Osservatorio della Rete L'ABUSO

Categoria: Cronaca e News

  • Emanuela Orlandi, il cardinale Zuppi ammette il coinvolgimento della Chiesa: “Bisogna cercare di arrivare quanto prima alla verità”. La replica di Pietro Orlandi

    Emanuela Orlandi, il cardinale Zuppi ammette il coinvolgimento della Chiesa: “Bisogna cercare di arrivare quanto prima alla verità”. La replica di Pietro Orlandi

    Un messaggio di speranza sulla scomparsa di Emanuela Orlandi arriva dal Giffoni Film Festival, la manifestazione in corso nel piccolo borgo del salernitano in questi giorni. Il festival del cinema dedicato ai ragazzi ieri ha accolto il Cardinale Matteo Maria Zuppi, Presidente della Conferenza Episcopale Italiana che ha risposto alle tante domande poste in sala dai giovani giurati su questioni delicate che riguardano la Chiesa tra cui la scomparsa della 15enne vaticana avvenuta nel 1983 a Roma. La platea di ragazza gli ha posto domande sferzanti sul ruolo della Chiesa a cui Zuppi ha riposto. “È interesse della Chiesa collaborare. Mi auguro che la commissione (la bicamerale di inchiesta che indaga sulla scomparsa di Emanuela Orlandi, ndr) chiarisca tanti dubbi che ancora ci sono su questo caso, comprensibili perché quando non si sa la verità tutto diventa verosimile. E a maggior ragione è importante stabilire la verità“.

    Il vescovo di Bologna ha dunque ammesso il coinvolgimento della Chiesa nella vicenda. “Certe volte ci sono state anche delle illazioni che possono essere comprensibili quando una situazione è poco chiara ed è per questo che bisogna cercare di arrivare quanto prima alla verità”. Le parole di Zuppi hanno sollevato l’attenzione del fratello di Emanuela, Pietro Orlandi che ha replicato a FqMagazine: “Bene che il Cardinale Zuppi abbia detto di avere fiducia nella commissione ma ha dimenticato che c’è un’inchiesta vaticana interna portata avanti dal promotore di giustizia Alessandro Diddi?”

    Il coinvolgimento del Vaticano
    Non è la prima volta che emerge il ruolo della Chiesa nel rapimento della 15enne vaticana. La prima telefonata dei rapitori di Emanuela arrivò difatti in Vaticano e non alla famiglia della ragazza, quella stessa sera del 22 giugno del 1983, neanche due dopo che la Orlandi fu prelevata; sarebbe stata fatta due ore dopo la scomparsa, alle 21 precisamente, mentre Emanuela fu vista per l’ultima volta alle 19. Ad ammetterlo fu proprio un prelato: parliamo di monsignor Carlo Maria Viganò che oggi è stato scomunicato e condannato per scisma da Papa Francesco.

    Il contenuto di questa telefonata fu svelata da Viganò in un’intervista sul sito di Aldo Maria Valli. Viganò lavorava nella segreteria di Stato Vaticana all’epoca della scomparsa di Emanuela. Di questa telefonata fu messa al corrente anche l’avvocato della famiglia Orlandi Laura Sgro’ che nel 2019 dichiarò alla stampa: “Parlai con Viganò un anno e mezzo fa, lo dico solo oggi perché a seguito della sua intervista mi ha autorizzato a dire che c’era stato un incontro tra noi in cui lui mi riferì esattamente quello che oggi (nel 2019, ndr) è stato reso pubblico”.

    Ecco la dichiarazione del monsignore: “Quella sera mi trovavo in ufficio in segreteria di Stato alla terza loggia insieme con monsignor Sandri, mentre il sostituto era assente”, ha raccontato Viganò. “Erano circa le 20, o forse più tardi, quando ricevetti una telefonata da padre Romeo Panciroli, allora direttore della sala stampa vaticana, il quale mi annunciò che era giunta, appunto alla sala stampa, una telefonata anonima che annunciava che Emanuela Orlandi era stata rapita. Padre Panciroli mi disse che mi avrebbe inviato immediatamente via fax un testo con il contenuto della telefonata. In quel testo, si affermava che Emanuela Orlandi era detenuta da loro e che la sua liberazione era collegata a una richiesta, il cui adempimento non necessariamente dipendeva dalla volontà della Santa Sede. Si trattava di un messaggio formulato in termini precisi e ben costruito. Esso è indubbiamente reperibile nell’archivio della segreteria di Stato“.

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2024/07/24/emanuela-orlandi-il-cardinale-zuppi-ammette-il-coinvolgimento-della-chiesa-bisogna-cercare-di-arrivare-quanto-prima-alla-verita-la-replica-di-pietro-orlandi/7634481

  • “Renatino De Pedis organizzò da solo il sequestro di Emanuela Orlandi”: le rivelazioni del procuratore Capaldo alla commissione di inchiesta

    “Renatino De Pedis organizzò da solo il sequestro di Emanuela Orlandi”: le rivelazioni del procuratore Capaldo alla commissione di inchiesta

    “Con la vicenda Orlandi secondo me c’entra Enrico De Pedis non la banda della Magliana, è una vicenda personale di De Pedis”: sono parole ferme e significative quelle pronunciate ieri dal Procuratore Giancarlo Capaldo ovvero dal magistrato che ha indagato più a lungo di tutti sulla storia oscura di Emanuela Orlandi, la 15enne vaticana rapita il 22 giugno a Roma e mai più ritrovata.

    “Renatino”
    Capaldo è stato convocato e ascoltato ieri dalla commissione di inchiesta che indaga sulle scomparse di Emanuela Orlandi e Mirella Gregori. Fu l’ultimo a occuparsi di Emanuela prima che l’inchiesta venisse archiviata dall’attuale presidente del Tribunale Vaticano Giuseppe Pignatone. Il magistrato ha ribadito, in merito al coinvolgimento dell’allora capo della fazione testaccina del gruppo criminale De Pedis: “Non è che la banda della Magliana volesse ricattare qualcuno come il Papa e il Vaticano, è un altro genere di attività che fu messa in campo. De Pedis ha avuto il ruolo di organizzare il prelevamento e il sequestro della ragazza e poi la restituzione della ragazza a una persona non identificata”. De Pedis, secondo il punto di vista di Capaldo, “Non sapeva neppure perché Emanuela Orlandi era stata sequestrata, né ha partecipato alla gestione di eventuali trattative successive. È da vedere come colui che ha organizzato, sul piano materiale, un servizio di basso livello ma molto utile e particolare per qualcuno”. Il magistrato ha ribadito dunque il ruolo di pura manovalanza di “Renatino”, che fu poi tirato in ballo nel 2008 dalla sua ex amante Sabrina Minardi che rivelò dettagli inquietanti sul sequestro e sul rilascio di Emanuela in cui lei stessa dichiarò di essere stata coinvolta. La Minardi disse all’epoca di aver rilasciato lei stessa Emanuela Orlandi a un uomo, descritto come un alto prelato, alle porte del Vaticano. Capaldo ha sottolineato anche che Sabrina Minardi “non è attendibile in tutto, ma la ritengo attendibile su alcuni dati principali”. Una visione del resto condivisa anche dal fratello di Emanuela, Pietro Orlandi.

    La sepoltura di De Pedis
    La parte giocata da De Pedis nelle indagini di Capaldo non si esaurisce qui ma andò ben oltre i giorni del sequestro. Il magistrato in passato più volte ha raccontato di quando incontrò il capo e il vicecapo della gendarmeria Domenico Giani e Costanzo Alessandrini che gli chiesero la collaborazione della magistratura per aprire la tomba di De Pedis, sepolto nella cripta di Sant’Apollinare, la Chiesa da dove scomparve Emanuela, e dissipare eventuali dubbi dell’opinione pubblica sul Vaticano, togliendo la Santa Sede dall’imbarazzo di aver fatto tumulare un criminale in una Basilica. “Non ho nessuna difficoltà a dire che le persone in questione erano l’allora capo della Gendarmeria Domenico Giani e il suo vice, Costanzo Alessandrini”, ha ribadito ieri. “In quel momento storico siamo agli inizi del 2012”, ha raccontato Capaldo, dopo aver fissato un appuntamento per telefono, Giani “venne, si presentò anche con Alessandrini, fu ricevuto in procura ufficialmente come i responsabili delle polizie di tutto il mondo, era presente anche la dottoressa Maisto che io chiamai appositamente perché era la contitolare” dell’indagine. “A questo punto – ha proseguito Capaldo – il dottor Giani mi fece presente che non veniva di sua sponte ma perché era stato incaricato da padre Georg come segretario di Benedetto XVI e voleva segnalare che che il Vaticano era preoccupato da una serie di valutazioni che si facevano sulla stampa che coinvolgevano il Vaticano come ente poco collaborativo nella ricerca di Emanuela Orlandi e, in particolare, Giani mi chiese come se fosse una richiesta che lui transitava, diciamo così, da padre Georg, di aprire la tomba di De Pedis perché il Vaticano riteneva importante che fosse aperta dalla procura di Roma. Io prospettai al dottor Giani che il motivo per cui sulla stampa c’era questo ampio dibattito se aprire o no, era perché coloro che volevano aprirla, volevano controllare se con la bara di De Pedis fosse sepolta anche la salma della Orlandi, io segnalai che la ritenevo una ipotesi assolutamente inverosimile posto che la Orlandi era sparita nel giugno dell’ 83 e De Pedis viene ucciso nel febbraio del ’90“.

    Il fascicolo su Emanuela
    “Mi sembrava difficile – ha continuato -. Comunque sostanzialmente il Vaticano non voleva la responsabilità di adottare un provvedimento di traslazione della tomba, io segnalai che come aveva dato l’autorizzazione alla sepoltura poteva dare l’autorizzazione alla traslazione e riferii a Giani che non era per me una priorità nelle indagini aprire la tomba di De Pedis e lo invitai a valutare che come magistratura italiana non avevamo mai avuto un reale aiuto nelle rogatorie inoltrate alla magistratura vaticana. Allora gli dico, lei mi chiede una collaborazione e io le chiedo una collaborazione, anche perché da varie fonti a noi risultava che il Vaticano fosse in possesso di un fascicolo su Emanuela Orlandi. Io dissi che non avevo difficoltà a una collaborazione nelle forme previste dalla legge sulla scomparsa di Emanuela Orlandi, la priorità per la procura di Roma, naturalmente, era comprendere la fine che poteva aver fatto la ragazza, se era viva, se era morta e se era morta dove poteva essere sepolta, e poiché ritenevo e ritengo ancora che c’è un mondo ristretto e selezionato in Vaticano, chiedevo a Giani che nel procedere comunemente nella ricerca della verità e anche eventualmente nella traslazione della salma, ci fosse una collaborazione a riguardo. Giani mi rispose che ne avrebbe parlato con mons. Georg, mi disse che avrebbe dovuto chiedere una autorizzazione per svolgere attività insieme e per il recupero del corpo e della salma se la ragazza fosse morta”. “Alcuni giorni dopo – ha quindi riferito – mi fece sapere che era d’accordo nel procedere così. Dopodiché invece non ho avuto più notizie. Questo colloquio più o meno datava al febbraio del 2012. Poi è stato superato dalla nomina del nuovo procuratore Pignatone”. Questa promessa fu purtroppo disattesa e la sorte di Emanuela è ancora ignota. Ma anche in pensione Capaldo non ha dimenticato Emanuela. Come se il magistrato avesse sempre avvertito un debito verso la 15enne scomparsa per non aver potuto fare luce sulla sua storia, poiché rimosso dall’inchiesta il 3 aprile 2012, e sostituito da Giuseppe Pignatone, il quale smentì le dichiarazioni di Capaldo, gli tolse la gestione delle indagini sul caso Orlandi e ordinò l’apertura ed il trasferimento della tomba di De Pedis. Adesso, lo ricordiamo, Pignatone è presidente del Tribunale Vaticano.

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2024/07/19/renatino-de-pedis-organizzo-da-solo-il-sequestro-di-emanuela-orlandi-le-rivelazioni-del-procuratore-capaldo-alla-commissione-di-inchiesta/7629029/

  • Caso Orlandi-Gregori, “io interrogato solo 30 anni dopo la scomparsa di Mirella”: le incongruenze del marito di Sonia De Vito in commissione di inchiesta

    Caso Orlandi-Gregori, “io interrogato solo 30 anni dopo la scomparsa di Mirella”: le incongruenze del marito di Sonia De Vito in commissione di inchiesta

    “Era un sabato e io il sabato stavo in cantiere fino alle cinque. Andavo al bar, stavo lì per il totocalcio e poi andavamo via”: Fabio De Rosa sembra ricordare tutto come fosse ieri e invece sono trascorsi 41 anni da quando Mirella Gregori, la 15enne di via Nomentana, è stata inghiottita dal nulla in quel pomeriggio romano del 7 maggio del 1983. È il sito di informazione di Fanpage a riportare le sue dichiarazioni di questa mattina, rese alla commissione parlamentare di inchiesta che indaga sulle misteriose scomparse, avvenute a poche settimane di distanza, di Mirella Gregori ed Emanuela Orlandi. Ma occorre spiegare chi sia De Rosa e soprattutto perché è stato chiamato a testimoniare dalla bicamerale d’inchiesta.

    All’epoca della scomparsa di Mirella, Fabio era il fidanzato (ed è l’attuale marito) di Sonia De Vito, l’amica del cuore di Mirella nonché figlia dei proprietari del bar in via Nomentana, a due passi dal portone di casa dei Gregori. Mirella, lo ricordiamo, andò via da casa per “dieci minuti” che poi sono diventati tragicamente interminabili, quel sabato pomeriggio intorno alle tre, dopo che un suo compagno delle medie, tale Alessandro, le citofonò per chiederle di incontrarsi alla statua del bersagliere a Porta Pia. O almeno è ciò che la ragazza disse a sua madre. Prima di scomparire nel nulla, Mirella fece tappa al bar di Sonia e ci rimase per circa 15 minuti in cui si appartò con l’amica, come ha raccontato a FqMagazine tempo fa la sorella di Mirella, Maria Antonietta Gregori. Interrogata dagli inquirenti, Sonia disse le stesse parole che rilasciò a Maria Antonietta: Mirella le aveva detto che sarebbe andata a suonare la chitarra a Villa Torlonia. Eppure, una volta uscita dal bar, andò a destra verso porta Pia e non a sinistra, come dichiarato dal dipendente del bar Giuseppe Calì alla commissione, pochi giorni fa.

    Una storia in cui di chiaro c’è ben poco ma qual è il ruolo di Fabio in questo scenario? A tirarlo in ballo, furono le dichiarazioni rese agli inquirenti di un’amica di Mirella riportate e trasmesse durante l’ultima puntata de programma Chi l’ha visto. In base a quanto emerso durante il programma, quest’amica dichiarò che “Fabio aveva fatto delle avances a Mirella” ma il ragazzo all’epoca negò e su di lui non c’è stato più nessun sospetto. Oggi dichiara: “Quel 7 maggio quando sono arrivato erano già passate la mamma di Mirella Gregori e la sorella Maria Antonietta a chiedere di Mirella”.

    Eppure queste dichiarazioni non avrebbero trovato riscontro con le quelle rilasciate all’epoca, quando aveva spiegato di essere passato al bar intorno alle 15. Nel corso del suo intervento il presidente della commissione Andrea De Priamo ha fatto notare a De Rosa questa incongruenza: “È quanto ha riferito al giudice istruttore Ilario Martella, nella qualità di testimone durante l’interrogatorio del 16 ottobre 1986”. Ma De Rosa ha replicato dicendo di non aver mai rilasciato alcuna dichiarazione. “Assolutamente no – ha sentenziato –, non credo che Martella mi abbia mai interrogato. Non sono mai stato ascoltato dal giudice. Sono stato chiamato a parlare soltanto trenta anni dopo dai giudici Maisto e Capaldo. Io non sono stato mai interrogato da nessun altro”, ha ribadito prima di rammentare di essere stato all’epoca al comando dei carabinieri di via in Selci. “Non indagarono abbastanza”, ha aggiunto il marito di Sonia De Vito –, potrebbe essere successo qualcosa nel condominio in cui viveva Mirella. Ma non mi sono mai spiegato come sia stato possibile non indagare anche lì“. (fonte: Fanpage). Il giudice Ilario Martella ha già rilasciato le sue dichiarazioni, nei giorni scorsi, alla commissione bicamerale d’inchiesta ma la sua audizione è stata secretata.

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2024/07/16/caso-orlandi-gregori-io-interrogato-solo-30-anni-dopo-la-scomparsa-di-mirella-le-incongruenze-del-marito-di-sonia-de-vito-in-commissione-di-inchiesta/7625610

  • Tomba già pronta per Bergoglio? Cosa sta succedendo

    Tomba già pronta per Bergoglio? Cosa sta succedendo

    Bergoglio al centro di una serie di indiscrezioni che destano preoccupazione e curiosità tra i fedeli di tutto il mondo. Il Santo Padre ha fatto preparare una tomba nella Basilica di Santa Maria Maggiore, precisamente nella piccola sacrestia contigua alla Cappella della Salus Populi Romani. Inoltre, è stato completato recentemente il lavoro di ristrutturazione di un appartamento nel Palazzo della Basilica, dotato di arredamenti ospedalieri. Ma cosa sta succedendo realmente? Si tratta di semplici speculazioni o c’è qualcosa di più preoccupante in corso?

    La tomba a Santa Maria Maggiore

    La notizia della tomba preparata per Papa Francesco ha sollevato molte domande. La scelta della Basilica di Santa Maria Maggiore non è casuale: è una delle quattro basiliche papali maggiori di Roma e un luogo a cui Bergoglio è particolarmente legato. Sin dall’inizio del suo pontificato, egli ha fatto spesso visita alla Cappella della Salus Populi Romani per pregare di fronte all’antica icona della Madonna. Fonti vaticane hanno cercato di ridimensionare la portata della notizia, sottolineando che ogni Papa ha il diritto di scegliere il luogo della propria sepoltura e che la preparazione di una tomba è una pratica comune e prudente. Tuttavia, il fatto che questa preparazione avvenga ora, mentre il Pontefice è ancora vivo e in carica, ha suscitato non poche domande.

    L’appartamento ospedaliero

    Parallelamente alla questione sopracitata, un altro elemento ha alimentato le congetture: la ristrutturazione di un appartamento nel Palazzo della Basilica, dotato di arredamenti ospedalieri. Secondo indiscrezioni, i lavori sono stati effettuati in gran segreto e sono terminati da poco. La presenza di attrezzature all’avanguardia suggerisce la possibilità di un utilizzo per cure mediche intensive. Questo ha fatto sorgere ulteriori interrogativi: il Santo Padre sta forse affrontando problemi di salute più gravi di quanto comunicato ufficialmente? Oppure si tratta di una misura preventiva, in preparazione di eventuali emergenze sanitarie future?

    Dimissioni o qualcosa di peggio?

    Di fronte a queste due notizie, molti si chiedono se Papa Francesco stia pianificando di dimettersi, seguendo l’esempio del suo predecessore, Benedetto XVI. Il Pontefice ha più volte dichiarato che non escluderebbe l’ipotesi di dimissioni qualora la sua salute non gli permettesse più di svolgere adeguatamente il suo ministero. Tuttavia, altri temono che ci possa essere qualcosa di più preoccupante all’orizzonte… qualcosa di cui ancora non si è avuta notizia pubblica.

    Le reazioni all’interno del Vaticano e tra i fedeli sono state variegate. Alcuni alti prelati hanno espresso sorpresa e preoccupazione, mentre altri sostengono che si tratta di semplici misure prudenziali. I fedeli, da parte loro, cercano di trovare conforto nelle sue parole e nei suoi gesti. In ogni caso, il Vaticano non ha rilasciato dichiarazioni ufficiali che chiariscano definitivamente la situazione. La trasparenza e la chiarezza potrebbero contribuire a dissipare le teoresi che stanno crescendo giorno dopo giorno.

    La preparazione di una tomba nella Basilica di Santa Maria Maggiore e la ristrutturazione di un appartamento ospedaliero nel Palazzo della Basilica sono due eventi che, combinati, hanno sollevato numerose domande sulla salute e sul futuro del Santo Padre. Dimissioni imminenti o problemi di salute non ancora rivelati? Solo il tempo potrà dare una risposta definitiva. Nel frattempo, i fedeli di tutto il mondo continueranno a pregare per il loro amato Pontefice, sperando in una continuazione del suo ministero pastorale.

  • “Bimbi abusati in parrocchia e foto intime sui social”. Indagato un capo scout: molestava e ricattava i lupetti

    “Bimbi abusati in parrocchia e foto intime sui social”. Indagato un capo scout: molestava e ricattava i lupetti

    Tutte le attività estive sospese all’improvviso. Nessuna notte sotto le stelle in tenda e niente cene attorno al fuoco per lupetti e coccinelle, come vengono chiamati i bambini nei gruppi scout, a Terracina. Uno stop quello deciso dall’Agesci che ha lasciato sconcertate le famiglie dei più piccoli.

    Ma lo sconcerto sta cedendo il passo all’angoscia man mano che nella città pontina si vanno diffondono le indiscrezioni sulle motivazioni di quella decisione. Un capo scout, un assistente per l’esattezza, è indagato con l’accusa di aver abusato dei bimbi e ogni papà e mamma dei circa 140 bambini che frequentano l’associazione teme che il proprio figlio possa aver subito abusi.

    L’ennesimo scossone nell’ambito della Chiesa pontina e del Lazio in generale, dopo quelli arrivati con l’arresto del diacono Alessandro Frateschi, anche lui di Terracina, e dell’ex dirigente di Azione Cattolica, Mirko Campoli, di Tivoli.

    Le indagini sono partite dopo un porno-ricatto subito da due ragazzini scout di 14 e 16 anni. Quest’ultimi si sarebbero visti chiedere su Instagram da quella che doveva essere una coetanea delle foto intime. A un tratto, però, sono partiti messaggi di altro tenore. Sono spuntate fuori tracce che dietro il profilo ragazzina in realtà si sarebbe celato un capo scout di 18 anni. E proprio quest’ultimo si sarebbe presentato dalle presunte vittime chiedendo loro soldi: “Conosco quella ragazza, datemi 100 euro e ci penso io. Altrimenti diffonde le vostre foto”.

    Sono partite le denunce e la polizia postale di Latina ha iniziato a indagare, sequestrando al sospettato, S.D.P. le sue iniziali, due smartphone e un tablet.

    Gli investigatori sembrano sospettare che fossero numerosi i falsi profili utilizzati dal 18enne di Terracina su Instagram e che non avrebbe contattato soltanto giovani conosciuti nel mondo scout o in parrocchia. Tanto che nella città balneare c’è inquietudine anche tra chi non frequenta l’associazione
    cattolica.

    Ma c’è di più. Ben presto è infatti emersa anche la storia di uno dei lupetti, un bambino di dieci anni, che ha raccontato nel dettaglio di aver subito abusi dal capo scout all’interno dei locali parrocchiali e gli inquirenti temono che non sia stato l’unico.

    Il sostituto procuratore della Repubblica di Roma, Vittoria Bonfanti, ha aperto un’inchiesta e gli investigatori da un lato stanno analizzando il materiale sequestrato all’indagato e dall’altro stanno raccogliendo testimonianze.

    L’indagato frequentava la stessa parrocchia di Frateschi, ma al momento non è ancora chiaro se vi fossero contatti tra i due

    https://roma.repubblica.it/cronaca/2024/07/05/news/abusi_scout_bambini_terracina-423365436/

  • Da La Plata a Roma.  Francesco ha assegnato a Tucho Fernández che nascondeva i pedofili, una posizione centrale in Vaticano

    Da La Plata a Roma. Francesco ha assegnato a Tucho Fernández che nascondeva i pedofili, una posizione centrale in Vaticano

    Il corrispondente italiano del quotidiano conservatore argentino La Nación l’ha definita una “notizia bomba” e un “appuntamento inaspettato ” . Probabilmente lo è per chi si allinea ai settori più reazionari, ultramedievali e più oscurantisti (lo sono insomma tutti) della curia romana. Ma considerando le mosse compiute da Jorge “Francisco” Bergoglio negli ultimi anni, la cosa non dovrebbe sorprendere troppo.

    La notizia in questione è che il Vaticano ha appena pubblicato nel suo Bollettino Ufficiale che l’arcivescovo di La Plata Víctor Manuel “Tucho” Fernández è stato scelto dal nuovo Papa “prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede ” , come riportato dal bollettino della cosiddetta Santa Sede. Fernández entrerà in carica a settembre, in sostituzione del cardinale Luis Francisco Ladaria Ferrer .

    Il Dicastero è il diretto successore della Sacra Romana e Inquisizione Universale creata nel 1542 da Paolo III e la cui eredità per l’umanità è stata quella di aver insanguinato parte del mondo con la sua caccia alle “streghe” , la tortura e l’umiliazione di “eretici” e altri metodi sanguinari per controllare la popolazione ribelle con la “dottrina apostolica e cattolica romana”. Tra le sue tappe fondamentali , l’Inquisizione processò e condannò Galileo Galilei per le sue teorie eretiche.

    Anche se i moderni inquisitori non mandano più i loro carnefici ad asportare confessioni sataniche sotto tortura o a bruciare donne nei falò allestiti nelle pubbliche piazze (questo viene fatto oggi dagli Stati e dai loro governi in modo più civile), è ancora il “ministero” della Il Vaticano che controlla , censura e sanziona tutto ciò che riguarda i “valori” del cattolicesimo ufficiale. Ciò include il piano sistematico per coprire migliaia e migliaia di stupri di ragazze, ragazzi e adolescenti nelle scuole, negli istituti e nelle parrocchie di tutto il pianeta.

    Proprio Tucho Fernández è uno specialista, tra l’altro, nel garantire questo insabbiamento sistematico , rilasciando dichiarazioni e omelie affannose in cui, come comanda Bergoglio , si condannano colpevolmente gli abusi commessi dai suoi dipendenti in talare. I pochi che riescono a rompere il silenzio delle mura ecclesiastiche e a balzare all’opinione pubblica, ovviamente.

    Compito molto prezioso

    La Gazzetta Ufficiale Vaticana pubblica una lettera che Francesco invia a Tucho . Lì dice di affidare loro un compito “molto prezioso”, come quello di “custodire l’insegnamento che scaturisce dalla fede per ‘dare ragione della nostra speranza, ma non come nemici che additano e condannano’”. Quasi a “chiarire”, il Papa riconosce che il Dicastero “in altri tempi usò metodi immorali” e che “quelli erano tempi in cui, più che promuovere la conoscenza teologica, si perseguitavano eventuali errori dottrinali ”. Quello che mi aspetto da te è senza dubbio qualcosa di molto diverso”, dice al suo fianco.

    Curiosamente, il monarca romano esplicita la sua intenzione di liberare il nuovo prefetto dal dover farsi carico di “attendere” alle denunce di abusi sessuali che giungono a Roma. «Dato che per le questioni disciplinari – legate soprattutto agli abusi sui minori – è stata recentemente creata una Sezione specifica con professionisti molto competenti, le chiedo come Prefetto di dedicare il suo personale impegno più direttamente allo scopo principale del Dicastero, che è ‘ mantieni la fede’”, ordina.

    A rigor di termini, questa nuova “sezione” di cui parla è un ufficio dedicato a ricevere quella manciata di denunce “ufficiali” contro vescovi, preti e suore che le diocesi di tutto il mondo ritengono che il Vaticano dovrebbe “indagare” e “decidere”. ”. Ma è un ufficio che risponde direttamente al Dicastero che Fernández presto guiderà. Storia pura.

    Chip in movimento

    La mossa del Papa sembra essere in linea con altre, negli ultimi anni, in cui il Sommo Pontefice argentino collocava in luoghi chiave del Vaticano uomini di sua fiducia che , inoltre, aderiscono alla sua “teologia del popolo” (un aspetto dottrinale che, facendo appello ai cliché populisti, prende le distanze esteticamente dai settori più ultraconservatori della Chiesa). Consapevole che la sua salute peggiora con il passare del tempo, il cosiddetto “papa peronista” sta già pianificando la sua successione riempiendo piazza San Pedro di un funzionario pubblico dipendente.

    Il caso più emblematico è quello dell’ex vescovo di Orano, Salta, Gustavo Zanchetta , uomo di estrema fiducia di Bergoglio . Tra il dicembre 2018, quando sono emerse le denunce contro di lui da parte di due seminaristi abusati (le vittime avrebbero potuto essere molte di più) e il marzo 2022, quando è stato condannato a quattro anni e mezzo di carcere ; Il papa misericordioso cercò di “salvare” Zanchetta affidandogli l’ amministrazione del patrimonio della Sede Apostolica .

    Meglio conosciuta come “l’agenzia immobiliare” del Vaticano , quell’ufficio gestisce più di cinquemila proprietà in tutto il mondo per un valore stimato di 3 miliardi di dollari . Infine Zanchetta dovette ritornare in Argentina per essere processato. Certo, oggi gode degli arresti domiciliari che sono negati a qualsiasi cristiano per reati molto meno gravi .

    Finora non si sa se Tucho Fernández abbia abusato direttamente di minori, seminaristi o studenti dell’Università Cattolica Argentina quando ne era rettore. Ciò che si sa è che negli ultimi anni era incaricato di insabbiare eventuali pecore smarrite denunciate per questi crimini , doppiamente aggravati dal fatto di essere rappresentanti di un culto religioso (con il livello di vulnerabilità della vittima che ciò implica).

    In un servizio speciale pubblicato da La Izquierda Diario lo scorso dicembre (realizzato insieme a Pulso Noticias ), vengono dettagliati undici dei casi finora denunciati a La Plata e nei quali, in vari modi, “ Tucho” ha svolto un chiaro ruolo di copertura cure. Un insabbiamento che va di pari passo con la disumanizzazione e il disprezzo per le vittime e i sopravvissuti .

    I casi sono quelli dell’ex cappellano generale del servizio penitenziario di Buenos Aires Eduardo Lorenzo (suicidato nel dicembre 2019 in una sede della Cáritas pochi minuti dopo essere stato arrestato), dell’ideatore della congregazione Miles Christi Roberto Yanuzzi (l’unico scomunicato dal papa , sia pure per divergenze dottrinali e non per abusi), Héctor Giménez (denunciato ma impunito), Rubén Marchioni (denunciato pubblicamente ma non giudizialmente), Maximiliano Di Virgilio (la famiglia della vittima ha ritirato denuncia penale), l’ex Gendarmeria cappellano delle Missioni di Raúl Sidders (con arresti domiciliari assurdi e vicini al processo orale) e cinque ex capi dell’Istituto Provolo di La Plata ( Nicola Corradi , Horacio Corbacho , Giuseppe Spinelli , Giovanni Granuzzo ed Eliseo Primati ) .

    Insieme a Fernández , in quasi tutti questi casi, ha avuto un ruolo centrale nei piani di insabbiamento il vescovo ausiliare di La Plata, Alberto Bochatey , servitore formato dall’ultra-reazionario Héctor Aguer , predecessore di “Tucho” . Sebbene non siano note lamentele nemmeno nei suoi confronti e nonostante l’“inimicizia” tra Bergoglio e Aguer , nel 2017 il papa ha nominato Bochatey “commissario apostolico” per indagare sulle accuse di abusi sessuali presso la sede dell’Istituto Provolo a Mendoza. Ovviamente non indagò nulla e tanto meno collaborò al caso giudiziario che finì per condannare Corradi e Corbacho a quasi cinquant’anni di carcere.

    “Tucho” e Bochatey , tra le altre aberrazioni, organizzarono la “messa in omaggio” (e con un corpo presente) al suicida Lorenzo nella stessa parrocchia di Gonnet in cui il sacerdote, per anni, abusò di adolescenti che corrompeva ed estorceva per soddisfare i loro desideri di oppressione.

    Non ci si poteva aspettare di meno dal Papa stesso. Oltre ad essere stato complice di diversi delitti dell’ultima dittatura civile-militare-ecclesiastica (quando già ricopriva un alto incarico nella Curia argentina), nel suo Paese ha protetto criminali come Julio Grassi , Zanchetta , Justo Illaraz. , Agustín Rosa Torino e decine di sacerdoti e vescovi con inchieste canoniche che hanno dato solo impunità. Ad eccezione del gangster Yanuzzi , nemmeno i pochi preti condannati penalmente furono espulsi dalla Chiesa.

    Piazza

    Un’altra caratteristica di Víctor Fernández è la sua vocazione a “mediare” nei conflitti sociali, quando minacciano il potere politico al potere. Ad esempio, nel 2018 corse in aiuto dell’allora governatrice María Eugenia Vidal quando centinaia di lavoratori uscirono dagli ingressi del Cantiere Río Santiago di Ensenada per occupare la sede del Ministero dell’Economia a La Plata in segno di ripudio dell’adeguamento e piani di consegna dell’azienda da parte della direzione di Cambiemos . Per fare questo, l’arcivescovo ha ideato una manovra di smobilitazione insieme a parte della direzione sindacale della regione che ha appoggiato (con azione o omissione) i piani di Vidal .

    Ora, dopo cinque anni di “pulizia” (a base di cosmetici liturgici e silenzi comprati a buon prezzo) nell’arcidiocesi di La Plata dai residui ultraconservatori che Aguer si era lasciato alle spalle , “Tucho” deve trasferire parte della sua esperienza al Vaticano .

    Certo, per occupare una posizione che intellettuali come Joseph Ratzinger hanno saputo mantenere , Fernández non manca di curriculum. Diventerà prefetto per la Dottrina della Fede dopo essere stato decano della Facoltà di Teologia di Buenos Aires , presidente della Società Teologica Argentina e della Commissione Fede e Cultura dell’Episcopato argentino. E prima di assumere l’arcivescovado di La Plata, fu rettore della Pontificia Università Cattolica dell’Argentina . Quanto detto è un quadro veritiero di tutte le necessità e le emergenze che ha il Vaticano nella sua particolare fase bergogliana.

    https://www.laizquierdadiario.com/Francisco-premio-a-Tucho-Fernandez-encubridor-de-pedofilos-con-un-cargo-central-en-el-Vaticano

  • Emanuela Orlandi, spunta audio inedito di una telefonata/ Il fratello Pietro: “Ali Agca? Servono prove”

    Emanuela Orlandi, spunta audio inedito di una telefonata/ Il fratello Pietro: “Ali Agca? Servono prove”

    Potrebbero esserci delle importanti novità nel caso della scomparsa di Emanuela Orlandi, di cui non si hanno più notizie da oltre quarant’anni. Ora spunta l’audio di una telefonata di un uomo che fa sentire ai suoi parenti la voce di una ragazza: era la cittadina vaticana che all’epoca della sua sparizione aveva 15 anni? Il documento è stato annunciato da “Chi l’ha visto?“, che lo proporrà nella puntata di domani su Rai 3, limitandosi ad anticipare che parte di questo audio non era stata mai trasmessa prima d’ora.

    Nelle ultime ore, intanto, è intervenuto il fratello di Emanuela Orlandi per rispondere alle dichiarazioni di Ali Agca, secondo cui la ragazza è stata rapita dal Vaticano. Pietro Orlandi ha pubblicato nel gruppo Facebook che gestisce un post in cui spiega di essere sempre stato disposto ad ascoltare tutti in questi anni, nella speranza di riuscire a scoprire la verità sulla scomparsa della sorella, ma ricorda anche che Ali Agca ha nel tempo ha cambiato spesso versione e che ha dichiarato spesso che avrebbe fornito prove e documenti su Emanuela. “Ma non ha mai portato uno straccio di prova“, ha scritto Pietro Orlandi, che si aspetta un riscontro.

    SCOMPARSA EMANUELA ORLANDI, IL FRATELLO REPLICA AD ALI AGCA

    Pietro Orlandi racconta di essere volato in Turchia pur di parlare con Ali Agca: ciò accadeva 14 anni fa e in quella circostanza gli avrebbe promesso che avrebbe fornito documenti per dimostrare la veridicità delle sue affermazioni, ma quei documenti non gli sono mai arrivati. Da qui i sospetti del fratello di Emanuela Orlandi, che tira in ballo tutte le versioni di Ali Agca, il quale nel tempo ha prima accusato Komeini, poi la P2, STASi, KGB, servizi Bulgari, SISMI e Cia, fino al Vaticano.

    Per quanto riguarda la Commissione bicamerale di inchiesta, che non intende ascoltarlo in assenza di richieste formali da parte sua, Pietro Orlandi spiega che se mancano le prove non ha senso ascoltarlo, ma comunque lui resta aperto a ogni ipotesi, a patto che ci siano dei riscontri. Infatti, Ali Agca prima aveva prospetto la sua disponibilità ad essere ascoltato in audizione, poi quando è stato sollecitato a inviare una richiesta formale, non ha risposto affatto.

    Emanuela Orlandi, spunta audio inedito di una telefonata/ Il fratello Pietro: “Ali Agca? Servono prove”

  • «Seminario a lungo rifugio per gay in fuga dai pregiudizi»

    «Seminario a lungo rifugio per gay in fuga dai pregiudizi»

    LUGANO – Il tema della “troppa frociaggine” nei seminari sollevato da Papa Francesco ha fatto il giro del mondo. Declinato in mille sfumature. Una cosa è certa: il Pontefice, pur esprimendosi in modo discutibile, non ce l’aveva con i gay. «Ha semmai messo sul tavolo un tema scomodo su cui si è parlato poco finora», spiega a tio.ch il teologo Alberto Bondolfi, professore emerito di etica all’Università di Ginevra.

    Dietro le parole del Papa c’è il seminario visto come un luogo di rifugio per omosessuali?
    «In un certo senso sì. Gli omosessuali maschi fino a pochi decenni fa non avevano vita facile nella società civile. Chi provava pulsioni verso persone dello stesso sesso a volte si sentiva più al sicuro in un ambiente fortemente tradizionale. Lì almeno non si sarebbe sentito perseguitato come in famiglia».

    Perché fuggire proprio in seminario?
    «Perché era un luogo in cui il sesso teoricamente era tabù, e considerato come colpa grave verso Dio e verso il prossimo. Non se ne parlava e non veniva praticato. In seminario la vita sessuale era messa tra parentesi. E comunque almeno dal punto di vista del prestigio il ruolo del prete aveva un impatto sulla società. Nonostante l’omosessualità non condivisa dalla società, ci si sentiva comunque qualcuno».

    D’accordo. Ma cosa poteva cercare un omosessuale in un seminario?
    «A volte semplicemente la pace. Eri in un posto protetto in cui nessuno ti giudicava».

    Sappiamo però che non sempre la castità è stata rispettata. Anzi.
    «Nei casi più felici la sessualità non veniva praticata. Al massimo in modo soft. Altri invece l’hanno praticata, lottando a lungo contro la clandestinità».

    Si dice che i preti gay siano molto legati alla messa in latino. Perché?
    «Perché è sinonimo di tradizione solenne. Cattolica al mille per cento. Tutto rientra nella logica del rifugio e del volere vivere in pace la propria omosessualità. Più c’era il sacro e più ci si sentiva protetti».

    Quanta sofferenza si nasconde dietro un simile comportamento?
    «Tanta. Ora però il giudizio della società non è più così severo verso i gay. E Papa Francesco lo sa».

    Quindi?
    «Semplicemente non vuole che i seminari siano più luoghi in cui ci si prepara a una vita omosessuale in clandestinità. Non c’è più bisogno di nascondersi in un seminario. E le motivazioni per volere diventare prete devono essere ben ponderate».

    https://www.tio.ch/ticino/attualita/1763294/celibato-seminario-preti-papa-gay-castita-rifugio-seminari

  • “Mia sorella Emanuela è stata riconsegnata, ma non alla famiglia. Era coinvolto il cardinale Poletti”: le rivelazioni di Pietro Orlandi. E spunta un nuovo nome

    “Mia sorella Emanuela è stata riconsegnata, ma non alla famiglia. Era coinvolto il cardinale Poletti”: le rivelazioni di Pietro Orlandi. E spunta un nuovo nome

    “Mi scrivono sacerdoti e suore da ogni parte del Mondo per darmi sostegno nella mia battaglia. Non comprenderò mai perché il Vaticano preferisce subire i dubbi di mezzo mondo, piuttosto che dire cosa c’è dietro alla vicenda di Emanuela. Si tratta di qualcosa di pesante ma devono uscirne fuori. Qualunque sia la verità. Prima o poi crollerà tutto quel fango. Soltanto dopo, si potrà ricostruire una Chiesa nuova”: sono parole di speranza, nonostante tutto, quelle di Pietro Orlandi che ieri, sabato 22 giugno, ha tenuto a Piazza Cavour a Roma il 41esimo sit-in, nell’anniversario della scomparsa della sorella Emanuela Orlandi, la 15enne rapita il 22 giugno del 1983 nel cuore di Roma. Orlandi, che da 41 anni invoca giustizia per sua sorella, ha tracciato un possibile scenario su come e perché la vita di sua sorella sia stata risucchiata da un mistero senza fine.

    “Mia sorella è servita a livello mondiale per portare a termine un ricatto ma una ragazzina, anche se cittadina vaticana, non può essere il solo oggetto del ricatto. Il fatto che sia cittadina vaticana è servito solo a mettere pressione, ma l’oggetto del ricatto è stato presentato prima del rapimento. Lei è stata usata solo a livello mediatico”. “Questi 40 anni ce li ho tutti in testa, c’è chi mi ha accusato di andare in tv per soldi. Sono tutte bugie, non ho mai preso nemmeno un solo euro. La mia ricompensa è poter parlare di Emanuela, non è una cosa assurda o anomala quello che faccio io. Per me è normale non accettare passivamente un’ingiustizia, andrò avanti sempre”.

    Alle centinaia di persone arrivate ieri a Roma da tutta Italia che sostengono la sua lotta ha provato a raccontare da dove provenga tutta la sua ostinata forza, lasciandosi andare a un racconto più personale: “Immaginate di tenere per mano la persona più cara al mondo, di girarvi e non vederla più. Passano gli anni e non te ne accorgi, sei fermo a quel momento e vale per tutte le famiglie di persone scomparse. Vivi una serenità apparente, la tua vita è legata a quel giorno. Il tempo si annulla, non ha più senso, si dilata. Per me il 22 giugno del 1983 è durato un secondo in più e in quel secondo è racchiuso ciò che è successo a Emanuela. L’unica cosa che mi dà la percezione del tempo è la mia famiglia, mia moglie e i miei figli che sono cresciuti senza conoscere la zia. Se fossi rimasto solo, mi sarei annullato. Avrei vissuto in un mondo surreale, il loro affetto mi tiene aggrappato alla realtà”.

    Tornando sul ricatto, Pietro Orlandi ha fornito nuovi elementi: “C’è ancora qualcuno che ricatta qualcun altro. Vorrei che chi indaga sulla scomparsa di mia sorella – al momento la Procura di Roma, quella Vaticana e la commissione parlamentare – convocassero la persona che mi ha consegnato dei documenti che mi fanno pensare che ci sia un legame in questa storia con l’Inghilterra”. Si tratta di una persona che più di un anno fa ha contattato il fratello di Emanuela Orlandi. Quest’uomo gli ha detto di essere stato coinvolto in una delle fasi del rapimento e di aver poi preso parte al trasferimento della ragazza a Londra in un appartamento adiacente a un convento gestito dai padri Scalabriniani. In pratica, è stata una sorta di suo carceriere pur non avendo avuto contatti diretti con la ragazza nella fase di prigionia. Secondo quest’uomo, vicino sia alla malavita romana che al gruppo dei Nar (nuclei armati rivoluzionari) e in particolare al gruppo guidato da Stefano Soderini (fonte: Notte Criminale di Alessandro Ambrosini) “a gestire la situazione di Emanuela sarebbe stato il cardinale Ugo Poletti. Lui spesso parlava con mia sorella a Sant’Apollinare, Emanuela lo conosceva bene come conoscevamo bene altri cardinali e prelati, essendo nati e cresciuti in Vaticano. Quest’uomo mi disse che per Poletti era difficoltosa e dolorosa questa situazione ma non poteva farne a meno. Mi ha anche detto che tutto era organizzato da più di un anno (come emerge anche dai famosi cinque fogli di Londra venuti fuori, nda). Mi spiegò che c’erano questi “festini” in cui erano coinvolti personaggi importanti e che lui aveva il compito di portare delle ragazzine in queste situazioni. Così è successo anche il 22 giugno del 1983, ma Emanuela ha seguito un altro percorso. Per rapirla si sono serviti di persone della Magliana ed è stato usato anche Poletti. Loro, il Vaticano, erano i ricattati. Ma chi sa la verità e poi viene a casa mia e mi dice che Emanuela è vittima del terrorismo internazionale allora è complice (Papa Giovanni Paolo II, nda). Questa persona di cui parlo che mi ha consegnato i documenti e una foto di una collanina di Emanuela sta in un’inchiesta di Otello Lupacchini. Lo scorso agosto, dopo avermi dato i documenti è sparito, mi scriveva dal dark web. Si è ben premunito, non credo affatto sia questo l’atteggiamento tipico di un mitomane. Ho parlato con Fioravanti (altro terrorista di estrema destra, nda) e si ricorda di lui ma con un altro nome. Ho visto che nell’inchiesta di Lupacchini c’è l’indirizzo di un negozio dove lo si può rinvenire. Ho dato tutto anche alla commissione parlamentare e alla Procura”.

    C’è un altro nome che ieri per la prima volta Pietro Orlandi ha tirato in ballo pubblicamente ed è quello di Stefano Soderini, ex Nar anche lui. Per la Procura è sua la voce di alcune telefonate dei presunti rapitori. “Non a caso, ha detto Pietro Orlandi, sulla sua agenda personale hanno trovato il numero di Poletti. Pare che Poletti si sia avvicinato a loro, non si può trascurare questo dettaglio. La pista di Londra è vera, io ne sono convinto. Penso che Emanuela, dopo che alcune richieste sono state soddisfatte dalle persone ricattate, sia stata riconsegnata ma non alla famiglia perché testimone diretta di cose troppo grosse. Non hanno avuto la coscienza di darla di nuovo in pasto ai criminali perché ci sarebbero stati per sempre dei testimoni e quindi un nuovo ricatto. Qualcuno se si è fatto carico di Emanuela per conto del Vaticano. Seppure fosse ancora viva, le hanno distrutto la vita quel giorno”.

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2024/06/23/mia-sorella-emanuela-e-stata-riconsegnata-ma-non-alla-famiglia-era-coinvolto-il-cardinale-poletti-le-rivelazioni-di-pietro-orlandi-e-spunta-un-nuovo-nome/7597953/

  • Parlano dopo 41 anni tre amiche di Emanuela Orlandi. Laura Casagrande: “Chi telefonò a casa mia aveva un accento mediorientale”. Secretata l’audizione di Cristina Franzè

    Parlano dopo 41 anni tre amiche di Emanuela Orlandi. Laura Casagrande: “Chi telefonò a casa mia aveva un accento mediorientale”. Secretata l’audizione di Cristina Franzè

    22 giugno del 1983. Emanuela Orlandi, cittadina vaticana di 15 anni, ha appena finito la lezione di canto corale. È un mercoledì soleggiato di inizio estate. Esce dall’Istituto Ludovico da Victoria, di fianco alla Basilica di Sant’Apollinare in compagnia dell’amica Raffaella Monzi. Mentre camminano verso la fermata del bus, in corso Rinascimento, davanti al Senato, Emanuela le confida di aver ricevuto un’offerta di lavoro per conto di una ditta di cosmetici che le ha proposto di distribuire volantini per 375mila lire durante una sfilata di moda. Avrebbe dovuto dare risposta quella stessa sera a chi le ha offerto quel lavoretto ben pagato. Le chiede un consiglio ma l’amica non sa che dirle, come dichiara nei giorni successivi alla scomparsa davanti alle telecamere di “Chi l’ha visto”. Raffaella le dice che quell’offerta era stranamente eccessiva, ma si limita a questo. Si è fatto tardi, Raffaella sale sul bus, non la rivedrà più.

    Le amiche di Emanuela
    Mentre aspetta l’autobus in corso Rinascimento, Emanuela viene raggiunta da un’altra ragazza: bassa, capelli scuri e ricci, fisico rotondetto. Questa “amica” che è assieme a Emanuela viene vista anche da un’altra ragazza della scuola di musica, Maria Grazia Casini, che si trova a passare da lì come ha riferito nell’interrogatorio del 29 luglio del 1983. Maria Grazia è stata l’ultima persona a vedere Emanuela Orlandi che da quel momento è stata come risucchiata in un vortice di intrighi e misteri di cui, dopo 41 anni, non si intravede ancora la fine. Alcuni inquirenti inizialmente ritennero che questa amica dai capelli scuri e ricci fosse Laura Casagrande, ma lei smentì all’epoca. Laura ha sempre detto che mentre avanzava su quello stesso marciapiede, ha visto per l’ultima volta Emanuela dietro di sé. La Casagrande è una delle tre ragazze dell’epoca, amiche di Emanuela Orlandi, convocate ieri a Palazzo San Macuto dalla commissione parlamentare di inchiesta che indaga sulle scomparse di Emanuela Orlandi e Mirella Gregori. Insieme a lei, sono state convocate Alessandra Cannata (un’altra allieva della scuola di musica) e Cristina Franzè, che con Emanuela condivideva il contesto parrocchiale. Ieri, la Casagrande ha negato alla bicamerale di inchiesta quella circostanza dicendo di non ricordare più di aver visto Emanuela quel giorno dietro di sé. “Non ricordo di averla vista, non ricordo nulla della mia deposizione, ho il vuoto totale”, ha detto. “Ricordo il fatto che era arrivata tardi quel giorno a lezione, è l’unica immagine che ho conservato”, ha aggiunto.

    Laura Casagrande
    La Casagrande, oggi 56enne, era allieva della stessa scuola di musica frequentata da Emanuela. Laura ed Emanuela non erano amiche, semplicemente frequentavano lo stesso corso di canto ma non la stessa classe: Laura era iscritta a pianoforte e Emanuela a flauto traverso. Lei è una testimone importante ed ecco chiarito perché: la mattina dell’8 luglio alcuni giornali riportarono le ipotesi della polizia secondo le quali a rapire Emanuela sarebbe stato un gruppo che operava con precise finalità terroristiche. Ebbene, verso le quattro del pomeriggio di quel giorno, uno sconosciuto, o con accento mediorientale, telefonò proprio a casa di Laura Casagrande per dettare a sua madre (che ripose al telefono) un messaggio da consegnare all’Ansa, mentre Laura prendeva nota. I presunti rapitori chiesero la liberazione di Agca. “La cittadina Orlandi – disser – attualmente non si trova in territorio italiano”. In quella telefonata lanciarono anche il famoso ultimatum per il 20 luglio. Intervistata in quei giorni, Laura disse all’epoca a Chi l’ha visto: “Il messaggio diceva che Emanuela era stata presa soltanto perché era cittadina vaticana e poi c’erano ancora 20 giorni di tempo prima che fosse uccisa. Mi ero presa paura mi chiedevo come mai avessero il mio numero”. Ma poi, nell’agosto di quello stesso anno ricordò che: “Sicuramente, nel corso dell’anno scolastico le avrò dato il mio numero di telefono e l’indirizzo, scrivendoglielo, mi ricordo, su un foglietto di carta”. Da piccola avevo la passione dello scambio epistolare e le scrissi il mio numero, visto che stava finendo l’anno”, ha confermato ieri la donna alla commissione. Un elemento davvero importante perché ci conferma che chi telefonò quel giorno era in contatto con Emanuela o quantomeno con i suoi effetti personali. Di quella telefonata la Casagrande oggi ricorda: “Il timbro di quella voce era tra l’arabo e il mediorientale ed era incalzante, non riuscivo a stare dietro alla dettatura”. Dopo, ha riferito ieri, la Casagrande non ha avuto altri contatti rispetto a chi diceva di detenere Emanuela Orlandi. Di lei ricorda, dopo 41 anni: “Era una ragazza normale, semplice, come me. Mi sono sempre chiesta come abbia fatto a fidarsi di andare via con qualcuno. Non ho amnesie rispetto a lei, ma non ci siamo frequentate tanto, non la conoscevo a fondo. Non ho elementi sufficienti. Ma poteva capitare anche a me, anche se non sono mai stata adescata o avvicinata da nessuno”, ha aggiunto in merito alle ricerche, nei giorni successivi alla scomparsa, fatte dalla direttrice della scuola di musica suor Dolores Salsano, deceduta nel 1988, cinque anni dopo.

    Alessandra Cannata
    Alessandra frequentava anche lei il “Da Victoria” e condivideva con Emanuela il corso di solfeggio. “Mi hanno chiamata nel corso degli anni un paio di volte a piazzale Clodio per chiedermi se sapevo qualcosa ma purtroppo il giorno in cui Emanuela scomparve non andai a scuola di musica”, ha dichiarato ieri la donna (fonte: “Corriere Roma”). E ha aggiunto: “Emanuela era una mia amica, conobbi anche la sua famiglia che era estremamente serena e tranquilla, un ambiente positivo. Non mi ha mai parlato di relazioni con ragazzi, era una ragazza solare e spensierata ma molto riservata”.

    Cristina Franzè
    Il motivo della convocazione ci Cristina Franzè è invece legato al fatto che anche lei, come Emanuela, frequentava la Parrocchia di Sant’Anna all’interno delle mura vaticane, dove la Orlandi partecipava alle attività di gruppo. Entrambe andavano alle riunioni dell’azione cattolica. A rigor di logica, l’unica motivazione possibile della sua convocazione in Senato è rappresentata dal fatto che Cristina potrebbe quindi riferire di eventuali molestie o di presunti abusi subiti in Vaticano, come dichiarato in anonimato anche da una cara amica di Emanuela nell’ultima puntata della serie Netflix “Vatican Girl”. La sua audizione è stata secretata.

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2024/06/21/parlano-dopo-41-anni-tre-amiche-di-emanuela-orlandi-laura-casagrande-chi-telefono-a-casa-mia-aveva-un-accento-mediorientale-secretata-laudizione-di-cristina-franze/7595881/