Osservatorio della Rete L'ABUSO

Categoria: Campania

  • Preti pedofili,nuove accuse da Aversa «Abusi subiti da un religioso a 13 anni»

    Preti pedofili,nuove accuse da Aversa «Abusi subiti da un religioso a 13 anni»

    «Rapporti in uno sgabuzzino» Nel 2010 dossier a Ratzinger Benedetto XVI non ha risposto

    Franca Giansoldati

    CITTÀDELVATICANO «Con prontezza si dovrà ammonire il reverendo». È scritto proprio così. Nei sotterranei della Congregazione per la Dottrina della Fede, dove sono ospitati i chilometrici scaffali degli archivi, giace il fascicolo sul prete di Ponticelli. Il caso è stato archiviato l’anno scorso, dopo tre anni di accertamenti, sulla base della documentazione raccolta dalla diocesi di Napoli a seguito della denuncia di abusi su un minore per fatti avvenuti agli inizi degli anni Novanta. L’iter burocratico si è concluso da parte del Vaticano con il semplice consiglio all’arcivescovo di Napoli di inoltrare una «ammonizione» all’ex parroco di Ponticelli. I referti medici, i documenti ma soprattutto la testimonianza della vittima, Diego Esposito, oggi un uomo sposato, affetto da profonda depressione, non sono bastati per avviare un ulteriore procedimento canonico e punire il prete che, nel frattempo, la curia napoletana aveva provveduto a fare sparire dalla circolazione. Ora vive ospite di una struttura religiosa top secret dove sembra celebri regolarmente la messa e amministrando i sacramenti. Un vistoso caso di insabbiamento? I dubbi affiorano inevitabilmente visto che ad indagine vaticana chiusa e archiviata nei sotterranei dell’ex Sant’Uffizio con la decisione dell’ «ammonimento» per correggere i «comportamenti impropri» del prete, una seconda vittima. G.S., ha scelto nel frattempo di uscire dal silenzio. I vent’anni carichi di vergogna e dolore li ha raccontati anche al Mattino in una intervista in cui emergono non solo gli abusi ma soprattutto un atteggiamento rapace e predatorio da parte del sacerdote verso diversi ragazzini. «Vorrei che la Chiesa capisse la necessità di punire questi sacerdoti e di renderli finalmente incapaci di fare del male ad altri bambini». La denuncia choccante di G.S. in queste 48 ore ha avuto la forza di rompere altri muri, aiutare altre presunte vittime di Ponticelli ad uscire allo scoperto. Evidentemente erano diversi gli adolescenti entrati nel radar del sacerdote e adescati. Nello studio dell’avvocato che difende Diego Esposito, Carlo Grezio, sono arrivate altre carte, documentazione di persone che dopo avere letto l’inchiesta del Mattino lo hanno contattato chiedendo l’anonimato ma mettendo nelle sue mani certificati, lettere, persino una supplica al Papa, in questo caso Papa Ratzinger visto che la denuncia fu inoltrata in Vaticano nel 2010 dalla città di Aversa. Se la giustizia canonica non funziona, se nemmeno il Papa o il Vaticano rispondono alle vittime, allora sarà la giustizia civile a farlo. «Questo è un caso che mi è appena arrivato. Sto ancora leggendo le carte». A corredo ci sono referti medici, la risposta protocollata della Congregazione della Fede che assicura di avere ricevuto il plico con la denuncia e la copia della lettera inviata nel 2010 a Papa Benedetto XVI. La vittima sta volta è un uomo di 38 anni, originario di Aversa, che dal 1992 al 1999 ha frequentato il seminario arcivescovile. All’età di 13 anni avrebbe subito gli abusi di un religioso che insegnava nella struttura. Per costringerlo ad avere rapporti lo chiudeva in una specie di sgabuzzino. I documenti riportano nel dettaglio fatti, circostanze, testimoni. C’è poco margine per la fantasia. «Il caso di Ponticelli ha scoperchiato un verminaio» scuote la testa l’avvocato che non si capacita di tanta desolazione. Su uno dei fogli, scorrendo nella lettura, individua un’altra volta il nome del vescovo Lucio Lemmo, il vicario della diocesi di Napoli, ancora una volta presente nell’iter burocratico di queste denunce anche se si tratta di un caso avvenuto altrove, ad Aversa. Naturalmente nessuno vuole sentire la parola «insabbiamento». Tuttavia alla vittima di Aversa non è mai arrivata nessuna risposta dal Papa di allora, come se la sua vicenda fosse finita in un buco nero, inghiottita e sepolta per sempre.

    Il Mattino del 4-2-2018

  • A Papa Francesco: Lettera aperta di Diego Esposito in sciopero della fame da 6 giorni

    A Papa Francesco: Lettera aperta di Diego Esposito in sciopero della fame da 6 giorni

    Pubblichiamo la lettera aperta del nostro associato Diego Esposito in sciopero della fame dal 28 gennaio

    Carissimo papa Francesco,
    Ti scrivo come un figlio bisognoso della difesa da parte del proprio padre e non come un estraneo, perché io so che tu sei il papà delle nostre anime.

    Oramai sono al sesto giorno dello sciopero della fame e, credimi, che la fame che mi attanaglia non è nulla in confronto alla sofferenza che sto provando per questo vostro silenzio.

    Solo tu puoi salvarmi e ridonarmi dignità.

    So che ho sbagliato parecchie volte comportandomi in maniera troppo impulsiva ed esagerata, ma, capiscimi ti prego se puoi, che ogni mia azione era dettata solo ed esclusivamente dal dispiacere che provavo nei confronti di questa indifferenza che la Curia ha sempre manifestato nei confronti del mio caso.

    Sono solo una povera vittima che chiede una mano da parte tua.

    Ho sempre vissuto in rispetto dei valori cristiani cattolici, ho creato una famiglia splendida che mi sta vicino in questo momento difficile e si sta preoccupando della mia salute. Ho tre figli, uno più splendido dell’altro e una moglie amorevole.

    Per quanto possa sembrare assurdo, siamo una famiglia cristiana credente e siamo sicuri che tu ci darai giustizia e non mi farai morire, perché io so che un padre non permette che un suo figlio muoia.

    Voglio spiegarti con questa lettera semplicemente il motivo del mio sciopero della fame.

    Qualche giorno fa tu sei venuto per incontrare il Cardnale Crescenzio Sepe ed io, ingenuamente, speravo che fossi giunto per darmi giustizia, per preoccuparti di me.
    Invece, con mio dispiacere, hai confermato il suo mandato per altri due anni, congratulandoti oltretutto con lui per il suo operato di questi anni.

    Ti parlo sinceramente, ci sono rimasto malissimo, non capisco le motivazioni della tua decisione e vorrei solo una risposta da parte tua.

    Sono passato per un pazzo, per uno scemo, per uno cattivo. Ma io non sono altro che una povera vittima di una persona malata e, non vorrei mai pensare di essere invece una vittima di un intero sistema malato in cui io però continuo a credere.

    Se perdo io, perdono tutte le vittime di abusi sessuali non solo colpite dai preti, ma anche da qualsiasi altra persona.

    Sono un figlio che vuole solo essere difeso dal suo papà.
    Solo tu puoi salvare la mia vita.

    Ti prego aiutami Diego Esposito vittima del prete pedofilo Don Silverio Mura

  • «I bambini entravano e uscivano dalla casa del prete», l’ombra della pedofilia sulla Chiesa di Napoli

    «I bambini entravano e uscivano dalla casa del prete», l’ombra della pedofilia sulla Chiesa di Napoli

    NAPOLI. Un nuovo episodio di pedofilia rischia di screditare nuovamente la Curia di Napoli. Il 37enne G.S ha raccontato al Mattino un episodio accaduto 26 anni fa in una parrocchia di Ponticelli, nonostante il trauma oggi l’uomo è sposato ed ha avuto figli. “Don Silverio era il parroco di Ponticelli ed era conosciuto da tutti, era un mammasantissima, una persona tenuta in grande considerazione dalla comunità. La mia famiglia si trasferì in quel quartiere e iniziai a frequentare la parrocchia, facevo il chierichetto, andavo a giocare a pallone e così conobbi quel sacerdote. Era il secondo sacerdote della parrocchia, l’altro si chiamava don Ciro Cocuzza. Mi sono spesso chiesto se don Ciro abbia mai subodorato qualcosa vedendo che dalla casa di don Silverio spesso entravano e uscivano diversi ragazzini. – ha raccontato al Il Mattino – L’idea che mi sono fatto da adulto è che in fondo erano in tanti a sapere, o a sospettare ma si finiva per stare zitti perché quella era la cosa da fare. Ripeto, don Silverio era uno tenuto in grande considerazione dalla comunità”.

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  • Napoli, ex chierichetto accusa: “Don Silverio iniziò ad abusare di me in sagrestia. Avevo 11 anni”

    Napoli, ex chierichetto accusa: “Don Silverio iniziò ad abusare di me in sagrestia. Avevo 11 anni”

    NAPOLI – “Avevo 11 anni quando iniziarono in sagrestia le violenze di don Silverio. Io stavo zitto perché avevo paura di peccare”: a parlare, intervistato da Franca Giansoldati del Mattino, è una presunta vittima del sacerdote di Napoli accusato di violenze sessuali su minori.
    Il giovane oggi ha 37 anni, ma dice di ricordare ancora bene quei momenti:

    “Mi si ferma il respiro ogni volta che penso al rischio che possono correre altri bambini. Faccio fatica a tornare a quel periodo. Avevo 11 anni e a quell’età si è davvero piccoli, cuccioli, incapaci di leggere tra le righe il male, e così ci si affida ai grandi pensando che siano loro i modelli ai quali ispirarsi. Don Silverio era il parroco di Ponticelli ed era conosciuto da tutti, era un mammasantissima, una persona tenuta in grande considerazione dalla comunità”.
    Gli abusi sarebbero cominciati progressivamente, ha spiegato al Mattino:

    “La mia famiglia si trasferì in quel quartiere e iniziai a frequentare la parrocchia, facevo il chierichetto, andavo a giocare a pallone e così conobbi quel sacerdote. Era il secondo sacerdote della parrocchia, l’altro si chiamava don Ciro Cocuzza. Mi sono spesso chiesto se don Ciro abbia mai subodorato qualcosa vedendo che dalla casa di don Silverio spesso entravano e uscivano diversi ragazzini. L’idea che mi sono fatto da adulto è che in fondo erano in tanti a sapere, o a sospettare ma si finiva per stare zitti perché quella era la cosa da fare. Ripeto, don Silverio era uno tenuto in grande considerazione dalla comunità”.
    Quindi iniziarono i giri in auto insieme: don Silverio, ha raccontato l’uomo al Mattino, lo portava con sé quando andava a fare le visite pastorali in zona.
    “Mi ripeteva che ero il suo chierichetto di fiducia. Mi lodava e io mi sentivo importante, ero così fiero. E poi era generoso. Mi faceva regali che altrimenti non mi sarei potuto permettere. Mi fece trovare persino una bicicletta. Prendeva 20 mila lire dal portafoglio dicendomi che era un piccolo regalo per me. Sapeva conquistare la fiducia della gente. E anche la mia. Purtroppo. Don Silverio abitava con la madre ma aveva in uso un’altra casa, una villa, in località Guindazzi, a borgo Trocchia. Quello fu un luogo che utilizzò spesso con me anche se le violenze iniziarono in sacrestia”.
    Nei confronti di don Silverio sono state presentate diverse denunce negli anni. La Curia partenopea ha sempre respinto le accuse affermando che le vittime non si sono volute sottoporre a una visita psichiatrica con un esperto di ricostruzione della falsa memoria.

    https://www.blitzquotidiano.it/cronaca-italia/napoli-chierichetto-don-silverio-abusi-2823741/

  • «Violentato a 11 anni in sagrestia stavo zitto, avevo paura di peccare»

    «Violentato a 11 anni in sagrestia stavo zitto, avevo paura di peccare»

    di Franca Giansoldati

    Città del Vaticano Ricordare quei momenti non è un esercizio piacevole. È come piombare di nuovo in una gabbia buia che si pensava ormai demolita, distrutta. E invece quei ricordi quando affiorano, ogni volta, sono lampi che fanno male, sono pezzi di vetro nel cuore. Oggi G.S. ha 37 anni, è un uomo maturo, si è formato una famiglia, non abita più a Ponticelli e quando guarda i suoi figli pensa a subito al pericolo, alla gabbia buia, al rischio che qualcuno possa fare loro del male. «Mi si ferma il respiro ogni volta che penso al rischio che possono correre altri bambini».

    Se la sente di parlarne?
    «Faccio fatica a tornare a quel periodo. Avevo 11 anni e a quell’ età si è davvero piccoli, cuccioli, incapaci di leggere tra le righe il male, e così ci si affida ai grandi pensando che siano loro i modelli ai quali ispirarsi. Don Silverio era il parroco di Ponticelli ed era conosciuto da tutti, era un mammasantissima, una persona tenuta in grande considerazione dalla comunità».

    Come sono cominciati gli abusi?
    «È stato un percorso progressivo. La mia famiglia si trasferì in quel quartiere e iniziai a frequentare la parrocchia, facevo il chierichetto, andavo a giocare a pallone e così conobbi quel sacerdote. Era il secondo sacerdote della parrocchia, l’ altro si chiamava don Ciro Cocuzza. Mi sono spesso chiesto se don Ciro abbia mai subodorato qualcosa vedendo che dalla casa di don Silverio spesso entravano e uscivano diversi ragazzini. L’ idea che mi sono fatto da adulto è che in fondo erano in tanti a sapere, o a sospettare ma si finiva per stare zitti perché quella era la cosa da fare. Ripeto, don Silverio era uno tenuto in grande considerazione dalla comunità».
    Un percorso di fiducia graduale.
    «Iniziò a portarmi con lui quando andava in giro con la sua macchina, una Fiat 126, per fare visite pastorali in zona. Mi ripeteva che ero il suo chierichetto di fiducia. Mi lodava e io mi sentivo importante, ero così fiero. E poi era generoso. Mi faceva regali che altrimenti non mi sarei potuto permettere. Mi fece trovare persino una bicicletta. Prendeva 20 mila lire dal portafoglio dicendomi che era un piccolo regalo per me. Sapeva conquistare la fiducia della gente. E anche la mia. Purtroppo. Don Silverio abitava con la madre ma aveva in uso un’ altra casa, una villa, in località Guindazzi, a borgo Trocchia. Quello fu un luogo che utilizzò spesso con me anche se le violenze iniziarono in sacrestia».

    In sacrestia?
    «Capitava che con mille scuse cercava di restare solo con me. Man mano che la amicizia si faceva più stretta, cercava progressivamente di trovare più tempo per stare solo anche con tante scuse. Per esempio mi diceva di raggiungerlo per studiare la funzione religiosa della domenica. Altre volte si proponeva di farmi fare i compiti e di seguirmi.
    Fatto sta che un giorno mi ritrovai solo in sacrestia con lui e iniziò a toccarmi le gambe, poi le parti intime, dicendomi che era normale tra amici. Mi ricordo che ero come pietrificato: avevo paura, paura di commettere una cosa sbagliata, malvagia, di peccare ma lui mi rassicurava dicendomi che si trattava di amicizia e, dunque, di una cosa bella. Mi ripeteva che non era fare del male, che dovevo fidarmi. Le carezze diventarono ben presto qualcosa d’ altro fino alla penetrazione, a restare a letto con lui, nella villa che aveva in dotazione», Lei non ha confidato quello che succedeva ai genitori, ad un amico, ai fratelli?
    «Mia mamma vedendo che passavo i pomeriggi con don Silverio era tranquilla. Pensava fosse una cosa positiva e io, del resto, non ho mai detto nulla. Non ho mai fatto trasparire alcun turbamento. A casa mi sforzavo di fare finta di nulla».

    Poi cosa successe?
    «A 17 anni cominciai a non riuscire più a tenermi dentro questo rapporto malato, mi lacerava, ero soggiogato, manipolato, in balia di don Silverio.
    Abbandonai la scuola e mi cercai un lavoro e fu la mia salvezza perché a un collega, un giorno, confidai l’ angoscia che mi divorava e non mi faceva più vivere sereno. Fu come sbriciolare un muro e quella sera stessa trovai la forza per mettermi davanti a mio padre e raccontargli tutto. Fu una sofferenza per lui, per tutti quanti».

    Perché non siete andati subito a denunciarlo alla polizia?
    «Se la immagina una denuncia del genere, negli anni Novanta, nel quartiere Ponticelli contro un parroco stimato e considerato da tutti? Un amico di mio padre che faceva il poliziotto ci suggerì a malincuore di lasciare perdere, perché avremmo avuto solo delle grane, e poi nessuno mi avrebbe creduto, ero solo un ragazzino, e sarei finito in una macchina del fango più grande di me, mi avrebbero tritato e denigrato, mi avrebbero fatto a pezzi. Ci fece capire che occorrevano anche i denari per un buon avvocato, che la questione si sarebbe protratta a lungo. A volte è facile dire facciamo giustizia. Il suo fu un consiglio di buon senso, sebbene davanti ad un reato pesante e ad un ragazzo violato era il primo a parlare con le lacrime agli occhi. Pochi anni dopo ci trasferimmo tutti e ce ne andammo. Fu una scelta saggia».

    Perché esce allo scoperto ora a distanza di tanti anni?
    «Anche se provengo da una famiglia cattolica da allora non sono più riuscito ad entrare in una chiesa.
    Quando guardo mia figlia o gioco con i miei nipoti, avverto il bisogno che hanno di essere protetti, e immediatamente ripenso a quello che ho subito. Mi viene una grande rabbia. Una rabbia incontenibile. Ecco perché quando ho letto della storia di D.E., l’ altra vittima, mi si è mosso dentro qualcosa di ineludibile. Il bisogno di avere giustizia civile, anche se il reato penale è caduto in prescrizione. Mi resta un desiderio: che la Chiesa riprenda in mano le indagini canoniche per fare in modo che questo prete non possa mai più avvicinarsi a un bambino».

    Il Messaggero 2-2-2018

  • Prete pedofilo, nuove accuse ma il Vaticano archivia il caso

    Prete pedofilo, nuove accuse ma il Vaticano archivia il caso

    di Franca Giansoldati

    Città del Vaticano Pedofilia, tolleranza zero, o meglio quasi zero. Il fatto è che più di uno scenario sembra sfuggire ancora alle maglie dei procedimenti vaticani. Per esempio una brutta storia di presunti abusi in una parrocchia di Ponticelli, a Napoli, rimbalzata solo nel 2014 dalla Segreteria di Stato alla Congregazione della Fede, dove ha terminato il suo periplo burocratico con una asettica formula notarile: «Non si ravvisano elementi tali da giustificare l’ apertura di un procedimento canonico» nei confronti di un sacerdote sul quale pesano le accuse pesantissime della sua vittima, D.E. «All’ epoca avevo 13 anni. Mi faceva tanti regali. Ero dominato dalla sua personalità, lusingato da questa amicizia. Quando succedeva ero impietrito, mi ha violentato, ho vomitato. Diceva che il mio seme lo aiutava a stare meglio, a curarsi. Solo a 16 anni mi sono sottratto a questo dominio, all’ epoca non ne ho parlato con nessuno per vergogna».

    La curia di Napoli dopo avere svolto una prima indagine «per verificare la verosimiglianza delle accuse» ha fatto calare un velo sulla vicenda dando sostanzialmente poco credito al denunciante, causandogli persino la perdita del posto di lavoro per avere rivelato la sua identità attraverso un comunicato stampa, mentre don Silverio M., il prete accusato, veniva fatto trasferire «per un periodo di riposo e distacco» dalla parrocchia di Ponticelli e dalla scuola in cui insegnava religione, in una struttura religiosa top secret, tenuta nascosta a tutti. Si ipotizza che si tratti di una delle strutture dei padri Venerini dove vengono mandati dalle diocesi i preti pedofili a curarsi, ma non ci sono conferme.

    L’ impressione è che non sempre le vittime vengano protette dalla Chiesa, ascoltate e tutelate come indicato da Papa Bergoglio e imposto da documenti e procedure canoniche. Così per il caso Ponticelli, considerando che, nel frattempo, sono affiorati dal silenzio altri ex bambini pronti a fare sentire la propria voce, anch’ essi molestati, esattamente come D.E. Un caso non isolato.
    Le vittime pare siano molte di più e potrebbero presentarsi a ottobre alla seconda udienza nella causa civile di risarcimento avviata presso il tribunale di Napoli.

    La curia partenopea ha sempre respinto le accuse. Continuando a difendere don Silverio: «Ha sempre goduto della stima dei superiori». Inoltre, a sua tutela, mette in evidenza che la prima vittima, D.E. non si è mai voluta sottoporre ad una visita psichiatrica con un esperto di ricostruzione della falsa memoria e di vittimologia in grado di verificare le accuse e produrre una perizia condivisa. Cosa non vera, visto che la seduta, invece, avvenne nell’ aprile del 2016. I legali dell’ ex bambino raccontano che fu fatta nella clinica psichiatrica del Policlinico. Per tre ore il perito psichiatra di fiducia della curia, Antonio d’ Ambrosio, utilizzando «metodi investigativi e metodologia poliziesca vecchio stile», avrebbe provocato «in maniera selvaggia la destrutturazione del periziando, volendo frantumare le sue difese faticosamente costruite».
    Questo scriveva il dottor Alfonso Rossi, lo psichiatra che aveva in cura D.E.
    e che per proteggere il suo paziente sconvolto da quell’ esperienza gli impediva di prendere parte a una ulteriore seduta, fissata per il mese successivo.

    «Ho cercato di rassicurarlo, ma sono stato costretto ad aumentare il dosaggio dei farmaci». Il medico ha fatto presente a tutti gli interlocutori ecclesiastici della curia, con i quali è venuto in contatto, che D. E. è «ossessionato dal bisogno di avere giustizia dalla Chiesa, nella quale continua a credere».
    La seconda vittima, invece, è un uomo di 37 anni, G.S.. Una storia simile. «Anche io sono stato violentato da don Silverio. La prima volta accadde in canonica e avevo 11 anni. Cominciò a toccarmi in mezzo alle gambe».
    G.S., a riprova dell’ autenticità del suo racconto, riferisce persino alcuni dettagli anatomici intimi del prete. «Ora ho paura che possa fare del male ad altri bambini. Quando vedo mio figlio di 4 anni, penso alla necessità che la Chiesa intervenga per togliergli per sempre la possibilità di fare del male.
    Fino al 2014 ha continuato ad insegnare nelle scuole». All’ interno della Chiesa questa storia è apparsa come una specie di sceneggiata messa in piedi per spillare soldi alla curia, piuttosto che affrontarla come un caso inquietante che necessitava di un supplemento di attenzione generale per diradare ogni ragionevole dubbio.

    Eppure gli elementi per incoraggiare un’ indagine non erano pochi. C’ erano una denuncia ai carabinieri sporta 4 anni prima da uno degli abusati (sebbene il reato sia ormai caduto in prescrizione), referti psichiatrici, ma soprattutto accuse fermissime, piene di dettagli, ripetute in modo accorato da quegli ex bambini, che oggi sono adulti. Storie parallele, sinistramente affini, con strascichi psicologi pesanti. Le vittime delle molestie dicono di non riuscire a capacitarsi di tanta indifferenza da parte della Chiesa, e invocano giustizia canonica, per impedire che il prete accusato possa nuocere ad altri bambini. Nel frattempo hanno avviato una causa civile, chiedendo un risarcimento di 1.200.000 euro, perché il reato, come si è detto, è ormai prescritto.
    I procedimenti di questo genere spesso si concludono con un accordo extragiudiziale tra le parti, come è accaduto recentemente anche a Bolzano. È il caso di una giovane donna che, durante le sedute di psicanalisi a cui si sottoponeva per guarire dai suoi disturbi di ansia, ha rievocato l’ inferno di un abuso da parte di un parroco subìto quando aveva 8 anni.

    Se davanti allo scandalo del Cile il Papa, colto da mille dubbi al suo ritorno a Roma, ha sentito il bisogno di mandare un vescovo specializzato ad ascoltare le vittime e a cercare riscontri oggettivi, per fare luce sull’ operato del vescovo Barros accusato di coperture a un pedofilo cileno, sul caso di Napoli sembra che a nessuno sia ancora venuto in mente di andare a fondo. Facendo fare altri riscontri. Dando voce alle vittime.

    Il Mattino del 2-2-2018

  • Napoli, vittima di pedofilia denuncia prete | Ma la Curia: niente processo

    Napoli, vittima di pedofilia denuncia prete | Ma la Curia: niente processo

    Dopo una prima indagine nel 2014, il caso di Ponticelli è stato chiuso. Il sacerdote è stato mandato in una località segreta, la vittima screditata. Ma ora sono emerse anche nuove accuse

    “Mi ha violentato quando avevo 13 anni. Diceva che il mio seme lo aiutava a stare meglio, a curarsi. Solo a 16 anni mi sono sottratto a questo dominio”. E’ la terribile accusa di chi nel 2014, a Ponticelli, ha trovato il coraggio di denunciare il sacerdote che per anni lo aveva violentato. La replica della Curia di Napoli, dopo una prima indagine, è stata quella di archiviare il caso, screditando quindi le accuse sui presunti abusi e trasferendo in una località segreta don Silverio M..

    “Non si ravvisano elementi tali da giustificare l’apertura di un procedimento”: così scriveva nel 2014 la segreteria di Stato vaticano alla Congregazione della Fede sulle pesanti accuse di pedofilia. Nel comunicato non solo si screditava il denunciante, ma non se ne celava il nome, tanto da causargli la perdita del posto di lavoro. Il prete invece fu mandato in una località segreta “per un periodo di riposo e distacco”.

    La Curia partenopea ha sempre respinto le accuse affermando a suo favore che la vittima non si è mai voluta sottoporre a una visita psichiatrica con un esperto di ricostruzione della falsa memoria. Come scrive Il Messaggero, però, nel 2016 l’esperto della Curia aveva “interrogato” la presunta vittima, che da quella seduta aveva subito pesanti ripercussioni psicologiche, come ha affermato poi lo psichiatra da cui è in cura D. E..

    Ad accusare il sacerdote di pedofilia anche un uomo di 36 anni: “La prima volta accadde quando avevo 11 anni, cominciò a toccarmi in mezzo alle gambe”. “Ora ho paura che possa fare male anche ad altri bambini”. Con lui nuove voci stanno trovando il coraggio di parlare e probabilmente molte di queste testimonieranno all’udienza di ottobre nella causa civile di risarcimento avviata presso il tribunale di Napoli. Se la Curia continua a respingere ogni accusa, dal Vaticano non è stata ancora fatta nessuna richiesta, quantomeno, per approfondire il caso.

    http://www.tgcom24.mediaset.it/cronaca/napoli-vittima-di-pedofilia-denuncia-prete-ma-la-curia-niente-processo_3121074-201802a.shtml

  • Vittima di un prete pedofilo: ‘Il Papa conferma Sepe? E io inizio lo sciopero della fame’

    Vittima di un prete pedofilo: ‘Il Papa conferma Sepe? E io inizio lo sciopero della fame’

    Diego Esposito, abusato quando aveva 13 anni, non riesce ad avere giustizia dalla Chiesa: “Se mai mi dovesse accadere qualcosa la colpa questa volta sarà solo e esclusivamente del papa Francesco, che premia i cardinali protettori dei preti pedofili invece di dare ascolto a noi vittime.”.

    Non si placano le polemiche dopo la decisione di papa Francesco di concedere “almeno altri due anni” di proroga al cardinale Crescenzio Sepe alla guida dell’arcidiocesi di Napoli. Il ministero di Sepe sarebbe dovuto scadere il prossimo 2 giugno, al compimento dei 75 anni di età, ma il pontefice, che nella Chiesa è un monarca assoluto, ha il potere di prorogare questo termine. Diego Esposito, nome di fantasia che lui stesso si è dato, 41 anni, sposato e con tre figli, ha deciso di entrare in sciopero della fama per protestare contro questa scelta del Papa. Esposito, infatti, accusa da anni Sepe di aver coperto un presunto prete pedofilo, don Silverio Mura, che avrebbe abusato di lui e di molti altri quando erano solo ragazzini. Diego ha scritto una e-mail al segretario del Papa per annunciargli che è disposto anche a lasciarsi morire se Sepe non sarà rimosso. “Il Papa conferma il cardinale Sepe per altri due anni dandogli fiducia. – scrive Esposito – Con questo traggo la conclusione che un cardinale che ha protetto un prete pedofilo, don Silverio Mura, viene premiato. Ora pero voglio mettere fine a tutto ciò: sono stanco e offeso da tutto e da tutti nella Chiesa. Inizierò nuovamente lo sciopero della fame fino alla fine se ne sarà necessario e questa volta non terrò in considerazione nessuna telefonata, ma solo fatti scritti e concreti. Se mai mi dovesse accadere qualcosa la colpa questa volta sarà solo e esclusivamente del papa Francesco che premia i cardinali protettori dei preti pedofili invece di dare ascolto a noi vittime.”

    Eppure un anno fa Diego ebbe rassicurazioni da monsignor Angelo Becciu, sottosegretario per gli Affari Generali della Santa Sede, il quale, a nome di papa Francesco garantì che “che sarebbe intervenuto personalmente sulla Congregazione della dottrina della fede e sulla Curia di Napoli, sollecitando una rapida chiusura dell’inchiesta aperta due anni fa a carico di don Silverio Mura.” Non risulta che Becciu sia mai intervenuto sulla vicenda in modo fattivo, mentre il cardinale Sepe è stato premiato con la proroga nell’incarico. Diego aveva tredici anni quando subì la sua prima violenza. Nel 2010 denunciò don Silverio, mentre il procedimento aperto dalla Congregazione per la Dottrina della Fede, l’unico organismo che ha il potere di ridurre allo stato laicale un sacerdote che si sia macchiato di reati gravi come la pedofilia, è stato chiuso nel 2016 per mancanza di prove. Nel 2015 Diego era stato convocato in Curia per essere sottoposto ad una perizia psichiatrica, ma gli era stata negata possibilità di farsi accompagnare un medico di sua fiducia, dunque non se ne fece nulla. Per la giustizia italiana, invece, i reati sono da tempo prescritti. Due giorni fa, il Papa, incontrando Sepe, non avrebbe fatto cenno al caso. Anzi, recita il comunicato della Curia partenopea, il pontefice “con parole affettuose e di apprezzamento del lavoro svolto in questi anni dal Cardinale Sepe lo ha invitato a continuare “almeno per altri due anni”, confermandogli, quindi, la propria fiducia e rinnovandogli il mandato pastorale.” Parole che hanno offeso ed indignato Diego il quale promette di lasciarsi morire se il Papa non risponderà al suo appello.

    https://napoli.fanpage.it/vittima-di-un-prete-pedofilo-il-papa-conferma-sepe-e-io-inizio-sciopero-della-fame/

     

  • Sepe supera l’ostacolo pedofilia, il Papa lo conferma all’Arcidiocesi di Napoli.

    Sepe supera l’ostacolo pedofilia, il Papa lo conferma all’Arcidiocesi di Napoli.

    Il cardinale avrebbe dovuto lasciare la diocesi a giugno, al compimento dei 75 anni. Papa Francesco, invece, gli ha chiesto di rimanere a Napoli “almeno altri due anni”.

    La decisione di papa Francesco è arrivata un po’ a sorpresa: il cardinale Crescenzio Sepe otterrà una proroga e potrà restare arcivescovo di Napoli per “almeno altri due anni”. La notizia è stata fatta trapelare dallo stesso Sepe, mentre in Vaticano come nel capoluogo partenopeo ci si preparava già alla sua successione ed era pure partito il totosostituto. Invece no: l’inscalfibile Sepe non si muoverà da Napoli nonostante il prossimo 2 giugno compirà i 75 anni, età che prevede le dimissioni obbligatorie dall’incarico.

    Papa Francesco ha lasciato tutti, ancora una volta, carichi di meraviglia. Durante un colloquio riservato, ha chiesto a Sepe di restare al suo posto. Il prelato napoletano, che mirava proprio a questo, rimasto molto soddisfatto. Nei giorni precedenti erano circolate voci che volevano la messa in pensione di Sepe come cosa praticamente scontata. Su di lui grava, tra l’altro, l’accusa di aver coperto almeno un sacerdote pedofilo. Un’accusa mai provata e al quale Francesco ha fatto capire di non credere affatto. Così, Sepe non si muoverà da largo Donnaregina almeno fino al 2020, con buona pace di tutti i suoi amici, a Roma e a Napoli.
    Sepe è figura da tempo “chiacchierata”. Noto per le sue omelie al limite del bizzarro e per la sua presenza a tutti i più importanti party cittadini, è entrato nel cuore della gente per il suo stile semplice e diretto. Tuttavia, nel corso della sua carriera ecclesiastica ha affrontato diversi scandali, l’ultimo dei quali è proprio quello legato alla presunta copertura di don Silverio Mura. Grande organizzatore del Giubileo del 2000, Giovanni Paolo II lo premiò creandolo cardinale e dandogli la guida della potente e ricchissima Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli. La sua gestione della Congregazione spinse Benedetto XVI ad allontanarlo da Roma, spedendolo alla guida dell’arcidiocesi partenopea.
    Nel 2010 Sepe fu iscritto nel registro degli indagati dalla Procura di Perugia per aver concesso all’ex ministro dei trasporti Pietro Lunari alcuni appartamenti di proprietà della Congregazione a prezzo di favore in cambio di alcuni lavori al lussuoso palazzo della Congregazione stessa in piazza di Spagna a Roma. Nel 2001 Sepe nominò il dirigente pubblico Angelo Balducci, gentiluomo di Sua Santità, consultore della Congregazione: diverse inchieste giudiziarie hanno svelato intrecci di potere tra il burocrate ed il cardinale. Nel 2014 l’ex sottosegretario all’economia Nicola Cosentino, arrestato per aver favorito la camorra casertana, svelò di aver assunto due nipoti del cardinale su richiesta dello stesso Sepe.

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  • Pedofilia, Sepe + 4 in aula il 22 gennaio

    Pedofilia, Sepe + 4 in aula il 22 gennaio

    IL 22 GENNAIO non sarà una giornata facile per l’arcivescovo di Napoli Crescenzio Sepe. Comincia infatti al tribunale di Napoli, davanti al giudice della prima sezione civile Ulisse Forziati, il processo avviato da Diego Esposito (nome di fantasia) violentato dal 1989, quando aveva tredici anni, fino al 1992 da don Silverio Mura, un sacerdote che insegnava in una scuola di un quartiere napoletano periferico, Ponticelli.

    L’atto di citazione, redatto dall’avvocato Carlo Grezio che assiste Esposito e lavora per la ‘Rete L’Abuso’, l’associazione delle vittime dei preti pedofili presieduta da Francesco Zanardi, è stato notificato alla curia partenopea il 23 febbraio scorso e la prima udienza, fissata per il 6 giugno, era stata poi rinviata da Forziati per una notifica non corretta.

    Cinque le parti citate in giudizio da Esposito: oltre Silverio Mura, difeso dall’avvocato Augusto Imondi, ci sono Crescenzio Sepe, l’arcidiocesi di Napoli, il cui legale rappresentante è Martin Baron
    Sepe, il vescovo Lucio Lemmo, tutti assistiti dall’ex presidente dell’Ordine degli avvocati napoletani Francesco Caia, e il ministero dell’Istruzione, dell’università e della ricerca perché l’approccio è avvenuto all’interno della scuola.

    Esposito acquista consapevolezza del suo trauma nel 2010 quando va in cura dallo psichiatra Alfonso Rossi e inizia la sua battaglia per far conoscere le violenze che ha subìto; di lui parlano tutti: nel 2013 è in prima pagina sul Washington Post, diretto da Martin Baron (‘Spotlight’) e nel febbraio del 2017 Repubblica gli dedica una pagina.

    Nell’ottobre del 2016 scrive una lettera a papa Francesco per denunciare “il cardinale Crescenzio Sepe per gravi negligenze nell’esercizio del proprio ufficio”. La decisione di scrivere al papa scaturisce dall’atteggiamento sprezzante tenuto negli anni dalla curia partenopea di fronte alle richieste di Esposito di essere ascoltato o di incontrare Sepe, atteggiamento culminato nel febbraio scorso in un comunicato ‘violento’ partito da largo Donnaregina in risposta alla pagina di Repubblica: in trentatré righe, in violazione clamorosa delle norme sulla privacy, il nome del ‘violentato’ viene ripetuto otto volte, una ogni quattro righe.

    Nell’udienza del 22 gennaio il giudice Forziati dovrebbe dare i termini per poter articolare i mezzi istruttori e tra questi l’indicazione dei testi da ascoltare. Finora un pilastro della linea della curia è stato il fatto che le accuse contro Silverio Mura arrivavano soltanto da Diego Esposito, una tesi che in giudizio sarà difficile mantenere dal momento che un altro ragazzo di Ponticelli, Giuseppe Scognamiglio (nome di fantasia), ha già raccontato in varie trasmissioni televisive, tra l’altro il 25 novembre scorso al programma di Federica Sciarelli ‘Chi l’ha visto’, ed è pronto a confermare in tribunale le violenze subite da Silverio Mura. E altre nove vittime del sacerdote, tuttora in tonaca, hanno già dato la disponibilità a venire in aula per testimoniare.