Osservatorio della Rete L'ABUSO

Categoria: Cronaca e News

  • Una laica anti pedofilia. La mezza rivoluzione della Chiesa italiana

    Una laica anti pedofilia. La mezza rivoluzione della Chiesa italiana

    La notizia della decisione presa dalla Conferenza episcopale italiana di affidare per la prima volta a una donna, una laica, l’azione per la prevenzione degli abusi commessi nei confronti di minori è senz’altro una novità importante seppure, nella sostanza, la Chiesa italiana proceda in merito ancora con un passo lento. È stata l’assemblea generale dei vescovi riuniti nei giorni scorsi a Roma a comunicare che al vertice del Servizio nazionale per la tutela dei minori è stata nominata la 47enne Chiara Griffini, psicologa forense.

    GRIFFINI prende il posto che era dell’arcivescovo di Ravenna, Lorenzo Ghizzoni, dopo che i vescovi – ed è questa la notizia più significativa – si sono dovuti adoperare a modificare lo Statuto dello stesso organismo. La task force anti-pedofilia, infatti, era stata istituita appena cinque anni fa e prevedeva che soltanto un vescovo potesse esserne presidente. Non sarà più così, nonostante le non poche resistenze interne dovute soprattutto a una parte di presuli che tende a minimizzare il problema.

    Griffini da tempo lavora contro gli abusi. Coordina, infatti, il progetto “Safe” della Comunità Giovanni XXIII fondata da don Oreste Benzi la quale, tra il 2019 e il 2021, in pieno lockdown, ha formato più di mille fra genitori, insegnanti ed educatori nella tutela dei bambini e delle persone vulnerabili.

    PIÙ VOLTE FRANCESCO ha chiesto di «smaschilizzare» una Chiesa cattolica che, in merito al ruolo delle donne, è ancora fortemente influenzata dal pensiero del teologo che fu firma di spicco della rivista conservatrice Communio Hans Urs Von Balthasar, molto vicino a Wojtyla e Ratzinger, che utilizzando il ricorso a un «duplice principio» (petrino e mariano) che caratterizzerebbe in modo generale tutta la storia della Chiesa (e che dovrebbe perciò essere rispettato normativamente anche oggi) ha aggravato il percorso di esclusione delle donne dai processi decisionali della comunità ecclesiali. Eppure, la nomina di donne nei ruoli di governo non solo offre un punto di vista diverso e indispensabile, ma può essere anche un forte deterrente contro gli abusi sessuali commessi da sacerdoti e religiosi sui minori. L’arrivo di Griffini in questo senso – «una professionista seria, non è una telecomandata», ha detto di lei il capo dei vescovi, il cardinale Matteo Zuppi – non è di poco conto seppure le resistenze interne non manchino e superarle non è impresa facile.

    GIANLUCA MARCHETTI, sottosegretario della Cei, ha comunicato la decisione di portare Griffini alla guida della task-force spiegando che «neppure in altre Conferenze episcopali c’è una figura di questo rilievo». Tuttavia, al contrario dell’Italia, altre Conferenze hanno avuto il coraggio di affidare a organismi esterni – e quindi non ricattabili – i propri report sui casi di abusi del passato remoto e recente. La Conferenza episcopale francese, ad esempio, affidando il report a un organismo esterno ha aperto la strada anche a possibili risarcimenti per le vittime che a giudicare dai numeri non saranno esigui. In Francia, come in altri Paesi, c’è un dialogo costante fra gerarchie e magistratura mentre in Italia il non obbligo dei vescovi, previsto in verità dalla legislazione del Paese, di non denunciare automaticamente gli abusi resta un problema.
    Certo, non tutte le vittime desiderino che si denunci. E il loro punto di vista va salvaguardato. Ma è evidente che soltanto un’indicazione chiara data ai vescovi di denunciare può favorire la trasparenza e sfavorire l’insabbiamento.

    L’APPROCCIO agli abusi di Griffini seguirà verosimilmente quello «situazionale» di “Safe” che ha cercato di modificare l’ambiente fisico e organizzativo delle diocesi creando delle «situazioni» per cui per commettere dei crimini si dovrebbero correre rischi troppo elevati. “Safe” ha inoltre offerto agli associati un percorso formativo per consentire loro di educare e accogliere in ambienti sicuri, ma anche di riconoscere, segnalare e prevenire un abuso nelle relazioni e negli ambienti di attività educativa e di accoglienza con minori di età e persone vulnerabili. Se questo approccio darà frutti effettivi e segnerà una vera di sostanza in tutto il Paese solo il tempo potrà dirlo.

    https://ilmanifesto.it/una-laica-anti-pedofilia-la-mezza-rivoluzione-della-chiesa-italiana

  • L’intervento di Federica Tourn e Antonio Messina – Il rimprovero degli attivisti al papa

    L’intervento di Federica Tourn e Antonio Messina – Il rimprovero degli attivisti al papa

    L’intervento di Federica Tourn e Antonio Messina alla conferenza organizzata da ECA Global e dalla Rete L’ABUSO svolta in Piazza Adriana, accanto a Castel Sant’Angelo, a Roma.

     

  • Abusi: card. Zuppi, “una donna alla guida del Servizio nazionale non è un fatto secondario”

    Abusi: card. Zuppi, “una donna alla guida del Servizio nazionale non è un fatto secondario”

    “Non è telecomandata”. Così il card. Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna e presidente della Cei, ha definito la nomina di Chiara Griffini a presidente del Servizio nazionale per la tutela dei minori, che succede a mons. Lorenzo Ghizzoni.

    “È una psicologa, una professionista seria”, ha detto il presidente della Cei: “Non è telecomandata. Continuerà ad impegnarsi su un tema che sappiamo quanto ha ferito le vittime e fatto male alla Chiesa”.

    “Il fatto che la presidenza del Servizio nazionale per la tutela dei minori ci sia una donna, e non un vescovo, non è un fatto secondario”, ha spiegato mons. Gianluca Marchetti, sottosegretario della Cei: “È stato appositamente cambiato lo statuto, è un segnale di assoluto interesse.

    Neppure in altre Conferenze episcopali c’è una figura di questo rilievo”. “Non è una persona qualsiasi”, ha proseguito riguardo a Griffini: “È stata scelta una persona esperta nell’ascolto delle vittime, e non un giurista o una figura istituzionale.

    Una persona, insomma, che le mani in pasta le ha messe: si tratta di una scelta forte per implementare la tutela dei minori”.

    Abusi: card. Zuppi, “una donna alla guida del Servizio nazionale non è un fatto secondario”

  • Gli attivisti rimproverano il Papa per la gestione degli abusi sessuali e degli insabbiamenti

    Gli attivisti rimproverano il Papa per la gestione degli abusi sessuali e degli insabbiamenti

    ROMA, 23 maggio (Reuters) – Papa Francesco non ha fatto abbastanza per eliminare gli abusi sessuali da parte del clero e il loro insabbiamento, hanno affermato giovedì attivisti e sopravvissuti agli abusi, protestando davanti al festival per la Giornata mondiale dei bambini ospitato dal Vaticano.
    La Chiesa cattolica romana è stata scossa dagli scandali sugli abusi sessuali in tutto il mondo. Francesco ha cercato di imporre l’ordine, ma i suoi critici sostengono che si sarebbe dovuto fare di più per sradicare il clero violento e aiutare le sue numerose vittime.

    “Vogliamo proteggere i giovani che partecipano” al festival, ha detto Matthias Katsch, co-fondatore di Ending Clergy Abuse (ECA), in una conferenza stampa presso l’antico castello romano di Castel Sant’Angelo, in vista della Basilica di San Pietro.

    Ha osservato che gli attivisti anti-abusi contro la Chiesa hanno visitato Roma a settembre per chiedere “tolleranza zero” in vista di un importante vertice vaticano sul futuro della Chiesa, “ma da allora non è successo nulla”.

    COPRIRE

    Uno dei sopravvissuti che hanno preso parte alla protesta di giovedì è stato l’italiano Antonio Messina, che da adolescente ha subito abusi da parte di un prete e che accusa il vescovo locale di aver coperto l’autore del reato.
    A marzo, un tribunale siciliano ha condannato il sacerdote a quattro anni e mezzo di carcere con una sentenza di primo grado che può essere impugnata.

    Secondo gli attivisti il ​​caso di Messina, oggi trentenne, non è un caso isolato.

    Peter Isely, un altro cofondatore dell’ECA, ha detto che alcune delegazioni presenti al festival “saranno guidate da vescovi che hanno dimostrato di coprire i crimini sessuali contro i bambini”.

    La Giornata Mondiale dell’Infanzia è prevista per il 25 e 26 maggio e coinvolgerà decine di migliaia di bambini provenienti da più di 100 nazioni. Francesco li incontrerà allo stadio principale della Roma e in piazza San Pietro.

    https://www.reuters.com/world/europe/activists-chide-pope-over-handling-sex-abuse-cover-ups-2024-05-23/
  • Vittime: l’arte di Rupnik non può essere separata dalle accuse di abuso

    Vittime: l’arte di Rupnik non può essere separata dalle accuse di abuso

    TORINO, Italia (OSV News) — Per il rettore della seconda chiesa più grande del mondo dopo la Basilica di San Pietro, il Santuario di Nostra Signora di Aparecida in Brasile, l’11 maggio sarà un giorno in cui si celebrerà l’inaugurazione dei mosaici della facciata sud, tutti creato da Padre Marko Rupnik .

    Ma le presunte vittime dell’ex gesuita caduto in disgrazia e molti fedeli non sono in vena di festeggiamenti. Nel mezzo di un acceso dibattito su cosa si dovrebbe fare con i mosaici di padre Rupnik in tutto il mondo, OSV News ha chiesto se quest’arte possa essere separata dai presunti atti di abuso da parte del prete-artista sloveno e cosa si dovrebbe fare con i suoi mosaici che decorano le chiese iconiche di tutto il mondo. il globo.

    Accuse contro padre Rupnik

    Nel dicembre 2022, il quartier generale dei gesuiti di Roma, in seguito alle notizie dei media riguardanti presunti abusi da parte di padre Rupnik, ha ammesso che le indagini preliminari avevano ritenuto credibili le accuse già nel 2019, e nel 2020 è stato scomunicato per “assoluzione di un complice”, riferendosi a quando un sacerdote fa sesso con qualcuno e poi assolve la persona in confessione. La scomunica è stata revocata dopo solo poche settimane, sulla base del fatto che padre Rupnik si era pentito, cosa che non si è mai verificata, hanno riferito fonti a OSV News.

    Nel dicembre 2022, sotto la pressione dei media, i gesuiti hanno ammesso che, all’epoca, erano già in vigore delle restrizioni (incluso il divieto di celebrare la messa in pubblico o di condurre esercizi spirituali). Il fatto non era mai stato reso pubblico prima. I gesuiti hanno annunciato ulteriori restrizioni dopo le denunce di abusi sessuali del dicembre 2022.

    Nel 2023, i gesuiti hanno vietato a padre Rupnik, nato in Slovenia, di continuare il suo lavoro artistico, prima di annunciare la sua dimissione dall’ordine nel giugno 2023, con effetto a luglio. Ma ad Aparecida i lavori sui colonnati della facciata sud sono proseguiti, nonostante un dossier di 150 pagine di accuse credibili contro padre Rupnik, che si ritiene coinvolgano tra le 20 e le 40 donne.

    Le presunte vittime di padre Rupnik hanno riferito a OSV News che l’inaugurazione della nuova facciata di Aparecida prevista per l’11 maggio sembra essere per loro una provocazione, soprattutto quando altrove negli ambienti ecclesiastici è in corso la discussione sullo smantellamento delle opere dell’artista caduto in disgrazia.

    Impatto sul patrimonio artistico

    In uno dei santuari mariani più famosi al mondo a Lourdes, una commissione istituita nel 2023 dal vescovo Jean-Marc Micas di Tarbes e Lourdes dovrà decidere se i mosaici di padre Rupnik sulla facciata della Basilica di Nostra Signora del Rosario, installati nel 2008, debbano essere rimosso.

    Secondo fonti intervistate da OSV News, la commissione avrebbe già preso la decisione, ma mons. Micas si è riservato di comunicarla entro la fine di giugno.

    Il Consiglio 11302 del Cardinale Patrick O’Boyle dei Cavalieri di Colombo, con sede a Washington, avrebbe adottato una risoluzione il 9 aprile che sollecitava la leadership esecutiva dell’organizzazione fraterna a rimuovere e sostituire i mosaici creati da Padre Rupnik per il Santuario Nazionale di San Giovanni Paolo II, che il Knights si è stabilito nella capitale della nazione nel 2011. La risoluzione è stata resa pubblica il 16 aprile da The Pillar, che ha dichiarato di aver ottenuto una copia del documento.

    Le vittime parlano

    Lo stretto legame tra l’opera artistica di padre Rupnik e gli abusi da lui presumibilmente commessi è confermato da una delle sue vittime, Gloria Branciani, ex religiosa della Comunità di Loyola in Slovenia.

    È stata Branciani che, in una prima intervista in assoluto di una presunta vittima di padre Rupnik, pubblicata dal quotidiano italiano Domani il 18 dicembre 2022, ha parlato di una “discesa agli inferi” vissuta per nove anni. Ha ricordato come “padre Marko all’inizio si è infiltrato lentamente e delicatamente nel mio mondo psicologico e spirituale facendo appello alle mie incertezze e fragilità mentre usava la mia relazione con Dio per spingermi ad avere esperienze sessuali con lui”.

    Alla conferenza stampa di febbraio a Roma, ha confermato ai giornalisti di aver subito abusi da parte di padre Rupnik per nove anni, quando il gesuita era direttore spirituale della Comunità di Loyola, quella che aveva contribuito a fondare con Ivanka Hosta all’inizio degli anni ’90 in Slovenia. Le vittime hanno testimoniato che gli abusi includevano la sua passione per il sesso a tre “a immagine della Trinità”.

    “In Rupnik, la dimensione sessuale non può essere separata dall’esperienza creativa”, ha detto Branciani a OSV News, quando gli è stato chiesto dei suoi progetti artistici. «Nel ritrarmi mi ha spiegato che rappresentavo l’eterno femminile: la sua ispirazione artistica nasce proprio dal suo approccio alla sessualità», ha spiegato.

    Branciani fu la modella di padre Rupnik quando era ancora studentessa di medicina e assidua ospite del suo atelier in Piazza del Gesù a Roma.

    “Sosteneva che la sessualità viene trasformata e purificata nell’opera d’arte”, ha detto Branciani a OSV News.

    Storie di manipolazione

    “Le mie aspettative spirituali per una riflessione sul rapporto tra arte e liturgia sono state la porta che ha permesso a Rupnik di manipolarmi”, ha detto a OSV News un’altra presunta vittima, suor Samuelle.

    Suor Samuelle è un’eremita diocesana in una diocesi francese. Dal 2008 al 2014, suor Samuelle ha lavorato presso il Centro Aletti , un luogo dedicato alla vita religiosa e alla creatività artistica, fondato da padre Rupnik quando si trasferì dalla Slovenia a Roma.

    È proprio al Centro Aletti che suor Samuelle ha esercitato il suo mestiere di mosaicista nell’atelier guidato dall’ex gesuita.

    “Da un lato mi disse che avevo un grande talento artistico, dall’altro mi fece capire che se non avessi fatto quello che voleva lui avrebbe potuto mandarmi via da un momento all’altro”, ha ricordato.

    Una “tortura psicologica”, secondo le sue stesse parole, “ha cancellato ogni fiducia” in lei. “Ero così malata che non sapevo più cosa volevo dalla vita, se abbandonare l’abito religioso o smettere di fare arte”, ha detto a OSV News.

    Suor Samuelle ha spiegato che padre Rupnik ha approfittato della sua confusione per oltrepassare i limiti.

    “Mi invitava nel suo appartamento a tarda notte per dei colloqui e alla fine mi abbracciava forte”, ha ricordato. “Se mi tiravo indietro, mi sgridava, dicendomi che non c’era niente di sbagliato perché lui era un prete e io ero una suora e tutto tra noi era puro”.

    Cantieri utilizzati per molestie e abusi

    La pressione è continuata anche durante i lavori nei cantieri, in corrispondenza della ragnatela di impalcature montate per completare l’allestimento dei mosaici.

    “Mi mandava baci mentre eravamo in mezzo alla gente, cercava di restare da solo con me, di accarezzarmi la schiena e di giocare con il mio reggiseno, anche quando eravamo sull’impalcatura”, ha detto suor Samuelle a OSV News.

    “Aveva trovato un modo per controllarmi e vivevo in costante tensione”, ha detto.

    Per Suor Samuelle il cantiere era il luogo in cui padre Rupnik si avvicinava sessualmente alle persone. “In Italia e all’estero, le donne coinvolte nella realizzazione dei mosaici potrebbero subire molestie”, ha detto suor Samuelle.

    “Oggi che ne abbiamo la consapevolezza, come possiamo pregare davanti alle opere realizzate dalle sue vittime?” lei chiese.

    “I mosaici di oggi affondano le loro radici nel tempo in cui usava le donne come modelli e mezz’ora dopo abusava di loro”, ha detto a OSV News.

    Suor Samuelle ha anche sottolineato che padre Rupnik “ha imparato a realizzare i suoi disegni 40 anni fa, grazie alle violenze sessuali su Gloria”, ha detto.

    Come risponderà la Chiesa?

    Per Branciani, però, la questione della rimozione delle opere di Rupnik non è di facile soluzione. “L’atto di distruggere la sua opera aggiunge violenza alla violenza”, ha spiegato.

    “Se ammettesse la sua responsabilità e la Chiesa riconoscesse il danno arrecato alle vittime, forse i credenti guarderebbero le sue opere in modo diverso”, ha detto.

    “Non è solo un problema personale ma anche ecclesiale”, ha sottolineato Branciani, aggiungendo però che “nessuno ha chiesto scusa alle vittime per quanto accaduto”.

    “Sto ancora aspettando una risposta dalla Chiesa”, ha detto.

    Intanto, il 3 aprile, l’avvocato delle presunte vittime, Laura Sgrò, ha presentato denuncia al Dicastero per la Dottrina della Fede da parte di cinque donne, tra cui Gloria Branciani, Mirjam Kovac e suor Samuelle, riguardo all’entrata in giudizio e alle richieste risarcitorie.

    Victims: Rupnik’s art cannot be separated from abuse claims

  • Violento attacco informatico contro Rete L’Abuso

    Violento attacco informatico contro Rete L’Abuso

    Ci sono temi, denunce, lotte, tabù per l’italiota media. Non se ne deve parlare, omertà assoluta pena lo scandalo, l’isolamento, la delegittimazione, i rutti dei branchi servili. Martin Luther King disse di temere il silenzio degli onesti più della violenza dei malvagi. Di onesti, soprattutto intellettualmente, ne vediamo sempre meno, rari più delle mosche bianche. Mentre i silenzi abbondano.

    Al di là di chiacchiere, propagande e menzogne la difesa dei bambini, la lotta contro gli orchi e le reti strutturate e consolidate della pedocriminalità è patrimonio di pochi. Si toccano fili pericolosi, nervi scoperti, potentati e colletti bianchi. Dovrebbe scandalizzare, se questo fosse un Paese che conosce la parola dignità, la violenza, l’abuso, lo stupro. Invece scandalizza chi denuncia, scatena orde e branchi chi non si piega e non tace. E più si sale nelle alte sfere più queste complicità di fatto e queste squallide vigliaccherie aumentano.

    In Italia esiste, ormai da molti anni, l’unica associazione di sopravvissuti agli abusi sessuali del clero, Rete L’Abuso.

    Dovrebbe essere una battaglia comune a tanti quelle di vittime e sopravvissuti, dovrebbe scandalizzare ogni abuso contro l’infanzia. Francesco Zanardi può, invece, raccontare quante censure, quante verità di comodo, quanta omertà e quanti intrighi e trame per nascondere, occultare, difendere gli abusatori proliferano in Italia. Rete L’Abuso è online, ha un sito strutturato che è una potente fonte di informazione e conoscenza. Nel settembre scorso è ripartito Tg L’Abuso, una news settimanale in cui vengono riportate notizie e denunce di abusi in Italia e nel mondo.

    WordNews.it è nata per scrivere quel che non si può scrivere, perché eravamo (e siamo) stanchi di una informazione omologata, prona, omertosa.

    Che non informa ma si piega servile ed accondiscendente. Per questo, sin dalla prima edizione, siamo al fianco di Francesco e della Rete.

    E sulle nostre pagine stiamo, ogni settimana, rilanciando tutte le edizioni.

    La mattina del 23 aprile abbiamo ripubblicato l’ultima edizione, la numero 33. Nelle stesse ore un’amara e gravissima notizia: il sito di Rete L’Abuso è andato offline diverse ore per un violentissimo attacco informatico. Che giunge a distanza di poche settimane da segnalazioni e censure sui social a post e pubblicazioni di denunce di abusi e di sistemi di omertà, connivenza, difesa dell’abusatore.

    Questo non è il primo attacco subito da www.retelabuso.org negli anni. Ma è il più violento e devastante. È una realtà che conosciamo fin troppo bene, avendo subito un attacco che fece crollare il nostro sito tre anni fa. E ricordiamo i silenzi, le omertà, i volti girati dall’altra parte.

    Per questo esprimiamo oggi tutta la nostra solidarietà a Francesco Zanardi e a Rete L’Abuso.

    Contro ogni censura, ogni squadrismo, ogni violenza siamo al loro fianco e continueremo a sostenere ancor di più ogni denuncia, lotta, battaglia, preziosa informazione di Rete L’Abuso.

    Le nostre pagine, il nostro sito erano, sono e resteranno a totale disposizione della Rete.

    https://www.wordnews.it/violento-attacco-informatico-contro-rete-labuso

  • La Confessione episodio 7: La carezza del papa

    La Confessione episodio 7: La carezza del papa

    di Giorgio Meletti

    La settima puntata della Confessione, il podcast dedicato al processo per violenza sessuale contro il sacerdote di Enna Giuseppe Rugolo, ha un protagonista indiscusso: papa Francesco.

    Se infatti il vescovo di Piazza Armerina Rosario Gisana è impegnatissimo a difendere Rugolo e aiutarlo con i soldi dell’8 per mille, come se lo temesse, ma anche a insabbiare e occultare i suoi reati sessuali per proteggere la reputazione della Chiesa, qui scopriamo che ha un maestro e una guida: il papa in persona.

    E’ lui stesso a spiegarlo ai genitori di Antonio Messina, il giovane che ha denunciato Rugolo: loro chiedono giustizia, Gisana gli offre 25 mila euro per comprarne il silenzio. E per risultare più convincente racconta che lui sa come ci si comporta in questi casi, perché gliel’ha insegnato Bergoglio, quando gli ha chiesto un favore per una cosa che lo riguardava personalmente.

    I genitori di Messina registrano tutto, noi ascoltiamo, e La Confessione vi racconta la storia del frate siciliano Giovanni Salonia, accusato di violenza sessuale almeno da una suora: papa Bergoglio ha le sue ragioni per far presiedere proprio a Gisana un’atipica commissione d’inchiesta che arriverà a una conclusione che pare obbligata: le accuse delle religiose a Salonia sono fantasie di menti non lucidissime.

    Di questa prestazione di Gisana papa Francesco sembra gratissimo, al punto da scendere in campo al suo fianco il giorno prima della requisitoria del pm al processo Rugolo: “Saluto il Vescovo di Piazza Armerina, Monsignor Rosario Gisana: bravo, questo Vescovo, bravo. È stato perseguitato, calunniato e lui fermo, sempre, giusto, uomo giusto”.

    Quel giorno Antonio Messina, la vittima di Rugolo che ha avuto il coraggio di denunciarlo, si infuria: ha chiesto giustizia alla Chiesa prima che al tribunale, ha anche scritto al papa per chiedergli aiuto, senza ottenere risposta.

    Ma questa è la morale della settima puntata della Confessione: la Chiesa tra i preti abusatori e le loro vittime sceglie di difendere gli abusatori e mettere sotto accusa chi li denuncia.

    Ed è il papa, nei fatti, a dare la linea che anche la Cei del presidente Matteo Zuppi segue rigorosamente: generiche parole di denuncia degli abusi sessuali del clero ma nessuna azione conseguente. Anzi, quando serve il sacerdote accusato di abusi viene protetto in tutti i modi, anche quelli più disonesti.

    ***

    Altri due aggiornamenti: ieri sera con Radio 3 abbiamo organizzato una bella diretta Instagram per fare un primo bilancio del programma che conduco ogni domenica, curato da Annamaria Giordano: Le parole dell’economia. Trovate la mia conversazione con Florinda Fiamma qui …

    Come immaginavo, ha suscitato vivaci dibattiti il mio pezzo sul perché questa volta è davvero difficile votare Pd alle elezioni europee. Trovate il pezzo, e soprattutto il sondaggio per capire le intenzioni di voto degli abbonati ad Appunti qui sotto. Tra qualche giorno daremo conto dei risultati:

    Buona giornata,

    Stefano

  • Orrore al Beccaria di Milano, torture e violenze su detenuti minorenni

    Orrore al Beccaria di Milano, torture e violenze su detenuti minorenni

    Damiano Aliprandi – Siamo nel novembre del 2022, mentre il detenuto minorenne di origine straniera dorme, un agente si avvicina al suo letto e gli pone la mano sul sedere, accarezzandolo. Al risveglio improvviso del recluso che gli chiede: “Cosa vuoi?”, l’agente risponde: “Stai tranquillo, voglio solo fare l’amore con te”. Questo episodio, che non si è concretizzato grazie alla reazione del ragazzo, costituisce un tentativo di violenza sessuale. Ma è solo la punta dell’iceberg dei presunti abusi e torture che hanno scosso le fondamenta dell’Istituto Penale Minorile “Cesare Beccaria” di Milano, con tredici agenti della Polizia penitenziaria sotto accusa per una serie di reati.

    In un’operazione condotta dalla Polizia dal Nucleo investigativo regionale per la Lombardia della Polizia penitenziaria, su mandato della Procura di Milano, 13 agenti sono stati sottoposti a misure cautelari, con 13 di loro dietro le sbarre e altri 8 sospesi dal servizio pubblico. Tutti erano in servizio presso l’istituto Beccaria al momento dei fatti. Le accuse che pendono su di loro vanno dall’abuso di potere al maltrattamento di minori, con episodi di violenza e torture aggravate dalla vulnerabilità dei giovani detenuti. Fatti, se confermati, di una gravità inaudita.

    Pensiamo al ragazzo minorenne che è stato vittima di tentata violenza sessuale. Lo stesso, assieme ad altri ragazzi, avrebbe subito acute sofferenze fisiche e un verificabile trauma psichico, determinanti un trattamento inumano e degradante. Una ritorsione – come scrive il Gip – per aver reagito alla molestia sessuale. Questi i fatti che sarebbero emersi. Un capo guardia è salito nella cella del ragazzo per rispondere alle richieste mediche di un altro compagno di cella, conducendolo al piano inferiore. Poco dopo, il detenuto ha udito le grida del compagno di cella che lo avvertiva di un pericolo imminente. La conferma arriva quando un altro detenuto ha segnalato l’arrivo di dieci agenti.

    Una volta arrivati, uno degli agenti ha spruzzato uno spray urticante negli occhi del ragazzo minorenne attraverso la finestrella della porta blindata. Subito dopo, diversi agenti sono entrati nella cella e avrebbero brutalmente aggredito il detenuto, colpendolo ripetutamente e insultandolo con epiteti razzisti e offensivi. Dopo averlo immobilizzato e strappato i vestiti, lo avrebbero trasferito in isolamento e privato degli indumenti. Il giorno successivo altri agenti lo avrebbero nuovamente aggredito fisicamente e verbalmente, trasferendolo in un’altra cella, dove avrebbero perpetuato le violenze.

    Ma non è stato l’unico. Un altro detenuto minorenne del Beccaria, sempre straniero, aveva insistentemente chiesto un accendino all’assistente del piano sbattendo il blindo e insultandolo. A quel punto, l’agente lo avrebbe trascinato fuori dalla cella afferrandolo per la maglia e spingendolo, mentre il detenuto era senza scarpe, lungo quattro piani di scale. Venuto all’interno dell’ufficio del capoposto al primo piano, l’agente lo avrebbe spinto sul divano; a questo punto, il capoposto si sarebbe avvicinato dicendogli “Perché sbatti il blindo?” e lo avrebbe colpito con un primo schiaffo in faccia; dopo, lo avrebbe colpito ripetutamente con schiaffi al volto su entrambe le guance, con entrambe le mani, mentre il detenuto tentava di parare i colpi ponendo le sue braccia allineate davanti alla faccia. L’agente avrebbe continuato a colpirlo con forti e ripetuti pugni al torace, continuando a ripetere “perché sbatti il blindo?”. Mentre veniva colpito, il detenuto minorenne chiedeva perché lo picchiava e chiedeva scusa. Un altro detenuto minorenne sarebbe stato alzato di peso da due agenti, afferrandogli la testa e la gamba e continuamente colpito al volto mentre giaceva a terra inerme e semi-incosciente. E come se non bastasse, avrebbero continuato a picchiarlo.

    L’indagine che ha portato a queste accuse è partita da segnalazioni giunte alle autorità attraverso Francesco Maisto, il Garante dei diritti delle persone private della libertà personale del comune di Milano, ma è stata supportata da testimonianze coraggiose di giovani detenuti e da meticolose operazioni di sorveglianza all’interno dell’istituto. Infatti, il Gip scrive nero su bianco che questi fatti raccapriccianti risultano provati sia dalle dichiarazioni della vittima che dalle intercettazioni telefoniche, dalle immagini estrapolate dalle telecamere di videosorveglianza (sono ripresi i pestaggi ai danni di tre detenuti), dalle dichiarazioni testimoniali di altri detenuti, dai referti medici e dalle relazioni di servizio. Queste ultime sono fondamentali per l’identificazione degli autori delle aggressioni. Questo scandalo solleva interrogativi non solo sulla condotta individuale degli agenti coinvolti, ma anche sul sistema stesso che dovrebbe proteggere i giovani detenuti. È un richiamo doloroso alla necessità di riforme nel sistema penitenziario, affinché la giustizia e la sicurezza siano garantite per tutti, senza eccezioni. Senza dimenticare l’importanza del reato di tortura, che questa maggioranza vorrebbe cambiare.

    https://www.ildubbio.news/carcere/orrore-al-beccaria-di-milano-torture-e-violenze-su-detenuti-minorenni-mpquebwj

  • Treviso, condannati a sei anni i «giustizieri» dei pedofili: «Abbiamo fatto bene alla società»

    Treviso, condannati a sei anni i «giustizieri» dei pedofili: «Abbiamo fatto bene alla società»

    Un piano folle nato guardando «To catch a Predator», una serie di docu-film mandato in onda negli Stati Uniti dalla NBC tra il 2004 e il 2007 ma tutt’oggi visibile su Youtube in cui un team di giornalisti dava la caccia a presunti pedofili e li esponeva al giudizio del pubblico. Così tra il giugno 2022 e il febbraio 2023 tre ragazzi (un ventenne, un diciannovenne e un minorenne) avrebbero sequestrato e rapinato otto uomini, tutti con tendenze omosessuali e interessati a incontri senza veli con giovanissimi.

    Vittime risarcite

    A fare da esca in una chat riservate ai gay era il più grande dei tre, affetto dalla sindrome di Crouzon, che lo faceva apparire molto più giovane. E infatti, spacciandosi per tredicenne, faceva scattare la trappola. Ieri, mercoledì 17 aprile, i due maggiorenni sono stati condannati, con rito abbreviato, a sei anni e tre mesi e sei anni e 10 giorni di reclusione. Il terzo è stato invece giudicato dalla magistratura minorile. La pena, che tiene conto della riduzione di un terzo della pena per la scelta del rito alternativo, è di poco inferiore alla richieste avanzate dal pubblico ministero di Treviso, Barbara Sabattini, tenuto conto che il reato di rapina aggravata ha assorbito quello di sequestro di persona. Al ventenne sono stati inflitti tre mesi in più rispetto alla pena comminata al diciannovenne in quanto avrebbe partecipato a tutti i fatti contestati. Le vittime dei «vendicatori» sono state inoltre risarcite. Quattro hanno ritirato la costituzione di parte civile, per due (divenuti di fatto irreperibili) sono state effettuate altrettante donazioni ad associazioni di volontariato, che hanno validità per la giustizia riparativa alla quale gli imputati erano stati ammessi. Gli ultimi due, assistiti dall’avvocato Paola Turri, sono stati invece liquidati in sede di udienza.

    Impiegato stordito con un taser

    Quanto ai difensori degli imputati, gli avvocati Elisa Berton e Nicoletta Gasbarro, si sono riservati di leggere le motivazioni (che verranno pubblicate entro novanta giorni) prima di presentare il ricorso in appello.
    I protagonisti di questa surreale vicenda avrebbero agito nel Trevigiano, esattamente nella zona tra Vedelago e Campigo, area di Castelfranco. In tutti gli otto i casi avrebbero attirato le loro vittime in casolari o zone isolate, poi sarebbe scattati il sequestro di persona, con la minaccia delle armi e le rapine, che i giovani volevano servissero da lezione a uomini dai desideri sessuali non proprio leciti. Nel febbraio dell’anno scorso i tre ragazzi furono sorpresi dai carabinieri in un edificio abbandonato a Vedelago posto da tempo sotto osservazione: erano con un impiegato cinquantenne della Castellana, da loro sequestrato, legato e stordito con un taser. All’uomo erano state sottratte le chiavi dell’auto e la tessera Bancomat con cui uno dei tre ragazzi stava andando a fare un prelevamento.

    Gli interrogatori

    Quando furono interrogati, i tre chiesero agli investigatori che fine avrebbero fatto le loro vittime, colpevoli secondo loro di comportamenti che sarebbero dovuti essere da biasimare. «Lo abbiamo fatto per fare del bene alla società e per mettere fine a questa piaga», avrebbero dichiarato. Sullo sfondo delle loro «imprese» ci sarebbero però delle situazioni personali quantomeno problematiche: il 20enne, affetto da una visibile menomazione fisica, avrebbe sofferto non solo per la sua disabilità e per il fatto di aver perso il padre quando era un bambino ma sarebbe stato, oltre che frequentatore del Sert dove è in cura per delle dipendenza, anche un paziente psichiatrico. L’altro maggiorenne invece proviene da una famiglia difficile, da tempo segnalata e seguita dai Servizi sociali. «Difficile — hanno detti i loro difensori — distinguere in questo caso i profili delle vittime e dei carnefici. I nostri assistiti sono giovani immaturi ma non sono cattivi ragazzi».

    https://corrieredelveneto.corriere.it/notizie/treviso/cronaca/24_aprile_18/treviso-condannati-a-sei-anni-i-giustizieri-dei-pedofili-abbiamo-fatto-bene-alla-societa-e43b1152-48da-4921-a14d-54d93295dxlk.shtml

  • La confessione episodio 6 – Il prezzo della santità

    La confessione episodio 6 – Il prezzo della santità

    Il sesto episodio di La Confessione rivela che per la chiesa italiana i reati sessuali dei suoi sacerdoti si possono cancellare con il denaro. Il prezzo è 25 mila euro, una cifra ricorrente in molti casi simili.  Il denaro si prende dai fondi della Caritas, quelli che i fedeli donano per aiutare i poveri. Per il vescovo di Piazza Armerina Rosario Gisana è giusto usarli per offrirli ad Antonio Messina, vittima degli abusi del sacerdote Giuseppe Rugolo, in cambio del silenzio. Nel frattempo preleva 50 mila euro dai suoi fondi 8 per mille (oltre un milione di euro all’anno per la sola diocesi di Piazza Armerina) e li dà a Rugolo per fare fronte al pagamento degli avvocati, di vecchi debiti del padre e dei costi dell’esilio a Ferrara.

    E’ il punto più oscuro della storia che La Confessione racconta. Il 5 ottobre 2019, quando Antonio Messina sta già chiedendo giustizia alla Chiesa da 5 anni, Gisana annuncia ai suoi genitori che il sacerdote abusatore, “non degno di guidare la parrocchia di san Cataldo”, andrà via da Enna e non vi tornerà più, e che il vescovo lascerà un’ammonizione scritta in modo che anche i suoi successori siano informati della pericolosità di Rugolo.

    Un mese e mezzo dopo, con una inspiegabile capriola, Gisana convoca i Messina e dice loro che Rugolo tornerà in sella dopo due anni perché la parrocchia di San Cataldo senza di lui andrebbe allo sfascio, e che loro devono accontentarsi di 25 mila euro (che non hanno mai chiesto) firmando un impegno al silenzio. I genitori di Antonio rifiutano e lo mandano al diavolo, dicendogli che non si vedranno mai più. “Magari per strada”, sibila cinicamente Gisana.

    Mentre i Messina padre e madre gli dicono che a loro non interessano i soldi, Gisana (difeso a spada tratta da papa Francesco come “un uomo giusto ingiustamente accusato”) andrà in giro ad accusarli di un tentativo di estorsione. Lo farà anche con i magistrati, mentendo in interrogatorio, lo farà al telefono con il suo amico Fortunato Di Noto, altro sacerdote siciliano. Di Noto è assurto alla fama nazionale come difensore dei minori abusati, a meno che, si scopre dalle sorprendenti intercettazioni, non siano abusati da sacerdoti. In questo caso mette in guardia Gisana dalle vittime, dipinte come desiderose di arricchirsi accusando strumentalmente sacerdoti innocenti.

    Episodio sei di sette.

    La Confessione

    è un podcast di giornalismo investigativo in 7 puntate disponibile su Spotify e tutte le principali piattaforme

    Autori:

    Stefano Feltri

    Giorgio Meletti

    Federica Tourn

    Con la collaborazione di Carmelo Rosa

    Consulenza musicale e sonora: Stefano Tumiati

    Produzione:

    Il podcast La Confessione è possibile grazie al sostegno degli abbonati