, che ha denunciato il sacerdote, Antonio Messina, sia stato ritenuto credibile dal tribunale di Enna. «Ritengo che la sentenza sia scrupolosa» ha detto il sostituto procuratore e per questo ha chiesto la conferma della condanna di primo grado.

    A parlare oggi anche l’avvocato della vittima, Eleanna Parasiliti Molica che ha passato a rassegna tutte i motivi d’appello ricordando alla presidente della Corte, Roberta Serio, che la richiesta della difesa del sacerdote, che chiederebbe di ascoltare le altre due vittime tracciate nel processo di primo grado, è irricevibile in quanto sono stati proprio i legali a rinunciarvi.

    Poi è toccato agli altri due rappresentanti delle parti civili, Irina Mendolia e Mario Caligiuri in rappresentanza dell’associazione Contro tutte le violenze e Rete l’abuso, mentre l’avvocato Giovanni Di Giovanni, per i genitori della vittima, Michele Messina e Rita Cappa, assente perché impegnato in altra udienza, potrà discutere alla prossima udienza , fissata per il prossimo 22 maggio, insieme all’avvocato della Curia, Gabriele Cantaro. Il 27 maggio dovrebbe esserci l’ultima udienza con gli avvocati dell’imputato, Dennis Lovison e Antonino Lizio.

    https://www.lasicilia.it/cronaca/abusi-sessuali-su-minori-a-caltanissetta-comincia-il-processo-dappello-a-don-rugolo-2461547/

  • ENNA – Le vittime e la Rete L’ABUSO “disconoscono” la Panchina viola; è un simbolo di responsabilità non di opportunità!

    ENNA – Le vittime e la Rete L’ABUSO “disconoscono” la Panchina viola; è un simbolo di responsabilità non di opportunità!

    La lotta contro gi abusi sessuali clericali sono una cosa seria perchè coinvolgono migliaia di giovani che portano per tutta la vita ferite insanabili. Per questo disconosciamo la paternità di quella panchina viola che il Comune di Enna ha installato al belvedere Marconi, dopo nostra richiesta e subito dopo la sentenza di condanna di Giuseppe Rugolo, il sacerdote condannato a 4 anni e mezzo di carcere per violenza sessuale aggravata a danni di minori dal Tribunale di Enna .

    Il Comune di Enna si è guardata bene dal costituirsi parte civile in quel processo, lasciando solo Antonio Messina che aveva denunciato Rugolo.

    A fronte di quanto sta avvenendo ad Enna, dove ieri sera i riti della settimana Santa, hanno visto protagonista monsignor Vincenzo Murgano, imputato per falsa testimonianza insieme al vescovo della diocesi di Piazza Armerina , Rosario Gisana, seduto accanto all’amministrazione comunale, nelle persone del sindaco Maurizio Dipietro e dell’assessore Mirko Milano e altri componenti della Giunta comunale, l’associazione Rete l’Abuso fa un passo indietro consapevole, dolorosamente, che l’installazione della panchina è stato solo un maldestro tentativo di aderire, in apparenza, ad una lotta che invece è una cosa seria.

    Quella panchina rappresenta un simbolo, ma chiama alla coerenza e alla fattività, nei comportamenti che ad Enna l’amministrazione comunale, sembra negare.

    La Retel’Abuso si stringe attorno ai componenti del movimento spontaneo “Non accetto prediche da chi copre un abuso” che, con grande coraggio e compostezza, sta manifestando il dissenso per la presenza del monsignore imputato alla processione del venerdì Santo.

  • Il processo per violenza sessuale all’istituto “Cristo Re”, in aula i teste della difesa: si indaga sugli spostamenti del prete

    Il processo per violenza sessuale all’istituto “Cristo Re”, in aula i teste della difesa: si indaga sugli spostamenti del prete

    Prosegue in aula il processo che vede coinvolto padre Claudio Marino, ex direttore dell’istituto antoniano “Cristo Re” finito ai domiciliari dopo la denuncia di una donna di origini tunisine che lo ha accusato di aver subito violenza sessuale durante l’estate del 2022.

    Dopo l’udienza in cui ha testimoniato la persona offesa, difesa dall’avvocato Maria Grazia Corio, davanti al collegio della prima sezione penale, confermando le accuse contro il rogazionista, difeso dagli avvocati Salvatore Silvestro e Delia Urbani, oggi si è riunita nuovamente la corte per ascoltare tre testimoni della difesa.

    Si tratta di tre persone vicine a padre Marino per motivi spirituali e di lavoro all’interno dell’istituto, cioè una suora dello “Spirito Santo”, una psicologa del “Cristo Re” e un dipendente che si occupa di smistare e prendere nota su un registro specifico degli ospiti durante l’ingresso, l’uscita e la permanenza in sede. Atteso ma non ancora rintracciato il mediatore culturale che sarebbe stato testimone delle attenzioni del prete nei confronti della donna che ha denunciato.

    Durante il dibattimento si è cercato di ricostruire il periodo di permanenza della donna nel 2022, che sarebbe collocabile fra il 18 maggio e il 15 giugno e fra il 17 giugno e il 24 giugno dello stesso anno, secondo quanto raccontato da uno dei testimoni che ha anche indicato su una piantina in quali stanze la donna ha alloggiato. Gli avvocati hanno voluto anche comprendere quali siano stati gli spostamenti di padre Claudio Marino durante la settimana in cui si sarebbe compiuta la violenza sessuale.

    Si tratterebbe, infatti, del periodo in cui a Messina si svolgono i festeggiamenti in onore di Sant’Antonio. Una settimana, questa, che avrebbe comportato la presenza meno assidua del prete all’interno dell’istituto per partecipare alle manifestazioni che si sarebbero svolte anche in quell’estate all’Istituto di via Cesare Battisti.

    In aula è stata anche prodotta la documentazione relativa alla collocazione della foresteria per riuscire a collocare con precisione gli spostamenti della presunta vittima. “La tunisina”, come risulta essere stata registrata dalle carte dell’Istituto, “perchè non sapevamo il nome ed era l’unica di quella nazionalità a essere ospitata da noi in quel periodo”, ha detto un teste.

    Ma è stata anche analizzata la possibilità che la donna, urlando durante le violenze, possa essere stata sentita da qualcuno alla luce della vicinanza degli alloggi con gli uffici della direzione. I corridoi in cui erano collocati gli alloggi nel 2022, infatti, sarebbero stati semore molto affollati, hanno ricostruito i testimoni. E ci sarebbe stato anche un impianto di videosorveglianza i cui filmati, però, sarebbero andati perduti perché il sistema entro pochi giorni sovrascrive i files registrati.

    Rigettata dalla corte la richiesta di mettere in gioco un perito traduttore da parte della difesa che potesse nuovamente analizzare la deposizione della donna che, secondo gli avvocati, sarebbero incomplete ma che sono state già analizzate dai periti della procura.

    L’udienza è stata aggiornata al 14 maggio alle 13.30 in aula C per ascoltare altri testimoni. Successivamente ancora, invece, si procederà con l’ascolto dell’indagato.

  • Condannato per i rapporti sessuali con le sorelline e i fratellini, la Corte di Cassazione rigetta il ricorso della difesa

    Condannato per i rapporti sessuali con le sorelline e i fratellini, la Corte di Cassazione rigetta il ricorso della difesa

    Tutto nacque quando uno dei nove figli raccontò alle sue insegnanti che cosa succedeva a casa: suo fratello maggiore lo toccava in modo strano. Da qui, le indagini condotte della Procura di Torino che portarono all’arresto del ragazzo e alla scoperta che quelle “strane carezze” in realtà erano anche rapporti sessuali, consumati con le sorelline più piccole. Fatti, questi, che si sono trascinati per anni e anni rimanendo nei silenzi più assordanti dei segreti famigliari.

    Una madre, nove figli e un’abitazione di fortuna costruita dal padre nelle campagne di un centro delle Langhe. Un’educazione religiosa rigidissima, che si sarebbe risolta anche in botte con la cinghia, preghiere, redenzione e il silenzio dei genitori che non avrebbero impedito nulla di tutto ciò che avvenne sotto il loro tetto e che la Corte di Cassazione ha confermato in toto.

    C’è tutto questo nell’inchiesta giudiziaria nata al tribunale di Torino,  piombata sulle spalle di una famiglia di origini romena. Qualche mese fa la corte d’Assise d’Appello, per madre e  figlio, aveva messo un punto alla loro posizione processuale. Per il padre, invece, il lungo travaglio processuale dovrà ricominciare di fronte a un altro di palazzo di giustizia, quello di Cuneo.

    Le violenze per cui il ragazzo era stato processato e condannato in abbreviato a otto anni di reclusione dal “tribunale degli adulti” andavano dal 2017 al 2021, anno in cui è diventato maggiorenne. Gli episodi pregressi, invece, quelli che si sarebbero consumati a partire dal 2006, sono al vaglio del tribunale per i minorenni.

    Attualmente in carcere al Cerialdo, era stato anche condannato per la detenzione di materiale pedopornografico, motivo per cui le indagini erano state svolte a Torino. Ad aggravare le accuse nei suoi confronti si aggiunse il fatto che le sue sorelle ai tempi avessero meno di dieci anni. Ad oggi, alcune di loro si trovano in comunità mentre un’altra ha preso i voti e vive in un convento in Romania con due fratelli. “Sì, è vero. Io queste cose le ho fatte – aveva confessato il ragazzo di fronte al giudice per l’udienza preliminare-. Mi sento responsabile. Sono pronto ad affrontare la pena. Qualunque pena mi vogliate dare” .

    Il legale bolognese Claudio Cenacchi aveva presentato il ricorso dinanzi alla Corte di Cassazione e nei giorni scorsi la decisione dei giudici del “Palazzaccio”: rigettato. La pena finale inflitta al giovane in secondo grado è stata di 8 anni di carcere. Per la pena definitiva, però, il magistrato dell’esecuzione dovrà tenere anche conto del periodo del pre-sofferto, ossia il tempo trascorso dal ragazzo in misura cautelare, nel caso specifico, si tratta di 2 anni e 9 mesi di gli arresti domiciliari. Il fine peneaè previsto per il 24 giugno del 2030 fa sapere l’avvocato. 

    Assieme a lui, era stata condannata in abbreviato di fronte al tribunale di Torino anche la mamma, assistita dall’avvocato di Cuneo Mauro Mantelli. La Corte di Appello aveva abbassato la pena a 3 anni e 8 mesi di carcere. Su di lei pendevano le accuse di maltrattamenti e violenza sessuale omissiva perché, pur sapendo che cosa accadeva fra le mura di quella cascina, è sempre rimasta in silenzio.

    Quanto al padre, assistito dall’avvocato Alice Battisti di Torino, su di lui erano cadute le accuse che rendevano il reato distrettuale: pertanto sarà la Procura di Cuneo e non più quella di Torino a occuparsi del processo.

    Intanto, l’avvocato Michela Giraudo, che assisteva un fratello e due sorelle (ad oggi di età comprese fra i 15 e i 35 anni), aveva ottenuto un risarcimento per circa 125mila euro.

    CharB.

    https://www.lavocedialba.it/2025/04/01/amp/argomenti/cronaca-17/articolo/condannato-per-i-rapporti-sessuali-con-le-sorelline-e-i-fratellini-la-corte-di-cassazione-rigetta-i-1.html

  • La Corte d’Appello di Firenze ha riconosciuto il religioso colpevole di violenza sessuale aggravata

    La Corte d’Appello di Firenze ha riconosciuto il religioso colpevole di violenza sessuale aggravata

    Tre anni e 8 mesi per violenza sessuale aggravata. E’ la condanna inflitta dalla Corte d’appello di Firenze a Emanuele Dondoli, l’ex prete accusato di aver abusato di una parrocchiana, affetta da disturbi della personalità.

    I giudici della seconda sezione hanno confermato il risarcimento non solo a favore della donna (assistita dall’avvocato Elisabetta Renieri) ma anche dell’arcidiocesi di Firenze, a cui andrà l’indennizzo simbolico di 1 euro, come aveva chiesto l’avvocato Paolo Ghetti. Il pg Sergio Affronte, oggi nel corso delle repliche, aveva chiesto un ricalcolo della pena di 4 anni e 4 mesi inflitta in primo grado con rito abbreviato a Firenze, perché era stata applicata la legge sul codice rosso ancora non entrata in vigore al momento dei fatti contestati.

    Dondoli, sacerdote dal 1998 e parroco dal 1992, secondo l’accusa avrebbe abusato della giovane che in un momento di fragilità e confusione, a causa della malattia di un familiare e la perdita di una persona cara, aveva cercato conforto in chiesa. Era convinta di essere posseduta dal demonio, hanno ricostruito le indagini, e si era rivolta al religioso che conosceva da tempo. Per l’accusa, tra marzo e giugno 2018, l’ex prete le avrebbe impartito “benedizioni risolutive per il malessere” compiendo, in realtà, abusi sessuali in sagrestia. Infine, le avrebbe consigliato di rivolgersi a un esorcista.

    Dondoli è stato già condannato in via definitiva dal tribunale ecclesiastico alle dimissioni dallo stato clericale. Commenta l’avvocato Ghetti: “L’arcidiocesi di Firenze non si è mai tirata indietro di fronte a reati così odiosi compiuti all’interno della propria famiglia“.

    https://www.firenzedintorni.it/it/abuso-donna-prete-condannato.html

  • Violenza sessuale, condannato l’ex prete di Belsito e Malito: dubbi e silenzi sulla vicenda di Anthonidoss Duraiswamy

    Violenza sessuale, condannato l’ex prete di Belsito e Malito: dubbi e silenzi sulla vicenda di Anthonidoss Duraiswamy

    Un anno di reclusione: è questa la condanna inflitta a don Anthonidoss Duraiswamy, sacerdote indiano di 55 anni, residente a Santo Stefano di Rogliano e per lungo tempo impegnato nelle parrocchie di Belsito e Malito, nel Cosentino. La sentenza, pesantissima dal punto di vista morale e sociale, riguarda la violenza sessuale ai danni di una donna ucraina di 32 anni che si era rivolta a lui in un momento di grande vulnerabilità personale.

    Una condanna che scuote le comunità locali

    La vicenda ha inevitabilmente sconvolto le comunità di Belsito, Malito e Santo Stefano di Rogliano, dove il sacerdote aveva prestato servizio per diversi anni. Don Duraiswamy, ordinato sacerdote proprio nella diocesi di Cosenza, aveva acquisito negli anni una certa notorietà locale per il suo modo di fare diretto e talvolta conflittuale, ma – assicurano molti fedeli – «sempre entro limiti normali per un sacerdote che difende il giusto nelle sue comunità».

    Eppure, la sentenza di condanna mette in discussione proprio questa presunta normalità, imponendo una riflessione seria e approfondita sulle reali condotte del sacerdote.

    Sparizione improvvisa: che fine ha fatto don Anthonidoss?

    Da oltre quattro mesi, infatti, di don Duraiswamy non si hanno più notizie certe. Alcuni sostengono che sia rientrato in India, suo paese di origine, altri invece che sia stato semplicemente trasferito altrove dalla Curia, lontano dai riflettori e soprattutto dalla comunità che fino a poco tempo fa lo aveva accolto con fiducia e rispetto.

    Il silenzio prolungato delle istituzioni ecclesiali locali appare problematico: perché nessuno ha fornito chiarimenti ufficiali sulla sorte del prete dopo la sentenza? Un religioso condannato per violenza sessuale può essere davvero semplicemente trasferito altrove senza alcuna chiarezza?

    Critiche alla Chiesa locale: serviva più chiarezza

    Questa vicenda pone inevitabilmente domande scomode anche alla diocesi locale: come è possibile che una figura condannata per violenza sessuale abbia continuato a operare indisturbata per mesi, prima della sentenza definitiva? È normale lasciare comunità fragili e persone in difficoltà a contatto con una persona sulla quale gravavano accuse così gravi?

    La critica è forte ma necessaria: la Chiesa locale avrebbe dovuto garantire una maggiore tutela e trasparenza verso fedeli e cittadini, evitando che don Anthonidoss continuasse a esercitare il suo ruolo spirituale in presenza di persone già vulnerabili.

    La Chiesa dia risposte, non silenzi

    In conclusione, pur riconoscendo che i rapporti conflittuali tra un prete e i suoi fedeli possano essere comuni, non è assolutamente normale né accettabile che un sacerdote, condannato per un reato odioso come la violenza sessuale, possa semplicemente sparire nel nulla o essere trasferito altrove senza dare risposte precise alla comunità.

    Serve chiarezza immediata da parte della Chiesa, per rispetto delle vittime, dei fedeli e dell’intera comunità, che ora più che mai si sente tradita e confusa da troppi silenzi.

    https://www.calabrianews24.com/news/357484105222/violenza-sessuale-condannato-l-ex-prete-di-belsito-e-malito-dubbi-e-silenzi-sulla-vicenda-di-anthonidoss-duraiswamy