Osservatorio della Rete L'ABUSO

Categoria: Cronaca e News

  • Le chat, l’ex Nar e Londra. Pietro Orlandi: “C’è una nuova pista su Emanuela”

    Le chat, l’ex Nar e Londra. Pietro Orlandi: “C’è una nuova pista su Emanuela”

    “Non smetterò mai di cercare mia sorella”. Da quarantuno anni Pietro, il fratello di Emanuela Orlandi, si batte per la verità. Era il 22 giugno 1983, quando l’allora 15enne cittadina vaticana uscì dalla scuola di musica, in piazza Sant’Apollinare a Roma, per poi svanire nel nulla. L’inizio di un giallo infinito che, nel tempo, ha aperto scenari inquietanti, dalla pista del rapimento a sfondo sessuale a quella del terrorismo internazionale. E poi una sfilza di nomi e presunti testimoni: la banda della Magliana, i “lupi grigi” e i servizi segreti. Sullo sfondo il Vaticano e l’immagine di quella che la stampa ha ribattezzato come “la ragazza con la fascetta”.

    E ora che sul misterioso cold case, da sempre legato alla scomparsa di Mirella Gregori, prova a tirare le fila la Commissione bicamerale d’inchiesta, partita lo scorso autunno, si rafforza l’ipotesi della “pista inglese”. “Sono stato contattato via mail da un uomo che mi ha fatto capire di essere un ex Nar. È a conoscenza di informazioni che avvalorano l’ipotesi che Emanuela sia passata da Londra”, rivela Pietro Orlandi alla redazione de IlGiornale.

    Pietro Orlandi, è soddisfatto di come stanno procedendo i lavori della Commissione di inchiesta?

    “Come ho detto tempo fa, sono molto contento che un organo collegiale della Repubblica italiana si stia occupando della vicenda di Emanuela. Non era mai successo in quarant’anni. La scorsa estate, quando la situazione era in fase di stallo, fu diramato un comunicato da Palazzo Chigi in cui il governo si esprimeva favorevolmente riguardo all’istituzione della Bicamerale d’inchiesta. E per noi, parlo di me e dei miei familiari, quello è stato un segnale importante di cambiamento rispetto al passato. Inoltre i lavori sono cominciati prima di quanto mi aspettassi, un motivo in più per essere fiducioso e ottimista”.

    Oggi ci sarà l’audizione delle amiche di Emanuela. Pensa che potrebbero saltare fuori dettagli interessanti?

    “Sicuramente è un fatto positivo che vengano interpellate le amiche di Emanuela. Però mi piacerebbe che le indagini non ripartissero da zero, ma dalle novità più recenti. Come ho detto anche alla Commissione, quando sono stato convocato in audizione assieme alle mie sorelle, lo scorso maggio, ci sono tre piste che meritano di essere approfondite”.

    Quali sono?

    “Parlo della presunta trattativa tra il magistrato Giancarlo Capaldo e il Vaticano ai tempi dell’apertura della tomba di Enrico De Pedis (detto Renatino) nella basilica di Sant’Apollinare; dei messaggi WhatsApp che si scambiarono Francesca Immacolata Chaouqui e monsignor Lucio Vallejo Balda, quando erano entrambi membri della Cosea e, infine, la pista di Londra. Ho consegnato alla Commissione tutta la documentazione nelle mie disponibilità”.

    “Mi riferisco alle chat intercorse tra Francesca Chaouqui e monsignor Lucio Vallejo Balda, che mi sono state consegnate dalla stessa Chaouqui, e ai documenti relativi alla cosiddetta ‘pista di Londra’”.

    Che c’è scritto nelle chat?

    “In parte sono quelle pubblicate dal quotidiano Domani: ‘A settembre dobbiamo far sparire quella roba della Orlandi e pagare i tombaroli. Di questo devi parlare con il Papa’, uno dei messaggi. Ho consegnato otto pagine alla Commissione, anche se ovviamente non tutte parlano di Emanuela”.

    Riguardo alla “pista inglese” invece, ci spiega di cosa si tratta e come è nata?

    “Tutto nasce da cinque fogli trovati in una cassaforte del Vaticano, di cui mi parlò Chaouqui, dove vengono elencate le spese che le autorità ecclesiastiche avrebbero sostenuto per assistere Emanuela a Londra. Il Vaticano sostiene che quei documenti siano un falso, per tutta una serie di errori di testo. Ciò non toglie che quelle informazioni andrebbero quantomeno verificate”.

    Ma lei ha avuto qualche riscontro in merito all’eventualità che Emanuela sia stata portata in Inghilterra?

    “Tempo fa, sono stato contattato via mail da un uomo che mi ha fatto capire di essere un ex Nar. Per un periodo abbiamo avuto un fitto scambio di messaggi poi, tutto d’un tratto, è sparito”.

    Ritiene che questa persona sia credibile?

    “Posso dirle che era a conoscenza di alcune informazioni che, dal mio punto di vista, avvalorano la pista di Londra”.

    Lo ha mai incontrato di persona?

    “No. Abbiamo comunicato solo tramite email e via chat, su Telegram. Durante l’audizione a Palazzo San Macuto, ho consegnato il suo recapito telefonico, il probabile indirizzo di casa e quello di posta elettronica. Magari la Commissione o la Procura riescono a rintracciarlo. Almeno per capire chi è e se realmente, come sostiene, può confermare che Emanuela si trovasse a Londra per un periodo”.

    Restando in tema di novità, di recente una perizia fonica ha evidenziato che la voce del famoso “Americano”, uno dei telefonisti che contattò la sua famiglia successivamente alla scomparsa di Emanuela, sarebbe compatibile all’83% con quella del fotografo Marco Fassoni Accetti. Lei cosa ne pensa?

    “Durante l’ultima inchiesta, la Procura di Roma aveva ordinato la perizia fonica. L’accertamento è stato poi ripetuto in occasione del documentario Vatican girl da tecnici forensi, regolarmente iscritti all’albo, quali Marco Perino e Paolo Del Checco. In entrambi i casi è stato escluso che la voce di Accetti potesse essere compatibile con quella dell’americano che chiamò le prime volte a casa nostra. Mentre c’è una similitudine con il telefonista che telefonò all’avvocato Egidio nell’agosto del 1983, quando la vicenda di Mirella Gregori fu legata a quella di Emanuela. La persona che di recente avrebbe esaminato la voce di Accetti, mettendola a confronto con quella dell’americano, non è un perito forense. Ragion per cui quelle analisi non hanno valore”.

    Ritornando alla Commissione d’inchiesta, cosa si aspetta?

    “Spero che si riesca ad arrivare alla verità e chiudere il cerchio sul rapimento di Emanuela. Ma se ciò non dovesse accadere, ovviamente non me lo auguro, non mi fermerò. La Commissione per me non è l’ultima spiaggia, ma una preziosa opportunità per provare ad aggiungere un’altra tessera di questo complicatissimo puzzle”.

    In quarantuno anni ha sempre parlato di “rapimento” e mai di scomparsa. Ne è ancora convinto?

    “Non si tratta solo di un mio convincimento, ci sono fatti evidenti che lo provano. Emanuela non si è allontanata volontariamente, ma è stata trattenuta contro la sua volontà. E, non meno importante, c’è stata una rivendicazione. Tanto più che, come ripeto spesso, nessuno svanisce nel nulla. Non è una magia, le persone non spariscono. C’è sempre qualcosa, una storia dietro”.

    Dalla sera della scomparsa fino ad oggi, lei non ha mai smesso di cercare sua sorella. C’è mai stato un momento in cui ha pensato di mollare oppure ha provato una sensazione di stanchezza?

    “Di mollare mai. La stanchezza c’è sempre e qualche volta si fa sentire più delle altre. Ma il desiderio di conoscere la verità e dare giustizia a Emanuela mi danno la forza di andare avanti. Vale per me, quanto per le mie sorelle e mia madre”.

    A proposito di sua madre, Maria Pezzano, come sta e cosa le ha detto riguardo agli ultimi risvolti?

    “Nonostante i suoi 93 anni, mia madre è una donna molto forte. Per fortuna, a parte qualche piccolo acciacco, sta bene. È molto credente e penso che proprio la fede l’abbia aiutata a sopportare questa lunga attesa. Non sapere dove sia la propria figlia, non vederla più da un giorno all’altro, credo sia un dolore atroce per un genitore, il più grande. Eppure lei non ha mai perso la speranza e il sorriso”.

    Pietro, lei incontra spesso i ragazzi nelle scuole e nelle università, dove porta la sua testimonianza. Che riscontro riceve dalle nuove generazioni?

    edificante. Noto sempre che ascoltano con grande interesse e partecipazione. Loro sono il futuro. Il mio auspicio è che possano raccogliere l’eredità della mia testimonianza, perché quella di Emanuela è la storia di noi tutti”.

    https://www.ilgiornale.it/news/cronaca-nera/chat-lex-nar-e-pista-inglese-pietro-orlandi-prove-rapimento-2335643.html

  • Caso Orlandi-Gregori, “Sonia De Vito nasconde un segreto e non ce lo dirà mai”: secretata la sua audizione davanti alla commissione d’inchiesta

    Caso Orlandi-Gregori, “Sonia De Vito nasconde un segreto e non ce lo dirà mai”: secretata la sua audizione davanti alla commissione d’inchiesta

    Erano quattro ragazzine come tante in quell’estate dell’83. Di un’altra epoca, certo, e non solo perché sono trascorsi 41 anni. Le donne convocate questa settimana a Palazzo San Macuto dai membri della commissione parlamentare d’inchiesta che indaga sul mistero delle scomparse di Mirella Gregori e Emanuela Orlandi, sono state adolescenti prima dell’avvento di Internet. Quando non ci si scriveva in chat per poi vedersi ma si pigiava il pulsante del citofono e questo, come vedremo, non era certo garanzia di maggiore sicurezza, al contrario. Ma soprattutto quando si usciva di casa senza il telefono cellulare, privando i familiari di qualsiasi legame dal momento in cui ti chiudevi la porta alle spalle. Non c’erano coordinate satellitari per ritrovarti ese poi non rientravi, restavi inghiottita dal nulla come è successo a Mirella e a Emanuela in quella tragica estate. Ma chi sono queste ragazze, donne oggi adulte, e perché sono state convocate dalla commissione? Che ruolo hanno avuto all’epoca delle sparizioni? Iniziamo da Sonia De Vito, amica e confidente di Mirella Gregori, ascoltata ieri dal gruppo di lavoro presieduto dal parlamentare Andrea De Priamo che domani riceverà invece tre amiche di Emanuela Orlandi.

    7 maggio 1983
    “Mamma, scendo, torno tra poco”. E intanto sono trascorsi 41anni: da quel 7 maggio del 1983, la 15enne Mirella Gregori non ha mai più fatto ritorno nella casa in via Nomentana, a Roma. Ma prima di andare all’appuntamento con il ragazzo che le citofonò quel giorno, un certo Alessandro – come riferì a sua madre – alla statua del bersagliere a Porta Pia, Mirella fece tappa al bar di proprietà della famiglia di Sonia, la sua migliore amica, sempre in via Nomentana ovvero a due passi da casa. Ma non fu un saluto veloce: ci rimase per 15 minuti in cui le due ragazze restarono chiuse in bagno a parlare, come ha dichiarato all’epoca anche il barista che lavorava lì. Cosa le avrà detto? Che motivo c’era di tornare al bar se si erano viste appena dieci minuti prima, quando Mirella era rientrata da scuola?

    Sonia De Vito
    La sorella di Mirella, Maria Antonietta Gregori tempo fa ci aveva dichiarato che Mirella passò al bar di Sonia quel giorno, prima di scomparire per sempre. All’epoca dei fatti, Sonia disse a Maria Antonietta che Mirella quel pomeriggio aveva un appuntamento con un amico sotto la scalinata della statua del Bersagliere, a Porta Pia e che dopo sarebbero andati a suonare la chitarra a Villa Torlonia. Ma Mirella non suonava affatto la chitarra e questo già rappresentò una prima forte incongruenza. Sonia fu persino intercettata durante le prime indagini da due agenti del Sisde (servizi segreti civili) il 26 ottobre del 1983 ai tavolini del suo stesso bar. Parlando di Mirella con un’altra ragazza, disse: “Certo, lui ci conosceva. Contrariamente a noi che non lo conoscevamo. Quindi poteva fare quello che voleva… Come ha preso Mirella poteva prendere anche me…”. A chi si riferiva Sonia, quel giorno? Dal giorno dopo la scomparsa Sonia è sparita e ha interrotto i contatti con la famiglia di Mirella ma era stata per anni una presenza fissa a casa Gregori fino a quel maledetto sabato. Lei e Mirella stavano sempre insieme. Maria Antonietta è sempre stata convinta che Sonia sappia qualcosa in più di ciò che ha detto all’epoca sia a lei che agli inquirenti da cui, negli anni a venire ha persino ricevuto un avviso di garanzia per reticenza.

    18 giugno 2024
    Sonia Maurizia De Vito non sembra aver cambiato atteggiamento negli anni, è rimasta molto schiva. Ieri, quando si è presentata alla commissione parlamentare ha chiesto di secretare la seduta e disattivare lo streaming interno per i giornalisti in sala stampa. Ha impedito ai fotografi di riprenderla e solo un’immagine è stata rubata al circuito televisivo interno che la ritrae in abiti e occhiali neri da vista. La De Vito, che non era mai stata fotografata in 41 anni, ha chiesto di svolgere a porte chiuse la sua audizione che tra quelle in agenda era di certo la più importante. Lo pensa anche lo scrittore di inchiesta Mauro Valentini, profondo conoscitore della vicenda di Mirella a cui ha dedicato il libro “Mirella Gregori, cronaca di una scomparsa”. “Sonia nasconde il segreto – dice a FqMagazine – perché ha raccolto le ultime confidenze di Mirella per me. Per qualche motivo ha deciso di trattenerle per sé. Non è lei il segreto di questo mistero ma lo nasconde e non riesco a immaginare che non ce lo dirà mai”. L’interrogatorio dei 40 commissari è durato due ore e – secondo quanto riportato dal Corriere Roma – sarebbe stato “molto sofferto e complesso. E sarebbero inoltre emerse parecchie contraddizioni”, come già ribadito in passato da Maria Antonietta Gregori. La superteste, “come dichiarato da più di un membro della commissione” (fonte: Il Corriere) sarebbe apparsa come “reticente e contraddittoria”. La sua deposizione sarebbe stata costellata da troppi “Non ricordo”.

    Sono previste per il 20 giugno invece le audizioni delle tre amiche di Emanuela Orlandi: Laura Casagrande e Alessandra Cannata – entrambe allieve della stessa scuola di musica frequentata da Emanuela, la Ludovico da Victoria – e di Cristina Franzè con cui la ragazza condivideva le attività parrocchiali.

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2024/06/19/caso-orlandi-gregori-sonia-de-vito-nasconde-un-segreto-e-non-ce-lo-dira-mai-secretata-la-sua-audizione-davanti-alla-commissione-dinchiesta/7593043

  • Morto Maurizio Giorgetti, il testimone chiave del caso Orlandi che chiamò in causa la banda della Magliana

    Morto Maurizio Giorgetti, il testimone chiave del caso Orlandi che chiamò in causa la banda della Magliana

    Scompare per sempre un altro tassello della misteriosa vicenda di Emanuela Orlandi. Pochi giorni fa è venuto a mancare uno dei testimoni più importanti sul caso della cittadina vaticana sparita dal centro di Roma il 22 giugno del 1983 e mai più ritrovata. Si tratta di Maurizio Giorgetti che ha legato per primo la sua scomparsa alla banda della Magliana. Il suo primo appello risale al 2010, quando ancora non era stata rinvenuta la tomba di Enrico “Renatino” de Pedis, capo della fazione testaccina del gruppo criminale, nei sotterranei della Basilica di Sant’Apollinare.

    Giorgetti rilasciò delle dichiarazioni al programma televisivo “Chi l’ha visto” in merito alla “ragazza con la fascetta” e fu convocato in seguito dalla Procura. Ai magistrati romani rivelò di aver sentito parlare del rapimento della ragazza da due membri della banda ma le sue dichiarazioni non vennero ritenute attendibili dai magistrati. Mancavano riscontri materiali e testimoniali. L’uomo finì anche imputato per falsa testimonianza ma lui non si arrese e tentò in tutti i modi di portare avanti la sua ipotesi. Giorgetti arrivò anche a evadere i domiciliari per recarsi dai carabinieri a riferire ciò che riteneva di sapere su Emanuela Orlandi. Ha presentato esposti sul caso anche negli ultimi suoi anni di vita. Il titolare della seconda inchiesta sul caso Orlandi, il magistrato Giancarlo Capaldo, lo ha indicato come “completamente inaffidabile”.

    Chi era Giorgetti?
    Maurizio Giorgetti era vicino agli ambienti di estrema destra di Paolo Signorelli e Adriano Tilgher (Movimento Sociale, Ordine Nuovo). Gravitava intorno a quella zona grigia comune a crimine romano ed estremismo politico, in cui convivevano banditi e militanti. Fu lo stesso Capaldo a dichiarare all’epoca delle indagini: “Siamo Convinti che la banda della Magliana sappia che fine abbia fatto Emanuela Orlandi” (da “Repubblica” dell’8 ottobre 2010). Agli inquirenti, Giorgetti disse di aver ascoltato le conversazioni su Emanuela Orlandi al ristorante “Il Porto” di Lungotevere a Ripa e all’”Antica Pesa”, in due distinte occasioni. Fece i nomi degli interlocutori coinvolti: Giuseppe “Sergione” de Tomasi, che dalle indagini emerse come colui che si celava dietro al telefonista “Mario” e Angelo Cassani detto “er Ciletto”. Quest’ultimo, Cassani, fu tirato in ballo anche dall’amante di de Pedis, Sabrina Minardi che lo indicò come uno dei presunti responsabili del rapimento al procuratore Capaldo. Giorgetti riferì di aver sentito che de Pedis aveva in passato detto loro di aver partecipato al rapimento di una ragazza per recuperare del denaro appartenuto a Manlio Vitale, detto “Er ngappa”. Raccontò anche di essere stato, nel 1983, a cena con de Pedis e Franco Giuseppucci, altro membro di spicco della banda, pochi giorni prima del rapimento di Emanuela. Durante quella serata di 41 anni fa, sentì – ha poi dichiarato agli inquirenti durante la seconda inchiesta – i due banditi discutere di un appartamento vicino al Vaticano dove poter segregare la ragazza nei primi giorni della sua prigionia.

    La morte
    Giorgetti è deceduto nella sua casa di Soriano nel Cimino all’età di 70 anni. Con la sua dipartita svanisce la relativa possibilità di fare luce su uno degli innumerevoli misteri che caratterizzano quest’assurda vicenda. “Con la sua morte cala definitivamente il silenzio su qualche verità sul rapimento di Emanuela”, commenta Pietro Nicotera, l’avvocato che lo ha seguito negli ultimi, difficili, tempi. La sua scomparsa chiude un capitolo ma lascia aperte tante, troppe domande.

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2024/06/17/morto-maurizio-giorgetti-il-testimone-chiave-del-caso-orlandi-che-chiamo-in-causa-la-banda-della-magliana/7590719

  • La principale coalizione mondiale di vittime di abusi del clero forma una collaborazione storica con i massimi esperti anti-abuso della Chiesa cattolica

    La principale coalizione mondiale di vittime di abusi del clero forma una collaborazione storica con i massimi esperti anti-abuso della Chiesa cattolica

    Per la prima volta nella storia della crisi degli abusi sessuali da parte del clero , una rete globale di sopravvissuti agli abusi del clero sta unendo le forze con i massimi esperti anti-abuso della Chiesa per creare un nuovo mandato di “tolleranza zero” nella Chiesa cattolica .

    I leader di Ending Clergy Abuse (ECA) si sono incontrati privatamente la scorsa settimana con padre Hans Zollner, SJ, direttore dell’Istituto di antropologia (IADC) presso la Pontificia Università Gregoriana, e monsignor Peter Beer, capo della ricerca e sviluppo dell’IADC.

    Per tre giorni, dal 6 all’8 giugno, i leader dell’ECA e dell’IADC hanno lavorato insieme per creare una proposta per nuove politiche e leggi, inclusa la rimozione permanente dal ministero degli autori di abusi sessuali da parte del clero.

    Gemma Hickey, presidente del consiglio di amministrazione dell’ECA e sopravvissuta agli abusi sessuali del clero, ha dichiarato: ” Questa è la prima volta nella storia della catastrofe degli abusi del clero che una coalizione internazionale di organizzazioni di sopravvissuti e i loro sostenitori si uniscono alla principale Chiesa cattolica istituto per la tutela dei bambini a sostenere un mandato vincolante e universale di tolleranza zero per gli abusi sessuali nella Chiesa cattolica. Come sopravvissuto, non avrei mai pensato che avrei visto il giorno in cui i rappresentanti della Chiesa si sarebbero uniti ai sopravvissuti nel chiedere la fine degli abusi e degli insabbiamenti. “

    L’ECA e l’IADC hanno coinvolto molti partner nel dialogo, tra cui: mons. Luis Manuel Alí Herrera , segretario della Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori; Anne Barrett Doyle di BishopAccountability.org; il Preside P. Ulrich Rhode , SJ, della Facoltà di Diritto Canonico della Pontificia Università Gregoriana; Dr. Martin Pusch , avvocato di Westpfahl Spilker Wastl; Ambasciatrice d’Australia presso la Santa Sede Chiara Porro ; rappresentanti dell’Ambasciata degli Stati Uniti presso la Santa Sede e di altre ambasciate; e altri consulenti legali.

    Dopo tre giorni di presentazione e discussione, i gruppi sono riusciti a raggiungere un consenso sull’approvazione di cambiamenti radicali alle leggi, alle politiche e alle pratiche della Chiesa cattolica, tra cui: rimozione permanente dal ministero per qualsiasi religioso scoperto ad aver abusato di un bambino o di un adulto vulnerabile; la creazione di un’agenzia indipendente con l’autorità di condurre indagini ed emettere raccomandazioni e rapporti pubblici; trasparenza obbligatoria durante tutto il processo; e severe sanzioni per qualsiasi vescovo o funzionario della Chiesa cattolica che non si attenga a questa politica.

    Il gruppo continuerà a mettere a punto il testo ufficiale della proposta congiunta durante tutta l’estate con l’intenzione di presentarlo prima della fase finale del Sinodo sulla sinodalità di Papa Francesco in ottobre .

    La proposta, guidata dai principi riconosciuti a livello internazionale del superiore interesse dei bambini, dei giovani e delle persone vulnerabili, è in linea con le principali raccomandazioni rivolte alla Santa Sede dal Comitato delle Nazioni Unite sui diritti dell’infanzia (CRC) del 2014. ha sponsorizzato indagini sugli abusi sessuali del clero e organizzazioni internazionali per i diritti umani.

  • La magia, i lecca-lecca e poi gli abusi. Nell'”inferno” delle Bestioline di Cerano

    La magia, i lecca-lecca e poi gli abusi. Nell’”inferno” delle Bestioline di Cerano

    I nomi di animali. Gli abusi sessuali su minorenni. La manipolazione. Sono queste caratteristiche e accuse di un processo di primo grado in corso, quello contro le Bestioline di Cerano, presunta organizzazione settaria passata al setaccio in un’indagine, guidata da Silvia Baglivo della Procura di Novara e Paola Stupino della Dda di Torino. L’indagine che ha portato 26 persone al rinvio a giudizio (su 28 indagati) – anche se alla sbarra ce ne sono solo 25 – in un processo di cui si parla troppo poco. Perché casi come questi riguardano tutti potenzialmente, ma esistono delle lacune in Italia in quando a manipolazione mentale.

    “Il problema principale in questo procedimento, non essendoci una legge sulla manipolazione mentale, è un vuoto normativo che fa ancora protendere a domande del tipo: ‘Ma lei era legata quando subiva quelle cose? Quindi poteva andarsene quando voleva’. I nostri giudici non considerano assolutamente l’aspetto della manipolazione, che la letteratura scientifica invece spiega molto bene. Abbiamo fornito noi questa spiegazione in aula, cercando di far comprendere quello che accade nella testa di una persona che non è più in grado di determinarsi, perché la sua visione della realtà è completamente trasformata. Io credo che le difficoltà del giudice siano determinate dall’assenza di una legge apposita. Spesse volte la manipolazione che la scienza vede non è riconducibile a una pena giusta”. A dirlo a IlGiornale.it è Lorita Tinelli, psicologa e fondatrice del Cesap (Centro Studi sugli Abusi Psicologici).

    Nel processo alle “Bestioline” il Cesap è parte civile e Tinelli è stata ascoltata come consulente. Tra i consulenti del caso c’è anche Annamaria Giannini de La Sapienza, peraltro membro del comitato scientifico del centro studi: entrambe, Tinelli e Giannini, hanno fornito inoltre supporto scientifico anche alle altre parti civili.

    Come nasce il caso delle Bestioline di Cerano

    Come tutti i casi giudiziari, anche quello delle Bestioline è partito da una denuncia, anzi da due denunce, quelle di Michela e Giulia. Mediaticamente parlando i loro sono nomi di invenzione, per tutelarle in questo complesso processo che ha portato a parlare moltissimi testimoni, anche se probabilmente per la fine del 2024 ci sarà la fine del primo grado.

    Le denunce sono relative al 2010 e al 2018 e sono avvenuti in modi differenti. Come racconta PrimaNovara, l’ultima denuncia aveva portato all’indagine “Dioniso” nel luglio 2021. E sono emerse alcune storie delle presunte vittime. Come quella di Giulia, entrata a far parte delle Bestioline per scelta della zia: “Era l’inferno: sono scappata per non morire”, ha detto in tribunale. Per Giulia il momento di denunciare è giunto quando, badando alla figlia di un’adepta mentre questa era impegnata, avrebbe scoperto che la bambina sarebbe stata sottoposta ai suoi stessi rituali.

    Michela invece è entrata nella cerchia introdotta dalla cugina che le faceva da babysitter: “Non sono mai stata violentata da mia cugina, lei in quei giorni era nella stessa casa ma se ne andava. Sono stata violentata da altre due donne”, ha spiegato in tribunale, come riporta Fanpage. Michela ha impiegato molto tempo a metabolizzare quanto le era successo, emerso completamente solo quando la donna, oggi 25enne, si è sottoposta a psicanalisi.

    “La dinamica è sempre la stessa: è la costruzione di un mondo, separato dalla realtà, con i suoi valori, regole, modalità, anche se abusanti – chiarisce Tinelli – Le dinamiche sono riconducibili a un movimento a deriva settaria dove l’obiettivo è annullare la volontà e l’autodeterminazione dell’individuo in favore del potere che il capo ha sugli altri. Molti di questi gruppi si basano su abusi sessuali e potere economico”.

    Le accuse alle Bestioline

    Gli imputati al processo devono rispondere di vari capi d’accusa, tra cui i principali sono abusi sessuali, riduzione in schiavitù, associazione a delinquere. Cosa accadeva nella presunta setta delle Bestioline? A partire dalla fine degli anni ’80 un gruppo di professionisti avrebbe stuprato e torturato molte ragazze a bambine, avvicinate, oltre che da parenti e amici di famiglia, grazie ad alcuni esercizi – scuole di danza, una scuola di spada celtica, farmacie o erboristerie, un centro psicologico e una casa editrice. Le minorenni sarebbero state poi avviate a presunte pratiche magico-esoteriche.

    Una volta all’interno della cerchia, le bambine e le ragazzine venivano sottoposte a rituali, e questi rituali in tribunale sono diventati accuse di abusi sessuali. Le bambine sarebbero state “invitate” a fare dei bagni e lavande vaginali o anali, accarezzate con una frusta, portate a inserire nelle parti intime dei lecca-lecca, appese a ganci posti sul soffitto e marchiate nelle pudenda.

    All’interno dell’organizzazione delle Bestioline, le persone erano ribattezzate con nomi di animali, tranne il leader, che veniva chiamato con appellativi riconducibili al potere o più semplicemente il “dottore”: Gianni Maria Guidi, accusato di essere il capo della presunta setta, è morto nella primavera 2023 a 79 anni e quindi non sarà a giudizio.

    “Possiamo definire – dice Tinelli – quello delle Bestioline un fenomeno settario perché i membri del gruppo assumevano nomi diversi – quelli di animali. Queste persone, prevalentemente donne, venivano introdotte in tenera età, e venivano iniziate sessualmente, ma quella sessualità era intesa in termini diversi da quello che comunemente si intende per sessualità e moralità. Venivano cambiati anche tutti i valori e il senso della realtà di persone inserite in un sistema chiuso, dove c’erano dei codici di comunicazione e dove la realtà assumeva un senso diverso”.

    Le pratiche delle Bestioline avrebbero portato a un attacco alla persona, che sarebbe stata manipolata e annullata. Le donne adulte venivano chiamate mami, mentre i messeri avrebbero avuto il compito di individuare nuove prede, separandole di fatto dal mondo esterno, promettendo un processo di crescita che sarebbe passato attraverso i presunti abusi di cui ora la presunta setta deve rispondere.

    Il problema del silenzio

    Si parla, come detto, molto poco delle Bestioline. Dopo la messa in onda di un doppio episodio molto dettagliato del podcast “Nella setta” di Flavia Piccinni e Carmine Gazzanni, c’è stata anche un’interrogazione parlamentare, per capire il perché dietro al silenzio. Certo, si tratta di un processo a porte chiuse, ma probabilmente c’è anche dell’altro, come per esempio un vuoto normativo che di recente psicologi, criminologi ed esperti chiedono di colmare.

    “L’ultimo disegno di legge – dice Tinelli- che appartiene alla scorsa legislatura, è stato depositato dal senatore Totaro di Fratelli d’Italia. Si trattava di un disegno di legge che ha attinto anche alle notizie scientifiche del Cesap in cui si faceva un bel ragionamento giuridico sui ragionamenti desumibili sui manipolatori di diverso genere. Non si parlava solo di sette ma di manipolazione a 360 gradi. E venivano individuate pene corrette, sulla base di quello che accade in Europa. Quel disegno di legge purtroppo non è mai stato calendarizzato. Recentemente la deputata Stefania Ascari ha ritenuto di chiedere una commissione d’inchiesta sul fenomeno settario: i dati oggi sono nelle mani delle associazioni e per la prima volta anche la politica vuole arrivare a una legge a tutela delle vittime”.

    A fronte della necessità di una legge sul reato di manipolazione, le sette proliferano, aiutate anche dai social network e dal web in generale. “L’esperienza del web e dei social oggi aiuta moltissimo la diffusione della manipolazione e aiuta i guru a entrare nelle nostre case indisturbati. Ma aiuta anche nell’informazione: i media si mobilitano tantissimo, purtroppo quando già accadono i casi di cronaca nera, che a volte finiscono nel dimenticatoio. La manipolazione mentale esiste, come esiste nelle relazioni a due e c’è un Codice Rosso che interviene, ma con la manipolazione mentale fatta in ambito sociale, con piccoli e grandi gruppi, diventa un problema soprattutto perché c’è una controinformazione fatta da gruppi settari molto potenti in Italia e loro sostenitori, spesso studiosi, che fanno di tutto per occultare la voce delle vittime e dei critici di questi gruppi, arrivando a denigrare chi sta nelle associazioni e si occupa delle vittime”. La stessa Tinelli è da sempre, per il suo lavoro, attaccata per il suo studio dei fenomeni di manipolazione.

    C’è poi il fattore incredulità. Quando il genitore o l’amico di una persona maggiorenne sporge una denuncia in un presunto caso di manipolazione, il caso viene registrato come allontanamento volontario. Con le Bestioline di Cerano nello specifico sono “coinvolte persone di spicco. Parliamo di soggetti anche dal punto di vista sociale conosciuti”, e questo “potrebbe aver limitato la diffusione della notizia, ritenuta incompatibile rispetto alle persone che si conoscevano”.

    Tinelli è fiduciosa in relazione al lavoro scientifico svolto in questo caso, così come lo sono i legali delle parti civili.

    https://www.ilgiornale.it/news/cronaca-nera/magia-i-lecca-lecca-e-poi-abusi-manca-legge-contro-2326488.html
  • Caso Emanuela Orlandi, il fratello Pietro contro l’inchiesta vaticana e i dubbi su Papa Francesco: “Una farsa”

    Caso Emanuela Orlandi, il fratello Pietro contro l’inchiesta vaticana e i dubbi su Papa Francesco: “Una farsa”

    È passato più di un anno da quando, come un fulmine a ciel sereno, è arrivata dall”Adnkronos’ la notizia sull’apertura delle indagini su Emanuela Orlandi da parte delle autorità del Vaticano: nel giugno 2024, mentre si approssima la data nella quale rintoccheranno i 41 anni dalla scomparsa della 15enne, il fratello Pietro Orlandi fa un suo bilancio sull’inchiesta.

    Un bilancio tutt’altro che positivo, con una conclusione che arriva rimembrando quel colloquio di ben 8 ore avuto all’interno delle mura leonine insieme al Promotore di Giustizia Alessandro Diddi. Chiunque, soprattutto lo stesso Pietro, si sarebbe aspettato sviluppi interessanti da parte della Santa Sede, ma ciò non è stato. Pietro Orlandi lo sottolinea durante l’evento ‘Emanuela e Giulia’ che si è tenuto il 4 giugno presso il Teatro Manzoni di Milano per ricordare Emanuela Orlandi e Giulia Cecchettin.

    Nel suo intervento, consistito in un dialogo con don Patrizio Coppola, Pietro Orlandi ha tirato le somme sull’inchiesta aperta in Vaticano: “La commissione d’inchiesta Vaticana, che è stata richiesta da papa Francesco e ha richiesto il Promotore di Giustizia Diddi mi entusiasmava, ma purtroppo ho capito che per me è una farsa“. Il motivo? “Non stanno facendo nulla”, precisa il fratello di Emanuela Orlandi, scomparsa il 22 giugno 1983 mentre usciva da una lezione di musica.

    Orlandi ha continuato spiegando di aver chiesto a persone vicine a Papa Francesco di domandargli “se sia al corrente di ciò che sta facendo la persona che lui ha incaricato di fare le indagini, perché sta facendo il contrario di quello che dovrebbe fare“. Nel frattempo continuano i lavori della Commissione Parlamentare d’Inchiesta, che fino ad oggi ha accolto le testimonianze dei familiari di Emanuela Orlandi e Mirella Gregori, due giornalisti e i cugini delle ragazze scomparse.

  • La guerra della chiesa  agli abusi sessuali  è soprattutto marketing

    La guerra della chiesa agli abusi sessuali è soprattutto marketing

    Per salvaguardare i minori e gli adulti vulnerabili dagli abusi è necessario prendersi cura anche di coloro che li hanno commessi. È questo, in poche parole, l’assunto del libro di don Paolo Baroli, Mostri o nostri? La prevenzione degli abusi e il trattamento dei rei: una sfida per la chiesa, appena uscito per le Edizioni San Paolo con la prefazione del cardinale Matteo Zuppi.

    Il saggio ricostruisce brevemente la posizione della chiesa sugli abusi sessuali, per arrivare al nocciolo del “che fare” con i pedofili dopo che questi hanno scontato il debito con la giustizia. Criticato il troppo facile ricorso alla dimissione clericale perché deresponsabilizzante per la chiesa, vengono passate in rassegna diverse alternative, dalla castrazione chimica all’approccio farmacologico e terapeutico.

     «La chiesa non si risparmierà nel compiere tutto il necessario per consegnare alla giustizia chiunque abbia commesso tali delitti», scrive Baroli, come se la denuncia all’autorità giudiziaria fosse un assioma. Viene infatti dato per assodato che i pedofili scontino «una giusta pena» mentre è noto, grazie alla testimonianza delle vittime, che gli abusatori nella gran parte dei casi vengono protetti e soprattutto non sono mai denunciati alla giustizia dello stato.

    Revisionismo storico

    Anche la ricostruzione della lotta agli abusi negli ultimi vent’anni è a dir poco generosa. Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Francesco sono dipinti come paladini della trasparenza e della tolleranza zero, quando sappiamo che ancora non abbiamo un’indagine indipendente che faccia davvero chiarezza sulla realtà del fenomeno nel nostro paese.

    Come non bastasse, Baroli parla dell’insabbiamento dei casi di abuso come di una pratica del passato, ormai condannata e sanzionata dal Vaticano con la rimozione del responsabile. Non fornisce però esempi concreti che avvalorino le sue affermazioni, che sono facilmente smontate dai recenti casi di cronaca: uno per tutti quello che ha riguardato l’attuale vescovo di Piazza Armerina Rosario Gisana, tuttora a capo della diocesi nonostante sia stato intercettato mentre dichiara di aver coperto don Giuseppe Rugolo, condannato a marzo in primo grado a quattro anni e sei mesi.

    “Rieducare” gli abusatori

    Secondo l’autore, poi, per affrontare in modo efficace la violenza sui minori è fondamentale occuparsi anche della “rieducazione” degli abusatori, in modo che possano reinserirsi nella società e nella chiesa. Sono necessarie, sottolinea don Baroli, non solo «tecniche psicoterapeutiche, ma anche modalità di custodia e accompagnamento della persona e dei cammini di rinnovamento umano e spirituale che consentano ai

    rei di riscoprire e recuperare un orizzonte di senso».

    In questa prospettiva, l’autore non esclude che, concluso il percorso di accompagnamento, i pedofili possano continuare a «svolgere al meglio la loro vocazione di cristiani ed eventualmente di sacerdoti». Mettere al bando gli abusatori, invece, li porterebbe a ricostruirsi una vita altrove, dove potrebbero facilmente compiere nuovi reati; meglio allora tenerli «sotto il controllo della chiesa».

    Anche qui l’autore omette di dire che la comunità dei fedeli non viene mai informata delle denunce a carico dei sacerdoti, che infatti ritroviamo spesso in altre diocesi, di nuovo vicino ai ragazzini. È quel che è successo per esempio a don Silverio Mura, che da Napoli è stato trasferito in una parrocchia di Tortona addirittura con un altro nome; ma gli esempi sarebbero molti.

    Operazioni di facciata

    Rimane la domanda sul senso di un libro come questo che, oltre a insistere sul garantismo per i pedofili, non aggiunge nulla alla comprensione del fenomeno ma suona più che altro come un esempio di marketing ecclesiastico sul fronte dello spinoso problema degli abusi clericali.

    La stessa operazione di facciata riproposta dal convegno “Abusi sui minori. Una lettura del contesto italiano 2001-2021”, organizzato il 29 maggio dalla Conferenza episcopale all’Ambasciata italiana presso la Santa sede. Un incontro uguale ai tanti che lo hanno preceduto, il cui risultato è stato annacquare le responsabilità della chiesa in un generico discorso sui pericoli del web e sugli abusi sui bambini all’interno della società.

    L’unica novità è stata l’annuncio, da parte della neo presidente del Servizio tutela minori della Cei, Chiara Griffini, di uno «studio pilota» sui casi di abuso clericale nel periodo 2001-2021, che sarà condotto dall’Istituto degli innocenti di Firenze e dal Centro interdisciplinare sulla vittimologia e sulla sicurezza dell’Università di Bologna.

    Un’analisi che si baserà sulle denunce dei vescovi e partirà con un’indagine a campione su un numero determinato di diocesi, a cui seguirà un momento «sapienziale» di riflessione. Non è chiaro a che cosa servirà un nuovo studio fondato su dati parziali, ma si dovrà comunque attendere la fine del 2025 per saperlo.

    Ancora una volta la chiesa si è limitata a dichiararsi strenuamente impegnata contro gli abusi sui minori, ma senza l’onere della prova.

    https://www.editorialedomani.it/fatti/chiesa-contrasto-abusi-ma-non-fornisce-prove-xhrdee8u

  • “Suore abusate e zittite: ora c’è un sindacato e il Vaticano lo boicotta”

    “Suore abusate e zittite: ora c’è un sindacato e il Vaticano lo boicotta”

    “Sono le donne a te nere in piedi la Chiesa. Le donne a testimoniare la carità, principalmente le donne a organizzare la rete di assistenza, a dare corpo e vita al cattolicesimo nel mondo. Nella Chiesa non esistono più suorine ignoranti, schiave ubbidienti e purtroppo silenti. Testimoni assolute del dolore e dell’orrore di cui erano vittime”.

    Lucetta Scaraffia, il suo impegno femminista dentro l’universo cattolico è riconosciuto e apprezzato. Mica tanto! Chiunque valo rizzi, studi, sostenga la condizione femminile viene emarginato, vigilato, tolto dal circuito del confronto e della discussione, non dico della decisione.

    Il potere dei maschi è ancora assoluto. Lei dice: la Chiesa è donna anzitutto. Sono i numeri che raccontano chi interpreta e rappresenta la Chiesa. È questa grande forza culturale femminile. Le suore oggi sono competenti, spesso laureate, assolutamente dentro il circuito culturale e sociale. Il potere è ancora tutto dei maschi?

    Il rapporto è uno a cento. Sappia che quando ho partecipa to al sinodo sulla famiglia subivo sempre la perquisizione all’ingresso. Mi conoscevano tutti eppure mi scambiavano sempre per qualcun’altra, ritenevano sempre di procedere con formalità che non erano necessarie per i maschi.

    Donna delle pulizie? Così chiedeva il picchetto della vigilanza vaticana per sincerarsi dell’identità. Però ci sono novità rilevantissime anche se misconosciute.

    La Chiesa al femminile. Le donne hanno saputo valorizzare un’organizzazione esistente –la Uisg – che raggruppa tutte le superiore generali del mondo, e che si oc cupa di difendere la condizione femminile nel mondo, di vigilare sul traffico degli esseri umani, di dare sostegno attivo alla lotta per la dignità delle persone. Gli organi di rettivi di questa associazione vengono eletti dalle iscritte, che valorizzano donne capaci e intraprendenti, non donne obbedienti. Le iscritte, cioè le suore? Esatto. La Superiora Generale è eletta, così come il comitato direttivo, l’ufficio stampa. Sembra il sindacato delle donne.

    È anche un sindacato, sì. Il problema è che i meriti di questa associazione sono stati riconosciuti dalle Nazioni Unite con onorificenze, ma non dal Vaticano. Non se ne parla in nessuno dei media d’oltretevere, non è considerata un interlocutore dalle gerarchie ecclesiastiche e dal Papa. Una condizione taciuta, chiusa alla vista. La Chiesa ancora è immersa negli scandali a sfondo sessuale. Io direi che più grave ancora della pedofilia è la sequela dei reati contro le donne.

    Nel conventi il numero degli aborti obbligati dopo le violenze e gli abusi è alto, così come le violenze sessuali e la gerarchia liquida la faccenda come una trasgressione, una viola zione del sesto comandamento da parte del maschio e della femmina. La fuitina dei peccatori, diciamo così. Ecco, in questo modo si copre l’orrore di veri e propri soprusi, la viltà della schiavizzazione. La verità è che la cultura ecclesiastica è essenzialmente paternalistica e le parole delle religiose che denunciano non contano niente.

    Ma Bergoglio è il Papa dell’apertura, il Pontefice che muta i rapporti di for za dentro il mondo immutabile di una gerarchia conservatrice, volta a sigillare la fede. La sua è la strategia del doppio colpo: uno al cerchio e l’altro alla botte.

    Sui gay dice: chi sono io per giudicare e poi se ne esce con quella parola (la frociaggine, ndr ) che oltraggia i gay e mina l’istituzione, prende a martellate l’edificio culturale e semantico con cui la Chiesa parla al mondo.

    Quando sento il Prefetto per la dottrina della fede Fernandez commentare un documento pontificio dicendo “fa re una cazzata”, capisco che il lessico è usato a mo’ di piccone. Cosa si aspetta da un piccone? Macerie.

    https://www.ilfattoquotidiano.it/in-edicola/articoli/2024/06/03/lucetta-scaraffia-suore-abusate-e-zittite-ora-ce-un-sindacato-e-il-vaticano-lo-boicotta/7572066/

  • Conferenza CEI; nulla di nuovo e dati di analisi meno ampi. Esclusi anche quelli della Giustizia italiana

    Conferenza CEI; nulla di nuovo e dati di analisi meno ampi. Esclusi anche quelli della Giustizia italiana

    ROMA-ADISTA. Il tema degli abusi sui minori nella Chiesa diluito nel mare degli abusi sui minori nella società, su internet, nello sport; un elogio delle iniziative della Chiesa italiana e del Vaticano per contrastarli, iniziative parziali, lente, astratte, farraginose, che nascono già vecchie. E l’ennesimo no a una commissione indipendente d’inchiesta. Può essere sintetizzato così il senso del convegno organizzato dalla CEI e dall’Ambasciata italiana presso la Santa Sede il 29 maggio dal titolo “Abusi sui minori. Una lettura del contesto italiano 2001-2021”.

    Diversi gli esperti invitati a parlare, ma le informazioni più rilevanti sono quelle fornite da alcuni degli intervenuti ai giornalisti in margine al convegno. A proposito del processo contro l’ex gesuita Rupnik, mons. Kennedy, segretario della sezione disciplinare del DDF ha detto che «È iniziato veramente bene e passo dopo passo, stiamo tenendo conto di tutti gli aspetti, quello delle accuse contro di lui, l’aspetto delle vittime, quello dell’impatto sulla Chiesa. È delicato, in questo momento non posso dire di più», Peraltro, il prelato irlandese ha sottolineato che la strumentalizzazione di immagini spirituali a fini sessuali, utilizzata anche da altri abusatori, e normalmente definita “falso misticismo”, un crimine contro la fede, non costituisce ancora una fattispecie giuridica nel diritto canonico e dunque allo stato attuale non prevede una pena.

    Quanto alla collaborazione tra Cei e Dicastero che, nelle parole pronunciate dal presidente CEI card. Matteo Zuppi nel 2022, doveva consistere nella trasmissione dei 613 dossier di abusi sessuali esaminati dal Dicastero  tra il 2001 e il 2021, essa non esiste nella forma in cui era stata illustrata: ha affermato infatti Kennedy: «di per sé il nostro lavoro non è con le Conferenze episcopali, è con il vescovo singolo e con il superiore generale di ogni ordine religioso: sono loro i nostri interlocutori. Se una conferenza episcopale vuole avere delle statistiche, può chiedere alle diocesi di fornirle. Non è un lavoro che facciamo noi».

    Venuto a mancare il contributo del Dicastero vaticano nella trasmissione diretta alla Cei dei 613 dossier riguardanti casi di abusi sessuali, la Chiesa italiana ha dovuto “ricalcolare il percorso”, come fanno i navigatori. Di qui lo «studio pilota» illustrato dalla neopresidente del Servizio Tutela minori della Cei Chiara Griffini, uno studio che, ha detto, consentirà di svolgere delle ricerche che consentiranno di avere una fotografia del periodo 2001-2021»; un’analisi«qualitativa e quantitativa» nella quale saranno – appunto – i singoli ordinari del luogo a fornire i dati. Due le fasi del progetto: la prima «una ricerca multidisciplinare» dapprima su un campione e poi estesa alle altre diocesi; la seconda una fase di analisi e riflessione. Il tutto sarà condotto da due enti «indipendenti»: l’Istituto degli Innocenti (Azienda pubblica di Firenze) e il Centro interdisciplinare sulla vittimologia e sulla sicurezza dell’Università di Bologna.

    Tutto appare dominato dall’incertezza e dalla speranza: si auspica, ma non è certo, che il lavoro sia completato entro la fine del 2025; si spera «che da questo studio si possano definire i criteri per poter affinare qualcosa che intercetti la realtà ancora sommersa». L’obiettivo: non avere dati nuovi ma, spiega Griffini, «offrire una lettura qualitativa e quantitativa» dei dati già esistenti. Un compito che appare piuttosto limitato e parziale in confronto a quanto avvenuto in altri Paesi, che taglia fuori ad esempio i dossier approdati alla giustizia civile e si ferma a quella piccola parte dell’emerso denunciata dai vescovi al Dicastero, fermandosi a tre anni fa. (ludovica eugenio)

  • “La lastra di cemento che era dietro la lapide di Katy è stata gettata nel Tevere”: cosa lega Emanuela Orlandi al furto della bara di Skerl

    “La lastra di cemento che era dietro la lapide di Katy è stata gettata nel Tevere”: cosa lega Emanuela Orlandi al furto della bara di Skerl

    “La lastra di cemento che era dietro la lapide di Katy Skerl fu gettata nel Tevere”: lo ha dichiarato martedì scorso al pm Stefano Luciani il fotografo romano Marco Fassoni Accetti. Le sue parole sono state sottoscritte in un memoriale consegnato a Luciani e ora agli atti. La notizia, se convalidata da un’eventuale ispezione del fondale del fiume, potrebbe dare nuovi elementi per indagare sul truce delitto irrisolto, avvenuto 40 anni fa, della figlia del regista apolide di avanguardia Peter Skerl. La deposizione giunge nei giorni in cui la commissione parlamentare si inchiesta indaga sulle sparizioni di Emanuela e Orlandi e Mirella Gregori a cui il delitto Skerl è stato collegato dallo stesso Accetti in passato.

    La ricostruzione del macabro furto
    Secondo la ricostruzione del pm Amelio del 2022, i ladri sarebbero entrati in azione attorno al 2005-2006. Probabilmente, dopo aver tolto e rimesso a posto la lapide, avrebbero occultato la lastra di cemento per poi gettarla nel fiume soltanto nel 2015. E adesso spunta il nuovo dettaglio del lancio della lastra nel Tevere, da un ponte nel centro di Roma. Il parapetto dal quale sarebbe avvenuto non sarebbe stato precisato da Accetti. Gli inquirenti, secondo quanto riportato sul Corriere, sono certi che il furto sia stato opera sua. Lo stesso Accetti in passato ha dichiarato che il movente del furto era eliminare una prova del collegamento tra il delitto Skerl e il sequestro Orlandi, vale a dire la camicetta indossata dalla defunta Skerl con l’etichetta “Frattina”: parola che compariva in un comunicato di rivendicazione diffuso dai presunti rapitori di Emanuela nel novembre del 1984. Il cadavere di Katy Skerl potrebbe anche essere stato occultato per cancellare eventuali tracce di Dna sul suo corpo.

    Il delitto
    La 17enne Katy fu ritrovata senza vita il 22 gennaio del 1984 a Grottaferrata, in un vigneto. Fu strozzata con un filo di ferro e con la cinghia del borsone che aveva con sé quando la sera prima, andò via da una festa di amici in una casa di Largo Cartesio, nel quartiere di Montesacro alto. Avrebbe dovuto poi incontrare la sua amica Angela alla fermata metro di Lucio Sestio e all’indomani sarebbero dovute partire insieme per la neve. Ma Katy a Lucio Sestio non giunse mai.

    La profanazione
    Nel 2015, con un post pubblicato nel suo blog dal titolo “Cenotafio – una eventuale tomba vuota”, Marco Accetti per la prima volta parlò pubblicamente del furto della cassa di Katy, sepolta al Verano ma non fu creduto dal procuratore Giuseppe Pignatone che raccolse la sua testimonianza. Dopo ben sette anni, nel luglio 2022, dopo un esposto della famiglia Skerl, il sostituto procuratore Erminio Amelio decise di controllare e trovò il loculo numero 115 vuoto: la bara della povera Katy era scomparsa. Da qui fu aperta un’inchiesta per sottrazione di cadavere.

    Nuovi elementi di indagine
    “Come da me già dichiarato al pm Amelio il blocco di cemento che era collocato tra la lapide della Skerl e la bara nell’anno 2015 fu gettato nel fiume Tevere da ponte Vittorio Emanuele II, il più vicino alla basilica di San Pietro” ha dichiarato Accetti nei giorni scorsi, come riportato dal Corriere. Come e perché dei ladri abbiano potuto compiere il sacrilegio al cimitero monumentale nel cuore di Roma resta ignoto e incomprensibile. Secondo Accetti, fu una vendetta della fazione del Vaticano opposta a quella dei rapitori di Emanuela Orlandi e Mirella Gregori.

    Il testimone
    Chi è Marco Fassoni Accetti? Lo stesso uomo che fece ritrovare in un capannone a Roma alla famiglia Orlandi un flauto che affermò appartenesse a Emanuela, benché sullo strumento non siano state ritrovate tracce del Dna della 15enne vaticana scomparsa il 22 giugno del 1983 a Roma. Il fotografo romano, classe ‘55 compare in sei casi di scomparsa o omicidi degli anni ‘80-’90. Nel 1983, era a bordo di un furgone quando travolse il piccolo Josè Garramon che purtroppo morì sul colpo. Si è autoaccusato di essere il rapitore di Emanuela Orlandi ma la famiglia non gli ha mai creduto. Non ha mai avvalorato questa tesi con elementi riscontrabili, al di là delle parole. Si è autoaccusato anche in merito alla sparizione di Mirella Gregori, 15enne romana scomparsa il 7 maggio dell’83. La sua testimonianza sul furto della bara di Katy Skerl risale invece al 2015.

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2024/05/25/la-lastra-di-cemento-che-era-dietro-la-lapide-di-katy-e-stata-gettata-nel-tevere-cosa-lega-emanuela-orlandi-al-furto-della-bara-di-skerl/7561924/