Osservatorio della Rete L'ABUSO

Categoria: Cronaca e News

  • Papa Francesco, a fine giugno 14 nuovi cardinali. Nell’elenco non c’è l’arcivescovo di Milano Mario Delpini

    Papa Francesco, a fine giugno 14 nuovi cardinali. Nell’elenco non c’è l’arcivescovo di Milano Mario Delpini

    Non si tratta di una defezione di poco conto innanzitutto se si considera che quella ambrosiana è la diocesi più grande d’Europa. E che capita quando il presule di Milano è nell’occhio del ciclone con l’accusa di aver coperto un prete pedofilo, nel 2011, quando era vescovo ausiliare del capoluogo lombardo e vicario episcopale per la zona di Melegnano

    Porpora per Roma, ma non per Milano. Papa Francesco ha, infatti, annunciato che il 29 giugno prossimo nominerà 14 nuovi cardinali, di cui 11 elettori in un eventuale conclave, ovvero con meno di 80 anni di età. Tra essi ci sono ben tre italiani: Angelo De Donatis, vicario di Bergoglio per la diocesi di Roma; Giovanni Angelo Becciu, attualmente sostituto per gli affari generali della Segreteria di Stato, che voci molto insistenti danno come nuovo prefetto della Congregazione per la cause dei santi; eGiuseppe Petrocchi, arcivescovo de L’Aquila. Una nomina quest’ultima che sorprende e che sottolinea ancor di più la vera notizia di questo nuovo concistoro di Bergoglio, ovvero l’assenza tra i nuovi cardinali dell’arcivescovo di Milano, Mario Delpini.

    Non si tratta di una defezione di poco conto innanzitutto se si considera che quella ambrosiana è la diocesi più grande d’Europa con un’importantissima tradizione di pastori, alcuni divenuti Papi e santi. Oltretutto, da parte di Bergoglio, sarebbe stato un segno di stima importante la porpora per Delpini il giorno dopo l’annuncio della canonizzazione di Paolo VI che fu arcivescovo di Milano dal 1954 al 1963, ovvero fino all’elezione al pontificato. Ma non è tutto. Da alcune settimane, infatti, Delpini è nell’occhio del ciclone con l’accusa di aver coperto un prete pedofilo, nel 2011, quando era vescovo ausiliare di Milano e vicario episcopale per la zona di Melegnano.

    Un’accusa pesantissima della quale Fq MillenniuM si è occupato accuratamente nel numero di aprile 2018 sottolineando come essa sia stata abbastanza taciuta da altri giornali per non infastidire il presule ambrosiano. Secondo quanto emerso, infatti, la Curia milanese era al corrente della pedofilia commessa da un giovane prete, don Mauro Galli, all’epoca vicario parrocchiale di Rozzano, in provincia di Milano, ai danni di un giovane di 15 anni. Nessuno dei vertici ecclesiastici, però, ha preso alcun provvedimento. Anzi, nell’istruttoria interna aperta dall’arcidiocesi ambrosiana sarebbe stato evidente il ruolo di Delpini che, informato dell’accaduto, si sarebbe semplicemente limitato a spostare il prete in un’altra parrocchia.

    Ma non è tutto. La Curia ambrosiana avrebbe sborsato ben150mila euro di risarcimento alla vittima perché ritirasse laquerela contro don Galli. A far siglare l’accordo sarebbe stato Mario Zanchetti, difensore dell’arcivescovado. Tra le clausole imposte alla famiglia ci sarebbe stata anche quella di non rivelare la provenienza dei soldi. Delpini ha sempre smentito tutto sostenendo che si tratta di una “ricostruzione parziale e non del tutto corretta”, corredata da “giudizi arbitrari e traendo conclusioni non rispettose della verità e delle persone citate”. Una vicenda sulla quale evidentemente ancora si deve fare chiarezza e, forse anche per questo, Francesco ha preferito sospendere il giudizio in un momento cui i vescovi cileni si sono dimessi in blocco proprio per essere stati accusati di aver coperto per anni la pedofilia del loro clero.

    Oltre ai tre italiani, il Papa ha deciso di nominare cardinali anche: Louis Raphaël I Sako, patriarca di Babilonia dei Caldei; Luis Ladaria, prefetto della Congregazione per la dottrina della fede; Konrad Krajewski, elemosiniere apostolico; Joseph Coutts, arcivescovo di Karachi; António dos Santos Marto, vescovo Leiria-Fátima; Pedro Barreto, arcivescovo di Huancayo; Desiré Tsarahazana, arcivescovo di Toamasina; e Thomas Aquinas Manyo, arcivescovo di Osaka. I tre cardinali non elettori in un eventuale conclave, invece, sono: Sergio Obeso Rivera, arcivescovo Emerito di Xalapa; Toribio Ticona Porco, prelato emerito di Corocoro; e il prete claretiano Aquilino Bocos Merino.

    @FrancescoGrana

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/05/20/papa-francesco-a-fine-giugno-14-nuovi-cardinali-nellelenco-non-ce-larcivescovo-di-milano-mario-delpini/4369240/

  • VESCOVI CILENI, ED CONDON: LE DIMISSIONI NON BASTANO

    VESCOVI CILENI, ED CONDON: LE DIMISSIONI NON BASTANO

    Dopo i precedenti articoli di cronaca (qui, qui , qui), riporto questo editoriale di Ed Condon pubblicato ieri sul Catholic Herald.

    Eccolo nella mia traduzione.

    Le ultime 24 ore hanno visto la saga degli scandali di abusi sessuali cileni e presunto occultamento prendere diverse svolte drammatiche.  Giovedì, il Vaticano ha pubblicato una lettera consegnata da Papa Francesco ai vescovi cileni. In essa, il Papa ha fatto riferimento alla necessità di azioni “a breve, medio e lungo termine” per “ristabilire la giustizia”. Venerdì mattina è trapelato un documento ai media cileni in cui il Papa ha usato un linguaggio molto più forte. Egli ha affermato, secondo il documento trapelato, che le persone dovevano essere rimosse dall’ufficio, ma che questo da solo non sarebbe stato “sufficiente”.

    L’aspetto più drammatico è che la lettera trapelata contiene accuse del più grave tipo di abuso d’ufficio nei confronti della gerarchia cilena. Queste comprendono la repressione delle accuse di abuso sessuale, il trasferimento intenzionale di autori di abusi sospetti o noti ad altri incarichi, l’interferenza nelle indagini canoniche e la pressione sugli investigatori stessi, nonché la distruzione delle prove.

    Il contenuto di tali affermazioni è di per sé esplosivo.  Ma il testo trapelato è stato seguito da altre notizie. Più tardi, venerdì, è emerso che tutta la gerarchia cilena, che è stata a Roma negli ultimi giorni in una conferenza di emergenza con il Papa, ha presentato le sue dimissioni scritte al Santo Padre giovedì.

    Resta ora da vedere se papa Francesco accetterà tutte, alcune o nessuna delle lettere.

    Le dimissioni della gerarchia di un intero paese sono certamente drammatiche. La mossa è stata accompagnata da una lettera dei vescovi che ringraziano papa Francesco per la sua “correzione fraterna” e chiedono “perdono” per il dolore causato alle vittime.  Se papa Francesco accettasse in massa le dimissioni, porrebbe fine naturalmente al crescendo dello scandalo degli abusi sessuali in Cile e ciò gli permetterebbe di avviare riforme più profonde e più ampie con una lista pulita di vescovi con cui lavorare.

    Spero sinceramente che non lo faccia.

    Le dimissioni di massa, accompagnate da una lettera di mea culpa di gruppo, danno l’impressione che i vescovi cileni prendano sul serio la questione. In effetti, potrebbe garantire che nessuna persona fisica o giuridica debba rispondere direttamente di ciò che ha fatto. Tutti esprimono rimorso, tutti si assumono responsabilità collettive, tutti si dimettono, nessuna risposta individuale per singoli reati. Si tratta, in effetti, di un intero episcopato nazionale che cerca una via di uscita del gentleman, e papa Francesco non dovrebbe avere nulla di tutto ciò.

    Il Papa stesso ha implorato le vittime per il perdono, dicendo che era “parte del problema” attraverso la sua difesa iniziale del vescovo Juan Barros, la cui associazione con il noto abusatore don Fernando Karadima ha scatenato la crisi. Avendo dovuto fare un atto così pubblico di responsabilità personale e di umiltà, ora dovrebbe insistere sul fatto che ciascuno dei vescovi cileni sia ritenuto ugualmente responsabile per qualsiasi ruolo abbia svolto.

    Nel giugno 2016, Francesco ha emesso il motu proprio Come Una Madre Amorevole, che ha fornito un chiaro meccanismo giuridico per l’azione penale contro i vescovi per abuso di potere e di ufficio, soprattutto in relazione alla gestione delle accuse di abuso sessuale.  Le accuse contenute nel documento trapelato di venerdì sono una scandalosa lista di riciclaggio dei peggiori crimini previsti da Come Una Madre, e dovrebbero essere applicate senza parsimonia a ogni vescovo che ha offerto le sue dimissioni. Dovrebbe esserci un chiaro impegno di tutte le risorse necessarie per un’azione penale completa contro tutte le accuse che sono state mosse.

    Sulla scia dello scandalo cileno degli abusi sessuali, e soprattutto delle indicazioni emergenti di copertura deliberata, nessun vescovo dovrebbe avere il permesso di dimettersi. Il comportamento criminale richiede una risposta e una sanzione legale credibile: se vengono giudicati colpevoli, i vescovi cileni dovrebbero essere spogliati dei loro uffici.

    Ci sarà un’immensa pressione su Papa Francesco affinché accetti le dimissioni e proceda. L’avvio di un numero così elevato di procedimenti penali canonici contro vescovi in carica trascinerebbe la questione per mesi, se non anni. Ma percorrere questa strada più dura e lunga sarebbe una vera dimostrazione di probità, responsabilità e rigore nel gestire la crisi degli abusi.

    Il modo in cui alcuni vescovi, anche cardinali, sono stati lasciati scomparire nelle dimissioni e nella tranquilla pensione in seguito agli scandali degli abusi sessuali in America è stato ampiamente visto come un affronto alle vittime.  Papa Francesco ha la possibilità di evitare che questo accada di nuovo, e si è già dato il meccanismo giuridico per farlo.

    Per il bene di tutti, devono finire i giorni in cui si permette alle persone di scegliere la metaforica bottiglia di brandy ed il  revolver con la perla. I vescovi che si trovano di fronte ad accuse credibili dovrebbero essere indagati; e chiunque abbia consapevolmente messo a rischio bambini, coperto abusi sessuali, soppresso accuse e distrutto prove deve affrontare la giustizia – per se stesso, per le vittime e per la Chiesa.

    di Ed Condon

    Fonte: Catholic Herald (nella mia traduzione)

  • Il rumore del silenzio sulla pedofilia nella Chiesa, tra il processo Pell e il caso cileno

    Il rumore del silenzio sulla pedofilia nella Chiesa, tra il processo Pell e il caso cileno

    Con un sincrono globale, in Australia rigida secretazione del processo al cardinale, a Roma Francesco incontra i vescovi cileni nel più stretto riserbo

    Anche il silenzio può far rumore. Anche il silenzio ha un suono. Bisognerà attendere per capire se si tratta della quiete prima della tempesta oppure se la consegna del silenzio servirà ancora una volta a coprire. Però un fatto è certo: quasi con un sincrono globale, il silenzio è caduto contemporaneamente su due delle vicende di pedofilia che hanno fatto tremare il trono di Pietro negli ultimi mesi.

    La prima in Australia. Nella udienza del 15 maggio del processo penale contro il cardinale George Pell (uno dei membri del C9 di Francesco), per abusi sessuali su minori che avrebbe personalmente commesso – ma il cardinale ha sempre negato con veemenza le accuse – la procura stessa ha chiesto il completo silenzio stampa e la non pubblicità delle udienze, persino la non pubblicità dell’inizio del processo vero e proprio, o meglio dei due processi distinti cui dovrà essere sottoposto Pell. Tra gli altri lo hanno annunciato l’AFP, la EFE, e il New York Times. E così è avvenuto.

    Il divieto riguarda “ogni resoconto di tutto o di parte di questo procedimento e qualsiasi informazione che derivi da questo procedimento e ogni documento giudiziario associato al procedimento”. Lo scopo è “prevenire un rischio reale e sostanziale di pregiudizio a una corretta amministrazione della giustizia”. I giornalisti che più di tutti hanno seguito il caso hanno dovuto avvertire i loro lettori del cambio di fronte quanto all’informazione, e hanno quindi avvisato che “per motivi legali” non possono più fornire alcun dettaglio. All’uscita dell’udienza del 15 maggio, il cardinale Pell, il più alto in grado nella gerarchia cattolica a finire sotto processo per un reato del genere, non aveva una faccia soddisfatta nonostante il fatto che il regime di non pubblicità lo aiuti a tenerlo lontano dall’accanimento mediatico. C’è infatti un risvolto della medaglia nella non pubblicità delle udienze: lascerà mano libera all’accusa di portare in giudizio tutte le testimonianze e le prove, anche le più scabrose.

    Che la Corte di Melbourne sia determinata a garantire la segretezza è dimostrato dal licenziamento in tronco appena avvenuto di un dipendente amministrativo degli uffici giudiziari che si era intromesso senza aver nessun titolo nel sistema informatico per conoscere quali siano le accuse precise contro Pell. Il sistema informatico infatti è protetto da un sofisticato sistema antintrusione che segnala con immediatezza chi consulta i file elettronici relativi al processo, senza esserne autorizzato.

    La seconda vicenda di pedofilia su cui, almeno temporaneamente, è caduto il silenzio è quella cilena, dove invece è sul banco degli imputati (anche in Tribunale, perché pende un processo civile d’appello da parte di tre vittime) la copertura data dai vertici della Chiesa a un prete pedofilo, Fernando Karadima, già condannato nel 2011 dalla Congregazione per la Dottrina della Fede, al tempo di Papa Ratzinger. Un caso le cui conseguenze hanno fatto inciampare lo stesso Papa Francesco che, dopo aver difeso strenuamente il vescovo Juan Barros di Osorno (un discepolo di Karadima) dall’accusa di complicità, di ritorno dal suo viaggio in Sudamerica a fine gennaio, è dovuto tornare rapidamente sui suoi passi, inviare un “inquisitore vaticano” sul posto (l’arcivescovo di Malta, Charles Scicluna), convocare a Roma tutto l’episcopato del Paese (36 prelati, tra cui Barros e il cardinale membro del C9 di Francesco, Francisco Errazuriz Ossa) che da due giorni è in Vaticano, quasi in ritiro. Per una sorta di esercizi spirituali penitenziali, cui il Papa ha fornito persino un testo di meditazione e confronto.

    Il papa ha dovuto ammettere pubblicamente di aver compiuto dei gravi errori di valutazione sul caso Barros, indotti da informazioni non corrette che gli erano state fornite. Ha anche ricevuto tre vittime di Karadima che hanno accusato Barros di complicità. Dopo che il Papa aveva ricevuto le vittime, il Vaticano ha tenuto un profilo mediatico basso, anche perché le vittime hanno chiaramente detto che non volevano far parte di un’occasione di Pr, di pubbliche relazioni, per la Santa Sede. Lo stesso portavoce della Sala Stampa Vaticana, Greg Burke, ha reiteratamente sostenuto nei giorni scorsi che gli incontri del Papa con i vescovi cileni (che finisco la sera di venerdì 18 maggio) devono essere considerati come strettamente privati.

    In una lettera al termine dell’incontro il Papa ha ringraziato i vescovi cileni. “Voglio ringraziarvi per aver accettato l’invito affinché, insieme, abbiamo potuto esprimere un franco discernimento sui gravi eventi che hanno danneggiato la comunione ecclesiale e indebolito il lavoro della Chiesa del Cile negli ultimi anni. Alla luce di questi dolorosi eventi riguardanti gli abusi – di minori, di potere e di coscienza – abbiamo approfondito la gravità degli stessi e le tragiche conseguenze che hanno avuto in particolare per le vittime. Ad alcuni di loro ho chiesto perdono di cuore e vi siete uniti in una sola volontà e con la ferma intenzione di riparare i danni causati”.

    Intanto in Cile, alcuni organi di stampa sostengono che 11 vescovi, a partire da Barros, dovranno dimettersi. E che lo stesso accadrà per il Nunzio, cioè l’ambasciatore vaticano, Ivan Scapolo. Vengono tutti accusati di non aver fornito adeguate informazioni al Papa.

    Insomma, una situazione quasi sospesa. Bisognerà attendere per capire se la consegna del silenzio, impedirà, oppure no, a questo silenzio, alla fine, di emettere un suono.

    https://www.huffingtonpost.it/2018/05/17/il-rumore-del-silenzio-sulla-pedofilia-nella-chiesa-tra-il-processo-pell-e-il-caso-cileno_a_23436998/

  • Lo scandalo che deciderà il futuro della chiesa

    Lo scandalo che deciderà il futuro della chiesa

    Nell’arco dell’ultimo ventennio, lo scandalo degli abusi sessuali sui minori ha aperto una crisi drammatica nel cattolicesimo mondiale e prodotto cambiamenti profondi, in parte senza precedenti, nella chiesa di Roma. Da una parte si è affermato un principio di responsabilità – prima negato e occultato – di fronte a delitti considerati gravissimi dall’opinione pubblica e da molte legislazioni civili, allo stesso tempo è entrato in discussione il clericalismo inteso come potere separato e intangibile della chiesa e dei suoi apparati. Su questo secondo aspetto, peraltro, è in corso una battaglia culturale all’interno delle stesse gerarchie ecclesiastiche tutt’altro che conclusa.

    Il momento di svolta in questa storia è il 2001: quell’anno esplodeva infatti il caso dell’arcidiocesi di Boston portato definitivamente alla luce nei mesi successivi dal Boston Globe attraverso l’ormai storica inchiesta che si è aggiudicata il premio Pulitzer ed è diventata un film da Oscar nel 2016, Il caso Spotlight. Qualcosa di paragonabile – per impatto sull’opinione pubblica e costruzione del mito del giornalismo a stelle e strisce – era avvenuto solo con lo scandalo Watergate, l’evento che contribuì alle dimissioni di Richard Nixon, da cui pure venne tratto un celeberrimo film, Tutti gli uomini del presidente.

    Dopo l’inchiesta circa settanta sacerdoti furono accusati di abusi commessi nel corso di alcuni decenni a Boston. Il cardinale arcivescovo della città, Bernard Law, si dimise nel 2002 e di lì a poco si trasferì a Roma, sfuggendo così ai procedimenti giudiziari nei quali era coinvolto per aver coperto i colpevoli, nascosto i delitti e fatto pressione in vari modi sulle vittime e sulle loro famiglie affinché mantenessero il segreto. Law, tra le proteste delle organizzazioni delle vittime e di molti fedeli, fu nominato da Giovanni Paolo II arciprete della basilica di Santa Maria maggiore, a Roma, uno dei più importanti luoghi di culto cattolici al mondo. Vi rimase dal 2004 al 2011. Nel 2017 è morto.

    Il processo in Australia
    In questa primavera 2018 altri fatti raccontano, in modo diverso, la stessa storia. Lo scorso 1 maggio il cardinale George Pell è stato rinviato a giudizio da un tribunale australiano relativamente a diversi casi di abusi su minori, che sarebbero avvenuti in due momenti diversi: tra gli anni settanta e ottanta del novecento a Ballarat, paese di origine di Pell, da cui prese il via la sua carriera ecclesiastica; e tra la fine degli anni novanta e il 2000 a Melbourne, città in cui ricopriva la carica di arcivescovo. Altre accuse sono state respinte dalla giudice Belinda Wellington che, dopo aver ascoltato per un mese una cinquantina di testimonianze contro e a favore dell’accusato, ha deciso che il processo poteva avere luogo.

    Il caso Pell ha alcune implicazioni notevoli. Il cardinale infatti era, fino a un anno fa, il prefetto della segreteria per l’economia, ovvero il capo del nuovo superdicastero creato da papa Francesco per mettere ordine nelle opache finanze vaticane. Il porporato, tuttavia, una volta che l’iter giudiziario ha preso il via in Australia, ha lasciato il suo posto – assecondando in tal modo una richiesta dello stesso Bergoglio – e si è presentato davanti al tribunale australiano per difendersi dalle accuse, rivendicando sempre la sua innocenza.

    Per ora, fa sapere la Santa Sede, “resta in congedo”, in attesa della fine del procedimento. Un po’ in omaggio al principio di non colpevolezza fino al pronunciamento della sentenza, un po’ perché nominare un secondo ministro delle finanze dopo un simile passo falso, non è così facile neanche per il papa.

    I problemi di Pell erano noti da tempo. Sia quando era a capo della chiesa australiana sia da prefetto dell’economia in Vaticano, il cardinale aveva dovuto difendersi dalle accuse di abusi sui minori davanti a due commissioni – una dello stato di Victoria e una della Royal commission. In quelle circostanze aveva di fatto ammesso le proprie responsabilità circa silenzi e coperture, adducendo alcune attenuanti tra le quali la scelta – sia pure giudicata a posteriori come un grave errore – di mettere al primo posto la difesa del buon nome dell’istituzione.

    Il processo in corso è stato accompagnato da infinite polemiche pro e contro il cardinale. Pell è stato una personalità chiave della chiesa australiana e dell’establishment del suo paese, un esponente dell’ala più tradizionalista della gerarchia cattolica sul piano dottrinario e un fautore del liberismo in economia. Tra le sue caratteristiche una buona dose di schiettezza, la capacità di lottare per le proprie idee pubblicamente, nonostante i dissensi e le critiche, e la passione – autentica – per le finanze.

    Il cardinale è entrato in conflitto con il papa sui temi etici, sulla concezione della famiglia, sulle aperture ai divorziati risposati e agli omosessuali. Pell è stato anche l’unico alto esponente vaticano ad aver scritto, nero su bianco, quale fosse il risarcimento pagato dalla Santa Sede allo stato italiano per il crac del Banco ambrosiano, ovvero 406 milioni di dollari. Ancora, davanti alla commissione dello stato di Victoria nel 2013, aveva riconosciuto – e si tratta di una rarità nel mondo ecclesiastico – che il celibato obbligatorio poteva essere all’originedi alcuni casi di abuso sui minori. Figura controversa per eccellenza, amico dell’Opus dei e vicino ai circoli finanziari più conservatori, ora dovrà affrontare un procedimento non facile sotto il profilo giuridico.

    Quando si parla di Pell, non bisogna perdere di vista il contesto: l’Australia è stata sconvolta dalle indagini sulla pedofilia che hanno portato alla luce una realtà sconcertante fatta di decine di migliaia di casi avvenuti tra il 1950 e il 2010, il 60 per cento dei quali all’interno di strutture religiose. La vicenda, definita dalle stesse istituzioni australiane “una tragedia nazionale”, ha rotto in modo traumatico il rapporto di fiducia tra la chiesa e le persone, tanto che lo stesso episcopato australiano ha convocato un concilio plenario nel 2020 (l’ultimo si è tenuto nel 1937) per affrontare la situazione; una decisione in linea con quel rilancio del decentramento sinodale, del ruolo e dell’autonomia decisionale delle chiese locali, promosso da Francesco come strategia di riduzione del centralismo romano.

    Cile, abusi, dittature e silenzi
    L’altro grande nodo venuto al pettine in questi mesi riguarda il Cile. La vicenda ha complesse diramazioni, ma il canovaccio centrale lungo cui si snoda contiene già tutti gli elementi essenziali del problema. Un sacerdote, Fernando Karadima, 87 anni, responsabile di decine di abusi sessuali, è stato anche strettamente legato ad alcune figure dell’alta borghesia cilena e a pezzi di establishment reazionario del suo paese, ha avuto frequentazioni con la giunta militare di Augusto Pinochet ed è stato in ottimi rapporti con il cardinale Angelo Sodano, ex nunzio apostolico in Cile e poi a lungo segretario di stato vaticano, uomo chiave del potere wojtyliano.

    Karadima ha inoltre fondato un’organizzazione, la Pia unione sacerdotale, attorno alla quale, tra gli anni settanta e ottanta del novecento, gravitavano politici, ministri della giunta militare, gerarchie ecclesiastiche. Diversi sacerdoti hanno fatto carriera grazie a Karadima, e alcuni sono diventati vescovi.

    Con il passare del tempo però gli abusi di Karadima sono venuti alla luce grazie alle denunce delle vittime. Il sacerdote ha subìto un processo canonico nel 2010, durante il quale è stato riconosciuto colpevole, e la Santa Sed ha respinto ogni appello per modificare la sentenza. Nel frattempo, e parallelamente, è emersa la figura di monsignor Juan Barros Madrid, vescovo della città di Osorno, nel sud del Cile. Barros – ripetevano le vittime di Karadima – aveva assistito agli abusi, ne era a conoscenza, eppure non era stato mai allontanato dagli incarichi che ricopriva, anzi aveva fatto carriera, difeso e tutelato dai più alti esponenti della gerarchia ecclesiastica. La vicenda ha provocato un’ondata di indignazione nel paese, allontanando moltissimi fedeli dal cattolicesimo.

    Nel gennaio scorso il papa, durante la visita in Cile e Perù, ha difeso a spada tratta Barros, evocando esplicitamente una sorta di complotto di sinistra, laicista e anticlericale, contro la chiesa. Le accuse contro di lui erano infondate. La presa di posizione del papa è esplosa come una bomba sulla stampa di mezzo mondo, suscitando reazioni critiche anche in ambienti cattolici. Francesco ha fatto una prima parziale marcia indietro sul volo di ritorno verso l’Italia, chiedendo scusa alle vittime per le sue parole, senza però cedere sulle responsabilità Barros.

    A quel punto sono cominciate ad arrivare critiche al papa anche dai vertici della chiesa – un altro fatto inedito. Il cardinale Sean Patrick O’Malley, capo della pontificia commissione per la tutela dei minori, che ha preso il posto di Law a Boston dopo gli scandali, ha dichiarato: “È comprensibile che le parole di papa Francesco in Cile siano state fonte di grande dispiacere per le vittime di abusi sessuali da parte del clero”. Dunque, il papa aveva sbagliato.

    Da lì in poi le cose hanno preso un corso imprevedibile: Francesco ha mandato una commissione d’inchiesta fidata e indipendente in Cile, quindi ha fatto sapere di essere stato male informato da alcuni dei suoi collaboratori sul caso Barros. Infine, tra aprile e inizio maggio, le tre vittime più note di Karadima, oggi accusatrici di Barros e dei vertici della chiesa cilena, sono state ricevute in vaticano nella residenza Santa Marta.

    Le vittime in Vaticano
    Juan Carlos Cruz, James Hamilton e Andrés Murillo hanno parlato a lungo con Francesco, e secondo quanto hanno detto loro stessi non ci sono state censure o paure. Ma hanno anche aggiunto: “Non spetta a noi portare avanti le necessarie trasformazioni nella chiesa per fermare l’epidemia degli abusi e degli insabbiamenti sessuali. Speriamo che il papa trasformi le sue amorevoli parole di perdono in azioni esemplari, altrimenti tutto questo resterà lettera morta”.

    Il passo successivo sarà l’inevitabile rifondazione della chiesa cilena, anche perché negli insabbiamenti degli abusi sono coinvolti ben due cardinali, Ricardo Ezzati Andrello e Francisco Javier Errázuriz Ossa, entrambi ex arcivescovi di Santiago del Cile. Errázuriz Ossa è stato anche uno dei più stretti collaboratori di Bergoglio.

    Il tema resta quello della governance interna alla chiesa e del messaggio che la Santa Sede sarà in grado di trasmettere al mondo. Dimissioni e prepensionamenti di vescovi e cardinali cileni coinvolti nello scandalo saranno un segno di svolta. L’ammissione del proprio errore – e che errore – da parte del vescovo di Roma, pone le basi per una nuova assunzione di responsabilità da parte della chiesa. La vicenda ha segnato il pontificato, che ha creato un dicastero apposito, la Pontificia commissione per la tutela dei minori, poi entrato in crisi per il conflitto tra alcune vittime, i componenti laici dell’organismo e alcuni settori della curia refrattari ad accettare il ruolo decisionale del nuovo dicastero, ritenuto tropo laico e con troppe donne al suo interno.

    Marie Collins, irlandese, una vittima, esperta di tutela dei minori, si è dimessa nel marzo 2017 in polemica con il Vaticano e in particolare con la Congregazione per la dottrina della fede. Al centro dello scontro, i poteri reali della pontificia commissione e la possibilità o meno di istituire un tribunale vaticano per processare i vescovi colpevoli di insabbiamento. Nel luglio del 2017, però, anche il prefetto della congregazione per la dottrina della fede, il cardinale Gerhard Ludwig Müller, leader dei conservatori contro Francesco, ha lasciato il suo incarico a causa, tra le altre cose, di una gestione troppo burocratica dei casi di pedofilia.

    Chiesa e società
    Lo scandalo abusi, dunque, ha fatto emergere diverse questioni relative al potere clericale, al rapporto tra giustizia civile e canonica, al celibato e alla sessualità, all’assenza di donne ai vertici della chiesa. In sostanza è entrata in crisi la relazione tra chiesa e società civile.

    Tra i documenti che saranno ricordati e studiati dagli storici ci sono ben due drammatiche lettere aperte scritte dagli ultimi due pontefici proprio dopo gli scandali legati agli abusi sui minori: la prima, di Benedetto XVI, indirizzata nel 2010 ai cattolici d’Irlanda; e la seconda di Francesco ai vescovi del Cile. In quest’ultima si fa riferimento tra l’altro a “tante vittime di gravi abusi di coscienza e di potere” e agli “abusi sessuali commessi contro minorenni da diversi consacrati del vostro paese, che sono stati negati al momento e che hanno rubato loro l’innocenza”.

    Ratzinger esprimeva “la convinzione che, per riprendersi da questa dolorosa ferita, la chiesa in Irlanda deve in primo luogo riconoscere davanti al Signore e davanti agli altri, i gravi peccati commessi contro ragazzi indifesi. Una tale consapevolezza, accompagnata da sincero dolore per il danno arrecato alle vittime e alle loro famiglie, deve condurre ad uno sforzo concertato per assicurare la protezione dei ragazzi nei confronti di crimini simili in futuro”.

    Anche in Irlanda, il lavoro condotto da una lunga serie di commissioni d’inchiesta governative aveva portato alla luce uno scenario terribile fatto di migliaia di abusi avvenuti in molte istituzioni cattoliche alle quali era stato affidato una parte consistente del sistema scolastico e formativo del paese. All’enormità dello scandalo ha fatto seguito una decisa accelerazione sulla strada della laicità nella sensibilità collettiva del paese e forse una presa di distanza dalla cultura cattolica tout-court; in questa prospettiva può essere letta l’approvazione per via referendaria dei matrimoni gay nel maggio del 2015.

    Da alcuni anni all’università gregoriana di Roma, lo storico ateneo dei gesuiti, è attivo il Centro per la protezione dell’infanzia, che si occupa di studiare gli abusi e lo sfruttamento dei minori dentro e fuori la chiesa, e di formare personale ecclesiastico in grado di gestire un problema così complesso e grave. L’obiettivo è quello di collocare la crisi interna alla chiesa dentro lo spazio più ampio del mondo e delle molteplici tipologie di violenze sui minori. Tuttavia, la rottura del patto di fiducia tra la chiesa e i fedeli, nonché la rottura del silenzio da parte delle vittime, disegnano un quadro specifico che riguarda la chiesa di Roma.

    Casi tenebrosi come quello di padre John Geoghan e Paul Shanley a Boston (autori di decine di violenze su minori, impuniti per quasi un ventennio); del fondatore del gruppo ultrareazionario dei Legionari di Cristo in Messico, Marcial Maciel Degollado (manipolatore, abusatore di minori, finanziato dal miliardario messicano Carlos Slim); e di Lawrence Murphy, sacerdote della diocesi di Milwaukee, considerato responsabile di almeno duecento casi di abuso, descrivono i percorsi di autentici predatori seriali che hanno lasciato una cicatrice profonda nella storia recente della chiesa.

    Dalla capacità di rispondere a questa macro questione – che contiene al suo interno molti dei problemi irrisolti nel rapporto tra istituzione ecclesiale e modernità – dipenderà il futuro del cattolicesimo come religione universale.

    https://www.internazionale.it/opinione/francesco-peloso/2018/05/15/scandalo-pedofilia-chiesa

  • Pedofilia nella Chiesa, parte una raccolta fondi per pagare spese legali al cardinale Pell

    Pedofilia nella Chiesa, parte una raccolta fondi per pagare spese legali al cardinale Pell

    Il cardinale australiano George Pell, l’ex “ministro delle finanze” del Vaticano, è stato rinviato a giudizio con l’accusa di abusi sessuali a minori. Per sostenere le costose spese legali del penalista che lo difende, l’arcidiocesi di Sydney sta pubblicando diversi annunci in cui chiede donazioni ai fedeli. “Mi chiedo se la Chiesa cattolica, attraverso questo fondo, non stia pagando in modo discreto gli avvocati del cardinale”, ha commentato la legale di due degli accusatori.

    Il cardinale australiano George Pell, da tempo coinvolto in uno scandalo di abusi sessuali a minori, si è sempre dichiarato innocente. Ma il giudice di Melbourne, Belinda Wallington, al termine dell’istruttoria durata quattro settimane, ha deciso che ci sono abbastanza prove per un rinvio a giudizio dell’ex “ministro delle finanze” delle Santa Sede. Saranno dunque due giurie distinte a stabilire se l’alto prelato è colpevole dei gravi fatti di cui è imputato.

    Pell, di 76 anni, è il più alto esponente ecclesiastico mai coinvolto in uno scandalo di pedofilia. Al centro delle indagini, molestie sessuali e abusi che sarebbero avvenuti tra la fine degli anni ’70 e ’80 a Ballarat, la sua città natale, e tra la fine degli anni ’90 e gli inizi del 2000 nella diocesi di Melbourne, di cui Pell era arcivescovo. Oltre ai capi d’imputazione che gli vengono direttamente contestati, dovrà difendersi anche all’accusa di aver coperto altri sacerdoti pedofili e insabbiato uno stupro. Il porporato, nominato nel 2014 da Papa Francesco a capo della Segreteria per l’economia del Vaticano, era anche una delle figure chiave scelta dal pontefice per la riforma della Curia Romana. Ma dopo le accuse formulate contro di lui, la Santa Sede ha concesso al cardinale un periodo di congedo per consentirgli di ritornare in Australia e difendersi in un aula giudiziaria.

    Se molte delle incriminazioni contro il prelato sono cadute, ne rimangono altre 10 di cui dovrà rispondere in due processi separati. Il primo riguarderà le accuse di avere molestato dei ragazzini nella piscina di Ballarat, quando era solo un semplice sacerdote. Il secondo, invece, riguarderà fatti che sarebbero avvenuti nella cattedrale di Melbourne alla fine degli anni ’90, quando Pell a capo della diocesi. In questo caso l’imputazione è di aver molestato due coristi in sagrestia dopo la messa.

    A difendere il cardinale è il prestigioso penalista Robert Richter che costerebbe, secondo le indiscrezioni dei media australiani, decine di migliaia di dollari al giorno. Per sostenere le spese legali, quindi, l’arcidiocesi di Sidney ha deciso di pubblicare diversi annunci in cui chiede donazioni ai sostenitori del prelato. Nell’ultimo numero del settimanale, Catholic Weekly, assieme alle coordinate bancarie del fondo, la curia ha scritto un articolo in cui ricorda che “è stato creato un fondo indipendente in cui le persone che desiderano possono contribuire. L’arcidiocesi di Sydney non ha istituito il fondo né è coinvolta nella sua gestione”. Una portavoce del prelato, Katrina Lee, ha affermato che la curia di Sydney, pur fornendo i dettagli del fondo a chi ne faccia richiesta, non vi contribuisce, né il Vaticano ha fornito alcun contributo. “Da quando il Cardinale Pell è tornato in Australia, molte persone hanno chiesto di poterlo aiutare per le spese legali – ha detto Lee – e a questo scopo è stato istituito da un avvocato indipendente un fondo fiduciario”.

    Chi è il responsabile del denaro raccolto per aiutare il cardinale a pagare l’onorario del suo costoso team di avvocati? Il nome dell’intestatario del conto corrente che appare in tutti gli annunci risulta essere Ferdinand Zito and Associates, uno studio legale con un piccolo ufficio nella periferia di Melbourne. Una portavoce dell’avvocato ha confermato la titolarità e la gestione del fondo ma, a causa del rapporto di riservatezza con il cardinale, non ha voluto fornire alcun altro elemento.

    “Mi chiedo se la Chiesa cattolica, attraverso questo fondo, non stia pagando in modo più discreto le spese legali di Pell”, ha dichiarato Ingrid Irwin, un avvocato di Ballarat e rappresentante legale di due degli accusatori del cardinale. Ma c’è anche chi difende la raccolta di denaro tra i fedeli. Come Des Cahill, professore emerito dell’Università di Melbourne, e compagno di seminario del cardinale. “Ha sempre detto di essere innocente e continua ad essere amato da molti cattolici per le sue battaglie e per ciò che rappresenta”. Cahill crede che le donazioni saranno sufficienti a coprire l’onorario degli avvocati difensori, che alla fine del procedimento giudiziario potrebbero ammontare a diversi milioni di dollari.

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  • Emanuela Orlandi nuove rivelazioni in vista: Mafia, Banda della Magliana…

    Emanuela Orlandi nuove rivelazioni in vista: Mafia, Banda della Magliana…

    Emanuela Orlandi, il mistero sta per essere rilanciato con altre “rivelazioni” al cardiopalma di un altro grande “supertestimone” che, come al solito, si riveleranno fasulle? E’ probabile. Ed è possibile che si tenti la saldatura col caso Moro, [App di Blitzquotidiano, gratis, clicca qui, Ladyblitz – Apps on Google Play] addossando entrambe le colpe alla mitica Banda della Magliana. Questa volta il “supertestimone” potrebbe essere niente di meno che  il grande bossPippo Calò, riciclatore dei soldi della mafia e a suo tempo ciccia e pappa anche con il capo dei capi Totò Riina.

    Arrestato a Roma il 30 marzo 1985 e condannato a due ergastoli per una sfilza di delitti, Calò sta subendo una discreta corte “perché parli” da parte dell’avvocatessa Laura Sgrò, da qualche tempo il nuovo legale di Pietro Orlandi. L’avvocatessa in una puntata di Atlantide, condotta dal giornalistaAndrea Purgatori, ha sparato alla grande la notizia, in realtà la sua speranza, che Calò “parli” del mistero Orlandi come ghiotta anticipazione di quella che viene presentata come una bomba che sta per esplodere con effetti devastanti e risolutivi. La miccia è accesa.
    Nel frattempo il membro della commissione d’inchiesta sul caso Moro, il deputato Gerolamo “Gero” Grassi, sta cercando di riscrivere clamorosamente la vicenda di Aldo  Moro legandola alla Banda della Magliana con una “rivelazione” che va ripetendo da vari giorni e che nelle ultime ore ha detto anche al TG1:
    “Non è vero che il bar Olivetti, davanti al quale la mattina del 16 marzo 1978 ci fu l’agguato brigatista a Moro, quel giorno era chiuso come si è sempre sostenuto. Era invece aperto. E si tratta di un bar  frequentato da elementi della Banda della Magliana, compreso  Enrico De Pedis”.
    Grassi inoltre sostiene che sull’auto di Moro e della scorta spararono non solo dal lato della strada del bar Olivetti, ma anche dal lato opposto: altri brigatisti e gli immancabili uomini di quale servizio segreto  rimasti tutti sconosciuti.
    Fa niente che De Pedis era chiuso in carcere e quindi non poteva frequentare nessun bar. Fa niente che non si sa chi fossero i supposti clienti membri della banda (Nomi? Finora nessuno).
    Fa niente che sparare allo stesso bersaglio in due gruppi contrapposti, cioè da entrambi i lati, per giunta aumentando il numero degli sparatori, significa anche spararsi tra brigatisti, visto che avrebbero dovuto essere in due gruppi, uno di fronte all’altro.
    Fa niente: la trama che da qualche tempo Grassi sta mettendo assieme è troppo affascinate per chi, come lui, è anche giornalista e romanziere che su brigatisti e Moro scrive da anni. Ha scritto infatti anche il romanzo  d’amore “Il ministro e la brigatista”, ambientato proprio negli anni delle Brigate Rosse e del rapimento Moro.
    Ma andiamo per ordine. Vediamo come si è formata questa nuova possibilità di grande “botto”. Non si può infatti escludere che Calò, decida di “rivelare” chissà cosa. Lo ha fatto a suo tempo l’allora galeotto Antonio Mancini,smanioso di uscire di galera.
    Tempo fa Pietro Orlandi ha ricevuto su Facebook un messaggio,  tanto per cambiare da parte di un anonimo, che bontà sua si firma Amico Augusta: “Devi cercare di sentire il boss Calò”.
    Non stanco di correre e far correre da anni giornalisti e magistrati dietro piste e segnalazioni una più infondata dell’altra, scartandone però chissà perché alcune, Orlandi ha passato questa ennesima “informazione” alla Procura della Repubblica. La quale però, stufa di essere tirata per la giacchetta da ormai 35 anni su una vicenda che dopo un decennio di nuove indagini ha archiviato nell’ottobre 2015, col successivo beneplacito della Cassazione – non può certo dar retta anche al fantomatico signor “Amico Augusta”.
    Anche perché sembra la riedizione delle molte piste rivelate sia allo stesso Pietro Orlandi riguardo Emanuela sia al legale di sua madre, Ferdinando Imposimato, riguardo anche il caso Moro da “testimoni” ciarlatani e con nomi falsi pescati con le mani nel sacco dalla magistratura.
    Le ultime rivelazioni vengono presentate ai telespettatori, in una puntata del programma di Purgatori, Atlantide, su La7, in questo modo:
    1) – l’anonimo Amico Augusta viene definito “informatore”, anzi “informatori” al plurale, che hanno “passato delle informazioni”, anche se il fantomatico Amico Augusta NON è affatto un informatore e NON ha passato nessuna informazione a nessuno. Si è infatti solo limitato a suggerire di “sentire il boss Calò”, senza neppure curarsi di spiegare il perché.  Alla luce delle esperienze giudiziarie e giornalistiche di questi 35 anni, NON si può affatto escludere che si tratti dell’ultimo – per ora – della lunga sfilza di mitomani, bugiardi e malati di protagonismo che di fatto hanno distrutto ogni possibilità di riuscire a capire che fine abbia fatto la povera Emanuela e per mano di chi.
    2) – La lettera di Calò di curiosa e cortese disponibilità a incontrare la avv. Sgrò viene interpretata come disponibilità a “parlare”. Ovviamente per chiarire il mistero Orlandi.
    3) – Purgatori rincara la dose prima affermando che Calò
    “in qualche modo è stato citato nella storia della scomparsa di Emanuela Orlandi”,
    senza però specificare che a citarlo non sono stati i magistrati, e neppure testimoni più o meno super, ma solo un paio di articoli tanto sensazionalisti quanto smentiti da indagini e sentenze. Poi la dose la rincara chiedendo all’avvocatessa se non le sembri
    “clamoroso il fatto che Calò, che non è certamente una persona cha ha, così, distribuito informazioni e risposto agli interrogatori improvvisamente decida che su questa questione specifica di Emanuela Orlandi ha voglia di parlare, di dire qualcosa”.
    A conclusione delle sue “rivelazioni” Sgrò si lamenta di non avere ancora ricevuto né la delega né il permesso di incontrare comunque Calò e quindi lancia un appello perché le aprano le porte del carcere “il ministro della Giustizia e il ministro degli Interni”.
    Tutto questo può servire comunque per facilitare la realizzazione di un’altra commissione d’inchiesta, quella sul mistero Orlandi, promessa con un’apposita conferenza stampa dal senatore grillino Vincenzo Santangeloprima delle ultime elezioni.
    Pietro Orlandi in una puntata sempre di Atlantide ha sostenuto di avere scoperto lui, insieme col giornalista ex di “Chi l’ha visto?” Fiore De Rienzo, la famosa telefonata partita il 12 ottobre 1993 dal Vaticano per “suggerire” al suo vicecapo della Vigilanza, l’ingegnere Raul Bonarelli, convocato per il giorno dopo come testimone dal giudice istruttore Adele Rando, di non dire che della scomparsa di Emanuela si era interessante la Segreteria di Stato.  Peccato che il testo di quella telefonata sia stato pubblicato già da Roberto Chiodi su L’Espresso nel 1998 (e da me in due miei libri del 2002 e 2014, con l’aggiunta del nome dell’autore della telefonata). Pur avendolo in seguito appreso, Purgatori ha fatto finta di nulla.
    Mesi fa la stessa avvocatessa Sgrò per conto di Pietro Orlandi ha denunciatoin Vaticano – a quasi 35 anni di distanza! – la scomparsa di Emanuela. Poi ha rincarato la dose con la richiesta di indagini sulla base di asserite “convergenze” – in realtà solo voci riferite al suo cliente – con un documento pubblicato in un libro dal giornalista Emiliano Fittipaldi, che parla di oltre 483 milioni di lire  spesi dal Vaticano per mantenere in gran segreto Emanuela all’estero. Nell’enfasi Purgatori la cifra l’ha moltiplicata per 2.000, cioè perfino più del famoso miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci, facendo diventare le lire di quell’epoca euro di oggi.
     Ora potrebbe entrare in gioco il pezzo da 90 Calò. Il copione “mafioso” però non è del tutto nuovo, anche se ora si vuole spingere in scena un mammasantissima anziché un altra mezza figura come già tentato nel 2014.
    Quell’anno Pietro Orlandi aveva infatti preso sul serio le “rivelazioni” di un altro ex mafioso, il pentito Vincenzo Calcara, tanto da avere voluto essere lui a presentare in occasione della Fiera del Libro di Torino il volume intitolato “Dai memoriali di Vincenzo Calcara: le cinque entità rivelate a Paolo Borsellino”. Il mafioso pentito pretendeva di essere ricevuto dal Papa, ovviamente per rivelargli anche lui la verità sulla fine di Emanuela. Perché al Papa e non alla magistratura è un altro mistero…  Che nessuno, neppure l’instancabile Pietro Orlandi, ha cercato di chiarire.
    Dal carcere di Opera filtrano intanto voci di un improvviso desiderio di Calò di documentarsi sulla vicenda Orlandi. Riguardo la quale avrebbe confidato a qualche compagno di carcere:
    “Ma io non ne so nulla! Solo un po’ di quello che hanno scritto i giornali e detto le televisioni”.
    Staremo a vedere.
    Nel frattempo vale la pena di notare inoltre che uno dei primi a indicare per il mistero Orlandi la pista del ricatto al Vaticano per rientrare in possesso di somme ingenti prestate e mai restituite, pista che alla lunga è sfociata nella banda della Magliana, è stato proprio Purgatori. Lo ricorda Gaia Cenciarelli nel suo libro “Extra Omnes. L’infinita scomparsa di Emanuela Orlandi”:
    “C’è anche chi è convinto che i motivi della scomparsa di Emanuela siano da ricercare all’interno del Vaticano, tra i nemici del Papa e della sua politica di rinnovamento. L’oscura vicenda dello IOR e della morte di Calvi sono da tenere in ogni caso presenti se si vuole credere alle lotte di potere che si svolgevano all’interno delle mura leonine e ai soldi persi nel crac del Banco Ambrosiano da chi intendeva ricattare il Vaticano per tornare in possesso del denaro investito e perduto. L’8 febbraio 1994 fu Andrea Purgatori, dalle pagine del Corriere della Sera a rivelare notizie che potrebbero avvalorare in parte questa teoria: “Poco prima che, attraverso i canali diplomatici il Vaticano riuscisse a ottenere uno stop alle indagini [le rogatorie respinte di cui si parlerà più avanti, n.d.r.], la polizia era arrivata a scoprire qualcosa di importante e inquietante. Che il misterioso interlocutore (mediatore) in contatto telefonico con gli Orlandi chiamava da una cabina della stazione Termini”.
    A fronte di questa scoperta, gli inquirenti monitorarono tutte le cabine presenti nella stazione ma non riuscirono a venire a capo del mistero perché, malgrado le telefonate risultassero partire da lì, in quella cabina non c’era nessuno. E ciò era possibile solo nel caso in cui i rapitori di Emanuela disponessero di un sofisticatissimo congegno in grado di far “rimbalzare” le telefonate da un apparecchio all’altro. Quindi, prosegue Purgatori, l’organizzazione che aveva rapito Emanuela non era una banda di malavitosi qualsiasi, ma un gruppo formato da individui scaltri e con risorse eccezionali”.
    Cenciarelli riporta anche che secondo l’allora esistente giornale
    “L’Indipendente, una volta gli investigatori erano riusciti a isolare le prime quattro cifre delle telefonate, che risultarono essere partite dall’Ambasciata Americana di via Veneto. Il quotidiano dedusse, di conseguenza, che il telefonista si serviva di un apparecchio interno all’ambasciata oppure riusciva a far “rimbalzare” le chiamate sul suo centralino”.
    Nascerà così anche  la pista dell’utilizzo da parte del “portavoce dei rapitori” di un “sofisticato meccanismo da 007” che permetteva di far risultare le sue telefonate agli Orlandi come effettuate da numeri telefonici diversi da quelli veri. Pista presa sul serio da Pietro Orlandi, che in un’intervista ha appunto affermato che almeno una telefonata risultò come partita dall’ambasciata americana.
    Lo spettacolo continua. Se il regista Roberto Faenza con un apposito film ha sostenuto fin dal titolo che riguardo la sorte di Emanuela “La verità sta in cielo”,  ora la verità è precipitata nelle mitiche profondità marine: quelle del continente sommerso Atlantide. Dalle stelle del cielo ai cavallucci marini).
    https://www.blitzquotidiano.it/opinioni/nicotri-opinioni/emanuela-orlandi-mafia-magliana-2874177/
  • Denunciò un prete pedofilo, ex detective risarcito 50 anni dopo le dimissioni forzate

    Denunciò un prete pedofilo, ex detective risarcito 50 anni dopo le dimissioni forzate

    Denis Ryan, ex poliziotto australiano 86enne, subì pesanti pressioni da parte dei suoi superiori per aver incastrato un prelato che aveva abusato di bambini. Dopo aver perso il lavoro e una vita distrutta, a mezzo secolo di distanza è stato riabilitato

    di PAOLO RODARI

    CITTÀ DEL VATICANO – Denis Ryan, un ex detective australiano che cinquant’anni fu costretto a dimettersi dalla Polizia di Victoria, in Australia, perché cercò di assicurare alla giustizia un prete pedofilo, riceverà decenni dopo dai fatti accaduti un risarcimento.

    Tutto accadde per le indagini che Ryan condusse sulla doppia vita di monsignor John Day, un prete cattolico che abusò di minori nel Mallee. Il detective subì pesanti pressioni da parte dei suoi superiori tanto che si convinse che fosse meglio uscire dalla polizia. Perse il lavoro, ebbe seri problemi in famiglia, ma ora, secondo quanto ha rivelato l’Abc, l’86enne ha raggiunto un accordo con il governo vittoriano.

    “Non credo che mi sentirò mai vendicato – spiega -. Penso solo alle vittime, hanno sofferto molto di più di me”.

    Secondo quanto ha riferito Vernon Knight, che ha gestito le trattative per conto di Ryan, il detective sarà risarcito con il pagamento di una somma forfettaria. “Denis ha 86 anni- spiega – e vuole vivere il resto della sua vita ripristinando quella dignità che gli fu negata”. E ancora: “Fu crocifisso perché fece il suo lavoro cercando di proteggere i bambini e perché cercò di chiedere il conto ai responsabili”.

    Negli anni successivi alle dimissioni, Ryan trovò un lavoro come imballatore di frutta. Più tardi diventò sindaco della contea Mildura e cercò di smascherare il ruolo che i più alti ufficiali della polizia di Victoria Police giocarono nel coprire il monsignore pedofilo. Nel 2015 lo stesso Ryan testimoniò davanti alla Commissione reale che arrivò alla conclusione che senza ombra di dubbio il detective si chiamò fuori dalla polizia proprio per le pressioni subite per le sue indagini. La polizia di Vittoria ufficialmente si scusò con Ryan nel 2016, ma il peso delle vecchie omissioni ha continuato a pesare su di lui.

    “Credo che molti di coloro che allora erano bambini hanno visto le proprie vite distrutte”, dice lo stesso Ryan. E ancora: “Gerald Ridsdale, un altro noto pedofilo, sarebbe stato catturato dalla polizia se mi avessero ascoltato ma non l’hanno fatto. Sono stati fedeli a una cattedrale ma non al popolo di Victoria che avevano giurato solennemente di proteggere”.

    La storia di Ryan è significativa in un Paese che sta seguendo il processo ai danni del cardinale George Pell, apo della Segreteria per l’Economia della Santa Sede, accusato di coperture e di abusi. Pell, che si è dichiarato “non colpevole” è stato rinviato pochi giorni fa a giudizio. Il fratto che si trovi in Australia, comunque, dice di una mentalità che, seppure a fatica, prova a farsi strada Oltretevere: anche vescovi e cardinali se colpevoli devono pagare il proprio conto con la giustizia.

    http://www.repubblica.it/esteri/2018/05/08/news/denuncio_un_prete_pedofilo_ex_detectice_risarcito_50_anni_dopo_le_dimissioni_forzate-195814819/

  • Abusi, quel dolore delle vittime “uccise” due volte

    Abusi, quel dolore delle vittime “uccise” due volte

    Le parole di Cruz, Hamilton e Murillo con la stampa internazionale dopo i giorni trascorsi con Papa Francesco: «Gli insabbiatori ci hanno fatto più male di Karadima»
    Che cosa può esserci di peggio, di più corrotto e criminale di un prete che grazie alla sua posizione di potere e alla sua influenza abusa sessualmente di bambini e adolescenti? Che cosa può esserci di peggio di questo reato, di questo peccato, di questo crimine che «uccide l’anima» (copyright monsignor Charles Scicluna) delle vittime? Che cosa può esserci di peggio di chi scandalizza i piccoli, gli innocenti, i più deboli, e invece di farli crescere nella fede li annienta rovinando loro la vita? Chi ha seguito mercoledì 2 maggio 2018 la conferenza stampa di Juan Carlos Cruz, James Hamilton e José Andrés Murillo , le tre vittime del prete pedofilo cileno Fernando Karadima che sono state lungamente ricevute da Papa Francesco nei giorni scorsi, ha potuto ascoltare una risposta tremenda e illuminante.

    Hamilton, rispondendo alla domanda su che cosa avrebbe voluto dire a Karadima se il suo abusatore fosse stato davanti alla diretta tv in quel momento, ha risposto: «A Karadima non voglio dire niente. Ma vorrei dire ai vescovi insabbiatori che il maggior danno non è stato quello che mi ha fatto Karadima ma quello che mi hanno fatto loro. Mi hanno ucciso di nuovo quando sono venuto a chiedere il loro aiuto, quando stavo morendo dentro e loro hanno fatto di tutto per uccidermi per la seconda volta. Sono dei criminali».

    Ecco, anche se potrebbe sembrare strano – come si può concretamente paragonare l’abuso sessuale con l’insabbiamento? – ciò che questa vittima di abusi ha percepito è stato l’essere ucciso una seconda volta. E dunque è arrivato a dire chi può essere peggiore di un prete abusatore. Un superiore, un vescovo che invece di accogliere, ascoltare, confortare la vittima che denuncia l’abuso, rifiuta di riceverla. Rifiuta di incontrarla. La considera un “nemico” del buon nome della Chiesa, minimizza i suoi racconti considerandoli certamente calunniosi prima ancora di averli ascoltati. Non si cura del bambino, del ragazzo, dell’adolescente o dell’uomo devastato, che domanda innanzitutto di essere preso sul serio, accolto, sostenuto, aiutato. Lo respinge, e invece di proteggere la vittima, protegge il carnefice, cioè il prete che ha compiuto quegli abusi che Papa Francesco ha paragonati ai sacrifici satanici.

    Non si può comprendere la vicenda cilena, come a quella di tanti altri Paesi dove questa piaga (o questa «epidemia» per usare l’espressione cara alle tre vittime di Karadima) è diffusa, senza partire dalla sofferenza degli abusati. Sofferenza che le coperture e gli insabbiamenti hanno reso ancor più terribile, al punto da far apparire queste ultime persino più dolorose della stessa esperienza degli abusi.

    Ciò che emerge dai racconti di questi tre uomini, le cui vite sono state distrutte dalla rapacità di padre Karadima ma anche dal vergognoso atteggiamento di chi lo ha coperto, garantendogli l’immunità e l’impunità per anni, nonostante le denunce, è dunque emblematico. E ci dice quanto importanti siano i gesti di accoglienza, di ascolto, di vicinanza. Come pure ci dice quanto sia importante che la ferita non venga chiusa frettolosamente e che la Chiesa cilena assuma quella consapevolezza penitenziale contenuta nella lettera di Francesco all’episcopato . Senza fare lo scaricabarile, ma riconoscendo le gravi mancanze commesse innanzitutto nell’aver respinto queste vittime di abusi abusando nuovamente di loro.

    «Durante quasi dieci anni noi siamo stati trattati come nemici perché lottavamo contro l’abuso sessuale e le coperture nella Chiesa. In questi giorni abbiamo conosciuto un volto amichevole della Chiesa, totalmente diverso da quello che abbiamo conosciuto prima», hanno affermato Cruz, Hamilton e Murillo. Colpisce che quell’attenzione e quella accoglienza che non hanno potuto sperimentare nel loro Paese, le tre vittime di Karadima l’abbiano incontrata in Vaticano, visitando il successore di Pietro. «Per me è stato un incontro molto gratificante e riparatore – ha detto Hamilton parlando del lungo tempo trascorso a tu per tu con il Pontefice – e la sua richiesta di perdono era molto sincera. Ci siamo trovati di fronte ad un uomo non superbo. Dicendoci che lui si era sbagliato, era il segno che non è infallibile. Perché se si sbaglia e lo riconosce, si trasforma in infallibile! È stato davvero umano».

    E Juan Carlos Cruz ha raccontato: «Ho parlato con il Papa delle coperture, nel dettaglio, approfonditamente. Io non ho mai visto uno così contrito nel chiedere perdono. Una richiesta di perdono che veniva dal cuore. Per me, nel mio caso, il Papa era veramente dispiaciuto e per me è stato veramente importante. “Io sono stato parte del problema, chiedo perdono”, ha riconosciuto. Ora il perdono richiede azioni nel futuro, spero che non gli tremi la mano nelle decisioni che deve prendere».

    http://www.lastampa.it/2018/05/03/vaticaninsider/abusi-quel-dolore-delle-vittime-uccise-due-volte-zAmYiI11wwoikHxjtf1muI/pagina.html

  • Il cardinale George Pell e le accuse di pedofilia: cosa sappiamo finora

    Il cardinale George Pell e le accuse di pedofilia: cosa sappiamo finora

    Dopo l’accusa di abusi sessuali e omesso controllo sui preti della sua diocesi è stato rinviato a giudizio dal Tribunale di Melbourne

    C’è aria di grande imbarazzo in Vaticano per le sorti giudiziariedel cardinale George Pell, super ministro dell’economia in carica, pur essendo stato autorizzato da circa un anno dal papa con un congedo “ad personam” ad andare in Australia per difendersi dalle accuse di omesso controllo da arcivescovo sui preti pedofili della sua ex diocesi.

    Accuse che il porporato ha sempre respinto con forza, sia dal Vaticano in videoconferenza con i giudici australiani, che nel Tribunale di Melbourne dove ha preso parte alle sedute preliminari concluse il primo maggio con un clamoroso rinvio a giudizio di Pellcon un impianto accusatorio ancora più pesante, essendo stato chiamato in causa da alcuni testimoni per presunti abusi sessuali.

    Il cardinale, che sperava in un non luogo a procedere, ora dovrà sottoporsi a giudizio per dimostrare tutta la sua innocenza, già ribadita a poche ore dal pronunciamento del tribunale australiano in una nota pubblicata sul sito della diocesi di Sidney che ricorda come il potente ministro delle Finanze vaticane “ha sempre collaborato con la Polizia di Victoria e ha costantemente ribadito la sua innocenza” in merito alle accuse di omesso controllo sulla pedofilia.

    Nello stesso sito si sottolinea inoltre che Pell “è tornato volontariamente in Australia per difendersi da queste accuse” e che “si difenderà dalle rimanenti accuse (abusi sessuali – ndr) dopo che ne sono decadute la metà – si riferisce nella nota – nel corso dell’istruttoria” preliminare.

    “Un caso doloroso che va risolto”

    Pell, dunque, sarà costretto a restare in Australia ancora per diversi mesi. La data di inizio del processo non è stata ancora fissata. Ma in Vaticano la tensione sale perchè – filtra dai Sacri Palazzi – non è più sostenibile una situazione “tanto complicata e dolorosa” che, però, sta compromettendo le sorti di uno dei dicasteri più importanti per le attività della Santa Sede, la Segreteria per l’Economia di cui il cardinale Pell formalmente continua ad essere il Prefetto. Ma tra i più stretti collaboratori del Papa si spera che il porporato, “proprio alla luce del rinvio a giudizio”, faccia un passo indietro dimettendosi, anche in virtù del motu proprio varato dallo stesso papa Francesco che ha stabilito che qualsiasi esponente della Chiesa (preti, religiosi, vescovi e cardinali) deve spontaneamente dimettersi dagli incarichi se chiamato in Giudizio in un tribunale.

    Come è, appunto, il caso di Pell, sul quale, però, le autorità pontificie non sembrano avere le idee molto chiare, come si evince dalla nota emessa dal direttore della Sala Stampa vaticana, Greg Burke che, subito dopo il rinvio a giudizio deciso dai giudici australiani, ha reso noto che “la Santa Sede prende atto della decisione emanata dall’autorità giudiziaria in Australia riguardante Sua Eminenza il Cardinale George Pell.

    L’anno scorso il Santo Padre gli aveva concesso un periodo di congedo per potersi difendere dalle accuse che gli erano state contestate. Tale disposizione rimane tuttora valida”. Il cardinale, quindi, resta ancora in carica. Ma per quanto tempo ancora, si chiedono Oltretevere?

    In Vaticano il tempo sta per scadere

    Interrogativi a parte, va detto che dopo quattro settimane di udienze, secondo il magistrato di Melbourne, Belinda Wallington, Pell dovrà difendersi in giudizio sia per omesso controllo sui preti pedofili che per presunti abusi sessuali stando alle testimonianza raccolte dal tribunale, dove il porporato si è formalmente dichiarato “non colpevole” e di non aver commesso violenze sessuali ai danni di minori avvenuti tra la fine degli anni Settanta e Ottanta a Ballarat, suo paese di nascita, e tra la fine degli anni Novanta e gli inizi del 2000 nella diocesi di Melbourne, dove era arcivescovo.

    I dettagli delle diverse accuse non sono stati resti noti, ma oltre a quelle che lo vedono direttamente coinvolto vi sarebbero episodi di copertura di altri sacerdoti pedofili e perfino uno stupro. Molti dei capi d’accusa sono stati comunque respinti. Ma sembra che nel rinvio a giudizio, il cardinale dovrà rispondere almeno di un caso di abuso sessuale su minore e di una serie di omessi controlli sui preti violentatori della sua ex diocesi dopo l’esame incrociato di decine di testimonianze raccolte nella seduta preliminare. Ora la parola passa al Tribunale, ma in Vaticano il tempo per Pell sembra che sia sul punto di scadere.

    https://www.panorama.it/news/cronaca/il-cardinale-george-pell-e-le-accuse-di-pedofilia-cosa-sappiamo-finora/

  • Il Papa conclude i colloqui con le vittime cilene: “Commossi e soddisfatti, incontri costruttivi”

    Il Papa conclude i colloqui con le vittime cilene: “Commossi e soddisfatti, incontri costruttivi”

    Oggi l’ultimo appuntamento a Santa Marta. L’episcopato del Cile pubblica una nota: «Non è piacevole ricevere un invito del Pontefice perché come Chiesa non stiamo agendo bene»

    Ieri mattina due di loro erano affacciati da una terrazza del Palazzo Apostolico vaticano a seguire il Regina Coeli di Papa Francesco, sorridendo e salutando i fotografi. Già questo un segno che il muro ha iniziato a sgretolarsi, che quella Santa Sede considerata per decenni come un riflesso in scala più ampia di una Chiesa che non ha saputo e voluto ascoltare il loro dolore può essere da oggi una “casa” anche per loro. Juan Carlos Cruz e James Hamilton, due delle tre vittime cilene di padre Fernando Karadima invitate a Roma dal Papa (il terzo, José Andrés Murillo era ieri assente), sembravano a loro agio insieme a padre Jordi Bertomeu, officiale catalano della Congregazione per la Dottrina della fede e “braccio destro” dell’arcivescovo maltese Charles Scicluna durante la missione speciale di febbraio in Cile.

    Merito dei recenti colloqui con Francesco a Santa Marta, voluti dallo stesso Pontefice che, dopo la lettera “penitenziale” all’episcopato cileno in cui ha chiesto nuovamente perdono e ribadito la sua vergogna per i casi di abuso, ha convocato tutti in Vaticano per provare a chiudere questo drammatico capitolo della Chiesa in Cile, deflagrato a livello internazionale con il viaggio di gennaio.

    Colloqui «positivi», «intensi», «costruttivi», «rispettosi», «sinceri», quelli avvenuti da venerdì sera a domenica tra il Papa e i tre principali accusatori di Karadima e delle gerarchie ecclesiastiche cilene, colpevoli – a loro dire – di aver insabbiato le violenze, a cominciare dal vescovo di Osorno Juan Barros. Almeno in questi termini gli stessi Cruz, Hamilton e Murillo hanno definito i dialoghi con il Papa in dei post (peraltro molto simili fra loro) pubblicati sui profili social.

    Attualmente sono solo questi tweet ad offrire uno scorcio di quanto avvenuto in queste tre giornate. Come informava infatti una nota del portavoce vaticano Greg Burke, non c’è e non ci sarà una versione o un resoconto ufficiale. Le conversazioni sono state private e così resteranno per sempre. Per volontà del Papa, anzitutto, che ha voluto dare ai colloqui un carattere di immediatezza, sincerità, spontaneità, senza alcuna scaletta prestabilita né pressioni esterne. Qualche dettaglio o contenuto, forse, sarà rivelato pubblicamente il prossimo 2 maggio durante la conferenza che si prevede affollatissima nella sede della Stampa Estera a Roma. I tre cileni parleranno allora con i giornalisti; da quando sono giunti nella capitale, nessuno di loro ha voluto rilasciare dichiarazioni e interviste mantenendo un rapporto anche molto cauto con i giornalisti. Soprattutto Cruz, che giornalista è anche lui negli Stati Uniti dove vive da decenni e dove ha pubblicato il libro “La fine dell’innocenza” sulla esperienza di abuso tra il 1981 e il 1995, ha mostrato grande riserbo.

    Probabilmente il più conosciuto fra le vittime considerando il suo impegno per far emergere la verità da oltre otto anni, Cruz era finora l’elemento maggiormente critico nei confronti di Francesco e del suo pontificato, specie dopo il viaggio in Cile e le dichiarazioni del Papa sulle responsabilità di Barros. L’iniziale freddezza con il Pontefice si è tuttavia dissolta già dalla prima stretta di mano. «È durato più di due ore e mezza il mio incontro oggi con il Papa. Sono commosso. Mi ha ascoltato con grande rispetto, affetto e vicinanza, come un padre. Abbiamo approfondito molti argomenti», ha twittato ieri pomeriggio, pochi minuti dopo l’incontro nella Domus vaticana. «Oggi ho più speranza nel futuro per la nostra Chiesa anche se il compito è enorme».

    «È terminato il colloquio con il Santo Padre abbiamo parlato per più di due ore in una conversazione sincera, accogliente ed enormemente costruttiva», scriveva invece Hamilton, apprezzato medico gastroenterologo, la sera di sabato 28, poco dopo un primo stringato cinguettio post udienza: «Molto contento e soddisfatto». Quasi ventiquattr’ore prima c’era stato il tweet di Murillo del venerdì 27 : «Oggi ho parlato per due ore con il Papa in modo molto rispettoso e franco gli ho espresso l’importanza di intendere l’abuso come un abuso di potere. Della necessità di assumersi le responsabilità, la cura e non solo il perdono».

    Le vittime, che fino a qualche tempo fa dimostravano una certa ritrosia alla mano tesa da Bergoglio anche dopo la succitata lettera, tanto da mettere in dubbio la loro eventuale partenza per Roma, tornano oggi tutti insieme a Santa Marta. Con loro probabilmente ci sarà anche monsignor Scicluna che, durante la sua missione di febbraio, li ha incontrati a lungo per dialogare e farsi riportare elementi, dettagli, ricordi, documenti. Tutto materiale che, insieme a quello fornito dalle 60 persone ascoltate durante i circa quindici giorni di indagine, è andato a compilare buona parte del corposo dossier di oltre duemila cartelleconsegnato al Papa una volta tornato a Roma. È probabile pure che all’incontro possano esserci – ma solo per un saluto al Papa – alcuni parenti delle vittime: il figlio di Andrés Murillo, la seconda moglie di James Hamilton e altri amici e familiari.

    Alcuni interlocutori hanno osservato in queste ore che Papa Francesco è apparso sempre molto sereno e rilassato ma al tempo stesso attentissimo e concentrato, e in numerosi momenti dei colloqui ha preso appunti. Affabile, a volte scherzoso, disponibile, Bergoglio si è interessato anche alla vita attuale dei tre uomini, alle loro famiglie, al loro lavoro e alle proposte su come agire di fronte ai casi di abuso e come prevenirli.

    Intanto, mentre le vittime sono a Roma, giunge dal Cile un documento dal titolo “Verso un cammino di rinnovamento ecclesiale”. È una nota dalla Conferenza episcopale cilena, firmata dal presidente dei vescovi, monsignor Santiago Silva Retamales, e pubblicata sul sito dell’episcopato cileno che si prepara anch’esso al viaggio per Roma. «Non è affatto piacevole ricevere un invito del Papa perché come Chiesa in Cile non stiamo facendo bene», si legge nel testo. «Come Vicario di Cristo – osservano i presuli – ci aiuterà a discernere come accompagnare le vittime, come riparare al male causato e le misure da adottare per aiutare a ricostruire la comunione ecclesiale».

    Comunione minata dalla grave «manipolazione delle coscienze», dagli ancor più gravi crimini di pedofilia e gli abusi di potere. «La soluzione non passa attraverso decisioni superficiali o solo con misure a breve termine», scrivono i vescovi, senza nascondere però che la strada verso il rinnovamento sarà lunga ed «una sfida per tutto il popolo di Dio». «Le vittime ci stanno mostrando con la loro testimonianza la sofferenza profonda a causa di questi atti deplorevoli, difficili da curare», affermano. E ribadiscono che, di base, c’è però una nuova consapevolezza: «Che gli abusi di potere e gli abusi sessuali nella Chiesa non possono mai più accadere».

    http://www.lastampa.it/2018/04/30/vaticaninsider/il-papa-termina-i-colloqui-con-le-vittime-cilene-commossi-e-soddisfatti-incontri-costruttivi-WhBAYmdfzgemagm4INBRUL/pagina.html