Osservatorio della Rete L'ABUSO

Categoria: Cronaca e News

  • Emanuela Orlandi, il fratello Pietro attacca: “Non ho fiducia nell’inchiesta del Vaticano”

    Emanuela Orlandi, il fratello Pietro attacca: “Non ho fiducia nell’inchiesta del Vaticano”

    La speranza di Pietro Orlandi è sempre la stessa da quarant’anni: arrivare presto alla verità sulla scomparsa di Emanuela Orlandi. Anche se, ha detto Pietro al PACEFest di Caltabellotta (Agrigento), “non ho fiducia sull’inchiesta del Vaticano”.

    Orlandi, intervenuto alla rassegna che quest’anno è dedicata proprio alle ‘verità sospese, ai cold case e ai casi irrisolti, ha aggiunto: “È importante parlarne nelle scuole, sento nei giovani un senso di giustizia che non hanno gli adulti. Noi non ci rassegneremo mai alla scomparsa di mia sorella e continueremo a batterci per conoscere la verità”.

    Fin dalla scomparsa della sorella, nel 1983, Pietro non ha mai smesso di lottare per la verità. E attualmente sono due i fronti su cui si sta cercando di fare luce sul caso di Emanuela Orlandi: l’inchiesta interna al Vaticano, coordinata dal promotore di giustizia Alessandro Diddi, e la commissione bicamerale d’inchiesta sulle scomparse di Emanuela Orlandi e Mirella Gregori, istituita quest’anno e presieduta dal parlamentare di Fratelli d’Italia Andrea De Priamo.

    Proprio nell’ambito della commissione parlamentare negli ultimi mesi sono state molte le testimonianze rese in audizione. L’ultima è stata quella dell’ex procuratore Giancarlo Capaldo, che ha ipotizzato il coinvolgimento di Renatino De Pedis, boss della banda della Magliana, nel rapimento di Emanuela Orlandi. Per Capaldo la scomparsa è legata “a una vicenda personale di Enrico De Pedis. La sua presenza non è perché la banda della Magliana vuole ricattare qualcuno come il Papa e il Vaticano, è un altro genere di attività che viene messa in campo”.

    Secondo l’ex pm ‘Renatino’ “ha avuto il ruolo di organizzare il prelevamento e il sequestro della ragazza e poi la restituzione della ragazza a una persona non identificata” In questo senso, De Pedis  “non sapeva neppure perché Emanuela Orlandi era stata sequestrata, né ha partecipato alla gestione di eventuali trattative successive trattative”.

    https://www.fanpage.it/roma/emanuela-orlandi-il-fratello-pietro-attacca-non-ho-fiducia-nellinchiesta-del-vaticano/

  • Scandalo nella Chiesa italiana: un prete condannato e un vescovo accusato di insabbiamento

    Scandalo nella Chiesa italiana: un prete condannato e un vescovo accusato di insabbiamento

    Nella Chiesa italiana non abbiamo mai visto una situazione così pesante e confusa. Un sacerdote – padre Giuseppe Rugolo – era stato condannato sei mesi fa dal tribunale di Enna per violenza aggravata su minore; allo stesso tempo, i magistrati – nelle motivazioni della sentenza – hanno mosso pesanti critiche sul modo in cui il vescovo – mons. Rosario Gisana – aveva gestito il caso. Lui stesso, in un’intercettazione, affermò di averla soffocata. A sostegno di Gisana è intervenuto pubblicamente anche papa Francesco , ritenendolo perseguitato. L’ultimo episodio di questa incredibile vicenda è l’intervista di Gisana al quotidiano La Stampa, nella quale respinge le accuse mosse contro di lui dai magistrati italiani, contenute nelle motivazioni della sentenza di colpevolezza di Rugolo. “I fatti sono avvenuti prima del mio insediamento a vescovo della diocesi”. Peccato che la sua versione sia stata completamente smentita dal vescovo precedente. “Se fossi stato a conoscenza di questi fatti che per me costituiscono un reato, non avrei esitato a prendere provvedimenti”. Con questa frase lapidaria, mons. Michele Pennisi, vescovo emerito, getta altre ombre sul modo in cui la Chiesa e il Vaticano hanno affrontato un brutto capitolo fatto di insabbiamenti, omertà, trasferimenti.

    Pennisi, parlando all’Ansa, sembra stupito: “Non ho mai ricevuto alcuna segnalazione riguardo Rugolo. Perché, quando sono stato informato, come nel caso di Gela, ho subito preso provvedimenti seri”.

    LA PROCURA

    È la prima volta, infatti, che un pubblico ministero sottolinea con forza la responsabilità di una diocesi nella gestione dei casi di abusi sui minori. Le parole sulle motivazioni della sentenza fanno riflettere: «Sembra esserci una corresponsabilità della curia nella persona del vescovo (Gisana ndr) il quale, evidentemente, aveva autorizzato padre Rugolo, come figura di riferimento della sua associazione, di operare all’interno della Chiesa, consentendole così, con la piena compiacenza della diocesi, di creare occasioni di incontro e di frequentazione dei giovani adolescenti (…) dall’istruzione sono emersi elementi chiari ed inequivocabili a sostegno di comportamenti consapevolmente illeciti sul piano parte di mons. Gisana che legittima la condanna al risarcimento dei danni da parte della curia, quale responsabile civile, per i danni cagionati dagli abusi sessuali perpetrati da padre Rugolo” .

    La vicenda giudiziaria si è svolta a porte chiuse, in tribunale, anche se nelle cronache sono emersi più volte nelle cronache dettagli scabrosi, sorprendenti e un’ingiustificata omertà sostanziale, a cui si aggiunge perfino l’ostinato silenzio della CSI e del Vaticano. In tutto questo tempo non hanno mai preso posizione, né tantomeno considerato sanzioni canoniche né per il vescovo per aver insabbiato la vicenda, né per il sacerdote condannato per il momento solo dal tribunale italiano.

    Monsignor Rosario Gisana, vescovo di Enna, già nel 2016 «e negli anni successivi quando padre Rugolo continuava a perpetrare abusi sessuali su Giulio e Paolo (i nomi sono fittizi ndr) era pienamente consapevole che l’imputato gli era stato denunciato per aver , nel recente passato, hanno avuto comportamenti simili con ragazzi molto piccoli”. Sempre nelle motivazioni scritte dai magistrati, si aggiunge in appendice: «Tale circostanza è stata ammessa dallo stesso Gisana nel corso del suo interrogatorio, oltre ad essere emersa dalle deposizioni di diversi testimoni».

    Davanti ai giudici il vescovo ha anche ammesso di aver parlato con padre Rugolo ancor prima di incontrare i genitori della vittima e la stessa vittima. In un’intercettazione telefonica Gisana, ancora nel 2016, mentre “rideva nervosamente” dei fatti, affermava in dialetto siciliano che queste sono cose che fanno parte del viaggio. Aggiungendo che “gli omosessuali amano visceralmente o odiano visceralmente e che è una vendetta per una persona che è stata rifiutata”. In un’altra parte, ha ripetuto che non poteva abbandonare il suo sacerdote, “mi dovete scusare”. In un colloquio con l’imputato, che ha definito “la mia gioia”, si è mostrato consapevole di quanto stava accadendo: “Ora il problema non è solo tuo, il problema è anche mio perché ho nascosto questa storia.

    I MINORI

    Per i magistrati, il vescovo “ha evidentemente omesso ogni seria iniziativa necessaria a tutelare i minori della sua comunità e i loro genitori, nonostante la titolarità di precisi poteri conferiti nell’ambito della funzione di tutela dei fedeli, ha agevolato l’attività predatoria di un prelato già menzionato. Sarebbe stato necessario da parte dell’autorità religiosa alla guida della diocesi non solo segnalare tali denunce alle autorità religiose secondo le procedure esistenti nel diritto canonico ma anche impedire, anche in via preventiva, a Rugolo di coordinare e gestire numerosi gruppi di giovani in attività ricreative di carattere religioso. Non è stato quindi attivato alcun controllo a tutela dei giovani e Rugolo ha quindi commesso impunemente abusi sessuali “su due giovani adolescenti, consapevole di poter contare sull’appoggio di leader religiosi che, al contrario, hanno contribuito a rafforzare l’immagine esterna” dei giovani. Padre Rugolo come figura di spicco del clero locale”. La conclusione del magistrato è concisa: “L’imputato e la curia devono essere condannati a risarcire alle stesse parti civili le spese di costituzione e di difesa”.

    Un precedente nella lotta alla pedofilia e agli abusi tra il clero destinato ad aprire una nuova fase in Italia, nell’immobilità generale della Chiesa italiana riluttante a imitare la strada seguita da altri Paesi europei.

    IL PAPA

    Il Papa, poco prima della sentenza, nel dicembre scorso, ricevendo in Vaticano un’associazione religiosa siciliana, ha voluto congratularsi con il vescovo di Piazza Armerina, mons. Gisana: “Bravo, questo vescovo, bravo. È stato perseguitato, calunniato ed è rimasto saldo, sempre giusto, un uomo giusto. Ecco perché, quel giorno in cui sono andato a Palermo, ho voluto fermarmi prima a Piazza Armerina, per salutarlo; è un buon vescovo”. Francesco non aggiunge altro ma le sue parole hanno avuto una certa risonanza proprio perché padre Rugolo era appena stato processato. Secondo le indagini, coordinate dalla Procura e svolte dalla polizia di Caltanissetta e dalla questura di Gela, avviate nel 2022, la vittima aveva informato il vescovo degli abusi subiti.

    MOTU PROPRIO

    Un motu proprio del 2016 di Papa Francesco afferma che i vescovi che sono stati giudicati negligenti dovrebbero essere rimossi dall’incarico. Spetta naturalmente ad un’inchiesta canonica giudicare il loro comportamento. In pratica, il provvedimento prevede che, tra le “cause gravi” che il diritto canonico già prevede per la revoca dell’ufficio ecclesiastico (di vescovi, eparchi o superiori maggiori), sia inclusa anche la negligenza riguardo ai casi di abusi sessuali. La decisione deve, però, essere sempre sottoposta all’approvazione del Pontefice.

    https://www.ilmessaggero.it/fr/scandale_dans_l_eglise_italienne_un_pretre_condamne_et_un_eveque_accuse_de_dissimulation-8265991.html

  • Sul sito di Vatican News un’opera di Rupnik a Ferragosto: «Affronto alle vittime di abusi»

    Sul sito di Vatican News un’opera di Rupnik a Ferragosto: «Affronto alle vittime di abusi»

    Le polemiche riguardo alla presenza delle opere di padre Marko Rupnik, l’artista ed ex gesuita ora sotto processo in Vaticano per abusi sessuali ai danni di alcune religiose, continuano a infiammare il dibattito pubblico e si estendono anche ai media della Santa Sede.

    In particolare, le critiche si sono amplificate online, con un focus su un’opera di Rupnik ancora visibile su VaticanNews, il portale informativo del Vaticano. Alberto Melloni, storico del cristianesimo, ha sollevato la questione su X in occasione della festa dell’Assunta di ieri 15 agosto, sottolineando come la permanenza di questo mosaico possa rappresentare – a suo avviso – un simbolo di mal gestita sensibilità e un segno di «oscuri legami».

    «Vogliono compiacere il Papa»

    «Nel sito @VaticanNews sulle letture dell’Assunzione è rimasto un mosaico di p. Rupnik che non è esattamente infungibile», ha scritto lo storico sul social di Musk. «Il partito del #TooLittleTooLate (troppo poco, troppo tardi, ndr) vi vedrà la prova di oscuri legami; chi vuol prendere in castagna il papa sarà contento; le vittime si sentiranno più ferite», ha aggiunto. Secondo Melloni, la situazione non fa altro che alimentare il risentimento di chi ritiene che le vittime di Rupnik siano state ulteriormente ferite da queste scelte e che il Papa stesso potrebbe essere coinvolto in una presunta trama di opportunismo.

    Melloni ha poi commentato ulteriormente su X, con una serie di altri tweet, affermando di non sapere se e quando le opere di Rupnik saranno rimosse, ma ha osservato che vi è una grande quantità di lavori dell’artista che potrebbero essere considerati come tentativi di compiacere la visione papale attraverso un «gusto pretesco mediocre». Lo storico ha infatti dichiarato: «Penso che ce ne siano troppe (di opere di Rupnik, ndr) perché troppi pensavano di compiacere il papa. Ma immagino che nessuna comunità dove viva una delle sue vittime possa imporle di non chiederne la demolizione».

    https://www.open.online/2024/08/17/caso-rupnik-polemica-vatican-news-melloni/

  • Caso Orlandi, gli audio esclusivi: “Emanuela non tornerà più. Sono spietati. La colpa è soprattutto del Vaticano, di papa Wojtila, dello Ior”

    Caso Orlandi, gli audio esclusivi: “Emanuela non tornerà più. Sono spietati. La colpa è soprattutto del Vaticano, di papa Wojtila, dello Ior”

    La scomparsa di Emanuela Orlandi è uno dei misteri più oscuri e complessi del nostro Paese. Mentre ci sono tre inchieste aperte per far luce sul caso della 15enne vaticana scomparsa nel 1983, proponiamo una ricostruzione accurata delle prime fasi della vicenda, con audio dell’epoca per concessione di Pietro Orlandi.

    L’ultimo ultimatum

    Il 4 agosto 1983, arrivò alla sede dell’Ansa di Milano un comunicato con un nuovo ultimatum e un rinnovo della richiesta di liberazione di Ali Ağca. Il messaggio recava la firma di un gruppo fino a quel momento sconosciuto: Il Fronte Liberazione Turco Anticristiano “Turkesh”. Nell’ottobre 1983, i membri del Fronte Turkesh, con altri comunicati, confermarono di custodire nelle loro mani tanto Emanuela quanto Mirella Gregori. Per i successivi mesi si alternarono le telefonate dell’Americano e i comunicati di Turkesh, sebbene non ci fosse prova che i due elementi lavorassero insieme o quale dei due stesse mentendo. In totale, i comunicati di Turkesh furono sette, inviati tra agosto 1983 e novembre 1985. Nonostante le richieste di vario tipo e le presunte prove, né l’Amerikano né il Fronte Turkesh non aprirono mai nessuna reale pista. Infatti non ci sono state prove che dimostrassero l’esistenza in vita di Emanuela né tantomeno che la ragazza fosse effettivamente ostaggio dei Lupi Grigi o di Turkesh.

    Il 27 novembre 1985 arrivò all’agenzia Ansa l’ultimo comunicato, il “Komunicato XXX” del Fronte Turkesh contenente altri trentacinque particolari sulla vita con l’intestazione “Questo è l’ultimo. Purtroppo. Emanuela non tornerà più. Sono spietati. La colpa è soprattutto del Vaticano, di papa Wojtila, dello IOR, del “giudice” di Alì Agca, di Emanuela“. Da allora non si hanno più notizie. L’avvocato Egidio è sempre stato scettico su questo fantomatico fronte e dichiarò all’epoca: “Credo poco all’autenticità di questo messaggio del Turkesh. Come nelle precedenti occasioni, infatti, questo Fronte turco anticristiano non ha fornito alcuna prova valida del fatto che Emanuela sia in vita. Maggiore credito andava dato all’altro gruppo, quello americano che si era rivolto prima alla famiglia Orlandi e poi al giornalista della CBS di Roma. Le ultime novità non hanno modificato la mia analisi”. Egidio quindi era più propenso a credere che fosse coinvolto l’Amerikano e non il Turkesh. Turkesh non fu mai in grado di fornire delle prove concrete sul fatto di avere Emanuela Orlandi nelle proprie mani. Tuttavia, questo commando riuscì a rivelare nei comunicati molti dettagli e particolari sulla vita privata della ragazza (ad esempio cosa aveva fatto negli ultimi giorni, i nomi di alcuni suoi amici oppure il numero di nei sulla sua schiena).

    Questa cosa venne contestata dall’Amerikano in una delle telefonate all’avvocato Egidio, da cui possiamo sentire: “Ma è possibile che qualunque persona manda dei documenti questi vengano pubblicati e accertati dagli inquirenti? Noi avevamo già smentito (Turkesh, ndr) nell’ultimo comunicato, com’è possibile?” L’amerikano arrivò persino a insinuare che ci fosse anche l’avvocato dietro al Turkesh ma Egidio si infuriò sentendo questa accusa. “Stiamo facendo tutto sul territorio italiano per la liberazione, già sono state fatte molte vittime”, si sente dalla telefonata. “Questa è gente malata, è un mitomane. Noi avevamo dei documenti, non dimostrano né la vita né la morte ma un minimo di attendibilità. Non è possibile dare credito a tutte le lettere che si ricevono, non può quadrare nella nostra logica”. Mentre l’avvocato tentò di replicare, l’americano attaccò di colpo il telefono, temendo di essere pedinato dalle forze dell’ordine.

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2024/08/18/caso-orlandi-gli-audio-esclusivi-emanuela-non-tornera-piu-sono-spietati-la-colpa-e-soprattutto-del-vaticano-di-papa-wojtila-dello-ior/7661538/

  • I malumori della Commissione Parlamentare contro Pietro Orlandi e lo spettro delle querele

    I malumori della Commissione Parlamentare contro Pietro Orlandi e lo spettro delle querele

    La Commissione Parlamentare d’Inchiesta sta iniziando a nutrire malumori contro Pietro Orlandi. Malumori causati non solo dalle accuse che Pietro sta lanciando contro la nomenclatura ecclesiastica, tacciandola di aver commesso chissà quale orribile delitto su sua sorella, ma anche contro la Procura Vaticana, definendo una farsa l’inchiesta ordinata da papa Francesco, senza sapere che la Santa Sede ha consegnato tutta la documentazione in suo possesso alla Procura di Roma già nell’aprile dell’anno scorso. Più di questo non può fare, perché Emanuela scomparve su territorio italiano. Quindi, le indagini spettano alla magistratura italica.

    Ciononostante, gli attacchi contro il Vaticano da parte del fratello di Emanuela procedono senza sosta, rilevandosi però delle polpette avvelenate. L’ultima pista, la pista inglese, è stata dimostrata falsa da Sara Cordella, docente di Grafologia, che ha fatto notare come la firma del cardinale Ugo Poletti, apposta sui documenti che proverebbero la permanenza di Emanuela Orlandi a Londra, è un copia-incolla di una firma ripresa da altri documenti firmati dallo stesso Poletti e che non c’entrano nulla con la Orlandi. Un teorema, quello della pista londinese, peraltro messo in discussione dallo stesso presidente della Commissione, De Priamo, insieme alle presunte chat sui tombaroli pagati dalla Santa Sede per far sparire il corpo di Emanuela Orlandi. Insomma, sembra proprio che questa Commissione non abbia alcuna intenzione di farsi manipolare e condizionare dal fratello della Vatican Girl.

    In questa vicenda che sta assumendo le sembianze di una vera e propria messinscena mediatica, con piste che cambiano un giorno sì e l’altro pure, c’è anche il disagio di alcuni commissari che hanno dato un’occhiata alla pagina Facebook che Pietro Orlandi ha aperto per parlare di sua sorella Emanuela, ormai ridotta a Brand Promozionale, e in cui si nota un profluvio di insulti, di calunnie e di diffamazioni lanciate dai fan di Pietro contro magistrati e giornalisti, colpevoli di non indagare nella direzione voluta dagli stessi discepoli di Pietro Orlandi: la pista vaticana.

    Per citare un esempio, uno di questi accaniti ammiratori, un certo Antonio Ballarati, che si definisce appartenente alla confessione religiosa dei testimoni di Geova, si sta lasciando andare ad accuse contro il Vaticano usando un linguaggio verbale di inaudita violenza. Uno dei suoi commenti recita: “In Vaticano sono tutti criminali, pedofili e assassini. Hanno violentato e ucciso milioni di bambini in tutto il mondo”. Alla replica pacata di un altro utente che ha domandato: “Scusa, ma che prove hai per lanciare accuse così pesanti?”. L’uomo ha replicato in modo insolente: “Da tua nonna”. Commenti, leggibili sul profilo Facebook di Pietro, così violenti che lo stesso Pietro Orlandi, primo nemico del Vaticano, ha dovuto a volte cancellare per ritegno.

    Tali accuse non sono sfuggite ai commissari parlamentari, facendo temere che quella pagina possa essere chiusa da un momento all’altro e che Pietro Orlandi possa essere querelato da non poche personalità, cosa che metterebbe in grave imbarazzo la stessa Commissione. Eventuali denunce contro Pietro Orlandi creerebbe un pericoloso cortocircuito tra Parlamento, Vaticano e magistratura italiana, con tutte le conseguenze del caso sotto il profilo politico. Le accuse più gravi di Pietro Orlandi non riguardano solo quelle lanciate contro i prelati, ma anche contro gli inquirenti, accusati di fare gli interessi del Vaticano, insinuando una loro eventuale corruzione.

    Uno di questi inquirenti è il magistrato Giancarlo Capaldo, tacciato da Pietro Orlandi di aver intavolato una trattativa  segreta con due capi della gendarmeria vaticana per la restituzione del corpo di Emanuela Orlandi. Come hanno fatto notare alcuni commissari parlamentari di professione avvocati, se davvero ci fosse stata una trattativa sulla scomparsa di Emanuela Orlandi, Capaldo avrebbe dovuto far arrestare i gendarmi per omicidio e occultamento di cadavere. E se non lo avesse fatto, lui stesso sarebbe finito nei guai per complicità in un omicidio.

    Del resto, lo stesso Capaldo, interrogato dalla Commissione, ha negato qualsiasi trattativa con il Vaticano. Ha dichiarato che due capi della gendarmeria si erano recati da lui per chiedere che la tomba di Enrico De Pedis venisse spostata dal cimitero di Sant’Apollinare-cimitero per altro situato su terra sconsacrata-per porre fine a voci che volevano che un criminale, seppur morto incensurato e assolto in tutti i processi che lo hanno riguardato, fosse stato seppellito lì per aver fatto chissà quale favore al cardinale Ugo Poletti. Al che Capaldo avrebbe risposto in modo sarcastico: “E voi in cambio che mi date? Mi fate sapere la verità su Emanuela Orlandi?”. E i due gendarmi, per nulla offesi dalle insinuazioni del magistrato, avrebbero risposto in modo altrettanto sarcastico: “Si, poi vedremo”. Un semplice scambio di battute fatto passare per chissà quale oscura trattativa. Insomma, ci sono abbastanza elementi da aver sollevato il presentimento, da parte della Commissione Parlamentare, che prima o poi qualcuno perda davvero la pazienza e trascini Pietro Orlandi in tribunale, sommergendolo di querele.

  • Orlandi: il mistero del Verano e le polemiche sul Vaticano. Sono in quel cimitero i resti di Emanuela e della Skerl?

    Orlandi: il mistero del Verano e le polemiche sul Vaticano. Sono in quel cimitero i resti di Emanuela e della Skerl?

    Sorprendono i comunicati del Vaticano sulla sua disponibilità sul caso Orlandi, che, se  c’è stata, si è riscontrata solo a inizio 2023 con l’apertura di un fascicolo. Il portavoce della Santa Sede padre Lombardi, (audito dalla Commissione d’inchiesta parlamentare),  ha affermato: “non si è  mai nascosto nulla”, mettendo in discussione , per l’ennesima volta, l’avvio di una trattativa con il procuratore Giancarlo Capaldo. Trattativa che non ha poi avuto alcun seguito, nonostante la manifestata disponibilità riscontrata dal Procuratore da parte di  tre autorevoli esponenti vaticani (preoccupati di mettere fine alle pesanti critiche legate alla tumulazione di Renatino De Pedis,  capo della Banda della Magliana, nella basilica di Sant’Apollinare , (divenuto poi confidenziale consulente di porporati).

    Sui silenzi e le chiusure della Santa Sede, Pietro Orlandi  ha  polemizzato ricordando   la mancata concessione delle rogatorie.

    Ma intanto sul caso della ragazza con la fascetta, sparita nel nulla il 22 giugno 1983 dopo una lezione di musica a Sant’Apollinare, esplode una novità  che punta dritto al cimitero del Verano. Un tema che parte da simboli, effrazioni alle tombe, strani messaggi  (anche recenti) individuati dal giornalista Fabrizio Peronaci. Giornalista e scrittore  che da circa  vent’anni segue il caso,  sul quale ha scritto tre libri, tenendo diverse conferenze in tutta Italia.

    Il Verano è il luogo tornato alla cronaca per quelle verifiche che, nel luglio 2022,  han confermato,  il trafugamento della bara della diciassettenne Katy Skerl. Un fatto legato alle reiterate dichiarazioni dell’ex fotografo Marco Fassoni Accetti, l’uomo che fece ritrovare il flauto di Emanuela e che si è autodenunciato come telefonista, noto come l’amerikano, (presente anche nelle rivendicazioni  sul lato B dell’inquietante e tristemente nota cassetta con le sevizie a una ragazza). Se ci sono voluti sette anni per prendere in considerazione le affermazioni di Accetti, ritenuto non credibile, (che sul caso Orlandi ha scritto un memoriale), ora l’ex fotografo rileva importanti collegamenti tra le dichiarazioni della Sabrina  Minardi (legata sentimentalmente a De Pedis) e quanto da lui espresso nelle prime telefonate ricevute a Casa Orlandi, in cui si presentava come un giovane amico di nome “Mario”,

    Ora Peronaci va avanti e ritiene che bara con i resti della Skerl potrebbero essere stati spostati in una tomba dello stesso cimitero, e che sia  possibile che, sempre in quel luogo. possano trovarsi i resti della povera Emanuela Orlandi.  La serietà e la professionalità del giornalista caposervizio del Corriere della Sera, (tra i primi ad essere audito dalla Commissione bicamerale d’inchiesta), che ha sollecitato l’intervento chiarificatore delle autorità giudiziarie, fanno sì che questa realtà, che, come alle origini , vede il ricorso  a simbologie, strani oggetti e risvolti quasi esoterici, sia assolutamente da prendere in considerazione, nonostante  i reiterati e continui depistaggi che hanno accompagnato questa tragica vicenda perdurante da  41 anni.
    Il nuovo clima manifestato dalle indagini in corso da parte della Commissione Parlamentare, che ha già sollevato e messo in discussione diversi punti chiave attraverso la voce di testimoni e persone qualificate che si sono occupate del caso,  danno slancio alla ricerca di una verità (almeno storica) che non sembra lontana, in modo che  certi importanti elementi possano essere verificate senza attendere lustri..

    Orlandi: il mistero del Verano e le polemiche sul Vaticano. Sono in quel cimitero i resti di Emanuela e della Skerl?

  • Caso Orlandi, indagato per favoreggiamento alla mafia il pm che archiviò l’inchiesta su Emanuela, Giuseppe Pignatone: “Ci penserà lui a far tacere Pietro…”

    Caso Orlandi, indagato per favoreggiamento alla mafia il pm che archiviò l’inchiesta su Emanuela, Giuseppe Pignatone: “Ci penserà lui a far tacere Pietro…”

    Attenzione. L’ex pm di Roma Giuseppe Pignatone, ora presidente del tribunale Vaticano, è presente tra gli indagati del dossier “Mafia e appalti“. Si tratta dell’inchiesta di un presunto insabbiamento aperta a Palermo nel 1992, sulla quale aveva lavorato anche Paolo Borsellino dopo la morte di Giovanni Falcone. Al centro i rapporti tra gli imprenditori mafiosi Nino e Salvatore Buscemi e il gruppo Ferruzzi con a capo Raul Gardini. Pignatone, prima di arrivare alla Santa Sede, è stato procuratore anche a Reggio Calabria, ed è indagato per favoreggiamento alla Mafia.

    Oggi era al palazzo di giustizia di Caltanissetta per essere interrogato: “Ho dichiarato la mia innocenza in ordine al reato di favoreggiamento aggravato ipotizzato. Mi riprometto di contribuire, nei limiti delle mie possibilità, allo sforzo investigativo della procura di Caltanissetta”. L’accusa è quella di essere stato a capo di un sistema che avrebbe aiutato alcuni imprenditori mafiosi a sfuggire alle indagini per ben trent’anni.

    Giuseppe Pignatone è legato anche al caso di Emanuela Orlandi. “Possiamo stare tranquilli, è arrivato il Procuratore nostro, ci penserà lui a far tacere Pietro Orlandi (fratello di Emanuela ndr) che sta facendo un casino, ha già cacciato Capaldo (pm che indagava sul caso di Emanuela) e messo i suoi. Poi ha assicurato ai miei avvocati che archivia tutto”. A pronunciare queste parole la moglie di Enrico De Pedis, boss della Banda della Magliana, in un’intercettazione telefonica con Mons. Vergari, rettore della Basilica di Sant’Apollinare.

    Un’intercettazione a seguito della scoperta della sepoltura di De Pedis, noto criminale romano, proprio in quella Basilica. Assurdo ma vero, considerando che nemmeno le figure ecclesiastiche di maggior rilievo riescono ad ottenere un trattamento simile una volta trapassati. La telefonata generò l’ipotesi di un collegamento con il caso di Emanuela, nonché della possibilità dell’esistenza di un legame tra Stato Vaticano, Stato italiano e Mafia. Giuseppe Pignatone aprì la tomba di De Pedis, archiviò l’inchiesta sulla scomparsa di Emanuela Orlandi e alla fine del suo mandato come Procuratore di Roma fu “promosso” a presidente del tribunale Vaticano…

    https://mowmag.com/attualita/caso-orlandi-indagato-per-favoreggiamento-alla-mafia-il-pm-che-archivio-l-inchiesta-su-emanuela-giuseppe-pignatone-ci-pensera-lui-a-far-tacere-pietro

  • Insabbiamento indagine su appalti, indagato Pignatone

    Insabbiamento indagine su appalti, indagato Pignatone

     L’ex procuratore aggiunto di Palermo, poi procuratore a Reggio Calabria e a Roma, Giuseppe Pignatone è indagato a Caltanissetta nell’ambito dell’inchiesta sul presunto insabbiamento dell’indagine su mafia e appalti, nel 1992.

    Il magistrato, che presiede il tribunale di Città del Vaticano, è nel palazzo di giustizia nisseno per essere interrogato.

    Con Pignatone sono indagati, per favoreggiamento alla mafia, anche l’ex sostituto procuratore a Palermo, Gioacchino Natoli e il generale della Guardia di Finanza Stefano Screpanti.

    Il 5 luglio scorso anche l’ex pm Gioacchino Natoli era stato convocato nella procura nissena per essere interrogato e si era avvalso della facoltà di non rispondere, riservandosi di chiedere alla Procura un successivo interrogatorio in cui fornire “ogni utile chiarimento”.

    Secondo i magistrati nisseni, avrebbe aiutato a sfuggire alle indagini alcuni imprenditori mafiosi, avrebbe chiesto l’archiviazione di un filone d’indagine dell’inchiesta mafia-appalti e disposto la distruzione di bobine con intercettazioni rilevanti. Anche il generale Screpanti, all’epoca capitano, è stato interrogato e ha risposto alle domande dei pm nisseni.

    L’inchiesta del 1992 riguardava i presunti rapporti fra i mafiosi palermitani Antonino Buscemi e Francesco Bonura e il gruppo guidato da Raul Gardini.

    Un’indagine su mafia e appalti su cui si era concentrata l’attenzione di Paolo Borsellino.

    https://www.ansa.it/sicilia/notizie/2024/07/31/insabbiamento-indagine-su-appalti-indagato-pignatone_3cbf898f-bd6b-4455-bb9f-75452f5d7582.html

  • Abusi, il brutto caso del vescovo «insabbiatore» ora accusato anche dal predecessore apre il “processo” in Vaticano

    Abusi, il brutto caso del vescovo «insabbiatore» ora accusato anche dal predecessore apre il “processo” in Vaticano

    Nella Chiesa italiana non si era mai vista una situazione tanto pesante e pasticciata. Un prete – don Giuseppe Rugolo – sei mesi fa viene condannato dal tribunale di Enna per violenze aggravate su un minore; nello stesso tempo i magistrati – nelle motivazioni della sentenza – sollevavano pesantissime critiche per come il vescovo – monsignor Rosario Gisana – aveva gestito il caso. Lui stesso in una intercettazione affermava di averlo insabbiato.

    A fare quadrato Gisana era intervenuto pubblicamente persino Papa Francesco che lo ritiene un perseguitato.

    L’ultima puntata di questa incredibile vicenda è l’intervista di Gisana al quotidiano La Stampa in cui respinge le accuse a lui rivolte dai magistrati italiani, e contenute nella motivazione della sentenza di colpevolezza di don Rugolo. «I fatti si sono verificati prima del mio insediamento come vescovo della diocesi». Peccato che la sua versione sia stata smentita totalmente dal vescovo precedente. «Se fossi venuto a conoscenza di questi fatti che per me costituiscono un reato, non avrei esitato a prendere provvedimenti». Con questa frase lapidaria monsignor Michele Pennisi, vescovo emerito, ha gettato altre ombre su come la Chiesa e il Vaticano hanno affrontato un brutto capitolo fatto di coperture, omertà, trasferimenti.

    PROCURA
    Di fatto è la prima volta che una Procura evidenzia con forza la responsabilità di una diocesi nella gestione di casi di abusi su minori. Le parole sulle motivazioni della sentenza fanno riflettere: «Appare sussistere la corresponsabilità della curia nella persona del vescovo (Gisana nrd) il quale, evidentemente aveva autorizzato padre Rugolo, in qualità di figura di riferimento della sua associazione ad operare all’interno della chiesa, consentendogli in tal modo, con la piena compiacenza della diocesi, di creare occasioni di incontro e di frequentazione con i giovani adolescenti (…) dall’istruttoria sono emersi elementi chiari e univoci a sostegno di una condotta coscientemente colposa da parte del vescovo Gisana che rendono legittima la condanna al risarcimento del danno della curia, nella sua qualità di responsabile civile, per i pregiudizi cagionati dagli abusi sessuali perpetrati da padre Rugolo».

    La vicenda giudiziaria è stata affrontata a porte chiuse in tribunale anche se più riprese sono affiorate nelle cronache particolari scabrosi, soprendenti e una omertà di fondo ingiustificata a cui va aggiunto persino l’ostinato silenzio della Cei e del Vaticano.

    In tutto questo tempo non hanno mai preso posizione, né tantomeno ipotizzato sanzioni canoniche nè per il vescovo per avere insabbiato, nè per il sacerdote condannato al momento solo dal tribunale italiano.

    Monsignor Rosario Gisana, vescovo di Enna, già nel 2016 «e negli anni successivi in cui don Rugolo seguitava a perpetrare abusi sessuali ai danni di Giulio e di Paolo (i nomi sono di fantasia ndr) era pienamente consapevole del fatto che l’imputato era stato segnalato a lui per avere tenuto, nel recente passato, condotte simili con ragazzi giovanissimi». Sempre dalle motivazioni scritte dai magistrati viene aggiunto a corredo: «Questa circostanza veniva ammessa dallo stesso Gisana nel corso del suo esame, oltre ad essere emersa dalle deposizioni di diversi testimoni».

    Davanti ai giudici il vescovo aveva anche ammesso di aver parlato con don Rugolo prima ancora di incontrare i genitori della vittima e la vittima stessa. In una intercettazione telefonica Gisana, sempre nel 2016, mentre «rideva nervosamente» sui fatti, n dialetto siciliano affermava che sono cose che fanno parte del percorso. Aggiungendo che «gli omosessuali amano in maniera viscerale o odiano in maniera viscerale e che questa è una una vendetta di una persona che è stata respinta». In una altra parte ripeteva che non poteva abbandonare il suo prete, «mi dovete scusare». In una conversazione con l’imputato che chiamava “gioia mia” mostrava di essere consapevole di quello che stava accadendo: «Ora il problema non è solo tuo, il problema è anche mio perché ho insabbiato questa storia».

    MINORI
    Per i magistrati il vescovo «ometteva con ogni evidenza qualsivoglia doverosa seria iniziativa a tutela dei minori della sua comunità e dei loro genitori, nonostante la titolarità di puntuali poteri conferiti nell’ambito della rivestita funzione di tutela dei fedeli, facilitava l’attività predatoria di un prelato già oggetto di segnalazione. Sarebbe stato doveroso da parte della autorità religiosa alla guida della diocesi non solo segnalare alle autorità religiosa queste denunce secondo le procedure esistenti nel diritto canonico ma ancora prima di precludere anche in via cautelativa a Rugolo di coordinare e gestire numerosi gruppi di giovani in attività ricreativa a sfondo religioso». Nessun controllo veniva così attivato a tutela dei ragazzi e Rugolo quindi commetteva impunemente abusi «sessuali ai danni di due giovani adolescenti, consapevole di poter contare sull’appoggio dei vertici religiosi che al contrario contribuivano a rafforzare all’esterno l’immagine di padre Rugolo quale esponente di spicco del clero locale». La conclusione della magistratura è lapidaria: «L’imputato e la curia vanno condannati a rifondere alle medesime parti civili le spese di costituzione e difesa».

    Un precedente nella lotta contro la pedofilia e gli abusi tra il clero destinato ad aprire una nuova fase in Italia, nell’immobilismo generale della Chiesa italiana poco propensa a imitare il percorso fatto dagli altri paesi europei.

    IL PAPA
    Il Papa poco prima della sentenza, nel dicembre scorso, ricevendo in vaticano una associazione religiosa siciliana, volle elogiare il vescovo di Piazza Armerina, monsignor Gisana: «Bravo, questo vescovo, bravo. È stato perseguitato, calunniato e lui fermo, sempre, giusto, uomo giusto. Per questo, quel giorno in cui andai a Palermo, ho voluto fare sosta prima a Piazza Armerina, per salutarlo; è un bravo vescovo». Francesco non aveva aggiunto altro ma le sue parole avevano prodotto una certa eco proprio perchè era appena stato rinviato a processo don Rugolo. Secondo le indagini, coordinate dalla Procura e condotte dalla Squadra Mobile di Caltanissetta e dal Commissariato di Gela, avviate nel 2022, la vittima aveva messo al corrente il vescovo degli abusi subiti.

    MOTU PROPRIO
    Un motu proprio del 2016 di Papa Francesco indica che i vescovi che sono stati ritenuti negligenti dovrebbero essere rimossi dal loro incarico. Spetta naturalmente ad una indagine canonica giudicare il loro comportamento. In pratica nel provvedimento è stato stabilito che, tra le “cause gravi” che il diritto canonico già prevede per la rimozione dall’ufficio ecclesiastico (di vescovi, eparchi o superiori maggiori), va compresa anche la negligenza rispetto ai casi di abusi sessuali. La decisione deve comunque sempre essere sottomessa all’approvazione del Pontefice

    https://www.ilmessaggero.it/vaticano/rosario_gisana_vescovo_abusi_insabbiato_vittima_pedofilia_vaticano_chiesa_cei_papa_francesco-8265991.html

  • “Emanuela Orlandi potrebbe essere sparita dentro Sant’Apollinare”: spunta la nuova ipotesi del procuratore Capaldo

    “Emanuela Orlandi potrebbe essere sparita dentro Sant’Apollinare”: spunta la nuova ipotesi del procuratore Capaldo

    La scomparsa di Emanuela Orlandi non è mai stato solo un semplice caso di sparizione e se solleva l’attenzione e al tempo stesso la rabbia di migliaia di persone in Italia e nel Mondo è perché pone tantissime domande e nessuna risposta. Ogni giorno, da 41 anni, emergono nuovi pezzi di un mosaico impossibile da ricomporre e che non fanno che alimentare questo oscuro mistero che, quel 22 giugno del 1983, inghiottì una 15enne vaticana figlia di un semplice messo Papale, all’uscita dalla scuola di musica Ludovico da Victoria, all’interno della basilica di Sant’Apollinare a Roma.

    Il magistrato Giancarlo Capaldo, titolare della seconda e penultima inchiesta su Emanuela Orlandi, ha appena rivelato nuovi elementi sul caso davanti alla commissione parlamentare di inchiesta che indaga sulla vicenda. Secondo il procuratore, “Sul prelevamento di Emanuela Orlandi, un’ipotesi che si potrebbe non escludere è che sia sparita proprio nel complesso di Sant’Apollinare, una ipotesi quasi mai formulata e che invece andava un po’ di più approfondita proprio per la presenza di De Pedis e don Pietro Vergari”, come riportato da Il Messaggero.

    Don Vergari, lo ricordiamo, è l’ex rettore della Basilica di Sant’Apollinare che fu anche indagato per concorso in sequestro di persona; non ha mai nascosto la sua amicizia con De Pedis, “uno dei boss dell’organizzazione mafiosa italiana della banda della Magliana”. E De Pedis fu sepolto proprio nella cripta di Sant’Apollinare, in totale discrezione e quando la notizia venne fuori toccò proprio a Capaldo togliere il Vaticano dall’imbarazzo di quella sepoltura e ordinare l’apertura della tomba e il trasferimento dei resti al cimitero Il Verano. Capaldo ha dichiarato e ribadito innumerevoli volte che si attivò a riguardo a nome della Procura di Roma, perché a chiederglielo furono due uomini della gendarmeria vaticana che in cambio gli promisero dei documenti o la stessa salma di Emanuela.

    “Il prelevamento della Orlandi – ha spiegato ieri Capaldo – poteva essere fatto per strada ma sarebbe stato pericoloso, poteva invece essere fatto in Sant’Apollinare con una scusa qualsiasi. Il momento della scomparsa della Orlandi nessuno ce l’ha dato, anche le dichiarazioni delle ragazze amiche non sono sicure, come sarebbe stata rapita? Violentemente? O se Renatino De Pedis era amico di don Vergari non poteva creare una situazione per cui determinare la sparizione dall’interno?”. Questa ipotesi collima anche con quella di un sequestro organizzato da De Pedis come raccontato oltre dieci anni fa a Capaldo dalla amante di Renatino, Sabrina Minardi e come emerso da alcuni riscontri, come quello del ruolo del presunto autista Sergio Virtù. “Credo che la Minardi – ha aggiunto Capaldo – sia stata trattata male come testimone”.

    Il procuratore ha tirato in ballo, nel corso della sua convocazione che si è articolata in ben due sedute, anche un noto protagonista di questa vicenda, il fotografo romano Marco Fassoni Accetti. Costui, più volte si è auto-accusato di essere il rapitore di Emanuela ma senza sciogliere portare a nessun riscontro concreto. “Io riterrei non impossibile anzi estremamente probabile che Accetti abbia conosciuto Emanuela Orlandi perché gravitava su piazza Navona e piazza delle Cinque Lune che era la zona in cui gravitava lo stesso Accetti e lui fermava tutte le ragazze”, ha detto Capaldo ricordando di averlo incontrato quando “nel marzo 2013 venne da me. Le prime dichiarazioni di Accetti furono che era stato in Francia dove aveva incontrato Emanuela Orlandi in vita e questo incontro sarebbe avvenuto nel febbraio precedente”, come riportato da Il Messaggero.

    “Accetti disse che il motivo per cui si era deciso a raccontare la vicenda è sia perché aveva incontrato Emanuela viva sia perché, con il cambio del Papa – era stato eletto Papa Francesco – poteva pensare a un cambio, a un’apertura della curia romana e voleva inserirsi con le sue verità in questa vicenda”.

    Nel sostenere questa tesi nuova, Capaldo è come se avesse smentito le dichiarazioni agli atti di alcune amiche di Emanuela che quel pomeriggio del 22 giugno la collocano, in strada, all’uscita di scuola. Capaldo ritiene. come riferito sul Corsera, che “molte dichiarazioni delle ragazze non siano particolarmente affidabili e sicure”, perché “Mi sembra difficile ipotizzare un rapimento alla luce del sole in Corso Rinascimento», ha concluso.

    Emanuela quel mercoledì di inizio estate, uscì dall’Istituto Ludovico da Victoria, in compagnia dell’amica Raffaella Monzi. Mentre camminavano verso la fermata del bus, in corso Rinascimento, davanti al Senato, Emanuela le confidò di aver ricevuto un’offerta di lavoro per conto di una ditta di cosmetici che le propose di distribuire volantini per 375mila lire durante una sfilata di moda. Raffaella le disse che quell’offerta era stranamente eccessiva, e salì sul bus, non la rivide mai più.

    Tutto questo fu dichiarato nei giorni successivi alla scomparsa dalla Monzi, davanti alle telecamere di “Chi l’ha visto”. Mentre aspettava l’autobus in corso Rinascimento, Emanuela venne raggiunta da un’altra ragazza: bassa, capelli scuri e ricci, fisico rotondetto. Questa “amica” che era assieme a Emanuela fu vista anche da un’altra ragazza della scuola di musica, Maria Grazia Casini, che si trovò a passare da lì come riferì nell’interrogatorio del 29 luglio del 1983.

    Maria Grazia è stata l’ultima persona a vedere Emanuela Orlandi e lo ha ribadito anche in tempi recenti in un’intervista per un programma trasmesso su Sky. All’epoca dichiarò di averla vista anche Laura Casagrande, mentre avanzava su quello stesso marciapiede: disse di aver visto per l’ultima volta Emanuela dietro di sé. Nel corso della sua audizione davanti alla commissione di inchiesta, la Casagrande ha negato alla bicamerale quella circostanza, dicendo di non ricordare più di aver visto Emanuela quel giorno.

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2024/07/26/emanuela-orlandi-potrebbe-essere-sparita-dentro-santapollinare-spunta-la-nuova-ipotesi-del-procuratore-capaldo/7637152