Osservatorio della Rete L'ABUSO

Categoria: Cronaca e News

  • Il Papa a Ginevra celebra la messa e le vittime della pedofilia manifestano davanti all’Onu

    Il Papa a Ginevra celebra la messa e le vittime della pedofilia manifestano davanti all’Onu

    Ginevra – Davanti alla sede delle Nazioni Unite, proprio mentre il Papa celebrava la messa nel palaexpo di Ginevra, davanti alla piccola minoranza cattolica della Svizzera, due sopravvissuti agli abusi sessuali hanno manifestato pacificamente, chiedendo a Papa Francesco di esercitare un maggiore controllo sugli ordini religiosi e arrivare ad una reale tolleranza zero contro i preti pedofili.

    Le loro fotografie mentre distribuivano volantini alla gente che passava per strada sono state twittate dalla Eca, un gruppo di vittime che ha dato vita ad una rete mondiale (www.ecaglobal.org). «Vogliamo chiedere al Papa di agire e rendere effettive le belle parole che ha pronunciato davanti a tanti scandali» ha detto Matthias Katsch. L’organizzazione Eca si sta battendo perchè la Chiesa possa essere veramente aperta e trasparente sui casi di abuso, dando la posibilità alle vittime ai accedere ai registri ecclesiastici sugli abusi. Le vittime chiedono al Papa che sia istituita una commissione di indagine a livello internazionale.

    https://www.ilmessaggero.it/primopiano/vaticano/papa_francesco_pedofilia_ginevra_manifestazione_preti_vittime_abusi_sessuali_chiesa-3810541.html

  • Suore abusate. Da preti. Il bubbone sta esplodendo

    Suore abusate. Da preti. Il bubbone sta esplodendo

    PARIGI-ADISTA. È ancora in gran parte sotterraneo, parlarne è ancora un enorme tabù. Forse l’ultimo. Ma esiste, e lentamente, caso dopo caso, le vittime cominciano a superare le resistenze e a liberarsi da questo fardello pesantissimo. È il fenomeno degli abusi sessuali sulle religiose, versante ancora poco noto di una piaga che sembra senza fondo, in gran parte nascosto per le dinamiche di controllo e di potere che causano omertà e senso di colpa. Sono abusi sessuali perpetrati spesso su donne fragili e vulnerabili da uomini in posizione di superiorità gerarchica, ma non di rado anche da consorelle o superiore, e che restano sepolti nella coscienza per decenni; spesso, se una vittima riesce a parlarne, lo fa dopo aver abbandonato la vita consacrata, dopo aver trovato la forza di ricominciare un’altra esistenza. In questi ultimi anni, tuttavia, sempre più frequenti sono le denunce, anche se spesso si tratta di casi ormai prescritti.

    Si tratta comunque della punta di un iceberg dalle dimensioni ancora sconosciute, diffuso in tutto il mondo e che si è iniziato a intravedere nel lontano 2001, quando grazie al settimanale statunitense National Catholic Reporter furono pubblicati quattro documenti strettamente confidenziali; tra questi, uno del 1998 a firma di suor Marie Mc Donald e l’altro del 1995, di suor Maria O’ Donohue – all’epoca coordinatrice dei programmi sull’Aids per conto della Caritas Internationalis e dell’agenzia Cafod (Fondo cattolico per lo sviluppo oltremare) (v. Adista nn. 24, 26, 27, 30, 36, 37 e 42/01) – consegnato al card. Martinez Somalo, allora prefetto della Congregazione vaticana per la Vita Consacrata. Erano rapporti in cui si parlava di suore sfruttate sessualmente, sedotte e spesso violentate da preti e missionari in quanto considerate «sicure» dal punto di vista sanitario. Sul problema è poi tornata in tempi più recenti, nel 2015, la teologa congolese suor Rita Mboshu Kongo, docente alla Pontificia Università Urbaniana, in un seminario internazionale dal titolo “La Chiesa di fronte alla condizione delle donne oggi”, promosso dal mensile Donna Chiesa Mondo, supplemento dell’Osservatore Romano (v. Adista Notizie n. 22/15). In Africa, denunciò con forza suor Rita, ci sono suore costrette a “vendersi”, abusate da ecclesiastici e poi abbandonate dalle loro stesse congregazioni.

    Quasi un incesto

    Ora la questione è stata sollevata dal quotidiano Le Parisien (11/6) al quale alcune vittime, fuoriuscite dalla propria congregazione religiosa, hanno affidato la propria storia, per un’inchiesta sul tema firmata da Vincent Mongaillard. «È la prova che si tratta di un fenomeno molto più ampio. Se le religiose liberano totalmente la parola, può emergere uno scandalo enorme», osserva François Devaux, presidente dell’associazione di vittime di abusi nella Chiesa “La parole libérée”, nata per dare sostegno alle vittime del prete pedofilo p. Preynat di Lione (v. Adista Notizie nn. 8, 12, 13, 15, 29/16). E l’11 giugno scorso, a Parigi, la Conferenza dei religiosi e delle religiose di Francia (Corref) ha dedicato una giornata proprio al tema degli abusi sessuali: «Quando un religioso aggredisce una religiosa, oltre a una violenza fisica e psichica estrema c’è una violenza spirituale. L’aggressore spezza il corpo, spezza il nucleo più intimo della fede di una persona nel suo rapporto con Dio», è la denuncia della presidente della Corref, suor Véronique Margron, che invita le vittime a parlare e a «far risalire la parola dal fondo della tomba». Si tratta, per l’abuso consumato in questo contesto, di una sorta di «incesto», come lo ha definito la psichiatra Muriel Salmona, presidente dell’associazione “Mémoire traumatique”: «Là dove le suore dovrebbero essere più al sicuro, sono esposte». Soprattutto le più vulnerabili, ad esempio quelle che hanno già subìto un abuso in passato e hanno una immagine di sé del tutto negativa. Perché la scelta delle vittime non è certo casuale, e maggiore è l’influenza esercitata sulla religiosa, meno la parola si libera e i predatori sono “al sicuro”, spiega Devaux. Grave responsabilità, poi, è quella della struttura organizzativa delle comunità religiose: «Ognuno degli istituti è autonomo nel suo governo ed è legato al diritto pontificio, a Roma», per cui l’indipendenza dalle diocesi è un altro elemento che favorisce la legge del silenzio.

    La storia di “Christelle”

    Tra i casi cui Le Parisien fa riferimento c’è quello di “Christelle”, ex religiosa, oggi insegnante, che non riesce più ad avvicinarsi a un prete, a confessarsi, persino a partecipare alla messa domenicale. Lo scorso autunno ha presentato una denuncia per violenza e aggressioni sessuali avvenute nel 2010-2011. La sua è una storia “da manuale”, fatta di vulnerabilità, manipolazione, dipendenza emotiva e spirituale, ricatto, sensi di colpa. All ’epoca, racconta, subiva «l’influenza» di “Jean”, prete della sua congregazione conosciuto nel 2004. «Ci era stato raccomandato come un grande e santo predicatore», e diviene una sorta di «fratello spirituale» e di confidente, in un contesto nel quale il suo rapporto con le consorelle, tutte molto più anziane di lei, è molto teso. Nel 2007 la relazione prende un’altra piega: «Al momento di salutarsi in parlatorio ha cercato di baciarmi. Di fronte al mio sguardo sconvolto, mi ha chiesto scusa». Il prete prende le distanze: «Sono crollata, era il mio unico sostegno». Nel 2010, in un periodo in cui sente di aver smarrito la propria direzione spirituale, si ha un riavvicinamento: «Era l’ultima persona che mi restava, aveva un’aura e un’autorevolezza, poteva aiutarmi a trovare il mio posto nella Chiesa», era ciò che si raccontava al tempo. Ma negli incontri i gesti dell’uomo si sono fatti «sempre più inappropriati »: «Ogni volta gli dicevo di no, ma lui continuava. A ogni sbandamento si mostrava pentito. Fino al giorno in cui mi ha violentata. Non era capace di controllarsi, sopraffatto dalle sue pulsioni». L’ex religiosa assiste a una sorta di «sdoppiamento della personalità»: «È perverso. Mi colpevolizzava sempre. Per esempio, quando aveva cercato di baciarmi, mi aveva rinfacciato: “Non mi hai dato uno schiaffo, quindi ne avevi voglia”. Altre volte si comportava bene e pensavo: “Vedi, le mie preghiere servono a qualcosa”». In ogni caso, conferma l’avvocato di “Christelle”, si è sentita manipolata in un momento di vulnerabilità. Quando poi, nel 2011, “Jean” ha ricevuto un incarico all’estero, la religiosa è riuscita a sottrarsi al meccanismo di dipendenza, pur distrutta: «Ero uno straccio, ho pensato di suicidarmi».

    La sua rinascita, ricostruisce Le Parisien, passa attraverso l’allontanamento dalla vita religiosa e la giustizia. Dopo aver saputo che il suo aggressore era stato promosso nonostante ne avesse segnalato le azioni alla gerarchia ecclesiastica, nel 2017 ha deciso di rivolgersi al procuratore della Repubblica. Il religioso – che nega tutte le accuse – è stato sottoposto a una procedura canonica che gli ha vietato di svolgere attività esterne alla comunità. «Ho avuto legami affettivi ma nulla di sessuale. È una storia d’amore casta. Io l’ho interrotta e lei ne è rimasta ferita», è la sua difesa. Il suo superiore lo sostiene: «Penso che vi sia una relazione tra due adulti consenzienti», ha detto. Però, quando ha saputo che era stata sporta una denuncia, quest’ultimo ha contattato “Christelle” telefonicamente per «vedere se c’era modo di accordarsi diversamente »: «Se posso fare qualcosa per te…», le ha detto. La telefonata è stata registrata.

    Rompere il silenzio

    «Un predatore procede in tre tappe: fascinazione, occupazione progressiva di terreno spingendo oltre i limiti; riprogrammazione»: p. Pierre Vignon, prete della diocesi di Valence, giudice del tribunale ecclesiastico di Lione, spiega su Le Parisien le dinamiche della manipolazione e del silenzio che creano il contesto per l’abuso delle religiose. Quando una suora è “riprogrammata”, si ritrova incastrata nel meccanismo che l’aggressore ha messo a punto per convincerla della colpevolezza, ritorta contro di lei. La “deprogrammazione” richiede «una personalità forte», che si sottragga al meccanismo, per arrivare alla denuncia. Ma i primi a sottrarsi alla denuncia sono i vescovi, interrogati sul fenomeno: «Quelli che consideravo coraggiosi si sono tutti defilati con un artificio ecclesiastico consumato: “Non posso dire niente perché non so niente”», spiega p. Vignon, traendone la conclusione che la Chiesa non si è ancora presa carico di queste storie. Per evitare questi drammi devastanti, «bisogna parlare. E per farlo, bisogna uscire da un difetto che ricorre negli ambienti religiosi. Esiste talvolta un infantilismo psicologico che consiste nel non chiamare il male per nome. Si confonde il male con l’idea del male. Mi spiego: dei genitori devono mettere in guardia una figlia preadolescente, e anche prima, dei pericoli che corre. Se è stata messa in guardia, saprà riconoscere il male quando si presenterà e saprà difendersi. Se non si parla mai “di quelle cose”, la ragazza è sprovveduta e può diventare una vittima. Lo stesso vale per la vita religiosa. Una superiora e delle religiose intelligenti pregheranno il predatore di tenersi a distanza e lo denunceranno se tenta di superare i limiti».

    In ogni caso, è molto importante che questo ennesimo vaso di Pandora si stia scoperchiando. «Ma si è solo all’inizio. Se una religiosa arriva a capire che non è lei la colpevole, non è lei ad aver sbagliato, ma il religioso perverso che ha abusato della situazione, sarà più coraggiosa nel denunciarlo. I carnefici avranno la vita molto più difficile se le vittime non solo parlano, ma si uniscono tra loro per difendersi». Una campagna #metoo per le religiose è alle porte?

    http://www.adista.it/articolo/59055

  • Abusi, si dà voce all”ultimo tabù’ della Chiesa

    Abusi, si dà voce all”ultimo tabù’ della Chiesa

    A parlarne è ‘Le Parisien’, che ha raccolto le storie di suore vittime di violenza nell’ambito ecclesiale. ‘Si tratta di un potenziale scandalo’

    In Francia c’è chi lo definisce già come l’”ultimo” tabù della Chiesa, quello delle religiose vittime di abusi e violenze sessuali. Citato dal quotidiano ‘Le Parisien’, Francois Devaux, il presidente dell’associazione ‘La Parole Libérée’ – che da anni assiste le vittime di preti pedofili – evoca un “enorme scandalo” potenziale. Sul giornale vengono sintetizzati alcuni casi come quello di una “religiosa stuprata da un altro religioso in un monastero”, una “suora vittima dei palpeggiamenti di un prete nel confessionale” e un’altra “aggredita sessualmente da un’altra suora della sua stessa congregazione”. Fatti generalmente molto vecchi, prosegue ‘Le Parisien’, “diversi decenni se non addirittura mezzo secolo”, e quindi caduti in prescrizione.

    Nella “grande maggioranza dei casi, le prede tengono la bocca cucita. E quando riescono a raccontare il loro calvario, è perché sono uscite dal clero”, continua ‘Le Parisien’. Oltralpe, l’associazione ‘Parole libérée’ recensisce solo qualche caso. “Ma è chiaramente un fenomeno molto più ampio. Se le suore si mettessero tutte a parlare, potrebbe essere un enorme scandalo”, dice Francois Devaux, puntando il dito contro quei “preti che abusano della loro posizione di autorità spirituale per approfittarne sessualmente”. Laddove “le suore dovrebbero essere in maggiore sicurezza, sono in realtà più esposte”, aggiunge. La Conferenza dei religiosi e religiose di Francia (Corref), che riunisce diverse congregazioni, si dice pronta all’ascolto. Ieri, lunedì, a Parigi, ha organizzato una “giornata di sensibilizzazione” sugli “abusi sessuali”, incluso tra le suore.

    https://www.laregione.ch/culture/societa/1264507/abusi–si-da-voce-all-ultimo-tabu–della-chiesa

  • Chiesa e pedofili, non basta la denuncia

    Chiesa e pedofili, non basta la denuncia

    Per affrontare fenomeni globali ci vogliono organizzazioni globali. Questo vale in tutti i casi e quindi anche in quello degli abusi sessuali commessi dal clero cattolico. E’ di ieri la notizia della costituzione, a Ginevra, dell’ECA (Ending Clergy Abuse), un’associazione internazionale formata da vittime di abusi e da semplici attivisti contro la pedofilia clericale provenienti da più di quindici paesi sparsi in tutti i continenti. Del nuovo organismo, ricevuto, sempre a Ginevra, da una delegazione di funzionari delle Nazioni Unite, assai interessati ad un attento monitoraggio del fenomeno, fa parte anche l’italiana “Rete L’abuso”, rappresentata nell’occasione dal suo presidente Francesco Zanardi, che ha per intanto reso noto al mondo intero un dettagliato dossier sul processo milanese contro don Mauro Galli, di cui si è occupato di recente e per esteso anche il Fatto Quotidiano Millenium.

    L’ECA, tra le altre cose, indicherà puntualmente all’opinione pubblica mondiale tutti i vescovi accusati di aver protetto i pedofili e inviterà il pontefice (in procinto di visitare, tra pochi giorni, proprio la città svizzera) a creare un nuovo strumento centralizzato per individuare e punire chi ha coperto e tutelato i pedofili. Lo scopo della nuova istituzione è insomma quello di mostrare che il caso cileno è più la regola che un’eccezione. Nel paese sudamericano, lo ricordiamo, poche settimane fa tutti i membri dell’episcopato hanno rimesso il loro mandato nelle mani del pontefice, assumendosi di fatto la responsabilità di aver coperto e protetto i sacerdoti colpevoli di abusi sessuali sui minori.  L’ECA non solo invita il papa (che non ha ancora preso una decisione in materia) ad accettare in blocco le dimissioni di quei vescovi e a rinnovare radicalmente la classe dirigente cattolica del Cile, ma lo esorta ad epurare tutti i dirigenti ecclesiali coinvolti, a qualche titolo, negli scandali di questi anni.

    La nascita dell’ECA è un evento certamente molto positivo ed incoraggiante per tutti coloro che desiderano contrastare il dilagare della pedofilia clericale. Grazie al suo intervento sarà certamente più facile mettere a confronto il comportamento dei diversi episcopati, incalzare la Santa Sede ad assumere un atteggiamento davvero efficace nella limitazione del fenomeno e anche interloquire con l’ONU e con gli altri organismi internazionali interessati alla protezione della vita e dell’integrità psichica e fisica dei bambini.

    E tuttavia non bisogna farsi troppe illusioni, dal momento che il problema verrà davvero risolto solo se la Chiesa Cattolica deciderà di mettere finalmente mano alla sua struttura organizzativa, procedendo anche a rivedere radicalmente le modalità attraverso le quali vengono addestrati i suoi funzionari. Sono i seminari i luoghi dove il problema ha origine. E’ lì che si genera quella mentalità omertosa, collusiva e settaria che spinge i membri del clero a considerarsi parte di una casta superiore che merita di essere messa costantemente al riparo dal rischio di venir considerata responsabile delle cattive azioni che compie esercitando il proprio ufficio. Sono i seminari le palestre dove viene praticata quella sistematica repressione sessuale e quella sterilizzazione della sfera affettiva che, in molti casi, sono la vera radice della sessualità distorta e predatoria di chi pratica gli abusi. Si potranno mettere in pratica tutte le epurazioni di questo mondo, si potrà avvicendare l’intera attuale classe dirigente cattolica con una nuova di zecca, ma il problema non verrà risolto sino a quando non si risalirà alle sue cause profonde, al suo motore primo, e cioè alla mentalità clericale e ad un modello organizzativo basato sulla superiorità di genere (e l’esclusione delle donne), lo spirito di corpo (e la superiorità sui laici), la disciplina ferrea e la sistematica repressione dei bisogni sessuali combinata con l’obbligo della solitudine affettiva, l’incapacità addestrata di amare e di identificarsi davvero nella sofferenza e nei sentimenti del prossimo.

    Per questo penso che l’ECA dovrebbe farsi promotrice, oltre che di puntuali azioni investigative su questo o quel vescovo, di un’azione di riforma complessiva della Chiesa Cattolica, basata su solide evidenze scientifiche e nell’interesse generale di tutti i membri della società, e soprattutto dei più deboli. In questo modo, rafforzerebbe tantissimo la sua capacità di aiutare coloro ai quali sta a cuore la vita e la serenità dei bambini a scrivere un’importante pagina di storia.

    Marco Marzano il Fatto Q del 12-6-18

  • I presunti abusi del prete di Milano arrivano fino alle Nazioni Unite

    I presunti abusi del prete di Milano arrivano fino alle Nazioni Unite

    Il caso sarà esaminato in una conferenza a Ginevra. A farlo davanti a un consesso internazionale sarà chiamato Francesco Zanardi, presidente dell’associazione “Rete Abuso”, da anni in prima linea per combattere la piaga della pedofilia del clero. E oggi la vicenda torna in tribunale.

    I caso Galli-Delpini finisce all’Onu. La vicenda del prete milanese imputato in un processo di abusi sessuali nei confronti di un ragazzo di 15 anni verrà portata il 7 giugno alla sede delle Nazioni unite di Ginevra, come esempio italiano all’interno di una conferenza mondiale sulle violenze nei confronti dei minori, organizzata dall’Eca (Ending clerical abuse) e destinata alla ribalta internazionale dopo il terremoto delle dimissioni in blocco dei 34 vescovi cileni accusati di omertà da papa Francesco.

    La storia ricostruita davanti al giudice di Milano risale al dicembre 2011 e la sua particolarità sta nella gestione ambigua, poco trasparente da parte dell’allora vicario episcopale Mario Delpini (futuro arcivescovo di Milano) e del responsabile dei giovani sacerdoti Pierantonio Tremolada (attuale vescovo di Brescia).

    I due alti prelati, pur essendo a conoscenza fin da subito del comportamento di don Mauro Galli – portò nel suo letto un minore che lo accusò di aver abusato di lui – decidono di non denunciare il fatto e si limitarono a trasferire il giovane prete da Rozzano a Legnano, da due a quattro oratori, sempre a contatto con gli adolescenti. E per più di due anni promettono ai genitori della vittima un percorso di giustizia iniziato solo dopo la denuncia alla polizia di Stato.

    In un audio registrato durante una conversazione lo stesso monsignor Tremolada ammette “Lo abbiamo trasferito in un altro oratorio, siamo stati imprudenti”. In una lettera di scuse ai famigliari del ragazzo, il cardinale Angelo Scola scrive che l’intera vicenda è stata “gestita in modo maldestro” dai suoi collaboratori. Un’altra particolarità che rende indecifrabile e al tempo stesso interessante la vicenda è la consapevolezza del Vaticano in tutto ciò al momento di promuovere Delpini a responsabile della più grande diocesi d’Europa e Tremolada  nella cattolicissima Brescia. Con lettera firmata dal nunzio apostolico Adriano Bernardini, il 22 marzo 2016 la Santa Sede avverte i genitori del ragazzo di avere acquisito e protocollato tutta la documentazione sul caso.

    Quando papa Francesco ufficializza le promozioni il dossier dovrebbe essere sulla sua scrivania, a meno che una mano poco santa non lo abbia nascosto. Tutto ciò sarà ricostruito il 7 giugno a Ginevra anche grazie agli articoli pubblicati da La Verità quasi in solitudine. A farlo davanti a un consesso internazionale sarà chiamato Francesco Zanardi, presidente dell’associazione “Rete Abuso”, da anni in prima linea per combattere la piaga della pedofilia nel clero. Il congresso, che si terrà due settimane prima della visita pastorale di papa Francesco in Svizzera, arriva in un momento molto delicato per le vicende cilene, e la storia di don Galli non sembra essere lontana dai pensieri del Pontefice. A fine giugno il Papa nominerà 14 nuovi cardinali, tre dei quali italiani: Angelo De Donatis (Roma), Giovanni Angelo Becciu (Segreteria di Stato) e Giuseppe Petrocchi (L’Aquila). Nessun accenno a Delpini, anche se prima dell’esplosione del caso l’arcivescovo era considerato in pole position per un’ulteriore promozione.

    Il caso che da tempo crea imbarazzo e sconcerto nell’arcidiocesi di Milano torna in aula questo pomeriggio per un passaggio cruciale: sarà interrogato proprio don Mauro Galli, che quella sera del 21 dicembre 2011 invitò un ragazzino di Rozzano a “dormire nel lettone” e durante la notte “lo abbracciò da dietro per impedirgli di cadere dal letto”. La vittima, che ha raccontato ben altra versione, ha dovuto affrontare l’inferno della frustrazione, della paura, dell’autodistruzione prima di rivedere sprazzi di serenità. E da sette anni chiede giustizia.

    https://www.laverita.info/i-presunti-abusi-del-prete-di-milano-arrivano-fino-alle-nazioni-unite-2570800572.html

  • Abusato sessualmente e sfruttato da un prete: l’uomo che ha smascherato i vertici della Chiesa cilena

    Abusato sessualmente e sfruttato da un prete: l’uomo che ha smascherato i vertici della Chiesa cilena

    James Hamilton lavora come medico chirurgo in uno studio di Santiago del Cile. Adesso ha 53 anni, è sposato in seconde nozze ed ha sei figli. Per 20 anni è stato abusato dal sacerdote Fernando Karadima. La sua storia

    “Vogliamo comunicare che tutti noi vescovi presenti a Roma, per iscritto, abbiamo rimesso i nostri incarichi nelle mani del Santo Padre, affinché decida Lui liberamente per ciascuno di noi”.

    Con queste parole, a mezzogiorno di venerdì 18 maggio, nell’aula Pio X, a pochi passi da San Pietro, tutti i 34 vescovi cileni hanno dato le proprie dimissioni. Un fatto senza precedenti nella storia della Chiesa.

    A parlare è mons. Juan Ignacio Gonzalez, vescovo di San Bernardo, un sobborgo di Santiago. Gonzalez è stato incaricato, insieme a mons. Fernando Ramos, vescovo ausiliare della capitale del Cile, di fare da portavoce dei piani alti della gerarchia ecclesiastica cilena nella loro visita di tre giorni in Vaticano.

    È stata una breve conferenza stampa. Non hanno accettato domande, hanno letto un comunicato e sono usciti da una porta secondaria. Lo scopo era quello di evitare i giornalisti e le domande scomode, perché fino a quel giorno di domande scomode ne avevano avute fin troppe e, come ormai era consuetudine, il silenzio era la loro sola risposta.

    Lo scorso 8 aprile papa Francesco invitava tutti i vescovi cileni in Vaticano per discutere delle conclusioni del Rapporto Scicluna, un documento di 2300 cartelle dove mons. Charles Scicluna, arcivescovo di Malta e conosciuto come lo 007 anti pedofili, evidenziava gli insabbiamenti compiuti dal clero del Cile delle denunce su abusi sessuali.

    I prelati cileni sono arrivati in Vaticano lunedì 14 maggio e il giorno dopo, durante il primo incontro con il Santo Padre, quest’ultimo ha consegnato loro una lettera, alla quale la televisione cilena Canal 13 ha avuto accesso, in cui si legge che “alcuni religiosi, espulsi dai loro rispettivi ordini per gli abusi commessi, sono stati accolti da altre diocesi e hanno ricevuto incarichi che li hanno portati a contatto con bambini e ragazzi”.

    Il papa afferma inoltre che “si sono verificati problemi nei seminari: vescovi e superiori religiosi hanno affidato la guida dei seminari a sacerdoti sospettati di praticare l’omosessualità”.

    Parole durissime e inaspettate, soprattuto perché neanche il papa aveva creduto alle accuse che da anni si facevano contro il vescovo Juan Barros Madrid, accusato di essere stato testimone oculare delle vessazioni a danni di minori compiute dal sacerdote Fernando Karadima.

    Infatti, nel suo recente viaggio in Cile, interpellato da una radio locale, Francesco aveva affermato che tali accuse erano solo delle calunnie.

    Ma al Pontefice qualcosa non tornava e così decide di mandare mons. Scicluna in Cile e scoprire grazie al suo rapporto, di essere stato, come lui stesso ha riconosciuto, “male informato” riguardo il vescovo Barros.

    A questo punto conviene però fare un passo indietro.

    Prima che Jorge Mario Bergoglio diventasse papa, prima della storica rinuncia dei vescovi cileni, quando sul soglio Pontificio sedeva Giovanni Paolo II, un pomeriggio di inizio estate del 2003 a migliaia di chilometri di distanza, in Cile, a Santiago, nel quartiere benestante di Providencia, nella parrocchia El Bosque, il parroco Fernando Karadima era in camera sua con un bimbo di 8 anni. Da soli.

    James Hamilton, la vittima che decide di denunciare

    La chiamavano “Veronica di Jimmy” ma il suo nome è Maria Veronica, moglie di James Hamilton. Quel pomeriggio del 2003, come tutti gli altri, parcheggia la sua auto nel retro della parrocchia de El Bosque. I suoi figli sono scesi prima e sono già dentro.

    Corrono lungo i corridoi, vanno in cucina, salgono le scale del cortile, giocano. Sono anni che frequentano questo luogo e tutti li conoscono.

    Maria Veronica partecipa alla messa e si ferma a chiacchierare con delle persone. Con lo sguardo cerca suo figlio ma non lo trova. Non si preoccupa, arriverà, pensa. Per la famiglia Hamilton essere in parrocchia equivaleva all’essere a casa.

    Così decide di andare a pregare di fronte al Santissimo, momento in cui arriva James.

    – Dov’è nostro figlio? chiede lui

    – Non lo so. risponde la madre.

    A James si gela il sangue. Come un animale che riconosce l’odore del pericolo, annusa l’aria, ha paura dei suoi pensieri. Il bimbo compare all’improvviso, non era perso.

    – Dov’eri? chiede il padre
    – Ero su, in camera da letto con il prete.

    James Hamilton, guarda suo figlio e il panico si confonde con la rabbia. il viso gli si contorce. Sgrida il bambino come non lo aveva mai fatto prima “ non voglio che tu vada da solo in camera del prete!”. Veronica è confusa, non capisce il perché di tale reazione. Anni dopo in un’intervista avrebbe detto “non riuscivo a comprendere. Il prete Karadima aveva tutta la nostra fiducia. Era persino il padrino di nostro figlio”.

    James Hamilton lavora come medico chirurgo in un prestigioso studio di Santiago. Adesso ha 53 anni, è sposato in seconde nozze ed ha sei figli. Questo medico alto, occhi verdi, risoluto e allegro non vuole essere considerato una vittima anche se per 20 anni è stato abusato da Fernando Karadima.

    Gli Hamilton sono una famiglia abbiente, James ha studiato nelle migliori scuole e università, ma alle spalle aveva una storia di solitudine e abbandono che il prete, come fanno i vecchi predatori, ha percepito e sfruttato.

    Nella sua prima intervista televisiva nel 2010, James Hamilton racconta pubblicamente degli abusi a cui era stato sottomesso a El Bosque: “Avevo 17 anni quando conobbi il padre Karadima. Fu meraviglioso, sentivo che si prendeva cura di me. Diceva di voler essere mio padre”. Per James non esisteva altro mondo al di fuori della parrocchia. All’epoca la vita erano i suoi studi e Dio.

    Durante quell’intervista, James si schiarisce la voce diverse volte, ha difficoltà a parlare, piange e in silenzio elabora i pensieri. “Un giorno in parrocchia fu organizzata una gita e andammo in una casa fuori Santiago.

    Una volta arrivati il prete ordinò a tutti di andare a comprare delle cose e mi chiese di restare con lui. Ero felice. Volevo conversare ma ci mettemmo a guardare la televisione seduti su un divano, così lui mi poggiò una mano sulla gamba, come lo fa un padre, solo che poi mi toccò i genitali. Io feci cortocircuito.

    Lui cominciò a masturbarmi…mi piaceva ed ebbi un orgasmo”. James trattiene il fiato e continua “Quel giorno qualcosa si è rotto dentro di me. Non so quante persone abbiano sentito di disintegrarsi dentro, ma posso dirvi che succede”.

    Gli abusi del prete sul ragazzo non si fermano. James diventa adulto ma non riesce a scrollarsi di dosso il potere che Karadima ha su di lui. Arriva a tal punto che permette che sia lo stesso prete a combinare il matrimonio con Maria Veronica, una ragazza docile e ingenua.

    Karadima celebra le nozze e battezza i loro figli. Il parroco di El Bosque sceglie in quale appartamento deve abitare la famiglia e interferisce come una presenza invisibile nelle loro dinamiche. Il prete è il loro direttore spirituale e confessore.

    James Hamilton diventa un medico rispettato e ammirato, ma vive in un limbo fra la sua vita pubblica e ciò che succede in camera da letto di Karadima. “Lui aveva il controllo assoluto su di me. Avevo il terrore di perdere il suo favore.

    Era come perdere il favore di Dio. Ero io il colpevole di provocare il prete. Mi sentivo spazzatura e alla fine non m’importava nulla, lasciavo che mi usasse”, avrebbe ammesso anni dopo.

    James si sommerge così in una spirale sempre più distruttiva. Sensi di colpa, necessità di approvazione, una famiglia perfetta, successo professionale, attività sessuale con il parroco, tutti pezzi di un puzzle dove il tassello mancate era la sua coscienza, fino a quando suo figlio si perde in parrocchia e il medico capisce di dover affrontare la realtà. Non ci sono più scuse, bisognava agire.

    Dopo questo avvenimento James Hamilton cominciò la lotta più dura della sua vita. Una lotta che avrebbe avuto come risultato la rinuncia di tutti i vescovi cileni e la richiesta di perdono dello stesso papa Francesco perché quello che James si trovò di fronte fu un sistema che, come ha sentenziato lo stesso Santo Padre quando ha incontrato i vescovi cileni, non proteggeva le vittime.

    “Le denunce (di abusi sessuali ndr) ricevute sono state qualificate come inverosimili mentre rappresentavano gravi indizi di un delitto. Certe inchieste non sono state realizzate e si sono verificate negligenze nella protezione dei bambini da parte dei vescovi e dei superiori religiosi.

    Ci sono state anche – prosegue il papa nel documento consegnato ai vescovi – pressioni su coloro che dovevano fare i processi, e c’è stata anche la distruzione di documenti compromettenti”.

    Le parole del Papa sono arrivate qualche settimana fa, ma mentre questo medico cileno prendeva il coraggio di denunciare gli abusi correva il 2005 e James non era altro che David contro Golia.

    Le denunce e gli insabbiamenti

    “Durante quasi dieci anni siamo stati trattati come dei nemici perché abbiamo lottato contro l’abuso sessuale e l’insabbiamento nella Chiesa”. Così cominciava lo scorso due maggio la conferenza stampa di James Hamilton e le altre due vittime di Karadima, Juan Carlos Cruz e José Andres Murillo, tenutasi a Roma in seguito agli incontri personali dei tre con papa Francesco.

    Dopo aver letto le pagine del rapporto di mons. Scicluna in Cile, il Santo Padre ha deciso di invitare in Vaticano prima le vittime del parroco de El Bosque, poi i vescovi (visita conclusasi con la rinuncia in blocco dei prelati) e infine altri sacerdoti vittima anch’essi di abuso di potere e coscienza all’interno della parrocchia di Karadima.

    “Il Papa ci ha chiesto ufficialmente perdono – ha raccontato Hamilton alla stampa – a nome suo della Chiesa universale”. Ma prima di ricevere l’invito del papa le tre vittime hanno dovuto affrontare l’archiviazione delle loro denunce, pressioni indebite da parte dei sacerdoti della cerchia di Karadima e i loro tentativi di screditarli pubblicamente. 

    La prima a denunciare gli abusi di Karadima è stata Maria Veronica Miranda che nel 2004 dà il via ad un lungo processo canonico contro il parroco de El Bosque. L’anno dopo è stato il turno di Hamilton, ma lui aveva paura.

    Pensava che la denuncia gli avrebbe comportato ripercussioni nella sua carriera, infatti non è passato molto tempo prima che venisse licenziato dalla clinica dove lavorava.

    Il giorno in cui decidere di raccontare la sua verità porta con sé un rosario. Si siede in sala di aspetto e comincia a pregare. L’uomo finalmente è riuscito a separare la propria fede dalla figura del suo confessore e aguzzino.

    Le denunce arrivano sulla scrivania dell’allora cardinale Francisco Javier Errazuriz. In un’intervista con CNN Chile, James Hamilton racconta che la sua dichiarazione “viene consegnata al cardinale Errazuriz che procede all’archiviazione nonostante ci fosse l’indicazione di mons. Esclusero di cominciare un processo ecclesiastico contro Karadima”.

    La relazione fra James e Maria Veronica si frantuma e due coniugi chiedono la nullità religiosa del loro matrimonio per “abuso sessuale, spirituale e psicologico”, perpetrato dal direttore spirituale di James.

    Nel 2010 il caso divenne pubblico e Hamilton chiede una riunione con Taricisio Bertone, all’epoca Segretario di Stato del Vaticano, il quale si trovava in Cile in visita ufficiale ma egli si negò all’incontro.

    Hamilton afferma che “Quando venne Bertone in Cile nel 2010 io chiedo un colloquio con lui ma mi è stato rifiutato (…) mi si cerca inoltre di far firmare una lettera dove assumevo la mia omosessualità, tra l’altro non vera, e affermavo che al momento dei fatti con Karadima ero già maggiorenne”.

    Finalmente, nel 2011 la Santa Sede conferma la colpevolezza di Karadima. Il parroco de El Bosque viene scomunicato e inviato a vivere in penitenza.

    Ma, la ferita si è riaperta quando nel marzo 2015 papa Francisco nomina Juan Barros come vescovo di Osorno, prelato che nel 2012 era già stato accusato di aver partecipato agli insabbiamenti delle denunce contro Karadima.

    Insieme a Tomislav Koljatic, Andres Artega e Horacio Valenzuela, sono stati accusati da Hamilton, Cruz e Murillo di aver protetto il loro mentore Karadima.

    Dopo gli incontri che papa Francesco sta tenendo in Vaticano, sarà egli stesso che deciderà le sorti del cardinale emerito Francisco Javier Errazuriz e dei vescovi appartenenti alla cerchia di Karadima.

    Da quel giorno nulla nella Chiesa cilena sarà come prima e forse essa ritroverà, come ha scritto Francesco, la sua missione profetica.

    https://www.tpi.it/2018/05/29/cile-abusi-sessuali-preti-denunce/

  • Papi incartati e Papi a processo. In Cile un pericoloso vaso di Pandora

    Papi incartati e Papi a processo. In Cile un pericoloso vaso di Pandora

    Nello sprofondo della chiesa cilena si chiede di fare luce sull’operato di Giovanni Paolo II. Il prossimo obiettivo è Francesco?

    Roma. Le prime molotov contro le chiese, in Cile, erano state scagliate a gennaio, alla vigilia del viaggio papale. Era l’avvertimento per Francesco, che aveva difeso a lungo – e l’avrebbe fatto anche durante la permanenza in loco, pentendosene in seguito – i vescovi del club di padre Fernando Karadima, pedofilo seriale che la congregazione per la Dottrina della fede già da anni ha costretto al silenzio e alla solitudine come forma di espiazione dei tanti peccati accertati. Tra giovedì e venerdì, tre bombe sono state lanciate contro la chiesa di Nostra Signora delle Americhe a Conchalí. “Porci stupratori, non vogliamo i vostri sermoni” si leggeva sullo striscione issato in coda all’attacco intimidatorio.

    Un episodio che chiarisce come meglio non si potrebbe il clima che si respira nel Cile rimasto senza vescovi dopo le dimissioni corali presentate al Papa e da questi pretese. Niente vescovi, cattolici sempre meno – le statistiche, per quel che valgono, testimoniano un crollo continuo –, parroci col fiato sospeso mentre dalle diocesi arrivano i decreti di sospensione precauzionali per sospetto di far parte di qualche congrega dedita all’abuso di minori. Il vescovo di Rancagua, tornato in patria dopo la tre giorni di udienza papale, ha dato il benservito a quindici dei suoi sessantotto parroci: il 22 per cento dei sacerdoti in attività. Tutti sospettati a vario titolo di condotte improprie legate a diverse situazioni di abuso sessuale di minorenni.

    Di ieri, poi, la notizia delle dimissioni del cancelliere della curia di Santiago del Cile, autodenunciatosi per abusi sessuali. Piccolo particolare: era lui che raccoglieva e protocollava le testimonianze delle vittime (vere o presunte) di abusi da parte di membri del clero. La grana cilena è grossa e rappresenta un problema drammatico per il Vaticano, che ora si trova nell’imbarazzante situazione di dover decidere quali dimissioni episcopali accettare e quali respingere. I vescovi, non troppo ingenuamente dicono gli osservatori cileni, hanno messo Francesco all’angolo: le colpe sono individuali, non collettive. Decida lui chi rimuovere. Ed è il Papa a essere finito, suo malgrado, in mezzo alla slavina che ha travolto la chiesa cilena, un tempo non troppo lontano perla del cattolicesimo latinoamericano.

    Il New York Times, capofila insieme al Boston Globe della pattuglia liberal che tenta di sferrare il ko alla chiesa di Roma cavalcando l’orrore per gli abusi su minori (metodo Spotlight), non a caso qualche giorno fa ha pubblicato un solenne editoriale del Board in cui si esprimeva soddisfazione perché finalmente “il Papa ha aperto gli occhi”. Il giorno dopo, sulle stesse pagine, un altro editoriale (firmato da Patricio Fernández) metteva in luce proprio il ruolo di Jorge Mario Bergoglio, la cui visita in Cile “è stata un disastro” e le cui contraddizioni sul tema sono destinate a lasciare traccia per chissà quanto tempo – “Secondo il Papa non c’era una sola prova che incolpava Barros. Più tardi fu chiaro che le aveva, e ne aveva molte”.

    Improvvide erano state le dichiarazioni di Francesco ai giornalisti in Cile, la difesa a oltranza di mons. Barros, vittima a suo dire di “calunnie”, “son todas calumnias!”. Perfino un cardinale, il cappuccino Sean O’Malley, aveva preso formalmente le distanze dal Papa, con tanto di comunicato stampa. Da allora però, la situazione anziché migliorare è peggiorata e a dominare è il caos. Mentre i vescovi vengono convocati a Roma, con il Pontefice che alterna gli interrogatori ai vescovi con i colloqui privati con le vittime, in Cile vanno in scena le ribellioni dei sacerdoti contro quei vescovi. In un incontro con il clero, mons. Horacio Valenzuela – uno dei discepoli di Karadima – è stato invitato “ad andarsene” da parte di un suo parroco. Lo stesso che ha definito il nunzio, mons. Ivo Scapolo, “un bandito”. La chiesa cilena è una barca che fa acqua e nessuno sa come rimetterla a galla. Non basteranno le sostituzioni dei vescovi, i mea culpa davanti al Papa. La falla, anziché richiudersi, s’allarga sempre di più. Soprattutto se è vero, come ha scritto l’informato sito il Sismografo, diretto dal cileno Luis Badilla e molto vicino al Vaticano, che più di un vescovo apparso contrito davanti a Francesco, una volta tornato in patria ha accusato il Pontefice di usare la vicenda cilena “per occultare altre crisi del suo pontificato”.

    E’ una crisi che rischia di creare un precedente, un modello d’esportazione, con il rischio altissimo di effetti à la Me Too, con vittime (vere o presunte) che davanti a qualche schermo televisivo accusano un parroco, un vescovo, un cardinale di aver commesso abusi sessuali. Qualcosa s’è già visto in Australia, con i racconti – sovente al limite del romanzo, come i presunti stupri in sagrestia dopo la messa. Bernadette Sauvaget l’ha scritto su Témoignage Chrétien: la “spettacolare resa dell’episcopato cileno è un segnale forte inviato ai vescovi di tutto il mondo”. Come a dire che dopo il Cile il focus si potrà spostare su qualche altra realtà.

    Sul banco degli imputati è finito pure Giovanni Paolo II e a firmare il j’accuse contro Karol Wojtyla è stato sempre il New York Times, che ha fatto derivare tutti i problemi della chiesa cilena dal cambiamento imposto negli anni Novanta dalla curia guidata dal Papa polacco. Giovanni Paolo II, ha scritto ancora Patricio Fernández, ha voluto sostituire una gerarchia vicina alla Teologia della liberazione con presuli conservatori – “elitisti e distanti dal loro gregge” – che non sarebbero stati in grado di accompagnare l’ingresso del paese nella contemporaneità e nella democrazia dopo la dittatura di Augusto Pinochet. Concetto non troppo dissimile da quello firmato dal teologo gesuita Jorge Costadoat: “Nel corso degli anni 60 e 70, Paolo VI aveva nominato in Cile una generazione di vescovi eccezionali. Giovanni Paolo II, a partire dagli anni Ottanta, in Cile e nel resto dell’America latina nominò vescovi con poca libertà di interpretare la dottrina della chiesa, dottrina che, in casi come la Veritatis splendor, significò un regresso; sono stati uomini senza i lumi della generazione precedente, timorosi, strettamente fedeli al governo del Papa”. Il problema si fa quindi ancora più delicato per il Vaticano: non si tratta solo di valutare i singoli casi di abuso sessuale da parte di membri del clero né di processare un’intera conferenza episcopale. La richiesta finora implicita di media, ecclesiastici e opinione pubblica cilena è di passare al setaccio anche l’operato di un Papa, per di più santo.

    https://www.ilfoglio.it/chiesa/2018/05/26/news/chiesa-pedofilia-cile-papa-francesco-giovanni-paolo-ii-196970/

  • La crisi del Consiglio di Bergoglio. Tre cardinali fanno discutere

    La crisi del Consiglio di Bergoglio. Tre cardinali fanno discutere

    Bergoglio, all’inizio del suo pontificato, ha costituito il C9. Un minidirettorio che doveva rivoluzionare la Chiesa. Le vicende di tre cardinali, però, fanno discutere

    Il C9, il minidirettorio di cardinali voluto da Papa Bergoglio per riformare la Curia, sembra avere qualche problema.

    Tre dei porporati chiamati a rivoluzionare la Chiesa, infatti, hanno fatto parlare di sè.

    Il cardinale australiano George Pell, come i lettori ricorderanno, è impegnato a difendersi in un processo in Australia. Le accuse non sono state chiarite del tutto, ma è noto che riguardano abusi ai danni di minori. Il porporato australiano sarebbe responsabile di aver “coperto” episodi relativi ad abusi sessuali. Nello stesso tempo, Pell sarebbe il diretto autore di altri reati sessuali. Il tutto è sottoposto al vaglio della magistratura australiana. Il cardinale in questione è il prefetto della Segreteria per l’Economia. Si tratta della più alta carica vaticana mai coinvolta in accuse di questo tipo. C’è da dire che Pell continua a dichiararsi innocente e che molte accuse sarebbero cadute nelle fasi preliminari del processo.

    Il C9, secondo la visione del pontefice argentino, doveva “governare la Chiesa universale”. Gli “antibergogliani” fanno spesso notare, però, che le riforme promesse non sono state portate a termine. Prescindendo dalle vicende personali dei porporati che compongono l’organo assembleare, è il presunto immobilismo in materia di riforme a essere contestato. Poi c’è il caso di Andrés Rodríguez Maradiaga. Il cardinale, che è considerato tra quelli più vicini a Papa Francesco, è il coordinatore del minidirettorio cardinalizio. Come ricorda Sandro Magister nel suo blog de L’Espresso, il vertice del C9 ha delle “imputazioni” che sono sul tavolo di Bergoglio da un anno. Maradiaga sarebbe accusato per alcuni investimenti milionari in società londinesi, che poi sarebbero scomparse nel nulla. Movimenti che sarebbero considerati “sospetti”. Alcune accuse sono arrivate da Martha Alegria Reichmann, moglie del Decano del Copo Diplomatico Vaticano:”Ci ha tradito”, “ci ha distrutto”. Il Papa avrebbe telefonato al suo braccio destro per dichiararsi dispiaciuto per “quanto ti hanno fatto”. Il Vaticano, insomma, sembrerebbe rimanere dalla parte del cardinale originario dell’Honduras.

    Non è finita qui. Il cardinale Errazurìz, un altro membro del C9, sarebbe in qualche modo coinvolto nel caos che sta sconvolgendo la Chiesa cilena. “Fu il cardinale Errázuriz, nel 2014 – scrive sempre Sandro Magister sul suo blog – a sconsigliare papa Francesco dall’immettere Juan Carlos Cruz, principale vittima e accusatore di Barros, nella neonata pontificia commissione per la protezione dei minori. E Francesco assentì di buon grado, essendo lui stesso arciconvinto dell’innocenza di Barros e della falsità di quelle che definiva “calunnie””. Bergoglio, dopo il suo ritorno dal viaggio in Cile, ha sottolineato come alla base degli “errori di valutazione” ci fosse la mancanza di “informazioni veritiere ed equilibrate”. Errazurìz potrebbe essere uno dei responsabili di questa mancanza. Si vocifera che dopo le dimissioni in blocco dell’episcopato cileno, qualcuno starebbe aspettando quelle di questo cardinale. Il C9, insomma, potrebbe presto trasformarsi in un “C6”.

    http://www.ilgiornale.it/news/cronache/crisi-consiglio-bergoglio-tre-cardinali-sotto-botta-1531061.html

  • Vittime dei preti pedofili uniti: l’incubo della Santa Sede

    Vittime dei preti pedofili uniti: l’incubo della Santa Sede

    Effetto domino I casi in Australia e Cile, la volontà di condanna di tribunali e Vaticano

    » ANDREA VALDAMBRINI

    Giudicato colpevole, rischia fino a 2 anni di carcere per aver coperto abusi sui minori. Fa rumore la decisione del tribunale di Newcastle in Australia contro l’attuale arcivescovo di Adelaide, il 67enne Philip Wilson, condannato per aver insabbiato le violenze commesse da un collega sacerdote negli anni ’70 nella diocesi di Maitland, 130 chilometri a nord di Sidney.

    La decisione della corte australiana è significativa, non solo perché Wilson diventa il più alto prelato al momento condannato per questo tipo di reati da un tribunale ordinario. Ma soprattutto perché per chi ha subito violenza, ottenere giustizia è tut t’altro che scontato. Per almeno due ragioni: da un lato i responsabili vengono spesso pensionati o trasferiti – come nel caso del cardinal Bernard Law di Boston nell’apripista caso Spotlight, emerso nel 2003, che fu mandato a Roma. Dall’altro perché alcune Chiese, come quella Usa, scelgono la strada del risarcimento economico nei confronti delle vittime.

    Dopo il lavoro della magistratura in Usa, l’Australia è uno dei Paesi al mondo che più è spesi per far emergere i reati di pedofilia da parte del clero cattolico. Nel 2012 l’allora primo ministro laburista Julia Gillard istituì una commissione d’inchiesta (la R oyal Commission), che avrebbe lavorato per oltre di cinque anni, raccogliendo migliaia di testimonianze. Il rapporto finale, pubblicato lo scorso dicembre, documenta più di 40.000 casi di violenza, risalenti agli anni ’80e ’90, 2500 dei quali sono stati comunicati alle autorità competenti. L’attuale premier australiano Malcom Turnbull, commentando la relazione finale della commissione, l’ha definita senza mezzi termini una “tragedia nazionale”. Chiamato in causa nello scandalo, anche il cardinale George Pell, già arcivescovo di Sidney e primate della chiesa australiana, oggi responsabile del dicastero economicodellaSanta Sede–in sostanza una dei più alti in grado nella gerarchia vaticana.

    IL 1° MAGGIOUN TRIBUNALE ha rinviato a giudizio il porporato con l’accusa di abusi sessuali commessi sia durante il suo ministero a Melbourne, che prima, nella sua città natale, Ballart. Quello del 76enne Pell, cardinale già in età di pensione ma non ancora dimissionato da Papa Francesco,causa grande imbarazzo entro le mura vaticane. Un imbarazzo che almeno in un altro caso recente non ha potuto non generare conseguenze. Solo venerdì scorso, tutti i 34 vescovi cileni hanno rassegnato le dimissioni a Papa Francesco, dopo che nel Paese latinoamericano sono emersi anni di violenze e coperture. La conferenza episcopale ha invocato il “perdono per il dolore causato alle vittime per i nostri gravi errori e omissioni”. Il caso clamoroso da cui la Chiesa cilena è stata scossa è quello di padre Ferdinando Karadima, responsabile negli anni ’70 e ’80 di numerose violenze e “con dannato” a “seguire una vita di preghiere e penitenze”dal le stesse gerarchie ecclesiastiche nel 2011.

    E in Italia? “Al contrario di quello australiano, il nostro governo è inadempiente rispetto alle convezioni internazionali di protezione dei minori”, afferma Francesco Zanardi, presidente di Rete l’Abuso – associazione italiana di vittime del clero. “Lo scorso anno grazie al deputato Matteo Mantero (M5S), abbiamo depositato un’interrogazione parlamentare per chiedere quella tutela per le vittime che oggi manca.

    E dal 4 all’8 giugno saremo all’Onu a Ginevra per manifestare insieme a tutte le associazioni di vittime del mondo”.

    Da Il Fatto Quotidiano del 23-5-18

  • Pedofilia, tutta la Chiesa ha i problemi del Cile

    Pedofilia, tutta la Chiesa ha i problemi del Cile

    Linea dura – Il Papa ha ammesso di aver sottovalutato il caso e ha fatto dimettere i vescovi. Ma le omertà in diocesi e nei seminari sono la norma.
    di Marco Marzano
    La decisione dei vescovi cileni di rassegnare in blocco le dimissioni dai loro incarichi al papa è clamorosa. Segnala la consapevolezza di una responsabilità collettiva dell’episcopato cileno per i gravi crimini commessi da membri della Chiesa in quel Paese. Il gesto giunge dopo decenni di insabbiamenti ed è la conseguenza di un drastico cambiamento di linea di Francesco nel contrasto alla pedofilia clericale in Cile. Sino al gennaio di quest’anno e cioè al suo viaggio nel Paese andino, Francesco non sembrava scontento di come andavano le cose nella chiesa cilena. Nel 2015, aveva promosso, nominandolo vescovo, Juan Barros, un “allievo” e amico del pedofilo abusatore Don Fernando Karadima. Quando Francesco lo ha nominato vescovo sul capo di Barros pendeva già l’accusa di aver assistito impassibile alle violenze che Karadima infliggeva ai minori. Proprio durante quel viaggio, Francesco aveva reagito con fastidio alla domanda di chi gli aveva chiesto conto del suo sostegno a Barros rispondendo che della complicità di quel vescovo con i crimini di don Karadima non c’erano riscontri certi e quindi, fino a prova contraria, quelle contro di lui erano calunnie. Quelle parole parvero l’ennesima manifestazione della complicità vaticana con gli abusatori e suscitarono la reazione indignata di molta parte dell’opinione pubblica, non solo cilena. È a quel punto che il papa fece mostra di esser pronto a cambiar linea, ammise di essersi sbagliato nel giudicare la situazione cilena, dichiarò di essere stato male informato e di voler andare finalmente a fondo della questione. Mandò un Cile un suo investigatore che acquisì nuove informazioni, poi convocò i dirigenti cileni a Roma e ottenne le loro dimissioni. Adesso gli toccherà procedere alle necessarie epurazioni, cioè al licenziamento di massa dei vescovi cileni. Se ciò non avvenisse, se il papa prendesse tempo e nel frattempo la vicenda venisse dimenticata dai media, ci troveremmo dinanzi a una sceneggiata sulla pelle delle vittime. In una lettera indirizzata ai vescovi cileni che doveva rimanere riservata (e di cui alcuni giornali hanno pubblicato stralci) Francesco ammette che i problemi in Cile vanno ben al di là del caso Karadima-Barros, che nella chiesa cilena si sono verificati nel tempo abusi e mancanze di tutti i generi, che sono stati distrutti documenti che compromettevano alcuni preti, coperti e protetti o trasferiti precipitosamente da una parrocchia all’altra e subito incaricati di occuparsi di altri minori. Le accuse hanno riguardato anche le istituzioni formative, i seminari, colpevoli di non aver arrestato la carriera di preti che già da studenti mostravano chiari segni di un comportamento patologico nella sfera sessuale e affettiva. Il problema è “il sistema” ha concluso il papa. Ed è verissimo. Il punto è: quale sistema? A meno di non voler credere che la chiesa cilena abbia sviluppato patologie tutte peculiari, che fosse una sorta di associazione a delinquere fuori controllo e a meno di negare che fenomeni identici a quelli descritti dal papa nella sua lettera si sono verificati ovunque nel mondo bisogna ammettere che il sistema è la chiesa stessa nella sua attuale forma organizzativa. Il problema è cioè un’organizzazione strutturata intorno alla supremazia di una casta clericale tutta maschile e celibe formata intorno ai valori della fedeltà assoluta e della disciplina di corpo all’interno di istituzioni totali e claustrofobiche come i seminari e poi investita del monopolio assoluto nella gestione del sacro, della competenza esclusiva di tutti gli aspetti cruciali della vita dell’istituzione. Se il pontefice vuole davvero combattere fino in fondo il sistema e debellarlo, perché non prende tutti in contropiede e assume l’iniziativa di avviare una grande riflessione collettiva e pubblica, eventualmente attraverso un sinodo straordinario, sul tema della responsabilità dei funzionari e delle
    istituzioni cattoliche nei tantissimi casi di abusi sui minori commessi dai membri della Chiesa nella sua storia recente? E perché non invita a farne parte anche quegli studiosi che da anni sostengono che il problema degli abusi sessuali da parte del clero cattolico va affrontato mettendo in conto l’eventualità di dover smantellare la tradizionale strutturale clericale che da secoli, e senza alcuna discontinuità sino al presente, governa la Chiesa ai quattro angoli della terra? Questo sì che sarebbe l’inizio della rivoluzione.
    in “il Fatto Quotidiano” del 20 maggio 2018