Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: vittime

  • LA VERGOGNA – L’Argentina condanna i preti pedofili che in Italia si sono salvati con la prescrizione

    LA VERGOGNA – L’Argentina condanna i preti pedofili che in Italia si sono salvati con la prescrizione

    Argentina batte Italia 45 a 0. Sul campo minato della questione pedofilia tra i preti cattolici, il confronto tra nazioni si è chiuso con un risultato imbarazzante per il sistema giudiziario del nostro Paese. Dopo anni di indagini e processi sugli abusi contro decine di bambini dell’istituto italo-argentino Antonio Provolo, la Corte Suprema di Giustizia di Buenos Aires, che equivale alla nostra Cassazione, ha confermato in via definitiva le condanne per i primi tre religiosi finiti sotto accusa: dovranno scontare pene comprese tra 18 e 45 anni di reclusione.

    In Italia nessuno ha pagato: zero condanne, anche se le sentenze argentine spiegano che le violenze sui minori sono continuate per almeno cinquant’anni ed erano iniziate in Italia. Dove però l’unica inchiesta giudiziaria si è chiusa sul nascere, senza neppure un indagato, grazie alle norme italiche sulla prescrizione dei reati.

    L’istituto Provolo, che ha la sede centrale a Verona, gestisce una rete di collegi, in Italia e in Argentina, specializzati nell’assistere bambini con problemi di sordità e conseguenti difficoltà a parlare. Dopo anni di sospetti, lo scandalo è stato scoperchiato nel 2009 da un’inchiesta giornalistica del nostro settimanale, firmata da Paolo Tessadri, che ha filmato e pubblicato le testimonianze di 15 ex allievi di due collegi veronesi, che denunciavano di aver subito per anni abusi e violenze da oltre venti sacerdoti, chierici e altri dipendenti dell’istituto.

    L’allora vescovo di Verona, Giuseppe Zenti, grande protettore del Provolo, ha attaccato L’Espresso e denunciato per calunnia l’associazione delle vittime. I giudici hanno però archiviato le sue accuse, spiegando che gli abusi sono risultati «certi e documentati», anche se prescritti. E il prelato ha dovuto patteggiare una condanna per aver diffamato le vittime.

    https://lespresso.it/c/inchieste/2023/10/27/largentina-condanna-i-preti-pedofili-che-in-italia-si-sono-salvati-con-la-prescrizione/46314

  • BERGAMO – Don Valentino Salvoldi accusato di molti abusi sessuali e psicologici

    BERGAMO – Don Valentino Salvoldi accusato di molti abusi sessuali e psicologici

    Valentino Salvoldi, nel suo sito,  si definisce studioso, insegnante, giornalista, scrittore ed educatore particolarmente rivolto ai giovani a cui raccomanda di “scegliersi un maestro di vita e scoprire la loro bellezza”. Ma per tanti ragazzi che hanno frequentato Salvoldi e i suoi campi religiosi tenuti per anni nella provincia Italiana, don Valentino è il prete che ha abusato di loro, li ha baciati in bocca, li ha violati nelle parti intime, si è strusciato su di loro dopo averli invitati a dormire nel suo letto. Nei loro ricordi, don Valentino è il sacerdote che ha manipolato i loro pensieri e le loro emozioni chiamandoli “miei figli” o “eletti”, “migliori di tutti gli altri” per continuare ad approfittare di loro, indisturbato, per anni.

    Nei suoi racconti, prima di diventare sacerdote, i superiori di Valentino Salvoldi gli sconsigliano di fare il prete, suggerendogli invece di lasciare il seminario, sposarsi e avere figli, poiché “abbiamo paura della tua intelligenza”. Secondo Salvoldi “Santa Madre Chiesa preferisce persone più normali” di lui poiché lui è “bello e intelligente”. Nonostante il consiglio, lui decide di prendere i voti.

    Valentino ha studiato all’università a Roma ed ha ottenuto il dottorato con il suo mentore Bernard Häring, professore di teologia morale alla Pontificia Accademia Alfonsiana (Pontificia Università Lateranense). Racconta di essere stato un giovane professore attivo in Vaticano, ma la sua carriera sembra essere stata inaspettatamente deviata verso sedi più periferiche e meno in vista dove la sua attività si concentra sui giovani nel terzo mondo. Sempre secondo i suoi racconti, Salvoldi viene espulso da sette paesi “impoveriti dall’occidente”, si salva per poco da un plotone di esecuzione in Nigeria e, pochi anni fa, rischia la lapidazione in Bangladesh.

    Quando i campi cominciano, all’inizio degli anni Novanta, don Valentino viene da una lunga permanenza in Africa dove, secondo le notizie da lui condivise, ha insegnato filosofia e teologia morale come professore visitatore. Nei paesi più poveri e nelle comunità più indifese, intellettualmente ed economicamente. Di ritorno nella zona di Bergamo – è nato a Ponte Nossa il 7 febbraio 1945 – Salvoldi comincia l’organizzazione di campi per giovani dove “discutere, stare insieme, celebrare la bellezza e l’amore di Dio”. I campi si tengono in giro per l’Italia, in luoghi come la  Casa di Ritiri Papa Giovanni XXIII a Bani di Ardesio, in provincia di Bergamo, il Circolo ACLI Col Gentile di Mione, in provincia di Udine, anche a Sotto il Monte Giovanni XXIII, in provincia di Bergamo.

    Inizialmente i campi sono frequentati da giovani adulti ma già in questi primi anni don Valentino crea e promuove riti e abitudini “speciali” nella sua nuova comunità. Sono in molti a ricordare gli inusualmente lunghi abbracci del sacerdote, i baci dati sulla bocca ai ragazzi, e solo ai ragazzi maschi, le confessioni amministrate nella sua stanza privata, distesi sul suo letto. Valentino parla di linguaggio “nuovo e rivoluzionario”, di culture lontane in cui l’amore non è mai proibito ma sempre “generoso, prolifico, senza barriere”. Giustifica le nuove regole non scritte dei suoi campi come “avanguardia di Dio” e intanto le sue carezze si fanno più intime, più inappropriate e i baci sulla bocca più lunghi e invadenti. Per spiegare questo graduale ma costante scivolamento nei rapporti con i ragazzi, una delle vittime di quei primi anni suggerisce l’immagine efficace della rana in pentola che viene cucinata a fuoco lento e bolle senza neanche accorgersene. In quei campi le parole assumono nuovi valori così come le azioni modellandosi gradualmente in un codice interno da culto. Intanto “il mendicante d’amore”, come Salvoldi si definisce, preme perché i campi si aprano a ragazzi ancora più giovani. La rivoluzione deve essere anticipata. “Se il mondo è cosí non è colpa tua, sarà colpa tua se lo lasci cosí”, ripete ossessivamente Salvoldi, ma occorre cominciare presto. Nei campi successivi arrivano ragazzi di tredici, quattordici e quindici anni, che lui chiama pubblicamente “i masturbini”. Con i giovani, arriva anche il vino, che con il benestare di Valentino, gira tra i ragazzi abbondantemente. La sua ossessione nel focalizzarsi sui più piccoli, porta alla rottura con molti dei ragazzi dei primi campi.

    Le confessioni private si fanno quotidiane, il sacerdote invita i suoi favoriti a fare “il riposino pomeridiano” con lui, li molesta e confida a molte vittime che Bernard Häring, il suo mentore, gli ha insegnato che “se non c’è penetrazione, non c’è peccato”. Molti dei ragazzi più giovani sono alla prima esperienza fuori di casa, non sanno come reagire, subiscono in silenzio o soccombono alle lusinghe di Salvoldi. Qualcuno reagisce, si ribella. Affronta il sacerdote chiedendo il perché di queste violenze che sembrano così lontane dagli ideali alti delle prediche quotidiane. Valentino reagisce incredulo e piccato da tanta audacia ma il suo tono non è mai dimesso o apologetico. In un caso dice a una vittima “lo faccio perché tu te lo fai fare”. Valentino prima seduce e adula le sue vittime, poi le umilia e le minaccia. I campi si trasformano in una fabbrica di traumi destinati ad esplodere lungo il cammino di vita delle vittime. Le bugie e gli abusi allontanano figli da genitori, dividono fratelli e coppie, creano rancore tra le vittime e le loro famiglie che di don Valentino si sono fidate non sospettando che si trattasse di un predatore. Le molestie all’inizio occasionali, diventano continue, ripetute, invadenti, spregiudicate. I baci in bocca ora il sacerdote li da pubblicamente, consapevole di aver creato una dinamica da setta. Pubblicamente ripete “un harem non mi basterebbe”. Molti dei “favoriti” parlano tra loro, socializzano la violenza per poterla digerire. Il sacerdote crea un sistema in cui i suoi comportamenti vengono normalizzati, chi non lo sostiene, viene allontanato. E Valentino ha crisi di gelosia quando qualcuno dei “favoriti” conosce una ragazza e se ne innamora, allontanandosi da lui.

    Per molti dei ragazzi presenti ai campi, Valentino è molto autorevole, è un uomo di Dio, ha studiato all’università, scrive libri, ha viaggiato, ha parlato con i potenti. Ai campi sono presenti familiari del sacerdote. Il più in vista è il fratello minore di Valentino, presidente della Fondazione Shalom, fondata e diretta da Valentino, che mira a coinvolgere “giovani italiani che si recano in Africa ad animare campi scuola, aiutando gli studenti locali ad essere autosufficienti, ad avere fiducia in sé, a costruire un futuro di pace.” Fratello e nipoti partecipano alle attività dei campi, ai rituali, organizzano le attività che ora si allargano a viaggi in paesi in via di sviluppo, suggerendo l’idea di un ambiente familiare, sicuro, in cui le aggressioni stridono ancora più violentemente.

    Per molte vittime gli abusi di don Valentino vanno avanti per anni. Secondo alcuni racconti, col tempo e la prolungata impunità, il sacerdote si fa più aggressivo, meno attento a nascondersi al gruppo. Aggredisce i ragazzi nelle case dei genitori quando si trova in visita da loro, le sue omelie si fanno esplicite nel parlare di “amore, eros, e bellezza che salverà il mondo”. Ma l’unica bellezza a cui Salvoldi si riferisce sembra essere quella dei giovani che partecipano ai suoi campi. Alle vittime di cui abusa per anni ripete, “mi amavi di più quando eri giovane”. Alcune vittime ora ricordano di essere state aggredite al loro primo incontro con il sacerdote. Per tanti l’orrore diventa motivo di abbandono della fede, altri covano traumi che li portano a vite deragliate, disagio, voglia di farla finita. Qualcuno trova il coraggio di parlare: una decina di anni fa viene bloccato un post scritto da una delle vittime di Valentino e indirizzato al blog tuttora tenuto dal sacerdote. Non è chiaro come, ma improvvisamente i campi cessano e  Salvoldi viene ancora una volta indirizzato lontano dai riflettori, in luoghi meno visibili, dove l’abuso è elemento quotidiano della vita e fa poca notizia. Poi, in un epilogo dimesso e mediocre per una narcisismo e un ego così pronunciati, arriva l’ultima stazione, il paesino di Ponte Nossa dove, in famiglia e in solitudine davanti a una tastiera, Salvoldi continua a produrre omelie domenicali divulgate sul suo sito personale.

    Le vittime di quegli anni ora hanno cominciato a parlare, si confidano, si organizzano, condividono la loro storia a genitori, fratelli, partner e figli. Gli abusi consumati nei campi vengono recentemente confidati ad alcuni educatori, politici e professionisti, tutti vicini a Valentino, molti dei quali sono a stretto contatto con bambini e giovani. Alcuni negano solidarietà alle vittime, scelgono di non parlare, di non farsi coinvolgere, e non offrire supporto a chi chiede loro aiuto. Altri invece, coraggiosi, responsabili e compassionevoli, danno una mano affinché la verità soppressa venga liberata. Le vittime raccontano la loro versione di un’esperienza per molti brutale e traumatica nell’atto, questo sì rivoluzionario, di ristabilire ciò che è successo e restaurare la narrativa dei fatti, dal punto di vista delle vittime, finora schiacciate e silenziose, adesso decise a riscattare sofferenza e dolore.

    Se sei una vittima degli abusi di don Valentino Salvoldi e vuoi far sentire la tua voce, validare ciò che hai vissuto o denunciare contattaci a segnala@retelabuso.org

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  • La diocesi di Buffalo offre 100 milioni di dollari alle vittime di abusi sessuali

    La diocesi di Buffalo offre 100 milioni di dollari alle vittime di abusi sessuali

    La diocesi cattolica di Buffalo ha annunciato martedì la promessa di donare almeno 100 milioni di dollari alle vittime di abusi sessuali.

    La diocesi afferma che con l’aiuto delle parrocchie e di altre entità cattoliche affiliate, creerà un fondo di compensazione di almeno 100 milioni di dollari.

    La diocesi afferma inoltre che il totale non include i soldi dell’assicurazione.

    Secondo i documenti ufficiali del tribunale, la diocesi contribuirebbe con tutte le sue liquidità e probabilmente dovrebbe vendere il Catholic Center sulla Main Street a Buffalo e il Christ the King Seminary Campus a East Aurora.

    La diocesi ha rilasciato una dichiarazione, dicendo in parte:

    “Riconosciamo che onorare questo impegno sarà impegnativo, ma è assolutamente necessario che facciamo tutto ciò che è in nostro potere per rimettere le cose a posto, per andare oltre questo capitolo oscuro della nostra storia e andare avanti mentre insieme lavoriamo per ricostruire e rinnovare la nostra chiesa. .”

    La diocesi di Syracuse ha raggiunto un accordo simile, promettendo 100 milioni di dollari a favore delle vittime di abusi a luglio.

    https://spectrumlocalnews.com/nys/central-ny/news/2023/10/24/diocese-of-buffalo-to-offer–100m-to-abuse-victims

  • Lo vuole Gesù

    Lo vuole Gesù

    di Federico Tullli – La pedofilia di matrice ecclesiastica ha diverse peculiarità che la distinguono dalle violenze agite sui bambini in altri ambiti. Il pedofilo circuisce la vittima giocando sull’ambiguità e inducendola alla confusione. Quando c’è un rapporto di fiducia o affettivo, l’abuso è compiuto in maniera subdola, rasentando la linea di demarcazione che ci può essere con un rapporto amicale. La sua è una condotta violenta ma è raramente esercitata con violenza. C’è una grande ambiguità che però è tutta all’interno del pensiero religioso e che consiste nel farsi chiamare ‘padre’ da parte degli ‘educatori’. Per un bambino che non ha più figure femminili di riferimento, questo appare come un tentativo di ricostruire almeno il rapporto con il genitore, che però non è reale perché nessun prete è padre di nessuno. È questa ambiguità calcolata che apre la strada alla violenza. E non è un caso se numerose vittime siano bambini con tragiche storie familiari alle spalle.

    A tal proposito vale la pena ricordare le considerazioni di uno dei massimi esperti investigativi in Italia, l’ex procuratore aggiunto di Milano, Pietro Forno.

    «Il discorso viene spesso liquidato “solo” come un problema di pedofilia. Ma il prete che abusa di un bambino è più paragonabile a un genitore incestuoso che a un pedofilo di strada che insidia i bambini ai giardinetti. Bisogna partire da un dato di fatto: il sacerdote ha un enorme potere spirituale, tanto che spesso viene chiamato ‘padre’, e questo è significativo. Se guardiamo questi episodi in senso non biologico ma spirituale e morale, ci troviamo di fronte più a una violenza incestuosa che a un classico stupro. Ricordo che anche nelle cronache si parla di atti avvenuti in confessionale. E io mi chiedo: perché proprio in confessionale? Perché proprio in quel luogo e in quel momento? Perché è in quel momento che più intensamente il sacerdote si presenta come rappresentante di Dio. È stato condannato a Milano un sacerdote che nel confessare ragazze di 14 o 15 anni le faceva spogliare e le palpeggiava dicendo: ‘Lo vuole Gesù’. Ecco, il concetto del ‘lo vuole Gesù’ è il punto d’arrivo dell’incesto spirituale». Queste riflessioni rilasciate in una famosa intervista al Giornale nel 2010 sono sicuramente preziose ancora oggi per chi è ha a cuore la tutela e l’incolumità psicofisica dei bambini eppure per queste parole Forno fu sottoposto a un’ispezione ministeriale per accertare che non avesse divulgato segreti d’ufficio. Una vicenda surreale che si concluse con un nulla di fatto ma che rende l’idea di cosa significhi indagare nel nostro Paese quando sotto la lente della magistratura finisce un sacerdote.

  • COMUNICATO STAMPA DI XUMEK LAWYERS – Terzo processo per abusi sessuali all’Istituto Provolo

    COMUNICATO STAMPA DI XUMEK LAWYERS – Terzo processo per abusi sessuali all’Istituto Provolo

    Non solo è stato un processo molto lungo (395 udienze in 2 anni, 5 mesi e 15 giorni), ma è stato anche complesso e difficile per le vittime e per quelli di noi che hanno accompagnato la loro richiesta di giustizia.

    Ci siamo confrontati con un team di diversi avvocati assunti dalla Chiesa cattolica che attaccavano costantemente i giovani del Provolo, denunciando le persone che li aiutavano ad affrontare il dolore degli abusi subiti. Hanno denunciato gli interpreti ufficiali del primo processo, hanno denunciato gli esperti del Corpo medico legale, gli psicologi e gli assistenti sociali che hanno accompagnato le vittime, e hanno anche denunciato alcuni genitori e la maggior parte degli avvocati di Xumek.

    Sanno che queste denunce non sono gravi, ma il loro obiettivo non è quello di ottenere una risposta giudiziaria, ma di intimidire le vittime e molestarle per aver osato testimoniare e portare alla luce i costanti abusi sessuali e torture subite all’interno dell’istituzione religiosa ed educativa di Lujan de Cuyo.

    Il processo aveva anche le sue particolarità che lo rendevano diverso da tutti gli altri dibattiti che si svolgono nel Polo Giudiziario di Mendoza. Ciò era dovuto ai continui problemi che sorgevano con i giudici, come, ad esempio, la ricusazione di alcuni magistrati che dovevano essere rimossi per la loro condotta non etica.

    A questo si aggiungeva il fatto che le vittime dovevano testimoniare di nuovo, nonostante lo avessero già fatto davanti alle telecamere durante l’indagine penale preparatoria, e che le loro dichiarazioni fossero state filmate e tutti i difensori avessero potuto interrogarle. In alcuni casi, le vittime hanno dovuto testimoniare durante 15 udienze a causa delle numerose domande a cui sono state sottoposte dalla difesa delle suore, per cui molte di loro hanno dovuto essere assistite dai medici, a causa delle pressioni subite.

    I sopravvissuti hanno anche dovuto tollerare che i continui ritardi sollevati dalle difese avvantaggiassero la principale accusata, la suora giapponese Kumiko Kosaka, che ha riacquistato la libertà a causa della scadenza dei termini massimi per i quali una persona può essere imprigionata senza condanna.

    Ma, nonostante tutto, le vittime erano sempre a disposizione del Tribunale in tutto ciò che era necessario per far avanzare il processo e arrivare alla verità.

    La nostra denuncia a nome delle vittime è sempre stata genuina e seria, e un chiaro esempio di ciò è stato quando non abbiamo accusato quattro degli imputati (Valeska Quintana, Laura Gaetán, Cristina Leguiza e Cecilila Raffo) a causa della mancanza di prove accurate di conoscenza diretta degli abusi.

    Ciò non significa affatto che le loro azioni non siano state, per lo meno, avventate, nel non accorgersi, in conformità con il ruolo essenziale che svolgevano all’interno dell’istituzione religiosa, del numero e della gravità delle violazioni che i bambini subivano permanentemente.

    Diversa è stata la situazione penale degli altri imputati, rispetto ai quali abbiamo chiesto in maniera fondata e con assoluta responsabilità le seguenti condanne:

    • Kumiko Kosaka, 25 anni di reclusione e squalifica;
    • Asunción Martínez: 10 anni di carcere e squalifica;
    • Graciela Pascual, 18 anni di carcere e squalifica;
    • Gladys Pinacca: 3 anni di reclusione sospesi;
    • Noemi Paz: 3 anni di carcere sospesi.

    Infine, oggi, 18 ottobre 2023, alle ore 8:30, nell’aula 15 del nuovo Polo Giudiziario Penale, gli imputati avranno la possibilità di pronunciare le loro ultime parole, davanti agli occhi di tutte le vittime, che saranno anch’esse in aula con l’accompagnamento di interpreti ufficiali.

    Poi, il tribunale composto dai giudici  Gabriela URCIOLO, María Belén RENNA e María Belén SALIDO, delibererà, per emettere finalmente una sentenza, che sarà trasmessa in diretta attraverso il canale Youtube del Ramo Giudiziario di Mendoza (SIJUM TV).

    È importante notare che in questo processo non viene messa in discussione la veridicità dei fatti denunciati, perché questi sono già stati confermati nel primo e nel secondo processo che si sono svolti nel 2019. Gli abusi sessuali sono stati confermati anche dalla Corte Suprema di Giustizia di Mendoza e dalla Corte Suprema di Giustizia della Nazione. Il tribunale oggi si limiterà a stabilire se gli imputati erano a conoscenza degli abusi e, avrebbero potuto evitarli, non hanno fatto nulla, ma in nessun modo mette in discussione l’effettiva esistenza di tali abusi e lo status di vittime dei nostri clienti.

    Comunicado previo a la sentencia

  • I preoccupanti commenti di un vescovo sugli abusi sessuali nella Chiesa cattolica

    I preoccupanti commenti di un vescovo sugli abusi sessuali nella Chiesa cattolica

    OPINIONE: Recentemente, il vescovo Steve Lowe delle diocesi cattoliche di Auckland e Hamilton ha commentato pubblicamente gli abusi sessuali, relativizzando che non erano limitati alla chiesa ma diffusi nella società.

    Non sembra giusto, tuttavia, confondere l’abuso sessuale nella Chiesa con l’abuso sessuale nella società. Sebbene l’abuso sessuale sia diffuso, assume ulteriore gravità quando è perpetrato da coloro che avrebbero dovuto essere leader pastorali, esempi di santità e di bontà.

    Preti e vescovi rappresentavano Dio per coloro che violentavano sessualmente. Usavano il loro status per ingannare le persone. Molte vittime erano bambini e adulti vulnerabili.

    Poiché gli autori del reato erano preti e vescovi, gli effetti hanno gravi conseguenze spirituali e basate sulla fede che si aggiungono al danno fisico e psicologico.

    Lowe ha anche criticato i media per aver “sensazionalizzato” gli abusi sessuali nella Chiesa. Ha detto: “i media vorrebbero farci credere che [l’abuso sessuale] esiste solo nella Chiesa cattolica”, e “abbiamo dei media che vogliono fare sensazionalismo e non sanno come riferire”.

    Penso che i neozelandesi siano serviti relativamente bene dall’equanimità del giornalismo in Nuova Zelanda. I media hanno riportato solo ciò che le vittime stesse hanno affermato di aver vissuto e ciò che ha riportato la chiesa stessa.

    Ad esempio, la Chiesa cattolica neozelandese ha ammesso che il 14% del clero è stato accusato di abusi dal 1950. Ciò che i media hanno aggiunto – e giustamente – è stato che i casi segnalati potrebbero essere solo parte di una scala molto più ampia di abusi che rimane ancora nascosta, dato solo una piccola percentuale di casi viene mai segnalata.

    Inoltre, se confrontassimo ciò che ha detto la Royal Commission in Abuse in Care con ciò che hanno riportato i media, allora non potremmo giustamente accusare i media di sensazionalismo.

    Ad esempio, il rapporto della Commissione sul Maryland descrive dettagliatamente gli incredibili orrori subiti dai ragazzi vulnerabili affidati alla Chiesa cattolica.

    Il presidente Coral Shaw ha dichiarato: “Non siamo a conoscenza di nessun’altra circostanza o istituzione in cui l’abuso sessuale sia stato così estremo o abbia coinvolto una percentuale così elevata di autori nello stesso lungo periodo di tempo come quello avvenuto alla Marylands School”.

    Tuttavia, Shaw non ha fornito dati comparativi. Pertanto, ci chiediamo come si possano fare affermazioni così superlative senza la prova che quella del Maryland fosse effettivamente la peggiore.

    Ciò che rende gli abusi sessuali nella Chiesa cattolica unici rispetto agli abusi sessuali nella società, e ciò che dà allo scandalo degli abusi sessuali del clero cattolico la sua gravità, è la risposta dei vescovi.

    Dall’Irlanda alla Nuova Zelanda, con quasi tutti i paesi nel mezzo, c’è qualcosa di sinistro nel modo in cui i vescovi cattolici hanno risposto. Questo ci dice che il loro stesso ministero episcopale è problematico.

    Ad esempio, non può essere una coincidenza che i vescovi cattolici di tutto il mondo abbiano seguito lo stesso “playbook” rivelato nel Pennsylvania Grand Jury Report del 2018, che identificava una serie di pratiche “che apparivano regolarmente, in varie configurazioni”, negli archivi diocesani.

    Un sistema così attentamente ponderato con una serie chiara di obiettivi per mantenere la segretezza, evitare lo scandalo al prezzo di mantenere i bambini al sicuro, proteggere la reputazione dell’istituzione, preservare i suoi beni piuttosto che risarcire giustamente le vittime, è unico per la risposta dei vescovi cattolici in tutto il mondo.

    Inoltre, quando dei laici vengono giudicati colpevoli di abusi sessuali, vengono puniti e allontanati dal luogo in cui hanno commesso il reato. Ma questo accade raramente ai preti predatori.

    Dobbiamo chiederci: perché i vescovi cattolici, che avrebbero dovuto prendersi cura delle persone, scelgono abitualmente di rimandare i preti che violentavano i bambini nelle parrocchie e nelle scuole dove continuavano ad abusare? Perché hanno lasciato che accadesse dopo averlo saputo? Perché hanno “esportato” gli autori di abusi in paesi vulnerabili dove hanno continuato ad abusare? Perché hanno finanziato la difesa legale dei preti colpevoli ma non hanno corrisposto il dovuto risarcimento alle vittime?

    La risposta brutalmente onesta è perché potrebbero.

    Avevano il potere di fermare gli abusi. Ma hanno scelto il male invece del bene. Questo è ciò che rende l’abuso nella chiesa diverso dall’abuso nella società. Non si tratta solo dei crimini degli autori, ma anche della complicità dei leader della chiesa che li hanno favoriti e li hanno coperti.

    Quindi, il modo in cui i preti violenti vengono trattati nella Chiesa è molto diverso da come vengono trattati i laici violenti nella Chiesa e nella società.

    Pertanto, nonostante tutte le critiche che il vescovo Lowe fa ai media e ai sopravvissuti che si oppongono agli abusi, ad esempio alla divulgazione di Snap alla commissione reale , c’è una differenza.

    Inoltre, nonostante tutte le percosse che Lowe chiede ai suoi seguaci di fare per espiare “i peccati della Chiesa”, il Popolo di Dio non è responsabile degli abusi sessuali perpetrati dal clero e nascosti dai vescovi. Sono responsabili del loro silenzio, ma non degli abusi.

    Come ha affermato il teologo ed ex sacerdote Thomas Doyle, “la colpa degli abusi da parte dei preti ricade direttamente sulla gerarchia e sulla struttura della Chiesa cattolica, che risponde alle accuse di abusi chiamando un avvocato invece di prendersi cura delle vittime”. Lo stesso Papa Francesco ha affermato che la responsabilità ricade soprattutto sui vescovi .

    https://www.thepost.co.nz/a/nz-news/350089148/bishops-troubling-comments-sexual-abuse-catholic-church

  • Il Parlamento Europeo esamina il fascicolo dalla Rete L’ABUSO sulle omissioni in materia di minori dell’Italia

    Il Parlamento Europeo esamina il fascicolo dalla Rete L’ABUSO sulle omissioni in materia di minori dell’Italia

    La Commissione per le Petizioni ha ritenuto ricevibile lo scorso venerdì, il fascicolo inviato dall’Associazione il 19 aprile nel quale si lamentano le gravi inadempienze del Governo italiano in materia di tutela di minori e persone vulnerabili.

    Nella sintesi della petizione (0354/2023) pubblicata sul portale UE si leggono i punti ritenuti di maggiore interesse:

    “Il firmatario denuncia la presunta incorretta applicazione della Convenzione di Lanzarote in Italia, in materia di reati sessuali, ratificata con la legge n. 172/2012.

    Il firmatario sottolinea che in Italia sono esenti dall’obbligo di esibizione del certificato antipedofilia le associazioni di volontariato, tra le quali figurano le cooperative di servizi e le confessioni religiose. In particolare, egli sostiene che queste ultime godrebbero al loro interno di una maggiore tutela in riferimento ad eventuali reati sessuali e, sommando questo elemento all’esenzione dal certificato e all’assenza di un obbligo di trasmissione delle denunce alle autorità nazionali, l’insieme rappresenterebbe un incentivo per gli abusivi, con la conseguenza di impunità e di vittime di cui nessuno si fa carico.

    A sostegno delle proprie tesi cita i dati del report sugli abusi sessuali all’interno del clero, rilasciato dalla Conferenza Episcopale Italiana, nel quale la stessa CEI indica che, dai dati dal 2020 al 2021, da soli 30 sportelli delle 166 diocesi italiane che li hanno promossi, i laici denunciati in ambito ecclesiastico sarebbero 23 su un totale di 68 segnalati, corrispondenti al 33,8 %.

    Egli sostiene inoltre che, nonostante la Chiesa abbia istituito gli sportelli diocesani per le vittime di abusi sessuali e le persone vulnerabili, questi risulterebbero inadeguati, rappresentando ulteriori strumenti di violenza contro le vittime.

    Fa presente che gli esiti di questi processi sono spesso condanne mendaci, con diversi tentativi di accordi tra le parti.

    Ricorda infine che il 28 febbraio 2019, nell’80° sezione, sedute del 23 e 24 gennaio, il Comitato per la tutela dell’infanzia delle Nazioni Unite ha sottolineato la propria preoccupazione per i numerosi casi di bambini vittime di abusi sessuali da parte del personale religioso della Chiesa cattolica in Italia e per il basso numero di indagini criminali e azioni penali da parte della magistratura italiana, dichiarando la necessità di un nuovo piano nazionale per prevenire e combattere l’abuso e lo sfruttamento sessuale dei bambini basato sull’istituzione di una commissione d’inchiesta indipendente e imparziale, su indagini trasparenti ed efficaci, sull’obbligo della segnalazione di qualsiasi caso di presunta violenza e infine sulla modifica della legislazione che attua la Convenzione di Lanzarote in modo da includere il volontariato.

    Il firmatario richiede pertanto l’intervento delle istituzioni europee per chiarire le iniziative europee, al fine di prevenire e reprimere il fenomeno degli abusi sessuali sui minori in Italia ed eventuali iniziative normative per estendere l’obbligo di denuncia a tutti i cittadini ed esigere il certificato antipedofilia alle categorie oggi esenti.”

    La stessa Petizione (0354/2023) è stata ritenuta “sostenibile” dai cittadini che lo vorranno, direttamente dal Portale delle Petizioni.

    Un fascicolo simile nei contenuti, era stato parallelamente inviato anche al Comitato per la tutela dell’infanzia dell’ONU, dove pochi giorni fa è stato integrato con il report sulle omissioni al Motu proprio della CEI.

     

    https://test.retelabuso.org/wp-content/uploads/2025/09/il-documentario-sugli-abusi-nelle-chiese-di-new-orleans-basato-su-un-reportage-del-guardian-vince-il-premio-piu-importante.webpwp-content/uploads/2025/12/3-3-di-preti-pedofili-grazie-alla-complicita-dello-stato-italiano-che-non-interviene-da-decenni-non-solo-sul-clero-video-integrale-della-conferenza-alla-stampa-estera.webpwp-content/uploads/2026/05/la-coppia-che-si-suicida-come-la-figlia-molestata-da-bambina-da-un-parente-lultima-intervista-al-papa-quelluomo-un-assassino.webpwp-content/uploads/2025/12/parte-da-savona-sabato-24-la-panchina-viola-liniziativa-italiana-di-sensibilizzazione-contro-gli-abusi-su-minori-e-persone-vulnerabili.webp2022/07/15/ue-commissione-italia-si-conformi-a-direttiva-su-abuso-sfruttamento-sessuale-dei-minori/

  • Prete condannato con una multa di 7mila euro per gli abusi a 3 bambine, il caso in Spagna: «Deve andare in carcere»

    Prete condannato con una multa di 7mila euro per gli abusi a 3 bambine, il caso in Spagna: «Deve andare in carcere»

    Un sacerdote accusato di aver abusato, tra il 2008 e il 2009, tre bambine di 8 anni che frequentavano il catechismo in una parrocchia di Alella a Barcellona è stato condannato a pagare una multa di 7.572 euro.

    Così ha deciso il Tribunale penale spagnolo di Mataró dimostrando che il prete Josep BG ha approfittato delle lezioni finalizzate allo svolgimento della prima comunione per condurle individualmente in una stanza – con il pretesto di recitare le preghiere che dovevano imparare a memoria – per poi abusare di loro senza consenso e consapevole della loro minore età.

    La Procura aveva chiesto una pena detentiva fino a 9 anni di reclusione. Come riporta El Mundo, il giudice gli ha applicato l’attenuante dei ritardi ingiustificati perché «sono trascorsi diversi anni dall’inizio delle indagini fino alla pronuncia della sentenza».

    «Non vogliamo soldi, vogliamo che sia fatta giustizia»

    I fatti uscirono allo scoperto nel 2010 e l’arcivescovado di Barcellona per evitare lo scandalo lo fece trasferire in un’altra provincia. I genitori delle vittime, una volta scoperto che il prete non avrebbe più lavorato con minorenni decisero di non fare denuncia, per poi farlo nel 2016 quando scoprirono che l’accusato era stato messo a insegnare catechismo.

    A quel punto la Escola Pia della Catalogna ha allontanato il parroco. Oltre alla multa, Joseph è stato condannato anche a un risarcimento di 2mila euro per una delle bambine che ancora soffre di disturbo post traumatico da stress. La somma dovrà essere pagata dalla Escola Pia e dall’arcivescovado di Barcellona per non aver controllato adeguatamente il condannato.

    La sentenza ha provocato immediata indignazione da parte delle famiglie delle vittime, i cui avvocati hanno annunciato ricorso perché ritengono che le tre bambine debbano essere risarcite con almeno 38mila euro. «Dovrebbe andare in prigione perché deve pagare per quello che ha fatto. Non vogliamo soldi, vogliamo che sia fatta giustizia», ha detto la madre di una delle tre giovani vittime.

    https://www.open.online/2023/10/10/spagna-prete-abusa-bambine-multa-indignazione-famiglie/

  • Caso Próvolo: la richiesta di una delle parti e la pretesa alla Chiesa

    Caso Próvolo: la richiesta di una delle parti e la pretesa alla Chiesa

    I querelanti nei casi di abusi sessuali commessi contro minori presso l’ Istituto Próvolo di Mendoza , hanno chiesto, insieme ad altri avvocati, attivisti e sopravvissuti, e davanti al Tribunale dell’Aia, che questi crimini siano considerati “crimini contro l’umanità”. Sergio Salinas, attore delle vittime sorde dell’istituto religioso Antonio Próvolo, ha chiesto “che gli abusi a Próvolo, così come altri casi di abuso ecclesiastico avvenuti e denunciati in tutto il mondo, siano considerati crimini contro l’umanità”.

    Salinas, membro del gruppo Xumec, è stato nominato rappresentante latinoamericano della ONG ECA Global, da dove ha parlato davanti alle autorità della Corte penale internazionale sul caso di abusi ecclesiastici per il quale erano già stati condannati due sacerdoti di Mendoza .

    In questo contesto hanno chiesto che venga considerato un crimine contro l’umanità e hanno chiesto ancora una volta la collaborazione della Chiesa. “Avvocati, attivisti e sopravvissuti chiedono che gli abusi non siano trattati come qualcosa di individuale ma come qualcosa di sistematico. La sistematicità e la generalità costituiscono un crimine contro l’umanità”, ha affermato.

    “Il mondo è interessato a vedere questa fine. Non possono continuare ad esserci abusi contro i bambini e per questo ci lamentiamo a Roma, a Ginevra e presso il tribunale dell’Aia e, come rappresentante dell’America Latina, recuperiamo casi di vittime provenienti da luoghi diversi, sollevando generalità e sistematicità, ” Lui ha spiegato.

    “Solo a Mendoza , e in parte, c’era giustizia. A Próvolo de La Plata non c’è niente, in Cile niente, in Colombia niente e recentemente in Canada un migliaio di bambini morti sono apparsi sepolti abusati nell’impunità della Chiesa, più altri mille in Svizzera”, ha evidenziato Salinas.

    “Siamo presenti davanti alla Corte penale internazionale, con sede all’Aia, che ha giurisdizione per quattro tipi di crimini: crimini contro l’umanità, crimini di guerra, crimini di aggressione e genocidi”, ha spiegato.

    Intanto, il 18, i membri del Tribunale Penale Collegiato 2 di Mendoza, dove si sta svolgendo il terzo processo per abusi sessuali commessi contro minorenni non udenti presso l’Istituto Próvolo in questa provincia, condanneranno gli otto accusati di abusi sessuali e omissione di denunce di abusi, tra i quali figurano due suore.

    Da parte sua, la Corte Suprema di Giustizia della Nazione ha respinto il ricorso e ha lasciato ferma la condanna inflitta al giardiniere Armando Ramón Gómez Bravo per “abuso sessuale aggravato e corruzione di minori”, nel Provolo de Luján de Cuyo, a Mendoza.

    Nel novembre 2019, Gómez è stato condannato a 18 anni di carcere, l’ex direttore dell’istituto e sacerdote, Nicolás Corradi (83), a 42 anni, e il sacerdote Horacio Hugo Corbacho (59), a cui è stata comminata la pena più lunga tribunale, nella fattispecie: 45 anni di reclusione, per 13 atti.

    https://www.mdzol.com/policiales/2023/10/10/caso-provolo-el-pedido-de-una-de-las-partes-el-reclamo-la-iglesia-375163.html

  • Un capo scout e un sacerdote apparsi su ‘Interviú’: cinque accuse di pedofilia che il vescovo di Malaga non vuole chiarire

    Un capo scout e un sacerdote apparsi su ‘Interviú’: cinque accuse di pedofilia che il vescovo di Malaga non vuole chiarire

    Nelle ultime due settimane, il vescovado di Malaga ha dovuto affrontare l’arresto di due preti, uno per abusi sessuali e un altro condannato per molestie per aver infranto un ordine restrittivo, e in entrambi i casi le loro azioni sono state messe in discussione. Nello specifico, nel primo caso, conosceva i fatti ma non ha indagato e si è limitato a trasferire l’imputato. Nella seconda ha affermato di non essere a conoscenza dell’esistenza di un’ordinanza restrittiva . Ma c’è di più. La diocesi di Jesús Catalá conosce da tempo – da 15 a 3 mesi – le accuse contro cinque sacerdoti sotto la sua giurisdizione, denunciate da EL PAÍS nei suoi rapporti sulla pedofilia nel clero.

    Il regolamento del Papa prevede che venga aperta un’indagine, denunciata al Vaticano e chiusa entro tre mesi. Tuttavia il vescovato si rifiuta di dare spiegazioni e di riferire sulle proprie indagini. Prevale il segreto e l’occultamento dell’accaduto ai fedeli. Non è un’eccezione, è una pratica abituale in quasi tutti gli ordini e le diocesi della Chiesa spagnola: non rivelano quello che sanno, spesso non indagano e non risarciscono. Il vescovado si limita a rispondere che “ha attuato in tutti i casi il protocollo che ha la Chiesa cattolica”.

    La gestione del vescovado in questi casi era all’epoca molto dubbia. In tutti questi casi, secondo le testimonianze, la diocesi era a conoscenza dei fatti ma si è limitata a trasferire il sacerdote accusato, oppure non ha fatto nulla. Le vittime non sono mai state prese in considerazione. Tre dei quattro precedenti vescovi della città sono sospettati di insabbiamento: Emilio Benavent, che guidò l’episcopato tra il 1967 e il 1968; Ramón Buxarrais, che ha ricoperto l’incarico fino al 1991 ed è ancora in vita, potrebbe dare delle risposte; e Antonio Dorado, andato in pensione nel 2008.

    Di seguito vengono raccontati uno per uno questi cinque casi, tutti prescritti. Málaga, con 18 casi – oltre a cinque della diocesi, altri 13 sono di ordini religiosi – è, insieme a Siviglia, la provincia andalusa con il maggior numero di casi registrati da EL PAÍS nel suo database, che attualmente registra 1.025 imputati e 2.196 vittime . In Andalusia i casi finora sono 86, consultabili nell’elenco a fine articolo.

    Caso 1: un parroco che è ancora nella sua posizione più di un anno dopo

    Il caso più rilevante, perché è ancora sacerdote in una parrocchia del centro di Malaga e ricopre incarichi nella diocesi, è quello di FCJ – viene citato con le iniziali perché c’è una sola testimonianza e di una persona che non vuole essere identificato. È accusato di abusi tra il 1996 e il 2000 a San Pedro Alcántara, dove era parroco della chiesa omonima con un profilo che si ripete in molti casi: ha fondato un’associazione missionaria giovanile. Organizzò attività estive in uno chalet vicino. Questo giornale ha comunicato al vescovato la testimonianza del fratello di una vittima nel giugno 2022 (in quel momento la vittima non si sentiva in grado di rendere la sua testimonianza), più di un anno fa. Ma in questo momento nei confronti dell’imputato non sono state prese nemmeno misure cautelari, come quella di allontanarlo dai contatti con i minorenni. EL PAÍS ha localizzato il sacerdote la settimana scorsa nella sua parrocchia, dove è tuttora attivo. Negare i fatti. Assicura inoltre che questa è la prima notizia che ha delle accuse e che il vescovado non lo ha informato né ha raccolto da lui dichiarazioni, come è richiesto quando si apre un’indagine. La diocesi, dal canto suo, lo smentisce. Afferma di essere già stato interrogato e che si stanno seguendo i protocolli della Chiesa.

    “È assolutamente inaccettabile”, lamenta con indignazione la vittima, che ha già trovato la forza di parlare direttamente a questo giornale. C’è un altro dettaglio: egli sostiene che quando si verificarono gli abusi lo dissero ai suoi genitori, che a loro volta informarono il vescovado, allora guidato da Antonio Dorado. “Hanno offerto loro dei soldi, ma li hanno rifiutati e hanno promesso loro che li avrebbero trasferiti”. Poco dopo, nel 2001, il sacerdote fu inviato a Roma. Secondo la versione data dal sacerdote si trattava di proseguire gli studi. Ritornò nel 2003 e fu assegnato alle parrocchie di Malaga. “Inoltre ha iniziato a scalare posizioni nella Chiesa”, lamenta il fratello della vittima. Fino ad oggi.

    Caso 2: il prete apparso su ‘Interviú’

    BM era uno studente di 11 o 12 anni della scuola Europa di Malaga, a metà degli anni ’80, quando arrivò un nuovo insegnante di religione, che insegnava anche nella parrocchia accanto, nell’urbanizzazione di Puertosol. Non ricorda il nome, ma ricorda cosa ha fatto: “Dal primo momento ha iniziato a toccare. Lui, come tutte le ragazze della mia classe, mi ha toccato e ferito. Quando ero in classe chiamavo le ragazze ai loro posti, ti facevo sedere sulle mie ginocchia e cominciavo a toccarti ovunque. “Era disgustoso.” Ma un giorno a scuola scoppiò uno scandalo: “Questo mostro è apparso sulla rivista Interviú ., per aver abusato di bambini in una località di Malaga. Da un giorno all’altro è scomparso e la direzione è venuta a dirci che ci era proibito parlare di questo argomento, potevano punirti o espellerti. Ma a noi bambini nessuno ha chiesto nulla, se ci avesse fatto qualcosa”.

    Un altro ex studente di quella classe. L’EPS lo conferma: “Questo prete si sedeva sulle ragazze, andava a cercare quelle più formate, che avevano già il seno, io non attiravo la sua attenzione e avevo anche molto carattere. Un giorno mi ha rimproverato per qualcosa, mi ha afferrato per i capelli e ha iniziato a picchiarmi. Sono corsa fuori e sono andata nell’ufficio del direttore, trasformata in un muffin. Sono tornato a casa, l’ho raccontato e il giorno dopo mio padre è andato a protestare, ma non c’era più. Lo avevano rilasciato. E quattro giorni dopo, che coincidenza, è apparso su Interviú . “

    BM ha denunciato il caso anche alla commissione del Difensore civico che indaga sugli abusi nella Chiesa e si è recata in vescovado a luglio per rilasciare una dichiarazione. Ma dice che non è stata un’esperienza piacevole. Non volevano dargli nessuna informazione. Inoltre non gli hanno parlato della possibilità di un risarcimento e non ha più avuto loro notizie. “Mi hanno trattato con ostilità. Ho chiesto cosa è successo a quest’uomo, perché era lì, dove è stato mandato, quali conseguenze ha avuto. Ma come se fossero sordi. “Non mi hanno detto niente.”

    EL PAÍS ha poi ritrovato quello che potrebbe essere quel numero di Interviú , del maggio 1986, con questo titolo in copertina: “Mijas. “Le foto del prete pedofilo”. Il sacerdote si chiamava Rafael Medina Marín, allora 52enne, che fu arrestato nel febbraio di quell’anno per aver abusato di due fratelli di 8 e 11 anni in questa località di Málaga, Mijas, dove era parroco almeno dal 1975. Aveva stato anche a Cartajima, Parauta e Alcaucín. A volte andava anche con la sua Renault a Malaga, dove aveva un appartamento. Secondo la stampa dell’epoca, citando fonti ufficiali, egli avrebbe confessato i fatti. Ha trascorso un mese in prigione ed è stato rilasciato su cauzione.

    Sia BM che il suo compagno credono di identificarlo nelle foto come il prete della loro scuola, ma il passare degli anni rende i loro ricordi offuscati. È lui quel professore di religione o era un altro prete apparso anche lui sulla rivista in quegli anni? Inoltre se si trattasse di due persone diverse si tratterebbe di due casi di pedofilia, non di uno. Il vescovato si rifiuta di chiarirlo. È lo stesso atteggiamento di quarant’anni fa, quando scoppiò il caso: il vicario generale, Manuel Díez de los Ríos, dichiarò a Interviú di non sapere nulla della questione: “Lui è il nostro prete, ma noi non abbiamo niente a che fare con la questione.” Anche l’attuale preside della scuola, che allora frequentava il liceo al Centro e ricopre l’incarico dal 1997, non vuole dare spiegazioni, assicura solo di non ricordare né di sapere nulla di questi avvenimenti.

    Per quanto riguarda Rafael Medina, il vescovato indica che egli lasciò il sacerdozio l’anno successivo, nel 1987, e il caso giudiziario fu archiviato. “Apparentemente c’è stato un perdono preventivo da parte delle vittime”, spiega la diocesi. Medina, in un libro sugli abusi nel clero pubblicato nel 1994, assicurava invece che si trattava di “una montatura”. Ma racconta un dettaglio interessante: “All’inizio, quando mi hanno arrestato, il vescovato ha reagito in modo strano, ma poi mons. Ramón Buxarrais mi ha offerto se volevo andare in America”.

    C’è un’altra testimonianza molto significativa dell’allora sindaco di Mijas, Antonio Maldonado, del PSOE, che ricorda bene il caso: “Quando lo arrestarono, mi chiamarono dalla canonica del vescovado per convincere la famiglia a ritirare la denuncia, e loro accettò di trasferirlo in un’altra città. Io ho risposto con ironia che se un giorno mi avessero processato avrebbero potuto farmi sindaco di un’altra città e mi hanno impiccato”.

    Caso 3: Fagiano Ligero, per decenni il grande capo scout di Ronda

    Questo giornale ha raccolto quattro testimonianze contro José Moya Fernández, diacono di Ronda che almeno dagli anni Ottanta guidava il gruppo scout del comune, con sede nei locali della chiesa di Santa Cecilia, imparentato con i Salesiani e il cui soprannome all’interno dell’organizzazione era Pheasán Ligero . Era il capo del gruppo scout di Ronda , Fernando I, e presidente dell’Associazione Scout Andalusa (ASA), creata nel 1983 e oggi defunta, che riuniva una ventina di gruppi della regione. Era un’autorità nel mondo scoutAndaluso da decenni, e la sua base era a Ronda e nella sua fattoria La Llana, a Jimena de Libar, una cittadina vicina, dove viveva e organizzava campi, anche nei fine settimana. È lì che dormiva spesso con minorenni e, secondo le testimonianze raccolte, sono avvenuti abusi, toccamenti e Fellazioni. I gruppi con cui ha avuto rapporti sono emersi nelle parrocchie dei comuni andalusi delle province di Málaga, Cadice, Huelva e Siviglia: Lepe, Cartaya, Algeciras, Algodonales, Zahara de la Sierra, Taraguilla, San Roque, Lebrija, Puente Mayorga, Almonte , Palma del Condado, Atajate, Palos de la Frontera, Torrox.

    Tutte le testimonianze indicano che i loro abusi erano vox populi. Le prime notizie raccolte su di loro risalgono alla metà degli anni Ottanta. Nel 1986, un capo di un clan scout di Cadice, che all’epoca aveva 19 anni, racconta di aver scoperto cosa stava succedendo quando almeno cinque bambini, tra i 12 e i 16 anni, si rifiutarono di tornare nel campo di Pheasán Ligero e denunciato abuso. Hanno poi contattato i colleghi di Ronda, i quali hanno confermato che anche loro erano a conoscenza di almeno tre casi e stavano preparando un rapporto da consegnare a un’autorità e agire. Questo ex scout assicura che il vescovado di Malaga è stato informato. In quegli anni c’era anche Ramón Buxarrais.

    Poi c’è stato un incontro molto teso tra Moya e i capi reparto: “Là era come un dio, aveva molto potere ed era molto ben collegato con la Chiesa, con il consiglio comunale. Abbiamo parlato con gli avvocati, ma le famiglie non hanno voluto essere coinvolte nei processi, soprattutto a Ronda, dove aveva molto appoggio. Volevano che lo facessimo a Cadice. Alla fine non è stato fatto nulla. In quell’incontro ci ha minacciato e ha detto che lo stavamo diffamando. Alcuni lo difesero, ma diversi gruppi abbandonarono l’organizzazione. Col tempo, molti altri iniziarono a rendersi conto di ciò che stava accadendo e si separarono da lui. Ci hanno detto: avevi ragione”. Ci fu una scissione e chi se ne andò creò un’altra organizzazione scout .

    Light Pheasant continuò al suo posto. Tre anni dopo, nel 1989, secondo Tomás, nome fittizio di un ex scout che non vuole rivelare la sua identità, abusò di lui. “Era tra il 1989 e il 1992, quando avevo tra gli 11 e i 14 anni. Succedeva sempre nella sua fattoria a La Llana, dove rimanevamo a dormire molte volte”. I suoi genitori lo hanno inserito negli scout “proprio per togliermi dalla strada, per proteggermi, ma come facevano a sapere che avrei trovato questo lì?” Circa 15 anni fa scrisse un racconto sulla sua esperienza, accusando per nome il capo scout , e lo pubblicò su un forum internet. Ha circolato in tutti questi anni e può ancora essere letto. Afferma inoltre di averlo inviato in forma anonima a varie istituzioni, anche se nessuna della Chiesa.

    Un’altra testimonianza è successiva, di Francisco OG, che è stato nei Ronda Scouts dal 1996 al 2001, dall’età di 13 anni: “Penso che fosse un assoluto predatore di bambini. Ci ha sempre provato con me, ma ero un bambino volitivo. Ricordo che una volta mi punì per qualcosa al campo. La punizione era dormire con lui. Una quarta testimonianza degli stessi anni, rimasta nel gruppo fino al 2003, ripete la stessa cosa. “Non mi è mai venuto in mente di toccarmi i capelli. Sapeva molto bene chi e come attaccare. Persone con bisogni affettivi, emotivi, con problemi”.

    Moya, in quanto diacono, era autorizzato a celebrare la Parola, senza dare la comunione. “Era tutto molto settario, molto misogino, perché odiava le ragazze e l’ultraortodossia cattolica”, ricorda questo quarto testimone. “Di notte si vestiva con una specie di tunica, celebrava la parola, faceva l’omelia, non faceva la consacrazione, faceva la comunione consacrata e la distribuiva. “Era un uomo forte della Chiesa di Ronda, conosciuto nei vescovadi”. Ogni anno organizzava viaggi a Roma, racconta il testimone, nei quali dormiva anche con minorenni e attraverso i suoi contatti otteneva un’udienza dal Papa.

    Caso 4: il sacerdote che celebrò la prima messa in basco nel 1959

    Nel 1970, apparve al León un sacerdote molto particolare Disse di essere gesuita, anche se la Compagnia assicura che lasciò l’ordine nel 1953: ”Le ragioni non sono indicate. Ha chiesto le sue dimissioni volontarie e le ha accettate”. Veniva da Bilbao, dove aveva celebrato la prima messa in basco nel 1959, nella chiesa di Arrazola, a Bizkaia. Gestiva anche un residence per minorenni vicino a Bilbao, secondo un riferimento del quotidiano ABC., che parla delle offerte di aiuto ricevute al consolato spagnolo in Marocco dopo il terremoto di Agadir del 1960: “Oggi un sacerdote di rito orientale, padre Ballester Viú, direttore della residenza Santa María de Derio, ha indirizzato una commossa lettera in cui esprime il suo desiderio per accogliere nel suo istituto alcuni bambini rimasti senza casa a causa della catastrofe”. Ballester, 35 anni, ha trascorso del tempo a Gerusalemme e ha vissuto in uno chalet a Derio dove “per anni ha portato due o tre ragazzi arabi a imparare lo spagnolo, studiare o imparare un mestiere”. A quel tempo, secondo il giornale, alloggiavano due giordani, un russo e sei figli di lavoratori di Biscaglia. Il sacerdote fu sempre assegnato alla diocesi di Bilbao, ma per ragioni sconosciute intorno al 1970 si trasferì a Malaga.

    I bambini sono stati attratti dalle messe di rito orientale. “Per noi era qualcosa di molto nuovo, erano cerimonie più colorate, i chierichetti vestiti con vesti colorate e il prete portava un cappello come gli ortodossi, molto incenso”, ricorda Antonio Agudo, uno studente della scuola che, secondo a quello che dice, ha subito molestie. . Lo ha segnalato al difensore civico. Il sacerdote costituì allora un gruppo chiamato Congregazione Mariana de la Inmaculada y San Francisco de Borja, che aveva la sua sede nel quartiere El Palo, in un luogo della chiesa di Angustias. Lì confluivano gli studenti della scuola e del quartiere. Nell’ambiente di questa associazione ci sono almeno altre quattro vittime dei loro abusi, raccontano Agudo e Francisco Barba Cañete, che la frequentavano in quegli anni.

    Ballester, secondo queste testimonianze, approfittava dei viaggi per commettere i suoi abusi. È il caso di Antonio Agudo, in gita scolastica a Madrid. “Con me è nata una grande amicizia, mi ha portato a casa in macchina, al cinema e durante il viaggio di fine anno mi ha proposto di condividere la stanza. Non volevo, ma non sapevo come dire di no. Quando siamo andati a letto, ha suggerito di unire i letti in modo che potessimo parlare tranquillamente. Ha iniziato a fare battute e a toccarmi. Alla fine ci siamo addormentati e all’alba mi sono svegliato perché ho notato che mi accarezzava le natiche. È stato orribile, mi sono sentito malissimo. La notte successiva ho chiuso a chiave la porta e non l’ho lasciato entrare.” Il sacerdote, al ritorno, nel tentativo di avvicinarsi a lui, gli ha sottoposto le domande finali dell’esame.

    Il modus operandi era lo stesso dei casi denunciati da Francisco Barba, di cui venne a conoscenza tramite altri quattro colleghi. Approfittò dei suoi viaggi per celebrare la messa con il rito melchita in diverse parti della Spagna, portando ogni volta un chierichetto diverso. “Uno mi ha detto che la prima cosa che ha fatto in albergo è stata unire i letti e proporre una rissa in mutande. “Poi ho iniziato a giocare.” Alla fine uno dei ragazzi lo ha raccontato a casa, raccontano Agudo e Barba, e i loro genitori sono andati a parlare con il vescovo, sempre Ramón Buxarrais. “Lo trasferirono intorno al 1975, ma a pochi chilometri di distanza, in una parrocchia del quartiere Cruz del Humilladero, dove fondò un’altra congregazione”.

    Un altro membro del gruppo, JCMM, che subì anche lui uno dei loro attacchi, afferma di averlo detto personalmente allo stesso vescovo, Ramón Buxarrais, due anni dopo, intorno al 1977. Era responsabile di una comunità cristiana di base e tenne un incontro con lui. “Abbiamo parlato un po’ di tutto e lui mi ha chiesto della congregazione di Ballester, e io gli ho detto che lì c’era un problema. Mi ha chiesto quale e gli ho detto che il problema era che a questo prete piacevano i bambini. “Mi ha guardato stupito e ha detto che lo avrebbe scoperto.” Ma ha continuato a Malaga. Poco si sa della sorte di questo sacerdote nei tre decenni successivi. Morì a Madrid nel 2006, all’età di 82 anni, ed era ancora sacerdote della diocesi di Bilbao.

    Caso 5: il leader carismatico di un movimento giovanile negli anni Sessanta

    Un altro sacerdote accusato di abusi è il DEWP, una personalità carismatica divenuta famosa come fondatrice di un gruppo cattolico. Fu ordinato sacerdote a Malaga nel 1956 e la sua prima destinazione fu la parrocchia di Santa María de la Amargura, in un quartiere umile della città. «Avevo circa 10 anni quando arrivò questo prete che stava creando una specie di congregazione con bambini e giovani – ricorda JC – Il giovedì pomeriggio ci mostrava dei film. Ha portato a casa anche i bambini. Quell’anno abusò di me in diverse occasioni. La prima volta mi fece spogliare perché voleva sapere se ero un uomo normale o gay. Non capivo cosa stesse succedendo. L’ultimo è stato in sagrestia, dove ha tentato di violentarmi. Non l’ho mai detto a nessuno, anche se ho visto con i miei occhi come ha toccato un altro bambino. Anni dopo l’ho raccontato a un collega di allora e lui mi ha detto che anche lui soffriva la mia stessa cosa”. JC racconta che anni dopo chiese un appuntamento all’allora vescovo di Malaga, Ángel Herrera Oria. “Ma il vicario generale non ha permesso che si svolgesse questo incontro, mi ha detto che mi avrebbero chiamato e non ho più avuto notizie. Il vescovo poi morì”.

    Alla fine, racconta, ha parlato con il prete. “Come unica conseguenza, hanno trasferito questo molestatore in una parrocchia vicina, dove ha continuato la sua opera”, conclude. A quel tempo, nel 1968, il vescovo era Emilio Benavent Escuín, compagno di classe dell’imputato, secondo la vittima. Il sacerdote continuò con il suo gruppo giovanile, che negli anni si espanse in tutta la città e in tutta l’Andalusia. È ancora attivo e si venera il suo fondatore. Il DEWP è morto nel 2005, all’età di 76 anni.

    https://elpais.com/sociedad/2023-10-09/un-jefe-scout-y-un-cura-que-salio-en-interviu-cinco-acusaciones-de-pederastia-que-el-obispo-de-malaga-no-quiere-aclarar.html?ssm=TW_CC