Osservatorio della Rete L'ABUSO

Categoria: Lombardia

  • Pedofilia, prete in carcere. Il nipote accusa la Chiesa

    Pedofilia, prete in carcere. Il nipote accusa la Chiesa

    29 gennaio 2011 — pagina 01 sezione: Prima
    PAVIA. «Mio zio è stato condannato dal silenzio, ancora prima che dalla sentenza dei giudici. La chiesa non dovrebbe temere di difendere i propri sacerdoti». Alessandro Abbiati, 37 anni di Lardirago, è il nipote di don Giuseppe Abbiati, il parroco che sta scontando in carcere 4 anni per pedofilia. Il vescovo: «Siamo vicini a lui».
    A pagina 19

    http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/laprovinciapavese/2011/01/29/PCPPO_PA104.html

    «Condannato dal silenzio»

    29 gennaio 2011 — pagina 19 sezione: Cronaca

    PAVIA. «La chiesa non dovrebbe avere paura di difendere i suoi sacerdoti anche se questi sono accusati dei reati più infami. Il silenzio, all’opposto, può essere una condanna. Lo è stato per mio zio, ancora prima della sentenza dei giudici». Alessandro Abbiati, 37 anni di Lardirago, nipote di don Giuseppe Abbiati, il parroco di Borgarello che sta scontando in carcere una pena di 4 anni per pedofilia, rompe un riserbo durato anni. Dall’arresto del sacerdote, nel dicembre 2004, e anche durante le tappe del processo, fino alla conferma della condanna in Cassazione la famiglia ha scelto di tacere. Don Abbiati, che abitava a Marcignago, è in carcere ormai da un anno e mezzo. Perché solo ora la decisione di parlare? «Perché nel frattempo sono cambiate alcune cose, anche sul piano della strategia difensiva – dice Alessandro Abbiati -. Non possiamo fare calare il sipario su questa storia senza che la famiglia abbia detto la sua. Fino a questo momento abbiamo obbedito alla parola d’ordine, che era quella di tacere. Ora vogliamo ristabilire la dignità umana e morale di mio zio, a prescindere dalla verità giudiziaria. Lo voglio fare per lui ma anche per mio padre Carlo, suo fratello, che ha molto sofferto questa situazione. Dopo una vicenda così, la famiglia non poteva più essere uguale a prima. La gravità di quelle accuse ha gettato su tutti noi un alone di vergogna. E’ stato tutto rimesso in discussione, perfino ciò che di buono mio zio ha fatto negli anni di sacerdozio proprio per i giovani. Il solo conforto è che lui gode ancora della stima di tante persone».
    Molti a Borgarello credono anche che don Abbiati si trovi in carcere da innocente. «Nessuno ha la verità assoluta in tasca – dice il nipote -. Ma sono una persona che ragiona, e credo che mio zio non abbia fatto quelle cose. Mi chiedo: un pedofilo può esserlo una sola volta, visto che la condanna riguarda un episodio? Ma è soprattutto la conoscenza di una vita a farmi dire che lui è innocente. Anche se io sono stato il nipote meno vicino a lui, perché non credente, sono stato quello con cui mio zio ha avuto sempre un dialogo profondo». Ma la sentenza di condanna è senza appello. «Per l’esito del processo hanno pesato tanti fattori, soprattutto un eccesso di fiducia nell’evidenza delle prove – dice Abbiati -. Ma è stato sfavorevole anche il contesto, il clima di caccia alle streghe e di pregiudizio sul rapporto tra preti e pedofilia. Le gerachie ecclesiastiche tendono a gestire questi casi col silenzio. Per questo mio zio è stato processato con rito abbreviato, senza avere ampi margini di difesa. E nessuno ha capito che questa strategia sarebbe stata la sua condanna».

    Maria Fiore

    http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/laprovinciapavese/2011/01/29/PC4PO_PC401.html

  • Don Giuseppe Abbiati rischia la riduzione allo stato laicale

    Don Giuseppe Abbiati rischia la riduzione allo stato laicale

    Processo canonico per il prete

    di Maria Fiore PAVIA. In carcere prega e celebra la messa per i detenuti. Perché don Giuseppe Abbiati, il parroco di Borgarello che sta scontando una pena a 4 anni per pedofilia, è ancora un sacerdote, nonostante il peso di quella condanna. Una condizione che potrebbe cambiare, però, con il processo canonico che è stato avviato nei suoi confronti della Congregazione della dottrina della fede, l’organismo della Curia romana incaricato di vigilare sulla «purezza della dottrina della Chiesa cattolica».

    L’organismo fu presieduto fino al 2005 da Joseph Ratzinger, poi eletto Papa. Don Abbiati rischia, come massimo della pena, la riduzione allo stato laicale. «Posso sopportare tutto, anche il carcere, ma non l’eventualità di non essere più sacerdote, non possono privarmi anche di questo», avrebbe confidato agli amici più stretti nella sua cella del carcere di Bollate, dove è stato trasferito qualche mese fa dall’istituto di Torre del Gallo di Pavia. La natura stessa del processo non gli consentira, però, di difendersi. La congregazione decide in maniera autonoma, sulla base degli atti del processo penale, ma anche su come don Abbiati ha svolto la sua missione sacerdotale. In ogni caso l’iter del processo canonico è segreto. Da quanto risulta, sarebbe anche il primo a coinvolgere un prete della provincia di Pavia. Nei confronti di don Abbiati era stato già aperto, ma sospeso, dopo le condanne in primo e secondo grado. Con la sentenza definitiva, arrivata un anno fa, è entrato nel vivo. L’esito potrebbe arrivare nel giro di qualche settimana, ma vista la riservatezza della decisione ogni previsione è un azzardo. Anche la “pena” potrebbe variare.

    «La congregazione della dottrina della fede ha competenze molto vaste – spiega Luciano Musselli, docente di diritto ecclesiastico all’Università di Pavia -. Potrebbe applicare anche sanzioni minori, come una sospensione dall’ufficio oppure l’obbligo di soggiornare presso istituti religiosi di recupero. La pena più alta nella Chiesa è la scomunica, che però si applica solo in caso di attentato alla vita del pontefice. Non è però più grave della riduzione allo stato laicale. Un sacerdote ad esempio può essere scomunicato, ma può comunque esercitare la sua funzione. Invece la riduzione allo stato laicale è la perdita assoluta del proprio stato».

    In che tempi potrebbe arrivare l’esito? «Questi procedimenti nell’ultimo pontificato sono stati oggetto di una riforma che li ha resi più rapidi – spiega Musselli -. Questo, anche per evitare un’altra accusa: quella di insabbiare i casi di pedofilia. Nel giro di un anno la congregazione dovrebbe arrivare alla sua decisione. Nonostante la celerità, resta comunque un problema,. Visto che le prove non sono pubbliche il diritto di difesa può venire compresso. Un processo che si basa sul segreto rischia di essere sommario».

    http://laprovinciapavese.gelocal.it/pavia/cronaca/2011/01/22/news/processo-canonico-per-il-prete-1.640271

  • Due uomini si sono finti carabinieri e si sono presentati dal sacerdote.

    Due uomini si sono finti carabinieri e si sono presentati dal sacerdote.

    Due uomini si sono finti carabinieri e si sono presentati dal sacerdote.

    Quello che non fa la cattiva coscienza. Si sono presentati vestiti da carabinieri, ‘accusandolo’ di pedofilia. La vittima, un sacerdote di 70 anni, preso dal panico, ha consegnato loro 21 mila euro, tra contanti e assegni. Quando si e’ accorto di essere stato raggirato, non ha potuto fare altro che denunciare l’episodio ai carabinieri.

    E’ successo ieri sera a Costa Volpino, in provincia di Bergamo. Due sconosciuti, di sicuro italiani, hanno suonato all’ abitazione del parroco, qualificandosi come carabinieri. I due hanno raccontato al sacerdote che era sospettato di essere coinvolto in un grave episodio di pedofilia e si sono fatti consegnare i soldi che aveva in casa, seimila euro in contanti e un assegno da 15 mila euro. I truffatori si sono allontanati spiegando che sarebbero rientrati in caserma per confrontare le matrici. A quel punto, di loro si sono perse le tracce. Poco dopo il parroco si e’ accorto del raggiro e ha chiamato i carabinieri. I militari hanno confermato che il sacerdote e’ estraneo a qualsiasi accusa di pedofilia.

    10 gennaio 2011

    (ANSA)

    http://www.giornalettismo.com/archives/109…no-21mila-euro/

  • I gay credenti del Guado difendono don Pezzini, il prete che abusò di un minorenne

    I gay credenti del Guado difendono don Pezzini, il prete che abusò di un minorenne

    pubblicato: giovedì 23 dicembre 2010 da giovanni molaschi

    Di don Pezzini, il sacerdote condannato a 10 anni di carcere dopo aver abusato di un minorenne, continuiamo ad occuparci. Prima di farlo è necessario precisare due concetti che forse sono sfuggiti a chi ha commentato la prima notizia che abbiamo scritto sul sacerdote.

    La pedofilia è una malattia non un genere sessuale. Chi soffre di questa patologia non ne parla in pubblico. Davanti agli altri preferisce allinearsi. Don Pezzini, da quando era stato allontanato dalla diocesi di Lodi, come lui stesso racconta qui, aveva preferito frequentare gay e lesbiche. Con loro aveva creato un gruppo di preghiera: il Guado. Qui l’intervista a Gianni Geraci.

    La vicenda di don Pezzini, proprio per la sua vicinanza ad un gruppo di preghiera omosessuale, non fa bene all’emancipazione dei gay italiani. Questo dato di fatto non è un motivo valido per far archiviare ai media arcobaleno la storia. Anche di quello che non ci piace abbiamo il dovere morale di scrivere.

    Fatte queste doverose premesse, una volta e per tutte, ragioniamo su quanto è successo dopo la condanna a don Pezzini. Il Guado, l’associazione di gay credenti nata con il contributo del sacerdote, ha preso le distanze dalla sentenza di condanna:

    “Sarebbe inutile nascondere il nostro sconcerto, anche perché questa sentenza sembra incompatibile con la figura sacerdotale che abbiamo conosciuto noi: quando si occupava del Guado e quando, successivamente, ha aderito all’invito, che gli abbiamo rivolto più di una volta, di venirci a presentare i suoi libri.

    Nonostante questo sconcerto vogliamo però sottolineare il debito di riconoscenza che ci lega sempre e comunque a don Domenico, perché le iniziative che ha promosso, le cose che ci ha detto e le cose che ha scritto restano per noi ancora un punto di riferimento importante”.

    Queste dichiarazioni non sono piaciute ad Aurelio Mancuso, presidente di Equality Italia:

    “Cari amici de Il Guado pur condividendo il vostro sconcerto e comprendendo il fatto che la figura di Don Pezzini è sempre stata importante per la storia dell’intero movimento dei gruppi dei gay credenti, mi impressiona il fatto che in questo vostro scritto non ci sia una parola di solidarietà nei confronti della vittima, ovvero del ragazzo violentato a 13 anni.

    Trovo questo atteggiamento gravemente omissivo, e curiosamente tutto teso a difendere e proteggere la figura di don Pezzini amico, senza alcun riguardo per la parte lesa. L’assenza di parole a volte è assai più pesante di scritti roboanti, e il vostro silenzio mi fa riflettere”.

    http://www.queerblog.it/post/9861/i-gay-cr…di-un-minorenne

  • La madre del ragazzo di Laglio «Feriti dalle parole del vescovo»

    La madre del ragazzo di Laglio «Feriti dalle parole del vescovo»

    La famiglia replica a monsignor Coletti sulla vicenda di don Mauro

    «Quelle parole non me le aspettavo e mi hanno ferito. Soprattutto nel giorno dell’Immacolata, e in vista del Natale. Non vi dico come ha reagito mio figlio e cosa ha detto nel sentire il pensiero del vescovo di Como. Posso però aggiungere che quello che è stato detto non ha fatto bene al ragazzo e nemmeno alla nostra famiglia».

    Parla di getto, con la voce rotta dalla commozione, la madre della presunta vittima di don Mauro Stefanoni. E parla dopo aver udito in televisione, al telegiornale di Etv, le prime parole pronunciate da monsignor Diego Coletti sulla vicenda che ha travolto la famiglia del ragazzo e dalle cui dichiarazioni è partita l’indagine e in seguito i processi all’ex parroco di Laglio, accusato di violenza sessuale ai danni del giovane che, all’epoca dei fatti – che si collocherebbero tra l’agosto del 2003 e l’ottobre del 2004 – era minorenne.

    Coletti, che ereditò la vicenda, al suo arrivo alla guida della Chiesa lariana avvenuto nel gennaio del 2007, dall’allora vescovo Alessandro Maggiolini, prese i primi provvedimenti allontanando don Mauro da Colico (dove era stato spostato) e tenendolo lontano da incarichi pastorali. Poi, cosa mai avvenuta prima, inviò propri emissari in aula a seguire le ultime udienze del processo di primo grado, concluso con la condanna di otto anni poi ratificata anche dal collegio d’Appello lo scorso 23 novembre.

    Mai, però, monsignor Diego Coletti, pur senza far mancare comunicati stampa sulla questione, aveva parlato apertamente della vicenda di don Mauro Stefanoni. Un tabu rotto con l’intervista rilasciata al giornalista di Etv Davide Cantoni, concessa all’emittente cittadina in occasione del Natale per fare gli auguri ai fedeli e alla città. Cinque minuti buoni in cui il presule ha espresso a ruota libera le proprie considerazioni che, tuttavia, non sono state gradite dalla famiglia della vittima che le ha udite al telegiornale della sera. Parole in cui il vescovo, oltre a rimarcare il «rigore con cui vanno affrontate queste vicende», anche per «togliere ogni possibile giudizio di sottovalutazione o occultamento» della vicenda, ha poi aggiunto, «nel concreto», di essere «personalmente vicino all’ex parroco di Laglio, lasciando che faccia le sue scelte in autonomia e libertà ma mettendolo in una condizione in cui non abbia responsabilità pastorali di alcun genere in modo da tenersi fuori da ogni possibile accusa di sottovalutazione della sua posizione».

    «Episodi di cronaca anche molto recente – ha poi proseguito monsignor Coletti – fanno riflettere sulla situazione pesante di persone che magari innocentemente sono state accusate e perseguite per poi accorgersi dopo mesi o anni che per una convergenza di circostanze si è puntato nella direzione sbagliata». Considerazioni che alla famiglia del ragazzo – che ha replicato subito dopo il tg della sera con le parole dell’avvocato Nuccia Quattrone – non sono piaciute.

     «Non posso negare di esserci rimasta molto male – dice la madre del giovane – Non ho più nemmeno la forza di reagire. Nemmeno il secondo grado di giudizio ha chiuso questa vicenda. Non vi dico quello che provo. Quelle parole hanno però fatto male sia a me sia alla mia famiglia, sia soprattutto a mio figlio che le ha ascoltate in televisione».
    «L’incontro con il vescovo c’è stato – conferma infine la madre – Ma siamo stati noi a chiedere di potere parlare con monsignor Coletti e a ottenere l’incontro, che avvenne nel luglio di 2008, dopo più tentativi. Fino a quel momento dalla Curia non avevamo mai ricevuto, in tutta la vicenda, una sola telefonata. E anche dopo allora nessuno si è più fatto sentire»
    . La vicenda processuale attende ora il deposito delle motivazioni dell’Appello – che ha confermato gli otto anni del primo grado – e che dovrebbe avvenire entro 90 giorni dalla lettura del dispositivo, fatta, come detto, il 23 novembre 2010. Poi don Mauro e i suoi avvocati dovranno decidere se fare ricorso o meno in Cassazione. Fino a quel giorno anche il processo canonico rimarrà sospeso.

    Mauro Peverelli

  • «Serve rigore, ma sono vicino a don Mauro»

    «Serve rigore, ma sono vicino a don Mauro»

    Giovedì 09 Dicembre 2010
    Il vescovo di Como Diego Coletti ha parlato per la prima volta su Etv della vicenda giudiziaria

    Quando arrivò alla guida della Diocesi di Como, nel gennaio del 2007, la vicenda che riguarda don Mauro Stefanoni era esplosa da tempo.

    Finendo per coinvolgere anche l’ex vescovo di Como, monsignor Alessandro Maggiolini, iscritto sul registro degli indagati dalla Procura con l’accusa di favoreggiamento personale. Posizione poi archiviata.

    “Don” Diego Coletti, come ama essere chiamato, entrò nella città di Volta in punta di piedi, e tra mille mani da stringere, spalle da abbracciare e volti a cui sorridere, si trovò anche il pesante fardello del processo in corso a carico dell’ex parroco di Laglio, accusato – dalla stessa Procura – di violenza sessuale su un ragazzo dell’oratorio che, all’epoca dei fatti (avvenuti presumibilmente tra l’agosto del 2003 e l’ottobre del 2004) era minorenne.

    Da allora, monsignor Coletti, il nuovo vescovo di Como, prese provvedimenti rimuovendo don Mauro da Colico (dove era stato spostato da Maggiolini), sottraendo all’ex parroco ogni incarico pastorale ma lasciando ai freddi comunicati stampa della Diocesi il compito di commentare la sentenza sia di primo grado, giunta il 29 maggio del 2008, esattamente quattro mesi dopo l’insediamento del nuovo vescovo, sia quella di secondo grado.

    Mai, insomma, la guida della Chiesa lariana aveva parlato direttamente della questione. Almeno fino a queste ore. Perché monsignor Diego Coletti, di fronte alle domande del giornalista di Etv, Davide Cantoni, e in occasione del saluto alla città e ai fedeli per il Natale – l’intervista integrale verrà trasmessa dall’emittente lariana il 25 dicembre – ha affrontato, senza nascondersi e per più minuti, anche il tema di don Mauro Stefanoni e della sua condanna a otto anni anche in secondo grado. Pena inflitta dai tre giudici del collegio d’appello di Milano e che ha ricalcato in tutto e per tutto la decisione presa dai magistrati di Como due anni fa. Un intervento che riportiamo testualmente, parola per parola.

    Partendo, ovviamente, dalla lettura del dispositivo effettuata lo scorso 23 novembre 2010.
    In questa vicenda serve rigore
    «Io distinguerei due piani del discorso sulla vicenda – sono le parole del Vescovo – Il primo sono la serietà e il rigore con cui vanno affrontate queste vicende che, per fortuna, statisticamente sono ridotte. Ma anche fossero ancora più ridotte, ciò non toglie che siano comunque delicatissime e gravissime. Vanno affrontate con grande rigore, anche a vera difesa dell’imputato fino a un giudizio definitivo. Rigore, serietà e impegno per togliere ogni possibile giudizio di sottovalutazione o peggio ancora di occultamento, o scelta di protezione di chi può avere commesso un reato».

    In passato ci sono state smentite
    «Nel concreto però – prosegue monsignor Coletti – io devo anche prendere atto della tenacia, della serietà e della pervicacia con la quale, in questo caso, l’accusato continua a dichiararsi innocente. Io sono convinto che i magistrati facciano il loro lavoro in modo serio, ma anche nel passato recente non sono mancati, in casi simili, clamorose smentite di sentenze fatte in maniera molto accurata e ineccepibile che poi, per il giungere di nuove testimonianze sono state ridimensionate».

    Sono vicino a don Mauro
    «Io in questo caso cerco di essere personalmente vicino all’ex parroco di Laglio, lasciando che faccia le sue scelte in autonomia e libertà ma mettendolo in una condizione in cui non abbia responsabilità pastorali di alcun genere – prosegue il vescovo di Como – in modo da tenersi fuori da ogni possibile accusa di sottovalutazione della sua posizione. La questione è lacerante e dolorosa, sia nell’ipotesi della sua colpevolezza, e questo è evidente, sia nell’ipotesi che la magistratura ha in questi giorni smentito con la seconda condanna, ovvero quella della sua innocenza. Episodi di cronaca anche molto recente fanno riflettere sulla situazione pesante di persone che magari innocentemente sono state accusate e perseguite per poi accorgersi dopo mesi o anni che per una convergenza di circostanze si è puntato nella direzione sbagliata».
    L’incontro con le vittime
    «Ho incontrato i genitori, non il ragazzo – dice ancora monsignor Coletti – I genitori mi hanno ringraziato per l’incontro. Non siamo entrati nel merito ma ho chiesto loro di trovare una strada anche per questo ragazzo, perché possa recuperare serenità e fiducia in chi lo circonda. Non c’è nessun risentimento nei loro confronti. Loro avevano il sacrosanto diritto di fronte ad una ipotesi di reato di chiedere che il caso venisse esaminato da chi di dovere».

    Il processo canonico
    L’ultimo punto toccato dal vescovo di Como, è il processo canonico incardinato dopo la sentenza di primo grado e poi sospeso in attesa dell’appello. Cosa avverrà ora?
    «Confermo che il processo è iniziato. Poi è stato interrotto per evitare indebite sovrapposizioni o sconfinamenti con il processo penale. 
    Adesso vedremo se si andrà in Cassazione e in tal caso aspetteremo. Se invece si dovesse decidere di non andare in terzo grado e la sentenza diventasse definitiva, allora il processo canonico riprenderebbe».
    Non rimane dunque che attendere il deposito delle motivazioni della sentenza – entro 90 giorni – e la successiva volontà o meno di don Mauro e dei suoi avvocati di ricorrere ai giudici della Suprema Corte.

  • PEDOFILIA, CONDANNA A 10 ANNI PER DON PEZZINI

    PEDOFILIA, CONDANNA A 10 ANNI PER DON PEZZINI

    È stato condannato a dieci anni di reclusione il sacerdote don Domenico Pezzini, accusato di violenza sessuale aggravata nei confronti di una ragazzina del Bangladesh.

    La sentenza è stata emessa con rito abbreviato dal Gup di Milano. Il giudice ha anche confermato la misura del carcere per il prete della diocesi di Lodi, rigettando la richiesta della difesa che aveva chiesto al Gup che l’uomo venisse messo agli arresti domiciliari in una comunità monastica. Stando alla indagine, il prete avrebbe abusato della ragazzina tra il 2006 e il 2009 anche quando aveva meno di 14 anni. Il giudice ha applicato una pena anche più ‘pesantè rispetto a quella chiesta dall’accusa. Il pm di Milano, Cristiana Roveda, aveva chiesto infatti per il sacerdote otto anni e mezzo di carcere, mentre l’avvocato, Mario Zanchetti, aveva chiesto l’assoluzione e il subordine di trasferimento dal carcere in una comunità monastica, trasferimento a cui aveva dato parere favorevole anche il Pm.

    Al ragazzino, costituitosi parte civile con l’avvocato Laura De Rui, è stata concessa una provvisionale di risarcimento di 50 mila euro. Don Pezzini era un prete molto conosciuto nella comunità omosessuale e in particolare dagli anni ’80 era animatore di un gruppo di omosessuali credenti che approfondiscono le tematiche relative all’omosessualità e ai suoi rapporti con il Cristianesimo. Era stato anche docente di linguistica inglese all’Università di Verona. Le violenze sarebbero avvenute nella sua abitazione di Milano. In particolare, secondo l’accusa il religioso avrebbe avvicinato il ragazzo, che viveva in una situazione di indigenze e degrado, in un parco, offrendogli una possibilità di aiuto. In realtà, poi, avrebbe abusato più volte di lui per circa tre anni.

    Nel corso delle indagini, inoltre, era arrivata a Milano in Procura anche un’altra denuncia per abusi sessuali a carico del prete, presentata da un uomo straniero che ha raccontato di aver subito violenze una quindicina di anni fa, quando era minorenne. Fatti prescritti, ma che l’accusa ha usato come ulteriore elemento per confermare il quadro probatorio nel processo.

    www.leggo.it/articolo.php?id=97643

  • Pedofilia: chiesta reclusione per Don Pezzini da Lodi

    Pedofilia: chiesta reclusione per Don Pezzini da Lodi

    Il pm di Milano Cristiana Roveda ha chiesto otto anni e mezzo di galera per il prete accusato di violenza sessuale su un minore. Il gup ha fissato per martedì l’udienza per la camera di consiglio e la sentenza

    Lodi, 15 dicembre 2010 – Cristiana Roveda, il pm di Milano, ha chiesto una condanna a otto anni e mezzo di reclusione per don Domenico Pezzini.

    Il sacerdote della diocesi di Lodi a maggio era stato arrestato per violenza sessuale aggravata nei confronti di un ragazzino del Bangladesh.

    La richiesta di condanna è arrivata oggi durante il processo davanti al gup di Milano, che ha fissato per martedì l’udienza per la camera di consiglio e la sentenza.

    Secondo le indagini, tra il 2006 e il 2009 il prete avrebbe abusato del ragazzino, anche quando aveva meno di 14 anni. Per l’accusa il religioso avrebbe avvicinato l’indigente ragazzo in un parco, offrendogli aiuto, per poi abusare di lui.

    http://www.ilgiorno.it/lodi/cronaca/2010/1…eclusione.shtml

  • Suicida il sacerdote molestatore Era stato smascherato dalle «Iene»

    Suicida il sacerdote molestatore Era stato smascherato dalle «Iene»

    Dopo il servizio tv realizzato con telecamera nascosta era stato sospeso e inviato in una comunità di cura

    BERGAMO – Si è tolto la vita gettandosi sotto un treno, il sacerdote bergamasco di 51 anni, S.R., che alcuni mesi fa era finito nel mirino della trasmissione tv Le Iene con l’accusa di aver molestato due ragazzi fingendo di fornire loro un supporto spirituale. La tragedia si è consumata intorno alle 11.30 di domenica, quando il sacerdote si è gettato sotto un convoglio lungo la linea ferroviaria Milano-Venezia, nelle campagne tra Masano e Pagazzano, in provincia di Bergamo. L’allarme è scattato immediatamente. Sul posto sono intervenuti gli agenti delle polizia ferroviaria di Treviglio (Bergamo) e un equipaggio del 118. I soccorsi si sono però rivelati inutili perchè l’uomo è morto sul colpo. Il caso era scoppiato nell’aprile scorso quando un inviato del programma Le ienedi Italia 1, senza rivelare il luogo in cui era stato realizzato il servizio, lo aveva intervistato smascherandolo. Il prete aveva infatti tentato un approccio anche con lui. Solo un paio di mesi dopo si era appreso che si trattava di un sacerdote del santuario di Caravaggio (Bergamo) che nel frattempo era stato sospeso dalle sue funzioni e inviato in una comunità di cura. Oggi la tragedia.

    LA TRAPPOLA – La trasmissione de ‘Le Ienè che ha smascherato il sacerdote è andata in onda ad aprile: alcune immagini riprendevano il prete mentre faceva avances a un attore che si era finto omosessuale al santuario di Caravaggio, nella Bassa Bergamasca. La scusa dell’incontro, infatti, era proprio quella di potere incontrare il prete per confidarsi in merito alle inclinazioni omosessuali. E così il religioso, originario di Masano di Caravaggio, era caduto nella trappola e, dopo pochi minuti di colloquio, si era lasciato andare a comportamenti impropri che la telecamera nascosta aveva impietosamente registrato. A distanza di un paio di mesi dalla trasmissione del servizio, il prete era stato rimosso dall’incarico. A firmare il provvedimento è stato monsignor Dante Lanfranconi, vescovo di Cremona (diocesi da cui dipende il santuario di Caravaggio), al quale era stato subito segnalato il caso dopo la denuncia del caso alla televisione.

    GIOVANE ATTORE – La vicenda era cominciata quando alla redazione delle Iene è arrivata la segnalazione di un ragazzo residente nella Bassa Bergamasca che accusava il sacerdote di averlo molestato dopo che era andato da lui a cercare conforto per suoi problemi familiari. La redazione del programma di Italia 1 ha allora inviato a Caravaggio un giovane attore che, fingendosi minorenne e omosessuale, si è presentato al prete per confidargli le sue preferenze sessuali. Dal video mandato in onda, si capisce che il sacerdote abbraccia il ragazzo e tenta di baciarlo. Successivamente, un altro inviato della trasmissione tv è andato ad incontrare il prete, chiedendogli conto di ciò che aveva fatto. «Forse ho esagerato, lasciandomi andare senza accorgermene» ha ammesso il sacerdote, spiegando di aver agito per aiutare il ragazzo.

    TRASFERIMENTO – Nonostante gli accorgimenti messi in atto per non svelare l’identità del sacerdote, chi conosceva il prete ha capito subito che si trattava di lui, e ha avvisato il vescovo di Cremona, che il giorno dopo la messa in onda è andato a trovarlo al santuario e lo ha sollevato dall’incarico. Il prelato spiegò che si trattava di una sospensione provvisoria, poichè «i casi di questo genere – disse – vengono poi trattati a Roma. Dal nostro punto di vista non possiamo prendere altre decisioni, nè aggiungere alcun commento. Possiamo solo aspettare». Il sacerdote che si è ucciso stava seguendo un percorso di recupero psicologico e spirituale. (Fonte Ansa)

    http://www.corriere.it/cronache/10_novembre_28/suicida-prete-molestie-iene_95e2550c-fb1c-11df-abbf-00144f02aabc.shtml

  • Vicenza. “Io abusata a 3 anni da una suora”., La superiora conferma: “Trasferita in altro istituto”

    Vicenza. “Io abusata a 3 anni da una suora”., La superiora conferma: “Trasferita in altro istituto”

    “La suora pedofila abusò di me a tre anni”. La storia choc
    Sabato 02.10.2010 13:00

    “Avevo tre anni, andavo all’asilo: una suora ha abusato di me, più volte. Ricordo i dettagli: la stanza, il viso di lei, ciò che mi ha costretta a fare. Oggi, dopo un lungo percorso di aiuto psicologico e di analisi, i ricordi sono vivi. E ho la forza di condividerli”.

    Marta ha 50 anni ed è originaria di un piccolo paese dell’Alto Vicentino, non lontano da Thiene. E’ una donna matura. La storia raccontata dal giornale di Vicenza.

    Marta si è costruita con fatica e forza interiore una vita “normale”, come dice lei. Quel “tatuaggio dell’anima”, però, rimane “incancellabile”, dentro di lei.
    A tanti anni da quella drammatica esperienza infantile, Marta ha deciso di uscire allo scoperto, di raccontare la sua storia di vittima della pedofilia. “Lo faccio – dice con voce ferma, al telefono – perché oggi sono pronta, grazie all’aiuto di tante persone e professionisti capaci; e lo faccio perché oggi si può parlare di questo, ringrazio Dio che siamo nel 2010 e finalmente non ho più la sensazione, se racconto, di non essere creduta”.

    LA SOLITUDINE- Marta ha rotto il ghiaccio rivolgendosi a Graziano Guerra, dell’associazione Sos Infanzia. Con questa mediazione, la sua storia ora diventa pubblica. La donna, però, preferisce mantenere riservati nomi e luoghi esatti. «Non ho mai denunciato alla magistratura questi fatti, anche perché per tanti anni sono rimasti tutti dentro di me, li ho vissuti da sola, senza riuscire a parlarne con nessuno». Neanche con i genitori. “Sono cresciuta in una famiglia molto religiosa e non me la sono sentita, fino a dieci anni fa, di parlarne con mia madre”.

    L’AIUTO PSICOLOGICO- Un trauma covato nella solitudine. L’elaborazione è stata un “percorso lungo anni”, di analisi e terapia. «I ricordi degli abusi – riprende la donna – sono riaffiorati piano piano, a partire dall’adolescenza e poi dopo, intorno ai 18 anni, con la scoperta delle sessualità: è stata una sofferenza. Quando sono riuscita a condividere la mia esperienza erano ormai passati anni».

    “LA CHIESA SAPEVA”- Ma il tempo non ha mai cancellato le istantanee di quei giorni all’asilo. “Anzi, ricordo quella suora – continua la donna – ricordo che, dopo la prima volta, cercavo di evitare di incrociarla: durante il “riposino” pomeridiano io fingevo di dormire davvero per non essere presa in disparte da lei”. Un’immagine che si è tradotta «in incubi ricorrenti per anni”.

    Nel 2002, quasi quarant’anni dopo quei fatti e dopo il lungo percorso psicologico, Marta ha avuto la forza di andare a scavare nel passato. “Cercavo risposte – dice – e finalmente sono riuscita ad affrontare il portone della casa madre delle suore, ho parlato direttamente con la superiora che all’epoca dirigeva anche il mio asilo”. Marta le ha raccontato degli abusi. “La madre superiora mi ha confermato di essere già a conoscenza dei fatti, sapeva che alcuni bambini erano stati vittime di abusi, ma non sapeva che io ero tra quelli. Mi ha poi spiegato che, in quel periodo, la religiosa fu allontanata… in un altro asilo”.