Osservatorio della Rete L'ABUSO

Categoria: Puglia

  • Vescovo di Lecce. In Puglia 10 preti pedofili. Fuori i nomi!

    Vescovo di Lecce. In Puglia 10 preti pedofili. Fuori i nomi!

    Vescovo su preti pedofili:
    «Anche in Puglia
    una decina di casi»
    di ONOFRIO PAGONE

    La carne è debole, perciò avvengono questi casi di preti pedofili. Mons. Cosmo Francesco Ruppi, arcivescovo emerito della diocesi di Lecce, lo ripete senza esitazione. «Tutto questo – spiega – succede per la debolezza della carne e perché il sacerdote non è consapevole della sua responsabilità e si lascia andare ad effusioni affettuose in maniera disordinata».

    Eccellenza, lei è stato vescovo in Puglia per trent’anni, ed ha anche presieduto la Conferenza episcopale pugliese: mai neanche un caso di pedofilia da noi? «Non mi sono mai occupato direttamente di pedofilia. Mi sono occupato e preoccupato di qualche prete che non si comportava molto bene e l’ho richiamato. Da noi so di pochi casi di pedofilia accertati, e parecchi casi dubbi o chiacchierati».

    Pochi che vuol dire? Quanti sono? «Non più di una decina di casi su milleottocento preti in Puglia, una percentuale minima rispetto al fenomeno esistente in altre categorie diverse dai sacerdoti».

    E voi vescovi cosa avete fatto, come siete intervenuti? «Siamo stati molto severi. Quei preti sono stati ridotti allo stato laicale o sono stati avviati alle case di redenzione o trasformazione, sono tre-quattro strutture che abbiamo in Italia dove vengono inseriti i sacerdoti in difficoltà: o si redimono o sono fuori dal sacerdozio. La pedofilia è incompatibile col sacerdozio».

    E i preti pedofili pugliesi si sono redenti? «Non posso dire più di tanto. Ci sono stati casi di recupero, ed altri in cui il sacerdote ha chiesto la dispensa».

    Insomma avete applicato la linea dura, giusto? «È la linea della Chiesa, dura ma anche paterna. Il buon padre rimprovera il proprio figlio e lo punisce, e però deve occuparsi non solo dei minori oltraggiati ma anche di colui che ha sbagliato».

    Eccellenza, il celibato imposto ai sacerdoti c’entra con queste storie di pedofilia? «Non c’entra per niente con la pedofilia. Tanto è vero che questa abitudine, questo reato esiste anche fuori dal presbiterio, anche tra coloro che svolgono altre attività. Questo avviene anche nelle scuole, nelle residenze universitarie, in altri luoghi della vita. I giornali sono pieni di storie analoghe».

    E questo riduce la responsabilità della Chiesa? «La Chiesa è sempre stata molto ferma. Sia Benedetto XVI sia Giovanni Paolo II sono stati sempre molto duri per i reati sui minori: hanno sempre criticato quelle conferenze episcopali che non avevano esercitato l’opportuna vigilanza sul clero. Proprio Papa Wojtyla aveva utilizzato l’espressione “tolleranza zero” a proposito degli scandali negli Stati Uniti. E Benedetto XVI è stato sempre molto deciso e ha chiesto ai vescovi di essere più vigilanti sulla vita del prete e sulla sua formazione».

    Ma adesso il fenomeno è aumentato o semplicemente se ne parla di più? «Credo che se ne parli, ora, in un momento in cui si vuole aggredire la Chiesa mettendo in luce questa debolezza. Benedetto XVI ha precisato che c’è un clima di ostilità nei confronti della Chiesa cattolica, e questa ostilità nei confronti dei presbiteri ne è la conseguenza. Però bisogna anche sottolineare un altro aspetto: insieme con i preti che sbagliano e che vanno puniti con fermezza, bisogna guardare a quelli che non sbagliano e si dedicano alla carità. Nel mondo ci sono 400mila presbiteri e alcune migliaia di religiosi: quelli che sbagliano sono la minoranza».

    E non è un bene guardare a questa minoranza? «Certo che lo è! Lo aveva già detto l’allora cardinale Ratzinger che nella Chiesa ci sono sporcizie, ma anche santità e sacrifici di una moltitudine di preti che lavorano nel nascondimento».

    Da cosa nasce l’ostilità verso la Chiesa? «La Chiesa è forte, ha parecchio da dire e si vorrebbero tagliare le ali alla Chiesa per ridurne la credibilità. Invece la Chiesa che reprime questi difetti, questi errori, questi peccati, merita maggiore rispetto e amore. Benedetto XVI e i vescovi si stanno impegnando molto per riportare la santità del clero al disegno del Signore. In questo “anno sacerdotale”, perché il Papa ha voluto indirlo per il 150° anniversario di San Giovanni Maria Vianney, sta avvenendo questo “scoppiettìo” di infamia contro la Chiesa, ma sono profondamente convinto che questo momento è salutare e provvido perché la Chiesa e il prete riacquistino la meta della santità».

    Eccellenza, ma da chi è creato questo clima di ostilità? «Soprattutto dalla forza del male, il demonio, e dalla situazione della storia. Ma la forza della Chiesa dipende dallo Spirito Santo, non dagli uomini». Non è anche questione di formazione del clero? «Il clero di oggi è migliore di quello di cento o 200 anni fa, che era meno colto e molto dedito alla caccia, alle opere terrene e a molti peccati morali. Oggi, nonostante i preti cattivi, la maggior parte risponde al disegno di Dio e alla volontà della Chiesa. E i vescovi scelgono con oculatezza i formatori».

  • Don Enzo Greco: dopo le vicissitudini giudiziarie la vicinanza degli ex alunni

    Don Enzo Greco: dopo le vicissitudini giudiziarie la vicinanza degli ex alunni

    Don Enzo Greco: dopo le vicissitudini giudiziarie la vicinanza degli ex alunni

    NARDO’ – Una manifestazione, stasera, a San Gerardo. Poi si passa a Santa Caterina per una serata di solidarietà e vicinanza.

    L’Acr della parrocchia di S. Gerardo Maiella in Nardò organizza per oggi, alle ore 20, sul piazzale della stessa parrocchia la Festa di chiusura dell’anno sociale.

    I ragazzi sono impegnati in diverse manifestazioni. Partecipa anche un gruppo di ex alunni di don Enzo Greco con l’intento di rivolgergli la propria gratitudine per il suo insegnamento, improntato al rispetto, alla lealtà e alla gioia.
    Lo stesso gruppo, insieme all’associazione “La cittadella”, ha organizzato per il 12 agosto prossimo, nella piazza di Santa Caterina, una manifestazione per esprimere al loro maestro don Enzo solidarietà e ringraziamento per l’impegno profuso sul piano della formazione spirituale, culturale e civica.

    Una manifestazione che deve far riflettere soprattutto alla luce delle recenti vicende giudiziarie che hanno visto il sacerdote implicato in una storia avvenuta ad Erchie e che ha comportato una condanna, in primo grado, per il religioso.

    http://www.portadimare.it/index.php?option=com_content&task=view&id=8764&Itemid=1

  • PEDOFILIA, UGENTO: LE INDAGINI SU DON STEFANO ROCCA

    PEDOFILIA, UGENTO: LE INDAGINI SU DON STEFANO ROCCA

    Giuseppe Basile, consigliere provinciale dell’Italia dei Valori, viene ucciso il 15 giugno 2008 a Ugento (Lecce). Il prete di Ugento don Stefano Rocca si spende molto meditaticamente, invitando chi sa a denunciare gli assassini del politico.

    Dopo più di un anno, nel novembre 2009, vengono arrestati i presunti assassini. Il movente pare essere di natura personale e non politico come ipotizzato in un primo tempo. Nel frattempo, nel settembre 2009 don Rocca era stato trasferito da Ugento.

    Un testimone spiega l’attività di don Rocca nelle fasi successive all’omicidio di Basile, come precostituita a trovare un alibi per far passare il suo trasferimento per abusi sessuali come conseguenza della sua attività di indagine e denuncia sul caso.(fonte)

    Il delitto del politico di Tonino: spunta la pedofilia

    fonte: http://www.ilgiornale.it/interni/il_delitt…ge=1-comments=1

    di Gian Marco Chiocci nostro inviato a Ugento (Lecce)

    L’ombra tetra della pedofilia si allunga sull’omicidio di Giuseppe Basile, il consigliere provinciale leccese dell’Italia dei Valori scannato a coltellate, sull’uscio di casa, una calda notte d’estate del giugno 2008. A forza di dare la caccia agli assassini la procura locale è finita a investigare con grandissima cautela su presunti abusi sessuali commessi all’oratorio del comune di Ugento, dove Peppino Basile viveva e dov’è parroco don Stefano Rocca, amico dell’esponente Idv. Il quale, all’indomani dell’omicidio, s’era fatto rumorosamente portatore di istanze di verità insieme agli esponenti dell’Idv sull’omertà diffusa e sulla pista «politica» del delitto che hanno scatenato il finimondo.

    Sia il prete che i seguaci di Tonino poi hanno abbandonato la scena non appena le indagini si sono chiuse con l’arresto dei vicini di casa riaprendosi con le testimonianze dei ragazzi presumibilmente molestati. Per capire a che livello di squallore siamo arrivati occorre rimettere le lancette dell’orologio all’1.35 del 14 giugno di due anni fa. Il consigliere dell’Idv è al volante di una Panda nella periferia di Ugento, imbocca via Nizza, percorre 200 metri e parcheggia sotto l’abitazione. Qui, nel buio pesto illuminato da un unico lampione, trova ad attenderlo la morte. Qualcuno gli si avventa contro e gli squarcia il torace con 22 coltellate.

    L’esecuzione è scomposta, rabbiosa, niente a che vedere con le modalità della criminalità organizzata che peraltro in quest’angolo di Salento attecchisce poco. Nonostante ciò, a cadavere ancora caldo, con Antonio Di Pietro sceso per i funerali celebrati da don Stefano, l’Italia dei Valori comincia a dire che Peppino è stato ammazzato per le sue coraggiose battaglie contro il malaffare locale rappresentato dai politici di centrodestra, come il povero sindaco Eugenio Ozza, che non avrebbe difeso abbastanza don Stefano assurto a prete-investigatore perché destinatario di lettere anonime e confidenze sugli assassini ricevute nel confessionale (sic!). Fatto sta che con l’inesorabile trascorrere del tempo, con le indagini apparentemente in stallo, l’Idv sui giornali e il religioso in chiesa, alzano i toni dello scontro.

    Manifestazioni, fiaccolate, volantini, pièce teatrali, sit-in di comitati spontanei, premi alla memoria. Addirittura un’interpellanza parlamentare per chiedere di fare luce su chi avesse vergato con lo spray una brutta frase contro Basile, sbiadita dal tempo, su una parete del centro storico. Un’altra per sapere se fosse vero che il sottosegretario Mantovano (che è di Lecce) avesse fatto pressioni per ammansire gli inquirenti sulla pista che portava a un giovane di An interrogato per sei ore in quella questura «dove presta servizio – raccontano oggi gli arrabbiatissimi militanti del Pdl della zona – Gianfranco Coppola, eletto proprio qui a Ugento con l’Idv». Il parlamentare Pierfelice Zazzera, coordinatore regionale del partito del gabbiano, sollecitò addirittura un’ispezione al ministro Alfano poiché più si andava avanti e più gli inquirenti brancolavano nel buio. A un anno dal delitto, al Corriere del Mezzogiorno, lo stesso Di Pietro senza alcuna cautela diceva che era «un delitto che parla» e che Basile «è stato certamente ucciso per quello che stava facendo in politica».

    Che poi è quanto ritroviamo trascritto da Tonino nella prefazione di un libro, «Il Sistema», che sin dalla copertina indica ai lettori la strada di verità che si vuole percorrere: «L’intreccio di interessi economici-politici all’ombra dell’omicidio di Peppino Basile». E don Stefano? In parallelo conduceva incessantemente una battaglia. Appena poteva, attaccava i fedeli omertosi. Un giorno rivelò che i concittadini lo pedinavano dentro e fuori l’oratorio e che il suo era un «impegno politico», contro il “Sistema”, e che la “mafia” che ti impedisce di parlare stava dietro all’omicidio dell’amico. Battibeccava sempre più spesso col sindaco che invece di porger l’altra guancia gli rispondeva per le rime «che a Ugento la mafia non c’è» e che se proprio voleva fare politica che si spogliasse dell’abito del Signore e si confrontasse con lui in consiglio comunale.

    La buonanima del vescovo, monsignor Vito De Grisantis, ha provato a far da paciere fra il Peppone ex missino e il don Camillo del Salento. I risultati sono stati penosi. Fino a quando la tranquilla Ugento, divenuta Corleone, la mattina del 20 novembre 2009 si sveglia con i tg locali impazziti: «Per l’omicidio di Giuseppe Basile arrestati due vicini di casa. Il delitto sarebbe maturato per una lite aggravata da vecchi rancori». Proprio così. In cella finiscono i dirimpettai Vittorio Colitti, 66 anni, e il nipote Vittorio, all’epoca dei fatti minorenne. Dai verbali allegati al fascicolo si scopre che c’è una supertestimone.

    Ha 7 anni ed ha assistito in diretta all’omicidio perché alle prime grida d’aiuto di Peppino s’è affacciata alla finestra che dà su via Nizza. Se non ha parlato prima è perché la nonna s’era raccomandata di non dire niente a nessuno. Ma una volta messa dolcemente alle strette da una psicoterapeuta e dalla pm dei minori Simona Filoni, alla fine se la canta. E seppur con qualche imprecisione nei ricordi, la ragazzina alla fine indica senza indugi che quello che in strada era «di fronte a Peppino», era «il nonno di Luca» che è «vecchio, grosso, con la pancia» e dava «le botte» con un coltello. Mentre l’altro, «teneva soltanto fermo il signore, di lato, per la vita (…). Quando mi sono affacciata c’era il fratello di Luca (…)».

    La posizione dei due indagati si aggrava ulteriormente quando si viene a sapere che don Stefano, preso a verbale il 16 marzo 2009, aveva rimarcato come la signora Antonia, moglie del presunto assassino, «che fino al giorno dell’omicidio frequentava assiduamente la parrocchia» dopo il delitto aveva avuto un atteggiamento ostile nei suoi confronti. «Quando ci parlai – racconta don Stefano – mi accolse freddamente chiedendomi se avevo ancora intenzione di interessarmi della morte del loro vicino. Aggiungo che anche il nipote nel corso degli ultimi mesi non frequentava più l’oratorio». Frasi ambigue, secondo la comunità di Ugento che reputa innocenti i due Coliti tanto da cooptare per le indagini difensive l’ex colonnello del Ris, Luciano Garofano.

    Frasi che per molti somigliano a una imbeccata ai carabinieri e che si aggiungono a quelle di Rappon Sarika, un’amica di Basile, che a verbale ha riferito che Peppino le disse dei rancori coi vicini «che gli rompevano i coglioni», che «lo spiavano quando rientrava», con i quali aveva avuto diverbi, e che nutrivano del risentimento, forse, perché «in giro si vociferava che lui aveva avuto una relazione sentimentale con la vicina di casa (…) e che il ragazzo vicino di casa lo aveva infastidito più volte». Aggiunse che se gli fosse successo qualcosa «sarei dovuta andare da don Stefano a cui lui aveva riferito ogni cosa».

    Un dato è certo: dall’arresto dei vicini di casa, il prete che sapeva dei vicini e che la menava sull’omertà del paese, smise di fare baccano. E con lui i pasdaran locali dell’Idv. Don Stefano ricominciò a parlare quando si seppe che la procura, sulla scia dell’inchiesta dell’omicidio Basile, indagava su presunte molestie a minori nell’oratorio da lui diretto e che Peppino frequentava in quanto sostenitore della squadra di calcetto. Squadra dove giocava sia il minorenne arrestato, sia un testimone dei presunti abusi. Così il prete finisce indagato per molestie, mentre per l’inchiesta-madre sulle 22 coltellate, oltre ai presunti assassini, sono indagati i genitori del giovane arrestato (che è già stato rinviato a giudizio, ndr) e l’amico che inizialmente gli fornì l’alibi. Nel nuovo fascicolo sono confluite numerose testimonianze di minori, oltre a una catechista, che avrebbero confermato le molestie e che avrebbero anche fatto cenno al misterioso suicidio di un ragazzino. Versioni delicate, ovviamente tutte da verificare.

    Quale sia la correlazione fra l’inchiesta sul delitto e quella sugli abusi sessuali non si sa. Un raccordo gli inquirenti lo ravvisano certamente nell’omertà di un piccolo centro dove anche solo l’idea di un “giro” di pedofili è respinta con sdegno e paura. Fatto sta che ai ragazzini interrogati si continuano a porre domande sul più giovane dei presunti assassini che, per inciso, si continua a professare innocente. Nel frattempo continuano ad arrivare in procura lettere anonime che accusano il religioso e che suggeriscono ai magistrati dove, e a chi, chiedere informazioni sulle presunte attenzioni riservate a ragazzini di Ugento.

    Ad avvelenare il clima concorrono in coda due fattori: l’improvviso trasferimento a Caltanissetta della pm che ha risolto il caso e che taluni, forse, avrebbero preferito tenere aperto per inseguire i mandanti-fantasma dell’affarismo politico. E le parole di fuoco di Cataldo Motta, procuratore capo di Lecce, che su don Stefano ha detto chiaro e tondo: «Ha fatto credere di sapere cose che in realtà non sapeva». Perché l’abbia fatto non si capisce. «Credo che tutta la sua condotta sia stata finalizzata a precostituirsi un alibi (…) – attacca un supertestimone a verbale -. Riguardo alla condotta tenuta prima e dopo il delitto ritengo che lui abbia agito così perché (omissis) avrebbe poi potuto gridare ai quattro venti che era stato mandato via da Ugento per le sue campagne a favore della giustizia e della verità nel delitto Basile».

    E ancora. Un altro ragazzo s’è ricordato di come «nel 2003 non correva buon sangue fra Basile e don Stefano. Il sacerdote non perdeva occasione di punzecchiarlo. Attribuivo le battute alla vita sregolata che conduceva Basile e, di conseguenza, pensavo che don Stefano lo criticasse proprio per questo. Però rimasi colpito una volta in cui Basile, mentre stava lavorando, aggredì verbalmente don Stefano». Cosa gli disse? «Togliti quell’abito che ti confesso io”…».

    Ugento, abusi nell’oratorio? Verità negli omissis

    UGENTO – C’è un’inchiesta sulle presunte molestie avvenute nell’oratorio. Il fascicolo è sul tavolo del sostituto procuratore Stefania Mininni. Ed è stato aperto sulla scorta delle dichiarazioni rese da alcuni giovani sentiti dagli inquirenti nell’ambito delle indagini sull’omicidio di Peppino Basile. Nel fascicolo sono confluite anche le lettere riguardanti don Stefano Rocca, nelle quali sono contenute accuse nei confronti del sacerdote, tirato in ballo per aver riservato «attenzioni particolari » nei confronti di alcuni ragazzi.

    Una raffica di omissis copre il contenuto dei verbali che sono stati tirati fuori dalla Procura dei minorenni dopo la richiesta di giudizio immediato per Colitti junior, accusato di aver ucciso Peppino Basile insieme con il nonno. Omissis che «trattengono» verità non ancora consacrate dalle prove. I verbali contengono le dichiarazioni di giovani che hanno frequentato l’oratorio della parrocchia di San Giovanni Bosco di Ugento come responsabili dell’Azione Cattolica, come animatori del gruppo scout, come catechisti.

    Sono stati ascoltati alla fine del mese di gennaio dal sostituto Simona Filoni della Procura presso il Tribunale dei min orenni. Fra i verbali «sdoganati» dalla Procura c’è anche quello di un trentenne che ad una domanda del magistrato («Come mai don Stefano Rocca inzialmente si è attivato tanto affinchè si assicurassero gli assassini di Peppino Basile e poi, una volta arrestati gli autori, ha interrotto ogni campagna relativa al delitto Basile?) risponde così: «Credo che tutta la sua condotta sia stata finalizzata a precostituirsi un alibi… Riguardo alla condotta tenuta prima e dopo il delitto ritengo che lui abbia agito così perché … omissis… avrebbe potuto gridare ai quattro venti che era stato mandato via da Ugento per le sue campagne a favore della giustizia e della verità nel delitto Basile».

    Fra i giovani che sono stati sentiti dal magistrato vi sono anche quelli che compaiono nella lettera fatta pervenire alla Procura nella quale si fa riferimento ad alcuni episodi che sarebbero avvenuti nell’oratorio, in cui tre ragazzi avrebbero subito atti sessuali. Alla raffica di omissis sono scampate solo le dichiarazioni relative ai rapporti fra don Stefano e i Colitti e fra il sacerdote e Peppino Basile, ritenute utili per l’indagine sull’omicidio. In particolare un 34enne di Ugento ha ricordato che «nel 2003 non correva buon sangue fra Basile e don Stefano. Il sacerdote non perdeva occasione di punzecchiarlo. Attribuivo le battute alla vita sregolata che conduceva Basile e, di conseguenza, pensavo che Don Stefano lo criticasse proprio per questo. Però rimasi colpito una volta in cui Basile, mentre stava lavorando, aggredì verbalmente Don Stefano dicendogli: “togliti quell’abito che ti confesso io”, senza aggiungere altro». [g.lat.] Ora alcuni testimoni indicano l’attività finalizzata

    fonte:www.lagazzettadelmezzogiorno.it/GdM…9&IDCategoria=1

    ACCUSE INFAMANTI DI PEDOFILIA AL PRETE: LUI DENUNCIA

    Don Stefano Rocca di Ugento ha ricevuto alcune missive con scritte contro di lui, poco dopo essere stato ascoltato in Procura sul caso dell’omicidio Basile. Tramite il suo legale ha sporto denuncia

    UGENTO – Ultimo clamoroso colpo di scena ad Ugento. Accuse di pedofilia e di omosessualità sono state rivolte, tramite una missiva anonima al parroco Don Stefano Rocca, sempre in prima fila quando si trattava di invitare la collettività a rompere il silenzio sull’omicidio di Peppino Basile. Questa mattina il parroco ha trovato all’interno della cassetta postale della chiesa un plico anonimo. Al suo interno vi erano delle fotocopie di alcuni fogli di giornale.

    Si trattava di un articolo del periodico “Panorama” del giugno scorso, riguardante un richiamo del Papa riguardo gli scandali che hanno visto coinvolti preti per abusi, pedofilia, omosessualità e concubinato. A margine una scritta in stampatello “Vale anche per te… don Stefano Rocca”. Un altro servizio è stato preso dal quotidiano “Il Giornale”, dove Sua Santità afferma che i gay non possono prendere i voti. Anche qui, un’altra scritta inquietante “Noi ragazzi non abbiamo dimenticato!!!! Sconterai le tue malefatte!”.

    Angosciato, la prima cosa che ha fatto don Stefano è stata presentarsi insieme al suo legale, l’avvocato Silvio Caroli, presso la caserma dei carabinieri di Taurisano per sporgere denuncia. C’è però una circostanza che lascia pensare: la busta è stata spedita giovedì scorso, cioè un giorno prima che il parroco venisse ascoltato dai pubblici ministeri Simona Filoni e Giovanni De Palma, che stanno indagando sull’omicidio Basile. Ieri don Stefano è stato interrogato per cinque ore dagli inquirenti, che hanno cercato ulteriori conferme relative all’ipotesi accusatoria, chiarendo anche alcune circostanze addotte dalla difesa.

    Può darsi che si tratti due episodi senza alcun collegamento, ma a priori non si può escludere neanche il contrario. Saranno le indagini a stabilirlo. Non è la prima volta che don Stefano viene preso di mira, nel corso delle indagini per l’omicidio è stato raggiunto addirittura da minacce di morte. Anche dopo l’arresto dei Colitti, nonno e nipote, ritenuti presunti assassini dell’ex consigliere provinciale, i colpi di scena ad Ugento continuano senza sosta.

    fonte: www.lecceprima.it/articolo.asp?articolo=19068 [27/02/2010]

    [08/07/2010]

    BASILE, IN AULA DON STEFANO ED IL NONNO DELLA BAMBINA
    Nuova udienza al Tribunale dei minori per l’omicidio Basile. Ad essere sentiti il parroco don Stefano Rocca ed il nonno della bambina che sostiene di aver riconosciuto i Colitti come gli assassini

    LECCE – Dell’omicidio Basile non sa nulla il nonno della piccola testimone. Nonostante la sua nipotina sostenga di aver visto mentre era affacciata da una finestra della sua casa i Colitti ferire a morte l’ex consigliere Idv, lui sostiene di non essersi accorto di nulla quella notte. Una deposizione, quella dell’anziano, costellata da alcune contraddizioni. Su espressa domanda del pubblico ministero Simona Filoni, ha detto di non ricordare l’orario in cui era andato a dormire, nonostante in ben due interrogatori aveva sostenuto di essersi coricato alle 23 e 15.

    Una discrasia che gli è stata fatta notare anche dal presidente Aristodemo Ingusci, e della quale il testimone alla fine ha dovuto prendere atto, seppur con poca convinzione. Stride con quanto appurato nel corso delle indagini anche un altro dettaglio riferito oggi un aula dall’anziano. E cioè che lui, dopo essere sceso per strada dopo che era stato commesso l’omicidio, avrebbe chiesto cosa fosse accaduto. I testimoni ascoltati finora invece sostengono che l’uomo sia stato l’unico ad uscire di casa intorno alle 4 e 30 del mattino, senza rivolgere la parola a nessuno.

    Per il resto ha ribadito gli ottimi rapporti tra la sua famiglia e quella dei Colitti. Così come pure il fatto che i suoi nipotini avessero l’abitudine di chiamare Vittorio senior “signor nessuno”. Lo facevano per scherzare, ha detto. Non ha potuto negare il fatto che fra sua moglie e sua figlia (la mamma della bambina) i rapporti siano piuttosto tesi. Sia per vecchi livori, sia perché la donna è l’unica della famiglia a credere alle dichiarazioni della piccola.

    Nel corso della mattinata è stato sentito anche il parroco di Ugento, don Stefano Rocca. Il prelato ha denunciato ancora una volta tutte le intimidazioni subite da quando si è impegnato in prima persona per scuotere le coscienze ed invitare la gente a rivelare quello che sapeva in relazione all’omicidio. Ha spiegato come i Colitti dopo il delitto abbiano diradato le loro presenze alla messa domenicale. Recatosi da loro un giorno di fine dicembre 2008 per chiedere spiegazioni, i Colitti gli avrebbero detto di essere molto provati dalle pressioni che erano costretti a subire. Domani saranno chiamati a deporre l’ispettore Fersini della mobile e la psicologa Michela Francia.

    Ugento, peggiorano le condizioni di don Stefano ricoverato in Cardiologia

    UGENTO (12 ottobre) – Don Stefano Rocca peggiora. Ieri mattina il parroco di Ugento è stato trasferito nel reparto di Cardiologia a causa di una aritmia. L’applicazione di un holter per monitorare in maniera continua l’attività del cuore è una delle precauzioni prese dai medici dell’ospedale “Francesco Ferrari” di Casarano.

    Ma non solo: per il momento don Stefano Rocca resta ricoverato e non si può prevedere se e quando raggiungerà il convento di Collevalenza, in Umbria, per il ritiro spirituale disposto dal Vaticano. E questo nuovo peggioramento mette in forse le visite a fiume dei fedeli. Ma don Stefano annuncia: «Non mollo. Non getto la spugna».

    Non dice altro, non aggiunge, ma chi lo conosce sa che non si riferisce solo alle sue condizioni di salute. Sì, perchè la decisione di lasciare la parrocchia di San Giovanni Bosco di Ugento non è frutto di una scelta in piena autonomia del prelato. Tutt’altro: lo ha chiarito solo nella serata di ieri la curia di Ugento-Santa Maria di Leuca. Se giovedì scorso la Curia aveva spiegato l’imminente partenza di don Stefano parlando di allontanamento volontario, ora riferisce di una procedura di garanzia disposta dal Vaticano: in base alle norme attuate dal Papa, il sacerdote sottoposto ad inchiesta interna (ma ce n’è una anche in Procura) per pedofilia deve allontanarsi dai fedeli.

    La procedura è stata seguita con discrezione: a don Stefano è stato rivolto un invito orale a lasciare la parrocchia di San Giovanni Bosco. Ma lui si è opposto. Battagliero fuori e dentro la chiesa. E, allora, è giunta la lettera con la quale il Vaticano ha disposto d’ufficio il trasferimento: questa volta nero su bianco.
    E qui si arriva alla serata di giovedì. Poi il malore nella nottata ed il ricovero in ospedale. Saltata la partenza in treno della mattinata successiva. E chissà mai se metterà piede in convento. Intanto questa sera ci sarà una veglia di preghiera nella sua parocchia: arriveranno da Ugento e da Taurisano, la sua città natale, per pregare per don Stefano, i fedeli.

    Gli stessi che l’altro ieri hanno messo il lucchetto al cancello della chiesa per dimostrare la loro contrarietà all’arrivo di un nuovo parrocco. Appuntamento alle 8 di stasera: si andrà avanti ad oltranza. Tutti convinti, quei fedeli, che il loro parroco sia al centro di un complotto ordito allo scopo di fargli pagare l’essersi esposto sul delitto di Peppino Basile. E’ gente che parla, pensa e sente con il cuore, la verità dovranno stabilirla le inchieste del Vaticano e del pubblico ministero Stefania Mininni della Procura di Lecce: sono vere le accuse di pedofilia formulate a Roma, in Vaticano, e quelle raccolte durante e dopo le indagini sulla morte di Basile? Don Stefano, appena potrà, preparerà le memorie difensive da inviare a Roma. In Procura, invece, non hanno voluto interrogarlo quando si propose un paio di mesi fa. Lo difende l’avvocato Silvio Caroli.
    E.M.

    http://www.bambinicoraggiosi.com/?q=node/2216
  • Erchie, prete condannato per pedofilia a oltre tre anni

    Erchie, prete condannato per pedofilia a oltre tre anni

    La vittima ha trovato il coraggio di denunciare il prete solo da maggiorenne
    di VINCENZO SPARVIERO

    ERCHIE – Quelle morbose attenzioni riservate al pastorello sono costate decisamente care ad un sacerdote di Nardò che «bazzicava» spesso in provincia di Brindisi, dove peraltro è molto conosciuto anche al di fuori dell’ambiente ecclesiastico.

    Il religioso è stato condannato a tre anni e mezzo di reclusione per avere in qualche modo abusato di un minorenne di Erchie. Inoltre, i giudici hanno deciso per l’interdizione dai pubblici uffici per cinque anni e per il divieto di avere contatti con i ragazzi, anche solo per le lezioni di catechismo.

    Dal canto suo – E. S. F. G., di 62 anni – ha sempre rigettato le accuse. Non sono stati dello stesso avviso i giudici che hanno emesso la sentenza dopo un processo lungo e delicato che si è svolto a porte chiuse. Il sacerdote rispondeva di violenza sessuale su minore e atti osceni. Si era imbattuto in un pastorello che con il suo gregge si aggirava spesso nelle campagne intorno alla stazione ferroviaria di Erchie e – secondo le accuse – non gli avrebbe dato tregua fin dal primo incontro, datato addirittura 2001.
    Un autentico tormento che dopo quasi tre anni aveva indotto il ragazzo a sporgere denuncia contro quell’uomo piuttosto maturo che lo tormentava, senza sapere che fosse addirittura un sacerdote.

    La vicenda – come si diceva – ha inizio una mattina di luglio del 2001, quando la presunta vittima ha poco più di quindici anni. Il sacerdote si sarebbe presentato al cospetto del ragazzo chiedendogli – tra le altre cose – se fosse mai stato con una ragazza o se avesse avuto rapporti sessuali con uomini. E tra una domanda e l’altra gli avrebbe praticamente messo in mano alcune riviste pornografiche che teneva in auto cercando – secondo le accuse – di trascinarlo nella vettura. Il minorenne, però, si sarebbe sottratto alla presa e l’uomo avrebbe battuto in ritirata.

    Sembrava finita lì. Invece era solo l’inizio di una persecuzione continua. Spesso, a quanto pare, l’uomo si sarebbe presentato dinanzi al giovane, e sempre con le medesime intenzioni. Una volta, addirittura, accompagnato da un giovane nero, con il quale si sarebbe intrattenuto in presenza del pastorello, che in quella circostanza sarebbe stato invitato a seguire i due nell’auto.

    Quella costante «presenza» avrebbe indotto il pastore a chiedere il sostegno del padre e in un’occasione il genitore avrebbe inseguito invano il sacerdote, fino a perderne le tracce. Le «visite», a quel punto, si sarebbero diradate, fino alla morte del padre del ragazzo. Alla ripresa delle molestie – mai denunciate alle forze dell’ordine – un altro amico del pastore si sarebbe offerto di tendere una trappola per incastrare il sacerdote. Ma anche in questa circostanza, l’uomo sarebbe riuscito a sottrarsi riuscendo a fare perdere le sue tracce.

    Con la maggiore età, e siamo alle ultime vicende, il pastore ha imboccato la strada della caserma dei carabinieri. A raccogliere la denuncia il maresciallo Roberto Borrello che, sulla base del numero di targa delle due «Seat» usate dallo sconosciuto, è risalito all’intestatario della vettura. Poi, c’è stato anche il riconoscimento fotografico. Infine, è spuntata la «professione» dell’uomo: sacerdote, all’epoca titolare di una parrocchia a Nardò e di una cattedra in una scuola media (nel frattempo è andato in pensione, ndr).
    Sulla base di altre testimonianze e delle indagini condotte dalla stazione di Erchie, ma anche dal Nucleo operativo e radiomobile di Francavilla, il cerchio si è chiuso. E in tribunale i giudici hanno pronunciato la loro prima sentenza. Di condanna.

  • Abusi su pastorello. Don Enzo Greco condannato a 3 anni e mezzo, Il fatto sarebbe avvenuto a Erchie (BR)

    Abusi su pastorello. Don Enzo Greco condannato a 3 anni e mezzo, Il fatto sarebbe avvenuto a Erchie (BR)

    «Il prete mi ha molestato»

    Un giovane pastore del Brindisino ha denunciato un sacerdote per presunte violenze avvenute nel 2001 quando aveva solo 15 anni, e pascolava il gregge nelle campagne di Erchie

    ERCHIE (BRINDISI) – Avrebbe molestato in più occasioni un pastorello che col suo gregge si aggirava nelle campagne di Erchie, fino a quando il giovane, diventato maggiorenne, non ha denunciato tutto ai carabinieri.

    Ora un sacerdote di 61 anni del paese, che è anche titolare di cattedra in una scuola media, rischia il processo per violenza sessuale e atti osceni. La notizia è pubblicata nelle pagine di cronaca di Brindisi della «Gazzetta del Mezzogiorno».

    Il sostituto procuratore presso il tribunale di Brindisi Pierpaolo Montinaro ha chiesto infatti il rinvio a giudizio del sacerdote. I fatti risalirebbero al 2001, quando il pastorello aveva 15 anni, ma le indagini sono state avviate nel gennaio del 2006, dopo la denuncia della vittima.

    Il pastorello sarebbe stato avvicinato più volte dall’uomo, che avrebbe cercato di convincerlo ad avere con lui rapporti sessuali e in una circostanza lo avrebbe fatto assistere ad un rapporto con una persona di colore. Il ragazzo avrebbe saputo solo anni dopo che il molestatore era un sacerdote, quando cioè ha fatto denuncia ai carabinieri e questi sono risaliti all’identità dell’uomo attraverso la targa della sua auto.

    11/1/2008

     

  • Padre Cantalamessa, Predicatore del papa, e gli abusi nella psico setta, chiusa dalla polizia

    Padre Cantalamessa, Predicatore del papa, e gli abusi nella psico setta, chiusa dalla polizia

    PAPA/ SUO PREDICATORE ACCUSATO SATANISMO-ABUSI: LUI’NON C’ENTRO’
    Padre Cantalamessa a Apcom:contro me montatura Striscia notizia

    Città del Vaticano, 31 ott. (Apcom) – Ancora un sacerdote Vip del Vaticano finisce nel mirino di inchieste giornalistiche. Questa volta è padre Raniero Cantalamessa, predicatore della Casa Pontificia, ad essere oggetto di dure accuse: partecipazione a riunioni di psico-sette sataniche che avrebbero anche abusato sessualmente dei membri, secondo un servizio mandato in onda ieri sera da ‘Striscia la notizia’ con promessa di nuove puntate. Ma padre Cantalamessa, in una intervista ad Apcom, nega tutto e si difende passando al contrattacco: “E’ tutta una montatura, è l’ennesimo attacco a un uomo di Chiesa: l’ho già fatto presente alle Autorità Ecclesiali”.

    La denuncia hard della trasmissione di Mediaset nei confronti del Predicatore del Pontefice trae origine da un video trasmesso diffuso ieri sera da ‘Striscia la notizia’ su ‘Arkeon’, definita una ‘psico-setta’ fondata da Vito Carlo Moccia. A metà ottobre – riferisce ‘Striscia la notizia’ – la magistratura ha indagato i principali responsabili di Arkeon con l’accusa di associazione a delinquere finalizzata all’esercizio abusivo di professione medica, truffa aggravata, violenza sessuale, violenza privata e calunnia.

    Ed ecco le testimonianze: il primo è un uomo, volto coperto e voce contraffatta che parla di partecipazione di “uomini di Chiesa, tra cui preti e monache alla psico-setta per adescare ulteriori adepti”. La seconda testimonianza è di una ragazza che riferisce di abusi sessuali. “Le attività di Arkeon erano dei veri e propri lavaggi del cervello – racconta la ragazza – agivano nella nostra mente, innestandoci anche delle memorie false. Loro ritenevano che il 95% delle persone hanno avuto abusi sessuali, naturalmente nel periodo infantile. Cercavamo di convincerci che tutti noi avevamo subito abusi sessuali nel periodo infantile. Si parlava spessissimo di sesso e in questi seminari c’erano anche minorenni”. E cosa è successo? “E’ successo che hanno abusato sessualmente di me – prosegue la donna – e tra l’altro all’interno di Arkeon vi erano vari membri della Chiesa: c’era una suora, don Angelo de Simone, e un altro sacerdote molto conosciuto che fa delle trasmissioni il sabato su Rai Uno, padre Raniero Cantalamessa”.

    “E’ tutta una montatura – nega sdegnato il Predicatore Pontificio ad Apcom- e gli unici due interventi di Arkeon alla mia trasmissione di sabato mattina risalgono ad anni fa. Il primo si riferisce al settembre 2004, quando ancora non c’erano queste accuse e io non sapevo nulla di questa setta. E la seconda puntata, del dicembre 2006, si riferisce a una testimonianza di un giovane sul tema della riconciliazione fra padri e figli. Ma io non cito mai Arkeon. Dico solo ‘il giovane è stato aiutato da un gruppo di sostegno’. Non ho mai nominato Arkeon e ‘Striscia la notizia’ ha montato questa frase e ci ha costruito tutta una storia”.

    A proposito di Arkeon, padre Cantalamessa preferisce non esprimere giudizi ma ci tiene a precisare di “non avere mai partecipato a un loro incontro. Io non c’entro nulla con tutte queste accuse e non ho mai detto a nessuno di partecipare a questi incontri. Il modo con cui sta procedendo ‘Striscia la Notizia’ è davvero scorretto”.

    Il predicatore rincara la dose: “Il modo di lavorare di ‘Striscia la notizia’ è al limite dell’illegalità. Lanciano accuse e stanno facendo una caccia alle streghe. Tra l’altro su Arkeon c’è una indagine, ma ancora non è stato emesso il giudizio”.

    E la testimonianza della ragazza che l’accusa di aver partecipato alle sedute della psico-setta, dove avvengono anche abusi sessuali? “E’ tutta una menzogna e Vito Moccia, interrogato da magistrato proprio ieri, ha già detto che io non c’entro nulla. tra l’altro lunedì, ‘Striscia la notizia’ mi ha chiesto un appuntamento fingendosi un’associazione di beneficienza e mi sono trovato davanti alla porta una schiera di telecamere. Probabilmente stasera andrà in onda un altro filmato. Ma questo è violazione di domicilio. Un attacco costruito ad arte”.

  • Foggia. Abusi nel confessionale. Condannato a 2 anni e 2 mesi don Nicolangelo Rossi, A giudizio i Salesiani

    Foggia. Abusi nel confessionale. Condannato a 2 anni e 2 mesi don Nicolangelo Rossi, A giudizio i Salesiani

    FOGGIA, sabato 12 maggio 2007 – ORE 12.37
    Avrebbe molestato bambine, arrestato sacerdote

    Avrebbe molestato alcune bambine quando si andavano a confessare da lui. Un sacerdote della parrocchia Sacro Cuore, don Nicola Rossi, 75 anni, originario della provincia di Benevento, è stato arrestato con l’accusa di violenza sessuale. L’uomo si trova ora ai domiciliari in un istituto dei salesiani in Campania.

    L’arresto, disposto dal gip del Tribunale di Foggia Rita Curci, su richiesta del pm Vincenzo Bafundi, è stato eseguito ieri a Taranto dove il sacerdote si era trasferito da un po’ di tempo. I fatti risalirebbero al 2006. Le indagini sono partite dalla denuncia di alcune bambine che hanno raccontato di aver ricevuto attenzioni moleste dal sacerdote, durante il corso di catechismo per la prima comunione.

    Una bambina in particolare avrebbe raccontato in lacrime alla madre cosa sarebbe avvenuto nel confessionale. E’ scattata la denuncia, le indagini, poi altri casi, a lungo vagliati dagli inquirenti con il supporto di assistenti sociali. Una brutta storia. Don Nicola era molto conosciuto non solo in parrocchia ma anche nell’intera città. Sulla vicenda c’è il massimo riserbo, soprattutto in parrocchia. Una parrocchia di frontiera conosciuta proprio per il suo servizio ai minori, tanti dei quali sottratti alla strada con l’opera dell’oratorio.

    Daniela Zazzara

  • Prete pedofilo, chiesto il processo

    Prete pedofilo, chiesto il processo

    Chiesto il rinvio a giudizio per don Donato, un prete di vicino Lecce, che dovrà rispondere davanti a un giudice dell’ accusa di atti osceni e di abuso sessuale su un sedicenne.

    Don Donato Bono, 42 anni era stato arrestato il 24 marzo scorso sul Gra, proprio mentre accompagnava a Roma, per motivi di studio, il ragazzo che oggi lo accusa.

    Il 26 maggio poi il gip, accogliendo la richiesta dei pm, Roberto Staffa e Francesco Polino, aveva disposto la misura cautelare del carcere per il prete (che in precedenza era agli arresti domiciliari) perché avrebbe cercato di inquinare le prove a suo carico, cercando di avere contatti con lo stesso minore e con la sua famiglia al fine di influire sulle indagini.

    http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2006/07/04/prete-pedofilo-chiesto-il-processo.html

  • Il sacerdote bloccato con un ragazzino sul Gra «Processo per pedofilia»

    Il sacerdote bloccato con un ragazzino sul Gra «Processo per pedofilia»

    Un sacerdote pugliese, don Donato Bono, 44 anni, parroco di Sternadia, in provincia di Lecce, rischia di finire sotto processo per pedofilia.

    Il pubblico ministero Roberto Staffa ha chiesto infatti il suo rinvio a giudizio perchè risponda di atti sessuali con un minorenne e atti osceni in luogo pubblico. I fatti risalgono allo scorso aprile. Il religioso era stato bloccato dalla polizia stradale in una piazzuola del Grande Raccordo Anulare su segnalazione di alcuni camionisti che avevano notato don Donato in atteggiamenti osceni con un ragazzino a bordo della propria auto.

    Posto dapprima agli arresti domiciliari, il sacerdote era finito in carcere, dove si trova tuttora, all’ inizio di maggio per aver tentato di inquinare le prove. Secondo l’ accusa, infatti, avrebbe esercitato pressioni sul minorenne e sui suoi genitori per alleggerire la propria posizione. Don Donato, nato a Poggiardo, nel leccese, da una decina di anni è parroco di un piccolo paese dove ha fondato l’ Anspi, una associazione per la formazione spirituale, la catechesi e l’ attività sportiva.

    Secondo l’ accusa il sacerdote approfittava dei suoi viaggi a Roma per farsi accompagnare da ragazzi minorenni. Dopo essere stato sorpreso dalla Stradale, don Donato è stato preso in consegna dagli agenti della squadra mobile, diretti da Alberto Intini e dal funzionario della IV sezione Dania Manti, che hanno allargato il raggio delle indagini nei confronti del religioso sospettato di aver compiuto violenze anche su altri ragazzini. E sono stati sempre gli investigatori romani ad aver scoperto che il parroco di Sternadia, tornato a casa, si era messo in contatto con alcune famiglie della cittadina per convincere gli adolescenti a ritirare le denunce nei suoi confronti.

    http://archiviostorico.corriere.it/2006/luglio/04/sacerdote_bloccato_con_ragazzino_sul_co_10_060704028.shtml

  • PEDOFILIA: ARRESTATO PRETE, STAVA TENTANDO DI INQUINARE PROVE

    PEDOFILIA: ARRESTATO PRETE, STAVA TENTANDO DI INQUINARE PROVE

    (AGE) ROMA – Un sacerdote, parroco di Sternadia (Lecce) è stato arrestato questa mattina dagli agenti della IV sezione della Squadra Mobile della Questura di Roma, diretti da Dania Manti, in esecuzione di un’ordinanza di custodia cautelare in carcere.

    Il sacerdote, che era agli arresti domiciliari perché era stato trovato in auto in compagnia di un minore, avrebbe tentato di inquinare le prove a suo carico.

    Per questo motivo il pm titolare dell’ inchiesta, Francesco Polino, ha disposto un inasprimento dell’originario provvedimento. Il parroco, che è stato portato nel carcere di Lecce, fu fermato un mese fa circa dalla polizia stradale su segnalazione di alcuni camionisti che lo avevano notato in un’auto parcheggiata in compagnia di un ragazzino, impegnato in atti osceni.

    Il sacerdote si chiama Donato Bono e l’accusa nei suoi confronti è di atti sessuali con minori. Don Donato, che è nato a Poggiardo (Lecce), da una decina di anni é parroco di un piccolo centro a una trentina di chilometri, Sternadia, dove ha fondato l’ Anspi, una associazione per la formazione spirituale, la catechesi e l’attività sportiva.

    L’inasprimento del provvedimento a suo carico sarebbe stato reso necessario in seguito al mancato rispetto delle regole previste per gli arresti domiciliari. Il prete avrebbe parlato e incontrato alcune persone, e si sarebbe adoperato per inquinare le prove a suo carico, in particolare facendo esercitare pressione sui genitori del minorenne, e sul ragazzo stesso, in compagnia del quale era stato sorpreso dagli agenti della Polizia Stradale.
    (AGE)