Osservatorio della Rete L'ABUSO

Autore: Redazione WebNews

  • Pedopornografia, don Jordan Coraglia condannato a 2 anni e 8 mesi

    Pedopornografia, don Jordan Coraglia condannato a 2 anni e 8 mesi

    Due anni e 8 mesi di carcere. A tanto è stato condannato don Jordan Coraglia, l’ex parroco di Castelcovati trovato in possesso di circa 1500 file, tra immagini e video, di minorenni e per questo accusato di detenzione di materiale pedopornografico.

    Subito dopo l’arresto, avvenuto a maggio del 2025, nel corso dell’interrogatorio di garanzia il parroco ammise la sua responsabilità.
    Al suo telefono e al suo contenuto gli inquirenti arrivarono sviluppando un’indagine nella quale era rimasto già coinvolto un medico di Torino. Stando all’inchiesta Don Jordan, che nel frattempo è stato sospeso dalla Curia, aveva utilizzato schede sim straniere e intestate a sconosciuti per non essere individuato.

    https://www.giornaledibrescia.it/cronaca/pedopornografia-don-jordan-coraglia-condanna-2-anni-e-8-mesi-oan74lsj

  • Bambini maltrattati all’asilo: nei guai cinque tra maestre e suore

    Bambini maltrattati all’asilo: nei guai cinque tra maestre e suore

    Nel pomeriggio i carabinieri del comando provinciale di Benevento hanno eseguito un’ordinanza di applicazione della misura cautelare personale del divieto di dimora nel capoluogo sannita nei confronti di cinque donne, gravemente indiziate, in concorso tra loro, di maltrattamenti ai danni di minori.

    Il provvedimento è stato emesso dal gip su richiesta della Procura della Repubblica di Benevento, guidata da Gianfranco Scarfò, ed è il risultato di un’indagine coordinata dalla stessa Procura e condotta dai carabinieri del Nucleo investigativo.

    L’attività investigativa trae origine dalla denuncia presentata dal rappresentante di una cooperativa impegnata in servizi socio-educativi. L’uomo avrebbe appreso da una giovane impegnata nel servizio civile, in servizio presso un asilo nido del centro cittadino gestito da una congregazione religiosa, l’esistenza di presunte condotte maltrattanti ai danni dei bambini da parte delle insegnanti, sia religiose sia laiche.

    Le indagini, avviate immediatamente e supportate da attività di intercettazione audio e video, avrebbero consentito di documentare numerosi episodi di abuso ai danni di minori di età compresa tra i 10 mesi e i 3 anni, alcuni dei quali non ancora in grado di camminare.

    In particolare, gli investigatori avrebbero accertato condotte di contenzione forzata — con bambini immobilizzati alle sedie tramite gli indumenti o lasciati per lunghi periodi nei passeggini — oltre a insulti legati all’aspetto fisico, all’abbigliamento o persino al nome dei piccoli. Sarebbero inoltre emersi episodi di violenza fisica, tra cui schiaffi alla nuca, strattonamenti per i capelli e spintoni, anche nei confronti di bambini in fase di gattonamento. Contestate anche punizioni improprie e l’uso della forza per costringere i minori a mangiare o dormire.

    Secondo quanto documentato dalle riprese video, il clima all’interno della struttura sarebbe stato percepito in modo negativo dagli stessi bambini, alcuni dei quali avrebbero manifestato atteggiamenti istintivamente difensivi, come coprirsi il volto con le mani all’avvicinarsi di un’insegnante.

    La misura eseguita rientra nella fase delle indagini preliminari ed è soggetta a impugnazione. Le persone coinvolte sono da considerarsi presunte innocenti fino a eventuale sentenza definitiva.

  • Un collettivo di ex studenti Lasalliani denuncia decenni di violenze sistemiche e chiede giustizia

    Un collettivo di ex studenti Lasalliani denuncia decenni di violenze sistemiche e chiede giustizia

    Un movimento senza precedenti sta emergendo in Francia: un collettivo di ex studenti degli istituti cattolici Lasalliani, affiliati ai “Fratelli delle Scuole Cristiane”, rompe il silenzio per denunciare decenni di violenze fisiche, umiliazioni e aggressioni sessuali. Queste rivelazioni, che coprono il periodo dal 1955 al 1985, mettono in luce atti spesso prescritti per legge, ma le cui cicatrici rimangono profonde per le vittime, oggi di età compresa tra i 50 e i 70 anni. Di fronte a queste accuse, la congregazione assicura di prendere la situazione “molto sul serio” e ha già risarcito 70 persone, per un importo totale superiore a 2,4 milioni di euro, chiedendo al contempo un più ampio riconoscimento della sua responsabilità.

    Il collettivo, i cui membri testimoniano di “stupri, percosse, umiliazioni” e altre forme di abuso, si è formato per chiedere che venga fatta luce su queste pratiche ritenute “sistemiche”. Queste violenze sarebbero state perpetrate sia da figure religiose che da insegnanti laici all’interno di una ventina di istituzioni sparse sul territorio francese. L’eco delle loro voci risuona mentre la società francese e la Chiesa cattolica affrontano una presa di coscienza collettiva degli abusi passati, spesso nascosti o minimizzati.

    Philippe Auzenet, 73 anni, co-fondatore del collettivo, ha coraggiosamente condiviso la sua agghiacciante testimonianza. Racconta di essere stato “minacciato di morte, violentato, legato, appeso per i piedi” tra i 7 e i 9 anni alla scuola Lasalliana di Rouen, con aggressori che brandivano “coltelli da macellaio” e minacciavano di “cavargli gli occhi”. Esperienze traumatiche che, secondo le sue stesse parole, gli hanno “rovinato la vita”. Un altro co-fondatore, preferendo rimanere anonimo, ha anche descritto “violenze e molestie” subite presso la scuola/collegio Saint-Augustin di Saint-Germain-en-Laye tra il 1969 e il 1978. Questi resoconti toccanti illustrano la scala e la brutalità degli abusi subiti da molti bambini all’interno di queste istituzioni educative.

    La Congregazione dei Fratelli delle Scuole Cristiane, fondata da Jean-Baptiste de La Salle e che oggi gestisce 150 scuole private convenzionate in Francia, ha risposto tramite il suo avvocato, Matthias Pujos. In una dichiarazione, ha affermato di essere “consapevole (…) della responsabilità che le incombe”. Dal 2014 è stata istituita una cellula di ascolto per raccogliere le segnalazioni e accompagnare le vittime. Ad oggi, sono state registrate 72 segnalazioni, che hanno portato al risarcimento di 70 persone per un importo totale di 2.434.882 euro, in conformità con le raccomandazioni della Commissione Riconoscimento e Riparazione (CRR) della Chiesa.

    Nonostante questi sforzi, il collettivo ritiene che la risposta sia insufficiente. Insiste sulla necessità di un riconoscimento esplicito della natura “sistemica” della violenza e chiede la creazione di un fondo di risarcimento sostanziale di 100 milioni di euro. Questa richiesta si inserisce in un movimento più ampio di richiesta di giustizia e riparazione per le vittime di abusi all’interno della Chiesa, a seguito delle rivelazioni del rapporto Ciase (Commissione Indipendente sugli Abusi Sessuali nella Chiesa) nel 2021, che aveva stimato il numero di vittime minorenni dal 1950 a 330.000.

    La maggior parte dei fatti denunciati dall’ex collettivo Lasalliano sono prescritti, il che significa che non possono più essere oggetto di azioni penali. Tuttavia, la congregazione ha comunque presentato tre denunce giudiziarie dal 2022 ai pubblici ministeri di Besançon, Évry-Courcouronnes e Reims, riguardanti atti in cui i sospettati sono ancora vivi. Questo passo, sebbene tardivo per alcune vittime, indica la volontà di cooperare con la giustizia nei casi in cui ciò sia ancora possibile.

    Gli istituti coinvolti, alcuni dei quali oggi non appartengono più alla congregazione, si trovavano in diverse città francesi come Quimper, Rouen, Mende, Langogne (Lozère), Rueil-Malmaison, Issy-les-Moulineaux (Hauts-de-Seine), Grenoble, Igny (Essonne), Nantes o Parigi. La dispersione geografica dei casi sottolinea l’entità del problema e la necessità di un approccio completo per affrontarlo.

    Il collettivo lancia ora un appello nazionale a testimonianze, sperando di incoraggiare altre vittime a uscire allo scoperto. Questa iniziativa mira non solo a ottenere un riconoscimento pieno ed esplicito da parte della congregazione, ma anche a contribuire a un processo di guarigione collettiva. La battaglia per la verità e la giustizia è lungi dall’essere finita, e questi ex studenti sono determinati a non lasciare che questi atti di violenza cadano nell’oblio, lavorando affinché tali tragedie non si ripetano mai più nelle istituzioni educative.

  • Le parole di Prevost non mi sorprendono: sono l’eco di una guerra contro le donne mai interrotta

    Le parole di Prevost non mi sorprendono: sono l’eco di una guerra contro le donne mai interrotta

    “Il più grande distruttore della pace è l’aborto. Nessun assetto politico può professare la pace se esclude dalla vita coloro che stanno per venire al mondo”. Così Prevost si è rivolto direttamente ai politici durante il convegno One Humanity One Planet, tenutosi il 31 gennaio nel Palazzo Apostolico Vaticano. Non parlava alle cattoliche, ma allo Stato italiano: stava sollecitando un intervento politico del governo sulla legge 194. Lo aveva già fatto tre settimane prima, nel tradizionale discorso al corpo diplomatico, sindacando apertamente le scelte di uno Stato: “È deplorevole usare risorse pubbliche per l’aborto”.

    A questo punto bisognerebbe chiedere a Prevost se, a suo avviso, sarebbe più equo che l’aborto se lo paghino le donne. Cosa che, com’è evidente, potrebbero permettersi solo le benestanti.

    Il bersaglio è chiaro: la legge 194, che da quasi cinquant’anni garantisce alle donne assistenza sanitaria e tutela in caso di interruzione volontaria di gravidanza. Una legge duramente conquistata, che ha sottratto le donne all’aborto clandestino e alla morte. Nulla di inatteso: Prevost ha dato il via a una martellante campagna contro una legge che tutela la vita e la salute delle donne che abortiscono.

    La misoginia della Chiesa cattolica non è un incidente di percorso: è un fatto storico e culturale. La sua dottrina viaggia su testi che descrivono il corpo femminile come veicolo del demonio, fonte di corruzione, origine del peccato. Parole che hanno contribuito a costruire e mantenere un ordine simbolico e giuridico capace di giustificare l’esclusione delle donne dai diritti, dalle scelte, dalla piena cittadinanza.

    Sulle dichiarazioni di Prevost è intervenuta anche Lea Melandri, intellettuale e femminista, che ne ha messo a fuoco la radice profonda:
    “Dopo aver sottomesso, asservito e violato il corpo femminile, l’uomo ha chiamato la guerra non dichiarata all’altro sesso ‘ordine’, ‘pace’, ‘sicurezza’, ‘difesa’ del proprio privilegio e della propria civiltà. Garantirsi l’obbedienza della donna, la fedeltà al destino di custode della casa e della progenie maschile, non è forse ancora oggi l’imperativo di chi innalza a valori Dio, Patria e Famiglia? Non è forse il timore che con l’aborto la donna riappropri su di sé un potere di vita e di morte – antico retaggio maschile – a rendere la capacità procreativa del corpo femminile il primo obiettivo di una politica ostile all’autodeterminazione? La guerra non è neutra, e che sia la Madre Chiesa a svelarne la natura patriarcale non è un caso”.

    Ossessionata dalla sessualità femminile, la Chiesa cattolica è stata per secoli uno strumento di repressione e un apparato di disciplinamento dell’obbedienza delle donne. Queste venivano celebrate come esempio di virtù solo a condizione di essere svuotate di volontà propria: silenziose, sottomesse, obbedienti.

    Oggi preti e cardinali fiutano il tempo favorevole. Lo fiuta anche Prevost. È il momento giusto, pensano, per tentare di richiudere il cielo sopra la testa delle donne, in piena sinergia con le destre estreme che affilano gli artigli. Ogni autoritarismo passa da qui: dal controllo dei corpi femminili.

    Donald Trump lo ha già fatto, attaccando il diritto all’assistenza sanitaria per l’aborto nel suo primo mandato; oggi lo fa perseguitando i migranti e preparando la repressione degli oppositori politici. La matrice è la stessa.

    C’è il prete che suona la campana per “ricordare i bambini non nati”, c’è quello che predica che “si è libere obbedendo”, e poi c’è Prevost che, dal pulpito, facendo sue le parole di Anjezë Gonxhe Bojaxhiu – ovvero Madre Teresa di Calcutta – tuona che il vero crimine è l’aborto. Non le guerre, le deportazioni, i bombardamenti o il commercio di quelle armi che i preti di regime benedicono.

    Ma dov’è, allora, la guerra? Nell’assistenza sanitaria alle donne che non vogliono diventare madri? Nelle leggi che prescrivono l’educazione alla contraccezione? Oppure nelle guerre che oggi devastano il mondo, scatenate e alimentate da uomini come Donald Trump, Vladimir Putin, Benjamin Netanyahu e Ali Khamenei, che incitano alla repressione e uccidono? Sulla deriva autoritaria degli Stati Uniti, sugli arresti di bambini di cinque anni, sugli omicidi a sangue freddo di uomini e donne che si oppongono a regimi che usano milizie sanguinarie per smantellare la democrazia, dalla Chiesa arriva solo silenzio. Al massimo, qualche prudente e blando monito.

    Le parole di Prevost non sorprendono: sono l’eco di una guerra dichiarata contro le donne secoli fa e mai interrotta.

    Pochi giorni fa, in Italia, la senatrice Giulia Bongiorno ha stravolto il disegno di legge che modificava l’articolo 609-bis sulla violenza sessuale, arretrando sulla tutela delle vittime con la cancellazione della parola “consenso”. Il nesso tra consenso in materia di violenza sessuale e autodeterminazione nella scelta di diventare madri è evidente.

    Il consenso, come cardine di una legge che sanziona la violenza sessuale, e la legge sull’accesso all’aborto medicalmente assistito sottraggono al potere maschile la disponibilità dei corpi delle donne. Per questo cultura dello stupro e attacco alle leggi che garantiscono l’assistenza medica in caso di aborto camminano insieme: sono due fronti della stessa offensiva contro i corpi delle donne.

    La prima legge l’hanno già affossata prima di nascere; torneranno all’attacco della 194, con la benedizione del papa statunitense gradito a Trump? E mentre la Chiesa continua a inseguire il controllo delle donne – atavica ossessione – non si accorge di averle già perse. Oggi le chiese sono vuote, le vocazioni scarse, i preti corrono da una parrocchia all’altra per coprire i turni delle messe.

    Le minacce di dannazione non fanno più paura a nessuna, perché le donne hanno più paura degli inferni sulla Terra e non hanno alcuna intenzione di abitarli nuovamente. Ma la Chiesa fiuta l’aria e alla politica chiede di riaprire quegli inferni terreni smantellando una legge che ha consentito alle donne di esercitare alla luce del sole e non clandestinamente, l’autodeterminazione e il diritto di decidere se essere madri o non esserlo.

    Preferirebbero officiare un’omelia al funerale di una donna morta per un aborto clandestino, piuttosto che fare i conti con la libertà delle donne, quelle vive.

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/02/02/prevost-legge194-aborto-chiesa-notizie/8276167

  • Caso Samantha Castelli, tra accuse, indagini e fake news ecco la lettera distensiva di Giuseppe Li vecchi

    Caso Samantha Castelli, tra accuse, indagini e fake news ecco la lettera distensiva di Giuseppe Li vecchi

    La vicenda della ragazza scomparsa da Agrigento Samantha Castelli continua ad attirare l’attenzione dell’opinione pubblica, assumendo contorni sempre più complessi e controversi. Tuttavia, secondo quanto trapela dagli ambienti investigativi, il quadro sarebbe meno misterioso di quanto inizialmente ipotizzato, tanto che gli inquirenti tenderebbero a ridimensionare l’intera vicenda, arrivando a parlare apertamente di una possibile bufala.

    Nonostante ciò, risulta confermato che una persona è attualmente sottoposta a indagine, mentre sul piano mediatico e sociale il caso ha assunto toni accesi. A colpire particolarmente è quanto accaduto durante una recente celebrazione religiosa (un funerale!!!), quando un sacerdote, ha aperto la messa con parole forti e inusuali, dichiarando pubblicamente di essere accusato di stupro, violenza e persino di aver fatto sparire la giovane donna. Un intervento che ha inevitabilmente alimentato clamore e interrogativi.

    Parallelamente emerge la figura di un uomo, Giuseppe Li Vecchi, accusato di stalking proprio nei confronti del sacerdote, elemento che aggiunge ulteriore complessità a una vicenda già frammentata e ricca di versioni contrastanti. Proprio quest’ultimo, ha deciso di rendere pubblica una lettera aperta, dal tono sorprendentemente distensivo, quasi a voler abbassare la tensione e offrire una diversa chiave di lettura dei fatti.

    Il testo integrale della lettera, diffuso per questo giornale, sembra puntare più alla chiarificazione che allo scontro, pur senza sciogliere i nodi principali della vicenda.

    Restano infatti aperti numerosi interrogativi: dalla reale scomparsa della ragazza, alla sua esistenza, dalle responsabilità – se ve ne sono – delle persone coinvolte, fino al ruolo delle dichiarazioni pubbliche che, in assenza di riscontri ufficiali definitivi, rischiano di alimentare confusione e polarizzazione.

    Le indagini da parte degli inquirenti sono chiari ed inequivocabili: si tratta di una enorme fake news. Ma Li Vecchi ha voluto comunque scrivere questa lettera.

    Nella foto la presunta Samantha Castelli. Esisterà davvero?

    Eccola la lettera:

    “Sono Giuseppe Li Vecchi, di Siculiana, e desidero fare chiarezza in merito alle accuse che mi sono state rivolte da un sacerdote di Agrigento, che mi ha contestato presunti comportamenti di stalking nei suoi confronti e una presunta diffamazione di altri sacerdoti in relazione alla vicenda della scomparsa e dell’omicidio di una ragazza da me conosciuta come Samantha Castelli.
    Preciso innanzitutto che non ho nulla contro il sacerdote di Agrigento e nemmeno contro altri sacerdoti che sono stati citati come possibili complici in questa vicenda, perché non sono l’autore di altri contenuti sul web. Ho realizzato solo dei video di sfogo e chiarimento riguardo a ciò che ho appreso sul web e dalle informazioni condivise dalla ragazza che si faceva chiamare Samantha Castelli, in un momento emotivamente delicato, ma senza alcuna intenzione persecutoria o diffamatoria. Tutto ciò che avevo da dire è stato già riferito alle autorità competenti ed è agli atti: mi sono infatti sottoposto a interrogatorio di garanzia e ho dichiarato ogni cosa direttamente davanti al giudice, nel quale ripongo piena fiducia.
    Tengo inoltre a chiarire che non posso affermare con certezza che la ragazza si chiamasse effettivamente “Samantha Castelli”, poiché tale nominativo non risulta all’anagrafe del Comune di Agrigento. È possibile che utilizzasse un altro nome. Desidero confermare che la ragazza è reale e l’ho conosciuta personalmente. Alcuni racconti che mi aveva fatto riguardo a un sacerdote sono stati da me divulgati su TikTok in un momento di sfogo, ma ribadisco che quanto accaduto è stato già completamente chiarito in sede giudiziaria
    “.

    Caso Samantha Castelli, tra accuse, indagini e fake news ecco la lettera distensiva di Giuseppe Li vecchi

  • Pedofilia, la Corte d’Appello conferma la condanna a 11 anni per Mirko Campoli

    Pedofilia, la Corte d’Appello conferma la condanna a 11 anni per Mirko Campoli

    La Corte d’Appello di Roma ha confermato la condanna a 11 e 4 mesi per il reato di pedofilia nei confronti di Mirko Campoli, già segretario nazionale dell’Azione cattolica ragazzi, professore di religione e presidente diocesano dell’Azione cattolica di Tivoli.

    Le indagini erano partite dalla denuncia di due ragazzi, che all’epoca avevano 12 e 16, supportate Garante per l’infanzia e l’adolescenza nel Lazio, Monica Sansoni. Violenze reiterate tra gli ani 2018 e 2020, oltre 50 quelle denunciate dal più giovane.

    Nel 2024 Campoli era stata condannato prima a 9 anni di reclusione e poi a 6 anni e 10 mesi per un terzo caso di abusi. I giudici della Corte d’Appello hanno riunito i due procedimenti e confermato la condanna.

    https://www.rainews.it/tgr/lazio/articoli/2026/02/pedofilia-la-corte-dappello-conferma-la-condanna-a-11-anni-per-mirko-campoli-84d1af7a-a8a3-41ca-a574-868ae48f1266.html

  • Vallo. Abusi all’asilo Paolo VI, 20 anni senza giustizia

    Vallo. Abusi all’asilo Paolo VI, 20 anni senza giustizia

    Esiste una patologia del diritto che trasforma le aule di giustizia in labirinti senza uscita, dove il dolore delle vittime, un certo tipo di vittime almeno, rischia di diventare un freddo dettaglio procedurale. Il caso degli abusi sui bambini presso la scuola materna “Paolo VI” di Vallo della Lucania è, in tal senso, un paradigma tragico. A vent’anni dall’inizio dei fatti la Corte di cassazione civile ha dovuto alzare nuovamente la voce, annullando la sentenza della Corte d’appello di Salerno e disponendo un nuovo giudizio. È l’ennesimo atto di una tragedia che non conosce il sipario, dove il tempo non è stato galantuomo ma complice dell’oblio.

    Un excursus tra orrore e burocrazia
    La genesi del dramma risale al maggio 2006. In quel contesto, quella che doveva essere un’oasi educativa e formativa si trasformò in un luogo di violenza per alcuni bambini. La religiosa Carmen Soledad Bazan Verde finì in custodia cautelare con l’accusa di abusi sessuali su bambini di appena cinque anni. Ad arrestarla fu il procuratore della repubblica del tempo Alfredo Greco. Il primo grado di giudizio, conclusosi nel 2012 a Vallo della Lucania, produsse una sentenza di roccia: 8 anni alla Bazan e condanne per favoreggiamento alla direttrice e alla vicedirettrice, colpevoli, secondo i giudici, di aver alzato un muro di silenzio attorno a quegli orrori. Non è il primo caso, non sarà l’ultimo all’interno di una scuola, di una parrocchia, di un centro sportivo o in un’abitazione privata: certo non è prerogativa «cattolica» questa infame pratica (quando è accertata per davvero) nonostante la vulgata converga, ingiustamente, su questa linea di pensiero comune. Ma questa è un’altra storia.

    Torniamo al fatto centrale perché il percorso verso la giustizia è stato minato da quello che appare come un incredibile cortocircuito tra uffici giudiziari. Se il tribunale di Vallo aveva scavato nei fatti con precisione chirurgica, la fase d’appello a Salerno ha rappresentato una frattura inspiegabile, in un certo senso. Nel 2016, la Corte d’appello penale ribaltò tutto, mandando assolte le suore. Un esito favorito da un atteggiamento della Procura generale del tempo che ha lasciato interdetti molti osservatori: dopo aver sostenuto l’accusa per anni, la Pg chiese sorprendentemente l’assoluzione finale (addirittura sostenendo per tabulas la presenza di allegati agli atti in realtà mai esistiti!) sigillando di fatto il destino penale della vicenda con un giudicato che oggi appare inamovibile.

    La scure della Cassazione: “Sotto il minimo costituzionale”

    Oggi la partita si gioca solo sul terreno civile, l’unico rimasto aperto per ottenere un riconoscimento che sa di beffa, vista l’età ormai adulta delle vittime. Ma anche qui, la Corte d’appello di Salerno ha inciampato. La Suprema Corte, infatti, nella sua ultima motivazione (luglio 2025) non ha usato mezzi termini definendo il ragionamento dei giudici salernitani come “irrimediabilmente lacunoso e internamente contraddittorio”. Il linguaggio dei giudici di legittimità è quasi brutale: la sentenza di Salerno è stata giudicata “solo apparentemente motivata”, situandosi “al di sotto del cd. minimo costituzionale”. In altre parole, la magistratura di secondo grado avrebbe ignorato i criteri logici elementari per inseguire una tesi assolutoria priva di coerenza con le prove raccolte. Un bordello, si direbbe oggi sfiorando un sarcasmo forse inopportuno tenuto conto del contesto e dei luoghi dei fatti. È, tuttavia, la conferma di una resistenza incomprensibile nel riconoscere una verità che, se ammessa, metterebbe a nudo le gravi responsabilità di chi avrebbe dovuto vigilare e non l’ha fatto.

    La dittatura del tempo: la giustizia come relativismo
    Qui si innesta una riflessione necessaria sulla lentezza dei processi in Italia, un male endemico che finisce per alimentare una sorta di relativismo che svuota di significato ogni valore oggettivo. Se la giustizia ha bisogno di due decenni per stabilire se un bambino sia stato violato, la sentenza finale smette di essere un atto riparatorio e diventa un documento archeologico. In Italia, la durata media di un processo che attraversa tre gradi di giudizio è tra le più alte d’Europa, un paradigma che sa ormai di stantio a furia di ripeterlo: e ieri se ne è avuta la miliardesima conferma con il rituale florilegio di lamentazioni da parte delle figure dell’apparato che vi dovrebbe porre rimedio. Anche questo è un grande classico.

    Nel caso del “Paolo VI”, siamo arrivati a venti anni di attesa. Questo tempo dilatato permette alla verità processuale di divergere dalla verità reale. Il tempo trasforma il diritto in un’opinione variabile, dove il consolidamento di errori procedurali impedisce di arrivare a una conclusione giusta. È la vittoria del formalismo sul valore della persona umana. Quando il giudicato penale si cristallizza su un’assoluzione per inerzia degli uffici inquirenti, lo Stato abdica alla sua funzione regolatrice. “La giustizia che non è celere non è giustizia: è solo un’ingiustizia più lenta”, lo disse secoli fa un certo Seneca, epicureo quanto basta per fotografare ciò che avviene ancora oggi e, chissà, forse avverrà ancora domani.

    Nel caso dei minori di Vallo, il riconoscimento della verità, arrivando dopo vent’anni, è ormai privo della sua forza catartica, liberatoria. Le vittime sono cresciute nell’ombra di un sospetto mai del tutto dissipato dalle aule di giustizia, nonostante i ripetuti richiami della Cassazione.

    Il ruolo della Chiesa e la coscienza delle istituzioni
    Mentre la magistratura si avvita su se stessa, un raggio di luce giunge paradossalmente dall’istituzione che era stata lo scenario del dramma: la Chiesa. Il cambio al vertice della diocesi ha portato un nuovo vescovo che, rompendo con il passato, ha cercato il dialogo con le famiglie delle vittime. Un atto di vicinanza morale che gioca un suo ruolo specifico in questa avvilente faccenda.

    Resta infatti il dubbio etico, chiamiamolo così: come possono gli uffici giudiziari ignorare le lacune segnalate per ben due volte dalla Cassazione (una volta in sede penale e una in sede civile)? L’inerzia di chi avrebbe dovuto proteggere i diritti dei minori rischia di restare una macchia indelebile. È la dimostrazione che, quando le istituzioni rinunciano alla ricerca della verità per «amore» di una stasi burocratica, aprono la strada a quella dittatura del caso dove a vincere non è chi ha ragione, ma chi riesce a far passare più tempo. Il nuovo rinvio alla Corte d’appello di Salerno rappresenta l’ennesima chiamata alla dignità del sistema giudiziario, in questo caso campano. I legali delle vittime hanno già avviato le procedure di riassunzione. Non si tratta più solo di quantificare un danno economico, ma di restituire un briciolo di fede nello Stato a un intero territorio.

    Vallo. Abusi all’asilo Paolo VI, 20 anni senza giustizia

  • Dieci suore «suicide» per salvare un vescovo La Curia smentisce

    Dieci suore «suicide» per salvare un vescovo La Curia smentisce

    Il sacrificio di dieci monache di clausura in cambio della guarigione del vescovo. Accadeva poco più di cinquant’anni fa in Sicilia. Ruota attorno a questa sconvolgente rivelazione il nuovo libro di Andrea Camilleri (Le pecore e il pastore, Sellerio, pagg. 127, euro 10)uscito ieri. E già si scatenano le polemiche. La Curia di Agrigento ha smentito lo scrittore, bollando la vicenda come «falsa».

    La storia raccontata da Camilleri è questa: alle 19,45 del 9 luglio 1945, nel bosco di Santo Stefano di Quisquina, due fucilate feriscono Giovanni Battista Peruzzo, vescovo di Agrigento. Peruzzo fu tra la vita e la morte per una settimana per quell’attentato architettato, probabilmente, dagli sgherri di qualche feudatario arrabbiato col «vescovo dei contadini» che appoggiava la rivendicazione di terre da parte dei poveri coltivatori agrigentini. Anche se l’inchiesta ufficiale attribuì il fattaccio a faide interne al monastero, in un certo periodo popolato da fraticelli, più avvezzi al coltello anziché alla preghiera, che Peruzzo aveva cacciato attirandosi non poche inimicizie. Il processo si concluse con la condanna a pochi anni di carcere di un solo imputato, Onofrio Di Salvo, che confermò la ricostruzione «ufficiale» che l’ispettore generale di pubblica sicurezza aveva servito ai giudici di Sciacca.

    Ma torniamo alla storia. Quando si sparse la notizia del ferimento del vescovo, a pochi chilometri di distanza, sempre nella stessa provincia, nel convento di Palma di Montechiaro (edificato dagli avi di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, aristocratici di quelle terre) alcune religiose, oltre che recitare il rosario invocando la salvezza del loro vescovo, progettarono uno sconvolgente patto. «Offrirono a Dio la vita» delle dieci monache più giovani in cambio del pieno ristabilimento di Peruzzo. Le ragazze con la tonaca si lasciarono morire digiunando e il vescovo guarì, ma per lungo tempo restando all’oscuro di quanto avevano fatto le sue pecorelle di Palma.

    Una storia fino a ora sconosciuta e di cui Camilleri viene a conoscenza per caso, inciampando in una nota a fondo pagina di un biografia di Peruzzo. Una microscopica notizia riporta una lettera (trovata nell’archivio personale di Peruzzo) dell’allora abbadessa del convento, suor Enrichetta Fanara, che undici anni dopo il ferimento di Peruzzo, il 16 agosto 1956, sente il dovere di confessargli i fatti: «Non sarebbe il caso di dirglielo, ma glielo diciamo per fargli ubbidienza. Quando V. E. ricevette quella fucilata e stava in fin di vita, questa comunità offrì la vita di dieci monache per salvare la vita del pastore. Il Signore accettò l’offerta e il cambio: dieci monache, le più giovani, lasciarono la vita per prolungare quella del loro beneamato pastore».

    L’autore del famoso commissario Montalbano racconta che «alla lettura di queste parole, feci letteralmente un salto dalla seggia, provando uno sgomento quasi certamente uguale a quello provato dalla diocesi agrigentina alla notizia dell’attentato». E alla fine, come preso da un senso di sgomento confessa: «Non riesco a tirare nessuna conclusione da questa vicenda, né per me né per i miei lettori». Una nota della Curia di Agrigento spiega invece: «Per capire certe parole come “offrire la vita“ bisogna entrare in una logica cristiana altrimenti si sbaglia il bersaglio.

    La morte delle suore è avvenuta per cause naturali come la malattia, la tisi o altro. Rimane però l’atto di fede che fa offrire la propria sofferenza o il proprio morire per unirlo all’offerta di Cristo sulla croce».

  • Don Samuele a processo: nell’oratorio di Seregno sconvolto dai casi di pedofilia arriva lo psicologo mandato dalla Curia

    Don Samuele a processo: nell’oratorio di Seregno sconvolto dai casi di pedofilia arriva lo psicologo mandato dalla Curia

    Seregno (Monza e Brianza), 2 febbraio 2026 – Uno psicologo per superare il trauma del caso don Samuele Marelli, il sacerdote responsabile della pastorale giovanile cittadina, condannato dal tribunale ecclesiastico e ora con un conto aperto con la giustizia penale per presunti casi di violenza sessuale aggravata con minori. È la scelta della comunità pastorale cittadina, che ha deciso di affidarsi a un esperto.  

    Chi è lo psicologo scelto dall’Arcidiocesi 

    “Abbiamo scelto di non accontentarci del silenzio che segue il clamore – spiega il gruppo di lavoro che è stato costituito dopo lo scoppio dello scandalo –, ma di guardarci dentro con onestà e riflettere su come siamo arrivati qui e su chi vogliamo essere ancora. Grazie al contributo di esperti, che gratuitamente hanno messo in gioco tempo e competenze, e all’apertura dello sportello presso il Consultorio, abbiamo coinvolto uno psicologo di comunità, Davide Boniforti (docente della Cattolica) per aiutarci a costruire un percorso che veda tutti protagonisti”.

    Presa di distanze  

    La vicenda era iniziata nel maggio 2024, quando improvvisamente don Samuele era sparito dalla parrocchia. Il parroco, monsignor Bruno Molinari, aveva chiesto di pregare per lui. I fedeli avevano pensato a una crisi vocazionale, poi lentamente erano emersi i contorni della vicenda, fino alla condanna del tribunale ecclesiastico rivelata nell’aprile dello scorso anno dal vicario episcopale, monsignor Michele Elli. La Chiesa non si era nascosta: a rivelare la sentenza nei suoi contenuti era arrivato il vicario episcopale, monsignor Michele Elli, per dimostrare la piena trasparenza ma anche tutta la vicinanza alla realtà seregnese. Ora si attende anche l’esito del processo penale, che molto probabilmente non si concluderà in tempi brevi. Nel frattempo, colpevole o innocente, tutti hanno preso le distanze da don Samuele.

    Le accuse e la difesa 

    Don Samuele Marelli è accusato di aver commesso abusi sessuali –palpeggiamenti e atti impropri – su 4 ragazzi minorenni, fra il 2020 e il 2023, epoca in cui i ragazzi frequentavano l’oratorio e don Samuele era coadiutore dello stesso. Secondo la Procura di Monza, don Samuele avrebbe sfruttato il suo ruolo di guida spirituale e di educatore per abusare della fiducia dei ragazzi, commettendo nei loro confronti abusi nella sua abitazione, ma anche durante dei periodi di vacanza.

    Il sacerdote si è sempre difeso sostenendo di non aver mai commesso “questi fatti gravi. Mi rendo solo conto di avere sbagliato a lasciare liberi i ragazzi sul tema della nudità: non ho una visione del corpo come peccato, ho scritto anche un libro su questo tema”, si era difeso don Samuele quando è stato interrogato dalla pm Francesca Gentilini. 

    La condanna ecclesiastica  

    Nell’aprile dell’anno scorso la sentenza del tribunale ecclesiastico. Riconosciuta la colpevolezza del don, gli sono stati inflitte la proibizione di risiedere per cinque anni nel territorio dell’Arcidiocesi di Milano e la proibizione, per cinque anni, dell’esercizio pubblico del ministero sacerdotale; la proibizione perpetua di cercare contatti volontari con minori, se non alla presenza di un accompagnatore maggiorenne, nonché la privazione, per dieci anni, della facoltà di confessare e di poter svolgere attività di direzione spirituale. Ora deve affrontare la giustizia italiana. Don Marelli comparirà davanti al giudice per le indagini preliminari del tribunale di Monza la prossima settimana.

    https://www.ilgiorno.it/monza-brianza/cronaca/seregno-don-samuele-marelli-pedofilia-diocesi-milano-psicologo-kg026zg0

  • Pedofilia: Chiesa Panama avvia indagine su abusi 2001-2026

    Pedofilia: Chiesa Panama avvia indagine su abusi 2001-2026

    (AGI) – Città del Vaticano, 2 feb. – Un processo di conversione, verità e ascolto sull’odiosa piaga degli abusi sessuali nella Chiesa: lo chiede l’arcivescovo di Panamá, José Domingo Ulloa Mendieta, che ieri, durante l’omelia domenicale, ha annunciato la creazione di una Commissione per la trasparenza indipendente con l’obiettivo di condurre una valutazione istituzionale delle azioni dell’arcidiocesi nei casi di abuso su minori verificatisi tra il 2001 e il 2026.

        “Questo percorso viene intrapreso con umiltà e con la ferma volontà di affrontare la realtà a testa alta, senza evasioni o giustificazioni, ponendo al centro le vittime e la loro dignità”, ha detto il presule, secondo quanto riportato da Vatican News. La decisione è stata presa il 26 gennaio scorso ed è nata “dalla coscienza, dalla responsabilità pastorale e dall’impegno evangelico per la verità”.

        La Commissione per la trasparenza, patrocinata dall’Università di Notre Dame (Stati Uniti) e dall’Università di Villanueva (Spagna), è composta da un team interdisciplinare di esperti e affronterà questo processo “da una prospettiva olistica”. Al centro di questo percorso ci sarà l’ascolto rispettoso e riservato delle vittime, “sia di quelle che hanno già parlato sia di quelle che non l’hanno ancora fatto”, spiega monsignor Ulloa Mendieta, precisando che questa fase centrale è cominciata il 28 gennaio e si concluderà il 30 aprile ed è rivolta alle vittime dirette e indirette di abusi subiti durante l’infanzia e l’adolescenza. (AGI)

    AGGIORNAMENTO 17:01

    (AGI) – Città del Vaticano, 2 feb. – Un processo di conversione, verità e ascolto sull’odiosa piaga degli abusi sessuali nella Chiesa: lo chiede l’arcivescovo di Panamá, José Domingo Ulloa Mendieta, che ieri, durante l’omelia domenicale, ha annunciato la creazione di una Commissione per la trasparenza indipendente con l’obiettivo di condurre una valutazione istituzionale delle azioni dell’arcidiocesi nei casi di abuso su minori verificatisi tra il 2001 e il 2026.

        “Questo percorso viene intrapreso con umiltà e con la ferma volontà di affrontare la realtà a testa alta, senza evasioni o giustificazioni, ponendo al centro le vittime e la loro dignità”, ha detto il presule, secondo quanto riportato da Vatican News. La decisione è stata presa il 26 gennaio scorso ed è nata “dalla coscienza, dalla responsabilità pastorale e dall’impegno evangelico per la verità”.

        La Commissione per la trasparenza, patrocinata dall’Università di Notre Dame (Stati Uniti) e dall’Università di Villanueva (Spagna), è composta da un team interdisciplinare di esperti e affronterà questo processo “da una prospettiva olistica”. Al centro di questo percorso ci sarà l’ascolto rispettoso e riservato delle vittime, “sia di quelle che hanno già parlato sia di quelle che non l’hanno ancora fatto”, spiega monsignor Ulloa Mendieta, precisando che questa fase centrale è cominciata il 28 gennaio e si concluderà il 30 aprile ed è rivolta alle vittime dirette e indirette di abusi subiti durante l’infanzia e l’adolescenza. (AGI)

    AGGIORNAMENTO 17:01

    (AGI) – Città del Vaticano, 2 feb. – “Siamo pienamente consapevoli del profondo dolore che comporta rivivere queste esperienze. Pertanto questo processo si svolgerà in un ambiente sicuro, empatico e assolutamente rispettoso, garantendo la riservatezza e proteggendo l’identità di coloro che scelgono di condividere la propria testimonianza”.

        Non esiste un numero ufficiale e preciso di abusi contro bambini e adolescenti da parte di membri della Chiesa cattolica a Panamá, sebbene, riferisce l’agenzia Efe, vi siano casi emblematici come la condanna a 30 anni di carcere inflitta nell’agosto 2023 a un ex sacerdote per reati di violenza sessuale. Il rapporto con le conclusioni è previsto nel mese di settembre. Il coordinatore della Commissione per la trasparenza, padre Jordi Pujol, ha affermato che l’obiettivo centrale è comprendere come si siano verificati tali episodi e quale sia stata la reazione dell’arcidiocesi. Questa valutazione cerca di “proporre meccanismi migliori per supportare le vittime, le loro famiglie e le comunità, nonché per garantire che l’arcidiocesi sia un ambiente sicuro per tutti”. L’avvocato Adrian Cuevas, membro dell’Ufficio di ascolto della Chiesa cattolica, ha affermato dal canto suo che “è fondamentale che venga rispettato il giusto processo, preservando la presunzione di innocenza finché non si stabilisce, in modo equo e definitivo, se un crimine è stato commesso o meno”.

        L’arcivescovo ha parlato di un percorso “non facile ma necessario”, di “un passo concreto verso la verità, la giustizia e la guarigione che nasce dall’impegno di prendersi cura dei più vulnerabili e di costruire una Chiesa sempre più fedele al Vangelo di Gesù Cristo”. Ulloa Mendieta ha ribadito “con assoluta chiarezza la nostra politica di tolleranza zero nei confronti di questo flagello e la priorità per le vittime, la loro dignità e guarigione e il diritto di essere ascoltate. Per noi vescovi questa valutazione è un atto di coerenza cristiana, responsabilità e autentico impegno a garantire spazi sicuri in tutte le nostre comunità ecclesiali”. (AGI)

    https://www.agi.it/agiprima/pedofilia-chiesa-panama-avvia-indagine-su-abusi–agi:sur:35401440/