Osservatorio della Rete L'ABUSO

Categoria: Cronaca e News

  • Nuovo lavoro di Andrei Molodkin L’artista russo esporrà in Vaticano le sculture con il sangue delle vittime di abusi

    Nuovo lavoro di Andrei Molodkin L’artista russo esporrà in Vaticano le sculture con il sangue delle vittime di abusi

    L’artista russo Andrei Molodkin, noto a livello internazionale per le sue opere di protesta contro la guerra, sta realizzando una nuova installazione, questa volta contro gli abusi sessuali all’interno della Chiesa cattolica, e intende proiettarla “alle porte di Piazza San Pietro”. Molodkin è solito utilizzare sangue umano per creare le sue opere e questa volta non farà eccezione: ha realizzato una scultura con lo stemma del Vaticano e intende “coprirla” con il sangue donato dalle vittime di abusi.

    L’artista, che ha il suo studio a Parigi (Francia), afferma che avrà bisogno di 30-40 donatori per riempire di sangue la scultura e poi proiettarla all’ingresso del Vaticano, cosa che si aspetta di poter fare alla fine del Settembre. Intervenendo al canale televisivo britannico Sky News , Molodkin ha rivelato che il primo donatore è già stato confermato: un prete che è stato lui stesso vittima di abusi da bambino.

    “Vedere questo simbolo sacro con il sangue delle vittime sarà sorprendente”, ha detto l’artista, che non teme che possa scioccare i cattolici. “Il potere della Chiesa continua ad essere grande. Con questa azione non si distrugge nulla, si dà solo voce alle vittime”, ha sottolineato.

    Lo scorso agosto, in occasione del 77° anniversario delle bombe atomiche di Hiroshima e Nagasaki, Andrei Molodkin ha presentato alla Casa Bianca (USA) una scultura che conteneva “sangue radioattivo” di uomini nati a Nagasaki. Nel marzo 2022, ha realizzato un ritratto di Vladimir Putin, riempito con il sangue dei soldati ucraini e lo ha proiettato sulla chiesa di San Giovanni a Londra. Il risultato può essere visto nel video qui sotto.

    https://setemargens.com/artista-russo-vai-expor-no-vaticano-escultura-com-sangue-de-vitimas-de-abusos/

  • La diocesi di Ginevra verso lo smantellamento delle opere di Rupnik, l’ex gesuita accusato di abusi

    La diocesi di Ginevra verso lo smantellamento delle opere di Rupnik, l’ex gesuita accusato di abusi

    La diocesi di Losanna, Ginevra e Friburgo ha costituito un gruppo diocesano di riflessione per valutare l’opportunità di smantellare le opere dell’ex gesuita Marko Rupnik, dimesso dalla Compagnia di Gesù lo scorso14 luglio e accusato di aver abusato di almeno una ventina di donne. Il Centro Aletti, a lungo diretto da Rupnik, ha infatti realizzato in collaborazione con l’atelier peruviano Encañada  il “Cammino di gioia”, un progetto inaugurato nel 2019, che comprende 13 mosaici collocati in 12 luoghi di culto nel cantone di Ginevra. L’équipe diocesana dovrà valutare l’impatto della vita personale dell’artista sulla sua arte e l’effetto che le opere hanno sulle vittime. «I membri di questa équipe hanno svolto un’ampia consultazione con esperti ed enti competenti, oltre che con le persone coinvolte nella creazione di questo percorso artistico», ha spiegato Charles Morerod, vescovo di Losanna, Ginevra e Friburgo. Fra le associazioni che collaborano c’è anche il gruppo Sapec, che nel 2016 ha promosso la Cecar, la Commissione indipendente sugli abusi nella chiesa in Svizzera.

    Una decisione simile è stata presa lo scorso marzo a Lourdes, quando il rettore del Santuario Michel Daubanes e il vescovo di Tarbes e Lourdes Jean-Marc Micas hanno costituito un gruppo di lavoro per verificare l’opportunità di rimuovere i mosaici realizzati da Rupnik nel 2007 sulla facciata della Basilica del Rosario. Molte vittime in pellegrinaggio al Santuario infatti, hanno dichiarato che non riescono più a pregare di fronte alle immagini realizzate da un abusatore.

     «Non si può separare l’arte di Rupnik dalla violenza psicologica, sessuale e spirituale imposta alle vittime, che spesso erano anche le sue prime modelle», ha protestato una delle religiose che ha testimoniato di fronte ai gesuiti di aver subito molestie da Rupnik quando era ospite del Centro Aletti. Diverse ex sorelle della comunità Loyola hanno raccontato al quotidiano Domani che il sacerdote le avvicinava convincendole che l’arte è un modo per vivere la fede e poi, usando abilmente il suo carisma spirituale, abusava di loro. «Bisogna anche considerare che a comporre concretamente i mosaici c’erano anche tante artiste, alcune delle quali erano loro stesse vittime di Rupnik», ha detto la religiosa.

    Fonte: Domani

    https://www.editorialedomani.it/idee/cultura/marko-rupnik-gesuita-gesuiti-chiesa-cattolica-papa-ginevra-losanna-friburgo-cw2e7kv8

  • Manfredonia, presunti abusi sessuali da sacerdote. “Doverosa ricerca della verità”

    Manfredonia, presunti abusi sessuali da sacerdote. “Doverosa ricerca della verità”

    Manfredonia – “Doverosa ricerca della verità“. Verifiche in corso da parte dell’Ente Arcidiocesi di Manfredonia – Vieste – San Giovanni Rotondo in seguito all’articolo pubblicato su StatoQuotidiano.it lo scorso 25 agosto 2023, a firma di Giuseppe de Filippo (l’editoriale), dal titolo  “Manfredonia. ‘Mi ha toccato nelle parti intime e mi ha chiesto di fare sesso. Chi? Un sacerdote‘”.

    Sui fatti l’Arcivescovo Franco Moscone aveva già detto che “Si tratta di una notizia che richiede necessariamente un approfondimento serio ed accurato, pertanto l’Arcidiocesi intraprenderà quanto previsto dalla normativa canonica. Ciò, al fine di appurare la verità dei fatti e di garantire la giustizia nei confronti delle persone coinvolte“.
    Potrebbero essere 2 e non 1 i sacerdoti coinvolti nelle accuse, con fatti avvenuti comunque alcuni anni fa.
    Redazione StatoQuotidiano.it
    https://www.statoquotidiano.it/31/08/2023/manfredonia-presunti-abusi-sessuali-da-sacerdote-doverosa-ricerca-della-verita/1024807/
  • Ogni secondo conta: è giunto il momento di agire a livello europeo

    Ogni secondo conta: è giunto il momento di agire a livello europeo

    L’azione di Justice Initiative si articola su due assi principali. Quello riguardante il passato chiede in particolare per le vittime di abusi quattro cose: verità, riconoscimento, riparazione e prevenzione.  Una mozione a riguardo è stata depositata presso il Consiglio d’Europa, che si sta occupando del dossier.

    Il secondo asse concerne il futuro ed è concretizzato da una petizione lanciata da Justice Initiative a livello di Unione europea e che ha finora raccolto oltre 325mila firme. Essa chiede che Bruxelles assuma una posizione di leadership mondiale e voti a favore dell’attuale proposta di legislazione CSAM dell’UE, rendendo internet #safeforkids. La raccolta di firme è ancora in corso: l’NGO ha ancora un mese abbondante per raggiungere il traguardo delle 500mila sottoscrizioni.

    Justice Initiative è attiva in una dozzina di Paesi europei, dove conduce pure campagne a livello nazionale. In Italia la NGO – che è in collegamento con altre associazioni che lottano per i diritti delle vittime come, ad esempio, Rete l’abuso – sostiene una proposta di legge per adottare politiche efficaci contro la violenza in danno di bambini e bambine, a cominciare dalla messa in atto di adeguati strumenti conoscitivi e di azioni di prevenzione di un fenomeno che insiste in modo preoccupante su tutto il territorio. Tra le varie attività condotte in Italia finora c’è la campagna di prevenzione nelle scuole superiori del Veneto e azioni di volantinaggio a sostegno della petizione a Torino, Roma e Venezia.

    Per appoggiare le sue campagne Justice Initiative ha nel corso degli ultimi anni creato alcuni strumenti. Primo fra tutti l’esposizione fotografica itinerante “SHAME – European Stories” realizzata dal fotografo italiano Simone Padovani e già allestita con successo in numerose città tra cui Venezia, Milano, Madrid, Lisbona, Bucarest, Berlino e Helsinki e al Palais De L’Europe a Strasburgo, sede del Consiglio D’Europa. Un catalogo che riunisce i ritratti delle vittime facenti parte del progetto “SHAME – European Stories” è già stato pubblicato in sette lingue. La NGO ha anche patrocinato diversi eventi accademici, tra cui un simposio a Berna (Svizzera), e dei convegni a Parigi, a Ghent (Belgio) e a Lisbona. La lotta contro gli abusi e in favore delle vittime viene portata avanti anche sui canali social di Justice Initiative, in particolare Instagram, facebook e tiktok.

    Il progetto è appoggiato sostenuto e condiviso da numerosi associazioni nazionali e internazionali tra le quali troviamo: Rete L’Abuso, Ecpat, Emergency, Chile Safety On, Cnca, La Gabbianella, Eca Global, Brave Movement, Snap, e tantissime altre che trovate nel sito di Justice Iniziative.

    Link utili:

    https://justice-initiative.eu/it/

    https://www.facebook.com/justiceinitiativeitalia

    https://www.instagram.com/justiceinitiative.ita/

  • Manfredonia. “Mi ha toccato nelle parti intime e mi ha chiesto di fare sesso. Chi? Un sacerdote”

    Manfredonia. “Mi ha toccato nelle parti intime e mi ha chiesto di fare sesso. Chi? Un sacerdote”

    Manfredonia – “Non sono un bambino. Oggi ho 30 anni. Ma non c’è età né sesso per questa violenza che, più che fisica, è stata una violenza psicologica. Non ho dormito per quasi un mese e ho effettuato incontri con la psicologa perché ero traumatizzato“.

    E’ il racconto odierno a StatoQuotidiano.it di un ex (…) originario di Manfredonia.

    “Ormai sono anni che ho lasciato Manfredonia e vivo in Inghilterra. Ero rimasto in buonissimi rapporti con tutti i sacerdoti tra cui (nome del sacerdote accusato dal ragazzo,ndr). Proprio con lui ci eravamo sentiti due anni fa e avendo saputo che sarei sceso a Manfredonia per le ferie estive, mi chiese di andarmi a prendere un caffè insieme”.

    Ecco il racconto. “Appena scesi lo chiamai chiedendogli di uscire come si fa tra semplici amici. L’ho incontrato all’Acqua di Cristo e ci siamo seduti a un bar nei pressi della scogliera”.

    “Dopo aver consumato un aperitivo, lui mi invitò a casa sua per una cena. Dopo aver mangiato carne arrostita e bevuto vino rosso (lui ne ha bevuto parecchio, ma non è una giustificazione per quello che ha fatto) mi chiese di fare sesso con lui ed io ero uscito subito fuori il balcone per fumare una sigaretta ma lui mi seguì fuori richiedendomi di fare sesso e ha cominciato a toccarmi e a palparmi le mie parti intime”. “A quel punto me ne andai di corsa spaventato”.

    “La mia domanda è: se al posto mio ci fosse stato un bimbo di 12-13 anni? Credete che abbia potuto avere la stessa mia forza e lo stesso mio coraggio per rifiutarsi ed andare via?”.

    “Non ho denunciato questa situazione, no. Ho contattato solo (nome di un altro sacerdote di Manfredonia, e il ragazzo mostra messaggio e screenshot come prova,ndr) riferendogli quanto accaduto. Purtroppo, io, avendo precedenti penali per fatti avvenuti più di 12 anni fa, ho avuto paura di ritornare in tribunale e magari di non essere creduto dal giudice o da chi di dovere”.

    “Il mio consiglio è per tutti quei bambini indifesi: NON FIDATEVI MAI DI NESSUNO, neanche di un prete e non entrate in casa di nessuno sconosciuto”.

    Ma perché non ha presentato denuncia contro questa persona? “La verità? Non l’ho fatto perché ho avuto paura”.

    A cura di Giuseppe de Filippo

    Manfredonia. “Mi ha toccato nelle parti intime e mi ha chiesto di fare sesso. Chi? Un sacerdote”

  • “Nessuno entri in quella chiesa”: l’appello dei familiari di Elisa Claps dopo la riapertura dell’edificio in cui la ragazza morì e fu sepolta

    “Nessuno entri in quella chiesa”: l’appello dei familiari di Elisa Claps dopo la riapertura dell’edificio in cui la ragazza morì e fu sepolta

    Una croce infilzata di sandali – gli stessi a occhio di bue che indossava Elisa Claps quel 12 settembre del 1993 – il prossimo 12 settembre, partendo dalla Torre Guevara di Potenza attraverserà la città in testa a una marcia simbolica per tornare, dopo 30 anni esatti, nel luogo da cui scomparve la 16enne quella domenica mattina, la Chiesa della Santissima Trinità. La stessa chiesa in cui è stata ritrovata cadavere dopo ben 17 anni, a 15 metri di distanza dall’altare, dove in molti immaginavano fosse.
    La sta assemblando il regista e attore teatrale Ulderico Pesce, con i sandali della comunità potentina e non solo (perché lo sdegno per ciò che è accaduto a partire da quel 12 settembre ha scavalcato i confini lucani) “Per chiedere al Papa – spiega Pesce – che quella chiesa chiuda come luogo di culto, non può venire riaperta per pregare, ci hanno scannato un agnello innocente e ce l’hanno tenuto nascosto per 17 anni. Non solo è stato sede di omicidio brutale: Don Mimì Sabia ha contribuito a creare quello scandalo, va sconsacrata e utilizzata per accogliere donne in pericolo, proprio come Elisa, perché perseguitate dall’ex fidanzato o marito, andranno lì per chiedere aiuto e salvarsi”.

    La targa
    Nella Chiesa in cui Elisa ha trovato la morte per difendersi dal suo stalker e aggressore Danilo Restivo che ora sta pagando con l’ergastolo nel Regno Unito dove si era rifugiato dopo la scomparsa della Claps e dove nel 2002 ha ucciso la sua vicina di casa, la sarta Heather Barnett, è stata ritrovata una targa, accolta con evidente incredulità e sdegno dai potentini come emerge dai commenti sui social, specchio tangibile del sentire comune. Dopo la riapertura, lo scorso il 24 agosto come annunciato e previsto dall’arcivescovo di Potenza Salvatore Ligorio, “in sintonia con Papa Francesco” e affidandosi “all’intercessione del Santo Patrono, San Gerardo Vescovo”, il giorno stesso sempre il regista Ulderico Pesce ha acceso i fari su questa targa mai vista prima perché piazzata lì, nel luogo di sepoltura coatta di Elisa, pochi mesi prima che la ragazza venisse ritrovata nel sottotetto e che la Trinità venisse chiusa e messa sotto sequestro.

    Su quella targa c’è scritto in latino che viene onorato “un grande formatore della disciplina degli adolescenti” per celebrare il parroco che quel giorno, dopo che Elisa scomparve da quella Chiesa, invece di chiamare la Polizia e far partire le ricerche, decise di chiudere tutto, portarsi le chiavi e andarsene alle terme. “Forse la fece piazzare il precedente vescovo Agostino Superbo – scrive ancora Pesce – quello che dichiarò ai magistrati che era a Satriano e che invece le cellule telefoniche intercettarono a Potenza su Ponte Nove. Forse la fece mettere lui lì a lapide. Magari sotto la pressione dei potentini che conservano i vestiti di don Mimi come reliquie. Il vescovo Ligorio, che sta per andare in pensione, povero, ha lavorato tanto, l’avrebbe messa sull’altare. Ha riaperto la chiesa con la lapide per don Mimì senza arrossire”, si legge dal suo post.

    La riapertura
    Nel dialogo tra le parti sulla possibile riapertura si era convenuto “che per i cattolici, al fine di custodire al meglio la memoria di Elisa non c’è modo più appropriato della preghiera”, si legge dalla nota stampa del vescovo Ligorio. Papa Francesco ha scritto a Filomena Iemma, madre di Elisa, per sottolineare questa necessità. E sempre Bergoglio, l’11 luglio da Casa Santa Marta aveva scritto a Ligorio per “ringraziarlo per la sua visita e per la cordialità manifestatami”, a riprova che c’era da tempo una visione comune sul destino della chiesa simbolo della “Potenza bene”. “Nessuno entri in quella chiesa”, dice intanto a FQMagazine uno dei due fratelli di Elisa, Gildo Claps, “Perché quella targa è un ennesimo sfregio alla famiglia e Elisa stessa” così come ritiene “la lettera del Papa di cattivo gusto.

    Gesti che non fanno che aggiungere amarezza, hanno perso l’occasione di sanare una ferita”. Non entrare in quella chiesa “è l’unico segnale coraggioso che può arrivare da una comunità che si sta svegliando dal torpore”, aggiunge Claps. Forse Potenza non è più “città dell’apparenza”, come si intitola anche uno degli episodi della serie podcast uscita nei giorni scorsi di Pablo Trincia, intitolata “Dove nessuno guarda” (disponibile su Spotify) che contiene nuovi risvolti sul caso Claps, sulla figura dell’omicida Danilo Restivo e del Parroco, ribattezzato in città Don Mimì “Sapìa” che in dialetto potentino significa “sapeva”. Così almeno era scritto sui muri della città fino a pochi anni fa.

    Don Mimì
    “Per 15 anni ha detto la messa a 15 metri dal corpo di Elisa e non ha visto nulla. E fanno molti lavori negli anni vicino al corpo di Elisa e non vede niente”, così sempre Ulderico Pesce che a Elisa ha dedicato uno spettacolo teatrale. Chi era don Mimì e cos’ha fatto per attirare su di sé tante critiche, anche dopo la sua morte, senza che gli sia concessa la dose minima di umana pietas riservata ai defunti? Questo è impossibile dirlo con certezza, ci si può solo limitare a un’attenta ricostruzione dei fatti.
    La santissima Trinità era un luogo di culto particolare, in quegli anni era un centro del potere tant’è che lo stesso don Mimì diceva di rispondere direttamente al Vaticano. In quella chiesa, quel giorno, l’ultimo della sua vita, Elisa accettò di incontrare Restivo dopo le sue insistenti richieste, come aveva detto alla sua amica Eliana da cui si distaccò per pochi minuti e come lui stesso ammise. Ma Restivo disse di averla vista poi uscire dalla porta principale.

    Elisa non ha mai lasciato quella chiesa in cui fu assassinata con 19 coltellate per difendersi da un’aggressione sessuale da parte di Danilo che in città era noto come “il parrucchiere” per l’abitudine di tagliare compulsivamente ciocche di capelli alle ragazze che incontrava al cinema, sull’autobus, per strada. Quando era adolescente aveva quasi ucciso un ragazzino di dieci anni con un taglio alla gola, recidendogli quasi l’aorta (fonte: il podcast di Trincia) ma poi tutto era stato coperto, afferma nella serie la cugina del ragazzino che era con lui quel giorno, con una cifra consistente di denaro offerta dalla famiglia ai genitori che purtroppo versavano in serie difficoltà economiche.

    Aveva anche già molestato quattro studentesse e questo però era noto agli inquirenti che si videro strappare via le indagini, trasferite dalla Procura di Potenza a quella di Salerno dopo che il marito del magistrato potentino che le dirigeva, Felicia Genovese, fu accusato da un pentito di aver ricevuto dei soldi, 100 milioni di lire, per deviarle. Poi fu prosciolto ma non erano state comunque indagini risolutive le sue. A Salerno la Procura accertò, dopo il ritrovamento, che c’era il Dna di Restivo sul corpo della ragazza. Ma lui intanto era in Inghilterra dove aveva già brutalmente ucciso un’altra donna innocente. Ciò che sembra ormai certo è che “Restivo non può aver nascosto da solo il cadavere – aveva detto Claps a FQ pochi mesi fa – perché non c’era con i tempi.

    Quel giorno credo abbia lasciato Elisa lì, agonizzante. Dopo, è corso al pronto soccorso per farsi medicare la ferita da taglio alla mano, refertata come una ferita da caduta in base a quanto lui stesso dichiarò, poco verosimilmente. È scappato via dalla Chiesa prima delle 12,30, quando avrebbe poi incrociato le persone che sarebbero entrate per la messa. Il corpo di mia sorella è stato trascinato nel punto più lontano del sottotetto e ricoperto di materiale di risulta. In base alle perizie, emerse che fu fatto un foro nel tetto per fare uscire i miasmi del cadavere. Qualcuno è andato lì per sistemare tutto. Restivo ha goduto di tanta complicità e questo porta ancora tanta amarezza alla mia famiglia”.

    Il sottotetto
    Il primo istinto della famiglia quella stessa domenica fu di far riaprire la chiesa: la navata, l’altare. C’era una porta che andava verso l’alto, fu chiesto di aprirla dai familiari ma dissero che le chiavi erano nella disponibilità esclusiva del Parroco, Domenico “don Mimì” Sabia, che era partito all’improvviso per tre giorni alle terme. Non è mai stato fatto un sopralluogo in quella chiesa, mai un’ispezione accurata, “nonostante un ispettore di polizia avesse avuto una soffiata da un confidente che gli disse che il corpo di Elisa era lì. Fino alla morte di don Mimì, quella porta è stata invalicabile”, ci aveva detto Gildo Claps.

    Le iniziative
    Oltre alla marcia del 12 settembre, il 4 settembre il presidio Libera di Potenza organizza un ascolto del podcast di Trincia nella sala convegni del Cestrim, in una sorta di avvicinamento al percorso del 12, ai “cento passi che dividono la casa di Elisa dalla Chiesa in cui la ragazza trovò la morte 30 anni fa. E dal 12 settembre sarà disponibile il libro di Maria Grazia Zaccagnino, “Io sono Elisa Claps” che raccoglie pagine dai diari della ragazza, per affermare simbolicamente il ‘ritorno’ di Elisa proprio in occasione dell’anniversario della sua scomparsa. Quel giorno a Potenza ci sarà la prima presentazione del libro in un luogo ancora da definire. “Leggendo i diari, ho scoperto un’altra Elisa – ha affermato Gildo a FQ – non sapevo fosse una ragazza così tanto profonda”.

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2023/09/02/nessuno-entri-in-quella-chiesa-lappello-dei-familiari-di-elisa-claps-dopo-la-riapertura-delledificio-in-cui-la-ragazza-mori-e-fu-sepolta/7278542/

  • Papa Francesco e l’Opus Dei

    Papa Francesco e l’Opus Dei

    Il 15 agosto un’importante rivista cattolica statunitense, Crisis Magazine, ha pubblicato un articolo intitolato: «Cos’ha il papa contro l’Opus Dei?». Con la riforma della curia romana del marzo 2022, con la lettera apostolica motu proprio, cioè una specie di decreto papale, intitolata Ad charisma tuendum di qualche mese dopo e con un nuovo motu proprio dello scorso 8 agosto, il papa ha modificato il quadro giuridico che regola le prelature personali, ovvero quelle istituzioni religiose che all’interno della Chiesa cattolica hanno un’ampia autonomia. Poiché l’Opus Dei è l’unica prelatura personale, i provvedimenti del papa riguardano direttamente l’Opus Dei: di fatto, ne limitano l’indipendenza e ne circoscrivono il potere, facendo perdere all’organizzazione lo status esclusivo ed eccezionale di cui fino ad ora aveva goduto.

    L’Opus Dei, in breve
    La Prelatura della Santa Croce e Opus Dei, più conosciuta nella forma abbreviata Opus Dei (che letteralmente significa “Opera di Dio”) o come Opera, è una delle organizzazioni più influenti e conservatrici della Chiesa cattolica. Venne fondata nel 1928 in Spagna dal sacerdote Jose María Escrivá de Balaguer. La dottrina dell’Opus Dei si basa in maniera piuttosto netta sui concetti di gerarchia, autorità e famiglia, oltre che sull’essere «santi in mezzo al mondo» e sull’onorare Dio tramite gli sforzi nel proprio lavoro quotidiano.

    L’Opus Dei, secondo quanto consentito da un decreto del Concilio Vaticano II, ricevette lo status di prelatura personale nel 1982 da papa Giovanni Paolo II. La prelatura personale è una struttura istituzionale e gerarchica simile a una diocesi, una circoscrizione territoriale posta normalmente sotto la giurisdizione di un vescovo. Ma a differenza della diocesi, la prelatura personale non è delimitata da un territorio e possono dunque aderirvi persone da tutto il mondo che appartengono a varie diocesi. Trasformando in prelatura personale l’Opus Dei, spiega il sito Adista, papa Wojtyla «aveva dunque svincolato il movimento da qualsiasi legame con i vescovi delle diocesi dove operava, rendendolo direttamente dipendente dal papa e concedendo al prelato a capo dell’Opera il titolo di vescovo e prerogative proprie di chi guida una circoscrizione ecclesiastica». Nessun’altra istituzione dentro la Chiesa aveva questo privilegio, al quale, nel 1982, molti vescovi si opposero.

    Chiunque aderisca all’Opus Dei dipende dal prelato per tutto ciò che riguarda direttamente la sua vita spirituale e sociale. E al prelato, che non è sottomesso al potere di alcun vescovo e che è anzi lui stesso un vescovo, sono riconosciuti alcuni poteri: ha potestà propria, ha giurisdizione sui sacerdoti incardinati nella prelatura e sui laici che ne fanno parte. La prelatura è dunque definita “personale” perché il “popolo” che ne fa parte è circoscritto mediante un legame personale al prelato, anziché attraverso un criterio di territorialità.

    In questa istituzione possono essere incardinati i chierici (possono cioè essere assegnati alla prelatura dei sacerdoti e dei diaconi) e hanno un ruolo fondamentale i laici, che possono collaborare anche in modo significativo all’interno degli organi di governo. I membri laici dell’Opus Dei sono divisi in varie categorie: ci sono i numerari, donne e uomini che sono laureati e vivono all’interno delle strutture del gruppo anche se hanno lavori normali; ci sono le numerarie ausiliari, che dedicano la propria attività alla cura dei centri dell’Opus Dei, cioè fanno le domestiche e vivono nei centri dell’organizzazione; e ci sono infine gli aggregati e i soprannumerari, uomini e donne che vivono con le loro famiglie. Numerari, uomini e donne, numerarie ausiliari, aggregati e aggregate «vivono il celibato come dono di Dio e per motivi apostolici», dice l’Opus Dei.

    Quando il fondatore Jose María Escrivá de Balaguer morì nel 1975, al suo posto fu eletto il suo più stretto collaboratore, lo spagnolo Álvaro del Portillo, che dopo la concessione di prelatura personale all’organizzazione, nel 1982, venne nominato prelato, e nel 1991 venne consacrato anche vescovo. Alla sua morte, nel 1994, Giovanni Paolo II nominò prelato lo spagnolo Javier Echevarría Rodríguez, anch’egli tra i più stretti collaboratori di Escrivá de Balaguer, e nel 1995 lo consacrò vescovo. Dal 2017 il prelato dell’Opus Dei è Fernando Ocáriz, che però papa Francesco non ha nominato vescovo.

    Dalla Spagna l’Opus Dei si è progressivamente diffusa soprattutto in Europa e in America ed è oggi presente in almeno 68 paesi: è composta da circa 93.600 membri laici (57 per cento donne e 43 per cento uomini) e da 2.095 sacerdoti, secondo i dati della stessa prelatura, impossibili però da verificare.

    Una multinazionale religiosa 
    L’Opus Dei è stata definita dal País una «multinazionale religiosa». Tra le numerosissime opere che dirige e promuove direttamente o tramite i suoi membri ci sono chiese, centri pastorali, mense, istituzioni educative e di formazione professionale, tra cui la IESE spagnola, considerata una delle migliori facoltà economiche d’Europa, la Pontificia Università della Santa Croce o l’Università Campus Bio-Medico di Roma. Queste scuole «hanno reso l’Opus Dei una fucina di talenti che sono andati a occupare posizioni di potere», ha scritto in un articolo di qualche tempo fa il New York Times.

    Fin dai suoi primi anni l’Opus Dei ha attirato su di sé molte critiche e sospetti. Anzitutto per la sua vicinanza al regime spagnolo di Francisco Franco («Ci hanno fatti ministri», fu la famosa frase attribuita a Escrivá de Balaguer quando apprese che alcuni dei suoi erano stati scelti come ministri del dittatore spagnolo). E poi per l’influenza dell’organizzazione che si estende ad ambiti che vanno ben oltre le sue chiese. L’Opus Dei, ha scritto il País, «è una delle istituzioni ecclesiastiche più conservatrici, opache e ricche della Chiesa»: è spesso stata definita una setta, una lobby o una «massoneria bianca».

    “Leggi anche: Che cos’è la massoneria “

    Il patrimonio e i dati economici dell’Opus Dei sono difficili da calcolare e quantificare  proprio perché la sua struttura è completamente decentralizzata e perché la maggior parte delle scuole, delle università, degli ospedali o degli immobili è intestata a fondazioni o a società presiedute o dirette da suoi membri. Nel 2005 John L. Allen, vaticanista della rivista National Catholic Reporter, aveva comunque calcolato che il patrimonio totale dell’Opus Dei ammontasse a circa 2.800 milioni di dollari (circa 2.590 milioni di euro).

    Uno dei momenti più contestati nella storia dell’istituzione fu la beatificazione di Escrivá de Balaguer, avvenuta nel 1992, e poi la sua canonizzazione del 2002 voluta da Giovanni Paolo II, avvenuta attraverso un procedimento che era stato definito da molti insolitamente rapido. La teologa, giornalista e scrittrice Adriana Zarri, morta nel 2010 e spesso vicina alle istanze del femminismo, scrisse ad esempio:

    «Si sta avvicinando la data in cui il beato Escrivà de Balaguer (il discusso fondatore della più discussa Opus Dei) verrà proclamato santo. Di questo papa è stato detto che soffre di una incontinenza canonizzatrice: definizione invero impertinente ma ben giustificata. In effetti il numero dei beati e di santi proclamati da papa Wojtyla supera il numero delle canonizzazioni decretate da tutti i suoi predecessori messi insieme: un fatto anomalo, nella storia della chiesa, e non certo positivo, anche perché la quantità è spesso a discapito della qualità».

    Ricordando l’amicizia di Escrivà de Balaguer con il governo del dittatore Franco, Zarri scrisse anche che l’Opus Dei aveva sempre sostenuto e continuava a sostenere «i regimi di destra contro gli interessi del popolo e dei poveri».

    Nel tempo molte critiche all’Opus Dei sono arrivate anche da persone che ne avevano fatto parte.

    Una delle più celebri è contenuta nel libro Tras el umbral: una vida en el Opus Dei pubblicato nel 1992 e tradotto in italiano con Oltre la soglia. Una vita nell’Opus Dei. Un viaggio nel fanatismo. È stato scritto da Maria del Carmen Tapia, che era entrata nell’Opus Dei nel 1948 ricoprendo ruoli dirigenziali. Aveva conosciuto molto bene il fondatore ed era uscita dall’organizzazione nel 1966.

    Nel libro, a partire dalla propria esperienza personale, Maria del Carmen Tapia denunciava il sistema chiuso dell’Opus Dei, l’obbedienza a ogni costo, la pratica della delazione e dell’indottrinamento, i gravi sacrifici economici richiesti ai suoi membri, l’umiliazione, la mortificazione e la disistima esaltate come mezzo di santificazione, la strumentalizzazione delle amicizie per scopi apostolici o proselitistici, la repressione della sessualità e, in generale, il controllo e l’esercizio di autorità su ogni sfera della vita dei membri:

    «La casa di Roma è una sorta di fortezza medievale a cominciare dalla porta principale che è blindata e non ha serratura esterna, aprendosi unicamente dall’interno. Per aprirla bisogna dare cinque mandate e la chiave deve essere annessa alla cintola della persona incaricata della portineria. Chi vuole uscire deve suonare un campanello posto accanto alla porta e attendere che la portinaia venga ad aprirgli. Quando qualcuno suona per entrare ad aprire vanno due persone. L’accompagnatrice rimane indietro di un passo e la portinaia apre. Quello che voglio sottolineare è che nessuno, assolutamente nessuno, a Roma, può aprire direttamente una porta e uscire sulla strada».

    Nel suo libro Maria del Carmen Tapia aveva parlato di microfoni piazzati in diversi punti della sede dell’Opus Dei a Roma, tutti collegati con la stanza del fondatore, e di armadi con documenti segreti in cui si prescriveva di tenere della benzina per poter bruciare le carte in caso di emergenza. Aveva raccontato inoltre di quello che era successo dopo che lei aveva preso le distanze dalle posizioni dell’Opus Dei, tra le altre cose venendo rinchiusa in una stanza senza possibilità di contatti con l’esterno: «Ero talmente terrorizzata che mi venne un tremito continuo. Avevo paura che mi chiudessero in manicomio, come avevano fatto con altre persone». Maria del Carmen Tapia riuscì ad andarsene grazie all’intervento di un amico:

    «Mi dissero di recarmi nella sala delle riunioni. Monsignor Escrivà cominciò a camminare su e giù agitato, rosso, furioso, dicendomi: “non parlare con nessuno né dell’Opus Dei né di Roma perché se vengo a sapere che parli male dell’Opus, io Josè Maria Escrivà de Balaguer, che ho in mano la stampa mondiale, ti disonoro pubblicamente”. E guardandomi negli occhi con una furia spaventosa, agitando le braccia, come se volesse picchiarmi, urlò: “puttana porca”»

    Quella di Maria del Carmen Tapia non è l’unica testimonianza di come sia stato molto difficile restare e poi uscire dall’organizzazione: «La via d’uscita che alcuni scelgono è sempre più complessa e traumatica. E molte volte hanno bisogno di aiuto psicologico», ha raccontato ad esempio Antonio Moya Somolinos, un ex numerario che ha trascorso più di quarant’anni nell’organizzazione e che oggi guida il più grande fronte critico dell’Opera.

    Nel 2021, in Argentina, 43 numerarie ausiliari denunciarono la prelatura dell’Opus Dei davanti al Vaticano e alla Congregazione per la Dottrina della Fede per abusi di potere e di coscienza con sottomissione delle vittime a situazioni di sfruttamento personale. Altri membri ancora hanno parlato di «lavaggi del cervello», di pratiche autopunitive o del fatto che erano stati obbligati a cedere i propri beni all’organizzazione, a devolvere lo stipendio e a fare testamento in suo favore. Sul País un responsabile della comunicazione dell’Opus Dei ha detto che queste cessioni sono sempre volontarie, ma ex membri che vivevano nei centri dell’Opus Dei hanno testimoniato che si tratta invece di una prassi, particolarmente problematica nel caso delle categorie di laici e laiche che vivono nei centri e delle numerarie ausiliari: se riescono a uscire dall’organizzazione si ritrovano senza nulla.

    Poche settimane fa un gruppo di ex membri guidati da Antonio Moya Somolinos ha presentato alla Santa Sede una denuncia per frode normativa e abuso di potere contro l’Opus Dei chiedendone la soppressione nella sua forma attuale. L’accusa è che l’organizzazione, come un’associazione segreta, si basi su una serie di regole vincolanti per chi ne fa parte, che sono state tenute nascoste alla Santa Sede e che prevedono pratiche che violano sistematicamente la coscienza dei membri «attraverso abusi di potere, di coscienza e spirituali».

    Il papa gesuita e l’Opus Dei
    La critica più diretta all’Opus Dei venne fatta fin dai suoi primi anni di vita dall’allora Superiore Generale dei gesuiti Wlodimir Ledóchowski, che definì l’organizzazione una specie di «massoneria cristiana» e un «pericolo per la Chiesa di Spagna».

    All’interno della Chiesa è piuttosto nota la storica rivalità tra gesuiti e Opus Dei, entrambi di origine spagnola, e semplificando portatori di due visioni differenti del mondo e della Chiesa. Dopo il Concilio Vaticano II, ha spiegato lo storico del cristianesimo Massimo Faggioli, l’Opus Dei è diventato il simbolo «del mantenimento dello status quo politico, economico e sociale dominato da un certo tipo di élite», mentre i gesuiti, soprattutto in Sud America, sono diventati il simbolo della lotta «per una Chiesa di popolo, per la giustizia sociale». Papa Francesco proviene dall’ordine dei gesuiti.

    Nel 2017 il papa non ha ordinato vescovo il nuovo prelato dell’Opus Dei, Fernando Ocáriz, dando un segnale di discontinuità con i pontificati precedenti. Nel marzo del 2022 con l’atto Praedicate evangelium che riformava la curia romana (il complesso di organi e autorità che costituiscono l’apparato amministrativo della Santa Sede), poi con il motu proprio Ad charisma tuendum e con quello dello scorso 8 agosto, il papa ha infine ridimensionato l’autonomia e il potere dell’Opus Dei. Ha modificato la specificità giuridica della prelatura personale ponendola al livello di altri istituti interni alla Chiesa, e ha riformulato il suo rapporto con il Vaticano spostandola dalle dipendenze della Congregazione per i Vescovi al Dicastero per il clero, l’organismo che vigila sui sacerdoti nel mondo.

    Sarà a questo dicastero, e non più direttamente al papa, che il prelato dovrà riferire «sullo stato della prelatura e sullo svolgimento del suo lavoro apostolico», dando dunque ogni anno e non più ogni cinque anni spiegazioni sulla gestione dei suoi centri educativi, ad esempio, o sul modo in cui forma i propri sacerdoti o risponde alle accuse degli ex membri.

    Il papa ha poi deciso che il prelato dell’Opus Dei non possa diventare vescovo e che non possa dunque ordinare altri sacerdoti. E per quanto riguarda la partecipazione dei fedeli all’istituzione, l’Opus Dei sarà più controllato. I laici che vi appartengono potranno continuare a dedicarsi alla prelatura personale, ma ricordando che i fedeli laici hanno un proprio parroco e un proprio vescovo a seconda dell’indirizzo in cui risiedono, il papa ha stabilito che «il modo di questa organica cooperazione ed i principali doveri e diritti ad essa connessi saranno opportunamente determinati».

    Su Repubblica don Giancarlo Rocca, esperto di storia e diritto canonico, ha detto che con queste riforme l’Opus Dei sarà «privato dei laici, che costituivano la sua forza», i quali non potranno più essere considerati dei «membri» che si riferivano a un loro vescovo, il prelato: saranno soggetti alla giurisdizione del proprio parroco o del proprio vescovo locale.

    L’affermazione dell’autorità del vescovo locale ha già avuto delle conseguenze concrete. Dal primo settembre il santuario di Torreciudad, in Spagna, che era stato costruito negli anni Sessanta per volontà del fondatore dell’Opus Dei e che era gestito da sacerdoti dell’Opera, sarà amministrato da un prete nominato dal vescovo locale.

    Le decisioni del papa sull’Opus Dei sono state interpretate in diversi modi. Sono state criticate dagli ambienti cattolici più ostili all’attuale pontificato e più conservatori che hanno parlato di una volontà accentratrice del papa. Crisis Magazine ha fatto riferimento ad esempio a «un’offensiva canonica» del papa contro l’Opus Dei e ha spiegato come questo papa non si sia dimostrato affatto «timido riguardo al suo potere sia di legiferare che di imporre l’obbedienza»: «Sta usando il potere istituzionale per imporre la sua visione carismatica».

    “Leggi anche: Chi sono i Gesuiti “

    Altri hanno visto i provvedimenti del papa come una continuazione della storica rivalità tra gesuiti e Opus Dei e tra le loro rispettive e divergenti visioni della Chiesa. Giovanni Maria Vian, storico e ex direttore dell’Osservatore Romano, il quotidiano della Santa Sede, ha detto che la tensione tra gesuiti e Opus Dei potrebbe aver avuto un ruolo nelle decisioni del papa («anche se sarebbe completamente sbagliato pensare che tutti i gesuiti siano progressisti, o che tutti i membri dell’Opus Dei siano conservatori, nonostante questo sia effettivamente il loro tratto identitario»).

    Per Vian, le modifiche giuridiche all’Opus Dei sono un «tentativo di controllo» e di «normalizzazione canonica e di potere» che il papa ha fatto intervenendo nella vita anche di altri movimenti, come Comunione e Liberazione, o di altri ordini religiosi in conventi e monasteri.

    Alfonso Botti, storico, ispanista e professore ordinario di Storia contemporanea all’Università di Modena e Reggio Emilia, vede nel provvedimento del papa «il riverbero della linea caratterizzante l’attuale pontificato» contro il clericalismo che, come ribadito dal papa in una lettera al clero romano del 5 agosto scorso, può essere alimentato «vivendo la propria chiamata in modo elitario, chiudendosi nel proprio gruppo ed erigendo muri verso l’esterno, sviluppando legami possessivi nei confronti dei ruoli nella comunità, coltivando atteggiamenti boriosi e arroganti verso gli altri». Per Alfonso Botti, dunque, i provvedimenti del papa sono «un ammonimento» a tutti quei movimenti e gruppi che sono stati particolarmente sostenuti da Giovanni Paolo II, «promotore di un cattolicesimo identitario e trionfale poco compatibile con la Chiesa ‘ospedale da campo’ e punto di riferimento dell’umanità spaesata, del papa argentino».

    – Leggi anche: L’inchiesta di una tv polacca su papa Giovanni Paolo II

    Nel frattempo, il prelato dell’Opus Dei Fernando Ocáriz ha commentato le disposizioni del papa assicurando che l’Opus Dei le accoglierà «con sincera obbedienza filiale», chiedendo anche ai membri dell’Opera «di rimanere, anche in questo, tutti molto uniti».

    https://www.ilpost.it/2023/09/01/papa-francesco-opus-dei

  • Giornalista querelata, solidarieta’ di Fnsi e Assostampa

    Giornalista querelata, solidarieta’ di Fnsi e Assostampa

    (AGI) – Palermo, 30 ago. -La Fnsi e l’Associazione siciliana della stampa esprimono solidarieta’ alla giornalista ennese Pierelisa Rizzo dopo la nuova querela ricevuta dal sacerdote don Giuseppe Rugolo attualmente a giudizio per violenza sessuale su minori.

    I legali del sacerdote hanno chiesto il sequestro dei supporti informatici e dei cellulari della giornalista dell’Ansa.

    Su una precedente querela si era espressa la Cassazione dando ragione alla cronista. La Procura aveva chiesto l’archiviazione ma la difesa del sacerdote ha presentato opposizione. Nella nuova querela si contesta il resoconto
    giornalistico di un’udienza dove era stato visionato un video in cui comparirebbe il religioso con un giovane.

    Il sindacato unitario dei giornalisti (AGI) – si legge in una nota – ritiene, ancora una volta, inaccettabile la richiesta di sequestro degli strumenti informatici e telematici fondamentali per il lavoro giornalistico e resta vigile su ogni tentativo di spegnere il diritto di cronaca ricorrendo anche alle querele temerarie.

    Fab 301614 AGO 23

  • Processo Rugolo, dai pulpiti delle chiese la condanna è solo per la stampa

    Processo Rugolo, dai pulpiti delle chiese la condanna è solo per la stampa

    Piazza Armerina. Pulpiti trasformati in tribune, non più strumenti per la diffusione della Parola di Dio ma megafoni per diffondere arringhe difensive e “smontare” tesi non gradite.

    Succede da qualche settimana in diverse parrocchie della Diocesi di Piazza Armerina dove, il più delle volte prima della benedizione finale, dall’altare alcuni parroci si sono lanciati in difese accorate del Vescovo Rosario Gisana ed in tentativi di delegittimazione del lavoro dei giornalisti che si stanno occupando del processo Rugolo, il sacerdote di Enna a processo per “violenza sessuale aggravata a danno di minori”.

    Chi in questi mesi ha raccontato le varie fasi del processo sarebbe, secondo una parte del clero diocesano, colpevole di diffondere “notizie di seconda mano” o di “decontestualizzare” frasi o avvenimenti.

    Come se bastasse un processo a porte chiuse ad impedire ai giornalisti di parlare con i soggetti coinvolti o studiare gli atti processuali per poi riportarne fedelmente il contenuto.

    Il copione è più o meno lo stesso, negli ultimi mesi in alcune parrocchie della Diocesi, al termine della celebrazione il consueto “Ite, Missa Est” si trasforma in un “Memento” per la comunità. “Ricordate che il Vescovo non risulta indagato” recitano dal pulpito all’unisono i sacerdoti, e ancora: “non credete a quello che leggete sui giornali” fino al più scontato “aspettiamo la sentenza prima di giudicare”.

    E non solo. Solo nel caso più recente, accaduto la scorsa settimana, in una delle parrocchie della Diocesi, nel corso di un’omelia, il parroco avrebbe fatto un iperbolico parallelo tra la vicenda dell’aggressione via web alla madre di uno dei presunti stupratori di Palermo e i giornalisti, esortando i fedeli ad avere lo stesso rigore morale contro chi scrive falsità sul vescovo Gisana.

    Un’azione di propaganda, bella e buona, ma estremamente pericolosa perchè, anche se in maniera involontaria, espone chi, con professionalità si occupa della vicenda, ad una campagna denigratoria e di odio.

    A fronte di questo, nessuna parola, neppure di vicinanza cristiana, è stata spesa per le vittime. Nel frattempo il luogo della Parola diventa palco per la propaganda, un pulpito da dove lanciare strali contro chi racconta verità diverse da quelle “gradite” e magari intimidirlo, reclamandone il silenzio.

    Jerry Italia – Pierelisa Rizzo

    https://www.quotidianodigela.it/processo-rugolo-dai-pulpiti-delle-chiese-la-condanna-e-solo-per-la-stampa/

  • Processo a un prete, cronista davanti al gup. L’intervento dell’Ordine

    Processo a un prete, cronista davanti al gup. L’intervento dell’Ordine

    La Procura di Enna chiede l’archiviazione per la giornalista Pierelisa Rizzo, la cronista denunciata da Giuseppe Rugolo, il sacerdote a processo per “violenza sessuale aggravata a danno di minori”, ma i legali del prelato presentano opposizione e il gup fissa l’udienza camerale il prossimo 21 marzo. L’Ordine dei giornalisti Sicilia e l’Associazione della stampa siciliana esprimono solidarietà alla giornalista e valutano azioni congiunte di supporto.

    La vicenda prende l’avvio dalla pubblicazione di alcune chat a sfondo sessuale, contenute nella prima ordinanza, tra il sacerdote e alcuni giovani. Dopo la denuncia di Rugolo per diffamazione e diffusione di atti processuali, i legali del sacerdote hanno chiesto l’oscuramento del post e il sequestro di tutti i supporti informatici della Rizzo. Il gip di Enna, Michele Martino Ravelli, ha accolto in parte la richiesta e ha deciso solo per l’oscuramento del post che però non è mai stato oscurato per decisione della Cassazione dopo il ricorso della Procura. Lo scorso giugno il pm Stefania Leonte ha chiesto l’archiviazione, forte anche della pronuncia della Cassazione. Lo scorso luglio, però, i legali di Rugolo hanno depositato una richiesta di opposizione e il gup l’udienza camerale per la decisione finale sul rinvio a giudizio della giornalista.

    Una vicenda simile a quella di Enna si svolge a Savona, dove Rugolo ha denunciato il presidente di Rete l’Abuso, l’associazione che si occupa di sopravvissuti a violenze clericali, Francesco Zanardi, per diffamazione. Anche lì la Procura di Savona aveva chiesto l’archiviazione, ma i legali del sacerdote hanno fatto opposizione e il gup ha fissato l’udienza per il prossimo 4 ottobre.

    «Per i legali di Rugolo, e per quelli che rappresentano i responsabili civili al processo, il vero problema è che le notizie non escano dall’aula di Tribunale dove si sta svolgendo, ormai da due anni, il processo a porte chiuse – dice Pierelisa Rizzo, che è assistita dagli avvocati Eleanna Parasiliti Molica del foro di Enna e da Giovanni Di Giovanni, del foro di Caltanissetta – ma le querele temerarie non possono e non devono fermare la stampa che ha il dovere di continuare a raccontare un fatto di tale rilevanza sociale. Il processo a porte chiuse mi impedisce di entrare in aula, ma non di raccontare quello che succede nel procedimento che ho seguito, da sola, per oltre cento ore».

    «Si tratta di un altro caso di querela temeraria – secondo Roberto Gueli, presidente dell’Ordine dei giornalisti Sicilia – che non tocca solo la collega Pierelisa Rizzo, ma tutta la categoria. Ci adopereremo nelle sedi opportune per fornire alla collega il supporto necessario, in una battaglia giudiziaria in cui un cronista non può essere lasciato da solo».

    https://www.odgsicilia.it/processo-a-un-prete-cronista-davanti-al-gup-lintervento-dellordine-n-416.html