Osservatorio della Rete L'ABUSO

Categoria: Storie – Lettere di vittime e lettori

  • “Domande scomode?…” – GIUSTIZIA DIVINA

    “Domande scomode?…” – GIUSTIZIA DIVINA

    Sabato sera 1 dicembre 2018, a Savona, presso la libreria Ubik, è stato presentato il libro “Giustizia Divina” edito da Chiarelettere. Presenti gli autori, Emanuela Provera e Federico Tulli, l’Avvocato Mario Caligiuri del foro di Roma e Francesco Zanardi, Presidente dell’Associazione Rete L’ABUSO.

    Lo scambio di battute tra i quattro, perfettamente riuscito, ha permesso al pubblico presente in Libreria di appassionarsi all’argomento, di fare domande e di uscire con il desiderio di leggere il libro per approfondire quanto solo accennato.

    Il tema è sicuramente di attualità, ma la serietà con la quale è stato affrontato ha permesso a ciascuno di rendersi conto che il giornalismo di inchiesta è purtroppo un fenomeno raro e complesso.

    Mi ha colpito in modo particolare la presentazione che i due autori hanno fatto di sé stessi rendendo ancora più credibile il lavoro svolto per la stesura del libro, lavoro che ha richiesto un impegno di tre anni. Federico Tulli si è presentato come ateo, mentre Emanuela Provera ha dichiarato di essere credente e cattolica, con un passato nell’Opus Dei. Un incontro tra due mondi che, pur sembrando una sorta di “sfida”, ha raggiunto un ottimo risultato.

    Il libro tratta e approfondisce tre argomenti principali:

    • le “case” in cui vengono inviati i sacerdoti “in difficoltà”, spesso sottratti al carcere
    • la presenza effettiva, nelle carceri italiane, dei sacerdoti che hanno commesso crimini
    • la pratica dell’esorcismo

    Il “silenzio” è un filo conduttore, così come il “segreto”… e le domande sono tante..

    Perché, nonostante i proclami continui di Papa Francesco sulla Tolleranza Zero nella lotta alla pedofilia, l’alone di segretezza e di occultamento è ancora così radicato e ben organizzato? Perché, a fronte di tutto quello che la gerarchia ecclesiastica ha messo in campo per la cura dei sacerdoti “in difficoltà”, non vi è nulla per le vittime?  Perché i sacerdoti condannati dalla giustizia civile in Italia possono beneficiare di un percorso “domiciliare” alternativo al carcere, a differenza di tutti gli altri cittadini che commettono gli stessi crimini? Perché è permesso ai minori di assistere alla pratica degli esorcismi? Perché la Santa Sede non ha risposto all’Onu (al Comitato Onu Diritti del Fanciullo) in merito al suo impegno concreto rispetto alla pedofilia clericale?

    Domande alle quali hanno cercato di dare una risposta Federico Tulli e Emanuela Provera, affiancati da Mario Caligiuri e Francesco Zanardi.

    L’Avvocato ha posto l’accento sulla responsabilità della Stato nella tutela dei minori, così come la necessità di modificare il Concordato, mentre il Presidente della Rete L’ABUSO ha ricordato la funzione di osservatorio svolto dall’Associazione e l’attività di ricerca/investigazione, oltre al fondamentale supporto alle vittime.

    Emanuela Provera ha espresso in modo appassionato il percorso fatto che, in modo chiaro, ha evidenziato una scollatura tra il comportamento e atteggiamento della “base” rispetto ai “vertici” della chiesa. Ha ribadito che, per un credente, è fondamentale la ricerca della verità; la chiesa che utilizza degli espedienti pur di coprire i crimini non è la Chiesa di Gesù Cristo.

    Come concludere? Sicuramente con l’invito a leggere il libro, occasione unica per approfondire e contribuire a creare una cultura di consapevolezza. Fondamentale però anche il sostegno alla Rete L’ABUSO, anche con un piccolo gesto concreto quale, per esempio, il TESSERAMENTO ANNUALE come socio: http://retelabuso.it/tesseramento/

    Come madre di una vittima, non posso fare altro che ringraziare persone coraggiose, come quelle presenti l’altra sera alla presentazione del libro GIUSTIZIA DIVINA, per tutto quello che fanno ogni giorno, mettendo ciascuno a disposizione le proprie competenze con grandissima professionalità e passione. Davvero grazie.

    Cristina Balestrini

  • Le vittime italiane? E se non tacciono più?

    Le vittime italiane? E se non tacciono più?

    Domani mattina ci sarà un grande evento nei pressi del Duomo di Napoli. Un sit-in organizzato dalla vittima di un prete pedofilo, Arturo Borrelli, vittima di don Silverio Mura.

    Perché un sit-in? Perché la sua voce non è per ora stata ascoltata. Perché il desiderio di giustizia è un diritto sacrosanto e, quando ti ritrovi a dover gestire il fatto che penalmente il reato è prescritto perché è passato troppo tempo, ti aspetti che almeno la Chiesa sia coerente, che sia dalla parte delle vittime. Il tuo è un grido di dolore che non puoi più soffocare. Ormai la vicenda di Arturo è nota: basta ricordare che il prete, che lo ha abusato da bambino, ancora quest’anno era a contatto con i minori, a centinaia di km di distanza e sotto falso nome… le mamme di quel paesino nel pavese, Montù Beccaria, si sono unite alle “Mamme della Rete L’ABUSO” in un grido indignato: don Silverio Mura, appena si è scoperta la sua vera identità, è di nuovo “scomparso”.

    E la Diocesi di Napoli tace… nessuna risposta ad Arturo.

    E il Papa tace… nessuna risposta all’appello di Arturo di rendere concreto il Motu Proprio “Come una madre amorevole” che prevede la rimozione dei Vescovi insabbiatori, così come non ha risposto alla lettera delle Mamme.

    SIT-IN per richiedere la rimozione del Cardinale Crescenzio Sepe. E tutte le vittime che non riescono ad andare a Napoli saranno virtualmente presenti con Arturo, in piazza, al suo fianco. Grazie Arturo per il tuo coraggio.

    Così a Milano, la vittima di Don Mauro Galli ha scelto, seppur con fatica e lasciando trasparire il suo dolore, di metterci la faccia: di dichiarare che, nonostante i tentativi di suicidio, c’è una speranza per le vittime. Ha scelto di dire che è importante denunciare, è importante non sentirsi soli, è importante farsi aiutare.

    Ma ha anche scelto di dire che la vicinanza della Diocesi alla vittima e alla sua famiglia, proclamata immediatamente dopo la sentenza di condanna in primo grado del prete a 6 anni e 4 mesi, quella vicinanza della Diocesi lui proprio non la sente. Ha scelto di dire che l’attuale Arcivescovo di Milano, Mario Delpini, è proprio quello che, anni fa, ha cercato di insabbiare il suo caso: addirittura dopo aver saputo dell’abuso ha spostato Don Mauro Galli ancora a contatto con i minori.

    Ha scelto di sostenere la petizione dell’Associazione Rete L’ABUSO che chiede a Mons. Delpini di farsi da parte, di rinunciare al suo incarico a guida di una Diocesi così importante. Grazie Alessandro per la tua testimonianza.

    E così a Roma. Tra pochi giorni, il 2 e 3 ottobre, ci sarà un Meeting con i rappresentati di ECA, #EndingClericalAbuse  #EndingClergyAbuse che vede riunite le Associazioni di vittime di preti pedofili di 15 paesi nel mondo in 4 continenti. Anche qui le vittime si incontreranno, incontreranno la Stampa, e un sit-in presso i giardini di Castel Santangelo.

    Le vittime non tacciono più!

    Le Mamme della Rete L’ABUSO

  • FORSE NON BASTA UN LIKE O UN CUORICINO

    FORSE NON BASTA UN LIKE O UN CUORICINO

    L’esperienza della mia famiglia di essere stati ospiti di Quarto Grado per raccontare il dramma che abbiamo vissuto e stiamo vivendo, è la prova che si può uscire dal silenzio e affrontare il dolore di chi subisce un abuso sessuale.
    Un ringraziamento particolare è per Gianluigi Nuzzi e per tutto il suo staff, la sensibilità e l’attenzione umana e professionale si toccano con mano e si “respirano” in ogni particolare che ci ha portato fino ad arrivare alla trasmissione televisiva. Un altro grazie a Chiara Ingrosso, l’inviata di Quarto Grado che ha sempre presenziato alle udienze in Tribunale e ha seguito la mia famiglia con grande professionalità, simpatia e attenzione verso il nostro dolore.

    È fondamentale farsi aiutare a vari livelli, ma il più importante è sentirsi capiti da chi ha già affrontato lo stesso dolore e riesce a sopravvivere.
    Questa è test.retelabuso.org/ !

    In tanti ci state mandando messaggi di solidarietà e di vicinanza, e anche la richiesta “cosa posso fare per dare una mano?”
    Mi sento di dire che DUE cose fondamentali può fare chiunque davvero si sente vicino alle vittime:

    1. promuovere una cultura di consapevolezza: che vuol dire CONDIVIDERE i contenuti relativi a questo tema, parlarne, scrivere, sensibilizzare gli amici, approfondire i contenuti, anche una preghiera..

    2. pensare ad un aiuto CONCRETO per l’Associazione test.retelabuso.org/ . Noi abbiamo sperimentato concretamente cosa significa essere sostenuti e, assicuriamo che non riceve nessun finanziamento di nessun tipo. Banalmente, affinché il Presidente,
    Francesco Zanardi, possa partecipare a varie iniziative in Italia e nel mondo, o presenzi ad alcune udienze nei Tribunali, o produca la documentazione per seguire le varie cause: tutto è a carico suo… e questo è davvero triste.

    Forse non bastano più solo i sostegni a parole: se ciascuno contribuisce, anche con poco, ma se siamo in TANTI, Retelabuso e Francesco hanno la possibilità di aiutare le vittime ancora di più.

    La frase di mio figlio detta a Gianluigi Nuzzi “L’Associazione Retelabuso mi ha salvato la vita” per me ha un significato molto concreto.

    Se ognuno dona solo anche 5 euro? Io ringrazio a nome delle vittime, davvero con tutto il cuore,
    Cristina Balestrini

    questo è il link: http://retelabuso.it/come-sostenerci/

  • Abusato da mosignor Angelo Pio Loco Boscariol. Triste storia di un bambino che voleva diventare un uomo

    Abusato da mosignor Angelo Pio Loco Boscariol. Triste storia di un bambino che voleva diventare un uomo

    Buongiorno.

    Sono nato a Roma nel 63, oggi ho 55 anni, e gli episodi che vi racconto rimontano alla mia infanzia e adolescenza.

    Infanzia difficile, perché mio padre non mi amava e me lo faceva sapere, non perdendo una occasione per svilirmi, soffrivo quindi di una orribile mancanza di affetto.
    Mia madre, molto materna e affettuosa ma distratta, fece in modo ch’io frequentassi la parrocchia dei SS. Aquila e Priscilla e, brevemente, anche il gruppo dei lupetti, per allontanarmi dalla strada e dai pericoli, perché ci si fidava del clero e dei loro ministri.

    I ricordi della mia infanzia sono sempre stati un mistero, come se cercassi di leggerli tra le pagine chiuse di un libro intonso, e non mi sono mai troppo soffermato su queste pagine segrete, perché ho cercato sempre di andare avanti, per dovere e amor proprio, anche se mi sono sempre domandato il perché di tanti eccessi durante l’adolescenza….

    I miei ricordi sono netti solo a partire dai 13 anni, quando cominciai a frequentare i ragazzini più disperati del quartiere e a farmi le canne, in terza media. Passai poi alle pere, agli acidi e alle anfetamine in primo liceo, e a quindici anni ero eroinomane.

    Negli anni 70 la città intera era stata ricoperta da un velo di polvere bianca destinato a stroncare una gioventù scomoda, e io mi ci rotolai dalla testa ai piedi per dissimulare il senso di colpa che mi portavo dentro e del quale ignoravo la causa. Era un po’ come portarsi sulle spalle il peccato originale, quello che vogliono appiccicarci addosso durante le lezioni di catechismo. O il peccato di qualche ministro moralizzatore, come quello della molto cattolica Rosa Russo-Iervolino che all’epoca, ministro degli affari sociali, promulgò una legge per colpevolizzare i tossicomani, malati e colpevoli di esserlo. Legge premurosamente applicata dalle forze dell’ordine, che non mi risparmiarono botte e ceffoni denudato nei commissariati.

    Ho interrotto gli studi a quindici anni anche se ho continuato a far finta di frequentare il liceo fino ai diciotto, facendomi ovviamente bocciare a ripetizione. E mi sono drogato per quasi dieci anni, fra alti e bassi, perché riuscivo sempre a fermarmi sul bordo del precipizio grazie al mio naturale mimetismo sociale e a un mestiere che mi permettevano di resistere.

    A ventiquattr’anni, come se sbucassi dal nulla e bruciando tutte le tappe, reintegrai rapidamente la società, fresco come un adolescente diventato di colpo uomo, con tanta voglia di fare, tanta voglia di ridere e di dimenticare. Mi sentivo inspiegabilmente puro, pulito, come un angelo che ha volato in inferno senza bruciarsi le ali (anche se ci ho rimesso qualche pelo di culo).

    E poi vent’anni fa mi sono trasferito a Parigi, perché mi sono innamorato di quella che divenne poi mia moglie, e colsi inconsciamente l’occasione per fuggire da Roma e dal mio nebbioso passato.

    Non mi posso lamentare di ciò che ho costruito: faccio un lavoro artistico, sono diventato colto, anche senza diplomi e ho due meravigliosi figli. Ma in fondo ho sempre vissuto come un cane randagio: la mia vita è un immenso “bricolage” e la mia coscienza è una come una zattera di fortuna.

    Sono un naufrago, un sopravvissuto, perché di tutto il mio gruppetto di amici “grandi” (io ero sempre la “mascotte”) sono l’unico che si è salvato. Ho anche evitato l’AIDS, pur scambiando quotidianamente siringhe con sieropositivi. Mi sono invece beccato a diciotto anni due epatiti, la B e la C, quest’ultima guarita nel dolore una decina di anni fa.

    Cinque anni fa mi sono separato da mia moglie, cordialmente, ci amiamo e ci stimiamo ancora come se fossimo i migliori amici del mondo. Ciò non toglie che ritrovarmi di colpo davanti ai “misteri” mi ha fatto sprofondare in crisi.

    Perché definirmi bisessuale non è mai stato sufficiente a capire la natura dei miei desideri. E perché a dieci anni ero talmente ossessionato dal sesso che iniziavo a quei giochi tutti i miei amichetti. E perché tanta vergogna? Perché tanti sensi di colpa? Perché queste fantasie masochiste quando amo solo le carezze?

    E perché l’infanzia rimossa? Perché a nove anni, improvvisamente, pisciavo nel mio letto e facevo scivolare palline di cacca dai pantaloni. E perché la droga in così tenera età, con determinazione, pur avendo un carattere naturalmente ottimista e generoso?

    Pensavo di essermi drogato per debolezza, come un cacasotto, anche se la mia vita mi dimostrava il contrario. Pensavo anche di essere bisessuale per scelta, ma non lo sono, sono solo confuso, solo vittima di una confusione che viene da un lontano passato.

    Ma quale passato? Dove si nasconde il passato?

    Ho allora finalmente cominciato una psicoterapia, cosa che avevo sempre evitato, inconsciamente. Ed è così che ho ritrovato una parte dei miei ricordi, dolorosi, nascosti nel profondo ma che tuttavia affioravano nella memoria… Si perché ho sempre ricordato di certe attenzioni malsane di Don Angelo, che tra l’altro hanno sempre nutrito in me un profondo anticlericalismo che mi ha portato fino a sbattezzarmi una decina di anni fa.

    Ma avevo completamente censurato gli aspetti più scabrosi di quello che è violentemente riaffiorato e che mi ha profondamente sconvolto: a 8 anni don Angelo Pio Loco mi ha violentato, in chiesa, e non una sola volta.

    La memoria mi ha restituito solo tre penosi spezzoni, tre brevi e orribili flash di qualche secondo, tutti all’interno della chiesa o della sagrestia che all’epoca erano ubicate in via Guido Castelnuovo. Fu come se avessi preso una macchina del tempo per rientrare nel corpo dei miei 8 anni, facendomi violentare tra lo sbigottimento e il disgusto del bambino, incapace di pensare, di capire, incapace di muovermi e di fuggire.

    Rividi don Angelo in un confessionale trafficare nelle mie mutande per penetrarmi con le sue dita grassoccie e sporche, perché era sempre sporco e puzzava. E sentii le mie narici d’adulto frustate dall’odore nauseabondo della bava, mentre la sua bocca si spalancava sul mio visino come una voragine. Mi diceva: “apri, dai, apri, apri la bocca”, ch’io tenevo stretta, e ci forzò dentro la sua enorme lingua. Lo rividi poi leccarmi dappertutto, come una belva eccitata dalla preda, mentre io paralizzato mi lasciavo fare, sperando che quell’orco divenuto reale la finisse al più presto e mi lasciasse ritornare in casa.

    Il ritorno nel mio corpo d’adulto mi fece quasi svenire. Corsi in lacrime in casa dove rimasi chiuso a piangere per due settimane, a ricucire i pezzi della mia coscienza disgregata, i pezzi di questa zattera che mi sono ostinato a far galleggiare su un oceano di misteri.

    E poi mi vennero in mente anche altri ricordi, mai dimenticati ma “accantonati” nel dimenticatoio, come quando mi chiudevo in bagno piangendo per lavare dal mio visino il puzzo della sua bava, di nascosto, perché mi vergognavo e non capivo, non capivo nulla. Cominciai a ripercorre il mio passato come se srotolassi la bobina di un film censurato, cercando di rappezzare i tagli con i miei sordidi spezzoni, rovistando nella mia memoria come un forsennato.

    Quanta vergogna sulle spalle, quanto disgusto. Ancora ci piango sopra, e mi sentii improvvisamente come il bambino, vigliacco, impotente, debole. Ma come non esserlo a quell’età. Come razionalizzare una violenza così paradossale? Un bambino non può comprendere i paradossi! Ed è allora che scatta la censura, l’oblio, quella che ti permette di sopravvivere a un trauma senza peraltro evitarne le conseguenze, anch’esse paradossali, come lo è la violenza che mi è stata inflitta da quel porco.

    Ma come affrontare da adulto la coscienza ritrovata?

    Pur trovando finalmente una coerenza nel mio passato sregolato, mi sono sentito e mi sento ancora profondamente spersonalizzato. Come se il mio destino non fosse mai stato nelle mie mani, o in quelle del signore (se ne esiste uno) ma tra quelle di un porco in sottana… Ed io ero appetibile, biondino, sensibile, perennemente in cerca d’affetto. La preda ideale. Mi ha rubato il destino, l’innocenza, l’infanzia, la gioventù e la dignità di uomo. Ha rubato anche la mia sessualità, perché alla luce dei fatti mi domando anche se sono veramente bisessuale. Sono forse solo etero per vergogna, o un omosessuale che non ha gli strumenti per assumersi. Non lo saprò mai…

    Ero talmente fuori di me che ho incominciato a bere. E per uno come me e pur stando lontano da decenni dagli psicotropi, la caduta è veloce. Ho bevuto per due anni, di nascosto dai miei figli e per sopportare l’insopportabile. Poi sono stato assistito, perché per fortuna qui in Francia la sanità ha creato una struttura gratuita per curare le vittime di traumatismi, l’Istituto di Vittimologia e di Psicotraumatologia.

    Ora sto bene, e riesco a non vergognarmi più. Non mi vergogno nemmeno di aver da giovane rubacchiato, o di essermi prostituito ancora minorenne per comprarmi qualche dose. Ho vissuto quegli anni come si vive in trincea, e in guerra si pensa alla sopravvivenza. Sono sempre stato onesto e oggi lo sono in maniera esagerata, quasi estremista, perché ho fatto di tutto per guadagnarmelo, per capirlo, e perché ne va della mia dignità di uomo, e ne sono fiero, si, fiero. Se il signore esiste davvero (e nel mio caso è difficile crederlo) saprà perdonarmi, e io posso finalmente incominciare a vivere con me stesso senza vergogna, neanche quella puerile del bambino che si pisciava a letto terrorizzato dal suo orco surreale.

    Ho camminato per decenni come un mutilato che si ignora, con una protesi di fortuna, oggi frantumata dal riemergere dei ricordi. Ora ne sto costruendo un’altra, più bella e in tutta coscienza. Ma non mi faccio illusioni, perché anche se riuscirò a correrci, resterò così come sono: un mutilato. Non siamo come le lucertole alle quali ricresce la coda, ci si abitua solo a guardarsi senza.

    E vi scrivo questo solo « ad memoriam », ormai è troppo tardi per fare altro, sono passati oltre 40 anni, ma ho comunque bisogno di giustizia. Quella umana non divina.

    Don Angelo Pio Loco Boscariol è morto all’età di 93 anni nell’agosto del 2015, dopo aver fatto una grande e disonorevole carriera, incardinato nel 77 e poi cappellano di sua santità. Complimenti monsognore, io cominciavo appena a farmi le pere quando vi hanno promosso monsignore.

    Leggere le sue lodi sul sito del gruppo scout Roma 135, del quale facevo parte, mi irrita profondamente. E non so se sono la sola vittima, è molto improbabile. In ogni caso ci tengo a lasciare la mia testimonianza «storica», perché certe storie vanno raccontate per evitare che si ripetano, ed abbiamo noi tutti il dovere di proteggere i nostri figli.

    In piena crisi scrissi una mail molto “pia” all’attuale parroco, per raccontargli dell’accaduto, non ho avuto alcuna risposta. Preso dalla rabbia ho allora scritto ai giovani capi scout, ed anche lì nessuna risposta. Allora sono arrivato a scrivere all’associazione parrocchiana dei genitori e a al cardinale Angelo De Donatis.

    Mai nessuno mi ha risposto!

    Grazie alla Rete l’Abuso, l’anno scorso ho inviato alla parrocchia una messa in mora in civile. I loro avvocati mi hanno pronamente risposto via lettera raccomandata, declinando ogni responsabilità e ricordandomi che monsignor Pio Loco Boscariol è deceduto. Assortendo il tutto con articoli di legge (italiana e non canonica) e concludendo con una “paterna benedizione”.

    È questa quella che loro chiamano “carità cristiana”. E mi fanno veramente vomitare, ma non mi lasciano senza parole, il silenzio uccide.

    Lettera firmata dalla vittima

  • Francesco sa che sembra come un violentatore?

    Francesco sa che sembra come un violentatore?

    (traduzione con Google Translate dal blog: https://www.simchafisher.com/2018/09/07/does-francis-know-he-sounds-like-an-abuser/ ) SEGNALATO DA UN LETTORE

    Devo dirti la spiegazione più caritatevole e meno avventata che posso raccogliere per le recenti parole e comportamenti di papa Francesco? È che si è circondato di uomini che lo proteggono dal comprendere la profondità e l’ampiezza degli abusi sessuali istituzionali e della sua copertura nella Chiesa.

    Ha nominato, o lasciato in carica, gli uomini che gli dicono che il mondo è pieno zeppo di false accuse, che tutta la faccenda dello scandalo è esagerata, che è tutto nel nostro passato – oh, e che adesso sarebbe meglio parlare di rifiuti nell’oceano. I pochi che gli diranno la verità, come il cardinale O’Malley, sono così in inferiorità numerica che persino i loro terribili avvertimenti possono essere liquidati come problemi locali.

    Questa è la risposta caritatevole, e non è grandiosa. Se è in una bolla che lo protegge dal vedere il vero stato della Chiesa, è una bolla confortevole di sua creazione. Il servitore dei servi di Dio non dovrebbe essere in una bolla.

    Ma l’altra spiegazione è peggiore. Ecco qui:

    Ho un numero di amici che sono sfuggiti ai matrimoni violenti. Mi dicono che papa Francesco si sta esprimedo sempre più come gli uomini che hanno abusato di loro. Sembra come gli uomini che nascondono gli abusi del mondo, che hanno insegnato alle loro vittime a incolpare se stessi, che hanno usato la pressione spirituale per persuadere loro e le loro famiglie che in realtà sarebbe sbagliato, peccaminoso, difendersi.

    Ascoltalo. Dopo aver risposto ad una domanda sulle gravissime accuse di Vigano, ha detto a bruciapelo: ” Non dirò una sola parola su questo. “Molti fedeli hanno ipotizzato che potesse aver avuto questo o quel motivo logistico per rimandare la risposta a quella domanda specifica; bene. Ma per il resto della settimana e più, ha mantenuto un tema inconfondibile di chiedere il silenzio,  equiparando il silenzio con la santità e  dipingendosi come una vittima cristiana  nel suo silenzio. Poi  dice che è “brutto” accusare gli altri di peccare. Quindi  suggerisce che la guarigione e la riconciliazione arriveranno solo se osserveremo attentamente i nostri stessi difetti .

    Queste affermazioni sono tutte vere. Tutti riflettono il pensiero cristiano. Sarebbero ragionevoli in qualsiasi altro momento della storia recente. Ma arrivando proprio nel mezzo della nostra agonia in atto, atterrano pesantemente come un pugno su un livido.

    Alle vittime della Chiesa e a coloro che li amano, sembra che stia dicendo: “Chi credi di essere? Non devo spiegarmi. Sei il colpevole. Hai portato questo su te stesso. Se vuoi essere amato, allora conosci il tuo posto. Sono io la vittima, qui, non tu. Se sai cosa ti fa bene, tieni la bocca chiusa. “

    Ecco come parlano gli accusatori. Non si accontentano del potere; devono tenere le loro vittime in dubbio e incolparsi costantemente, così da non diventare una minaccia. Che Francesco lo sappia o no, è così che suona.

    So che ascoltiamo ciò che viene segnalato, che non è necessariamente tutto ciò che dice. So che al Papa non è richiesto di dire tutto ciò che vogliamo che lui dica. So che qualunque cosa stia accadendo nella nostra diocesi o nel nostro paese non è l’insieme di ciò che accade nella Chiesa. So che ci sono verità eterne che devono essere raccontate indipendentemente da ciò che sta accadendo nel momento attuale.

    Ma anche tenendo a mente tutte queste cose, stimola l’immaginazione perché il papa continua a parlare come fa lui. È chiaro che intende continuare a parlare, nonostante le sue esortazioni a tacere. Questo è ciò che sceglie di dire. La migliore spiegazione possibile è che il suo contesto sia pura bolla, e semplicemente non si rende conto che gran parte del mondo cattolico è trafitto dall’orrore per i peccati del clero. Semplicemente non è consapevole che, con le sue parole e con il suo silenzio, sta voltando le spalle a tanti preti e vescovi sofferenti,  incluso il mio , che dicono al loro gregge che non sono stati abbandonati – solo per sentire il loro padre spirituale ignorare i loro sforzi con un messaggio enorme e inconfondibile di “A NESSUNO IMPORTA”.

    Forse semplicemente non si rende conto che i suoi piccoli e piacevoli aforismi stanno venendo fuori come una minaccia aggressiva passiva, come agghiacciante, come un violentatore che sorride calorosamente al mondo mentre mostra segretamente una lama aperta alla vittima che sta fedelmente al suo fianco.

    Ricordo la sua gentilezza, la sua compassione, la sua diretta e sincera gentilezza nel passato. Non credo fosse falso. Sapete tutti che non sono un riflessivo Francis-hater. Non ho alcuna ragione ideologica per volerlo abbattere. L’ho difeso finché ho potuto, fino alla debacle del Cile .

    E così sto lavorando alacremente che non posso dare per scontato il peggio, non credere che quest’uomo che ha promesso così tanta aria fresca è davvero così intento a sbattere le porte prima di scoprire cose ancora peggiori nascoste dentro. Ma non lo sta rendendo facile. Non sto dicendo che è un violentatore. Ma suona come uno.

  • Don Giuseppe Larosa e Don Mimmo Barletta, gli avvocati replicano alle accuse

    Don Giuseppe Larosa e Don Mimmo Barletta, gli avvocati replicano alle accuse

    oggetto: comunicato stampa

    I sottoscritti Avv.ti Carmine Pandullo e Giuseppe di Renzo nella qualità di legali incaricati, rispettivamente, da Don Giuseppe Larosa e Don Mimmo Barletta, con precipuo riferimento alle sortite giornalistiche on-line del 19.8.2018 su “http://retelabuso.org”, intervengono al solo fine di rappresentare quanto di seguito.

    Senza entrare nel merito della vicenda, che formerà semmai oggetto di valutazione da parte di specifici organi a tal uopo e a diverso titolo deputati, si evidenzia che allo stato si registra un vero intento calunnioso e diffamatorio nei riguardi dei sacerdoti in questione che finora hanno inteso serbare il più profondo silenzio nella vicenda che li vede loro malgrado interessati e ciò anche nel rispetto più assoluto di alcune serie problematiche che concernono la persona del Serra Pietro.

    Tuttavia, tenuto conto ormai della dimensione assunta delle notizie con contenuto diffamatorio e denigratorio, a causa della loro larga diffusione a mezzo dell’ampissima “piazza virtuale” qual è internet (e/o i social), capace di raggiungere una platea di persone inimmaginabile e, considerato che l’estesa divulgazione di tali notizie infanganti, si è tradotta di fatto in una più ampia e incisiva lesione della reputazione dei sacerdoti, s’impone una tutela della loro onorabilità e reputazione della stessa Istituzione religiosa che essi rappresentano.

    Per tali ragioni, ci preme evidenziare che i nostri assistiti negano ogni specifico addebito e che gli stessi ci hanno conferito precipuo mandato per redigere una denuncia-querela per calunnia e diffamazione a mezzo stampa nei confronti del sig. Serra Pietro e intraprendere ogni altra utile e necessaria azione per la difesa della loro onestà morale e reputazione, in tutte le sedi opportune.

    In ultimo, al fine di ristabilire una più precisa rispondenza alla realtà, s’intende chiarire che Don Giuseppe Larosa così come Don Mimmo Barletta, allo stato non risultano essere indagati.

    Tanto si doveva

    Tropea – Vibo Valentia, 20-8-2018

                                                                                                                                 Avv. Giuseppe Di Renzo

                                                                                                                                 Avv. Carmine Pandullo

  • Zungri, parroco denunciato per molestie; nessun intervento da parte della diocesi

    Zungri, parroco denunciato per molestie; nessun intervento da parte della diocesi

    E’ un paese diviso Zungri, piccolo borgo nella provincia di Vibo Valentia. Appena due anni fa l’ex parroco, don Felice La Rosa, era stato arrestato per sfruttamento della prostituzione minorile. Oggi una nuova grana si abbatte sul nuovo parroco del paese, don Giuseppe Larosa, denunciato da un suo ex collaboratore. Accuse gravissime che vanno dalla molestia sessuale al furto.

    A raccontare la vicenda è Pietro Serra, aspirante giornalista che in Calabria, fino a qualche mese fa, scriveva per diverse testate online e cartacee. Una vicenda surreale che ripercorre con fatica: “Incontrai per la prima volta don Larosa lo scorso anno a Zungri, pochi giorni dopo la festa della Madonna della Neve. Rimasi lì alcuni giorni e notai che qualcosa non andava quando al termine della celebrazione di un matrimonio nella frazione vicina, Papaglionti, un altro giovane sacerdote, don Mimmo Barletta, ci raggiunse nella casa parrocchiale proponendo un rapporto a tre. Idea che respinsi con fermezza, al termine del quale andò via imbronciato. Non ne parlai con Larosa per pudore e dopo pochi giorni andai via, ritornando in Campania”.

    Ma i contatti tra don Larosa e Serra proseguirono, fintanto che quest’ultimo lo andò a trovare in occasione della ricorrenza di Tutti i Santi. Una circostanza tranquilla, che non rivelò nessuna intenzione particolare. Ben diverso il quadro che si sarebbe prospettato circa due mesi dopo. In occasione delle festività natalizie, Serra si recò a Zungri e Mesiano per aiutare il sacerdote che iniziò ad alzare le mani toccando le parti intime. E, come se non bastasse, il ritorno dell’altro sacerdote, don Barletta, che volle andare a fare un giro su Lamezia Terme utilizzando un’applicazione per incontri omosessuali, chiamata Grindr. Fatti che irritarono Serra, tanto da intimare a don Giuseppe Larosa di non avvicinare quel soggetto, sia per tutela personale propria, che del sacerdote. Così come minacciò di non recarsi alla conferenza sui terremoti e protezione civile che da lì a poco si sarebbe svolta a Zungri. Don Larosa, stando a quanto afferma Serra, pareva aver accolto di buon grado le parole, a tal punto che prese parte alla conferenza tenuta il 25 febbraio a Zungri, nel salone parrocchiale.

    Ma le settimane a seguire diventarono un calvario per l’aspirante giornalista. “Don Larosa si prodigò per trovarmi un lavoretto sulle testate giornalistiche locali. Iniziai a collaborare con un quotidiano e un periodico, fintanto che mi regalò un cellulare nuovo dal prezzo modesto. Iniziai a chiedermi il perché e lo scoprii poco dopo, quando nuovamente mi toccò i genitali chiedendo “come sta Gigino?”. Toccamenti che si ripeterono in altre occasioni, chieste per sdebitarmi del suo attivismo, fintanto che persi la pazienza dandogli un ceffone all’interno della sacrestia”. Da quell’episodio, racconta ancora Serra, un’escalation di torti e vendette da parte del sacerdote. “Per due giorni il sacerdote mi lasciò nella casa parrocchiale privo di acqua e cibo, fintanto che tentando un rappacificamento per la debolezza fisica sempre più consistente, svenni a Vibo Valentia in un’altra struttura della diocesi di Mileto-Nicotera-Tropea”. E prosegue: “Una volta accompagnato in ospedale dal 118, stetti solo per diverse ore, fintanto che don Larosa portò due persone del luogo, un ex fotografo e un insegnante di matematica in pensione, che mi annunciarono di aver portato i miei beni quali indumenti e pc nella casa in cui svenni e che non dovevo far ritorno nella casa parrocchiale. Infatti a Zungri trovai lavoro nel santuario della Madonna della Neve, poiché don Larosa tentando di mettermi a tacere chiese al Comune un contributo di 1.000 euro che sono stati accreditati al santuario e che personalmente non ho mai ricevuto nonostante la mattina andavo ad aprire e chiudere la chiesa. Mi disse di non dirlo in giro poiché in paese si sarebbe scatenata una rivolta visto che non ero del luogo. Perciò stavo sia nella casa parrocchiale di Zungri che in quella di Vibo, visto che lui stava a Coccorino, frazione di Joppolo nel vibonese e io potevo sta solo”.

    “Una volta dimesso – conclude – chiesi di portarmi a Tropea e di restituirmi i miei averi così da poter ritornare in Sardegna, mia terra di origine, visto che avevo lasciato la Campania per la Calabria. Questo non avvenne e al contrario venni minacciato dal sacerdote, da un ex fotografo e un veterinario della zona. Contattai allora il 112 che mi aiutò e l’indomani contattarono per ben due volte don Larosa che non si presentò alla stazione dei carabinieri. Così decisi di tornare nell’isola con solo gli indumenti che portavo addosso e privo del restante materiale che mi è stato restituito in questi giorni, benché manchi ancora  una cartella clinica indispensabile per poter curare una disfunzione alla gamba”.

    Della vicenda è stato informato lo scorso 15 giugno il vicario diocesano che avrebbe informato il vescovo, monsignor Luigi Renzo. Nonostante la querela di Serra, composta da 6 pagine ricche di particolari, nessuna azione è stata intrapresa nei confronti del parroco di Zungri e Mesiano. Il giovane si dice rammaricato e allo stesso tempo sereno, conscio che le autorità troveranno conferma alle sue parole, soprattutto per quanto riguarda l’utilizzo di applicazioni non proprio in linea con i dettami della Chiesa Cattolica.

    Nel frattempo, in queste ore, nuove persone hanno deciso di parlare del caso. In particolare un giovane della zona avrebbe rivelato di aver avuto rapporti con don Larosa e altri ragazzi, nonostante fosse sacerdote e i restanti all’oscuro di tutto.

    Lettera firmata

  • Non è una caccia alle streghe… ma LA FIDUCIA VA RIGUADAGNATA!

    Non è una caccia alle streghe… ma LA FIDUCIA VA RIGUADAGNATA!

    In questi giorni si legge ovunque la notizia relativa a quello che sta succedendo in Pennsylvania: più di 1000 vittime di 300 preti pedofili, un rapporto presentato dal Gran Giurì della Procura frutto di due anni di indagini.

    Due “sfumature” mi hanno colpito in modo particolare: il tema sempre ricorrente dei termini di prescrizione, e una specie di “decalogo” per come comportarsi nelle Diocesi.

    Come cattolica non riesco a “digerire” quello che sto leggendo, e non voglio accontentarmi di essere indignata. Mi risulta difficile comprendere, ma credo di essere in buona compagnia – per lo meno di tutte le famiglie delle vittime sparse nel mondo – coma mai non vi sia la volontà SERIA di affrontare il tema della prescrizione. Subire un abuso sessuale è un trauma che spesso viene alla luce dopo anni e anni, e si trova il coraggio di denunciare dopo anni e anni… come mai nessuno ha mai pensato di abolire i termini temporali della prescrizione? Oppure creare periodicamente, in ogni Stato, delle “finestre di tempo” per azzerare questi termini? (In Svizzera è stato fatto, qualche anno fa, se non ricordo male). Sarebbe troppo semplice?

    L’articolo “Abusi sessuali, un rapporto accusa la Chiesa della Pennsylvania” mi fa invece molto riflettere: nel Rapporto vengono esplicitate quelle che sarebbero le modalità EFFETTIVE – non quelle emanate dalla Santa Sede o le Linee Guida UFFICIALI delle varie Conferenze Episcopali – per la gestione dei casi di pedofilia.

    È incredibile lo scollamento tra la teoria (documenti della Santa Sede e delle Conferenze Episcopali) e la pratica (ciò che avviene nelle Diocesi). Non si può tacere!

    Vengono addirittura elencati sei punti:

    • Assicurarsi di usare eufemismi anziché le vere parole che descrivono gli assalti sessuali nei documenti diocesani: non dire mai “stupro” ma “contatto inappropriato” o “questione limite”

    Già… meglio che non rimanga traccia che io Vescovo sapevo… meglio minimizzare… meglio una questione nebulosa…

    Che scandalo. Da cattolica mi vergogno!

    • Non fare una vera inchiesta con personale professionale adeguato, ma svolgere indagini discrete

    Ottima indicazione! In questo modo le prime indagini (Indagine Previa) svolte a livello diocesano, produrranno del materiale “utilissimo” alla Congregazione per la Dottrina della Fede, che ha il compito di valutare se e come iniziare il processo canonico. Che documentazione arriverà a Roma?

    Che beffa. Da cattolica mi vergogno!

    • Inviare il sacerdote per una “valutazione” in un centro per il trattamento psichiatrico gestito dalla Chiesa e stabilire se il sacerdote sia pedofilo basandosi principalmente sulle dichiarazioni dello stesso prete e a prescindere dal fatto che ci siano stati contatti sessuali con un bambino

    Una vera ricerca della verità, approfondita e scrupolosa. Chiaro che ogni pedofilo ammette subito “Sì, sono colpevole, arrestatemi, non sono degno di essere un sacerdote, devo risarcire queste e quelle vittime”… E dunque la “valutazione” è obiettiva: perché nutrire qualche dubbio?

    Che tristezza. Da cattolica mi vergogno!

    • Quando un prete viene rimosso, non spiegare perché ma dire ai parrocchiani che è per “motivi di salute” o “esaurimento nervoso”

    La gente, non dico quella che passa per strada e magari non mette mai piede in chiesa, no, parliamo della gente della parrocchia, quella che frequenta, che magari collabora in qualche attività, che si fida, che condivide un cammino di Fede… quella gente lì, che È CHIESA (!), non deve sapere! Deve essere tenuta all’oscuro.

    Ottimo modo per allontanare le vittime di quel prete: non verrebbero credute da nessuno proprio nell’ambiente che hanno frequentato finora.

    Che indignazione. Da cattolica mi vergogno!

    • Se un predatore viene scoperto “non rimuoverlo” ma “spostarlo ad una nuova destinazione dove nessuno saprà che è un abusatore di minori”

    Tutto ciò è fantastico! Così il prete può, indisturbato, in un altro luogo, cercare altri bambini da violentare. Nessuno è allertato, nessuno sa. Perché dovrebbe fermarsi? Non avrebbe altrimenti cominciato… e la giostra continua a girare…

    Non vi è una sorta di concorso di colpa?

    Che rabbia. Da cattolica mi vergogno!

    • Non dire nulla alla polizia

    E qui siamo al culmine. Sentirsi al di sopra della giustizia, al di sopra di tutto, impuniti e ingiudicati. Non importa se hai commesso un reato, non importa se hai cambiato per sempre la vita di chissà quanti bambini che si fidavano di te… non importa… importante è “farla franca”.

    Non ho altre parole. Da cattolica mi vergogno infinitamente!

    Ma quale sarebbe il fine di tutto ciò? Forse salvaguardare il “buon nome” della chiesa?

    Nessuno si pone il dubbio, ai vertici, che una chiesa così non ha tanto da salvaguardare ed è lontanissima dal Vangelo? Nessuno si domanda cosa si sta perdendo ad agire in questo modo?

    I cattolici non sono più disponibili ad avere le “fette di salame” sugli occhi, e non si può più tacere.

    Qualche timido germoglio positivo? Qua e là c’è qualche sacerdote che si esprime, che un po’ si espone. Nell’articolo si cita che uno dei preti indagati è stato segnalato dalla Diocesi stessa, ci si augura possa essere un ESEMPIO per tutte le Diocesi del mondo: chi commette un reato, e parliamo di un reato tra i più diabolici, va denunciato, senza esitazione.

    Ma la FIDUCIA nel cambiamento VA CONQUISTATA, i tempi della fiducia incondizionata nella chiesa, come istituzione, sono finiti: ma non per il mondo – che già non aveva questa fiducia – per i cattolici stessi, per quella parte di Chiesa per cui è ancora valido il discorso della “macina al collo per chi scandalizza anche solo uno di questi piccoli” (Vangelo di Matteo 18, 6 – 7).

    Solo con i FATTI CONCRETI e NON SPORADICI, in ogni parte del mondo, si potrà ricominciare  a costruire un rapporto di fiducia.

    Una mamma della Rete L’ABUSO. Lettera firmata

  • BRESCIA – Sacerdoti e laici si preoccupano e rompono il silenzio

    BRESCIA – Sacerdoti e laici si preoccupano e rompono il silenzio

    Riceviamo e pubblichiamo

    Spettabile Redazione,

                    Ci rivolgiamo a codesta “rete L’ABUSO” per partecipare le ansie di diversi sacerdoti e laici della Diocesi di Brescia.

                    Sono molti i sacerdoti e tantissimi i laici che si stanno chiedendo se la Nunziatura Apostolica segnalando a Papa Francesco il nominativo di Mons. Tremolada come Vescovo di Brescia e di Mons. Delpini come Arcivescovo di Milano abbia pure menzionato il caso di pedofilia di don Galli a Rozzano (Milano) che li vede coinvolti. Il Nunzio apostolico di allora, Mons. Bernardini, è stato sostituito da Mons. Tscherrig (di nazionalità svizzera e non più italiana come era prassi lo fosse) più in sintonia con Papa Bergoglio di quanto lo fosse il predecessore. Papa Francesco conosce bene entrambi: sia l’arcivescovo uscente che l’entrante sono arrivati a Roma dopo la Nunziatura in Argentina. Con Mons. Bernardini i rapporti a Buenos Aires però sono sempre stati tesi. È strano che Mons. Delpini non sia stato inserito nella recente lista dei Cardinali.

                    Mons. Tremolada ammette chiaramente, per il caso di don Galli, che lui stesso e mons. Delpini hanno sbagliato ma non hanno il dovere di giustificarsi o chiedere scusa, “se qualcuno gli chiederà spiegheranno”. Il Vaticano sapeva e il Santo padre li ha promossi entrambi confermando la loro impunibilità? Potrà un giorno il Santo Padre dire che non era stato adeguatamente informato come per i Vescovi cileni?

                    Emblematico è infatti quanto dichiarato da Mons. Tremolada in un incontro con i familiari della vittima nel 2015 in presenza anche di don Carlo Mantegazza, ex parroco di Rozzano: “….è vero, lo abbiamo destinato a Legnano in un oratorio, è vero, e di questo SIAMO STATI IMPRUDENTI, lo diremo se ci verrà detto: « MA PERCHE’ LO AVETE FATTO? ».

                Che saccenza, che ostentazione di impunità: Tremolada mandato a parlare con i familiari che chiedevano conto del maldestro spostamento quando, viceversa, a loro era stato garantito che don Galli non poteva essere ancora a contatto con i bambini, non ritiene di dover dare spiegazioni. Ora, a Brescia, ha nominato Parroco di Rezzato don Stefano Bertoni assolto in Cassazione per abusi sessuali nei confronti di bambini di un asilo. Ancora aperta è la vicenda dell’ex parroco di Corna di Darfo. Già nel dimenticatoio sono finite le numerose altre vicende di sacerdoti bresciani passate in giudizio fin dai tempi del parroco della cattedrale degli anni 1970.

                    Papa Francesco ha integrato il codice di diritto canonico che già prevede la possibilità della rimozione dall’ufficio ecclesiastico “per cause gravi”: ciò riguarda anche i Vescovi diocesani, gli Eparchi e coloro che ad essi sono equiparati dal diritto (cfr. can. 193 §1 CIC; can 975 §1 CCEO).

                    Con il “MOTU PROPRIO” del 4 Giugno 2016 ha precisato che tra le dette “cause gravi” è compresa la negligenza dei Vescovi nell’esercizio del loro ufficio, in particolare relativamente ai casi di abusi sessuali compiuti su minori ed adulti vulnerabili, previsti dal M.P. Sacramentorum Sancitatis Tutela promulgato da San Giovanni Paolo II ed emendato dal predecessore Benedetto XVI.

                    La Diocesi di Brescia non è certo entusiasta di avere un Vescovo imprudente a condurre una tremolante realtà pastorale.

    Sacerdoti e laici impegnati di Brescia                                                                     24 luglio 2018

  • In merito alle notizie, di “questi giorni”, di abusi del clero su minori. La testimonianza di un ultimo

    In merito alle notizie, di “questi giorni”, di abusi del clero su minori. La testimonianza di un ultimo

    Riceviamo e pubblichiamo volentieri la lettera/testimonianza di un Sacerdote, un prete indignato per tutto quello che sta succedendo quotidianamente nella Chiesa, un prete vicino alle vittime…

    Ricordo quasi come fosse ieri, con quella stessa gioia ma anche con lo stesso “timore”, il giorno in cui dissi: “SI, CON L’AIUTO DI DIO LO VOGLIO!” Era il giorno più bello ed importante della mia vita (dopo quello in cui ho avuto la grazia di essere venuto al mondo): il giorno in cui venivo consacrato sacerdote PER SEMPRE. Rammento, tra i mille pensieri che mi frullavano in testa, una frase che mi sgorgò dal cuore – ma non era una frase bensì una preghiera – nel momento in cui si invocano i santi e si è completamente stesi a terra (per dire:”Io non sono nulla! E solo in Te, mio Dio, posso essere ciò che Tu vuoi”) … dissi, dal profondo del cuore: “MIO DIO, DONAMI LA FEDELTÀ QUOTIDIANA A QUESTO DONO CHE TU OGGI MI FAI!”

    Parole ingenue? Temerarie? O, forse, scontate e atte a far “sorridere”? Non credo! Sono passati più di 32 anni e con la stessa gioia (sono convinto, insieme a tanti altri preti) le ripeto ogni mattina, sapendo che “ogni giorno porta con se la sua pena”. Senza ingenuità, convinto che in ogni giornata che il Padre mi dona, quella parola deve farsi vera. Vera! Non perché io ce la metto tutta ma perché mi affido a una Grazia che mi “supera” o, come avrebbe detto il cardinal Martini ‘un’Amore Fedele che mi anticipa e mi sostiene’; credo e voglio continuare a credere in questo. In questo periodo sento, quasi ogni giorno, notizie di abusi sui minori da parte di membri del clero e mi son detto con amici: ma in che Chiesa siamo cresciuti noi?

    Forse questa non è la “nostra chiesa! … Che dire? Che “fare”? Il primo istinto è quello di abbandonarsi alla rabbia. Provo un disgusto profondo, un senso di ribellione e … Io stesso mi sento ferito … (“tradito”?) … il sangue “ribolle” ma, so che tutto questo non serve a molto..

    E allora mi dedico con più forza alla preghiera. Potrei far sorridere? Si, certo … Mi dedico alla preghiera perché il cuore mi si appesantisce per le lacrime di cui è ricolmo … sanguina per il dolore che provo! Solo la preghiera rasserena e offre nuova luce a ogni “cosa”. Ma come “abbiamo” fatto a ridurci così? È questa la Chiesa del Signore? …

    Prego per quella bambina a cui ieri, un prete, ha resa per sempre la vita un “inferno” e il cui padre si dice: “Ci sentiamo in colpa!” (non ho parole!) …

    Prego per il figlio, abusato, di amici che ho avuto la gioia, ma forse meglio dire la Grazia, di “ritrovare” (ma probabilmente ci eravamo solo un po’ persi di vista). Questo loro figlio che ho “conosciuto” solo per poche ore, ma che mi sono bastate per guardare i suoi occhi: profondi, trasparenti, carichi di Verità … protesi verso un futuro di sogni, attese … di tutta quella positività per la vita (che scorgo anche negli sguardi di ogni ragazza o ragazzo che incontro ogni giorno) … Stranamente, in quegli occhi non ho visto rabbia, anche se immagino che nel cuore ce ne sarà e … certamente giustificata.

    Prego per ogni bambino e bambina forse troppo dimenticati, di cui poco si parla, vittime di questa parte di Chiesa che invece deve essere Luce e Forza nella testimonianza del Vangelo. Prego per questi preti che non si ricordano che ogni uomo e ogni donna “ci sono stati affidati” per proteggerli, custodirli ed amarli e perché anche solo il pensiero di uno sguardo malizioso verso un fanciullo sia allontanato dalla loro mente e dal loro cuore.

    Mi fa troppo male pensare che, anche solo, una carezza maliziosa verso una bambina possa attraversare il cuore, gli affetti e i gesti di un prete. Non esiste!

    Pregare? Poco? Forse si. Ma non sono così stupido.

    C’è la giustizia terrena, che deve operare: sia quella civile che quella ecclesiastica (ma questo discorso è un altro) …

    Ma la mia domanda o inquietudine è più profonda. Vivere ancora in questa Chiesa? Oppure sbattere la porta? Stare in silenzio, pregare … Scegliere altre strade? Farmi un mio piccolo mondo religioso? NO! Ho promesso di Amare Gesù Cristo e la sua Chiesa e CONTINUERÒ A FARLO! Ho promesso di vivere il celibato per donarmi più profondamente e intimamente a tutti quelli che il Signore mette sul mio cammino. NON ABBANDONERÒ MAI (!) QUESTA CHIESA.

    Non posso pensare che questa Madre che ogni giorno mi fa crescere come Figlio, attraverso la preghiera, i sacramenti, il perdono, l’amore fraterno condiviso nella “mia” comunità … abbandoni me e i suoi figli, soprattutto i più deboli che stanno soffrendo. Sono certo che, poiché il Bene ha già vinto sul Male, la Chiesa sia non solo questo e sia oltre questo! C’è il Bene di Dio nella chiesa che può e deve risplendere ogni giorno attraverso ogni cristiano, ogni sacerdote, ogni religiosa che ama rispondere (anche con fatica e impegno) al soffio dello Spirito che ci invita a essere SEME BUONO dentro queste vicende.

    Non sono nessuno per dire tutto questo. Indubbiamente solo “un lumicino dalla fiamma smorta” ma, credo che se la fiamma si ravviva con chi ancora tra tanti preti – e ci sono – credono alla Bellezza e alla Bontà del Vangelo e della Chiesa di Gesù … la fiamma del Bene può risplendere e fare più Luce! Una Luce benefica: quella del Vangelo di Gesù.

    Un semplice prete, dDV