Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: violenza sessuale

  • La vittima di don Rugolo: «Intervenga il Papa, liberi la diocesi di Piazza Armerina»

    La vittima di don Rugolo: «Intervenga il Papa, liberi la diocesi di Piazza Armerina»

    Giustizia piena per le vittime di abusi clericali sui minori. Dai tribunali ordinari, dove la procura generale di Caltanissetta ha appena impugnato la sentenza che riduce a tre anni di reclusione la condanna per violenza sessuale su minori per don Giuseppe Rugolo, a quelli ecclesiastici.

    Antonio Messina, il giovane archeologo ennese che ha denunciato gli abusi subiti quando era ancora adolescente dal sacerdote ennese, torna a chiedere ascolto al Pontefice dopo le parole in cui riconosce la profondità della ferita creata nei sopravvissuti alle violenze ed il tema pesante del mancato ascolto da parte dei vescovi ribandendo: «Papa Leone XIV ha a disposizione quanto a lui necessario per intervenire in maniera concreta e fattiva nella Diocesi di Piazza Armerina e liberarla da chi di autentico non ha nulla: continuo nell’attesa di risposte chiare, senza fermarmi».

    Mentre l’attesa per una risposta dal Vaticano continua, la Procura generale di Caltanissetta ha presentato ricorso per Cassazione chiedendo l’annullamento con rinvio della sentenza d’appello che ha condannato il sacerdote ennese per violenza sessuale su minori a tre anni di reclusione, riducendo la pena dai quattro anni e sei mesi inflitti in primo grado. Le motivazioni della richiesta di annullamento riguardano la «lieve entità dei fatti» riconosciuta in secondo grado all’imputato. La Corte d’appello, infatti, ha ritenuto sussistente «la circostanza attenuante della minore gravità » per le condotte del sacerdote e avere diminuito così la pena dai quattro anni e mezzo del primo grado ai tre dell’appello.

    Di questo avviso non è però la procura generale che sostiene ci sia stata, invece, una applicazione erronea oltre alla contraddittorietà della motivazione in relazione proprio al riconoscimento della minore gravità. Il giudizio passa adesso alla Cassazione che dovrà decidere sul ricorso della Pg, dopo avere esaminato il contenuto del ricorso e stabilire la sussistenza degli elementi per annullare la sentenza e rinviare il procedimento ad altro giudice.

    https://www.lasicilia.it/news/cronaca/3013706/la-vittima-di-don-rugolo-intervenga-il-papa-liberi-la-diocesi-di-piazza-armerina.html

  • Tutto da rifare?

    Tutto da rifare?

    La Procura generale di Caltanissetta ha presentato ricorso in Cassazione chiedendo l’annullamento con rinvio della sentenza d’appello che ha condannato Giuseppe Rugolo a tre anni di carcere per violenza sessuale su minori. Sulla base delle motivazioni della sentenza depositate il 12 gennaio, infatti, la Procura chiede l’annullamento della “lieve entità dei fatti” riconosciuta in secondo grado, che ha diminuito la pena per Rugolo dai quattro anni e mezzo del primo grado ai tre dell’appello.

    Nella sentenza ci sarebbe infatti un errore di applicazione della legge penale e una conseguente formulazione contraddittoria della sentenza. Se la Cassazione accoglierà il ricorso e rinvierà ad altro giudice, per Rugolo si prospetta un nuovo processo e un possibile incremento di pena.

    Intanto monsignor Gisana, a processo per falsa testimonianza, visita e benedice scuole pubbliche alla faccia della decenza e della laicità dello Stato, mentre dalla Chiesa tutto tace e papa Leone continua sulla strada del non interventismo, anche nei casi più clamorosi e nonostante l’imbarazzo dei fedeli. Ne ho parlato con Antonio Messina, l’archeologo che ha denunciato il suo abusatore e che continua a battersi per avere giustizia.

    https://federicatourn.substack.com/p/tutto-da-rifare?

  • Quando un sì non è un sì. Il confine tra libertà, dignità e diritto

    Quando un sì non è un sì. Il confine tra libertà, dignità e diritto

    Nel dibattito sulla violenza sessuale si continua troppo spesso a confondere la semplificazione con la chiarezza. Ma quando il diritto rinuncia alla complessità della realtà umana, smette di proteggere e inizia a esporre. È in questo spazio che si colloca la proposta della senatrice Bongiorno della Lega: non come intervento tecnico neutro, ma come scelta culturale che incide direttamente sulla possibilità stessa delle vittime di accedere alla giustizia.

    Nel diritto penale il consenso sessuale non è una parola pronunciata nel vuoto, ma l’espressione effettiva dell’autodeterminazione della persona. Per essere giuridicamente valido, il consenso deve essere libero, attuale e consapevole, come impongono la Convenzione di Istanbul, la giurisprudenza della Corte EDU e la costante elaborazione della Cassazione, in linea con i più avanzati ordinamenti europei, come Francia e Germania, che hanno fatto del rispetto della volontà della persona e della protezione contro ogni forma di coercizione il vero indice di civiltà giuridica. Basti pensare al caso Gisèle Pelicot in Francia, in cui la vittima fu narcotizzata dal marito e ripetutamente esposta a rapporti sessuali senza poter acconsentire, evento che ha determinato una riforma legislativa inserendo esplicitamente il consenso libero come elemento essenziale dei reati sessuali.

    In Germania, il §177 del Codice penale tutela in maniera altrettanto avanzata la volontà discernibile della vittima, punendo gli atti sessuali anche in assenza di violenza fisica quando la persona non è in grado di esprimere un dissenso effettivo, ad esempio per shock, intossicazione o soggezione. Rispetto a questo modello europeo, la proposta Bongiorno rischia di riportare l’Italia a un approccio arretrato: il reato si fonda sul dissenso e non sulla presenza di un consenso libero e attuale, imponendo alla vittima l’onere di dimostrare la propria opposizione.

    La violenza sessuale può dunque sussistere anche in assenza di violenza fisica o di minacce esplicite, quando l’agente approfitti di una condizione di inferiorità psichica o di un contesto idoneo a comprimere la libertà di autodeterminazione della vittima.

    In presenza di stati di shock, dissociazione, freezing, soggezione o intimidazione ambientale, anche un apparente “sì” è giuridicamente privo di valore, perché non esprime una volontà libera ma una risposta traumatica di adattamento o di sopravvivenza. Il trauma dissociativo che imperversa sulle vittime incide profondamente sulla memoria rievocativa: la frammentazione del ricordo, le amnesie selettive, le discontinuità narrative che possono emergere dalle indagini preliminari all’incidente probatorio fino al controesame dibattimentale non sono segni di inattendibilità, ma l’impronta stessa della violenza subita. Pretendere, in tali condizioni, un dissenso esplicito e una narrazione lineare significa imporre alla vittima un modello normativo di “reazione corretta”, già respinto dalla giurisprudenza, e trasformare il processo in un dispositivo di esposizione anziché di tutela.

    In questo squilibrio strutturale, l’autore si muove come chi agisce in piena luce mentre la vittima resta confinata in uno spazio privo di vie d’uscita: scambiare quella paralisi o quella acquiescenza per consenso equivale a confondere la costrizione con la scelta. È proprio questo impianto di civiltà giuridica che la proposta Bongiorno tenta di scardinare, reintroducendo un paradigma culturale che alimenta la sfiducia nella giustizia e amplifica il rischio di vittimizzazione secondaria, fatta di interrogatori insinuanti e colpevolizzanti — perché non è scappata, perché non ha urlato, perché non ha chiesto aiuto, ma perché si è vestita in quel modo… — riportando il processo a essere un giudizio sulla condotta della vittima più che sull’abuso dell’autore.

    Si tratta di un arretramento culturale grave e pericoloso, che vanifica le conquiste delle donne sul terreno dell’autodeterminazione e della dignità, ma che investe l’intera comunità democratica, uomini compresi, perché indebolisce i presìdi dello Stato di diritto e normalizza l’idea che la libertà personale possa essere compressa senza responsabilità. Dove il consenso smette di essere il confine invalicabile, non arretrano solo i diritti delle donne: arretra la democrazia.

    Difendere il consenso sessuale come limite inviolabile non è solo una questione giuridica: è un atto di responsabilità civile e politica. È urgente alimentare il dibattito pubblico e la mobilitazione civile, chiedendoci se questo attacco ai diritti delle vittime — alla loro parola, libertà e dignità — non sia collegato alle stesse logiche del referendum sulla divisione delle carriere dei magistrati, che rischiano di comprimere l’indipendenza della giustizia e la tutela effettiva dei diritti. Difendere il sì che protegge significa difendere lo Stato di diritto, dire chiaramente che la giustizia deve stare dalla parte di chi subisce violenza e non di chi la perpetra. È il momento di far sentire la nostra voce, di interrogarsi, di mobilitarsi: perché la libertà, la dignità e la tutela delle vittime non siano mai sacrifici negoziabili nel gioco della politica.

    Roma, 25/01/2026

    Avv. Mario Caligiuri

    (RESP. DELL’OSSERVATORIO PER LA TUTELA DELLE VITTIME DI RETE L’ABUSO)

  • Abusi sulla vicina undicenne per cinque anni. La famiglia sapeva e taceva in cambio della spesa

    Abusi sulla vicina undicenne per cinque anni. La famiglia sapeva e taceva in cambio della spesa

    ORISTANO – Non è solo una storia di violenza sessuale, è una storia di fame e di degrado. Il tribunale di Oristano ha chiuso l’istruttoria su una vicenda che ha coinvolto una bambina, all’epoca dei fatti di appena 11 anni, e un suo vicino di casa sessantenne. La richiesta avanzata oggi dalla Pubblica Accusa è di dieci anni di carcere.

    Il baratto In un’udienza a porte chiuse, la Pm Silvia Mascia ha ricostruito cinque anni di abusi. L’imputato, vicino di casa della vittima, ha iniziato con regali e approcci che nulla avevano a che fare con l’affetto, per poi passare agli atti concreti. Ma il dettaglio che pesa più della violenza stessa è il contesto. Dalle indagini dei militari è emerso che i familiari della giovane, e persino gli altri vicini, erano al corrente di ciò che accadeva. Hanno tollerato la situazione per anni a causa di una condizione sociale disagiata. Il silenzio veniva comprato con un po’ di cibo e qualche vasetto di yogurt che l’uomo donava loro.

    La denuncia in codice La catena si è spezzata tre anni fa, e non per intervento della famiglia. La ragazzina ha trovato il coraggio di entrare in una farmacia di Piazza Roma e ha chiesto una “mascherina 1522”. È il codice convenzionale per segnalare la violenza domestica senza dover dare spiegazioni ad alta voce. La farmacista ha capito immediatamente la gravità della situazione e ha chiamato la Polizia.

    Il processo Davanti al giudice è finita anche la madre della minorenne, accusata di calunnia. La donna ha scelto di chiudere subito la sua posizione, patteggiando una pena di un anno e due mesi. L’uomo accusato degli abusi ha tentato una mossa risarcitoria proponendo la cifra di 800 euro alla famiglia della giovane. Una somma che gli avvocati di parte civile hanno respinto, intenzionati a chiedere un importo ben diverso nell’udienza fissata per il prossimo 24 aprile.

    https://www.algheronotizie.com/contenuto/0/11/652549/abusi-sulla-vicina-undicenne-per-cinque-anni-la-famiglia-sapeva-e-taceva-in-cambio-della-spesa

  • SG: archiviati cinque procedimenti per abusi Chiesa cattolica

    SG: archiviati cinque procedimenti per abusi Chiesa cattolica

    (Keystone-ATS) Lo studio pilota dell’Università di Zurigo è stato presentato nel settembre 2023 e successivamente, secondo quanto comunicato oggi dalla Procura, quattro denunce sono pervenute alle diocesi di Coira e San Gallo. Una quinta denuncia è stata sporta da una persona privata contro un prete straniero. Complessivamente la Procura sangallese si è quindi occupata di cinque sacerdoti accusati – tutti ultra ottantenni – e di dieci persone offese.

    La nota spiega in dettaglio perché le denunce non hanno portato ad alcuna imputazione. Le ragioni sono molto diverse. Una delle difficoltà è stata che la procura ha dovuto basarsi sui documenti della Chiesa, ha spiegato Leo-Philippe Menzel, portavoce della procura di San Gallo, all’agenzia di stampa Keystone-ATS.

    In alcuni casi, al posto dei nomi reali sono stati utilizzati pseudonimi. I fascicoli non sono stati compilati in modo accurato – alcuni documenti manoscritti hanno dovuto essere prima decifrati – e le informazioni erano incomplete. È stato necessario prima individuare le persone interessate.

    In due dei cinque casi la Camera d’accusa non ha accolto la richiesta della Procura: la sua “autorizzazione” è tuttavia necessaria per poter avviare un procedimento contro collaboratori di una parrocchia riconosciuta dal diritto pubblico.

    Prescrizione

    Il primo rifiuto è legato fatto che uno dei sacerdoti accusati non ha commesso i fatti contestati in qualità di collaboratore della Chiesa. La procura ha in seguito valutato il sospetto di atti sessuali con minori e incesto a carico del prete in questione, ma a quel punto è risultato che il reato era già caduto in prescrizione.

    La seconda decisione negativa della Camera di accusa riguardava un sacerdote che “a causa di una malattia aveva irrimediabilmente perso la capacità di stare in giudizio”: non era quindi più possibile procedere penalmente nei suoi confronti. Nel frattempo, l’uomo è deceduto.

    Un’altra delle cinque denunce non è stata portava avanti perché la procura di Augusta in Germania ha assunto il procedimento per violenza sessuale. Nel frattempo, anche quel dossier è stato archiviato.

    Vittime reticenti a ricordare

    Le accuse contro due sacerdoti sono state archiviate in quattro su dieci casi perché cadute in prescrizione, mentre negli altri episodi le circostanze del reato sono state verificate “al fine di consolidare il quadro indiziario”. Si è trattato di indagini “lunghe e complesse”, secondo Menzel. I sacerdoti accusati hanno negato le accuse. Le vittime, che al momento del reato erano ancora bambini, non sono state in grado di fornire informazioni sufficientemente concrete riguardo i fatti.

    Alcune delle persone coinvolte non sono state in grado di ricordare gli eventi rilevanti per l’indagine o di collocarli con precisione nel tempo. Altre non hanno voluto confrontarsi, in alcuni casi nuovamente, con un tema che consideravano ormai chiuso da tempo.

    Senza le relative dichiarazioni delle parti lese, nonostante le indagini approfondite non è stato possibile concretizzare alcuna denuncia “che portasse a un’accusa contro i sacerdoti in questione”, ha sottolineato la procura. Pertanto, i procedimenti sono stati archiviati.

    https://www.swissinfo.ch/ita/sg%3A-archiviati-cinque-procedimenti-per-abusi-chiesa-cattolica/90814976

  • Prete-giornalista molesta collega, pm chiede rinvio a giudizio

    Prete-giornalista molesta collega, pm chiede rinvio a giudizio

    La Procura di Roma ha chiesto il rinvio a giudizio per un prete giornalista spagnolo di 81 anni accusato di violenza sessuale ai danni di un suo collega di 40 anni. I magistrati contestano all’uomo la fattispecie prevista dal comma 3 in riferimento ai casi “di minore gravità”. I fatti risalgono ai giorni del Conclave per l’elezione del nuovo Pontefice e secondo l’accusa, il sacerdote avrebbe tentato un approccio sessuale dopo aver invitato il collega in casa.

    I due si erano conosciuti nel periodo compreso tra il ricovero di Papa Francesco e la fumata bianca per Leone XIV e tra loro sarebbe nata un’amicizia legata al loro comune lavoro nell’ambito degli eventi da seguire. Un primo incontro, il 16 aprile, nella casa del prete 81enne in centro a Roma, si era risolto senza problemi mentre, secondo quanto denunciato dalla vittima – gli approcci espliciti si sarebbero verificati in un secondo incontro, il 23 maggio, nella stessa abitazione: qui il sacerdote avrebbe compiuto diverse molestie ai danni del 40enne il quale però è riuscito a sottrarsi e ha poi denunciato quanto accaduto. Antonio Pelayo

    https://www.adnkronos.com/cronaca/prete-giornalista-molesta-collega-pm-chiede-rinvio-a-giudizio_5DzRU8fk7YHITdg4uVMLJG
  • Processo don Rugolo: presentato il ricorso in Cassazione per rivedere la pena

    Processo don Rugolo: presentato il ricorso in Cassazione per rivedere la pena

    Dopo il deposito delle motivazioni di sentenza a carico dell’ex sacerdote Giuseppe Rugolo, la procura generale nissena ha presentato ricorso in Cassazione chiedendo l’annullamento con rinvio. Rugolo, condannato in primo grado a 4 anni e 6 mesi per violenza sessuale su minori, ha avuto in appello la riduzione della pena a 3 anni.

    La sentenza della corte d’appello di Caltanissetta era stata pronunciata lo scorso luglio e nei giorni scorsi sono state depositate le motivazioni, sulla cui base la procura generale della corte di appello di Caltanissetta ha presentato ricorso per Cassazione chiedendo l’annullamento con rinvio.

    La Procura motiva l’impugnazione chiedendo l’annullamento della “lieve entità dei fatti” riconosciuta in secondo grado all’imputato. La Corte d’appello, infatti, ha ritenuto sussistente “la circostanza attenuante della minore gravità ” per le condotte del sacerdote e avere diminuito cosi’ la pena dai 4 anni e mezzo del primo grado ai 3 dell’appello.

    Per il Pg, nella sentenza ci sarebbe una applicazione erronea della legge penale, oltre alla contraddittorietà della motivazione in relazione proprio al riconoscimento della minore gravità. Spetterà adesso alla cassazione valutare se sussistono gli elementi per annullare la sentenza e rinviare il procedimento ad altro giudice e, quindi, se accogliere il ricorso della procura generale nissena.

    https://www.rainews.it/tgr/sicilia/articoli/2026/01/processo-don-rugolo-presentato-il-ricorso-in-cassazione-per-rivedere-la-pena–1915c1ce-dd55-4988-a657-1bc4caf4416f.html

  • Le chat shock nella sentenza Rugolo, i giudici: “Contesto predatorio di 2 uomini di chiesa”

    Le chat shock nella sentenza Rugolo, i giudici: “Contesto predatorio di 2 uomini di chiesa”

    La sentenza di condanna a 3 anni di reclusione per violenza sessuale ai danni Giuseppe Rugolo trova uno dei suoi principali fondamenti nell’attendibilità riconosciuta dai giudici della Corte di Appello di Caltanissetta ad Antonio Messina, l’archeologo ennese dalla cui denuncia è partita l’inchiesta della Procura.

    La tesi della difesa di Rugolo

    Un aspetto ben evidenziato nelle motivazioni della sentenza, pubblicata nelle ore scorse ed ormai al centro di tanti dibattiti, specialmente nella comunità ennese, ancora sgomenta per una vicenda dai contorni torbidi e drammatici. La difesa di Rugolo, che, peraltro, ha subito un procedimento canonico con la riduzione allo stato laicale, ha fatto leva sulla denuncia tardiva di Messina “intervenuta a distanza di anni dagli abusi e reputata indice di non genuinità e spontaneità delle accuse”.

    Le motivazioni dei giudici: ecco perchè Messina è attendibile

    Una tesi sconfessata dai giudici della Corte d’Appello, secondo cui la ricostruzione difensiva è confutata “dalle graduala elaborazione del vissuto traumatico e dalle fratture interiori derivanti dal sentimento di affetto che pur legavano Messina a Rugolo, vieppiù accresciuti da una fede cristiana talmente profonda da desiderare di intraprendere la via ecclesiastica”.

    “Il legame da trauma e la manipolazione della vittima”

    Proseguendo nell’analisi, i giudici ritengono che le dichiarazioni della vittima sono genuine e spontanee che “offrono una chiara indicazione  del disastro che l’imputato ha creato nella psiche del giovane educando, il quale aveva riposto piena fiducia nel padre confessore rivelando i suoi disagi adolescenziali”.

    Messina, sempre secondo la Corte di Appello, avrebbe sostanzialmente sviluppato un “legame da trauma che caratterizza questo tipo di relazione disfunzionale”, che è una spia “rivelatrice del livello di manipolazione a cui è stata sottoposta la vittima”.

    Le chat tra 2 sacerdoti: “contesto predatorio”

    Nella sentenza un ruolo importante lo hanno avuto le conversazioni in chat tra lo stesso Rugolo ed un altro sacerdote, non imputato, avvenute il 12 ottobre del 2011. I giudici citano un passaggio chiave, quello in cui  emerge “il contesto predatorio a sfondo omosessuale da parte di due uomini di chiesa ed uno spaccato desolante di generale contaminazione delle relazioni pastorali”.

    “Sto legando con un ragazzo della parrocchia”

    Scendendo nel dettaglio, la Corte di Appello focalizza uno scambio di messaggi tra i due sacerdoti: “Sto legando molto con un ragazzo della parrocchia che secondo me prima o poi entra in seminario… il mio si chiama Antonio Messina”.

    La testimonianza della psicoterapeuta

    Nel giudizio è entrata anche la testimonianza di una psicoterapeuta che ha avuto in cura Messina a partire dal 2018. La professionista ha descritto la vittima “in un profondo stato di depressione e paura per gli abusi subiti”, inoltre ai giudici ha detto che “è stato facile arrivare ad un abuso da una posizione anche di confusione emotiva, dove non ci sono confini tra un educatore ed un educando”.

    Le chat shock nella sentenza Rugolo, i giudici: “Contesto predatorio di 2 uomini di chiesa”

  • La condanna di Rugolo, i giudici: “Devianza sessuale mascherata da missione pastorale”

    La condanna di Rugolo, i giudici: “Devianza sessuale mascherata da missione pastorale”

    Sono state rese note le motivazioni della sentenza dei giudici della Corte d’Appello di Caltanissetta che hanno condannato Giuseppe Rugolo a 3 anni di reclusione per violenza sessuale ai danni di minore.

    Il profilo di Rugolo per i giudici

    Secondo quanto indicato nel dispositivo, l’imputato, dimesso dallo stato crericale, avrebbe avuto “evidenti anomalie comportamentali”, “contrassegnate da una vera e propria devianza sessuale mascherata da missione pastorale”. I giudici sostengono che Rugolo avrebbe approfittato del suo ruolo per compiere “atti fisici a chiara connotazione sessuale sempre compiuti senza il consenso dell’altra persona”, inoltre “chi si sottraeva a queste perverse dinamiche o non entrava nelle grazie di Rugolo finiva per essere progressivamente screditato o isolato”.

    Gli accessi ai siti porno e l’attendibilità di Messina

     I giudici, peraltro, evidenziano nella sentenza “la mole di accessi ai siti porno, pari a circa 8500 rilevati nei dispositivi informatici dell’imputato”. La Corte d’Appello ha ritenuto attendibili le testimonianze fornite dalle vittime, tra cui quelle di Antonio Messina, l’archeologo ennese, difeso dall’avvocato Eleanna Parasiliti Molica, dalla cui denuncia per le violenze subite prima del compimento della maggiore età, è partita l’inchiesta della Procura di Enna.

    La Curia esce dal processo

    Esce invece da processo la Curia di Piazza Armerina che era stata ritenuta responsabile civile in primo grado. Per i giudici, il difensore della Curia “ha rilevato l’erronea assimilazione di tale organo con l’ente di fatto” ed ha “chiesto che venisse dichiarata la carenza di legittimazione passiva della Curia”, per cui la Corte d’Appello ritiene “l’eccezione giuridicamente fondata”. Inoltre, “la Curia non è altro che un mero organo amministrativo della Diocesi che rimane unica titolare di un patrimonio la cui sola gestione viene demandata agli uffici della Curia che operano esclusivamente in nome e per conto della Diocesi” ed infine “ne consegue l’estromissione della Curia dal presente processo”.

    La posizione del vescovo

    Nella sentenza, non è mai citato il vescovo di Piazza Armerina che, invece, era stato tirato in ballo dal Tribunale di Enna, secondo cui “ometteva con ogni evidenza qualsivoglia seria iniziativa a tutela dei minori”. Nessuna responsabilità sarebbe, dunque, emersa a carico del vescovo, che, però, è finito sotto processo per falsa testimonianza insieme a monsignor Murgano.

    La condanna di Rugolo, i giudici: “Devianza sessuale mascherata da missione pastorale”

  • Ex sacerdote condannato per i giudici ‘aveva un approccio predatorio’

    Ex sacerdote condannato per i giudici ‘aveva un approccio predatorio’

    Atti fisici a chiara connotazione sessuale, dissimulati sotto il pretesto di scherzi camerateschi, palpeggiamenti e altro insieme a strategie di manipolazione psicologica che Giuseppe Rugolo, l’ex sacerdote condannato in secondo grado a tre anni di carcere per violenza sessuale a danno di minori, attuava con alcuni ragazzi.

    Le motivazioni della sentenza di secondo grado dell’ex sacerdote che i giudici della corte d’appello di Caltanissetta hanno depositato, confermano la linea del giudizio di primo grado emesso dal tribunale di Enna e l’attendibilità della vittima che ha denunciato il prelato.

    Con riferimento alla diocesi di Piazza Armerina i giudici scrivono che non vi è stato un proscioglimento nel merito piuttosto la Curia, che in primo grado era stata ritenuta responsabile civile, in appello viene esclusa dal processo perchè ritenuta solo una sorta di ufficio interno alla diocesi.

    Sulla ricostruzione dei fatti, anche in relazione all’operato del vescovo Rosario Gisana, mai citato in sentenza di appello, a processo al tribunale di Enna per falsa testimonianza insieme al vicario giudiziale e parroco della chiesa Madre di Enna, Vincenzo Murgano, la corte di appello ha integralmente richiamato la motivazione della sentenza di primo grado.

    I giudici di Caltanissetta confermano, infatti, quanto già evidenziato dal tribunale di Enna sugli anomali comportamentali di Rugolo contrassegnati da una vera e propria devianza sessuale mascherata da “missione pastorale”. “L’istruzione dibattimentale di primo grado ha accertato l’approccio invadente e predatorio dell’imputato che era solito relazionarsi con modalità del tutto inappropriate ed inconciliabili con la funzione educativa e di guida spirituale” scrivono i giudici riferendosi proprio a quegli atti fisici a chiara connotazione sessuale insieme a strategie di manipolazione psicologica che Rugolo attuava con alcuni minorenni. La mole degli accessi a siti porno, oltre 19 mila in soli 9 mesi, serve a confermare l’idea della personalità deviata di Rugolo già confermata dalle prove testimoniali. La corte ha respinto tutti i motivi di appello della difesa dell’imputato e del responsabile civile della chiesa di San Giovanni demolendo la tesi difensiva secondo cui i rapporti sessuali intrattenuti con le vittime fossero in realtà tutti di natura consensuale.

    Dopo 180 giorni la corte d’appello di Caltanissetta ha depositato le motivazioni della sentenza di condanna a tre anni di carcere per Giuseppe Rugolo, l’ex sacerdote che di fatto confermano la linea del giudizio di primo grado emesso dal tribunale di Enna e l’attendibilità di Antonio Messina, la vittima che ha denunciato il prelato. Con riferimento alla diocesi di Piazza Armerina i giudici scrivono che non vi è stato un proscioglimento nel merito piuttosto la curia, che in primo grado era stata ritenuta responsabile civile, in appello viene esclusa dal processo perchè ritenuta solo una sorta di ufficio interno alla diocesi. Sulla ricostruzione dei fatti, anche in relazione all’operato del vescovo Rosario Gisana, mai citato in sentenza di appello, a processo al tribunale di Enna per falsa testimonianza insieme al vicario giudiziale e parroco della chiesa Madre di Enna, Vincenzo Murgano, la corte di appello ha integralmente richiamato la motivazione della sentenza di primo grado. I giudici di Caltanissetta confermano dunque, quanto già evidenziato dal tribunale di Enna circa gli anomali comportamentali di Rugolo contrassegnati da una vera e propria devianza sessuale mascherata da “missione pastorale”.

    “L’istruzione dibattimentale di primo grado ha accertato l’approccio invadente e predatorio dell’imputato che era solito relazionarsi con modalità del tutto inappropriate ed inconciliabili con la funzione educativa e di guida spirituale” scrivono i giudici riferendosi ad atti fisici a chiara connotazione sessuale, dissimulati sotto il pretesto di scherzi camerateschi, palpeggiamenti, pacche sui genitali, baci allusivi docce fatte insieme, dall’altro si sono espresse con il subdolo ricorso a strategie di manipolazione psicologica che Rugolo attuava con alcuni minorenni. La mole degli accessi a siti porno, oltre 19 mila in soli 9 mesi, serve a confermare l’idea della personalità deviata di Rugolo già confermata dalle prove testimoniali. La corte ha respinto tutti i motivi di appello della difesa dell’imputato e del responsabile civile della chiesa di San Giovanni demolendo la tesi difensiva secondo cui i rapporti sessuali intrattenuti con le vittime fossero in realtà tutti di natura consensuale.

    https://www.ansa.it/sicilia/notizie/2026/01/12/ex-sacerdote-condannato-per-i-giudici-aveva-un-approccio-predatorio_b0d861f3-ccb9-4127-8a7a-7594892c87fb.html