Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: vittime

  • Abusi sessuali nel clero: 75 in Campania di cui 32 in provincia di Caserta

    Abusi sessuali nel clero: 75 in Campania di cui 32 in provincia di Caserta

    Associazione Rete L’Abuso ha pubblicato un dossier relativi agli abusi sessuali nel clero e anche nel suo indotto e i dati sono a dir poco allarmanti. I dati nazionali riportati nel report contano, tra sacerdoti e indotto laico, 1.250 casi di cui 1.106 risultano sacerdoti. Le vittime note risultano 4.625, di cui 4.395 per mano di sacerdoti, 9 per mano di suore, 91 per mano di catechisti, 76 dell’indotto laico, 54 di scout.

    Il sommerso della chiesa, ovvero i casi noti e mai denunciati all’Autorità giudiziaria italiana – spesso a causa dei termini prescrittivi maturati dalla vittima nell’attesa di un esito dai tribunali canonici – è di 839 casi su 1106 (dato sempre riferito ai soli sacerdoti).

    La Campania registra un totale di 75 casi di cui ben 32 in provincia di Caserta, quasi la metà. Registrati, inoltre, 7 in provincia di Avellino; 9 in quella di Benevento; 26 in quella di Napoli; 10 in quella di Salerno. Le vittime sopravvissute prevalentemente minorenni sono un totale di 184 di cui 41 donne, 143 uomini. Di queste 16 sono adulti vulnerabili, 3 persone con disabilità, 56 di queste sono minorenni.

    In particolare in 73 casi sono sacerdoti; 1 suora, 0 sono catechisti, 0 sono laici, 1 scout.

    Per quanto riguarda la situazione penale, su 75 casi: 39 è il sommerso; 5 attualmente denunciati; 5 indagati dall’Autorità Giudiziaria italiana; 3 condannati in 1° grado; 2 condannato in 2° grado; 12 condannati in via definitiva; 2 prescritti; 0 reo confesso; 1 pregiudicato; 2 condannato in sede civile; 1 hanno patteggiato; 0 condannato in entrambe le sedi (civile e penale); 2 sono stati archiviati.

    Per quanto riguarda il processo parallelo in sede canonica risultano; 10 avviati; 2 mai avviati; dei restanti 63 non si hanno dati; 2 risultano condannati in sede canonica.

    https://www.casertanews.it/attualita/abusi-sessuali-clero-sacerdoti-caserta.html

  • Pedofilia nella Chiesa, 4.600 abusi dal 2000

    Pedofilia nella Chiesa, 4.600 abusi dal 2000

    Sono 4.623 le persone molestate da sacerdoti o figure legate alla Chiesa cattolica in Italia negli ultimi venticinque anni. Di queste, 4.451 erano minorenni al momento dei fatti. A rivelarlo è l’ultimo rapporto pubblicato da Rete l’Abuso, l’associazione che da anni raccoglie testimonianze e dati sugli abusi clericali nel Paese.

    Dal 2000, l’associazione ha censito 1.106 sacerdoti sospettati di abusi, ma solo 76 di loro sono stati sottoposti a processi canonici. Gli esiti, secondo quanto documentato, restano in gran parte blandi o opachi: 17 preti sono stati temporaneamente sospesi, 7 trasferiti in altre parrocchie, 18 ridotti allo stato laicale o dimessisi volontariamente. In cinque casi, gli imputati si sono tolti la vita.

    Diocesi silenti e risposte mancate

    Lo studio denuncia anche la scarsa collaborazione delle diocesi italiane con le autorità ecclesiastiche. Solo 81 delle 226 diocesi hanno risposto al questionario inviato dalla Commissione Vaticana per la protezione dei minori, che ha poi definito “insufficiente” l’impegno della Chiesa italiana nel prevenire e contrastare gli abusi.

    Il monito del Papa

    Nei giorni scorsi, Papa Leone XIV ha incontrato per la prima volta un gruppo di vittime di abusi da parte del clero, invitando i nuovi vescovi a non occultare le accuse e a collaborare con le autorità civili. Un appello che prosegue la linea avviata da Papa Francesco, ma che, secondo le associazioni delle vittime, non si è ancora tradotto in riforme strutturali e trasparenza reale.

    Un’emergenza morale ancora aperta

    La pedofilia nel clero resta una ferita profonda per la Chiesa cattolica. Come sottolinea Rete l’Abuso, molti sacerdoti accusati non sono mai stati allontanati dalle proprie parrocchie, e i procedimenti interni in Vaticano continuano a svolgersi nel segreto, senza conseguenze effettive.

    Lo Stato italiano, dal canto suo, non è mai intervenuto in modo deciso, lasciando che la gestione della crisi restasse in larga parte nelle mani delle stesse istituzioni ecclesiastiche.

    A più di vent’anni dallo scoppio dei primi scandali, il messaggio del rapporto è netto: una Chiesa che predica l’amore ma protegge i colpevoli ha smarrito non solo la propria autorità morale, ma anche la propria umanità.

    https://www.polesine24.it/oggi/2025/10/25/news/pedofilia-nella-chiesa-4-600-abusi-dal-2000-380810/

  • In Abruzzo 36 casi di abusi sessuali nel clero, 10 nel Pescarese

    In Abruzzo 36 casi di abusi sessuali nel clero, 10 nel Pescarese

    Sono complessivamente 1.250 i presunti casi di abusi sessuali registrati in Italia dal 2000 al 2025 legati alla Chiesa.
    A dirlo è il “Report sui casi di violenza sessuale commessi in Italia dal clero e il suo indotto” curato dall’Osservatorio permanente della Rete L’Abuso, come si legge su ReggioToday.

    Di questi sarebbero 36 quelli che si sono verificati in Abruzzo, di cui 10 nella provincia di Pescara.

    Il report, segnala 4.625 vittime note, 4.395 delle quali abusate da preti, 9 da suore, 91 da catechisti, 76 da personale laico dell’indotto ecclesiale e 54 da scout.

    L’associazione sottolinea che 2.414 vittime sono seguite direttamente, mentre 2.211 risultano irreperibili. L’incidenza dei preti coinvolti, pari al 3,57% dei 31 mila sacerdoti italiani, viene definita molto alta in relazione alla natura non ufficiale del censimento. Sui circa 31 mila preti, 1.106 sarebbero quelli segnalati, un numero in linea con quanto denunciato da fonti cattoliche che nello stesso periodo di tempo hanno riconosciuto 1.049 casi.

    Il documento denuncia una situazione allarmante e, soprattutto, la totale assenza in Italia di un sistema di prevenzione efficace per la tutela dei minori. Secondo la Rete, “il nostro Paese continua a mancare di strumenti normativi adeguati”, e per questo l’associazione chiede una riforma legislativa che introduca l’obbligo di denuncia per tutti i cittadini”.

    La Rete L’Abuso chiede una riforma legislativa che imponga l’obbligo di denuncia per tutti i cittadini: l’assenza di tale obbligo rende inefficaci strumenti europei di prevenzione come il certificato anti-pedofilia e lascia i minori più esposti al rischio di abusi”.

    “Il fenomeno – si legge al termine del rapporto dell’associazione presieduta da Francesco Zanardi – non può più essere affrontato come un problema interno alla Chiesa, ma come una questione di salute pubblica e di giustizia collettiva”.

    In Abruzzo, oltre ai 10 casi in provincia di Pescara, si contano lo stesso numero nel Teramano, 12 in provincia di L’Aquila e 4 in quella di Chieti.

    I dettagli al seguente link: https://test.retelabuso.org/wp-content/uploads/2025/09/il-documentario-sugli-abusi-nelle-chiese-di-new-orleans-basato-su-un-reportage-del-guardian-vince-il-premio-piu-importante.webpdati-regionali-divisi-per-province/

  • I sopravvissuti agli abusi nella Chiesa cattolica in Asia/Oceania denunciano il rapporto della Commissione pontificia

    I sopravvissuti agli abusi nella Chiesa cattolica in Asia/Oceania denunciano il rapporto della Commissione pontificia

    “Senza un reale e aperto coinvolgimento diretto con SNAP e con i sopravvissuti, la loro credibilità rimarrà pari a zero”, afferma John Brown, un sopravvissuto australiano agli abusi da parte del clero, in merito al secondo rapporto annuale della Pontificia Commissione.

    Mentre la Commissione vaticana ha ribadito l’impegno della Chiesa cattolica a porre le vittime e i sopravvissuti agli abusi al centro della sua missione di salvaguardia, le vittime e i sopravvissuti che si sono rivolti alla Commissione dall’Asia e dall’Oceania sono stati ignorati.

    Il rapporto non ha menzionato come i leader delle chiese in Asia e Oceania continuino a non rispondere delle proprie azioni e a non essere trasparenti nei confronti delle loro congregazioni e della comunità in generale in merito alla natura e all’entità degli abusi e al modo in cui stanno rispondendo oggi sul campo.

    Ad esempio, in Nuova Zelanda, i vescovi cattolici hanno incaricato degli avvocati di minacciare le vittime e i sopravvissuti di vedere respinte le loro denunce se non tacciono sulle presunte violazioni dei principi e delle procedure di risarcimento.

    In una “Lettera aperta ai popoli dell’Asia e dell’Oceania”, i sopravvissuti hanno espresso le loro preoccupazioni in merito al lavoro della Pontificia Commissione.

    La lettera recita:

    LETTERA APERTA AI POPOLI DELL’ASIA E DELL’OCEANIA
    28 ottobre 2025

    Alla Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori
    Via e-mail: info@tutelaminorum.va ,
    cc. nuntius@nunciature.nz , na.australia@diplomat.va , nu_office_tokyo@yahoo.co.jp

    Pubblicità – scorri per continuare a leggere
    Secondo rapporto su abusi e tutela: sezione Asia/Oceania

    Gentile Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori
    Tēnā koutou katoa,
    Ni sa bula vinaka,
    Wominjeka,

    Saluti dalla regione Asia/Oceania.

    Vi salutiamo nelle lingue dei popoli Māori e Fijiano e nella lingua del popolo Kulin dell’Australia.

    Grazie per il tuo secondo rapporto sugli abusi.

    Il vostro rapporto ha menzionato abusi e tutela nella regione Asia/Oceania e le sfide in questa regione. Aotearoa, Nuova Zelanda e Australia sono due dei principali paesi pesantemente colpiti dagli abusi nella Chiesa cattolica in questa regione. Il vostro rapporto non ha affrontato gli abusi persistenti e l’incapacità dei vostri leader ecclesiastici di tutelare in modo autentico queste due nazioni vitali. Queste nazioni sono state persino escluse dalla vostra mappa a pagina 166. Si trovano a sud-est della mappa che avete visualizzato.

    Nemmeno la rete dei sopravvissuti agli abusi dei preti (SNAP) in Aotearoa, Nuova Zelanda, Australia, Figi e Isole del Pacifico e Giappone, attori principali nella risposta agli abusi e nella “tutela” dei leader della vostra chiesa in questi paesi, è stata contattata da voi per la vostra segnalazione.

    Ci chiediamo: quanto può essere credibile un rapporto della Pontificia Commissione che commenta gli abusi e la tutela in questa regione, senza alcun contributo da parte dei principali attori che si occupano di abusi e tutela in quella regione?

    Ancora una volta, le persone che contano di più, le vittime e i sopravvissuti, sono state ignorate nel vostro approccio istituzionale incentrato sulla Chiesa. Selezionare vittime simboliche non è utile. Dal vostro rapporto, sembra che abbiate intervistato una vittima a Tonga. Non siamo la vostra merce. Quando lo fate, ignorando i gruppi di sopravvissuti che vi contattano, risultate superficiali.

    Interagire con i principali gruppi di sopravvissuti sul campo in Asia/Oceania, con rispetto reciproco, rispondendo loro quando ti contattano, prima di commentare la loro realtà e le loro esperienze, può contribuire a rendere il tuo reportage più credibile.

    Ci auguriamo che in futuro possiate contattarci prima di commentare la nostra realtà in materia di abusi e misure di tutela nella regione Asia/Oceania.

    Sinceramente,

    Donald McLeish,
    leader
    di SNAP Australia

    Mary Speller
    Co-leader
    SNAP Aotearoa Nuova Zelanda

    Felix Fremlin
    Leader
    SNAP Figi/Isole del Pacifico

    Leader di Harumi Suzuki
    SNAP Sendai/Giappone

  • Abusi sessuali legati al clero, la Calabria tra le regioni più colpite: 51 casi e 156 vittime

    Abusi sessuali legati al clero, la Calabria tra le regioni più colpite: 51 casi e 156 vittime

    La Calabria, pur non essendo tra le regioni italiane con il numero più alto di episodi, presenta dati allarmanti sul fronte degli abusi sessuali riconducibili a esponenti del clero.

    Secondo il secondo Rapporto nazionale diffuso dalla Rete L’Abuso, nel territorio regionale sono stati documentati 51 casi: 48 riguardano sacerdoti, due catechisti e un laico.

    Le vittime accertate sono complessivamente 156, di cui 149 minorenni — in prevalenza di sesso maschile — oltre a cinque adulti vulnerabili, una suora e una persona disabile. Il rapporto, curato dalla Rete presieduta da Francesco Zanardi, evidenzia una realtà “ancora in gran parte sommersa” e punta il dito contro la mancanza, in Italia, di un sistema di prevenzione efficace per la tutela dei minori.

    Zanardi sottolinea la necessità di introdurre norme più stringenti, come l’obbligo di denuncia per ogni cittadino e l’adozione di strumenti europei come il certificato anti-pedofilia, oggi non applicabile nel nostro Paese. A livello nazionale, il documento registra 1.250 casi accertati — 1.106 dei quali commessi da sacerdoti — per un totale di 4.625 vittime, in gran parte minorenni. In questo quadro, la Calabria, pur con numeri inferiori rispetto a regioni come Lombardia (174 casi) e Piemonte (103), resta una delle aree più colpite in proporzione alla popolazione.

    Ancora più inquietante il dato sulle denunce: oltre il 75% dei casi non arriva mai all’autorità giudiziaria. Molte vittime scelgono di non parlare, scoraggiate dai tempi lunghi dei procedimenti canonici e dal rischio di prescrizione dei reati.

    Gli abusi, secondo il rapporto, avvengono soprattutto in ambienti parrocchiali, scolastici o educativi legati alla Chiesa, e le condanne, sia penali che canoniche, restano esigue rispetto alla gravità del fenomeno.

    «Non si tratta più di una questione interna alla Chiesa — avverte Zanardi — ma di un problema di salute pubblica e giustizia sociale». La Calabria, con i suoi 51 casi, rappresenta così un ulteriore segnale d’allarme sulla necessità di riforme strutturali e strumenti di prevenzione realmente efficaci.

    Abusi sessuali legati al clero, la Calabria tra le regioni più colpite: 51 casi e 156 vittime

  • Abusi sessuali, la diocesi: «Ferita la nostra comunità» Dal prof di religione all’assistente scout tredici i casi registrati nel territorio pontino

    Abusi sessuali, la diocesi: «Ferita la nostra comunità» Dal prof di religione all’assistente scout tredici i casi registrati nel territorio pontino

    I numeri forniti dalla Rete l’Abuso sono preoccupanti, non solo perché fotografano una realtà grave e pesante, ma perché le vittime sono spesso minori o persone fragili e molti casi restano sommersi. Il nuovo dossier “Tolleranza zero” diffuso nei giorni scorsi ha reso noti i dati relativi ad abusi e violenze sessuali commessi in Italia dal clero e dagli ambienti legati alla Chiesa: 1250 casi, 4.600 vittime note, oltre mille sacerdoti coinvolti, a cui si aggiungono catechisti, laici e scout.

    Il Lazio conta 80 casi in totale, 38 dei quali a Roma, 13 nella provincia di Latina, tra cui gli ultimi noti relativi al prof di religione di un liceo, Alessandro Frateschi, e all’assistente scout dell’Agesci di Terracina Simone Di Pinto. Ma le segnalazioni mappate da Rete l’Abuso vanno anche molto indietro nel tempo e di alcune non si è saputo più nulla.

    LA CURIA
    Ne abbiamo parlato con la Diocesi di Latina, che soprattutto nelle vicende appena citate non si è tirata indietro rispetto a provvedimenti immediati e prese di posizione. «Queste vicende hanno segnato ferite davvero profonde nella comunità ecclesiale diocesana spiega il portavoce della Diocesi – Il pensiero è sempre andato anche alle vittime e alle loro famiglie per la grave sofferenza che vivono a causa dei comportamenti di chierici o collaboratori pastorali o comunque di persone impegnate in ambito ecclesiale.

    Con forte convinzione la Diocesi si attiene alle procedure canoniche e ha sempre assicurato la massima collaborazione alle autorità giudiziaria italiana, per quanto riguarda i delitti di particolare gravità in cui rientrano anche gli abusi sessuali contro i minori e adulti vulnerabili. Su questi, tra l’altro, nelle giuste modalità abbiamo prontamente comunicato l’accadimento dei fatti, o comunque offerto un contributo al chiarimento pubblico. Senza mai nascondere nulla».

    La Diocesi spiega anche come si muove la Chiesa in questi casi: le norme canoniche prevedono che la Diocesi compia solo l’indagine e poi trasferisca il caso al Dicastero per la dottrina della fede, competente nel giudizio, come è stato fatto nei casi che vedevano coinvolti chierici o collaboratori laici delle parrocchie, immediatamente allontanati dall’incarico in via cautelare e già al momento delle segnalazioni sui loro comportamenti.

    «Il vescovo puntualizza ancora la Diocesi – ha sempre assicurato la piena disponibilità a ricevere le segnalazioni, ma soprattutto ad ascoltare le vittime e i loro familiari, ai quali viene sempre assicurato il supporto anche specialistico del consultorio diocesano. In un caso, i familiari di un minore hanno richiesto il colloquio con il vescovo per informarlo e a margine dell’incontro il vescovo assicurò il suo immediato intervento, ma invitò fortemente i genitori a presentare anche una formale denuncia all’autorità giudiziaria italiana».

    L’impegno a proteggere i giovani insomma non è mai venuto meno e resta costante attraverso il Centro di ascolto.
    Laura Pesino

  • Siracusa. L’ombra del silenzio. «Rete l’Abuso»: in Sicilia 103 casi e 270 vittime di violenze clericali dal 2000 a oggi

    Siracusa. L’ombra del silenzio. «Rete l’Abuso»: in Sicilia 103 casi e 270 vittime di violenze clericali dal 2000 a oggi

    Il silenzio resta la barriera più alta. In Sicilia, secondo il nuovo report di “Rete L’Abuso”, sono 103 i casi documentati di violenze sessuali in ambito ecclesiastico dal 2000 a oggi, con 270 vittime accertate. Si tratta di un quadro drammatico che, a livello nazionale, si allarga fino a 4.396 persone coinvolte, come evidenziato dal presidente Francesco Zanardi durante la conferenza stampa di presentazione.

    Nel dettaglio, la mappa dell’isola mostra 10 casi ad Agrigento, 9 a Caltanissetta, 14 a Catania, 7 a Enna, 16 a Messina, 20 a Palermo, 6 a Ragusa, 11 a Trapani e 10 a Siracusa. Tuttavia, secondo quanto risulta a questo giornale, nella diocesi Siracusana i casi effettivamente accertati sono tre: due sacerdoti già condannati con sentenze definitive e un terzo attualmente sotto processo.

    Il report nazionale sottolinea come in 86 episodi l’abusante sia un sacerdote, in 4 casi un catechista, in 16 un laico e in uno un educatore scout. Le vittime, nella quasi totalità dei casi, sono minorenni (256 su 270) e maschi (242), mentre 28 sono donne e 12 adulti, tra cui anche una persona con disabilità. «Sono dati sottostimati – ha spiegato Zanardi – perché moltissimi episodi non vengono denunciati per paura o per il clima di isolamento che circonda chi trova il coraggio di parlare».

    Alla presentazione del dossier hanno preso parte anche l’avvocato Mario Caligiuri, responsabile dell’osservatorio legale di ‘Rete L’Abuso’ e Tiziana Siletti, garante per i diritti delle vittime di reato della Regione Basilicata. Tutti i casi raccolti derivano da denunce dirette o da riscontri documentati nelle cronache giudiziarie.

    Secondo l’associazione, in Italia sono 1.106 i religiosi collocabili tra i ‘sex offender’. Zanardi ha ricordato che non sono ancora stati conteggiati i vescovi eventualmente responsabili di omissioni o insabbiamenti, «perché i casi formalmente riconosciuti sono ancora pochi». Resta attesa per l’evoluzione del processo per falsa testimonianza che vede imputato il vescovo di Piazza Armerina, monsignor Rosario Gisana, legato al noto caso Rugolo, il cui iter entrerà in fase pre-dibattimentale il 29 ottobre.

    A Siracusa, dove i numeri ufficiali dell’associazione indicano dieci episodi ma le verifiche giornalistiche ne confermano tre, il tema resta estremamente delicato. Due sacerdoti sono stati già condannati e uno affronta ora un procedimento in corso. Vicende diverse, ma accomunate da un’unica richiesta di verità e di giustizia da parte delle vittime. «Il problema non è solo giudiziario – ha concluso Zanardi – ma culturale e morale: finché il silenzio prevarrà sulla trasparenza, la ferita non potrà mai rimarginarsi».

    Siracusa. L’ombra del silenzio. «Rete l’Abuso»: in Sicilia 103 casi e 270 vittime di violenze clericali dal 2000 a oggi

  • Nota di chiarimento di Ricardo Coronado: “Prevost ha condotto le indagini contro di me”

    Nota di chiarimento di Ricardo Coronado: “Prevost ha condotto le indagini contro di me”

    Lima, 27 ottobre 2025

    Gentile Infovaticana
    Madrid-Spagna
    (via e-mail)

    Egregi Signori:

    Ho seguito con attenzione – e generale acquiescenza – la serie di articoli dedicati a svelare quella che voi chiamate generosamente opacità – io la chiamerei oscurità – del caso “Lute” e del coinvolgimento dell’allora vescovo Robert Prevost. Come è ovvio, il mio precedente ruolo di avvocato delle vittime mi ha pienamente coinvolto.

    Tuttavia, oggi è stato pubblicato un articolo intitolato: “La Chiesa ha lasciato le vittime del pedofilo Lute senza un avvocato, dopo averlo radiato dall’albo con metodi poco trasparenti”. L’articolo contiene un’affermazione inesatta e che potrebbe dare adito a ulteriori sospetti. Dice:

    “…la testimonianza di un adulto, identificato dalle iniziali MVT, che ha raccontato un incontro personale con Coronado a Lima di natura intima, sebbene senza consumazione “piena”, la cui natura sessuale è negata da Coronado, nonché alcune conversazioni oscene su Facebook.”

    Un dettaglio importante che, fino ad ora, mi era sconosciuto è che questa persona, secondo il National Catholic Reporter nel suo articolo del 29 settembre, Esclusiva: la critica di Papa Leone ora afferma che il suo avvocato potrebbe aver avuto un’agenda segreta | National Catholic Reporter , era assistita dallo stesso Prevost:

    “Prevost ha guidato l’indagine sul presunto reato di Coronado-Arrascue durante il mandato del futuro papa come capo della commissione episcopale peruviana per l’audizione delle vittime di abusi, ha detto a NCR una fonte direttamente coinvolta nell’indagine.”

    Tradotto:

    “Prevost ha guidato l’indagine sul presunto reato di Coronado-Arrascue durante il mandato del futuro papa come capo della commissione episcopale peruviana per l’ascolto delle vittime di abusi, ha detto a NCR una fonte direttamente coinvolta nell’indagine.”

    Questi due paragrafi meritano le seguenti precisazioni:

    Questa persona, che ormai si avvicina ai cinquant’anni, non può essere considerata affatto una vittima. Semmai, sono stato vittima sia di lei che della persona che l’ha consigliata, instillando in lei un risentimento che ha cercato di mitigare nel caso Lute, che il vescovo Prevost ha senza dubbio insabbiato.

    Prevost ha condotto l’indagine contro di me , l’avvocato che stava indagando sulla propria negligenza; ed è Prevost stesso che chiede la mia squalifica.

    La presunta intimità di cui parli nel tuo articolo mi sembra assolutamente sbalorditiva. Delle tre volte che ho visto questa persona, due erano in pubblico perché partecipava alle messe che celebravo e mi molestava mentre uscivo dalla chiesa.

    L’unica volta che ho voluto parlare con MVT, questa persona ha voluto oltrepassare i limiti con il pretesto di essere un’esperta in terapie di cui avevo realmente bisogno.

    L’aggiunta “senza piena consumazione” francamente ha senso solo per chi è fuori dal mondo. Posso affermare con sincerità di non aver mai toccato quella persona in alcun modo, se non stringendole la mano o qualcosa di simile come parte di un saluto pubblico.

    Per quanto riguarda i messaggi di Facebook, devo dire che sono completamente modificati: le versioni utilizzate dal vescovo di Cajamarca, presumibilmente utilizzate a Roma per tutelare gli interessi di Prevost, mancano delle formalità necessarie per essere considerate prove ammissibili in tribunale. Le parti presumibilmente scritte da questa persona sono illeggibili, mentre i commenti presumibilmente miei, pieni di volgarità, sono perfettamente leggibili. I messaggi utilizzati nel procedimento sono privi di metadati. L’identità del mittente, la data e l’ora dell’invio sono sconosciute. Sono stati, naturalmente, respinti dal giudice del tribunale peruviano e sarebbero respinti in qualsiasi ordinamento civile; eppure sembrano essere la base per una sanzione nel screditato sistema di diritto canonico!

    Per questo motivo, vi chiedo di pubblicare questa corrispondenza in modo che non si insinui in alcun modo che io abbia avuto una relazione permanente, intima, sessuale o romantica con qualcuno, tanto meno un matrimonio di fatto, o che abbia vissuto nel peccato pubblico.

    Colgo l’occasione per sottolineare il possibile peccato pubblico, continuo e permanente, dell’allora vescovo Prevost e invitarlo alla conversione. Il mio forte sospetto e timore è che colui che abbiamo oggi come “Papa” possa aver utilizzato i seguenti vescovi e istituzioni nel modo seguente:

    Al vescovo di Cajamarca, Circuncisión Martínez Chuquizana, che fin dall’inizio della mia reincorporazione nella diocesi mi ha attivamente molestato e ha avviato un’indagine utilizzando il canone 277 come se fosse un canone penale.
    Al vescovo Victor Emiliano Villegas Suclupe di Chota, che non ha alcuna autorità su di me, né aveva alcuna autorità per intimidirmi e umiliarmi nella mia città natale.
    Molto probabilmente anche il vescovo James Golka di Colorado Springs, che mi ha penalizzato con un decreto senza avere autorità su di me e ha così oscurato il mio abbondante e positivo contributo in quella diocesi.
    La conferenza episcopale peruviana, tramite il suo superiore di allora, il “Prefetto del Dicastero dei Vescovi”, al quale le conferenze erano soggette, di attaccarmi illegalmente.
    Al Dicastero per il Clero, di cui Prevost era membro durante il “processo” contro di me. Ha permesso al Vescovo Golka di modificare il suo decreto senza informarmi della mia difesa, e poi ha abusato del suo diritto come descritto di seguito.
    Di tutto questo, l’unico e vero beneficiario è solo ed esclusivamente Robert Prevost, e le vittime siamo Ana María Quispe, le altre vittime e io.

    Se così fosse, il peccato pubblico di Prevost diventerebbe ancora più grande a causa della sua calunnia e soprattutto a causa delle sue menzogne ​​e del suo uso proditorio del potere in tribunale per ottenere una posizione immorale. ( Cfr. 2476 Catechismo della Chiesa Cattolica ).

    Infine, non posso accettare una dimissione “istruita” dal Dicastero per il Clero senza le formalità di un processo, né le garanzie inerenti a un ordinamento giuridico civile: senza il rispetto del diritto alla difesa, senza la conoscenza delle accuse e degli accusatori, senza il rispetto dei principi di legalità e del giusto processo. Nulla di tutto ciò è stato osservato e, quel che è peggio, mi viene chiesto di fare un atto di fede per accettare ciò che non è nemmeno provato: che Bergoglio abbia firmato il decreto in questione. Devo forse ammettere che questo processo manifestamente viziato sia valido?

    Grazie mille per l’attenzione.

  • Romagna, la mappa degli abusi nel clero: Forlì-Cesena in testa, seguono Rimini e Ravenna

    Romagna, la mappa degli abusi nel clero: Forlì-Cesena in testa, seguono Rimini e Ravenna

    La nuova rilevazione dell’Osservatorio della Rete L’ABUSO, pubblicata il 1° ottobre 2025, consegna una fotografia senza precedenti della violenza sessuale commessa da appartenenti al clero e dal relativo indotto in Italia: 1.250 casi complessivi, di cui 1.106 sacerdoti; 4.625 le vittime note, 4.451 delle quali minorenni.

    Solo sui sacerdoti, l’incidenza stimata è del 3,57% (1.106 su 31.000 attivi), mentre il “sommerso” – i casi noti alla Chiesa ma mai denunciati all’autorità giudiziaria – isola 839 episodi su 1.106. Un dato che dialoga con 155 condanne definitive sul totale dei 1.250 casi mappati.

    Dentro questo quadro nazionale, l’Emilia-Romagna conta 75 casi e 192 vittime prevalentemente minorenni; 71 sono sacerdoti, poi un catechista e tre laici. Le posizioni penali registrano 53 episodi nel sommerso, con poche denunce attive e 10 condanne definitive. È in questa cornice che la Romagna spicca per numerosità relativa.

    Forlì-Cesena: il baricentro romagnolo

    La provincia di Forlì-Cesena è la più colpita della Romagna: 10 casi censiti. Il dato, pur numericamente contenuto rispetto ai grandi hub regionali del Nord, pesa nel bilancio romagnolo e segnala catene di eventi spesso rimaste senza un approdo giudiziario. Nel quadro regionale, infatti, oltre due terzi dei procedimenti risultano “sommersi” o privi di esito pubblico, una dinamica che ostacola sia la giustizia sia la prevenzione.

    Rimini e Ravenna: numeri vicini, stessa vulnerabilità

    A Rimini e Ravenna il report conta 7 casi ciascuna. Anche qui il tratto comune è l’asimmetria tra il danno registrato e l’effettiva risposta giudiziaria: poche denunce formali, scarsi approdi a sentenza e un ricorso alla giustizia canonica che, secondo la rilevazione, non si traduce quasi mai in condanne note. È un pattern che ricalca il disegno regionale – 2 procedimenti canonici avviati, 3 mai avviati e nessuna condanna nota – e che suggerisce l’urgenza di strumenti di tutela più trasparenti, coordinati con l’autorità civile.

    Il peso della Romagna nell’Emilia-Romagna

    Sommando Forlì-Cesena (10), Rimini (7) e Ravenna (7), la Romagna raggiunge 24 casi, cioè quasi un terzo del totale regionale (75). Considerando che il report attribuisce all’Emilia-Romagna 192 vittime (di cui 185 minorenni), il contributo romagnolo diventa ancor più significativo in rapporto alla densità demografica e alla capillarità delle strutture ecclesiastiche sul territorio.

    Cosa dicono i “macro-numeri” nazionali

    I dati complessivi – 1.250 casi, 4.625 vittime, 3,57% di incidenza tra i sacerdoti attivi, 839 episodi nel sommerso – descrivono un fenomeno strutturale. Nelle regioni più popolose il volume cresce (la Lombardia guida con 174 casi), ma il tasso di sommerso resta elevato ovunque, segno che la trasparenza interna e l’obbligo di segnalazione non sono ancora prassi consolidate. In assenza di una commissione d’inchiesta statale – strumento adottato in diversi paesi europei – il report evidenzia come le stime italiane possano essere per difetto sul versante delle vittime.

    Le falle del sistema: denuncia, prevenzione, risarcimenti

    Il documento rimarca che, tra le 4.621-4.625 vittime citate nelle diverse sezioni, solo una risulta risarcita spontaneamente dalla Chiesa; quando arriva un indennizzo, proviene in prevalenza dalla giustizia italiana. Nel frattempo, il sostegno medico-psicologico appare lacunoso, mentre 22 strutture terapeutiche risultano attive per i sacerdoti, nessuna specificamente per i sopravvissuti da abusi. Il divario tra strumenti per gli autori e tutela delle vittime è uno dei punti dolenti messi nero su bianco.

    Che cosa significa per la Romagna

    Per Forlì-Cesena, Rimini e Ravenna i numeri non sono solo contabilità del passato. La quota di sommerso, il limitato ricorso a percorsi giudiziari e la quasi totale assenza di condanne canoniche note rendono urgente un’azione su tre livelli: obbligo effettivo di segnalazione all’autorità civile; rafforzamento dei servizi di supporto alle vittime; trasparenza degli esiti, inclusa la tracciabilità dei trasferimenti interni. La Romagna, proprio perché esprime una fetta importante del dato regionale, può diventare un laboratorio di pratiche migliori, dalla formazione nelle parrocchie alla collaborazione strutturata con centri antiviolenza e procure.

    Un indicatore per misurare il cambiamento

    Il confronto fra numero di casi e condanne definitive (10 in Emilia-Romagna su 75) suggerisce un indicatore semplice da monitorare: quota di procedimenti che arrivano a sentenza, tempi medi di definizione e accesso a misure riparative. Portare alla luce il sommerso non è solo questione statistica: significa consentire alle vittime di Romagna – e del Paese – di ottenere giustizia in tempi ragionevoli, e alle comunità di ricostruire fiducia su basi verificabili.

    Metodologia – Il report copre l’arco 2000-2025, aggrega casi trattati direttamente dall’associazione e materiale documentale pubblico, con schede regionali e provinciali di dettaglio. I numeri citati nel pezzo provengono dal report alle sezioni “Dato censito dall’Osservatorio”, “Dettaglio integrale delle schede regionali” e “Conclusioni”.

    https://lavocedicesenatico.it/romagna-la-mappa-degli-abusi-nel-clero-forli-cesena-in-testa-seguono-rimini-e-ravenna/

    2° Report Rete L’ABUSO

  • La Chiesa ha lasciato le vittime del pedofilo Lute senza un avvocato, dopo averlo squalificato con metodi poco trasparenti.

    La Chiesa ha lasciato le vittime del pedofilo Lute senza un avvocato, dopo averlo squalificato con metodi poco trasparenti.

    Il cosiddetto caso Lute – dal nome di padre Eleuterio Vásquez , sacerdote della diocesi di Chiclayo – rimane una delle ferite aperte della Chiesa che deve essere affrontata il prima possibile. Vásquez fu accusato di aver abusato sessualmente di minori che aveva portato a trascorrere la notte da soli in una residenza parrocchiale sugli altopiani. Le accuse furono presentate direttamente all’allora vescovo di Chiclayo, Robert Francis Prevost , poi papa Leone XIV , ma il caso, lungi dall’essere risolto, rimane bloccato senza alcuna sanzione definitiva contro il pedofilo. Ad oggi, le vittime non hanno nemmeno potuto accedere ai documenti del caso, nonostante le ripetute richieste.

    Tuttavia, a essere punito a tempo di record è stato l’avvocato che aveva rappresentato le vittime dal maggio 2024, il sacerdote e canonista Ricardo Coronado Arrascue , la cui radiazione è diventata uno degli episodi più anomali e inquietanti del recente diritto canonico. La sua caduta è iniziata nel luglio 2024 , quando le vittime, assistite da Coronado, hanno presentato formalmente una richiesta di accesso al fascicolo del caso Lute, rimasta senza risposta per anni. Solo poche settimane dopo, il 24 agosto 2024 , la Conferenza episcopale peruviana (CEP) ha sorpreso tutti pubblicando una dichiarazione senza precedenti: ha annunciato che Coronado “non poteva ricevere l’approvazione per esercitare la professione di avvocato ecclesiastico” e gli ha proibito di agire in cause canoniche.

    La dichiarazione, rilasciata dopo la 127ª Assemblea Plenaria della Conferenza Episcopale Spagnola (CEP), ha citato il canone 1483 del Codice di Diritto Canonico per giustificare la misura. Tuttavia, resta il fatto che le conferenze episcopali non hanno l’autorità di radiare gli avvocati dall’albo. In pratica, un organismo privo di giurisdizione giudiziaria ha rilasciato una dichiarazione pubblica contro l’avvocato che rappresenta le vittime di abusi proprio quando chiedeva trasparenza, il che non può che essere interpretato come una manovra volta a screditarlo e neutralizzare il suo operato .

    Secondo i documenti consultati da InfoVaticana , il caso contro Coronado è stato aperto quello stesso agosto , subito dopo la dichiarazione episcopale. Il processo è stato accelerato, senza una chiara notifica delle accuse né garanzie di un giusto processo. Inoltre, le accuse sono estremamente fragili: alcune voci infondate provenienti dagli Stati Uniti su presunte visite a casa del sacerdote e la testimonianza di un adulto , identificato con le iniziali MVT , che ha raccontato di un incontro personale con Coronado a Lima di natura intima, sebbene senza “piena” consumazione, la cui natura sessuale Coronado nega, nonché alcune conversazioni oscene su Facebook. Il fascicolo stesso riconosce l’assenza di convivenza, persistenza o scandalo pubblico. Al massimo, si tratta di un’indiscrezione privata , del tutto insufficiente a giustificare qualsiasi sanzione. Attualmente, Coronado sta portando avanti una causa per diffamazione contro MVT presso i tribunali di Lima.

    Sebbene sembri incoerente essere stato radiato dall’albo degli avvocati prima di essere radiato dall’albo dei sacerdoti, il colpo più grave per il sacerdote peruviano arrivò quattro mesi dopo. Nel dicembre 2024 , Coronado ricevette la notifica della sua dimissione dallo stato clericale tramite decreto papale , ma il documento conteneva una grave irregolarità: mancava la firma autografa di Papa Francesco . Il decreto era stato elaborato attraverso i canali diplomatici, recando il sigillo vaticano, ma senza soddisfare i requisiti di autenticazione che ne garantiscono la validità. In pratica, si trattava di un’espulsione mascherata da decreto papale , priva di qualsiasi processo, sentenza o risoluzione formale.

    Anche questo episodio si svolge in un contesto ecclesiale particolarmente turbolento. Alla fine del 2024, con Francesco indebolito sia fisicamente che mentalmente , si è moltiplicata una proliferazione di decisioni assurde e insostenibili emanate dalla Curia, molte delle quali legate al Perù. Tra le più note, il decreto penale di condanna contro i giornalisti Giuliana Caccia e Sebastián Blanco , che includeva la minaccia di scomunica per aver criticato i prelati peruviani. Il provvedimento ha provocato uno scandalo globale e ha dovuto essere revocato dallo stesso Francesco , che ha sconfessato i responsabili dopo aver scoperto che il decreto era stato emanato a sua insaputa. In questo stesso clima di caos e abuso di potere, il decreto di dimissioni di Coronado sembra essere un altro prodotto dello stesso meccanismo: funzionari ecclesiastici che usano il nome del Papa per imporre sanzioni arbitrarie , come se la Chiesa fosse diventata il loro giocattolo personale.

    Il fascicolo di Coronado reca le firme del vescovo di Cajamarca, Isaac C. Martínez Chuquizana , e dell’allora segretario del Dicastero per il Clero, monsignor Andrés Gabriel Ferrada Moreira , responsabili dell’elaborazione e dell’approvazione di un provvedimento privo di giustificazione legale o di un giusto processo. La sequenza è significativa: a luglio, le vittime hanno richiesto i documenti; i documenti non sono mai stati trasmessi, ma ad agosto è stata emessa una dichiarazione episcopale contro il suo avvocato ed è stata aperta un’indagine accelerata nei suoi confronti; senza nemmeno un’udienza per garantire il suo diritto alla difesa o la presentazione di prove, a dicembre sono state emesse le sue “dimissioni” con decreto irregolare. Tutto indica che la sanzione è stata fabbricata come punizione diretta per aver richiesto l’accesso al fascicolo dell’abusante .

    Nel frattempo, Eleuterio Vásquez rimane impunito , protetto dal silenzio istituzionale e dall’inerzia di un sistema che punisce il whistleblower prima dell’imputato. Coronado è stato espulso senza processo e marchiato a vita, e le vittime sono rimaste senza assistenza legale. Tra l’altro, nessuno nella Chiesa si è preso la briga di offrire loro un altro avvocato canonico dopo aver licenziato il proprio.

    Lo schema è innegabile: Roma è stata più dura con l’avvocato delle vittime che con il prete abusatore di minori . E lo ha fatto attraverso un atto giuridicamente invalido, emanato in nome di un Papa malato e manipolando i meccanismi della giustizia ecclesiastica. Il caso Lute non è più solo una storia di abusi, ma una dimostrazione di come la gerarchia possa trasformare il diritto canonico in uno strumento di repressione. La squalifica di Coronado ne è la prova: una manovra fraudolenta, crudele e calcolata , eseguita per ostacolare la giustizia e mettere a tacere le vittime .

    https://infovaticana.com/2025/10/27/la-iglesia-dejo-a-las-victimas-del-pederasta-lute-sin-abogado-tras-inhabilitarlo-con-metodos-opacos/