Osservatorio della Rete L'ABUSO

Categoria: Lombardia

  • Violenza sessuale, condanna confermata per don Walter: domani il carcere

    Violenza sessuale, condanna confermata per don Walter: domani il carcere

    La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso di don Walter Mariani confermando la condanna a 6 anni e due mesi. L’ex reggente della parrocchia San Leonardo di Mantova, 73 anni, è finito sotto processo per violenza sessuale nei confronti di due prostitute. Il sacerdote, che ha atteso la sentenza nella casa per anziani di Bergamo, domani mattina, giovedì, si presenterà spontaneamente in carcere per scontare la pena definitiva.

    MANTOVA. Per don Walter Mariani, 73 anni, ex reggente della parrocchia di San Leonardo, si aprono le porte del carcere. La Corte di Cassazione, infatti, ha respinto, nella giornata di ieri, il ricorso presentato dall’avvocato Sandro Somenzi. L’accusa di violenza sessuale nei confronti di due prostitute è stata confermata e il sacerdote, dovrà scontare i prossimi sei anni e due mesi in prigione. Inevitabili, perché questi tipi di reato non consentono alcun beneficio di legge.

    Dalla sentenza d’appello il prete era stato trasferito in una casa per anziani nel Bergamasco. Questa mattina sarà lui a presentarsi spontaneamente davanti alle porte del carcere del capoluogo lombardo. Per il legale non rimane che una residua speranza, quella di appellarsi alla Corte europea dei diritti dell’uomo. Quello di ieri è stato il secondo ricorso in Cassazione contro la severa condanna inflitta in appello.

    L’avvocato Sandro Somenzi, lo ricordiamo, era riuscito con il precedente ricorso alla suprema Corte a far annullare la sentenza della prima sezione della stessa Corte d’appello di Brescia a sette anni e mezzo. Le violenze per le quali don Walter è finito in carcere sono avvenute tra il 2004 e il 2006 su due giovani straniere (per una terza, di origine lituana, la Corte d’appello lo ha prosciolto): una russa e una romena ospiti della Casa di Ruth di Curtatone per un programma di recupero di cui era responsabile lo stesso sacerdote.

    Il processo di primo grado, celebratosi al tribunale di Mantova, si era concluso con la condanna a cinque anni di reclusione. In quell’occasione a confermare le pesanti accuse erano state anche una suora, direttrice della Casa di Ruth, e una psicologa. La Corte d’appello di Brescia aveva ulteriormente inasprito quella pena, portandola a sette anni e mezzo. Poi il ricorso in Cassazione che aveva annullato quella condanna, rinviando gli atti a un’altra sezione della Corte d’appello di Brescia perché dimostrasse, con altre prove, l’esistenza di quel clima di intimidazione alla base delle violenze. Invece c’è stata un’altra condanna. E ora di nuovo la Cassazione con la decisione definitiva.

    http://gazzettadimantova.gelocal.it/cronaca/2014/02/26/news/violenza-sessuale-la-cassazione-conferma-la-condanna-a-sei-anni-e-due-mesi-per-don-walter-domani-in-carcere-1.8745269

  • Pedofilia. Causa civile contro diocesi di Como e don Mauro Stefanoni

    Pedofilia. Causa civile contro diocesi di Como e don Mauro Stefanoni

    La vicenda di don Mauro: causa civile contro la Diocesi

    La famiglia della vittima non conferma e rimane in silenzio. L’udienza sarebbe però già stata fissata in marzo. Citati anche il religioso e la parrocchia
    Nuova grana per la Chiesa lariana: chiesto il risarcimento del danno per quanto commesso dall’ex parroco di Laglio

    Non c’è pace per la Diocesi di Como. Dopo lo scontro interno alla Chiesa lariana successivo alla “dimissione dallo stato clericale” di Marco Mangiacasale voluto da Papa Francesco – vicenda che ha portato il parroco di San Giuliano, don Roberto Pandolfi, a chiedere le dimissioni di monsignor Angelo Riva, vicario episcopale che aveva nuovamente difeso l’ex don definendolo «buon prete» – dal palazzo di giustizia emerge a sorpresa una nuova questione. Nuova in quanto dovrà essere affrontata per la prima volta nell’ormai prossimo marzo, meno nuova per il tema del contendere che riporterà tutti alla storia di don Mauro Stefanoni, ex parroco di Laglio condannato in via definitiva dalla Cassazione a 8 anni di pena per abusi su un minore dell’oratorio. Mesi fa – anche se si è saputo solo in queste ore – la famiglia della vittima, dopo aver atteso inutilmente il pagamento del risarcimento del danno patito ad opera del prete (che il Tribunale aveva riconosciuto complessivamente in 180mila euro), avrebbe chiesto che a corrispondere la stessa cifra sia la Diocesi di Como. E per farlo avrebbe intentato una causa civile allargata pure allo stesso don Mauro e alla parrocchia di Laglio, anche se i motivi e le cifre esatte su questi ultimi due fronti non sono noti. I familiari del ragazzo e l’avvocato Nuccia Quattrone che ne cura gli interessi, contattati telefonicamente, rimangono in silenzio e non confermano le indiscrezioni, che tuttavia sarebbero più che semplici voci.

    Tanto che appunto, come detto, ci sarebbe già una udienza civile fissata in Tribunale per marzo.
    Non si conoscono nemmeno le motivazioni precise della chiamata in causa della Diocesi di Como, in un atto che comunque non ha precedenti sul Lario e ne ha pochissimi in Italia. Uno di questi è fresco di qualche mese, quando sul finire del 2013 fece scalpore una vicenda simile a Bolzano in cui la Diocesi fu chiamata dal Tribunale civile della città altoatesina a risarcire una vittima di abusi da parte di un prete. Una sentenza storica, che aveva stabilito il principio secondo cui un vescovo è equiparabile a un qualsiasi datore di lavoro e dunque responsabile indirettamente per i danni provocati da un religioso della sua Diocesi.
    Decisione contro la quale la Curia di Bolzano si è appellata e che, dunque, non è ancora definitiva. Ora un caso simile sbarca in riva al Lario. La cifra chiesta sarebbe la stessa che i giudici dei tre gradi di giudizio del processo penale avevano riconosciuto come congrua per risarcire i danni provocati da don Mauro Stefanoni alla giovane vittima e ai suoi familiari, ovvero 180mila euro. Nella causa, come detto, sarebbero stati citati anche lo stesso don Mauro e la parrocchia di Laglio.

    Mauro Peverelli

  • «Abusi su 2 fratelli ai ritiri spirituali»

    «Abusi su 2 fratelli ai ritiri spirituali»

    Era il loro custode, di lui si fidavano ciecamente. Li portava ai ritiri spirituali, ai quali lui stesso partecipava, entrava in casa loro, poteva appartarsi in camera, o in solaio, con i due ragazzi, entrambi minorenni. Ma una volta maggiorenni hanno deciso di denunciarlo e chiedere giustizia per i ripetuti abusi sessuali che sostengono di aver subìto, per circa tre anni. La drammatica storia è quella di due fratelli di una famiglia benestante di Bergamo, che oggi hanno più di vent’anni. Nel pomeriggio di ieri – assistiti dall’avvocato Francesca Longhi – sono entrati entrambi in tribunale, per la prima udienza del processo a G.F., 38 anni, anche lui abitante in città, il loro presunto aguzzino accusato di atti sessuali con minorenni.

    Anche lui, difeso dall’avvocato Roberto Bruni, era presente in aula. L’imputato, almeno fino a quando la denuncia nei suoi confronti non è arrivata in procura, partecipava al cammino neocatecumenale, ovvero a quel particolare percorso cattolico fondato negli anni ‘60 in Spagna, «per la riscoperta della fede», che coinvolge anche molte famiglie di Bergamo, con ritiri spirituali, raduni nazionali e internazionali. In quel contesto il trentottenne aveva conosciuto i due ragazzi, perché anche loro, con i genitori, partecipavano al cammino religioso. Si erano incontrati per la prima volta nell’estate del 2002, 12 anni fa: G. F., allora fidanzato, oggi sposato (di cui non pubblichiamo il nome a tutela delle parti offese), aveva spesso il compito di trasportare i ragazzi del gruppo neocatecumenale ai momenti di preghiera, ai ritiri. Era la loro guida, ne era responsabile: i due fratelli, che allora avevano 13 e 16 anni, erano stati affidati a lui dai genitori. Sia la difesa sia la procura osservano uno stretto riserbo su tutta la vicenda e anche il collegio dei giudici ha disposto che la prima udienza, quella di ieri, fosse celebrata a porte chiuse. Risulta che già nell’autunno del 2002, G.F. avrebbe approfittato ripetutamente del più giovane dei fratelli: episodi frequenti, nella sua auto, in zone piuttosto isolate, o nelle stanze d’albergo durante i ritiri spirituali: palpeggiamenti e rapporti consumati.

    Da allora, per circa tre anni, i due ragazzini hanno vissuto un incubo del quale hanno voluto parlare solo molto tempo dopo, grazie a un percorso familiare che li ha aiutati a presentarsi in procura, a ricordare tutto, a denunciare. In una prima fase gli abusi sarebbero avvenuti in luoghi di fortuna: il maggiore dei due fratelli ha ricordato alcuni atti subiti all’aperto, in uno spiazzo dietro un condominio piuttosto appartato, in città. Oppure, il minore, ha parlato di quel che avveniva nella vettura del «custode», e ha ricordato un viaggio del 2004, quando l’aveva raggiunto sui sedili posteriori di un pullman che li portava a Ginevra, per approfittare di lui. La ricerca dei momenti di incontro era poi diventata sempre più pressante. I genitori dei due ragazzi si fidavano di G.F. e lui era entrato più volte in casa loro. Proprio lì, nell’abitazione di famiglia, era riuscito ad appartarsi con il più piccolo dei due fratelli, diventato quasi la vittima preferita, mentre il primo si avviava verso i 18 anni. In camera o in solaio: momenti drammatici e ripetuti. Fino agli inviti a raggiungerlo a casa sua, con la scusa di farsi aiutare per alcuni mestieri di casa. È ciò che dice l’accusa. È quanto hanno sostenuto anche i due fratelli ieri pomeriggio, per tre ore, di fronte ai giudici, costituendosi parte civile.

    http://bergamo.corriere.it/bergamo/notizie/cronaca/14_febbraio_19/abusi-2-fratelli-ritiri-spirituali-bbf3dd40-9945-11e3-89bf-8cd8af0e5a04.shtml

  • Il vicario difende il prete pedofilo  cacciato dal papa: ira del nuovo parroco

    Il vicario difende il prete pedofilo cacciato dal papa: ira del nuovo parroco

    COMO – A togliere il prefisso «don» all’ex parroco reo confesso di violenze sessuali su cinque ragazzine ci ha pensato papa Francesco. La risposta della Diocesi di Como è stata, nell’ordine, il silenzio del vescovo e una «difesa» del prete pedofilo da parte del vicario episcopale. Troppo, per l’attuale guida della parrocchia, don Roberto Pandolfi, che è uscito allo scoperto attaccando duramente i vertici della Chiesa lariana e chiedendo le dimissioni del braccio destro di monsignor Diego Coletti. Marco Mangiacasale, ex parroco di San Giuliano ed ex economo della diocesi di Como, è stato condannato in primo e secondo grado a 3 anni e mezzo per violenza sessuale su cinque ragazzine minorenni. Attualmente è agli arresti domiciliari in casa della sorella. Prima ancora del terzo grado della giustizia ordinaria, il Papa ha preso una decisione irrevocabile e ha «spretato» l’ex sacerdote.

    Le famiglie delle vittime hanno chiesto a più riprese una parola chiara del vescovo. Nessuna risposta. In compenso, il direttore del Settimanale della Diocesi monsignor Angelo Riva ha pubblicato sul sito ufficiale della curia lariana un intervento in difesa di Mangiacasale. «Non è un pedofilo, non è malato, non è socialmente pericoloso – è uno dei passaggi del testo -. È un peccatore che ha commesso dei crimini per i quali è stato giudicato. È deprecabile che una certa immagine “mostruosa” dell’imputato abbia finito per diventare di pubblica opinione ben al di là della sua reale consistenza».

    Don Roberto PandolfiLa replica dell’attuale parroco di San Giuliano don Roberto Pandolfi, il prete esorcista che ha smascherato gli abusi di Mangiacasale, da sempre vicino alle famiglie delle vittime, è un chiaro atto di accusa contro i vertici della diocesi. «Non so a quale parte della Chiesa di Como si riferisca monsignor Riva – scrive il sacerdote in un intervento pubblicato sul sito della parrocchia -. Forse a quella che frequenta lui, quella dei passi felpati nei sacri palazzi; forse a quella di coloro che pensano che bisogna coprire, nascondere, tacere, che ritengono che lo scandalo non sono gli abusi sessuali di un sacerdote su cinque ragazzine ma l’averli portati alla luce».

    Don Roberto porta invece l’attenzione su un’altra realtà. «C’è un’altra Chiesa di Como. Non sta nelle alte sfere, prega e soffre per Mangiacasale, sa benissimo che un prete fa del bene e fa del male, ma sa chiamare le cose con il suo nome. C’è una Chiesa di Como che si mette in riverente ascolto del Papa. Questa Chiesa è fatta di persone normali, di mamme, papà e nonni che hanno a cuore i loro figli, i loro nipoti, i loro preti e le loro parrocchie. Questa Chiesa rifugge inorridita davanti alle acrobazie dialettiche dei teologi moralisti ed è ben capace di distinguere il bene dal male, senza bisogno di dotte lezioni. C’è una Chiesa di Como che non ha paura della verità».

    E su questa affermazione, il parroco di San Giuliano arriva a chiedere le dimissioni del vicario. Una richiesta che sottintende una condanna altrettanto dura al vescovo di Como. «Aggiungo, da povero prete “badilante”, un consiglio – scrive il sacerdote -. Quando la propria presenza crea disagio e imbarazzo la persona intelligente si tira da parte. Le dimissioni le può dare anche un vicario episcopale, tanto più se occupa quel posto da oltre dieci anni».

    http://milano.corriere.it/milano/notizie/cronaca/14_febbraio_16/vicario-difende-prete-pedofilo-cacciato-papa-ira-nuovo-parroco-d40b5f76-96f6-11e3-bd07-09f12e62f947.shtml

  • Quel segreto sul prete cacciato: “Il vescovo di Como si deve dimettere”

    Quel segreto sul prete cacciato: “Il vescovo di Como si deve dimettere”

    Con un comunicato stampa la Diocesi ha confermato la notizia della riduzione a stato laicale di don Marco Mangiacasale giustificando il silenzio sulla vicenda come una richiesta di Papa Francesco. Ma le famiglie delle vittime smentiscono: “Era facoltà di Monsignor Coletti decidere se rendere pubblica la sentenza”. E aggiungono: “L’impressione è che abbia confuso il carnefice con le vittime. Alle nostre figlie nemmeno una telefonata”

    COMO – Il vescovo di Como Diego Coletti ha confermato con un comunicato la notizia della riduzione allo stato laicale di Marco Mangiacasale, giustificando il vincolo di segretezza sulla sentenza come un “ossequio alla volontà del Sommo Pontefice”. La dimissione del sacerdote condannato dalla giustizia italiana in primo e secondo grado per abusi su minori è scattata in  Vaticano prima del verdetto finale delle Cassazione ed è stata  accolta da molti come un importante segnale di cambiamento della Chiesa. Ma ha rischiato di passare sotto silenzio.

    Oggi i familiari delle vittime replicano duramente alle parole di Coletti, chiedendone le dimissioni: “La parola ‘segreto’ non è scritta nella sentenza che abbiamo controfirmato, anzi, in conclusione si legge che il Papa dà proprio al vescovo la facoltà di decidere se renderla pubblica per il bene delle famiglie. È stato Coletti a imporre l’obbligo di riservatezza ai presenti e adesso cerca scuse tirando in ballo Papa Francesco”. In effetti in altre sentenze simili di laicizzazione ex officio emesse negli ultimi anni dal Vaticano emerge che la decisione sulla divulgazione spetta sempre ai vescovi. Il Vaticano suggerisce loro di evitare lo scandalo ai fedeli ma gli impone anche di rendere pubblica la sentenza quando possano ancora sussistere pericoli per i minori. In questi documenti non si parla mai di segretezza ma piuttosto di cautela e prudenza.

    La sera del 30 gennaio 2014, dopo la lettura della sentenza su don Marco, i genitori delle vittime hanno chiesto al vescovo di riferire ai fedeli la decisione del Vaticano ritenendo Mangiacasale, oggi agli arresti domiciliari presso la sorella, ancora pericoloso. Ma Coletti si è rifiutato giudicando di dover proteggere dallo scandalo tutte le persone coinvolte pur comprendendo i familiari. “Come può capire il vescovo quello che abbiamo passato?”, lo attacca la madre di una delle vittime. “Come può dire oggi di essere vicino alle famiglie se non si è mai preoccupato di cosa stavamo passando? L’unico di cui si è veramente interessato è stato sempre e solo Mangiacasale. Mentre a noi o alle nostre figlie non ha neppure fatto una telefonata”.

    Le famiglie delle vittime si sentono tradite dall’atteggiamento del loro vescovo che, accusano, ha taciuto le prime segnalazioni su don Marco. “La Chiesa di Como non ha bisogno di un vescovo come Coletti”, spiega con amarezza il familiare di una ragazza, “ma di un uomo che sappia portare avanti la verità”.

    Per due anni questi genitori hanno atteso una sentenza come quella firmata da Bergoglio, che punisse anche il prete, non soltanto l’uomo e che dimostrasse persino ai fedeli più scettici le gravi colpe dell’ex parroco. “Abbiamo avuto l’impressione che il nostro vescovo avesse confuso il carnefice con le vittime. Abbiamo addirittura temuto che si cercasse di dare la responsabilità alle nostre figlie delle colpe di don Marco”. Lo strappo tra Coletti e parte della sua comunità religiosa è profondo. Queste famiglie credono ancora nella Chiesa e hanno rispettato fino all’ultimo il ruolo del loro vescovo. Per lo meno si aspettavano che Coletti, di fronte a una decisione tanto netta da parte del Vaticano su don Marco, cambiasse atteggiamento e capisse la necessità di informare tutti i fedeli della conclusione di questa amara vicenda. “Il vescovo anziché ammettere il proprio errore nella gestione di questa storia, ci ha ordinato il silenzio, ma non possiamo più obbedirgli perché quest’uomo continua a voler imporre solo la sua verità. Ora faccia un passo indietro. Non saremo certo noi”, concludono, “a lasciare la nostra parrocchia, dovrà farlo lui”.

    http://inchieste.repubblica.it/it/repubblica/rep-it/2014/02/14/news/famiglie_vittime_vescovo_dimissioni-78551550/

  • DIO PERDONA, BERGOGLIO NO

    DIO PERDONA, BERGOGLIO NO

    DIO PERDONA, BERGOGLIO NO – IL PAPA CASTIGA I PEDOFILI SENZA ASPETTARE I TEMPI DELLA GIUSTIZIA ITALIANA: RIDOTTO ALLO STATO LAICALE DON MARCO MANGIACASALE ANCORA IN ATTESA DELLA SENTENZA DI CASSAZIONE

    Il sacerdote della diocesi di Como è già stato in appello a 3 anni, 5 mesi e 20 giorni di carcere per abusi sessuali su 4 ragazze minorenni – E nonostante manchi il sigillo della Cassazione, Bergoglio l’ha buttato fuori dalla Chiesa facendo scazzare il vescovo di Como, Coletti, che s’è sentito “scavalcato” dopo aver difeso a lungo Mangiacasale…

    Marco Ansaldo e Elena Affinito per ‘La Repubblica‘

    Può la giustizia vaticana, su un caso di pedofilia nella Chiesa, arrivare prima di quella italiana con una sentenza definitiva? E apparire così ancora più ferma e inflessibile? Può, nell’era di Papa Francesco.

    Lo dimostra un caso risolto di recente dal Sant’Uffizio: quello di don Marco Mangiacasale, il sacerdote della diocesi di Como già condannato nei primi due gradi del processo penale a 3 anni, 5 mesi e 20 giorni di carcere per abusi sessuali su 4 ragazze minorenni.

    L’ex parroco e poi economo della parrocchia di San Giuliano, con una sentenza firmata dal Papa argentino e dal Prefetto per la Congregazione della Dottrina della Fede, monsignor Gerhard Ludwig Mueller, lo scorso 13 dicembre è stato infatti «ridotto allo stato laicale».

    Il provvedimento, giunto dopo l’indagine (Investigatio praevia) del delegato all’inchiesta, il reverendo Andrea Stabellini come vicario giudiziale, equivale per un sacerdote al massimo della pena applicabile secondo il diritto canonico. «È come una condanna a morte o un ergastolo», dice a Repubblica un attento osservatore di cose vaticane. Ed è una misura che in questo caso la Santa Sede ha preso non attraverso un processo tradizionale, con i testimoni e la difesa. Ma, addirittura, scegliendo la via amministrativa, quella più rapida, visto il grado di certezza del Vaticano.

    La riduzione di don Mangiacasale allo stato laicale è la prima di cui si ha notizia per un sacerdote italiano sotto Francesco. Un altro caso, affrontato lo scorso anno dal Sant’Uffizio, è quello del prete australiano Greg Reynolds. La Congregazione della Dottrina delle Fede lavora intensamente: nel biennio 2011-2012 i preti spogliati da Benedetto XVI del loro ministero sacerdotale sono stati circa 400.

    Commenta la fonte, senza stupirsi: «Questa è la politica, che in un linguaggio laico potrebbe definirsi giustizialista, introdotta da Ratzinger quando da cardinale guidava il Sant’Uffizio. Prima da prefetto, e poi da pontefice, pur di reprimere il triste fenomeno ha introdotto una legislazione inflessibile, e in alcuni casi non garantista».

    Nel documento Papa Francesco e il Prefetto Mueller hanno dato facoltà al vescovo della diocesi di Como, monsignor Diego Coletti, di divulgare la notizia. Il 30 gennaio,
    un giovedì sera, Coletti ha convocato nel suo ufficio dalle 21 alle 22,30 le famiglie coinvolte. Tutti in piedi, è stata data lettura delle disposizioni della Gerarchia
    ecclesiastica.

    «Don Marco Mangiacasale è stato ridotto allo stato laicale, non potrà fare l’educatore nelle scuole cattoliche né partecipare in ogni modo a gruppi o organizzazioni dove siano presenti dei giovani». Il documento vaticano era già stato sottoscritto da Marco Mangiacasale. I convenuti hanno apposto la loro controfirma. Sedutisi, hanno pregato il vescovo di rendere nota la decisione.

    «Secondo noi, è bene divulgare la notizia. Ci sembra giusto che i fedeli di San Giuliano sappiano come si è concluso il procedimento canonico e che esiste una Chiesa pulita, in cui noi crediamo, capace di rendere giustizia. Ci faccia il regalo, monsignore: sabato 15 febbraio, quando lei verrà in visita in parrocchia, lo dica alla comunità». La discussione è stata lunga. E piuttosto animata. Ma niente da fare.

    Coletti ha deciso di mantenere il riserbo sulla vicenda. Persino in un momento in cui, dopo la polemica Onu-Vaticano sulla pedofilia, lo stesso portavoce papale, padre Federico Lombardi, ha ricordato che la Chiesa affronta la questione «con un’esigenza di trasparenza». Il colpo di scena finale, alla vigilia della visita pastorale del vescovo di Como a San Giuliano, è l’improvvisa comunicazione del monsignore di non poter andare adducendo motivi di salute.

    C’è chi dice che Coletti (il quale contattato da Repubblica attraverso la sua addetta stampa ha preferito non parlare) si sia sentito superato dalla sentenza della Santa Sede. E si possono ricordare le sue parole al momento della condanna di don Marco, quando disse che il sacerdote «ha ammesso i suoi errori e sta seguendo un percorso di riparazione del male commesso».

    Forse, dicono in Vaticano, monsignor Coletti «come fa un padre, puntava ancora a recuperare la propria pecorella». C’è invece chi dice che il vescovo di Como abbia forse agito a oltranza nella difesa di don Marco, contribuendo per anni a insabbiare il caso prima che venisse scoperto grazie a una dichiarazione di una delle ragazze al nuovo parroco di San Giuliano, don Roberto Pandolfi.

    Marco Mangiacasale, che in attesa della sentenza definitiva della Cassazione ha già scontato dall’8 marzo al 26 maggio 2012 due mesi di isolamento nel carcere del Bassone, a Como, e ora si trova protetto nella casa della sorella, ha risarcito le famiglie, come ha disposto la giustizia civile. Ora, anche quella vaticana è intervenuta. Non ci sono sconti nell’era della trasparenza di Papa Francesco.
    (ha collaborato Giorgio Ragnoli)

    http://www.dagospia.com/rubrica-3/politica/dio-perdona-bergoglio-no-il-papa-castiga-i-pedofili-senza-aspettare-i-tempi-della-71785.htm

  • Spretato don Marco Mangiacasale, prete pedofilo, condannato in appello a 3 anni e mezzo, Arrestato nel 2012 su denuncia di 5 minori. Filmati pedoporno con lui protagonista

    Spretato don Marco Mangiacasale, prete pedofilo, condannato in appello a 3 anni e mezzo, Arrestato nel 2012 su denuncia di 5 minori. Filmati pedoporno con lui protagonista

    Vaticano, sentenza lampo per il prete pedofilo Marco Mangiacasale

    Procedura rapida e con esito definitivo: l’ex parroco di Como, don Marco Mangiacasale, ridotto allo stato laicale. E’ il primo caso sotto il pontificato di Francesco

    di MARCO ANSALDO
    CITTA’ DEL VATICANO – Può la giustizia vaticana, su un caso di pedofilia nella Chiesa, arrivare prima di quella italiana con una sentenza definitiva? E apparire così ancora più ferma e inflessibile? Può, nell’èra di Papa Francesco. Lo dimostra un caso risolto di recente dal Sant’Uffizio: quello di don Marco Mangiacasale, il sacerdote della diocesi di Como già condannato nei primi due gradi del processo penale a 3 anni, 5 mesi e 20 giorni di carcere per abusi sessuali su 4 ragazze minorenni. L’ex parroco e poi economo della parrocchia di San Giuliano, con una sentenza firmata dal Papa argentino e dal Prefetto per la Congregazione della Dottrina della Fede, monsignor Gerhard Ludwig Mueller, lo scorso 13 dicembre è stato infatti “ridotto allo stato laicale”.

    Il provvedimento, giunto dopo l’indagine (Investigatio praevia) del delegato all’inchiesta, il reverendo Andrea Stabellini come vicario giudiziale, equivale per un sacerdote al massimo della pena applicabile secondo il diritto canonico. “E’ come una condanna a morte o un ergastolo”, dice a Repubblica un attento osservatore di cose vaticane. Ed è una misura che in questo caso la Santa Sede ha preso non attraverso un processo tradizionale, con i testimoni e la difesa. Ma, addirittura, scegliendo la via amministrativa, quella più rapida, visto il grado di certezza del Vaticano.

    La riduzione di don Mangiacasale allo stato laicale è la prima di cui si ha notizia per un sacerdote italiano sotto Francesco. Un altro caso, affrontato lo scorso anno dal Sant’Uffizio, è quello del prete australiano Greg Reynolds. La Congregazione della Dottrina della Fede lavora intensamente: nel biennio 2011-2012 i preti spogliati da Benedetto XVI del loro ministero sacerdotale sono stati circa 400. Commenta la fonte, senza stupirsi: “Questa è la politica, che in un linguaggio laico potrebbe definirsi giustizialista, introdotta da Ratzinger quando da cardinale guidava il Sant’Uffizio. Prima da Prefetto, e poi da Pontefice, pur di reprimere il triste fenomeno ha introdotto una legislazione inflessibile, e in alcuni casi non garantista”.

    Nel documento Papa Francesco e il Prefetto Mueller hanno dato facoltà al vescovo della diocesi di Como, monsignor Diego Coletti, di divulgare la notizia. Il 30 gennaio, un giovedì sera, Coletti ha convocato nel suo ufficio dalle 21 alle 22,30 le famiglie coinvolte. Tutti in piedi, è stata data lettura delle disposizioni della Gerarchia ecclesiastica. “Don Marco Mangiacasale è stato ridotto allo stato laicale, non potrà fare l’educatore nelle scuole cattoliche né partecipare in ogni modo a gruppi o organizzazioni dove siano presenti dei giovani”. Il documento vaticano era già stato sottoscritto da Marco Mangiacasale. I convenuti hanno apposto la loro controfirma. Sedutisi, hanno pregato il vescovo di rendere nota la decisione.

    “Secondo noi, è bene divulgare la notizia. Ci sembra giusto che i fedeli di San Giuliano sappiano come si è concluso il procedimento canonico e che esiste una Chiesa pulita, in cui noi crediamo, capace di rendere giustizia. Ci faccia il regalo, monsignore: sabato 15 febbraio, quando lei verrà in visita in parrocchia, lo dica alla comunità”. La discussione è stata lunga. E piuttosto animata. Ma niente da fare. Coletti ha deciso di mantenere il riserbo sulla vicenda. Persino in un momento in cui, dopo la polemica Onu-Vaticano sulla pedofilia, lo stesso portavoce papale, padre Federico Lombardi, ha ricordato che la Chiesa affronta la questione “con un’esigenza di trasparenza”. Il colpo di scena finale, alla vigilia della visita pastorale del vescovo di Como a San Giuliano, è l’improvvisa comunicazione del monsignore di non poter andare adducendo motivi di salute.

    C’è chi dice che Coletti (il quale contattato da Repubblica attraverso la sua addetta stampa ha preferito non parlare) si sia sentito superato dalla sentenza della Santa Sede. E si possono ricordare le sue parole al momento della condanna di don Marco, quando disse che il sacerdote “ha ammesso i suoi errori e sta seguendo un percorso di riparazione del male commesso”. Forse, dicono in Vaticano, monsignor Coletti, “come fa un padre, puntava ancora a recuperare la propria pecorella”. C’è invece chi dice che il vescovo di Como abbia forse agito a oltranza nella difesa di don Marco, contribuendo per anni a insabbiare il caso prima che venisse scoperto grazie a una dichiarazione di una delle ragazze al nuovo parroco di San Giuliano, don Roberto Pandolfi.

    Marco Mangiacasale, che in attesa della sentenza definitiva della Cassazione ha già scontato dall’8 marzo al 26 maggio 2012 due mesi di isolamento nel carcere del Bassone, a Como, e ora si trova protetto nella casa della sorella, ha risarcito le famiglie, come ha disposto la giustizia civile. Ora, anche quella vaticana è intervenuta. Non ci sono sconti nell’èra della trasparenza di Papa Francesco.
    11 febbraio 2014© Riproduzione riservata

    http://inchieste.repubblica.it/it/repubbli…icano-78336602/

  • Bergamo: condannato il catechista pedofilo anche in secondo grado

    Bergamo: condannato il catechista pedofilo anche in secondo grado

    Condannato anche in appello Carilio Ghilardi, il catechista pedofilo. Il Tribunale di Brescia ha riconfermato in toto la pena inflitta in primo grado a 3 anni e 4 mesi.
    Ora il pedofilo ricorrerà quasi sicuramente in Cassazione, ma poi il finale della storia sarà uno solo: CARCERE!

    I nostri più sentiti complimenti all’avvocato Stefano Paganelli, sempre più voce e difesa dell’infanzia violata.

  • Como. Abusi su bimbo di 10 anni. Diacono Antonio Rombo a processo, Insegnante di religione 35enne risarcisce vittima e tenta patteggiamento. Diocesi omertosa

    Como. Abusi su bimbo di 10 anni. Diacono Antonio Rombo a processo, Insegnante di religione 35enne risarcisce vittima e tenta patteggiamento. Diocesi omertosa

    Diocesi omertosa: “andato via per esigenze personali”

    L’uomo era insegnante di religione. I fatti nella primavera del 2013

    Prestava servizio come diacono all’interno di un oratorio della Brianza Comasca. In più era anche insegnante di religione per i bambini delle scuole medie. Secondo la Procura della Repubblica lariana, è però responsabile di due episodi di molestie e palpeggiamenti ai danni di un bambino di appena 10 anni. Una vicenda per cui gli è stata contestata la violenza sessuale. Una brutta storia, quella emersa solo in queste ore dopo che per mesi era rimasta sotto silenzio.
    Un fascicolo di indagine che è arrivato al suo sbocco processuale in Tribunale senza che nessuno ne sapesse niente. Con tanto di parte civile già risarcita e un tentativo di patteggiamento che tuttavia non sarebbe stato accolto.
    L’epilogo in questi giorni, con la richiesta di rinvio a giudizio da parte del pubblico ministero che ha curato il fascicolo e che è stata accolta dal giudice dell’udienza preliminare. L’appuntamento è adesso di fronte al collegio di Como che ha fissato la data della prima udienza il 2 ottobre 2014.

    La storia risale alla scorsa primavera.
    Nel mirino delle indagini – scattate da una denuncia presentata dalla famiglia della vittima – due distinti episodi in cui il diacono, nonché insegnante di religione, di 35 anni avrebbe molestato un bambino di appena 10 anni amico di famiglia.
    Atti che sarebbero andati in scena nella casa dell’uomo.
    A far esplodere la vicenda, il racconto della vittima alla madre, poi girato alle forze dell’ordine.
    Da qui la segnalazione alla Procura di Como e il fascicolo aperto per violenza sessuale.
    Che qualcosa non andasse per il verso giusto, chi frequentava l’oratorio dove il diacono operava l’aveva capito da tempo. Anche perché il 35enne, la scorsa estate, era praticamente scomparso nel nulla nonostante fosse già stato fissato un campo estivo con l’oratorio stesso a cui all’improvviso aveva deciso di non partecipare.
    Anche sul fronte scolastico i genitori non avevano più avuto notizie dell’insegnante di religione che in quelle ore, probabilmente, era già indagato dalla Procura della Repubblica di Como per i due episodi contestati.
    In questi mesi le indagini sono proseguite sotto il riserbo più assoluto, tanto che anche le voci di paese alla fine piano piano si erano spente.

    Ma nelle scorse ore la questione è riemersa con maggiore chiarezza, perché come detto è già stata fissata una udienza di fronte al collegio di Como. Processo per violenza sessuale che scatterà a ottobre di quest’anno.
    Una decisione presa dal giudice dell’udienza preliminare accogliendo la richiesta del pubblico ministero titolare del fascicolo. Non si conosce il perché di questa conclusione.

    Di certo c’è solo il fatto che la difesa sfiderà un’aula di Tribunale senza scegliere riti alternativi come il patteggiamento oppure il rito abbreviato, che avrebbero portato a sconti di pena.
    L’imputato, da quanto è stato possibile appurare, non avrebbe più alcun incarico da tempo in seno alle parrocchie.

    M.Pv.

    www.corrieredicomo.it/index.php?opt…14:prima-pagina

  • Processo canonico e riduzione allo stato laicale per mons. Dante Lafranconi

    Processo canonico e riduzione allo stato laicale per mons. Dante Lafranconi

     FIRMA LA PETIZIONE Queste non sono parole nostre, ma del Giudice Fiorenza Giorgi del Tribunale di Savona.

    -Da tali documenti, perfettamente in linea con l’atteggiamento assolutamente omissivo del LAFRANCONI risulta – è triste dirlo – come la sola preoccupazione dei vertici della curia fosse quella di salvaguardare l’immagine della Diocesi piuttosto che la salute fisica e psichica dei minori che erano affidati ai sacerdoti della medesima, e come principalmente (per non dire unicamente) per tale ragione l’allora Vescovo di Savona non avesse esercitato il suo potere-dovere di controllo sui sacerdoti e di protezione dei fedeli;

    -Altrettanto triste è osservare come, a fronte della preoccupazione per la “fragilità” e la “solitudine” del GIRAUDO e il sollievo per il fatto che “nulla è trapelato sui giornali”, nessuna espressione di rammarico risulta dai documenti agli atti a favore degli innocenti fanciulli affidati alle cure dei del sacerdote e rimasti vittime delle sue “attenzioni”.

    Monsignor DANTE LAFRANCONI, oggi Vescovo di Cremona ha CONSAPEVOLMENTE permesso a due criminali pedofili, don Giorgio Barbacini e don Nello Giraudo, entrambi condannati, di stuprare decine di minori.

    Inizialmente gli stupri avvenivano nelle parrocchie, ma quando arrivarono le prime lamentele, per tutelare i pedofili, anziché denunciarli, decise di concedere loro di aprire due comunità per minorenni in difficoltà.

    Così facendo scongiurò il pericolo che i due criminali venissero scoperti, in quanto i minori in affido non rientravano la sera a casa e quindi non vi era il rischio che raccontassero alle famiglie le violenze alle quali erano consapevolmente sottoposti.

    Chiediamo a Papa Francesco di essere coerente con le sue pubbliche dichiarazioni, processando e riducendo allo stato laicale un uomo INDEGNO come DANTE LAFRANCONI, un uomo la cui coscienza nefasta non gli ha permesso ancora oggi neppure di scusarsi con le decine di vittime che a causa sua trovano distrutta la propria vita.

    https://www.change.org/it/petizioni/commissione-anti-pedofilia-processo-canonico-e-riduzione-allo-stato-laicale-per-mons-dante-lafranconi