Osservatorio della Rete L'ABUSO

Categoria: Cronaca e News

  • Accusati di stupro di gruppo, tutti assolti: “Hanno errato sul consenso”. Rabbia delle donne: “Sentenza aberrante”

    Accusati di stupro di gruppo, tutti assolti: “Hanno errato sul consenso”. Rabbia delle donne: “Sentenza aberrante”

    Avrebbero in sostanza frainteso. E dunque, anche se tale fraintendimento “non cancella l’esistenza oggettiva di una condotta di violenza sessuale”, che dunque c’è stata, di fatto “impedisce di ritenere penalmente rilevante la loro condotta”.

    Così si legge nelle motivazioni della sentenza con la quale il giudice del tribunale di Firenze nel marzo scorso, oltre quattro anni dopo i fatti, che avvennero a settembre 2018, ha assolto al termine del rito abbreviato due ragazzi appena maggiorenni accusati di stupro di gruppo (di un terzo ‘partecipante’, minorenne, si è occupato il tribunale minorile).

    La sentenza è uscita a marzo ma le motivazioni, riportate ieri da Il Tirreno di Firenze e riprese poi da tutti i principali quotidiani e agenzie di stampa, solo nei giorni scorsi. I fatti si sono svolti in una festa a cui parteciparono una decina di persone, nei pressi di Rufina. Alcol e ‘fumo’ in abbondanza.

    La ragazza, appena maggiorenne, avrebbe assunto alcol e sarebbe stata in una condizione psicofisica molto precaria, non in grado di esprimere un consenso. Questo non avrebbe impedito ai tre di cercare in tutti i modi rapporti sessuali con lei, che ha denunciato di avere più volte detto ai ragazzi si smetterla.

    Nelle motivazioni si parla “in capo agli imputati”, cioè dei due ragazzi, di “falsa convinzione della libera disponibilità della ragazza a qualsiasi tipo di rapporto”. Sempre nelle motivazioni, riportate dal Tirreno, si legge che “la ragazza era in uno stato di alterazione più o meno accentuato e non appariva in grado di esprimere un valido consenso a un rapporto plurimo”.

    Si dice inoltre che i ragazzi avrebbero continuano a farla bere perché “probabilmente l’intenzione degli imputati era di facilitare la perdita di eventuali freni inibitori della ragazza”.

    Sono stati “accertati”, nelle parole del giudice che ha assolto i giovani, come riportate oggi da Repubblica Firenze, “atti sessuali non pienamente voluti”. Si legge poi di “non piena credibilità” e “scarsa attendibilità” delle dichiarazioni della ragazza, che in passato avrebbe avuto un rapporto sessuale filmato con uno dei due giovani, fatto che non può però in alcun modo – almeno non dovrebbe -, sminuire la volontà di opporsi ad un successivo rapporto sessuale.

    Nelle motivazioni si dice anche che la percezione sbagliata sulla volontà della ragazza “non cancella l’esistenza oggettiva di una condotta di violenza sessuale”, che dunque c’è stata, ma “impedisce di ritenere penalmente rilevante la loro condotta”.

    Si sottolinea inoltre nelle motivazioni come i due imputati siano “condizionati da un’inammissibile concezione pornografica delle loro relazioni con il genere femminile, forse derivante di un deficit educativo e comunque frutto di una concezione assai distorta del sesso”. Alla fine, sono comunque stati assolti. Sdegno e rabbia sono seguite alla pubblicazione delle motivazioni della sentenza.

    “Sentenza aberrante”

    “Inutile stupirci ogni volta per sentenze di questo genere: serve a poco. Pensiamo piuttosto a concordare quali iniziative intraprendere, anche sul piano della formazione degli operatori del diritto, per non assistere più ad aberrazioni di questo tipo”. Così all’AdnKronos Daniela Carlà, promotrice dell’Associazione Noi Rete Donne, commentando la sentenza del Tribunale di Firenze che ha assolto due ragazzi dall’accusa di violenza sessuale nei confronti di una 18enne per “errata percezione del consenso”.

    “Quando parliamo di strumenti per rimuovere la violenza è necessario partire dalla consapevolezza che questa violenza fonda le sue radici in una cultura patriarcale. Tale cultura – prosegue Carlà – non vede la necessità che siano le donne a scegliere per la propria vita e per la propria libertà sessuale, ma sia la società. L’unica risposta possibile in questo caso è portare avanti un’attività condivisa di informazione costante sul tema. Per quanto riguarda questa sentenza, mi rendo anche conto che dal punto di vista del diritto penale si debbano valutare i singoli casi con molta attenzione, soprattutto perché sono i singoli casi a fare la collettività”.

    “Un ‘no’ è un ‘no’”

    “Il tema del consenso è centrale: una ragazza o una donna può revocarlo in qualsiasi momento, anche dopo un approccio iniziale con il suo partner”. Che si tratti di un uomo maturo o di un giovane, poco cambia: “la volontà della donna va rispettata a prescindere, un ‘no’ è sempre un ‘no’ altrimenti è stupro”. Così, sempre all’agenzia di stampa Adnkronos Salute, Rolando Paterniti, coordinatore scientifico del Master Psicopatologia forense e Criminologia dell’Università degli Studi di Firenze, commentando la sentenza.

    “Violenza riconosciuta ma giustificata”

    “Quello che ci colpisce e ci fa infuriare di questa sentenza, è che nonostante venga riconosciuto l’atto di violenza lo si giustifichi spostando sulla ragazza, la vittima, la responsabilità di non aver dissentito abbastanza”. Commenta così, ancora all’Adnkronos, Elisa Ercoli, presidente dell’associazione Differenza Donna.

    “In realtà – prosegue Ercoli – sembra che questo dissenso ci sia stato e quindi ci viene da pensare che ai due ragazzi venga riconosciuta una maggiore credibilità rispetto alla vittima. Insomma, potremmo dire che in questa sentenza sono racchiusi gli stereotipi che noi, tramite la formazione, dobbiamo superare. Del resto, già riconoscere che questi ragazzi abbiano ‘una distorta percezione della sessualità e della relazione con le donne’ è la premessa di un comportamento violento e quindi è assolutamente anche poco coerente nella dinamica della sentenza”.

    “Non si può rimanere in silenzio”

    “Abbiamo appreso dalla stampa le motivazioni della sentenza, le sentenze non si commentano si usava dire, ma stavolta non si può rimanere in silenzio, siamo colpite profondamente. La vicenda conferma purtroppo, e non ne avevamo bisogno, a danno di un’altra donna, la insufficiente attenzione e specializzazione, relativamente a tutti i gradi del processo, sulla violenza di genere ed in particolare sulla violenza sessuale”, scrive invece in una nota la Cgil Toscana e fiorentina, chiedento di “dare corso con forza e tempestività alle linee di indirizzo del Csm che non ha mancato di confermare «la valenza irrinunciabile della specializzazione degli uffici» – requirenti e giudicanti – che trattano i procedimenti relativi ai reati di violenza di genere. Servono specializzazione e formazione della magistratura inquirente e giudicante sui reati di violenza di genere ed in particolare violenza sessuale”.

    https://www.firenzetoday.it/cronaca/accusati-stupro-assolti-errato-consenso-rabbia-donne-sentenza-aberrante.html

  • Educatore 52enne di Comunione e liberazione arrestato per violenza sessuale su una ragazza di 14 anni: abusi anche durante un ritiro

    Educatore 52enne di Comunione e liberazione arrestato per violenza sessuale su una ragazza di 14 anni: abusi anche durante un ritiro

    Un educatore 52enne di Comunione e liberazione è stato arrestato per violenza sessuale su una ragazza di 14 anni. L’uomo è responsabile provinciale di Gioventù Studentesca “Don Giussani” a Reggio Emilia e, secondo quanto riferito dal Corriere della sera, è un professore delle scuole superiori. A firmare l’ordinanza di custodia cautelare in carcere è stato il gip del Tribunale di Rimini, Vinicio Cantarini: la violenza denunciata risale infatti a un ritiro spirituale avvenuto ad aprile scorso nella città romagnola e in preparazione alla Pasqua. L’uomo, riferisce il Corriere, è accusato di aver abusato più volte della giovane: la ragazzina, al rientro dal ritiro, ha raccontato ai genitori di aver avuto un rapporto sessuale non protetto con l’educatore. Sono poi emersi altri episodi a Reggio Emilia, durante i quali ci sono state altre violenze: l’uomo prima di riaccompagnare a casa la ragazza dopo i momenti di preghiera, approfittava di lei in macchina. Secondo la Stampa, a scoprire tutto è stata la mamma dopo aver letto i messaggi sul cellulare tra i due. Per il momento non risultano altre vittime, ma le indagini sono in corso.

    I carabinieri di Rimini e Castelnuovo monti (Re) gli hanno notificato l’ordinanza questa mattina, mentre si trovava a casa dei genitori a a Caorle, Venezia. Gioventù Studentesca è il ramo giovanile del movimento cattolico Comunione e Liberazione, il cui meeting è previsto proprio a Rimini tra il 20 e il 25 agosto. L’organizzazione ha diffuso una nota in cui esprime “dispiacere e costernazione per quanto emerge dall’indagine in corso da parte della magistratura a carico di una persona coinvolta nell’attività educativa del movimento”. I vertici di Cl hanno inoltre fatto sapere che l’uomo “è già stato sospeso”. “In ottemperanza alla normativa per la tutela dei minori adottata dalla Fraternità di Comunione e Liberazione, la persona indagata è stata sospesa da ogni incarico educativo all’interno di CL già alcune settimane fa, non appena è stata segnalata l’eventualità di possibili abusi e contestualmente all’aver ricevuto l’informazione che tale segnalazione era già stata rivolta anche alla autorità giudiziaria competente”. E continuano: “Siamo in contatto con la famiglia della minore coinvolta per fornire ogni possibile supporto e aiuto, accompagnandoli anche nella preghiera in questa dolorosa vicenda”.

    L’indagato è anche membro dei Memores Domini, un’associazione laicale cattolica i cui membri vivono i precetti di povertà, castità e obbedienza. L’avvocato difensore dell’educatore Liborio Cataliotti si è limitato a dire che, qualche settimana fa, aveva presentato “un’istanza per conoscere se a suo carico vi fossero delle indagini pendenti perché aleggiava questa ipotesi. Poi è arrivata l’ordinanza di custodia cautelare”.

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2023/08/19/educatore-52enne-di-comunione-e-liberazione-arrestato-per-violenza-sessuale-su-una-ragazza-di-14-anni/7265587/

  • Chiese sempre più vuote, solo 1 su 5 va a messa

    Chiese sempre più vuote, solo 1 su 5 va a messa

    Chiese sempre più vuote in Italia: nel 2022 è stato toccato il minimo storico con il 18,8 per cento delle persone che almeno una volta a settimana partecipano ad un rito religioso.

    Sono molto più numerosi, il 31%, coloro che lo scorso anno non hanno mai messo piede in un luogo di culto, se non per un evento particolare, come un matrimonio o un funerale.

        In vent’anni la pratica religiosa in Italia ha subito un costante calo fino a dimezzarsi: si è passati dal 36,4% della popolazione nel 2001, che affermava di essere un ‘praticante’, a meno del 19% dello scorso anno. Il calo è stato progressivo negli anni ma lo ‘scalino’ più ampio si è registrato dal 2019 al 2020 con la perdita del 4% delle persone che andavano a messa.

    E’ l’anno del Covid in cui furono sospese le celebrazioni in presenza, anche se era comunque consentito recarsi in chiesa.
    Con la fine della pandemia la situazione non è tornata ai livelli precedenti e, anzi, è ulteriormente peggiorata. Negli ultimi vent’anni la fetta dei “mai praticanti” è invece raddoppiata, passando dal 16% del 2001 al 31% del 2022.

      I dati Istat – rielaborati dal portale di informazione religiosa ‘Settimana News’ – emergono da una indagine a campione. Non è indicata specificatamente la religione cattolica (domande sulla fede non sono possibili per ragioni di privacy) ma è evidente che in un Paese in cui la maggior parte si dichiara comunque appartenente alla tradizione cattolica, la questione riguarda essenzialmente questa fede, piuttosto che le altre ancora minoritarie in Italia.

    Il dossier statistico conferma quanto emerge da anni nelle diocesi italiane. Secondo gli ultimi dati diffusi dalla diocesi di Milano, che resta tra le più grandi al mondo, i battesimi sono calati dai 37-38 mila degli anni 2000 ai 20mila attuali.

    Anche valutando la denatalità, la cifra è comunque molto bassa.
    Per i matrimoni in diocesi, dai 18mila annui degli anni Novanta siamo passati agli attuali 4000.

    Le chiese hanno visto un progressivo svuotamento per tutte le classi di età ma la riduzione più evidente è quella dei giovani (18-24 anni) e degli adolescenti (14-17 anni). Se complessivamente la pratica religiosa è diminuita negli ultimi vent’anni del 50%, per le prime classi di età il calo è di due terzi.

    Di qui la grande attenzione della Chiesa italiana per la recente Giornata Mondiale della Gioventù che si è celebrata a Lisbona e alla quale hanno preso parte circa 70mila giovani italiani. Ad accompagnarli oltre cento vescovi, per guidarli ma verosimilmente anche per valutare come favorire una inversione di tendenza.

    https://www.ansa.it/vaticano/notizie/chiesa_italia/2023/08/16/chiese-sempre-piu-vuote-solo-1-su-5-va-a-messa_95fbbd92-4b86-42d7-9071-43a0d1491fe9.html

  • Abusò sessualmente 72 bambini, ex prete australiano condannato a 40 anni di carcere

    Abusò sessualmente 72 bambini, ex prete australiano condannato a 40 anni di carcere

    Un ex sacerdote australiano condannato per aver abusato sessualmente di bambini si è visto aggiungere altri 12 mesi alla sua condanna già fissata a 39 anni di carcere per aver molestato una 72esima vittima. Gerald Ridsdale, 89 anni, è in carcere dal 1994 per una serie di condanne per abusi su bambini tra il 1961 e il 1988, mentre lavorava come sacerdote nelle chiese e nelle scuole del Victoria, suo stato natale.

    È stato condannato dalla Ballarat Magistrates Court a un anno in più dopo essersi dichiarato colpevole, a giugno, di aver aggredito un ragazzino di 13 anni mentre lavorava in una scuola cattolica di Horsham nel 1987. Si tratta della sua 193a condanna per abusi su minori.

    Ridsdale è apparso in tribunale in collegamento video da un letto dell’ospedale della prigione in cui è detenuto. Ha tenuto gli occhi chiusi per tutta l’udienza. Durante i suoi 29 anni da sacerdote, Ridsdale è stato spostato tra 16 incarichi ecclesiastici.

    Nel 2017, un’inchiesta governativa sugli abusi sessuali su minori ha rilevato che i suoi frequenti trasferimenti erano la prova che la Chiesa copriva i suoi crimini. L’inchiesta ha scoperto che il defunto cardinale australiano George Pell, che nel 2014 è diventato il terzo ecclesiastico di più alto grado in Vaticano, sapeva che Ridsdale aveva abusato sessualmente di bambini anni prima del suo arresto. Pell ha negato di essere a conoscenza delle accuse penali contro Ridsdale.

    https://www.lastampa.it/esteri/2023/08/15/news/gerald_ridsdale_ex_prete_condannato_abusi_sessuali_pedofilia-12997368/

  • Trans nuda si lancia dalla finestra del prete: l’estate folle del parroco tra sesso, droga e alcol

    Trans nuda si lancia dalla finestra del prete: l’estate folle del parroco tra sesso, droga e alcol

    DESENZANO – Una trans che vola dalla finestra del sacerdote della Diocesi di Verona si aggiunge agli episodi che coinvolgono il prete del Basso Garda, già denunciato per vicende legate a droga, sesso e minacce. Dalla sua abitazione di Desenzano, infatti, la scorsa notte una trans, dopo essersi spogliata, ha iniziato a minacciare di gettarsi dalla finestra.

    All’arrivo dei pompieri si è gettata sul telo elastico per darsi alla fuga, ma è stata fermata e identificata.

    I precedenti del prete

    Il sacerdote era già stato denunciato per detenzione ai fini di spaccio di sostanza stupefacente, dopo che le forze dell’ordine avevano rinvenuto in casa sua alcuni grammi di cocaina. E, prima ancora, era stato protagonista di altri fatti legati a siti di incontri, sesso e minacce.

    Un barista 31enne ha dichiarato di aver incontrato il prete tramite l’app Grindr usata dal parroco con falso nome. L’uomo ha sostenuto di non sapere che fosse un parroco e l’ha denunciato per presunti mancati pagamenti dopo aver intrattenuto prestazioni sessuali.

    Il prete lo avrebbe quindi minacciato con audio e messaggi minatori. Su tutta la vicenda, iniziata nel 2020, stanno indagano le forze dell’ordine dopo la denuncia e i racconti del 31enne.

    https://www.ilgazzettino.it/nordest/verona/trans_prete_finestra_verona_desenzano-7562457.html

  • Manichini bambino davanti al Duomo di Colonia: stop abusi nella Chiesa

    Manichini bambino davanti al Duomo di Colonia: stop abusi nella Chiesa

    Roma, 4 ago. (askanews) – L’artista tedesco Dennis Josef Meseg ha installato 333 manichini bambino davanti al Duomo di Colonia per protestare contro lo scandalo degli abusi sessuali nella Chiesa Cattolica.

    L’opera è intitolata “Anime distrutte… In un mare di silenzio” “Shattered Souls … in a Sea of Silence”, e mostra le figure di bambini avvolti in una stoffa a strisce rosa acceso e bianche che alzano il braccio destro per puntarlo contro il Duomo edificio simbolo della città renana dove “risiede il male”.

    https://www.quotidiano.net/video/manichini-bambino-davanti-al-duomo-di-colonia-stop-abusi-nella-chiesa-mxrgupro

  • “Ai media cattolici il 36% dei 72 milioni di fondi per il pluralismo informativo, doping religioso sulla stampa”: il dossier dell’Unione atei

    “Ai media cattolici il 36% dei 72 milioni di fondi per il pluralismo informativo, doping religioso sulla stampa”: il dossier dell’Unione atei

    È lo Stato a finanziare i giornali della Chiesa cattolica. Quasi un media su due che ha come editore il Vaticano è pagato con denaro del contribuente. A sostenerlo è L’unione degli atei e degli agnostici razionalisti che ha pubblicato un dossier con l’elenco delle 55 testate e riviste di chiara matrice cattolica che ricevono migliaia di euro dallo Stato.

    Su 72,3 milioni di euro, 55 beneficiari che hanno come editore diocesi o associazioni come Comunione e Liberazione o i Focolarini, incassano 25,9 milioni di euro, cioè il 35,84% del totale.

    Sul podio della classifica – elaborata dallo Uaar sulla base dell’elenco pubblicato dallo Stato dei beneficiari del contributo saldato nel 2023 per le imprese editrici di quotidiani e periodici editi e diffusi in Italia – ci sono il settimanale Famiglia cristiana (6 milioni) della congregazione dei Paolini; il quotidiano della Conferenza episcopale italiana, Avvenire (5,6 milioni) e Il cittadino (1.424.000 euro), una testata diocesana del Lodigiano e del sud di Milano.

    Con cifre minori seguono i giornali La Guida (763.445,85 euro) della diocesi di Cuneo; L’eco del Chisone (715.508,85 euro) edito da una cooperativa culturale che fa capo al Vescovo di Pinerolo; Il Biellese (565.870,08 euro) di proprietà della Chiesa locale; Toscana oggi (418.803,32 euro) della diocesi di Arezzo.

    Quanto ai movimenti che pubblicano le loro testate grazie ai soldi dei cittadini cattolici e non: Comunione e Liberazione riceve 408.370,33 euro per pubblicare Litterae communionis tracce e il più noto Tempi (211.883,40 euro); la congregazione di Chiara Lubich edita Città nuova grazie a 361.005,88 euro che arrivano dallo Stato. Ci sono poi i soldi che vanno alle congregazioni: 332.335,31 euro per L’eco di San Gabriele dell’omonimo santuario a Teramo; 287.619,29 euro per La civiltà cattolica della Compagnia dei gesuiti e 158.929,04 euro per Il Regno dei Dehoniani.

    “È la prima volta – spiega a ilfattoquotidiano.it il segretario dello Uaar, Roberto Grendene – che andiamo così in dettaglio in questa operazione. La presenza di organi di stampa controllati dalla Chiesa e finanziati dallo Stato è massiccia. C’è un iper finanziamento non certo in veste pluralista di Avvenire, dove la Cei già riceve l’otto per mille. Da notare, inoltre, che spesso i giornali pubblicati dalle diocesi hanno dei nomi non riconducibili al cattolicesimo, vedi ad esempio Il Cittadino o La voce del popolo di Brescia. Tra i 117 giornali e periodici che si dividono la fetta più grossa della torta dei contributi pubblici all’editoria, ben 55 (pari al 47,01%) sono testate e riviste di chiara matrice cattolica”.

    Grendene parla di “doping religioso”: “È impressionante che a far man bassa di contributi pubblici sia per l’ennesima volta il mondo cattolico. Ben il 36% dei 72 milioni che in teoria dovrebbero essere destinati a sostenere il pluralismo dell’informazione vanno infatti a finire in tasca alla stampa controllata da diocesi, congregazioni religiose e gruppi ultra cattolici come Comunione e liberazione”.

    Non solo. Federico Tulli, su Nessun dogma, la rivista dello Uaar, ha dedicato un approfondimento al tema: “Il quotidiano dei vescovi detiene un discutibile record: l’85% delle copie – cartacee e digitali – è costituito da copie gratis, iperscontate o acquistate da non specificati terzi (con tutta probabilità parrocchie: in un circolo vizioso per cui le vendite lievitano e con esse anche i fondi ricevuti). In pratica con i milioni dei contribuenti può permettersi di circolare gratuitamente o a prezzi di estremo favore, rappresentando così il giornale proporzionalmente meno scelto (rispetto ai fondi ricevuti) da chi vuole spendere qualcosa per leggersene uno”.

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2023/08/01/ai-media-cattolici-il-36-dei-72-milioni-di-fondi-per-il-pluralismo-informativo-doping-religioso-sulla-stampa-il-dossier-dellunione-atei/7246006/
  • Nessun problema interno

    Nessun problema interno

    Di Francesco Bertolucci – »Cosa vogliono fare Ue e Onu per fermare la violenza sessuale sui minori da parte degli ecclesiastici in Italia? « È la domanda che si pone Francesco Zanardi di Rete L’Abuso in una petizione presentata ai due organi sovranazionali. In Italia non esiste una commissione indipendente che registri il numero di persone colpite, come accade in Germania, Francia e Portogallo. Potrebbe essere il numero più alto mai registrato al mondo, e lo Stato italiano “farebbe finta di non sapere”, spiega Zanardi. Cosa intendono fare allora le due organizzazioni per “risolvere il problema italiano” e costringere l’Italia a “proteggere i minori dalla violenza sessuale, in particolare dagli abusi nelle chiese”?

    A metà febbraio di quest’anno, l’associazione ha inviato un rapporto urgente alla Procura Generale e alla polizia, denunciando la situazione. «L’abbiamo fatto», spiega Zanardi, «perché in Italia non c’è un’inchiesta governativa che renda conto della portata del problema». Secondo il rapporto, in Italia ci sono 418 preti pedofili sparsi nella penisola, che rappresentano un numero potenziale di 30.000 vittime. “Tuttavia, questi dati non sono vincolanti in quanto il periodo di riferimento è di circa 13 anni e si basano sui reclami raccolti. Una possibile stima, basata su calcoli di altre organizzazioni straniere, va da 50.000 a oltre un milione di vittime, il numero più alto mai registrato a livello mondiale”.

    Oltre al rapporto di Rete L’Abuso, l’unico altro rapporto ufficiale è quello preparato e pubblicato nel novembre 2022 dalla Conferenza episcopale italiana (CEI) sulla pedofilia nel clero italiano. Per il periodo dal 2020 al 2021 vi sono state registrate 89 vittime di 68 chierici. «A parte il fatto che più di un quarto delle diocesi non ha fornito dati, è ridicolo e non ha senso riferirsi solo al 2020/21», dice Michelangelo Ventura di Noi Siamo Chiesa, associazione che fa parte di Italy Church Too, un coordinamento contro la violenza nella chiesa. “Dovrebbero rendere accessibili gli archivi degli ultimi 50 anni e affidare le indagini a commissioni indipendenti”, chiede Ventura.

    Come è avvenuto, ad esempio, in Germania, Francia e Portogallo. Nei tre Paesi europei commissioni indipendenti hanno indagato su migliaia di casi, anche grazie all’apertura degli archivi da parte della Chiesa. In Portogallo, dove ora ci sono circa 4.000 sacerdoti, la commissione indipendente coordinata dal neuropsichiatra infantile Pedro Strecht ha registrato un “numero minimo” di 4.815 vittime tra il 1950 e il 2022. In Germania, invece, secondo la commissione delle Università di Mannheim, Heidelberg e Giessen, tra il 1946 e il 2014 3.677 minori hanno subito violenze sessuali da parte di 1.670 ecclesiastici, che corrispondono al 4,4 per cento del clero tedesco. La Commissione indipendente sugli abusi sessuali nella Chiesa francese (Ciase), presieduta dall’ex vicepresidente del Consiglio di Stato Jean-Marc Sauvé, è giunto alla conclusione alla fine del 2021 che negli ultimi 70 anni il tre per cento del numero totale stimato di preti francesi aveva commesso violenze pedofile. Ciò equivale a circa 3.000 sacerdoti con una media di 72 vittime per sacerdote e un numero potenziale di 216.000 vittime.

    Oggi in Francia ci sono circa 14.000 sacerdoti, rispetto ai circa 29.000 del 1995. In Germania, il numero è sceso da circa 18.000 nel 1997 a 12.000 oggi. In Italia, il Paese con più sacerdoti al mondo, il numero è sceso dai circa 50.000 dei primi anni 2000 (compresi sacerdoti diocesani e religiosi) ai circa 43.000 di oggi (compresi i diaconi permanenti). È difficile fare ipotesi sul numero di persone colpite dalla violenza, ma statisticamente c’è poco da accontentarsi. Per ottenere chiarezza, dovresti sollevare il coperchio. “In Germania e in Francia la Chiesa ha istituito un fondo per le vittime rispettivamente di 40 e 20 milioni di euro”, ha proseguito Ventura.

    La Chiesa è testarda

    Lorenzo Ghizzoni, presidente dell’Ufficio per la tutela dei minori della Cei, ha detto al convegno “Dalla parte delle vittime” del 19 novembre alla Pontificia Università Lateranense che organismi di ricerca indipendenti “hanno fatto del male” e che “non istituiremo una commissione nazionale formata da persone che non sanno nulla della vita della Chiesa”. Non faranno “proiezioni o campionature di dati, come si fa in altri ambiti ecclesiali, con numeri che fanno piacere a chi vuole seminare zizzania”, e hanno precisato che il caso di “un prete che abusa una sola volta, magari perché ubriaco o perché provocato in situazioni provocatorie, non è così grave come quello di un molestatore seriale”.

    La chiesa italiana dovrebbe fare quello che hanno fatto le chiese tedesca, portoghese e francese: aprire gli archivi e consegnarli a una commissione indipendente. La richiesta di un fondo a favore delle vittime e l’introduzione obbligatoria di un certificato antipedofilia anche per sacerdoti e volontari che lavorano nella chiesa, come previsto dalla Convenzione di Lanzarote adottata dal Consiglio d’Europa e ratificata dal governo italiano, sono altri due punti della petizione di Rete L’Abuso.

    Inoltre, c’è la richiesta di un’estensione dell’obbligo di denuncia e dell’abolizione della prescrizione, come sta già accadendo in altri Paesi – “uno dei nostri grandi problemi”, spiega Zanardi. Alcuni esperti affermano che solo il dieci per cento delle persone colpite sporge denuncia. Di per sé, questo sarebbe già un numero che lascia spazio a un gigantesco numero potenziale di casi non denunciati. «Aggiungete a ciò il fatto che possono volerci molti anni prima che la persona abusata si renda conto di aver subito abusi», spiega l’avvocato Mario Caligiuri, specializzato in questi casi e che lavora a Rete L’Abuso. Il fatto che in Italia un delitto violento possa cadere in prescrizione se non viene denunciato è una spada di Damocle sospesa sulla testa delle vittime. Poi ci sarebbe il problema dei referenti diocesani, allestito dalla chiesa come luogo di ascolto. “Una buona cosa in realtà”, dice Caliguri. “Ma è una politica che equivale a una scusa per l’efficienza della chiesa, che sola può controllare e affrontare questo fenomeno.” Ma la chiesa non può essere lasciata sola ad affrontare questi crimini. E lo Stato italiano fa “come se non sapesse niente”.

    La maggior parte delle denunce delle vittime inizia con “l’ho denunciato alla parrocchia”, come ha detto una ragazza sarda, oppure “mi sono alzata e sono andata al referente diocesano”, come ha messo a verbale un ragazzo siciliano. «Non che sia brutto dirlo alla parrocchia, ma nessuno di loro va direttamente dai carabinieri», puntualizza Caliguri. Una soluzione “interna” che è al vaglio anche del Vaticano: il “Motu proprio Vos Estis Lux Mundi” di papa Francesco del 2019 sancisce l’obbligo di “denunciare immediatamente gli abusi al funzionario ecclesiastico”, ma non alla magistratura italiana. “La chiesa insiste nel non rendere obbligatoria la denuncia alle autorità civili”, ha detto l’avvocato, “ma se vogliono guadagnare credibilità, sarebbe il primo

    «Nelle diocesi», aggiunge Zanardi, che ha vissuto in prima persona violenze sessualizzate a undici anni, «le testimonianze vengono raccolte con l’accordo di non pubblicare i dati». “Ci si va in nome di Dio, ma in realtà finisce tutto negli archivi delle diocesi. E non te ne daranno una copia. C’è un avvocato della chiesa nell’archivio che spesso copre tutto o che può quindi utilizzare le tue dichiarazioni in tribunale. Non sei obbligato a segnalarlo, lo stai gestendo internamente.

    dopo la violenza

    Una denuncia prima alla chiesa e poi ai tribunali viene fatta per motivi psicologici. Il prete è una figura autoritaria di cui la vittima si fida ciecamente, così come si fidano di lui i genitori. “Il trauma derivante dalla violenza sessualizzata”, spiega Sara Simona Racalbuto, psicologa clinica e psicoterapeuta del Poliambulatorio Bambi dell’Ospedale Regina Margherita di Torino, “trova il suo potere distruttivo nelle relazioni in cui l’uomo tende per natura a fidarsi e affidarsi”. L’aggravante dal punto di vista psicologico è proprio la confusione “che nasce da questo tipo di rapporto, in cui la vittima si sente in colpa ed è emotivamente attaccata all’autore del reato’. Esiste un patto non esplicito per tradire l’autore e anche i genitori o altri tutori adulti che non sono autori.

    «Certamente», sottolinea Zanardi, «c’è il problema dei Patti Lateranensi che Mussolini stabilì nel 1929. Esse affermano essenzialmente che interrogato da un giudice su un delitto commesso da un suo sacerdote, il vescovo ha il diritto di non rispondere se ritiene che la questione sia riservata al suo ufficio. Ci dovrebbe essere l’obbligo di terminare e modificare i Patti Lateranensi”.

    In particolare, Zanardi fa riferimento all’articolo 4 dei Patti Lateranensi, che testualmente recita: “Gli ecclesiastici non saranno tenuti dai giudici o da qualsiasi altra autorità a fornire informazioni su persone o cose di cui abbiano conoscenza in virtù del loro ministero”. “La Costituzione – precisa Piercamillo Davigo, già Presidente della 2a Sezione di primo grado della Suprema Corte di cassazione ed ex componente del Consiglio superiore della magistratura – affermava che le modifiche consensuali ai Patti Lateranensi non richiedono modifiche costituzionali. Quindi chi non ha un accordo ha bisogno di una procedura di revisione costituzionale”.

    Poiché gli ecclesiastici non sono né dipendenti pubblici né incaricati di pubbliche cariche, l’obbligo di denunciare i reati contro la persona non li riguarda. L’ex giudice e sostituto procuratore del tribunale di Milano, Piero Forno, divenuto noto come il “procuratore minori”, ritiene dunque che la violenza sessuale sui minori debba appartenere alla categoria dei reati “che ogni cittadino deve denunciare se ne viene a conoscenza”. Non è come “dobbiamo inventare qualcosa”, spiega. “Non ci resta che modificare l’articolo 364 del codice penale”, che recita: Il cittadino che, dopo essere stato condannato per un delitto contro la personalità dello Stato (delitti diretti a violare la sicurezza dello Stato, l’ordine costituzionale e le forme istituzionali che li attuano,jW ) per i quali la legge prevede la pena di morte o l’ergastolo non lo denuncia immediatamente alle autorità sarà punito con la reclusione fino a un anno o con la multa da 103 a 1.032 euro.

    “Basterebbe aggiungere all’articolo qualcosa come ‘reati contro i minori’, cioè H. violenza o abuso sessuale”, spiega Forno, riferendosi alla Francia. “Il cardinale Philippe Barbarin è stato condannato lì e poi è scaduta la prescrizione per aver coperto un parroco che ha molestato un centinaio di ragazzi nella sua parrocchia. Lo sapeva, lo ha catturato e trasferito. In quanto cittadino, però, aveva il dovere di denunciarlo. In Italia non esiste tale obbligo». Così facendo, non violerebbe nemmeno il cosiddetto segreto professionale, tutelato dall’articolo 200 del codice di procedura penale. Afferma che i sacerdoti non possono essere costretti dalle comunità religiose a testimoniare su ciò che sanno a causa del loro ufficio. Forno quindi vede l’unica via istituire “un principio generale del cittadino”. Perché poi è «difficile per un sacerdote affidarsi al segreto professionale. Il segreto professionale è essenzialmente legato al sacramento della confessione. Non ci sono eccezioni. Se vado a confessare un delitto, per quanto grave, non può dire: vado dai carabinieri. La legge non prevede alcun obbligo». L’unica possibilità sarebbe quella di obbligare tutti i cittadini non solo a denunciare reati contro la personalità dello Stato, ma anche abusi e violenze sessualizzate sui minori.

    https://www.jungewelt.de/artikel/455346.kirche-und-gewalt-kein-internes-problem.html

  • Andrà a a processo Don Reverberi il sacerdote di Sorbolo accusato di crimini contro l’umanità

    Andrà a a processo Don Reverberi il sacerdote di Sorbolo accusato di crimini contro l’umanità

    L’Italia ha concesso l’estradizione in Argentina dell’ex cappellano militare italo-argentino don Franco Reverberi, accusato di crimini contro l’umanità commessi durante la dittatura del generale Jorge Jose Videla, in vigore dal 1976 al 1983. La richiesta di estradizione – rende noto il governo argentino in un comunicato – è stata promossa dall’Argentina su istanza della segreteria dei diritti umani della nazione. Reverberi era cappellano ausiliare dell’VIII squadra di esplorazione alpina di San Rafael, a Mendoza, ed è indagato per atti commessi nel Centro di detenzione clandestina noto come «La Departamental». Il religioso, molto malato ma ritenuto in grado di sopportare l’eventuale trasferta in Sudamerica, ha oggi 86 anni e vive a Sorbolo, dove è anche nato nella frazione di Enzano.

    Opera nella nuova parrocchia di San Benedetto. Don Reverberi nel 1948 seguì la famiglia emigrata in Argentina e si stabilì con i genitori a San Rafael, regione di Mendoza a circa mille chilometri da Buenos Aires. Qui arrivò la vocazione, l’ordinazione sacerdotale e l’assegnazione alla parrocchia di Salto de Las Rosas, comunità frequentata da molti immigrati italiani. Tornò in Italia nel 2011, quando a Mendoza si stava svolgendo il primo processo per crimini contro l’umanità e le testimonianze dei sopravvissuti e dei familiari hanno cominciato a indicare le sue responsabilità. Nel 2013 venne presentata la prima richiesta di estradizione, ma i tribunali italiani la respinsero perché l’accusa conteneva solo accuse di tortura, reato non imprescrittibile in Italia a meno che non venga associato a condotte punibili con l’ergastolo. Sulla base di nuove testimonianze raccolte a Mendoza, è stato quindi possibile ampliare l’accusa per includere la partecipazione di Reverberi, anche in abiti militari, a sequestri e torture di almeno dieci persone, e all’omicidio del militante peronista José Berón, tuttora disperso. Alcune vittime hanno testimoniato poi che il sacerdote avrebbe invitato a confessare le proprie colpe per ottenere un «sollievo spirituale». La decisione della Corte d’appello di Bologna non è comunque definitiva e l’imputato ha ancora la possibilità di ricorrere davanti alla Corte costituzionale, come ha sottolineato anche l’ambasciatore dell’Argentina in Italia, Roberto Carlés.

    Nel mirino delle autorità giudiziarie argentine ci sarebbe il suo ruolo di cappellano militare nella «Casa departamental» a San Rafael nei primi anni ‘80.

    «Sicuramente faremo ricorso entro i 30 giorni previsti. Già da tempo la Curia vescovile di Parma nel difendere don Franco ha pubblicato due documenti molto chiari – ha commentato il parroco di Sorbolo Mezzani don Aldino Arcari –: uno della Curia di San Rafael, l’altro del ministero della Difesa argentino che attestano “stranamente” che don Reverberi è stato nominato cappellano militare nel settembre 1980, mentre i quattro accusatori argentini parlano del 1976. A chi giova tutto questo accanimento? Senza dubbio a screditare la chiesa, i preti e anche il papa. Sì proprio lui, papa Francesco. Come per dire: vedete, lui che parla tanto di misericordia e di perdono, “copre” addirittura un prete argentino “accusato” di tortura!».

    https://www.gazzettadiparma.it/italia-mondo/2023/07/12/news/andra-a-a-processo-don-reverberi-il-sacerdote-di-sorbolo-accusato-di-crimini-contro-l-umanita-723766/

  • Di Tolve: l’uomo giusto per svuotare il Seminario Romano

    Di Tolve: l’uomo giusto per svuotare il Seminario Romano

    di Luisella Scrosati – «Senti io ho fatto il bonifico al conto che tu mi hai detto… Tu dimmi quando è arrivato, eh». «Certo… poi ci sentiamo per le altre due cose… È vero che mi ha scritto che vorrebbe vedere le due parrocchie da lei? Perché i ragazzi non ci credono…». «Sì, certo».

    È la sintesi del surreale scambio telefonico tra papa Francesco e don Michele Di Tolve, attorniato dai ragazzi di un campeggio estivo, il 23 maggio scorso nominato vescovo ausiliare di Roma e dal 4 luglio rettore del Pontificio Seminario Romano Maggiore. Come se stesse telefonando a sua cugina, Di Tolve mette il telefono in viva voce, avvicina un microfono e si fa pure riprendere da una telecamera. A memoria dei posteri. Il tutto è finito ovviamente sui social, incluso il bonifico che il papa avrebbe fatto sul conto concordato con Di Tolve.

    Al telefono, dunque, non c’era la cugina di Di Tolve, ma un’altra cugina – stavolta quella del papa – ha giocato un ruolo decisivo per la scelta del parroco di San Giovanni Battista di Rho e di Passirana. Lo ha rivelato lo stesso Francesco, ricevendo in udienza, il 25 marzo scorso – come promesso telefonicamente –, proprio i fedeli delle parrocchie di Rho.

    Il Papa ha raccontato come ha conosciuto don Di Tolve: «L’ho conosciuto appena nominato cardinale: ero andato a visitare una mia cugina e lei mi ha parlato di un vice-parroco eccezionale che avevano lì, “guarda, lavora quel prete!” – “Ah sì? Fammelo conoscere, ma non dirgli che sono un cardinale” – “No, non lo dirò”. Mi sono tolto l’anello, siamo arrivati in oratorio e lui andava da una parte all’altra, si muoveva come un ballerino con tutti… Così l’ho conosciuto. E così è rimasto per tutta la vita: uno che sa muoversi, non aspetta che le pecore vengano a cercarlo».

    Al Papa piacciono i preti che si muovono, che “fanno”, a prescindere da quello che fanno. Ed evidentemente anche a sua cugina, ritenuta decisamente più affidabile delle lungaggini del Dicastero dei Vescovi. Perché prendersi la briga di informarsi e di valutare un candidato, quando si ha la fortuna di avere un papa con la cugina dal fiuto infallibile? Proseguiva il Papa: «Come rettore del seminario ha fatto tanto bene, ai ragazzi che si preparano al sacerdozio, tanto bene». Nemmeno qui serviva di il Dicastero dei Vescovi: sarebbe bastato che il papa chiedesse in diocesi di Milano come Di Tolve aveva ridotto il seminario diocesano durante gli anni del suo rettorato. Fu una nomina infelice del cardinale Angelo Scola, che lo piazzò nel seminario arcivescovile per sostituire mons. Giuseppe Maffi; e lì vi rimase fino al 2020.

    A far danni. Parola di chi lo ha conosciuto bene. Silere non possum raccoglie la confidenza di un sacerdote della Curia Arcivescovile: «Questo seminario lo ha distrutto»; e commenta che nei sei anni del suo rettorato «non si contano le persone che hanno preso la porta e l’hanno sbattuta». D’altra parte non è un mistero che al papa piacciano i seminari con pochi seminaristi. Continua Silere: «Molti mettono anche il carico sul carattere di quest’uomo che è amichevole con i ragazzini, durante i campi estivi, ma è convinto di avere solo lui la grazia dello Spirito Santo per poter discernere la vocazione di qualcuno. Se contraddetto, quindi, diventa iracondo e intrattabile». Profilo molto comune a quanti sono in ascesa sotto questo pontificato. Ad immagine e somiglianza del capo.

    Un nostro contatto racconta gli anni del seminario: «Il tempo del rettorato di don Michele di Tolve sono stati anni di controlli e di vera persecuzione. Si può dire che don Michele avesse una vera e propria ossessione per il controllo tanto da fare installare in tutto il seminario le telecamere per la videosorveglianza che in realtà erano per controllare i movimenti dei seminaristi».

    Impossibile, ci dice, dimenticare i “colloqui” con lui: «dovevano essere preparati secondo una traccia molto precisa che veniva consegnata in anticipo, affinché i seminaristi potessero rispondere inviando il loro colloquio tramite mail al rettore. Durante il colloquio il rettore prendeva appunti attraverso il suo tablet chiedendo chiarimenti e spesso, a detta di molti, sembrava anche registrare i colloqui». Un clima fraterno e disteso.

    In preparazione all’ordinazione diaconale e sacerdotale, mons. Di Tolve «faceva firmare un foglio in cui il seminarista dichiarava di non essere omosessuale e diverse altre cose. Si aveva quasi l’impressione che volesse liberarsi da qualsiasi implicazione o ricaduta sul futuro del novello sacerdote». Confermata anche la sua facile irascibilità, almeno nei confronti di quelli che non gli andavano a genio: «Diversi seminaristi durante il suo rettorato sono stati dimessi o espulsi in malo modo»; altri invece, «omosessuali conclamati, hanno continuato il loro cammino e sono stati ordinati senza alcun problema». Preferenze si verificavano anche per alcuni che potevano permettersi di non essere presenti alle Lodi mattutine e alla Santa Messa.

    Non erano affatto chiari i criteri di “discernimento” del rettore, vista la facilità con cui mandava via alcuni candidati al sacerdozio, mentre altri, palesemente problematici, sembravano intoccabili. Alcuni casi sono diventati dominio della stampa. Come quello di Emmanuel Santoro, per il quale era stata addirittura richiesta la deroga (cf CIC can. 1031 §1) per ordinarlo a soli 24 anni, ma che dopo 5 anni lascia tutto per andare con una donna.

    Don Santoro era uno che piaceva a Di Tolve e sarebbe piaciuto anche al Papa. Così infatti lo presentava il Corriere della Sera: «Fino a poco tempo fa si è trovato a capo di quattro grandi parrocchie del centro nobile di Milano, tra Brera e il futuristico quartiere di Porta Nuova (…). Amatissimo dai fedeli e dalla comunità intera, che poteva incontrarlo ogni mattina al bar per confidarsi o in oratorio a organizzare concerti». Bar e concerti: uno che si «muoveva come un ballerino», tra l’altro attivissimo nel gruppo rock del seminario, il ParRock.  Poi, nel 2020, fa le valigie per vivere con una donna, dimostrando che le idee sugli impegni della vita sacerdotali non li aveva molto chiari: «Non credo a chi sostiene che esista un amore terreno e un amore divino. Per me l’amore per Dio è sempre stato amore umano e il sentimento che provo adesso è omaggio al Signore». Quanto al celibato, «sarà un lungo cammino che la Chiesa dovrà affrontare con profondità, senza polemiche e strumentalizzazioni. E quando l’avrà finalmente compiuto, io ci sarò». Disponibilità encomiabile.

    Poi c’è il caso, ancora più grave, di don Emanuele Tempesta, ex vicario parrocchiale a Busto Garolfo, ordinato nel 2019. Nell’estate del 2021 era stato arrestato per presunti abusi su almeno sette ragazzi tra gli 8 e i 12 anni, compiuti nel 2020, mentre erano in casa sua a giocare con la Playstation. Chiuse le indagini, don Tempesta, che protesta la sua innocenza, è stato rimesso in libertà con l’obbligo di non avvicinarsi alle vittime, in attesa della sentenza. Da seminarista, fu fermato per due anni dal rettore del biennio filosofico, mons. Luigi Panighetti. A sbloccare la situazione (vedi qui) sembra essere stato proprio mons. Di Tolve, che gli permise di proseguire il percorso e giungere al sacerdozio.

    Insomma, il raccomandato della cugina del Papa sembra offrire sicurezze per il suo nuovo incarico a Roma.

    Di Tolve: l’uomo giusto per svuotare il Seminario Romano