Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: vittime

  • Le bufale tanto al chilo di Giorgia Meloni

    Le bufale tanto al chilo di Giorgia Meloni

    La Rete L’ABUSO non si è mai occupata di politica, tuttavia, quando si parla di abusi, la competenza in materia non ci manca: possiamo affermare che la dichiarazione di Giorgia Meloni è falsa.

    Premesso che in Italia sono ben pochi i pedofili e gli stupratori che sono nelle carceri e quindi ci chiediamo per prima cosa a chi o a cosa la premier si riferisca, vogliamo, tanto per non abbassarci a certi livelli di propaganda, spiegare, Giorgia a parte, il reale problema italiano e magari offrire qualche spunto su cosa andrebbe realmente cambiato.

    Va anche detto che la colpa non è certo dei magistrati che in questa campagna referendaria distorta vengono indicati come il “problema”, ma che non lo sono.

    Va sottolineato che in tutti i contesti d’accusa che vedono la magistratura “colpevole” del malfunzionamento della giustizia, autonomia a parte, i magistrati applicano le leggi che fa la politica. Politica che negli anni non solo ha letteralmente stuprato la Costituzione della Repubblica, ma ha riformato la giustizia e fatto leggi a dir poco indecenti, che purtroppo poi i magistrati sono costretti ad applicare.

    Restando nel tema della pedofilia e dello stupro, l’Italia, ovvero il Legislatore, dietro al Parlamento, hanno volutamente creato situazioni drammatiche, introducendo e ratificando con estrema tristezza persino Convenzioni internazionali come la Convenzione di Lanzarote, adottata dal Consiglio d’Europa nel 2007 ed entrata in vigore nel 2010 (ratificata dall’Italia con la Legge 172/2012), che è il primo trattato internazionale che criminalizza tutte le forme di abuso e sfruttamento sessuale dei minori. Obbliga gli Stati a prevenire i reati, proteggere le vittime e perseguire i responsabili, coprendo anche adescamento (grooming) e pedopornografia. Tale Convenzione in tutta Europa è stata un formidabile strumento di prevenzione, lasciando solo in Italia vuoti che fanno davvero riflettere: persino un bambino capirebbe l’assurdità dell’applicazione italiana.

    Tra gli strumenti preventivi che la Convenzione ha introdotto c’è per esempio il famoso certificato anti-pedofilia, uno strumento che prevede che coloro che hanno avuto condanne per crimini sessuali nei confronti di minori non possano lavorare a contatto con minori.

    E fino a qui la cosa è talmente ovvia che non serve avere un dottorato in legge per comprenderla, ma è ben più complesso, nell’assurdità dell’applicazione italiana, comprendere il perché il legislatore abbia, solo nel nostro Paese, sollevato dall’esibizione di tale certificato tutto l’ambiente del volontariato, i lavoratori autonomi come baby sitter ecc.

    Anche un bambino capirebbe che una simile applicazione è praticamente inutile, in quanto non ferma il problema, ma fa sì che i pedofili, trovando le porte chiuse nei vari ambienti come scuole ecc. spostino banalmente il loro terreno di caccia nel volontariato, dove il certificato non è richiesto.

    E qui sì che sorgono i primi dubbi di fronte a questo inspiegabile vuoto e sorge il più che ragionevole dubbio che l’inspiegabile vuoto sia stato lasciato per favorire la chiesa, che guarda a caso rientra proprio nella categoria del volontariato.

    Il buonsenso fa anche capire che forse, allora, il fatto che il problema dei preti pedofili che in tutta Europa – tranne in Italia – è stato da anni affrontato facendo grandi passi avanti, con condanne e risarcimenti per le vittime, in Italia sia ancora impunito ed indiscusso.

    Di certo la colpa non si può attribuire ai magistrati che di fatto sono costretti ad applicare una legge tanto ignorante, fatta dalla politica. Legge che Giorgia Meloni potrebbe modificare, come più volte ha chiesto proprio all’Italia anche il Comitato per i diritti dell’infanzia delle Nazioni Unite.

    Sempre le Nazioni Unite chiedono all’Italia – che dal 2019 neppure risponde – di introdurre l’obbligo di denuncia per tutti i cittadini.

    Se qualcuno si chiede il perché, anche in questo caso la risposta è di una banalità estrema: se il certificato impedisce al pregiudicato per crimini sessuali a danno di minori di non tornare a contatto con loro, viene da sè che per poter essere pregiudicati, serva prima un accertamento dei fatti, poi tramite un processo si arriverà alla condanna.

    È evidente che se la denuncia di un sospetto viene omessa grazie a un vuoto legislativo ad hoc, salta l’intero sistema preventivo che il certificato dovrebbe garantire.

    Lo capisce pure un bambino, ma non lo capisce la Premier Meloni, o forse non vuole capirlo, incolpando i magistrati.

    Ecco la bufala da un tanto al chilo di Giorgia.

  • La Chiesa tedesca ha già versato 93 milioni di euro alle vittime di abusi.

    La Chiesa tedesca ha già versato 93 milioni di euro alle vittime di abusi.

    In Germania, una commissione indipendente assegna i cosiddetti “indennizzi di riconoscimento” alle vittime di abusi nella Chiesa cattolica. L’ammontare totale degli indennizzi approvati fino ad oggi raggiunge i 93 milioni di euro , secondo un rapporto della Commissione indipendente per i servizi di riconoscimento (UKA). Il rapporto, pubblicato annualmente, include i pagamenti effettuati dall’inizio del programma nel 2021 fino alla fine del 2025.

    Solo lo scorso anno, sono stati richiesti circa 7,7 milioni di euro nell’ambito delle cosiddette “richieste iniziali e successive”, oltre ad ulteriori importi per le persone colpite che, ad esempio, avevano impugnato una precedente decisione della Commissione. La cifra totale per il 2025 supera i 16,5 milioni di euro. La Conferenza episcopale tedesca sottolinea che, oltre ai relativi pagamenti, si sta compiendo un notevole sforzo personale e finanziario nei programmi di prevenzione .

    L’UKA ha il compito di stabilire l’ammontare degli indennizzi spettanti alle vittime di abusi nella Chiesa cattolica. A tal fine, valuta e accetta le domande delle vittime tramite i referenti competenti nelle diocesi o nelle comunità religiose. Determina l’importo degli indennizzi e ne ordina il pagamento alle vittime, seguendo una procedura basata su un’ordinanza dei vescovi tedeschi. Nel calcolo dell’importo degli indennizzi, si attiene alle sentenze dei tribunali tedeschi.

    Il numero di nuove domande è diminuito significativamente, attestandosi a 186 nel 2025, un minimo storico, rispetto alle 349 del 2024. Finora, quasi 3.000 persone interessate hanno contattato la commissione. Compresi i ricorsi, sono stati elaborati quasi 4.700 procedimenti, di cui meno dell’uno per cento è stato infine respinto. Nel 2021, il primo anno di attività dell’UKA, sono state registrate 1.565 domande. Dopo che alla fine del 2024 risultavano ancora pendenti 998 casi aperti, questo numero è sceso a 688 lo scorso anno.

    La presidente dell’UKA, Margarete Reske, ha espresso la sua soddisfazione per la presentazione della relazione annuale, sottolineando in particolare il riconoscimento internazionale del lavoro della commissione nella relazione annuale 2025 della Pontificia Commissione contro gli Abusi. “Constatiamo che, oltre all’impegno in altri Paesi, la procedura tedesca per il riconoscimento delle sofferenze inflitte alle vittime di abusi sessuali, con la sua ampia partecipazione di diocesi e ordini religiosi e le singole attività relative ai casi dell’UKA, è stata valutata positivamente, e continueremo a impegnarci per rimanere sulla strada che abbiamo scelto”, ha affermato.

    https://www.abc.es/sociedad/iglesia-alemana-pagado-millones-20260312134817-nt.html

  • La svolta del Vaticano: coprire i preti pedofili con la prescrizione (terza puntata)

    La svolta del Vaticano: coprire i preti pedofili con la prescrizione (terza puntata)

    Papa Francesco e il cardinale Matteo Maria Zuppi, presidente dei vescovi italiani, lo hanno detto più volte: non importa quanti anni sono passati, gli abusi nei confronti dei minori non vanno mai in prescrizione. Un po’ come per lo slogan della “tolleranza zero” sui pedofili, anche queste sono in realtà solo parole. Gli abusi sessuali dei preti che la Chiesa non è riuscita a insabbiare vanno in prescrizione eccome, e si archiviano anzi il più presto possibile.

    È successo anche con il caso di don Valentino Salvoldi, prete missionario incardinato nella diocesi di Bergamo, responsabile di aver molestato e abusato sessualmente almeno 21 ragazzi, fra cui diversi minorenni. Ho raccontato tutta la storia dell’indagine ecclesiastica nelle due puntate precedenti, qui e qui.

    Per concludere, vi propongo una breve chiacchierata con Stefano Schiavon, una delle vittime di Salvoldi che ha denunciato il prete alla magistratura e raccontato la sua storia alla stampa. Se oggi conosciamo un po’ meglio come funziona l’omertosa giustizia ecclesiastica, lo dobbiamo anche a lui.

    https://open.substack.com/pub/federicatourn/p/la-svolta-del-vaticano-coprire-i-2f0?utm_campaign=post&utm_medium=web&timestamp=116.3

  • Sopravvissuti abusi a Consiglio regionale sardo, ‘vittime ignorate’

    Sopravvissuti abusi a Consiglio regionale sardo, ‘vittime ignorate’

    (ANSA) – ROMA, 10 MAR – “Non basta realizzare sportelli diocesani per pensare di aver tutelato le vittime, queste vanno soccorse e risarcite, soprattutto alla luce della recente indagine svolta dall’Associazione La Rete L’Abuso proprio sugli sportelli che mette in luce gli scarsi risultati ottenuti dalle iniziative diocesane. Come non è una garanzia avvalersi di ‘professionalità formate e competenti’, quando poi i preti denunciati agli sportelli o condannati dalla giustizia italiana, non vengono rimossi ma addirittura reintegrati dopo il carcere, tornando inevitabilmente a contatto con minori. Casi che registriamo anche in Sardegna”.

    E’ quanto scrive in una lettera aperta al Consiglio regionale della Sardegna, il portavoce dell’Associazione di vittime del clero, Francesco Zanardi.
    Zanardi, tra l’altro, è proprio il ‘rappresentante’ delle vittime italiane che ha mediato il primo incontro tra vittime del clero in Italia e Conferenza episcopale italiana, svoltosi nella sede della Cei a Roma con il cardinale Matteo Zuppi nel maggio del 2023.

    “Prendo spunto dall’importante vicenda che ha recentemente coinvolto la Garante regionale dell’infanzia e dell’adolescenza, Carla Puligheddu, il Presidente del Consiglio Regionale Sardo, Piero Comandini, e la Conferenza episcopale sarda, rappresentata dal presidente monsignor Antonello Mura – scrive Zanardi – , al fine di condividere con i destinatari della lettera alcune considerazioni. Nel mese di gennaio scorso, la Garante ha formalmente invitato la Ces a collaborare attivamente con la magistratura italiana per garantire la tutela delle vittime di abusi sessuali commessi da membri del Clero. Dopo quarantotto giorni, la Ces ha replicato contestando l’accuratezza dei dati, ritenendoli infondati. Tuttavia, i dati citati dalla Garante provengono dalle rilevazioni effettuate dalla mia associazione nel corso degli anni e pubblicati online il 24 ottobre 2025”.

    Zanardi quindi entra nel merito della realtà sarda: “Ho inoltre informato la Garante di due casi di abuso avvenuti in Sardegna sui quali, al momento, non è stato possibile intervenire: in un caso la vittima non si sente ancora pronta a presentare denuncia alla magistratura, mentre nell’altro il reato risulta prescritto secondo la legge italiana. Di fronte a situazioni concrete come queste, ci si chiede quale azione di tutela consiglierebbero i ‘professionisti formati e competenti’.

    È evidente che la posizione presa dal Consiglio Regionale sardo, in linea con le critiche espresse dalla Ces, nei confronti dei sopravvissuti sardi, delle loro famiglie e della stessa Garante, abbia gravemente ignorato la realtà dei fatti e dei numeri, impedendo alle istituzioni (civili ed ecclesiastiche) di favorire interventi adeguati di tutela”. (ANSA).
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  • Ringraziamenti della Garante Carla Pugligheddu al Coordinamento familiari vittime abusi

    Ringraziamenti della Garante Carla Pugligheddu al Coordinamento familiari vittime abusi

    Al Coordinamento delle famiglie dei sopravvissuti
    agli abusi da parte del clero italiano
    Ringraziamenti Coordinamento familiari vittime abusi PDF

    Gent.mi e carissimi familiari, le vostre parole mi commuovono per la potenza emotiva che esprimono e di questo prezioso supporto vi sono grata dal profondo del cuore.

    La vostra lettera, a seguito della bufera che le istituzioni ecclesiastiche sarde hanno scatenato contro di me, screditandomi, danno conforto rispetto alla purezza delle mie intenzioni: proporre un dialogo per intervenire con chiarezza sull’increscioso fenomeno che i dati della Rete l’Abuso hanno reso noti.

    Averli divulgati da una Garante regionale dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza non è piaciuto e con questa reticenza avevo immaginato di dover fare i conti, così come sta accadendo.

    Sappiate che gli insulti non mi spaventano e che vi starò accanto, ogni volta che avrò l’occasione per farlo, anche dopo questo mandato che si sta chiudendo.

    Con affetto vi abbraccio

    Cagliari, 9 marzo 2026

    Lettera di sostegno alla Garante per l’infanzia e l’adolescenza della Sardegna, Carla Puligheddu

  • Tutela dei minori e responsabilità istituzionali: il confronto tra Garante regionale e Conferenza episcopale sarda

    Tutela dei minori e responsabilità istituzionali: il confronto tra Garante regionale e Conferenza episcopale sarda

    di Emanuela Provera – La Conferenza Episcopale Sarda (CES) ha definito «notizie destituite da qualsiasi fondamento» le informazioni sugli abusi nei confronti di minori e adolescenti richiamate in una lettera firmata da Carla Puligheddu, titolare dell’Ufficio del Garante per l’infanzia e l’adolescenza della Regione Sardegna, con sede presso il Consiglio regionale a Cagliari. I vescovi hanno espresso una forte criticità diramando ai giornali sardi un comunicato stampa, dopo più di 40 giorni dalla ricezione della Lettera e senza rispondere direttamente alla Garante. Nel comunicato i vescovi riconoscono la gravità del fenomeno degli abusi ma contestano la fondatezza dei dati citati nella lettera, ribadendo al tempo stesso l’impegno della Chiesa nella tutela dei minori.

    La lettera, datata 14 gennaio 2026 e indirizzata alla CES per il tramite del presidente mons. Antonello Mura, contiene un invito alla «piena e incondizionata collaborazione» dei vescovi «con la Magistratura dello Stato», al fine di assicurare giustizia alle vittime di abusi clericali.

    Nel documento si legge che «la Sardegna emerge con numeri che squarciano il velo dell’omertà locale: 37 casi complessivi censiti nell’Isola, 196 vittime sopravvissute, di cui 171 minorenni al momento dell’abuso».

    La CES ha respinto la fondatezza dei dati richiamati nella lettera, senza accompagnare la smentita con una replica analitica delle cifre o con indicazioni documentali di segno diverso.

    Il quadro normativo

    La figura del Garante per l’infanzia e l’adolescenza trova fondamento, a livello nazionale, nella Legge 12 luglio 2011 n. 112, che ha istituito un’autorità indipendente con compiti di promozione, vigilanza e tutela dei diritti dei minori, in attuazione della Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia.

    Le Regioni, tra cui la Sardegna, hanno previsto analoghe figure con funzioni territoriali.

    Il Garante promuove l’effettiva attuazione dei diritti dei minori; segnala alle autorità competenti situazioni di rischio o violazione; sollecita la collaborazione tra istituzioni; formula raccomandazioni e favorisce iniziative volte a rimuovere ostacoli alla tutela dei minori.

    Non esercita poteri investigativi né giudiziari. Il suo intervento si colloca sul piano dell’impulso istituzionale. In tale contesto, la richiesta di collaborazione con l’autorità giudiziaria incoraggiata dalla dottoressa Carla Puligheddu rientra nelle sue prerogative, quando finalizzata alla tutela dei diritti dei minori.

    Autonomia ecclesiastica e competenza statale

    L’ordinamento della Chiesa cattolica è autonomo rispetto a quello statale, ai sensi dell’articolo 7 della Costituzione. Tuttavia, le ipotesi di reato rientrano nella competenza della magistratura ordinaria.

    La richiesta di collaborazione con l’autorità giudiziaria non incide sull’autonomia canonica, ma attiene al rispetto dell’ordinamento civile.

    I dati e il livello nazionale

    A livello nazionale, la Conferenza Episcopale Italiana, a più riprese, ha comunicato dati aggregati relativi ai casi di abuso emersi nel periodo 2000–2025, per un totale di 1079 segnalazioni riguardanti minorenni e adulti vulnerabili, come riportato in dichiarazioni pubbliche di esponenti della Chiesa cattolica italiana, tra cui il cardinale Matteo Zuppi.

    La Conferenza Episcopale Italiana rappresenta l’organo di coordinamento dei vescovi della Chiesa cattolica italiana e pubblica periodicamente rapporti e comunicazioni relative alle attività di prevenzione e contrasto agli abusi.

    La divergenza tra i dati comunicati dalla CEI (1079 segnalazioni) e quelli raccolti dall’Osservatorio della Rete L’Abuso (1176 casi) appare limitata a 97 episodi. La fonte utilizzata dalla Garante sembra quindi fondata e veritiera.

    Ho contattato la Garante per porre qualche domanda di chiarimento sulla vicenda che la sta coinvolgendo:

    Nella sua lettera ai vescovi della Conferenza Episcopale Sarda lei afferma che «il tempo del silenzio è finito e ora è il tempo della tutela». Quale ruolo concreto si aspetta dalle diocesi nella prevenzione e nell’emersione dei casi di abuso, e come dovrebbe svilupparsi la collaborazione con le istituzioni civili e con la magistratura?

    «Ho scritto ai vescovi spinta da un dovere di coscienza e di ufficio: la tutela del minore precede e supera ogni riserva istituzionale. Rompere il silenzio non è sensazionalismo, ma il primo passo necessario per la guarigione delle vittime e per prevenire nuovi “tradimenti”. Mi aspettavo un dialogo franco; mi sono ritrovata di fronte a un attacco frontale che rischia di isolare quegli stessi sacerdoti e fedeli che, con onestà, chiedono collaborazione con lo Stato e la magistratura. La Chiesa dovrebbe tutelare i bambini, non l’immagine degli adulti.»

    Quali strumenti normativi e istituzionali sono oggi a disposizione dello Stato italiano per la tutela dei minori nei casi di abuso clericale, e quali interventi ritiene necessari per rafforzare la prevenzione e la protezione delle vittime?

    «Oggi l’Italia sconta un retaggio culturale e normativo, figlio dei Patti Lateranensi, che rende la Chiesa una sorta di “casta” intoccabile. Spesso, quando la giustizia ordinaria riesce a intervenire, il reato è già prescritto. È inaccettabile che i crimini commessi dal clero non siano trattati con lo stesso rigore di quelli compiuti da qualsiasi altro cittadino. Dobbiamo avere il coraggio di rivedere questi rapporti: la giustizia per un minore non può essere fermata da un confine concordatario.»

    La Conferenza Episcopale Sarda ha contestato la fondatezza dei dati richiamati nella sua lettera. Come valuta questa risposta e ritiene che vi siano le condizioni per avviare comunque un confronto istituzionale sul tema della tutela dei minori?

    «La contestazione della CES si è appigliata a un refuso temporale (2000-2025) per tentare di screditare l’intero fenomeno, ma i numeri della sofferenza restano invariati e drammatici. Più che la precisione statistica, sembra che ai vescovi prema la “lesa maestà”. Tuttavia, credo che il confronto sia ancora possibile e urgente, purché la Chiesa dimostri nei fatti che la tutela dei piccoli le sta a cuore quanto sta a cuore a questa Autorità di Garanzia. La misericordia non può prescindere dalla verità.»

    Conclusione

    Il confronto in atto evidenzia due esigenze che non dovrebbero essere contrapposte: da un lato, il rispetto dell’autonomia dell’ordinamento ecclesiastico; dall’altro, la piena tutela dei diritti dei minori nell’ambito dell’ordinamento statale.

    Quando il dibattito riguarda dati relativi ad abusi su minori, il punto centrale diventa la trasparenza delle fonti, la verificabilità delle informazioni e la chiarezza dei criteri di raccolta e pubblicazione.

    In questo quadro, la collaborazione tra istituzioni civili ed ecclesiastiche e la disponibilità a un confronto documentato rappresentano condizioni essenziali per garantire credibilità, tutela effettiva delle vittime e rispetto dei principi di legalità.

    La verificabilità dei dati dichiarati dalla chiesa cattolica italiana resta la condizione essenziale quando sono in gioco diritti fondamentali dei minori.

    https://www.adista.it/articolo/75413

  • PEDOFILIA, IL RACCONTO “HORROR” DI FRATESCHI CONFERMATO ANCHE DALL’APPELLO

    PEDOFILIA, IL RACCONTO “HORROR” DI FRATESCHI CONFERMATO ANCHE DALL’APPELLO

    La terza sezione della Corte d’Appello di Roma ha depositato le motivazione con cui il 26 novembre scorso ha confermato la condanna a 12 anni di reclusione per Alessandro Frateschi, l’ex professore 50enne del liceo “Majorana” di Latina ed ex diacono, originario di Terracina, condannato in primo grado, per violenza sessuale su minori, in abbreviato, a luglio 2024.

    Frateschi aveva presentato ricorso in Corte d’Appello e il Presidente della terza sezione penale aveva fissato la data d’udienza allo scorso 26 novembre. L’imputato è difeso dagli avvocati Edoardo Fascione e Danilo Riccio. Sette le parti civili, tra cui le vittime dei comportamenti di Frateschi, i genitori e il Garante dell’Infanzia e dell’adolescenza della Regione Lazio, Monica Sansoni, difesi dagli avvocati Nicodemo Gentile, Antonio Cozza e Francesca Giuffrida. È stato il Procuratore generale della Corte d’Appello a chiedere al conferma “in toto” delle accuse a carico dell’ex diacono, allontanato anche dalla Chiesa per decisione di Papa Prevost. La difesa dell’uomo aveva cercato di scardinare le accuse, non trovando accoglimento.

    In primo grado, il 52enne era stato condannato dal giudice per l’udienza preliminare del Tribunale di Latina, Laura Morselli, con l’accusa di aver abusato sessualmente di cinque minorenni, tra cui studenti dell’ex scuola dove insegnava. Episodi tra il giugno 2018 e il gennaio 2023 in cui i ragazzini venivano abusati sessualmente, persino, in un caso, alla Vigilia di Natale.

    Dopo oltre 90 giorni, per via di una proroga richiesta dal Gip Morselli, erano state pubblicate le motivazioni di una sentenza arrivata con il rito abbreviato secco che ha condannato l’ex docente, difeso dagli avvocati Donatello D’Onofrio e Carlo Fusco, per violenza sessuale aggravata dal fatto che le cinque vittime, al momento dei fatti, erano minorenni.

    Frateschi, che si trova in carcere, a Latina, prima di essere giudicato, subì l’aggravamento della misura (dai domiciliari al carcere), ricevendo anche la moglie e la figlia, oltreché a due uomini non identificati. Una indagine partita dalla segnalazione del Garante dell’Infanzia rispetto ai messaggi intimi che Frateschi inviava ai suoi alunni del Majorana; messaggi di natura erotica che, al contempo, il docente chiedeva agli studenti. Ne seguì una serie di segnalazioni e querele dei genitori che portarono al procedimento penale nei confronti del diacono ben addentro alla Diocesi di Latina di cui era funzionario, successivamente sospeso per aver sottratto 50mila euro dalle casse dell’Istituto Diocesano per il sostentamento del Clero di Latina.

    Nelle fasi di indagine, coordinate dalla Procura di Latina, è emerso anche un vasto materiale pedopornografico a disposizione di Frateschi il quale, negli anni, si è “distinto” anche per diversi procedimenti penali per reati finanziari.

    Ricostruendo le accuse a carico dell’ex docente, il Gup Morselli scriveva testualmente che dal racconto di due vittime “risulta confermato che Frateschi “selezionava” gli studenti particolarmente fragili, che vivevano una situazione personale o famigliare di particolare disagio, con i quali, dapprima, instaurava un rapporto confidenziale, approfittando del proprio ruolo di insegnante di relazione. Poi, forte della fiducia riposta in lui dai suoi studenti, cominciava a intrattenere rapporti confidenziali con loro anche fuori dal contesto scolastico, in particolare tramite la piattaforma Instagram, che egli utilizzava per intrattenere conversazioni con i suoi studenti il cui tenore era inizialmente neutro; dopodiché si faceva sempre più ambiguo, fino ad arrivare all’invio di foto erotiche o all’inoltro di battute a sfondo sessuale“.

    I tre giudici dell’Appello Ludovica Cirolli, Elvira Tamburelli e Valeria Cerulli hanno respinto l’appello della difesa ritenendolo infondato, in quant la ricostruzione del gup di Latina “è del tutto condivisibile”

    Sottolineata dal giudice per l’udienza preliminare di Latina anche la maturità di uno dei minorenni che, ad un certo punto, con coraggio, denuncia “per evitare che altri ragazzi potessero divenire destinatari” delle condotte di Frateschi “invadenti e moleste”. Il 52enne, peraltro, come evidenziato in sentenza, aveva avuto in affidamento due fratelli minorenni (femmina e maschio). Padre di famiglia e uomo di Chiesa appariva la persona giusta. Nei confronti di uno di loro, però, ci furono abusi sessuali tanto da vedersi tolto l’affidamento. È per tale ragione che i Carabinieri della Compagnia di Latina avevano escusso una suora, responsabile della Casa Famiglia a Terracina dove erano collocati i due fratelli. La medesima suora era a conoscenza che il fratello più piccolo, appena 13 anni, aveva raccontato di essere stato molestato da Frateschi con “attività” di natura masturbatoria. Un contesto avvenuto quando la struttura era retta da un’altra suora.

    La figura che ne usciva era quella di un uomo pronto a tutto pur di sfogare la sua sessualità con i minorenni. Per il giudice per l’udienza preliminare, la cui ricostruzione è stato sposata in pieno dai giudici dell’Appello romano, veridici sono i racconti dei ragazzi, mentre inverosimile è la versione offerta da Frateschi che è arrivata a tal punto da dire che le sue frasi sull’organo genitale di una vittima erano state proferite perché il ragazzo avrebbe avuto improbabili problemi. Il Gup Morselli, in riferimento a Frateschi, scrive di “falsità delle dichiarazioni“: il 51enne ha “evidentemente tentato in modo maldestro, prima, di manipolare in ragazzi che aveva preso di mira, scegliendo quelli particolarmente fragili e che in lui ponevano fiducia; poi di manipolare una delle vittime per evitare denunce“, profilando persino il suicidio della moglie nel caso si fosse venuto a sapere qualcosa dei suoi comportamenti.

    In un caso, una delle vittime ricorda di come Frateschi, a casa sua, dopo aver spento la televisione, gli mostrò un atto sessuale di masturbazione tra lui e un prete che aveva fatto parte della Chiesa di Terracina, conosciuto dalla stesso giovane. Un video mostrato da Frateschi per indurlo “a convincersi di come tale perversa attività sessuale rappresentasse la normalità per gli uomini e quindi anche per loro due“.

    Il giudice evidenziava inoltre “la tendenza a mistificare le proprie intenzioni” da parte di Frateschi: tendenza dimostrata anche in ambito giudiziario. Ciò è indicativo “della manipolazione che è stato in grado di esercitare sui minori, affidati alle sue cure in virtù del ruolo ricoperto, al fine di ottenere il soddisfacimento delle proprie perversioni sessuali“.

    Frateschi “era solito abusare del proprio ruolo di adulto” e del “suo ruolo di religioso”. Era solito adulare e circuire i suoi alunni, ad esempio, “facendoli sentire amati e apprezzati…per fargli abbassare le difese e renderli impotenti e increduli nel momento in cui compiva atti sessuali di cui i minori erano soggetti passivi, spiazzati, inermi e intimoriti“.

    Li faceva entrare nel suo “circolo privato ed esclusivo di amici intimi, trattando i minori da adulti, per poi “mandare le sue foto con il pene in erezione, accompagnate da commenti“.

    Ma ad essere rimarcato è l’episodio del minorenne prima affidato ai Frateschi e poi tornato nella casa famiglia poiché molestato: “Lascia basti – scriveva il Gup – il fatto che il minorenne, rivoltosi a due case famiglia, di cui una a Terracina, per ricevere protezione, non l’abbia ricevuta e sia rimasto in attesa della evoluzione giudiziaria di una denuncia che le operatrici delle case famiglia gli avevano assicurato di aver presentato, e che invece sembra essere caduta nel nulla“.

    C’è di più. Frateschi fu tutelato dalla case famiglia e “lungi dall’essere allontanato dai suoi incarichi religiosi ed educativi è stato avvisato in modo tale che potesse esercitare pressioni sul minore per farlo desistere dal presentare una denuncia“. È solo grazie alla segnalazione della Garante dell’Infanzia che è emersa “la gravità dei fatti compiuti ai suoi danni”.

    L’imputato “ha cercato, in modo piuttosto goffo e ben poco credibile, di dare una lettura diversa” degli episodi contestati, cercando di far credere di aver avuto “un mero intento altruistico” nei confronti dei ragazzini. Per i suoi comportamenti, Frateschi “non ha mostrato alcuna rivisitazione critica, né alcun pentimento, preferendo evocare pretestuose e mistificatrici versioni dei fatti”. Il suo è stato “un unico disegno criminoso, quello di trovare soddisfazione dai rapporti sessuali con soggetti minorenni maschili“.

    Ciò che rimane è il forte disagio provocato nei giovani, avendo provocato in loro “danni, quantomeno morali, nella forma di chiusura in se stessi”. Invece di essere punto di riferimento, Frateschi “ha approfittato”.

    I giudici dell’Appello rimarcano che “tiratosi indietro uno dei ragazzi, il Frateschi aveva rivolto le sue attenzioni sessuali su un’altra preda, anch’egli in condizione di particolare fragilità non solo per la sua minore età, ma per la sua storia familiare, dal momento che era orfano di madre, con un padre assente e viveva in una Casa-famiglia”. A quel punto, l’imputato non si era fatto scrupoli a “cogliere il ragazzo di sorpresa e masturbarlo, inviandogli messaggi per proseguire gli approcci sessuali con lui, cercando, peraltro, successivamente, di esercitare – sia lui che la moglie – pressioni psicologiche, anche tramite la sorella, per evitare la denuncia”.

    Ad un altro ragazzo, Frateschi diceva “io mi sto mettendo nudo, mettiti nudo pure tu, così ne parliamo di come siamo nudi”. Una volta che il ragazzo aveva scritto “mi sto facendo due palle” – per dire che si stava annoiando – Frateschi aveva replicato “in che senso?” aggiungendo le palle con le facce innamorate. Spesso ricorreva ai doppi sensi, come quando gli aveva detto “comunque stai tranquillo, non tifare le pippe mentali”, e subito dopo aveva aggiunto “fatti altri tipi di pippe”.

    E ancora: “sia in classe che nei corridoi, durante la ricreazione, gli veniva vicino, faceva battute maliziose e gli metteva la mano sui fianchi e sulle gambe e lui indietreggiava, provando un disagio sempre maggiore”.

    “Durante le lezioni di religione tenute dal docente, quest’ultimo era continuamente chiamato alla cattedra e ogni volta era oggetto di apprezzamenti e, poi, il professore gli mostrava dal suo cellulare le immagini di lui nudo. In particolare, in un’occasione davanti a tutti il professore aveva mimato l’atto sessuale prendendo da dietro Nicolò eprovocando nel giovane un moto di stizza, tanto da divincolarsi subito, nonostante avesse più volte invitato il professore a “tenere le mani a posto“.

    “Dall’analisi della documentazione digitale rinvenuta nei dispositivi informatici sequestrati all’imputato – spiegano i giudici dell’Appello -, si rileva non solo l’esistenza di copioso materiale di chiaro contenuto pedopornografico, consistente in file di video e file di immagini sia reali che virtuali, tutte ritraenti individui di sesso maschile, sia l’esistenza di una conversazione tramite messenger con una persona che riferiva di abusi subiti, dall’età di sette fino ai dieci anni, ad opera del nonno, oltre a file di carattere pornografico, tra cui anche foto e video ritraenti l’imputato mentre consumava atti sessuali con persone dello stesso sesso il cui viso era intenzionalmente occultato, riprendendo il tutto in diretta sui social e archiviando gli screenshot“.

    Inquietante il racconto riportato dal minorenne della casa famiglia “preso in adozione” da Frateschi. Il ragazzino è stato abusato e continuamente provocato: “Non ho dormito perché avevo paura che lui entrasse in camera e iniziasse a fare di nuovo “queste cose“.

    L’appello delle difesa “deve essere integralmente rigettato. Il rigetto dell’appello e la conferma della sentenza di primo grado comportano la condanna dell’appellante al pagamento delle spese di giustizia attinenti al giudizio di impugnazione. Vanno confermate, anche, le statuizioni civili della gravata sentenza, con condanna dell’imputato alla rifusione delle spese di rappresentanza e assistenza del grado di giudizio sostenute dalle parti civili”.

    PEDOFILIA, IL RACCONTO “HORROR” DI FRATESCHI CONFERMATO ANCHE DALL’APPELLO

  • Lettera di sostegno alla Garante per l’infanzia e l’adolescenza della Sardegna, Carla Puligheddu

    Lettera di sostegno alla Garante per l’infanzia e l’adolescenza della Sardegna, Carla Puligheddu

    Il Coordinamento delle famiglie dei sopravvissuti agli abusi da parte del clero italiano esprime il proprio pieno e convinto sostegno alla Dott.ssa Carla Puligheddu, Garante regionale per l’infanzia e l’adolescenza della Sardegna.

    Le dichiarazioni con cui le autorità ecclesiastiche sarde hanno reagito alle parole della Garante non possono lasciarci indifferenti. I toni utilizzati per delegittimare il suo lavoro e per screditare i dati sugli abusi risultano profondamente offensive non solo nei confronti della Dott.ssa Puligheddu, ma soprattutto nei confronti delle vittime e delle loro famiglie.

    Nel comunicato diffuso dai vescovi si parla infatti di «superficialità e disinvoltura con la quale sono state esposte dalla stessa Garante numeri e dati senza nessun reale fondamento» e si definiscono le informazioni dell’Osservatorio come «notizie destituite da qualsiasi fondamento».

    Parole di questo tipo non colpiscono soltanto chi ha svolto il proprio dovere istituzionale portando all’attenzione pubblica un problema grave. Colpiscono soprattutto le vittime che hanno trovato il coraggio di parlare e le famiglie che da anni chiedono verità e giustizia.

    In qualità di genitori di figli abusati, sappiamo bene cosa significhi vedere la sofferenza dei propri figli trasformata in numeri o statistiche. Ma dietro quei numeri ci sono volti, storie, vite segnate per sempre. Ci sono bambini e adolescenti che hanno subito violenze fisiche e psicologiche proprio da parte di persone alle quali noi genitori avevamo affidato i nostri figli con fiducia.

    Per questo riteniamo particolarmente grave che, di fronte a denunce così dolorose, la prima reazione sia stata quella di mettere in dubbio i dati e attaccare chi li ha resi pubblici, invece di interrogarsi sulle responsabilità e sulla sofferenza delle vittime.

    Vorremmo ricordare alle autorità ecclesiastiche sarde una verità semplice: i nostri figli non sono “dati”. Sono esseri umani. Sono bambini che hanno subito violazioni profonde della loro integrità e della loro fiducia nel mondo degli adulti.

    Se oggi molti casi restano ancora invisibili, non è perché non esistano. È perché per troppo tempo si è preferito non vedere, non ascoltare, non intervenire. Il vero scandalo non è che qualcuno raccolga e renda pubblici i dati sugli abusi. Il vero scandalo è che ancora oggi si reagisca cercando di delegittimare chi svolge il proprio dovere nel difendere i minori.

    Per questo esprimiamo la nostra piena solidarietà e il nostro sostegno alla Dott.ssa Carla Puligheddu per il lavoro svolto e per il coraggio dimostrato nel portare alla luce una realtà che riguarda la tutela dei bambini.

    Le vittime non sono numeri da contestare.

    Sono bambini che chiedono verità, giustizia e rispetto.

    E finché queste tre parole non diventeranno realtà, nessuna istituzione potrà dirsi davvero dalla parte dei minori.

    Coordinamento delle famiglie dei sopravvissuti agli abusi da parte del clero italiano

  • ABUSI CLERICALI IN SARDEGNA: LA GARANTE DENUNCIA, I VESCOVI L’ATTACCANO

    ABUSI CLERICALI IN SARDEGNA: LA GARANTE DENUNCIA, I VESCOVI L’ATTACCANO

    SASSARI-ADISTA. Mentre l’unica – di fatto – associazione italiana di vittime di abusi sessuali clericali, Rete L’Abuso, rende pubblico il suo ultimo lavoro di analisi con un report che illustra l’indagine, durata due anni, sugli sportelli diocesani per le vittime (ne parleremo prossimamente), in Sardegna prende corpo la rappresentazione plastica di quanto nel nostro Paese le persone abusate continuino a essere sullo sfondo e di quanto la Chiesa metta in primo piano il salvataggio dell’immagine dell’istituzione.

    Il 14 gennaio scorso, la Garante regionale per l’Infanzia e l’adolescenza della Sardegna Carla Puligheddu (FI), sulla scorta dei dati sortiti dal Report sugli abusi dell’Osservatorio di Rete L’Abuso, invia una lettera a mons. Giuseppe Baturi, arcivescovo di Cagliari nonché segretario della Cei, e alla Conferenza episcopale sarda (CES), per denunciare la gravità della situazione e cercare un dialogo con la Chiesa isolana in merito alla realtà degli abusi. Di questa lettera dà notizia la stampa sarda, riportando la denuncia della Garante, preoccupata soprattutto che su 37 casi pervenuti (2000-2025), 30 appartengono al sommerso. A fronte di quasi 200 vittime note, ci sono appena 5 condanne definitive. Questo significa che la quasi totalità delle persone abusate non ha ottenuto giustizia, né in sede civile né in quella canonica». E aggiunge: «Per 35 casi su 37 non risulta nemmeno avviato un procedimento nella Chiesa».

    Alla lettera seguono 48 giorni di silenzio assoluto. Il primo marzo, un’intervista a Puligheddu realizzata e mandata in onda dalla RAI, in vista dello scadere del suo mandato, focalizza l’attenzione proprio sul tema degli abusi. Solo a quel punto il tenace silenzio delle gerarchie si interrompe. Il 3 marzo, in un comunicato dai toni aspri affidato all’Ansa, i vescovi sardi esprimono «sconcerto e rammarico» per le dichiarazioni della garante, «non per la gravità dell’argomento che riguarda l’intera società, e che vede la Chiesa – in Sardegna, in Italia e nel mondo – contrastare il fenomeno con la sensibilizzazione e la formazione, ma per la superficialità e la disinvoltura con la quale sono state esposte dalla stessa Garante numeri e dati senza nessun reale fondamento, nonché per la gratuità di riferimenti e di accuse di rilevanza penale che i vescovi respingono con determinazione e sdegno». I dati dell’Osservatorio di Rete l’Abuso, insomma, non sarebbero che «notizie destituite da qualsiasi fondamento», che espongono «un’istituzione del Consiglio regionale a una comunicazione senza nessun dato credibile». «Si conferma – proseguono i vescovi sardi – che tutte le Diocesi si sono dotate di un Servizio diocesano o inter-diocesano per la tutela dei minori e degli adulti vulnerabili, avvalendosi di professionalità formate e competenti, che animano i centri di ascolto territoriali. In tutte le Chiese locali c’è la ferma consapevolezza che questo sia un cammino imprescindibile e inarrestabile, da percorrere con coraggio e con spirito di collaborazione tra tutti i soggetti in causa». Uno spirito di collaborazione che, tuttavia, non pare essere stato messo in campo dalla Chiesa sarda, che invece di cercare un’interlocuzione con la Garante o con Rete L’Abuso si difende attaccando.

    Puligheddu, però, non si lascia intimorire. «Io non ho fatto altro che il mio dovere di garante», dichiara al quotidiano Unione sarda (3/3); «Ho divulgato dei dati che riguardano fatti che vedono dei minori come vittime. Fuori dalla Chiesa, soprattutto, perché i numeri peggiori arrivano dalle famiglie. Ma anche al suo interno». I vescovi, rilancia, «si guardassero in casa, anziché rilasciare note che definirei “velate minacce”. E se scoprono abusi mandino gli atti al tribunale ordinario, anziché procedere con trasferimenti di chi viene coinvolto». E «contestino l’Osservatorio, non me», afferma in merito all’accusa della Cei sulla non attendibilità dei dati utilizzati.

    Il Consiglio regionale «si dissocia»

    La ciliegina sulla torta nella vicenda è arrivata a stretto giro, lo stesso 3 marzo, con un comunicato del Consiglio regionale della Sardegna. Il presidente Piero Comandini (PD), vi si legge, «interviene a seguito della nota inviata oggi dalla Conferenza Episcopale Sarda, ricordando che la legge che ha istituito il Garante regionale per l’infanzia e l’adolescenza, prescrive che svolga la propria attività in piena autonomia e con indipendenza di giudizio e valutazione, senza essere sottoposto ad alcuna forma di controllo gerarchico e funzionale». E fin qui, tutto bene. Poi, però, afferma testualmente il presidente Comandini, «Pur nel rispetto della norma e della piena autonomia dell’attuale Garante, come rappresentanti del Consiglio regionale prendiamo le distanze dalle dichiarazioni rese alla stampa sul tema degli abusi ai danni di minori da parte di appartenenti al clero. Riteniamo che temi così importanti e delicati debbano essere affrontati con estrema attenzione, rispetto e autorevolezza. La generalizzazione e il sensazionalismo non favoriscono né aiutano la ricerca della verità e il difficile percorso avviato da tempo dalla stessa Chiesa». Quasi una difesa d’ufficio della CEI.

    «Pessimi segnali»

    Quanto è avvenuto è grave e triste – ci ha detto Francesco Zanardi, fondatore e presidente della Rete l’Abuso – È un brutto segnale della pessima politica che abbiamo in Italia perché il Consiglio regionale della Sardegna si è dissociato dalle affermazioni della Garante Puligheddu. Ed è triste l’invadenza della Chiesa nella politica: hanno attaccato lei, non Rete L’Abuso. Questo dà un altro segnale:  che è inutile che dicano che agiscano in favore delle vittime. In realtà le vittime non le vogliono tra i piedi. Il fatto che si continui ostinatamente a non considerare l’attività della Rete – che è delle vittime – è un segnale tristissimo. In ogni caso, quel report è già davanti al Governo italiano. L’Onu, la settimana scorsa, ne ha chiesto conto al Governo italiano».

    Grande amarezza anche da parte della garante Puligheddu, che per la sua controreplica ha dovuto contattare personalmente i giornalisti delle testate sarde, stante l’imbarazzo dell’ufficio stampa del Consiglio regionale nel diffondere il suo comunicato, che parla del «silenzio» e delle dichiarazioni miranti a prendere «distanza dalla posizione dell’Autorità di garanzia che da tre anni opera all’interno del Consiglio regionale, quasi fosse un corpo estraneo, un elemento di disturbo del quale liberarsi al più presto». «Prima di ogni altra considerazione – dichiara – parla la mia testimonianza di fedele cattolica praticante, la mia vita specchiata e rispettosa delle Istituzioni civili e religiose, la mia integrità morale nell’esercizio di un ruolo che indiscutibilmente è sempre stato dalla parte dei bambini»; «La mia posizione è netta e trasparente, non arretra di un millimetro. Anzi. Non mi risulta che la Conferenza Episcopale Sarda abbia avviato azioni legali per contrastare i dati dell’Osservatorio permanente sull’abuso ma auspico lo faccia quanto prima. Le procure dei tribunali avranno modo di verificare le contestazioni, e contestualmente le diffamazioni al momento rivolte contro l’unica figura di garanzia che agisce a tutela dei bambini non degli adulti». «Ciò che stride – afferma, secondo quanto si legge su La Nuova Sardegna – , è il silenzio omertoso da parte delle istituzioni politiche e religiose in questi 48 giorni, durante i quali anziché discutere all’interno delle loro Aule nell’ottica della tutela dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, hanno preferito eludere nel merito la grave “questione” stigmatizzata dalla Garante».

    Nel frattempo, Puligheddu, che abbiamo contattato, ha annunciato a Adista la sua intenzione di inviare il dossier all’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza. A sostenerla, in primo luogo Rete l’Abuso: «l’impegno di Carla Puligheddu nella tutela dei minori – si legge sul sito dell’Associazione – è sempre stato più che lodevole. Tra i venti garanti per i diritti dell’infanzia che “manteniamo” in Italia, solo due risposero al nostro report, Puligheddu è una di queste». «Meno lodevole, e misogina a nostro avviso, la modalità con cui la Chiesa si è rivolta alla garante contestando un dato che evidentemente poco importava, tanto che se ne accorgono mesi dopo». «La garante non mente, i dati coincidono con il dato fornito da Cei» conclude Zanardi.

    E poi, il sostegno di numerosi preti della regione. «C’è solo tristezza e vergogna. E desiderio di chiarezza, giustizia e verità», ha scritto su Facebook il 15 gennaio il salesiano sassarese don Gaetano Galia. «Il silenzio è complicità e non voglio essere complice di questi reati. Abusare di un bambino è come ucciderlo». (ludovica eugenio)

  • Minori abusati da 75 sacerdoti a Rhode Island, la verità da un rapporto di 300 pagine: i decenni di orrori, il sistema di coperture interne e la Diocesi

    Minori abusati da 75 sacerdoti a Rhode Island, la verità da un rapporto di 300 pagine: i decenni di orrori, il sistema di coperture interne e la Diocesi

    di Mattia Ronsisvalle – Il recente rapporto dello Stato del Rhode Island ha portato alla luce decenni di violenze sistematiche e una radicata cultura dell’insabbiamento all’interno della Chiesa locale. Documentando accuse contro 75 sacerdoti e identificando circa 300 vittime dal 1950 a oggi, il Procuratore Generale Peter Neronha ha delineato un quadro di gravi negligenze istituzionali. Il documento, frutto di un’analisi capillare su 250mila pagine di archivi diocesani e 150 interviste dirette, evidenzia come le omissioni non siano state episodi isolati, ma parte di una gestione strutturata del problema.

    L’indagine

    Secondo quanto emerso dall’indagine, la Diocesi di Providence ha evitato per lungo tempo il coinvolgimento delle autorità civili, preferendo gestire le accuse internamente attraverso il trasferimento dei chierici tra le diverse parrocchie. Questa pratica ha permesso a trenta sacerdoti di essere ricollocati almeno cinque volte ciascuno, consentendo loro di proseguire il ministero nonostante la gravità delle segnalazioni a loro carico. Neronha ha denunciato duramente questa condotta, sottolineando che la rimozione immediata dei soggetti coinvolti avrebbe risparmiato sofferenze a moltissimi minori e che tale scelta non trova alcuna giustificazione logica o morale.

    Le vittime

    Il profilo delle vittime tracciato nel rapporto riguarda principalmente ragazzi tra gli 11 e i 14 anni, molti dei quali impegnati come chierichetti o in altre mansioni parrocchiali.

    Sebbene il picco delle violenze si collochi negli anni Settanta, il peso del silenzio istituzionale ha fatto sì che trascorressero mediamente 26 anni tra l’abuso e la denuncia formale da parte dei querelanti. Questa lunga latenza temporale testimonia come l’assenza di tutele abbia scoraggiato per decenni la ricerca di giustizia.

    Le segnalazioni

    Nonostante il riconoscimento dei gravi errori commessi in passato, la Diocesi ha voluto rimarcare l’efficacia delle nuove politiche di protezione introdotte negli ultimi anni. Il cambiamento di rotta è confermato dai dati statistici: se tra il 1990 e il 1999 solo 5 denunce su 65 furono trasmesse alla polizia, nel decennio 2010-2019 le segnalazioni inoltrate alle autorità sono state 47 su un totale di 55. Il nuovo memorandum d’intesa propone ora riforme ancora più incisive, come l’estensione dei termini di prescrizione, l’istituzione di fondi per il risarcimento delle vittime e l’introduzione di obblighi legali stringenti per il clero in materia di segnalazione di reati.

    https://www.leggo.it/esteri/news/05_marzo_2026_minorenni_stupri_sacerdoti_rapporto_300_pagine_rhode_island-9398128.html