Osservatorio della Rete L'ABUSO

Categoria: Cronaca e News

  • Pedofilia, la Chiesa è troppo egoista per sconfiggerla davvero

    Pedofilia, la Chiesa è troppo egoista per sconfiggerla davvero

    di Marco Marzano

    Quella raccontata da Andrea Cattaneo ed Ersilio Mattioni sull’ultimo numero di Fq Millennium è una storia di ordinaria pedofilia clericale: in una sera di dicembre del 2011, a Rozzano, periferia milanese, il giovane prete don Mauro Galli convinse la famiglia di Davide, un ragazzino quindicenne che frequentava l’oratorio, a lasciarlo dormire nei locali della parrocchia. Il sacerdote persuase i genitori del giovane che a trascorrere quella notte in parrocchia ci sarebbero stati parecchi coetanei di Davide. E invece ad un certo punto i ragazzi andarono via tutti, Davide rimase da solo e don Mauro se lo portò nel letto facendolo accomodare accanto a sé sotto le lenzuola. Il giorno seguente, la mamma e il papà di Davide vennero avvisati dalla scuola che il ragazzo non stava bene, che c’era qualcosa che non andava. Seguirono la scoperta di quello che era avvenuto la sera prima, il tentativo di ottenere giustizia dalla diocesi, un tentativo di suicidio del ragazzo, la denuncia ai carabinieri, il processo a don Mauro.

    La vicenda suggerisce alcune considerazioni:

    1. La burocrazia ecclesiale ha operato avendo a cuore soprattutto il proprio bene. Il bene di non perdere un suo funzionario è quello che spiega il precipitoso trasferimento del prete in una parrocchia pochi chilometri più a Nord. A quel primo spostamento ne seguiranno altri: a Roma, in vari ospedali milanesi e nella nuova sconosciuta residenza di oggi. Mettere al riparo dai guai una propria preziosa pedina in tempi di difficile reclutamento di nuovi effettivi sembra essere stato, almeno all’inizio, un obiettivo prioritario, in nome del quale, lo si legge nell’articolo di Cattaneo e Mattioni, si è potuto anche arrivare a dire alla comunità di fedeli di Legnano dove il giovane sacerdote era stato ricollocato (come responsabile della pastorale giovanile di quattro oratori!) dopo l’episodio increscioso, che il povero prete transfuga da Rozzano stava tentando di sfuggire alla persecuzione messa in atto dalla famiglia di un adolescente difficile scappato di casa che lui aveva generosamente accolto in parrocchia. La famiglia persecutrice sarebbe quella di Davide, il perseguitato don Mauro.

    Una sollecitudine analoga per la sorte del proprio funzionario è quella che ha portato l’attuale vescovo di Milano (allora vicario di Scola) Mario Delpini, in un primo tempo a ringraziare i familiari per non essersi rivolti alla magistratura e poi, quando le cose si sono messe male per il giovane prete, a cercare più volte di incontrarlo e a metterlo infine in contatto con l’avvocato della Curia. Protezione della risorsa umana minacciata e tutela dell’immagine e del decoro dell’istituzione ecclesiale. I principi guida dell’istituzione paiono essere stati questi.

    2. Il vertice del cattolicesimo non sembra particolarmente sensibile al tema della lotta alla pedofilia dei propri uomini. Pochi mesi fa, Mario Delpini è stato nominato vescovo di Milano e nel gennaio di quest’anno, nel corso della sua visita in Cile, papa Francesco ha esplicitamente dichiarato che quelle contro il vescovo Barros, accusato di aver ripetutamente protetto un prete pedofilo, erano tutte calunnie, che contro l’alto prelato non c’era uno straccio di prova.

    Jorge Mario Bergoglio ha poi fatto, nelle settimane successive e in seguito alla fortissima reazione negativa che le sue parole hanno prodotto tra i fedeli e nell’opinione pubblica cilena e mondiale, una vigorosa marcia indietro, sostenendo di essere stato male informato. Intanto quelle parole sono state pronunciate e non potevano certo nascere da un giudizio improvvisato. Io credo che molti dirigenti ecclesiali siano, da un lato, perfettamente consapevoli dell’enorme minaccia che proviene, per la reputazione della loro organizzazione, dall’esplosione di casi come quello di Rozzano, ma che dall’altro non riescano a modificare davvero le loro reazioni e i loro comportamenti. E non vi riescono perché al fondo non vogliono e non possono, a mio parere, accettare l’idea che si diffonda nel pubblico, tra i credenti, l’idea che l’istituzione “sacra” per eccellenza, la mediatrice di salvezza per tutti i peccatori, accolga, educhi e promuova così tanti autori di un crimine orrendo come la pedofilia, perché non vogliono e non possono prendere in considerazione l’idea che il modo in cui formano il clero nei seminari sia una delle cause che produce la patologia successiva.

    In attesa che la Chiesa inizi a riflettere su tutto questo, ai genitori di ragazzini che disgraziatamente finissero nella situazione di Davide mi sento di consigliare di rivolgersi subito alla “Rete l’ABUSO”, l’associazione che ha aiutato i genitori di Rozzano e tante altre vittime di preti pedofili, e soprattutto ai carabinieri. E di esigere dallo Stato e dall’intera comunità civile che venga fatta, e al più presto, giustizia. Nell’interesse loro e di noi tutti.

    L’inchiesta completa di Andrea Cattaneo ed Ersilio Mattioni è sul numero Fq Millennium di aprile, per gli ultimi giorni in edicola e disponibile sullo shop online

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/04/27/pedofilia-la-chiesa-e-troppo-egoista-per-sconfiggerla-davvero/4320658/

  • Papa Francesco e la sindrome cilena

    Papa Francesco e la sindrome cilena

    Chiederà perdono alle vittime di pedofilia in Cile. Presente a Roma anche il discusso cardinale Errázuriz. E il 1° maggio arriva la sentenza su Pell

    Papa Francesco incontrerà individualmente, uno per uno, nel fine settimana, le tre principali vittime di abusi sessuali da parte di padre Fernando Karadima in Cile. Sono passati tre mesi dopo lo scoppio del “caso Barros”, dopo che le accuse di “copertura” al vescovo di Osorno, Juan Barros – uno degli allievi di Karadima – hanno funestato la visita apostolica del Pontefice in Cile. Dopo che il Papa si è trovato costretto a chiedere scusa per alcune sue valutazioni e a ordinare un’inchiesta sul campo, chiamando a Roma a metà maggio tutti i vescovi del Cile.

    Le tre vittime (Juan Carlos Cruz, Andrés Murillo e James Hamilton) sono a Roma già da sabato scorso, ospiti della Casa Santa Marta, accolti nella stessa residenza del papa, come gli ospiti di riguardo, dopo che per anni erano stati accusati dalla stessa gerarchia cilena di rappresentare un male per la Chiesa.

    Una dichiarazione del portavoce della Sala Stampa vaticana, Greg Burke, ha reso noto stamattina che il Papa li “ringrazia per aver accettato l’invito”. Poi, la nota spiega con precisione lo spirito dell’iniziativa: Francesco “desidera chiedere loro perdono, condividere il loro dolore e la Sua vergogna per quanto hanno sofferto e, soprattutto, ascoltare tutti i loro suggerimenti al fine di evitare che si ripetano tali fatti riprovevoli. Il Papa riceverà le vittime individualmente, lasciando parlare ciascuno di loro tutto il tempo necessario”.

    La Dichiarazione si conclude con il pensiero del Papa rivolto al suo previsto incontro con i 32 vescovi dell’Episcopato cileno tra il 14 e il 17 maggio prossimo: “Il Santo Padre chiede preghiere per la Chiesa in Cile in questo momento doloroso, auspicando che questi incontri possano svolgersi in un clima di serena fiducia ed essere un passo fondamentale per rimediare ed evitare per sempre gli abusi di coscienza, di potere e, in particolare, sessuali all’interno della Chiesa”. E qui la Nota ribadisce i concetti chiave contenuti nella lettera del Papa ai vescovi cileni dell’8 aprile, e cioè, che bisogna lavorare per sanare e guarire le ferite del corpo ecclesiale e della società causate da “gli abusi di coscienza, di potere e sessuali”.

    Tutto a posto, dunque? Non esattamente.

    Perché la contemporanea presenza a Roma per i lavori del cosiddetto Consiglio della corona di Francesco, il cosiddetto C9 dei cardinali che lo aiutano nel governo della Chiesa universale, riunito per continuare i lavori sulla riforma della Curia, ha fatto sì che sia in Vaticano in queste stessi giorni anche il cardinale Francisco Javier Errázuriz, indicato dalle vittime di Karadima come uno dei principali “insabbiatori” del caso Barros. Accuse pubblicamente avanzate fin dal maggio 2014 davanti al Comitato contro la Tortura dell’Onu di Ginevra anche dallo Snap, l’associazione americana delle vittime sessuali dei preti.

    Secondo quanto riportato dal maggiore organo di informazione cileno “La Tercera”, Cruz addirittura avrebbe avuto un incontro casuale con il cardinale nei pressi dell’Ambasciata del Cile, dove tutti e due si stavano recando. Cruz racconta di un incontro piuttosto teso. “È furioso – racconta Cruz – Sta facendo pressioni, sta facendo lobby, è disperato, l’uomo non sa più cosa fare, perché sta venendo tutto giù”. In ogni caso Cruz confida che qualche cosa di buono derivi dall’incontro con il Papa. Lo vedrà domenica pomeriggio, quando Francesco ha liberato completamente la sua agenda per poterci parlare. Probabilmente ci sarà un incontro con tutte e tre le vittime insieme lunedì. Ma Cruz dichiara alla Reuters: “Buone e belle parole non taglieranno via tutto questo. Bisogna agire concretamente. Non c’è più tempo, i vescovi che hanno “intossicato” l’informazione che è stata data al Papa devono essere messi da parte. Gli ho detto: Santo Padre, non voglio essere usato come uno strumento di pubbliche relazioni”.

    A nessuno sfugge infatti che questi incontri con le vittime cilene avverranno poche ore prima di un altro appuntamento caldo: in Australia, il magistrato di Melbourne, il 1 maggio prossimo, dirà se un altro membro del C9 di Francesco, il cardinale George Pell, prefetto della Segreteria dell’Economia, dovrà andare processo per abusi sessuali che avrebbe personalmente commesso nel passato. Accuse che Pell ha veementemente negato.

    Facendo un parallelo con la “sindrome cinese” (titolo del famoso film che faceva riferimento ad una teoria secondo la quale in caso di un incidente a una centrale nucleare, con fusione del nocciolo del reattore, questo fonderebbe perforando la crosta terrestre, fino dall’altra parte della Terra, fino alla Cina), si potrebbe dire che la “sindrome cilena”, potrebbe innescare una reazione a catena nella Chiesa cattolica.

    https://www.huffingtonpost.it/2018/04/25/papa-francesco-e-la-sindrome-cilena_a_23420075/

  • Il Papa riceve tre cileni abusati: “Chiederò perdono e consigli”

    Il Papa riceve tre cileni abusati: “Chiederò perdono e consigli”

    Papa Bergoglio sarebbe circondato “da persone tossiche che devono andarsene”. Ecco la frase di una delle vittime cilene di Karadima, quelle che incontreranno Bergoglio nel prossimo fine settimana

    La scelta del pontefice, seppur in maniera indiretta, riguarda il caso del vescovo Barros.

    Fernando Karadima è un ex sacerdote cattolico cileno, uno che nella sua nazione ha formato buona parte del clero e che è ritenuto colpevole di abusi sessuali ai danni di minori. La Congregazione per la Dottrina della Fede, dopo l’emersione dello scandalo, lo ha costretto ad abbandonare la talare e lo ha condannato a una vita di preghiera e penitenza. Tra i suoi allievi c’era il vescovo Juan de la Cruz Barros, quello che Papa Bergoglio avrebbe promosso nella diocesi di Osorno nonostante le accuse di “aver preso parte e/o di aver assistito” agli abusi perpetrati dal suo maestro.

    Il papa, dopo aver mandato l’arcivescovo Scicluna (l’uomo cui Ratzinger ha dato pieno mandato per combattere la pedofilia nella Chiesa) a indagare, ha fatto marcia indietro dichiarando di aver commesso errori di valutazione a causa della mancanza di informazioni “vere ed equilibrate”. La difesa del pontefice del vescovo Barros aveva suscitato la reazione piccata del cardinale americano O’Malley. Una polemica rientrata poche ore dopo, ma che aveva fatto emergere come sul caso Barros esistesse più di un punto di vista. Poi, il pontefice argentino ha convocato i vescovi cileni in Vaticano. La sensazione, insomma, è che le accuse mosse nei confronti del vescovo Barros abbiano trovato più di un riscontro.

    “Il prossimo fine settimana – si legge nella comunicazione di Greg Burke, direttore della Sala Stampa della Santa Sede – il Santo Padre accoglierà a Casa Santa Marta tre vittime di abusi commessi dal clero in Cile: rispettivamente Juan Carlos Cruz, James Hamilton e Jose Andrés Murillo”. Tre incontri singoli e separati, attraverso i quali ci si aspetta che Bergoglio chieda perdono per quanto avvenuto in passato e metta definitivamente la parola fine agli scandali che stanno interessando la Chiesa cilena. Le vittime, secondo quanto si è appreso, potranno parlare per tutto il tempo necessario. Risalta, in particolare, una dichiarazione di Juan Carlos Cruz, che pochi giorni prima di essere ricevuto dal pontefice ha detto all’agenzia Reuters che Papa Francesco è circondato “da persone tossiche che devono andarsene”. Una delle domande aperte, in effetti, riguarda i nominativi di chi avrebbe dato a Bergoglio queste informazioni non vere sul caso Barros. Quelle per cui il Papa, in qualche modo, sarebbe finito per difenderlo parlando persino di “calunnie” risponendo a chi gli chiedeva del caso.

    Il dossier sul vescovo Barros, quello che l’arcivescovo Scicluna ha confezionato in Cile e poi consengato al pontefice, sarebbe di 2.300 e conterrebbe le testimonianza di sessantaquattro persone. Ci si aspetta, in definitiva, che il Vaticano prenda provvedimenti a breve.

    http://www.ilgiornale.it/news/mondo/abusi-cile-papa-circondato-persone-tossiche-1519413.html

  • Chi protegge i preti pedofili? Lo Stato fa finta di niente

    Chi protegge i preti pedofili? Lo Stato fa finta di niente

    Il governo non risponde alla diffida di Rete L’Abuso, in cui si contesta di non aver mai adottato le misure necessarie per contrastare le violenze su minori di matrice ecclesiastica sul territorio italiano. Violando così la Convenzione Onu per i diritti dell’infanzia e la Convenzione di Lanzarote

    IL CASO di Federico Tulli

    Chi vede un bambino non vede nulla»; «Felice chi ha dei figli, ma non infelice chi non ne ha»; «Piccolo è il bambino, piccolo è il lutto»; «Non si deve dire un segreto a una donna, a un pazzo o a un bambino». Si tratta di una breve antologia di detti popolari coniati nell’attuale Europa tra il XV e il XVI secolo e raccolti dallo storico Jean Delumeau in uno dei suoi saggi più famosi, Il peccato e la paura (Il Mulino, 2006). «Quando ebbe inizio l’età moderna europea – spiega Delumeau – l’atteggiamento d’incomprensione nei riguardi dell’infanzia si rivela ancora largamente diffuso e riveste due aspetti tra loro complementari: la scarsa sensibilità per la freschezza e l’innocenza del fanciullino, la scarsa emozione per la sua fragilità; e la tendenza a vedere il fanciullo in età scolare (come diremmo noi oggi) come un insieme di difetti, un essere cattivo e maligno che occorreva necessariamente disciplinare affinché non diventasse adulto malvagio». Questa antologia di proverbi, «per quanto contenuta, ci fa capire che il bambino non era riconosciuto come tale. Si tratta di una creatura che acquisterà valore solo quando sarà stata disciplinata, diventando uomo», osserva lo storico francese. La sua chiave di lettura del rapporto del mondo adulto con quello dell’infanzia nella cultura occidentale e cristiana al termine del Medioevo, può essere utile per osservare anche alcuni fatti di estrema attualità.

    L’annullamento dell’identità umana del bambino non è infatti una dinamica che appartiene solo al passato, né tanto meno – purtroppo – è stata definitivamente consegnata alla Storia della nostra civiltà. L’idea violentissima che scaturisce dalla “fusione fredda” tra il logos – il bambino non è un essere umano finché non entra nell’età della ragione (paideia) – e il pensiero religioso cattolico – il bambino è malvagio per natura (peccato originale) -, ne porta con sé un’altra altrettanto criminale: se non è essere umano, lo si può uccidere tranquillamente. Va ricercata qui, in estrema sintesi, la radice “culturale” della pedofilia, della sua giustificazione e della protezione riservata ai pedofili ad esempio dai gerarchi vaticani, di cui tanto spesso si sente parlare nel caso dei sacerdoti stupratori. Non solo. Contro questo crimine orrendo tante parole vengono spese e tanti impegni sono presi a livello istituzionale, ma poi, nei fatti, raramente si traducono in qualcosa di concreto.

    È questo il caso dell’Italia, e del nostro governo e Parlamento, in particolare quando c’è di mezzo la Chiesa cattolica. Veniamo ai fatti. Nel 2016, per primi su Left (n. 50 del 10 dicembre) denunciammo con l’avvocato Caligiuri del foro di Roma, la violazione della Convenzione di Lanzarote per la protezione dei minori contro lo sfruttamento e l’abuso sessuale, ratificata dall’Italia nel 2012. Ci si riferiva allora alle condizioni di estrema vulnerabilità e discriminazione in cui le presunte vittime di abusi si trovano a rendere testimonianza ai procedimenti penali contro i preti nei tribunali ecclesiastici presenti in territorio italiano. «Non solo nell’aula di giustizia ecclesiastica neppure è ammessa l’assistenza del difensore di chi ha denunciato l’abuso – ricorda Caligiuri – ma soprattutto viene negato il supporto psicologico di tecnici di comprovata esperienza legittimati a operare affinché la vittima, una persona che ha subito uno sconvolgimento emotivo, non incorra nella creazione di falsi ricordi. Fino a disattendere quanto stabilito per la cura e il sostegno alle vittime dalla Convenzione di Lanzarote». A questo protocollo possono aderire anche i Paesi che non fanno parte del Consiglio d’Europa, ma il Vaticano non l’ha mai fatto. «Pensando al contro esame, il dato più inquietante emerge dal versante delle garanzie costituzionali – sottolinea Caligiuri -. La difesa di un sacerdote, già imputato per abusi dal Vaticano, ha il vantaggio di acquisire prima dell’eventuale processo italiano la rievocazione narrativa che la vittima darà del fatto storico, i punti deboli su cui calcare la mano, le peculiarità anche caratteriali, la sua realtà emotiva». Con queste informazioni si ha la possibilità di farla cadere in contraddizione. «Non a caso lo studio reciproco dell’avversario è un dato che gli avvocati curano molto nei processi – conferma Caligiuri -. Siamo pertanto in presenza di una disparità di trattamento in favore dei preti cattolici rispetto a qualsiasi altro cittadino italiano».

    Sulla base di queste osservazioni, il 19 febbraio scorso l’associazione Rete L’Abuso, proprio per mano di Mario Caligiuri, ha inviato una diffida alla presidenza del Consiglio per «condotte omissive del dovere di protezione dei minori dagli abusi nel clero, violazione della Convenzione Onu sui diritti del fanciullo, violazione della Convenzione di Lanzarote e altre inosservanze più elementari direttamente riferibili alla Costituzione italiana» (v. Left n. 9 del 2 marzo 2018).

    Tra i destinatari della diffida non c’è solo Paolo Gentiloni. Leggiamo anche: la XII Commissione affari sociali della Camera, il garante nazionale per l’Infanzia e l’adolescenza e la presidenza del Parlamento europeo. Per conoscenza hanno ricevuto il documento l’Unicef, il Comitato Onu per i diritti dell’infanzia, il presidente della Repubblica (come garante della Costituzione), l’Istituto interregionale per la ricerca sulla criminalità e la giustizia delle Nazioni Unite (Unicri) e il Centro di ricerca innocenti Unicef. In base alla legge che regola i rapporti tra i cittadini e le istituzioni, sono obbligati a rispondere entro 30 giorni. Tuttavia, quando scriviamo di giorni ne sono passati 60, e volete sapere se qualcuno del Palazzo si sia degnato di rispondere all’associazione che si occupa di tutelare i diritti di centinaia di vittime italiane di preti pedofili?

    Prima di rispondere a questa domanda, il presidente di Rete L’Abuso, Francesco Zanardi, tiene a sottolineare alcuni aspetti: «Il nostro Paese, come la Santa sede, ha ratificato la Convenzione Onu per i diritti dell’infanzia, e il solo fatto che lo Stato permetta alle gerarchie ecclesiastiche di attuare indisturbate sul territorio italiano le stesse violazioni contestate alla Santa sede dal Comitato d’inchiesta Onu (v. Left n. 6 del 15 febbraio 2014), equivale non solo ad infrangere quella stessa convenzione, ma anche a rendersi responsabile civile nei confronti dei propri cittadini». E cosa contesta l’Onu all’istituzione governata da papa Francesco?

    Questioni niente affatto marginali: di non aver «preso le misure necessarie per affrontare i casi di abuso “sessuale” e per proteggere i bambini», e di «aver adottato politiche e normative che hanno favorito la prosecuzione degli abusi e l’impunità dei responsabili». E ancora. Oltre quanto evidenziato da Caligiuri «lo Stato italiano disattende la Convenzione di Lanzarote per quanto riguarda il cosiddetto certificato antipedofilia», racconta Zanardi. È questo un documento che attesta la pulizia della fedina penale in riferimento a reati di natura “sessuale” che viene richiesto all’atto dell’assunzione a determinate categorie professionali a rischio. Vale a dire a quelle più a contatto con i minori. Diversamente da altri Paesi aderenti, il nostro non ha previsto questo obbligo per una fascia che invece è da sempre particolarmente a rischio, ovvero quella del volontariato “minorile”: allenatori di calcio, istruttori di vario genere, educatori, scout e così via. «Sembra un vuoto normativo creato quasi ad hoc e forse non è un caso, dato che a questa categoria appartengono anche i sacerdoti» osserva Zanardi.

    E dunque, chiediamo al presidente di Rete L’Abuso, come ha reagito il governo italiano alla vostra diffida? «Ad oggi, non è ancora pervenuta alcuna risposta da parte di nessuno degli uffici chiamati in causa. Malgrado la gravità dei fatti esposti, le istituzioni italiane hanno tacitamente deciso di non intervenire. Malgrado la priorità che dovrebbe avere un’istanza che riguarda i diritti e l’incolumità dei bambini, è come se per lo Stato il problema non esistesse. A questo punto può configurarsi il reato di omissione di atti d’ufficio da parte degli uffici inadempienti». Moderni interpreti di antiche idee e credenze inumane da rifiutare.

    LEFT del 20 aprile 2018

  • “Maltrattati e insultati all’asilo”: due bambini possono testimoniare, nei guai una suora

    “Maltrattati e insultati all’asilo”: due bambini possono testimoniare, nei guai una suora

    Nei guai anche una suora. “Hai le briciole in testa” una delle frasi rivolte ai piccoli e contestate 

    Arezzo, 17 aprile 2018 – Potranno raccontare anche al Gip quello che hanno già detto in famiglia, che a soli quattro anni cioè avrebbero subito i maltrattamenti e gli insulti della suora di un asilo cattolico della periferia, in una delle frazioni di cintura. Parole anche pesanti che sarebbero andate ad offendere la sensibilità dei piccoli: «Hai la testa piena di briciole», «non capisci niente», «stupido», «deficiente» e persino un politicamente scorrettissimo «handicappato». Il via libera è arrivato dalla psicologa Veronica Andreini, che in dicembre era stata incaricata dal Gip Giampiero Borraccia di una perizia sulla capacità di testimoniare dei piccoli.

    Ebbene, scrive la professionista nella sua relazione finale, due dei ragazzini (all’epoca dei fatti, fine 2016, avevano quattro anni) sono in grado di affrontare la prova davanti al giudice, sia pure (ed è ovvio) con le modalità protette previste in situazioni del genere: in strutture che non sono quelle del tribunale, con l’ausilio di giochi e con l’assistenza di specialisti dell’infanzia. Altri due bimbi, invece, non sono stati considerati idonei per un test così arduo psicologicamente, mentre per due sono stati i genitori a non concedere il consenso. ù

    Un altro Gip, Fabio Lombardo che ha appena preso possesso dell’incarico, ha di conseguenza fissato per il 28 maggio l’incidente probatorio. In sostanza un anticipo di processo con valore di prova, pensato appunto in casi come questo per evitare ai due piccoli protagonisti di doversi presentare in aula. In realtà, le indagate di questa ennesima storiaccia di presunta malascuola sono due. Non solo la suora, settantenne, factotum dell’asilo e autentica istituzione, difesa da molti altri genitori che si dicono pronti a testimoniare in suo favore, ma anche una maestra laica sulla quarantina.

    Per entrambe le accuse partono direttamente dai bambini, che riferirono a casa, con le famiglie, di quelli che sarebbero stati i metodi della materna, soprattutto all’ora di pranzo, quando i piccoli sarebbero stati costretti a mangiare anche contro la loro volontà, fino a vomitare. In qualche caso addirittura a maleparole.

    Da lì la denuncia dei genitori e l’inchiesta del Pm Elisabetta Iannelli che portò persino all’installazione di un sistema di microfoni e videocamere dentro l’asilo. Le riprese però non portarono grossi elementi di novità. Prove di maltrattamenti fisici non ne vennero fuori e anche gli insulti restano affidati soprattutto alla memoria e alla sensibilità offesa dei sei bambini al centro del caso. Si è giunti così all’udienza di dicembre, in cui si cominciò a parlare di incidente probatorio per far testimoniare i bambini, ma prima il Gip volle il conforto della psicologa.

    L’avvocato della maestra laica, Lorenzo Pisano, fece poi eccezione di tardività per la propria assistita e ottenne che l’eventuale incidente probatorio non la riguardasse. La patata bollente è rimasta quindi nelle mani della suora, difesa da Giovanni Borghi. Lei giura che non c’è niente di vero. Le famiglie si sono invece affidate all’avvocato Giulio Canobbio, genovese, specializzato in materia d’infanzia. Si è già occupato dei maltrattamenti all’asilo Cip Ciop di Pistoia, processo finito con pesanti condanne a carico delle maestre.

  • È il momento di introdurre la parola ‘pedofilia’ nel vocabolario del catechismo

    È il momento di introdurre la parola ‘pedofilia’ nel vocabolario del catechismo

    È giusto che i bambini la sentano anche quando vanno al catechismo. Chiamare un delitto – un orribile peccato – col suo nome proprio è un requisito assolutamente necessario per sconfiggerlo

    Chi, ancora oggi, apre il Catechismo della Chiesa Cattolica, non trova la parola “pedofilia”. Laddove si parla delle “offese alla castità“, lì dove vengono nominati lo stupro, la pornografia, la prostituzione e così via, là non esiste la pedofilia. Di essa, attraverso giri di parole più o meno complicati, se ne parla – sempre senza nominarla – a proposito di incesto e in qualche altro frangente, con toni però sempre doverosamente edulcorati ed indiretti. È venuto il momento di cambiare questo stato di cose e per questo, insieme a un nutrito gruppo di amici, mi sono fatto promotore di una raccolta di firme con la piattaforma Avaaz per far giungere a Papa Francesco la richiesta di introdurre il termine “pedofilia” nel Catechismo: non so quanto fosse giustificata questa assenza nel 1992 ma adesso la sua mancanza è un grido di dolore insopportabile.

    Convocando a Roma i vescovi cileni per esigere da loro le ferme decisioni da prendere in merito allo scandalo pedofilia che si sta abbattendo sulla Chiesa in Cile e chiedendo perdono per aver offeso con valutazioni causate dalle errate informazioni ricevute, Papa Francesco continua la sua opera di pulizia contro il delitto “sacrilego” di preti e religiosi che profanano il cuore dei bambini corrompendolo con la pedofilia.

    Non c’è momento migliore per chiedere al vescovo di Roma di introdurre questa parola – la parola “pedofilia” – finora misteriosamente assente nel vocabolario del Catechismo della Chiesa Cattolica. Se la Chiesa, con il suo Catechismo, non ne parla, dice solo che non ne vuole parlare. Tante cose sono cambiate da quando il principale prontuario della fede e della morale cattolica è stato redatto ed è bene oggi che negli oratori, nei campi scuola, ovunque, quando si fa catechismo, si usi anche la parola pedofilia: magari in quel momento, un bambino o una bambina potranno capire cosa gli è successo poche ore prima, a casa o magari col prete, e potrà parlarne con qualche adulto che andrà a denunciare all’autorità giudiziaria. Parlare fa bene. Sempre.

    Prendiamo uno dei punti del Catechismo in cui più si allude alla pedofilia, il n° 2389, per esempio. Eccolo: “Si possono collegare all’incesto gli abusi sessuali commessi da adulti su fanciulli o adolescenti affidati alla loro custodia. In tal caso la colpa è, al tempo stesso, uno scandaloso attentato all’integrità fisica e morale dei ragazzi, i quali ne resteranno segnati per tutta la loro vita, ed è altresì una violazione della responsabilità educativa”. Cosa c’entra l’incesto con un monsignore che raccoglie sul suo computer un ingente quantità di materiale pedo-pornografico? Ma, soprattutto, se proviamo a leggere a un bambino queste parole, il bimbo non capisce nulla. Ripeto: non so se nel 1992, all’epoca in cui venne promulgato il Catechismo, avesse senso non usare questo termine, ma oggi non farlo significa solo dire che la Chiesa non vuole parlare di questa tragedia delittuosa. La parola pedofilia è tutti i giorni ovunque: se ne parla in televisione, sui giornali e i bambini la sentono.

    È giusto che i bambini la sentano anche quando vanno al catechismo. Chiamare un delitto – un orribile peccato – col suo nome proprio è un requisito assolutamente necessario per sconfiggerlo. Nelle famiglie i drammi peggiori sono sempre causati dai “non detti” e la tragedia della pedofilia è per antonomasia figlia dei non detti: i bambini che subiscono abusi letteralmente non hanno e non sanno le parole per descrivere la loro tragedia. E non sanno le parole perché esse non vengono date dai grandi, che in questo modo danno il terribile segnale di non volerle ascoltare. E se questi abusi reticenti sono ecclesiastici l’omertà manifesta chiaramente la volontà di negare coi fatti quello che si proclama con le parole.

    Una raccolta di firme è qualcosa che cresce piano piano ed è il modo giusto perché si crei un movimento di opinione. Sono tantissimi i laici – e anche i cattolici – che non credono alle loro orecchie quando scoprono che nel Catechismo i termini pedofilo e pedofilia non esistono ma finora è, drammaticamente, proprio così. Nessuno, tanto meno un cattolico, deve avere paura di usare le parole vere: il Papa ci insegna un altro comportamento.

     https://www.agi.it/blog-italia/idee/pedofilia_catechismo_chiesa_vaticano-3770776/post/2018-04-14/
  • STRAPPATO ALLE GRINFIE DELL’FBI – PER QUESTO IL MONSIGNORE PEDOFILO E’ STATO PRIMA TRASFERITO IN VATICANO E POI ARRESTATO

    STRAPPATO ALLE GRINFIE DELL’FBI – PER QUESTO IL MONSIGNORE PEDOFILO E’ STATO PRIMA TRASFERITO IN VATICANO E POI ARRESTATO

    STRAPPATO ALLE GRINFIE DELL’FBI – PER QUESTO IL MONSIGNORE PEDOFILO E’ STATO PRIMA TRASFERITO IN VATICANO E POI ARRESTATO: DA SEI MESI VIVE COME UN NABABBO DENTRO LE SACRE MURA – BECCIU ERA CONTRARIO AL RIENTRO: VOLEVA FARLO MARCIRE NELLE CARCERI AMERICANE

    Franca Giansoldati per il Messaggero

    Ingente materiale pedopornografico. Dietro quell’aggettivo ingente si celano migliaia e migliaia di file, filmati e fotografie ricevuti, scambiati e condivisi sul web. Bambini e ragazzini violati nell’anima, prima ancora che nel corpo. Monsignor Carlo Capella, il diplomatico del Papa, è stato arrestato ieri mattina dalla Gendarmeria e trasferito dal suo alloggio provvisorio, un bell’appartamento nel palazzo dei Penitenzieri, praticamente accanto a Santa Marta, in una cella situata dalla parte opposta del piccolo Stato pontificio, a ridosso delle mura michelangiolesche.

    Sei mesi fa quando il Dipartimento di Stato americano aveva comunicato alla Segreteria di Stato che un monsignore della Nunziatura a Washington aveva scambiato materiale pedopornografico infrangendo la legge rigorosissima sulla tutela dei minori, e che proprio per questo di lì a poco l’Fbi avrebbe proceduto al suo arresto, i vertici della Santa Sede decisero di avvalersi della prerogativa degli Stati sovrani richiamandolo di corsa a Roma. Il diplomatico era coperto dall’immunità. Una mossa politica che di fatto ha salvato monsignor Capella dalla giustizia d’Oltreoceano evitandogli un processo negli Stati Uniti o in Canada, dove sarebbero avvenuti gli scambi di materiale hot. Foto e filmati scabrosi aventi come oggetto bambini.

    LE INDAGINI

    CARLO CAPELLA

    I fatti risalgono al periodo di Natale del 2016 quando Capella si recò come ospite in una parrocchia dell’Ontario. La polizia canadese alle prese con una gigantesca operazione contro la pedofilia, arrivò ad individuare nella rete dei pedofili uno dei computer parrocchiali e determinare gli accessi utilizzati, fino ad arrivare a formulare precise accuse sul numero due della Nunziatura americana.

    Monsignor Capella, cinquant’anni, consigliere di prima classe negli Usa era un personaggio di spicco. Tra i suoi compiti in nunziatura aveva anche il delicatissimo incarico di sistemare le future nomine dei vescovi, scegliendo o scartando i candidati all’episcopato. Praticamente una debacle per l’intera struttura vaticana. A settembre la decisione richiamarlo in Vaticano – come era sempre stato fatto anche in passato per altre vicende giudiziarie – finì ripercorrere la solita prassi e salvaguardare le prerogative dello Stato.

    In quei giorni il Sostituto alla Segreteria, monsignor Angelo Becciu, si trovava fuori Roma per il periodo di vacanze estivo. Non fu lui a decidere. Anzi pare non fosse proprio d’accordo sulla linea del rientro. Dal Vaticano fu così pubblicato un comunicato (privo del nome del prelato) che confermava la notifica del Dipartimento di Stato americano per via diplomatica e la possibile violazione delle norme sulla pornografia minorile. In quelle poche righe si aggiungeva che era stata aperta una indagine, naturalmente top secret perché la trasparenza del tribunale vaticano si è dimostrata regolarmente assente.

    MONSIGNOR BECCIU

    I vescovi americani qualche giorno dopo – choccati per questa vicenda, chiesero al Papa spiegazione sul perché un indagato per pedo pornografia fosse stato richiamato a Roma. «Questa è una questione serissima. Speriamo che la Santa Sede possa fare una investigazione trasparente in conformità alle leggi che proteggono i minor» aveva detto il cardinale Daniel Di Nardo, presidente della conferenza americana, non nascondendo la propria preoccupazione.

    Il possesso di materiale pedo pornografico è considerato un crimine canonico dalla Chiesa. Papa Ratzinger prima e successivamente Papa Francesco hanno inasprito le pene per chi detiene o scambia foto pornografiche con minori. Le pene prevedono anche la dismissione allo stato laicale del prete. Cosa che però non sempre viene fatta valere.

    KARADIMA

    Il caso del pedofilo seriale del Cile, Karadima, è un esempio che sta scuotendo le coscienze in America: nonostante gli abusi riscontrati l’ottuagenario sacerdote vive in una casa di riposo alle porte di Santiago del Cile, celebrando la messa ogni mattina. Capella ora dovrà presentarsi in tribunale. In questi sei mesi ha potuto vivere senza alcuna restrizione in Vaticano, ricevendo la visita di tanti amici sacerdoti e anche di alcuni cardinali molto in vista.

    http://www.dagospia.com/rubrica-3/politica/strappato-grinfie-dell-rsquo-fbi-ndash-questo-monsignore-171078.htm

  • Roma, seminarista di 29 anni trovato morto in convento

    Roma, seminarista di 29 anni trovato morto in convento

    Era ospite dei Legionari di Cristo dove aveva trascorso la Pasqua, era atteso a Napoli

    di FRANCESCO SALVATORE

    La porta era chiusa e la luce era ancora spenta. Al centro della stanza, il letto e sotto le coperte un corpo esanime, vestito per andare a dormire. Il cadavere di un aspirante sacerdote è stato trovato così nel pomeriggio del Lunedì dell’Angelo all’interno del collegio dell’ordine religioso dei Legionari di Cristo, in via degli Aldobrandeschi, zona Aurelia. Si tratta di un seminarista di origine americana, Anthony Joseph Freeman, 29 anni, appartenente alla congregazione clericale e da cinque anni residente a Roma. Sul corpo dell’uomo non è stata trovata alcuna lesione particolare ma la procura ha deciso di aprire comunque un’indagine per capire le cause delle morte.

    A convincere gli inquirenti il primo esame compiuto sul cadavere del religioso dal medico legale, che ha fatto emergere un’anomalia rispetto a quanto ipotizzato in un primo momento, ovvero una morte intervenuta nel sonno: lo stato di decomposizione del corpo dell’uomo, infatti, sarebbe superiore rispetto all’orario presunto del decesso. Il cadavere sarebbe ad uno stadio di decomposizione più avanzato rispetto a quanto atteso.

    Freeman, che era molto attivo sui social network, ha postato l’ultima foto su Instagram annunciando la fine degli otto giorni di silenzio che si era imposto prima di Pasqua e di aver servito alla messa officiata dal Papa. “Christ is Risen Alleluia! After an 8 day silent retreat I was blessed to meet Pope Francis today and serve the Easter mass!”, aveva scritto.

    Secondo le prime testimonianze, Freeman era stato visto per l’ultima volta a cena la sera di Pasqua. Dopodi ché era andato a coricarsi nel suo alloggio, al collegio dei Legionari di Cristo, per essere poi trovato senza vita nel pomeriggio di Pasquetta nella sua stanza. Un lasso di tempo di meno di 24 ore, dunque. Che secondo una prima osservazione non corrisponderebbe all’effettivo stato del cadavere.

    Da qui l’approfondimento disposto dal pubblico ministero Nadia Plastina: proprio oggi verranno incaricati i consulenti per l’autopsia. Si tratta di un esame necessario, che servirà da spartiacque per inserire la morte del seminarista fra i decessi naturali oppure ricondurla ad altro. Al momento il fascicolo è stato aperto con l’ipotesi di reato di morte come conseguenza di un altro delitto. Senza indagati. Quello che è certo è che sul suo corpo non è stato trovato alcun segno di violenza. Motivo che aveva fatto pensare subito ad una morte nel sonno: un po’ come è stato lo scorso mese per il calciatore della Fiorentina Davide Astori, deceduto presumibilmente per un problema cardiaco legato a un rallentamento del battito, una bradiaritmia.

    Sebbene non ai livelli del difensore della nazionale, infatti, anche Freeman era uno sportivo, e in forma smagliante, come testimoniato da altri componenti della congregazione. Il 29enne aveva cenato la sera di Pasqua insieme ad alcuni di loro. Con i quali si era accordato anche per trascorrere la Pasquetta: all’indomani

    mattina dovevano andare tutti a Napoli. Freeman, invece, non si è alzato dal suo letto. Solo nel pomeriggio, però, qualcuno ha bussato alla sua porta. Più volte, finché, non ricevendo risposta, non ha potuto far altro che aprire. Una volta passato l’uscio si è trovato davanti qualcosa di inaspettato. Il seminarista non rispondeva agli stimoli. Solo a quel punto sono state chiamate le forze dell’ordine che hanno constatato il decesso.

    http://roma.repubblica.it/cronaca/2018/04/04/news/roma_seminarista_ventinovenne_trovato_morto_in_convento-192925948/

  • Nativi canadesi, il genocidio dimenticato

    Nativi canadesi, il genocidio dimenticato

    scritto da MARCO CINQUE – Quando si parla delle popolazioni native americane, si dimentica quasi del tutto che molte di queste, oltre che negli Stati Uniti si trovano in Canada, anche se distribuite in comunità più piccole e meno conosciute. Dello stesso Canada poi, nell’immaginario collettivo, si ha un’idea stereotipata di paese molto rispettoso dei diritti umani e civili, ma nella realtà questi diritti non valgono granché per i popoli aborigeni.

    Lo testimoniano le politiche di assimilazione forzata imposte ai bambini indigeni, strappati alle loro famiglie e internati in un sistema di scuole religiose, le boarding schools, istituite sin dagli inizi del Novecento, dove vennero internati circa centocinquanta mila bambini, tra i quali persero la vita più del quaranta per cento, come riportava, nel 1907, la testata quotidiana Montreal Star. Un vero e proprio genocidio, stimato in più di cinquanta mila bambini deceduti in quelle scuole.

    Ma da quando la tragedia delle violenze, delle sterilizzazioni, degli stupri e degli omicidi di bambini indigeni nelle scuole residenziali religiose canadesi (su 118 residential schools, 79 erano cattoliche romane e dipendevano direttamente dalla Santa Sede) è stata resa pubblica, si sono espressi dubbi, ipotizzando una campagna di disinformazione o considerando la denuncia alla stregua di una strumentale esagerazione giornalistica: come si possono definire questi crimini, sempre che ci siano stati, addirittura un genocidio? E com’è stato possibile che nessuno tra religiosi, famiglie delle vittime e istituzioni, in tanti anni non abbiano mai denunciato le torture e gli omicidi perpetrati ai danni di decine di migliaia di bambini indiani?

    Basta approfondire molti aspetti del vecchio sistema legislativo canadese per avere le idee più chiare.

    Ad esempio, la Federal Indian Act del 1874, tutt’ora in vigore, ribadisce l’inferiorità legale e morale degli indigeni ed ha istituito il sistema delle scuole residenziali. Poi la Gradual Civilization Act del 1857, legge che obbligava le famiglie indigene a firmare un documento che trasferiva alle scuole residenziali cristiane i diritti di tutela dei loro figli. Se ci si rifiutava c’era l’arresto immediato oltre a sanzioni economiche.

    Ma il trasferimento legale dei diritti di tutela dei minori si trasformava anche in trasferimento dei beni dei bambini deceduti, così le scuole residenziali hanno lucrato su quelle morti, appropriandosi di terre che poi rivendevano soprattutto alle multinazionali del legname.

    Sono molte le voci dei superstiti delle residential school, che raccontano gli orrori subiti.

    Testimoniava Steven H., dalla St Paul’s Catholic day School:

    Quando avevo sei anni, proprio davanti ai miei occhi vidi una suora ammazzare una bambina. Era suor Pierre, ma il suo vero nome era Ethel Lynn. La bambina che uccise si chiamava Elaine Dik e aveva cinque anni. La suora la colpì con violenza dietro il collo e io udii quell’orribile schiocco. Morì proprio dinanzi a noi. Poi la suora ci disse di scavalcarne il corpo e andare in classe. Era il 1966.

    O ancora le parole di Rick La Vallee, che del suo trauma ricorda:

    Mio fratello morì a causa di una scossa elettrica data da un ago da bestiame. Aveva quattro anni, i preti lo trascinarono e lo ferirono, gli tagliarono la pelle sotto la fronte con una frusta. Come la frusta dei cavalli. Era tagliente e aveva sopra delle lame. Io ero lì, lo sentivo gridare aiuto. Subito dopo c’era un mare di sangue sul pavimento, ma non lo portarono all’ospedale, in infermeria o altrove, e quello accadde allora, quando ero lì. Lo sento ancora che grida aiuto: “Rick, aiuto, mi stanno torturando! Sto morendo!”. E poi morì. Era il mio unico, il mio miglior amico e il mio unico fratello che ho sempre amato.

    Nella British Columbia, la Sterilization Law, approvata nel 1933 e tuttora attiva, ha consentito di far sterilizzare in maniera massiccia e pianificata qualsiasi ospite nativo delle scuole residenziali.

    Le sterilizzazioni sono state di frequente attuate nei confronti di interi gruppi di bambini indigeni quando questi avevano raggiunto la pubertà, in istituti quali la Provincial Training School di Red Deer, in Alberta, ed il Ponoka Mental Hospital. Sarah Modeste, della Cowichan Nation, ricorda:

    Il dottor James Goodbrand sterilizzò molte delle nostre donne. Ho sentito personalmente Goodbrand dire che il governo lo pagava trecento dollari per ogni donna che sterilizzava.

    Probabilmente è proprio grazie a queste leggi che, all’interno delle scuole religiose, la certezza dell’impunità ha permesso che degli orrendi crimini venissero considerati semplici effetti collaterali di quel sistema.

    Secondo un rapporto del dottor Peter Bryce, una buona parte delle morti dei bambini nativi nelle scuole residenziali avvenne a causa della tubercolosi. Era pratica corrente, documentata anche da un repertorio di immagini fotografiche, mescolare deliberatamente bambini sani a bambini malati. Una volta infettatati, agli ospiti degli istituti non venivano fornite cure ed erano lasciati morire.

    Già dal secondo decennio del secolo scorso i giornali canadesi affermavano che il tasso di mortalità dei bambini indigeni nelle boarding schools era superiore al cinquanta per cento di quanti erano obbligati a frequentarle, cioè più di un bambino su due in quelle scuole ci moriva.

    In molti erano coinvolti, ad ogni livello istituzionale, in queste terribili violazioni.

    Dai fascicoli riservati del tribunale dell’Ihraam, contenenti le dichiarazioni di fonti confidenziali, emerse che:

    Una sorta di accordo sulla parola fu in vigore per molti anni: le chiese ci fornivano i bambini dalle scuole residenziali e noi incaricavamo l’Rcmp di consegnarli a chiunque avesse bisogno di un’infornata di soggetti da esperimento: in genere medici, a volte elementi del dipartimento della difesa. I cattolici lo fecero ad alto livello nel Quebec, quando trasferirono in larga scala ragazzi dagli orfanotrofi ai manicomi. Lo scopo era il medesimo: sperimentazione. A quei tempi i settori militari e dell’intelligence davano molte sovvenzioni: tutto quello che si doveva fare era fornire i soggetti. I funzionari ecclesiastici erano più che contenti di soddisfare quelle richieste. Non erano solo i presidi delle scuole residenziali a prendere tangenti da questo traffico: tutti ne approfittavano, e questo è il motivo per cui la cosa è andata avanti così a lungo; essa coinvolge proprio un sacco di alti papaveri.

    Gli esperimenti sui bambini nativi sono stati confermati dalle testimonianze di altri sopravvissuti, come quella di Jasper Jospeh, che denunciava:

    Avevo soltanto otto anni, e ci avevano mandato dalla scuola residenziale anglicana di Alert Bay al Nanaimo Indian Hospital, quello gestito dalla Chiesa Unitaria. Lì mi hanno tenuto in isolamento in una piccola stanza per più di tre anni, come se fossi un topo da laboratorio, somministrandomi pillole e facendomi iniezioni che mi facevano star male. Due miei cugini fecero un gran chiasso, urlando e ribellandosi ogni volta. Così le infermiere fecero loro delle iniezioni, ed entrambi morirono subito. Lo fecero per farli stare zitti.

    Oltre alle decine di migliaia di morti delle scuole residenziali, le conseguenze di questo genocidio si continuano a manifestare sui sopravvissuti, attualmente vittime di un contesto di assoluto degrado psicologico, sociale e ambientale, le cui condizioni sono definite da organismi per la tutela dei diritti umani delle Nazioni Unite, quelle di “una popolazione colonizzata al limite della sopravvivenza, con tutte le caratteristiche di una società da terzo mondo”.

    In merito alle scuse ufficiali dell’11 giugno 2008 che il primo ministro, Stephen Harper, chiese a nome del governo canadese per gli abusi inflitti alle popolazioni indigene, due anni dopo, nel 2010, venne domandato all’ambasciatore canadese a Roma, James Fox, se ci fossero stati degli sviluppi:

    La legge finanziaria 2010 del governo canadese ha annunciato centonovantanove milioni di dollari per i prossimi due anni per garantire la continuità dei servizi di igiene mentale e supporto emotivo forniti agli ex studenti e alle loro famiglie, nonché la tempestività ed efficienza delle erogazioni agli ex studenti

    scrissero dall’ambasciata, specificando poi che

    l’accordo di riconciliazione (settlement agreement) da corrispondere agli ex studenti che hanno risieduto presso una scuola sesidenziale indiana, comprende elementi individuali e collettivi per il risarcimento.

    Nonostante l’impegno del governo canadese riguardo i risarcimenti e la revisione di alcune leggi, non sono ancora giunte chiarificazioni in merito all’apertura di eventuali inchieste giudiziarie tese a stabilire le responsabilità dei crimini e degli omicidi avvenuti nelle residential schools. Vale a dire che si ammettono i crimini senza però che vengano perseguiti coloro che li hanno commissionati e materialmente eseguiti.

    Nessuna risposta è seguita invece alle domande rivolte all’ex papa Ratzinger e ai vertici vaticani da dodici anziani del Consiglio che rappresentano le nazioni Cree, Squamish, Haida e Metis e nessun riferimento o commento a questa tragedia risulta peraltro pervenuta dall’attuale pontefice.

    Tra le altre cose, gli anziani del Consiglio hanno chiesto di

    […] identificare il posto dove sono sepolti i bambini morti, affinché i loro resti vengano restituiti ai familiari per una degna sepoltura […], di identificare e consegnare le persone responsabili per queste morti […], di divulgare tutte le prove riguardanti questi decessi e i crimini commessi nelle scuole residenziali, consentendo il pubblico accesso agli archivi del Vaticano ed ai registri delle altre chiese coinvolte[…], di revocare le bolle pontificie Romanus Pontifex (1455) e Inter Caetera (1493), e tutte le altre leggi che sanzionarono la conquista e la distruzione dei popoli indigeni non-cristiani nel Nuovo Mondo[…], di revocare la politica del Vaticano che richiede che vescovi e preti tengano segrete le prove degli abusi subiti da bambini indigeni nelle loro chiese invitando le vittime al silenzio.

    marcocinque.altervista

     

     

  • Serena Grandi: «Sono stata molestata da un prete quando avevo 8 anni»

    Serena Grandi: «Sono stata molestata da un prete quando avevo 8 anni»

    ROMA – «Questo episodio mi è venuto in mente dopo tutto quello che si è detto di Weinstein».
    Serena Grandi, in occasione del suo sessantesimo compleanno, ha scelto Domenica Live per raccontare le molestie subite da un prete, caso cui aveva già fatto riferimento alcune puntate fa, senza volerlo approfondire. Questa volta, Serena Grandi svela l’accaduto.
    «Io e una mia amichetta, avevamo otto anni, dovevamo fare la cresima e venivamo ripetutamente molestate da un prete. Quando c’era catechismo, lui ci chiamava, ci stringeva, e ci faceva baciare sulla bocca unendoci le teste. Poi ci abbracciava da dietro, noi stavamo sempre appiccicate, eravamo impaurite, anche perché gli altri ragazzini ci dicevano che ci avrebbe piantato un chiodo in testa per farci la cresima, io infatti quel giorno terrorizzata. Poi l’ho detto a mio figlio Edoardo, al mio agente, a trent’anni ne parlai anche con mia mamma, che mi ha assicurato che questo prete è stato poi cacciato. Evidentemente non lo ha fatto solo a me».
    Dopo aver confessato di non sentire il compagno da tempo, Serena Grandi è stata sorpresa dal suo arrivo per una riconcilazione in diretta, tra fiori e festeggiamenti per il compleanno.

    https://www.ilgazzettino.it/gossip/serena_grandi_domenica_live_molestata_da_un_prete_quando_avevo_8_anni_25_marzo_2018-3629066.html