Osservatorio della Rete L'ABUSO

Categoria: Toscana

  • Pedofilia: condannato a 5 anni di carcere don Paolo Glaentzer. Sorpreso in auto con bimba di 10 anni

    Pedofilia: condannato a 5 anni di carcere don Paolo Glaentzer. Sorpreso in auto con bimba di 10 anni

    Quattro anni e quattro mesi di carcere: è la condanna emessa dal Tribunale di Prato per don Paolo Glaentzer, l’ex prete della chiesa di San Rufignano a Sommaia di Calenzano (Firenze), imputato in un processo in rito abbreviato per violenza sessuale su una bambina di 10 anni. Il gup ha stabilito anche un risarcimento di 50mila euro per la minore. Nessun risarcimento, invece, per i genitori della bambina. La Procura di Prato aveva chiesto 5 anni.

    Don Glaentzer è stato tratto in arresto il 23 luglio 2018 e si trova agli arresti domiciliari. Era stato sorpreso da un passante mentre di sera era in auto insieme a una bimba: il passante aprì uno sportello della vettura e fece allontanare la bimba. Seguì un parapiglia, altri passanti vennero a colluttazione col prete. La situazione venne interrotta con l’arresto del sacerdote da parte dei carabinieri fatti intervenire nel frattempo.

    Negli scorsi mesi le indagini hanno tentato di fare luce su altre eventuali violenze del sacerdote ai danni di altri minori. Nessun caso è però emerso e il prete  ha ‘candidamente’ confermato – durante l’interrogatorio di garanzia davanti al gip – tre/quattro episodi nei confronti della stessa bambina (“credevo che la ragazza avesse 14-15 anni”, è stata la sua difesa). Fin dall’inizio della terribile vicenda, si erano accesi i riflettori sulla famiglia della vittima, una famiglia disagiata, con problemi anche economici, seguita dai servizi sociali e a cui erano stati allontanati già i figli per ‘incapacità genitoriale’. Dopo aver riottenuto l’affidamento, però, nel gennaio del 2018 le autorità avevano riportato l’attenzione sulla famiglia della bimba chiedendo di nuovo l’allontanamento dei tre minori. La richiesta sarebbe stata al vaglio del tribunale dei minori quando don Paolo Glaentzer è stato sorpreso in macchina con la bimba da un residente insospettitosi dopo aver visto i due allontanarsi nel buio alle 22. Il padre della piccola ha raccontato di non essersi mai reso conto che il sacerdote, da sempre presente in casa sua, avesse molestato la sua figlia.

    https://www.fanpage.it/pedofilia-condannato-a-5-anni-di-carcere-don-paolo-glaentzer-sorpreso-in-auto-con-bimba-di-10-anni/

  • Prete accusato di violenze su una bambina, il pm chiede 5 anni per don Glaentzer

    Prete accusato di violenze su una bambina, il pm chiede 5 anni per don Glaentzer

    Prato, 5 marzo 2019 – La procura di Prato ha chiesto 5 anni di reclusione per don Paolo Glaentzer, l’ex parroco della chiesa di San Rufignano a Sommaia di Calenzano, imputato in un processo in rito abbreviato per violenza sessuale su una bambina di 10 anni. La sentenza del tribunale di Prato è attesa entro stasera.

    Don Glaentzer venne stato arrestato il 23 luglio 2018 e si trova agli arresti domiciliari. Era stato sorpreso da un passante mentre di sera era in macchina con la bambina, il passante aprì uno sportello della vettura e fece allontanare la bimba. Ci fu un parapiglia, altri passanti vennero a colluttazione col prete. La situazione venne interrotta con l’arresto del sacerdote da parte dei carabinieri fatti intervenire nel frattempo.(ANSA).

  • Forteto, la Camera dice sì alla commissione d’inchiesta

    Forteto, la Camera dice sì alla commissione d’inchiesta

    Con il compito di svolgere accertamenti sulle eventuali responsabilità istituzionali in merito alla gestione della comunità medesima e degli affidamenti di minori

    Firenze, 27 febbraio 2019 – Via libera definitivo da parte dell’Aula della Camera all’istituzione di una commissione parlamentare di inchiesta sui fatti della comunità Il Forteto con il compito di svolgere accertamenti sulle eventuali responsabilità istituzionali in merito alla gestione della comunità medesima e degli affidamenti di minori, anche al fine di prospettare l’adozione di misure organizzative e strumentali per il corretto funzionamento della struttura. La Commissione completa i suoi lavori entro dodici mesi dalla sua costituzione. Entro i trenta giorni successivi alla scadenza del termine, la Commissione presenta alle Camere una relazione sulle sue attività di indagine. Possono essere presentate relazioni di minoranza.

    COMPITI DELLA COMMISSIONE – La Commissione procede, nell’espletamento dei suoi compiti, con gli stessi poteri e le stesse limitazioni dell’autorità giudiziaria. La Commissione esamina la gestione della comunità ‘Il Forteto’ dalla sua istituzione ad oggi, con particolare riguardo: all’accertamento dei fatti e delle ragioni per cui le pubbliche amministrazioni e le autorità competenti interessate, comprese quelle investite di poteri di vigilanza, abbiano proseguito ad accreditare come interlocutore istituzionale la comunità ‘Il Forteto’, anche a seguito di provvedimenti giudiziari riguardanti abusi sessuali e maltrattamenti riferiti a condotte all’interno della comunità; verifica dei presupposti per la nomina di un commissario per la parte produttiva della struttura ‘Il Forteto’ inerente alla cooperativa agricola, ai fini di una gestione dissociata dalla comunità di recupero dei minori in affidamento nonché allo scopo di pervenire al più presto al pagamento delle provvisionali in favore delle vittime; al fine di impedire il riprodursi del fenomeno di inadempimenti dei principi di tutela delle vittime di illegalità nonché di evitare che quanto accaduto possa ripetersi, la Commissione ha inoltre il compito di formulare proposte sull’adozione di nuovi strumenti di controllo delle comunità alloggio presenti sul territorio nazionale; sul potenziamento del sistema dei controlli sui soggetti responsabili dell’affidamento familiare e, laddove siano emerse responsabilità e negligenze in capo ad essi, alle modalità con cui applicare gli opportuni provvedimenti sanzionatori.

    MUGNAI – ”Lavoro sul caso Forteto dal 2012 e per tutti questi anni sono sempre stato persuaso che solo una Commissione parlamentare d’inchiesta avrebbe potuto andare a fondo su questa orribile vicenda dipanatasi lungo trent’anni con abusi indicibili, ma che purtroppo abbiamo avuto il dovere di dire e raccontare, ai danni di minori affidati all’interno di quella comunità setta”. Lo afferma il vicecapogruppo di Forza Italia alla Camera Stefano Mugnai. “Per questo oggi – ha continuato Mugnai – con l’ultimo via libera alla Camera all’istituzione dell’organismo che io stesso avevo chiesto con apposita proposta di legge, la mia prima pdl dal mio insediamento, si raggiunge un traguardo fondamentale e si coronano anni di lavoro e di fatica anche emotiva da parte delle vittime che nel frattempo hanno affrontato un processo che ha dato loro ragione, e ora attendevano questo passaggio d’aula a Montecitorio”. Mugnai che nel Consiglio regionale della Toscana, nel 2012 fu presidente della prima commissione regionale di inchiesta, quella che portò alla luce il sistema di violenze e abusi su minori praticato all’interno di quella che anche la magistratura avrebbe in seguito bollato come comunità-setta, esprimendo condanne fino al terzo grado di giudizio.

  • Forteto, negli abusi Fiesoli fu “spregiudicato e senza scrupoli”

    Forteto, negli abusi Fiesoli fu “spregiudicato e senza scrupoli”

    I giudici motivano gli otto anni per il filone “bis” del processo: “Spudorato, non si è mai pentito”

    Un “predatore senza scrupoli”. E’ definito così Rodolfo Fiesoli, il “Profeta” del Forteto nell’altro filone del processo “bis” sugli abusi denunciati da un giovane fuoriuscito in un secondo momento dalla comunità, quello che gli è costato una condanna di otto anni, ai quali vanno aggiunti i 14 anni e 10 mesi del primo filone (sentenza che dopo il nuovo ritorno in Cassazione diverrà definitiva). Eppure Fiesoli non è in carcere.

    “E’ provato che l’imputato, costringendo e inducendo il giovane a subire gli atti sessuali per un lungo lasso di tempo, con abuso di autorità e della condizione di inferiorità psichica del medesimo, ha agito in modo predatorio, soggiogato da irrefrenabili impulsi sessuali ed inflitto ferite profonde alla personalità e alla psiche della vittima, con dolorosi effetti destinati a durare nel tempo”, si legge ancora nelle motivazioni del collegio presieduto dal giudice Francesco Gratteri.

    “Rodolfo Fiesoli – si scrive ancora nella sentenza – ha agito con sprezzante spudoratezza, privo di scrupolo alcuno verso il valore sacro della vita e della dignità del minore che a lui si era affidato; inoltre l’imputato, rimasto assente nel processo, non ha mai manifestato alcuno segno di pentimento o di resipiscenza”.

    Le motivazioni parlano di “estrema gravità della condotta, fortemente abusante e invasiva, protratta per un lungo lasso temporale all’interno di una comunità deputata ad accogliere minori fragili e bisognosi di protezione” e “dell’elevato grado di libertà sessuale violata, dell’intensità del dolo, della gravità del danno cagionato alla persona offesa, ridotta a mero oggetto di soddisfazione sessuale del Fiesoli”.

    http://www.firenzetoday.it/cronaca/forteto-bis-fiesoli-sentenza-abusi.html

  • Prete accusato di violenza su bimba: niente perizia psichiatrica

    Prete accusato di violenza su bimba: niente perizia psichiatrica

    Prato, 18 dicembre 2018 – E’ cominciato il processo a porte chiuse a carico di don Paolo Glaentzer, che si celebra a partire da oggi al secondo piano del palazzo di giustizia di Prato. Il sacerdote, parroco di una chiesa della provincia di Firenze, è accusato di violenza sessuale su una bambina di nove anni dopo essere stato sorpreso con lei da un passante in auto la sera del 23 luglio scorso a Calenzano. Don Glaentzer è arrivato in tribunale a bordo di un furgone della polizia penitenziaria che l’aveva prelevato nella sua abitazione nel comune di Bagni di Lucca, dove attualmente è agli arresti domiciliari.

    La difesa di Glaentzer aveva chiesto per l’imputato una perizia psichiatrica per dimostrare l’eventuale incapacità di intendere e volere del sacerdote. Il giudice per l’udienza preliminare del processo con rito abbreviato, Costanza Comunale, ha però rigettato questa richiesta accogliendo le tesi del pm Laura Canovai e dell’avvocato che tutela la bimba, Olivia Nati. Il processo proseguirà a marzo, con rito abbreviato, e si sono costituiti parte civile il Comune di Calenzano, la curia arcivescovile di Firenze e i genitori della bambina.

  • Santo silenzio

    Santo silenzio

    di Antonio Rossitto

    Quell’unica lancetta della Torre di Arnolfo, che svetta su Firenze, segna impietosa il passare del tempo. Giorni, mesi, anni… Inesorabili, sono passati sulla testa delle vittime dei religiosi. La curia della città ha chiuso gli occhi davanti ai crimini dei suoi pastori. È stata un silenzioso avamposto dei mali che hanno sconquassato la Chiesa: la pedofilia e le violenze sessuali.

    Panorama ha raccolto prove e documenti inediti. Ha disseppellito faldoni giudiziari. Ha parlato con le vittime. Ha incrociato date e nomi. E la diocesi di Firenze è soltanto l’inizio: nelle prossime settimane, racconteremo altre storie di colpevoli omissioni. Omertà e inerzie che hanno sterilizzato la giustizia penale,  garantendo impunità ai rei. Grazie anche a un paradosso secolare: i vescovi italiani non hanno l’obbligo di denuncia penale. Un paravento dietro il quale troppe curie continuano a nascondere reati e oscenità.

    Com’è successo nella parrocchia Regina della Pace, periferia di Firenze, fino al 2004 scabroso regno di don Lelio Cantini. Qui si è consumato uno dei più gravi casi di abusi, fisici e morali, nella storia della Chiesa. Decenni di violenze e segreti. E solo nel 2007 la Procura di Firenze aprirà un’indagine: accerterà i fatti, ma il processo contro don Cantini si estinguerà per prescrizione. Quelle donne, al tempo ragazzine, si chiamano M.V. oppure L.P. Sono decine. E le loro storie sono tutte, tragicamente, identiche. Conoscono don Cantini mentre si preparano alla prima comunione. C’è anche chi ha appena dieci anni: è una bambina. Il prete chiama tutte nella sua stanza, dopo il catechismo o la messa. Le tocca, le bacia. Poi si spoglia e le costringe a rapporti orali o completi. «Dovete sentirvi delle privilegiate, scelte dal Signore». Su quegli incontri, si raccomanda, nemmeno un fiato.

    Un giogo atroce. E, per alcune, interminabile. È stato così per M.A., abusata dall’adolescenza fino alla sera del suo matrimonio, celebrato proprio da don Cantini. Mentre la curia voltava la testa dall’altra parte. «Le autorità ecclesiastiche», scriverà anni più tardi il pm fiorentino Paolo Canessa, «erano state avvisate all’epoca, o comunque per tempo, delle accuse rivolte al sacerdote Cantini. Ma nessuno, apparentemente, si era mosso per impedire che le violenze continuassero. E tantomeno per accertare la verità e la punizione dei fatti». Il magistrato annoterà: «Solo con la notorietà degli episodi segnalati s’erano determinate a prendere in considerazione la questione».

    ORRORI IN SACRESTIA E OMISSIONI ECCELLENTI 

    Già nel 1992, emerge dalle carte dell’inchiesta, viene denunciato un abuso al cardinale Silvano Piovanelli, allora arcivescovo di Firenze. Poi, di nuovo, nel 1995. Passano gli anni. Una vittima parla con un’altra. Qualcuno si libera dell’orrore. Chi l’ha seppellito per vergogna ritrova la forza. Nella primavera del 2005, dieci donne cominciano a stendere i loro memoriali. Li consegnano a Piovanelli. Gli chiedono di far da tramite con il suo successore: il cardinale Ennio Antonelli, oggi presidente emerito del Pontificio consiglio per la famiglia. Don Cantini, intanto, viene spostato nella canonica di Mucciano, a 30 chilometri da Firenze. Le vittime però aumentano. Continuano a cercare risposte. Fino a quando, il 20 marzo 2006, non decidono di inviare una lettera con 19 firme a Papa Benedetto XVI. Alla missiva sono allegate quelle atroci testimonianze. Le vittime scrivono di essere state ascoltate il 28 febbraio 2006 da Antonelli, dopo «numerose richieste di intervento».

    Nella lettera viene chiamato in causa Claudio Maniago, in quel momento vescovo ausiliare a Firenze. È uno degli allievi di don Cantini, «cresciuto con tanti di noi nella parrocchia Regina della Pace». Maniago, sostengono i 19 firmatari, avrebbe saputo delle violenze del suo maestro già nel 2004. E nulla avrebbe fatto. Adesso Antonelli ha promesso che don Cantini, entro la fine di marzo 2006, lascerà la canonica di Mucciano: «Dove però, in piena tranquillità, ha continuato l’opera mistificatrice e diabolica con famiglie intere, giovani, ragazzi e bambini». La lettera aggiunge: «Chiediamo che vengano sospese a questo sacerdote le potestà derivanti dal suo stato». E conclude: «Qualora però la nostra richiesta non trovasse accoglimento, e questi fatti venissero ignorati od occultati, non potremmo che rivolgerci alla giustizia. Con conseguenze che tutti noi possiamo immaginare».

    La risposta di Camillo Ruini, allora presidente della Conferenza episcopale italiana, è dell’1 aprile 2006. Panorama ne rivela il contenuto: «Alla luce della documentazione allegata, ho provveduto a prendere contatti con l’arcivescovo di Firenze (cioè Ennio Antonelli, ndr), il quale mi ha assicurato che la vicenda è all’esame dei competenti organi della Santa Sede. Nel contempo, mi ha assicurato che il sacerdote ha lasciato la diocesi, non celebra pubblicamente l’eucarestia e si astiene dall’amministrare il sacramento della penitenza. Auspico che quanto disposto dall’autorità ecclesiastica rafforzi la comunione e infonda serenità nei fedeli coinvolti a vario titolo».

    Nonostante la gravità dei fatti, il Vaticano non denuncia don Cantini. Tutto rimane chiuso tra le solida cinta della Santa Sede. E i passi successivi non infondono certo la «serenità» auspicata da Ruini. A maggio 2006 la Congregazione per la dottrina della fede autorizza «il processo penale amministrativo» contro il sacerdote. Indaga la curia di Firenze. Il verdetto arriva otto mesi dopo: il 12 gennaio 2007.

    L’arcivescovo Antonelli scrive: «Devo constatare, sia pure con intima sofferenza, che le accuse di falso misticismo, dominio delle coscienze, abusi sessuali dal 1973 al 1987, suffragate da abbondante documentazione, risultano oggettivamente credibili, almeno nella loro sostanza». Poi esplicita le pene: per cinque anni don Cantini non potrà confessare, dire messa e assumere incarichi ecclesiastici. A dispetto dell’enormità delle accuse, rimarrà quindi prete. Le successive sanzioni sono ancora più sbalorditive: il parroco è obbligato a versare un’offerta. E a recitare, per un anno, una volta al dì, «con umiltà e fiducia, compatibilmente con le condizioni di salute», il Salmo 51: «Pietà di me, o Dio, secondo la tua misericordia».

    «LO STILE EVANGELICO»: SILENZIO E MITEZZA

    Per le vittime è l’ennesimo sfregio. I fatti cominciano a trapelare. I memoriali girano. La notizia finisce sui giornali. E il 10 aprile 2007, finalmente, la procura di Firenze apre un’inchiesta. Quattro giorni dopo, il 14 aprile 2007, il cardinale Antonelli interviene pubblicamente: «Nell’estate del 2005 mi è pervenuto un dossier di lettere firmate, con accuse di gravi delitti nei confronti di don Lelio. Nel clamore mediatico finora ho taciuto, non perché volessi nascondere qualcosa, ma perché, prima di parlare, volevo confrontarmi e consigliarmi con alcuni autorevoli sacerdoti, i vicari foranei». Prosegue: «Comprendo che le vittime ritengano la punizione troppo leggera (…). Ma la Chiesa deve mirare soprattutto al ravvedimento del peccatore e a cercare di vincere il male con la forza della mitezza».

    Il cardinale si duole anche dell’eco avuto dal caso: «Ho letto recriminazioni perché la vicenda non è stata trattata apertamente, in pubblico, fin dall’inizio. Non mi pare che sia questo lo stile evangelico di trattare le persone, per quanto gravi siano i peccati di cui si siano rese responsabili. La procedura seguita risponde in tutto alla prassi stabilita dalla Santa Sede». «Lo stile evangelico» impone, dunque, che i panni sporchi della Chiesa si lavino nelle case del Signore: la curia e il Vaticano.

    «DECENNI DI INERZIA» OGGI È TUTTO PRESCRITTO

    La decisione, e i successivi commenti di Antonelli, si trasformano in boomerang. Tanto che la diocesi è costretta a un’istruttoria supplementare, avviata il 30 giugno 2007. L’indagine dura un altro lunghissimo anno. Alla fine, il 12 ottobre 2008, Papa Benedetto XVI decide la riduzione allo stato laicale di don Cantini. Dalla denuncia dei primi abusi sono passati 16 anni. «Oltre un decennio di inerzia e assordante silenzio da parte delle autorità ecclesiastiche» scrive il giudice Paola Belsito, che il 27 aprile 2011 chiede «l’archiviazione per intervenuta prescrizione di tutti i reati ipotizzabili a carico di don Lelio Cantini».

    «Inerzia e assordante silenzio». A cui si sono aggiunte, continua il giudice, «le più o meno velate minacce, pure in tempi recenti, da parte di alcuni alti prelati, tra cui viene segnalato il vescovo ausiliario Maniago, anch’egli allievo di don Cantini». Minacce. Cioè «conseguenze negative per le loro attività professionali legate alla diocesi a quelle vittime che manifestavano la volontà di ottenere giustizia» dettaglia il pm Canessa nella richiesta d’archiviazione del 7 febbraio 2011, accolta dal Tribunale. Il monsignore però è salvo: «Si tratta di condotte perseguibili solo a querela di parte, che non è stata mai presentata» annota Belsito.

    Ma è tutta la curia fiorentina a finire sotto accusa. «Gli abusi, di natura tanto sessuale che morale, vennero denunciati da alcune parti offese già molti anni fa» chiarisce il giudice. «Da G.M., che era una vedova con quattro figli che lavorava in parrocchia, già nel 1975 al cardinale Piovanelli. Da F.A., ex sacerdote che s’era recato dal cardinale Piovanelli una prima volta nel 1992, poi nel 1995. Dalle mole delle parti offese, ancora nel 2005, allorché si erano rivolti anche, tra gli altri, a monsignor Maniago». Che, scrive Belsito, sarebbe stato protagonista nell’agosto 1996 di un «festino», rivelato da P.C.: «Abuso perpetrato in una parrocchia livornese da alcuni sacerdoti, tra i quali avrebbe riconosciuto Maniago». Gli investigatori avrebbero trovato «precisi riscontri»: «Un bonifico bancario di 4 milioni di lire a favore di P.C. da un conto intestato “parrocchia per contributo”». Denaro che sarebbe servito, sostiene P.C., a fargli tenere la bocca chiusa. Ma l’uomo non ha mai presentato querela: quindi «anche i reati ipotizzabili in questo caso non sono perseguibili».

    SESSO CON UNA MINORENNE E POI TRE ABORTI

    Negli stessi giorni in cui si prescrivono le pene di don Cantini, il 21 marzo 2011 il tribunale di Firenze, nel silenzio generale, condanna a 4 anni e sei mesi per violenza sessuale un altro prete: John Moniz, 51 anni, parroco in una chiesa di Montelupo Fiorentino. Un altro caso di violenze su una minorenne coperto dalla curia.

    L’inchiesta, scrive il giudice Linda Vannucci, nasce nel 2006. C.B., una ragazza di 22 anni, si presenta ai carabinieri. È angosciata. Continua a ricevere telefonate anonime. Di fronte alle domande del maresciallo scoppia a piangere. Ripercorre i suoi rapporti con un prete: fin da quando aveva 15 anni, poco dopo la sua cresima. S’invaghisce del sacerdote. Resta incinta per la prima volta due anni più tardi, ancora minorenne, ma lui le chiede di abortire. C.B. scivola nell’anoressia. Cerca di troncare la relazione. Il parroco, riferisce, comincia a tempestarla di telefonate: le promette che lascerà la tonaca. A vent’anni la ragazza rimane di nuovo incinta, ma ha un aborto spontaneo. Una terza interruzione di gravidanza  «naturale» avviene a marzo 2006. Poi C.B. si decide a troncare quel rapporto malato. Due mesi dopo comincia a ricevere chiamate nel cuore della notte. Ansimi. Minacce. Ha paura. Va dai carabinieri. E, sotto pressione, racconta tutto.

    Le indagini non rivelano però solo la relazione tra i due. Ma, ancora una volta, i silenzi degli alti prelati. La ragazza, accompagnata dal legale Antonio Voce, che la assiste nel processo, viene sentita il 28 giugno 2010. Riferisce di aver già confessato la sua storia, nel dicembre 2005, a Paolo Brogi, parroco di una chiesa vicina. Il prete, dopo il colloquio, ne parla con il cardinale Antonelli. E ad aprile 2006  C.B. viene ricevuta proprio dall’arcivescovo, che le promette l’allontanamento del sacerdote: «Mi disse che lo mandava in questa struttura di riabilitazione dei preti a Collevalenza. Aveva assicurato che sarebbe rimasto lì, in attesa di partire per una missione».

    LA CURIA CANCELLA GLI SMS E INVITA: «NON DENUNCIATE»

    C.B. fornisce altri dettagli: «Il cardinale Antonelli aveva preso il mio cellulare dell’epoca». Nella memoria ci sono i messaggi di Moniz. «Lasciai il telefono al suo segretario, don Alessandro, in modo che lo desse a monsignor Antonelli, perché me lo chiesero loro… Ma quando me l’hanno reso, i messaggi erano cancellati». Insomma le prove della relazione, memorizzate su quel vecchio Nokia, spariscono.

    All’incontro con il cardinale partecipano pure i genitori della ragazza: «Questo cellulare lo diede al vescovo» conferma la madre di C.B.. «So che lo volevano per vedere questi messaggi. Al pm, Giulio Monferini, dettaglia: «Glielo chiesero per accertarsi di queste cose». Il magistrato insiste: «Vi fu chiesto di non fare denuncia?». «Sì» risponde la donna. «Chi?» sollecita il magistrato. «Anche il cardinale. Ci disse che avrebbe mandato via il prete». La sentenza riassume: «Il cardinale chiese loro espressamente di non denunciare in sede penale il parroco, promettendo di allontanare don Moniz dalla parrocchia».

    Nel processo, il 12 gennaio 2011, viene ascoltato pure don Brogi, il confessore della ragazza, diventato intanto segretario di Giuseppe Betori, nuovo arcivescovo di Firenze dal 2008. Gli chiedono se sul sacerdote di Montelupo girassero storie. Una, in particolare: tentava approcci sessuali con le parrocchiane, durante le confessioni. «Qualcuno l’aveva riferito» risponde don Brogi. «Voci di paese, così… Però sinceramente alle voci di paese non ho mai dato credito». In realtà c’era di più, ammette il prete. Una suora di Signa, tempo prima, gli aveva raccontato che don Moniz s’era presentato a casa sua con un preservativo in mano. E le aveva chiesto un rapporto.

    Eppure, nessuno aveva approfondito. Sarà così fino a quando, per caso, non emergono i reati su C.B.. Anche questi, però, non reggeranno al peso del tempo. Nel 2016, in appello, tutto viene prescritto.

    L’AGGUATO DEI MISTERI  E IL PRETE «AMICHEVOLE»

    In questa storia di pensieri, parole, opere e omissioni, l’ultimo tassello si incastra a qualche mese dalla deposizione di don Brogi. E nasce da una scampata tragedia. Il 4 novembre 2011 il segretario dell’arcivescovo viene ferito da un colpo di pistola all’addome, nell’androne della curia. Assieme a lui c’è proprio Betori. Dopo lo sparo, il misterioso assalitore scompare. Un mistero. È stato un avvertimento? Qual è il movente? L’unico indizio sono le parole minacciose rivolte dall’uomo all’arcivescovo, rimasto illeso: «Tu non devi dire…». E poi, prima di sparire nel buio: «Tu non devi fare…».

    Anche gli investigatori brancolano nel buio. Si indaga in ogni direzione. Panorama pubblica i documenti e le intercettazioni inedite dell’inchiesta sull’agguato. Chi ha sparato? Tra le piste seguite, c’è pure la vendetta per gli scandali di pedofilia nel clero fiorentino: a partire da don Cantini. Una circostanza incuriosisce gli investigatori. L’arcivescovo, due giorni dopo l’aggressione, avrebbe dovuto visitare una parrocchia di Empoli. Anche lì c’è un prete già «segnalato» per le sue eccessive attenzioni verso i giovani: Daniele Rialti.

    Betori viene sentito come persona informata dei fatti il 29 novembre 2011. Dopo aver ripercorso le fasi dell’agguato, i magistrati gli chiedono di don Rialti. L’arcivescovo conferma di aver condotto un’«indagine previa» e spiega come ci si comporta quando vengono denunciate  le molestie di un sacerdote: «L’arcivescovo apre un’indagine, svolta personalmente o tramite persone di fiducia» spiega. «Solo nel caso in cui emergano fatti concreti sottopone la domanda di apertura della fase istruttoria alla Santa Sede. Che, se ritiene presente il fumus delicti, invita ad avviare l’istruttoria del processo, affidandola a un giudice nominato dall’arcivescovo. L’esito viene poi sottoposto alla Santa Sede, che indica all’arcivescovo i contenuti della sentenza che deve emettere».

    Per la prima volta, insomma, viene messa nero su bianco la lunga e arcigarantista prassi che la giustizia ecclesiastica applica ai casi di presunte violenze sessuali. E svela ciò che s’è sempre sospettato: ogni caso viene segnalato, seguito e ratificato dal Vaticano. Anche quello accaduto nella più remota canonica. Ovvero: non può, e non poteva, non sapere.

    Concluso il preambolo, Betori riferisce al pm, Giuseppina Mione, della sua «indagine previa»: «Due anni fa, a Empoli, l’allora parroco, don Paolo Cioni mi riferì che correvano voci di attenzioni di don Rialti verso minorenni». L’arcivescovo interpella l’interessato: «Mi disse che un ragazzo avrebbe lamentato attenzioni nei suoi riguardi per un gesto che lo stesso Rialti riferì essere stata solo una “pacca sul sedere”, data amichevolmente».

    Del caso viene investito pure Maniago, già coinvolto nell’inchiesta su don Cantini: «Interrogò il direttore del consiglio parrocchiale» dice  Betori. «Ma anche da questa verifica non emersero fatti concreti».

    LA CURIA INTERCETTATA: «IL PAPA RISOLVE LA COSA»

    Il dettaglio della deposizione viene rivelato dall’arcivescovo allo stesso Maniago, in una telefonata del 6 dicembre 2011: «Sulla questione di Empoli, avevo fatto il tuo nome…». Maniago, annotano gli inquirenti, in quei giorni è stato convocato in Procura per l’inchiesta sull’agguato, anche lui come semplice persona informata dei fatti. Betori gli consiglia anche di contattare l’avvocato di fiducia della curia: «Senti lui per capire come impostare le cose». E aggiunge: «Credo che lui ti possa istruire bene».

    Anche don Cioni è intercettato. È stato il primo a denunciare i supposti atteggiamenti equivoci di don Rialti: «Nella comunità l’han parato tutti, capito?» rivela a un altro prete. «Hanno fatto l’arcano». E lo stesso Don Rialti, nonostante tema le intercettazioni, parla con un ragazzo di una «seratina», di un «hotel fuori dal mondo» e di un «regalino». La Procura apre un fascicolo. Il sacerdote di Empoli viene iscritto nel registro degli indagati. Il fascicolo però sarà archiviato il 7 maggio 2013 perché i giovani coinvolti sono tutti maggiorenni.

    Nell’inchiesta sul ferimento di Don Brogi sono diverse le utenze della curia intercettate dalla procura. A partire da quelle di Maniago e Betori, che sanno di avere il telefono controllato. Lo stesso Betori, in una chiamata del 23 novembre 2011, ne parla con Enrico Viviano, in quel momento addetto stampa dell’arcivescovato: «Adesso l’unico problema che io vedo è questo. È che io son monitorato dai poliziotti eh… Sappilo». Aggiunge: «E sanno tutto ovviamente. Dove sto…». Così i dialoghi telefonici sono spesso ermetici, con rimandi e rinvii: «Ne parliamo a tu per tu». Oppure: «De visu è sufficiente».

    La curia è in ambasce. «‘Un ce ne facciamo mancare una, via!» scherza al telefono l’arcivescovo con Maniago. Don Brogi, fortunatamente, non è in pericolo di vita. Ma le ferite non sono sono quelle fisiche. E arrivano fino al Vaticano. Betori e Brogi vengono ricevuti da Papa Benedetto XVI. Lo racconta lo stesso arcivescovo in una telefonata intercettata il 4 dicembre 2011, alle 14,42, con un certo «Carlo». L’uomo gli domanda: «Finalmente hai ricevuto l’udienza?». Betori conferma, e aggiunge: «M’ha promesso che risolve la cosa». A cosa si riferisce l’arcivescovo? E come sarebbe dovuto intervenire il Papa?

    LA «PISTA GIUSTA» E GLI ALTRI ORCHI

    Pochi giorni dopo, il 7 dicembre 2011, un informatore mette gli inquirenti fiorentini sulla traccia giusta. L’attentatore di don Brogi, rivela, è un signore di 73 anni con precedenti penali: Elso Baschini. L’uomo si professa innocente. Non c’è movente. Non c’è arma. Ma ci sono tanti indizi. Che condurranno Baschini alla condanna in primo grado: 12 anni e sei mesi. Nella sentenza, si parla anche della sfumata pista su don Rialti: «Le informazioni raccolte e gli esiti dell’attività di intercettazione davano contezza che costui si era reso protagonista di atti di pedofilia in danno di giovani, che però in un secondo momento si accertava essere tutti maggiorenni».

    Anche questo fascicolo viene archiviato. La pena per Baschini, difeso dall’avvocato Cristiano Iuliano, in appello scende a 9 anni e un mese. Ma la sentenza viene poi annullata in Cassazione. Tutto da rifare. Il 20 dicembre 2016 l’uomo viene ri-condannato a 8 anni e 10 mesi. Pena che la suprema corte conferma il 28 settembre 2018. Caso chiuso. La piaga della pedofilia, invece, non si rimargina. A Firenze, l’ultimo scandalo scoppia il 23 luglio 2018. Don Paolo Glaentzer, amministratore parrocchiale di una chiesa di Calenzano, viene arrestato mentre molesta in auto una bambina di dieci anni. Davanti ai magistrati, si giustifica: «Pensavo ne avesse 14». È stato «cautelativamente sospeso dall’esercizio del ministero pastorale».

    «Le vicende legate alla pedofilia hanno segnato i momenti più brutti del mio mandato» ha spiegato l’arcivescovo Betori sul Corriere fiorentino del 17 ottobre 2018. «Bisogna riconoscere come il male aggredisce anche la Chiesa con i suoi uomini, e prendere atto della nostra fragilità». Nell’intervista aggiunge: «Il danno, innanzitutto, è quello provocato sulle vittime. Anche fosse successo una sola volta, in una sola parte del mondo, sarebbe un trauma per la nostra fedeltà al Signore».

    AMARO EPILOGO (CON PROMOZIONI)

    La curia fiorentina adesso prova a seguire la retta via. Betori è uno stimato cardinale: Papa Francesco l’ha nominato membro del Pontificio consiglio per i laici, della Congregazione per il clero e della Congregazione per le cause dei santi. Il suo predecessore, il cardinale Antonelli, è presidente emerito del Pontificio consiglio per la famiglia. Il cardinale Piovanelli è morto due anni fa. Maniago, divenuto vescovo di Castellaneta, è anche presidente della Commissione episcopale per la liturgia della Cei e membro della Congregazione per il culto e la disciplina dei sacramenti. Lelio Cantini è morto nel 2012, a 89 anni. John Moniz ha fatto perdere le sue tracce. Don Rialti indossa ancora la tonaca ed è giudice ecclesiastico.

    Anche le vittime provano ad andare avanti. Ricacciano dentro il dolore. Le loro storie giacciono in polverosi fascicoli, negli archivi del Tribunale di Firenze. La giustizia penale ha tentato di fare il suo corso. Quella divina, molto meno. (continua…)

    https://www.panorama.it/news/cronaca/pedofilia-italia-chiesa-toscana/?fbclid=IwAR239f7ZcC6yT065ay1jbV1D7l0Yk4gPCH9MeQh9MbZWIKK_BEd9AwWZM1I

  • Tutti gli abusi coperti dalla Chiesa in Italia

    Tutti gli abusi coperti dalla Chiesa in Italia

    GRANDE INCHIESTA DI “PANORAMA”

    Sono centinaia le vittime di preti pedofili, ma quasi sempre i vescovi hanno messo a tacere. Il settimanale racconta le loro storie

    Sul settimanale, da oggi in edicola, la prima puntata dell’inchiesta sulla pedofilia che mette i vescovi sotto accusa. Si parte da Firenze, per decenni scabroso regno di don Cantini: un processo andato in prescrizione

    di Antonio Rossitto

    La curia di Firenze ha chiuso gli occhi davanti ai crimini dei suoi pastori. Il capoluogo toscano è stato silenzioso avamposto dei mali che hanno squassato la Chiesa: la pedofilia e le violenze sessuali.

    Panorama, in edicola da oggi, ha raccolto prove e documenti inediti. Ha disseppellito faldoni giudiziari. Ha parlato con le vittime. Ha incrociato date e nomi. E la diocesi di Firenze è soltanto la punta di un iceberg: nelle prossime settimane, verranno svelate altre storie di colpevoli omissioni. Omertà e inerzie che hanno sterilizzato la giustizia penale, garantendo impunità ai rei. Grazie anche a un paradosso secolare: i vescovi italiani non hanno l’obbligo di denuncia penale. Un paravento dietro il quale troppe curie continuano a nascondere reati e oscenità.

    Partiamo proprio dalla parrocchia Regina della Pace, periferia di Firenze, fino al 2004 scabroso regno di don Lelio Cantini. Qui, ricorda Panorama, si è consumato uno dei più gravi casi di abusi, fisici e morali, nella storia della Chiesa.

    Decenni di violenze e segreti. E solo nel 2007 la Procura di Firenze aprirà un’indagine: accerterà i fatti, ma il processo contro don Cantini si estinguerà per prescrizione. Quelle donne, al tempo ragazzine, si chiamano M.V. oppure L.P. Sono decine. E le loro storie sono tutte, tragicamente, identiche. Conoscono don Cantini mentre si preparano alla prima comunione. C’è anche chi ha appena dieci anni: è una bambina. Il prete le chiama nella sua stanza, dopo il catechismo. Le tocca, le bacia. Poi si spoglia e le costringe a rapporti orali o completi.

    “Dovete sentirvi privilegiate, scelte dal Signore”. Su quegli incontri, si raccomanda, nemmeno un fiato (…)

    Già nel 1992, emerge dalle carte dell’inchiesta, viene denunciato un abuso sessuale al cardinale Silvano Piovanelli, allora arcivescovo di Firenze. Poi, di nuovo, nel 1995. Passano gli anni. Una vittima parla con un’altra. Qualcuno si libera dell’orrore. Chi l’ha seppellito per vergogna ritrova la forza. Nella primavera del 2005, dieci donne cominciano a stendere i loro memoriali. Li consegnano a Piovanelli. Gli chiedono di far da tramite con il suo successore: il cardinale Ennio Antonelli, oggi presidente emerito del Pontificio consiglio per la famiglia. Don Cantini, intanto, viene spostato nella canonica di Mucciano, a 30 chilometri da Firenze. Le vittime però aumentano. Continuano a cercare risposte. Fino a quando, il 20 marzo 2006, non decidono di inviare una lettera con 19 firme a papa Benedetto XVI. Alla missiva sono allegate quelle atroci testimonianze. Le vittime scrivono di essere state ascoltate il 28 febbraio 2006 da Antonelli, dopo “numerose richieste di intervento”. (…)

    La risposta di Camillo Ruini, allora presidente della Conferenza episcopale italiana, è del primo aprile 2006. Panorama ne rivela il contenuto: “Alla luce della documentazione allegata, ho provveduto a prendere contatti con l’arcivescovo di Firenze (Antonelli, ndr), il quale mi ha assicurato che la vicenda è all’esame dei competenti organi della Santa Sede. Nel contempo, mi ha assicurato che il sacerdote ha lasciato la diocesi, non celebra pubblicamente l’eucaristia e si astiene dall’amministrare il sacramento della penitenza. Auspico che quanto disposto dall’autorità ecclesiastica rafforzi la comunione e infonda serenità nei fedeli coinvolti a vario titolo”. Nonostante la gravità dei fatti, il Vaticano non denuncia don Cantini. (…) Per le vittime è l’ennesimo sfregio. I fatti cominciano a trapelare. La notizia finisce sui giornali. E il 10 aprile 2007, finalmente, la Procura di Firenze apre un’inchiesta. Quattro giorni dopo, il 14 aprile 2007, il cardinale Antonelli interviene pubblicamente: “Nell’estate 2005 mi è pervenuto un dossier di lettere firmate, con accuse di gravi delitti nei confronti di don Lelio. Nel clamore mediatico finora ho taciuto, non perché volessi nascondere qualcosa, ma perché, prima di parlare, volevo confrontarmi e consigliarmi con alcuni autorevoli sacerdoti. (…) Comprendo che le vittime ritengano la punizione troppo leggera. (…) Ma la Chiesa deve mirare soprattutto al ravvedimento del peccatore e a cercare di vincere il male con la forza della mitezza”. Il cardinale si duole anche dell’eco avuto dal caso: “Ho letto recriminazioni perché la vicenda non è stata trattata apertamente, in pubblico, fin dall’inizio. Non mi pare che sia questo lo stile evangelico di trattare le persone, per quanto gravi siano i peccati di cui si siano rese responsabili. La procedura seguita risponde in tutto alla prassi stabilita dalla Santa Sede”. Lo “stile evangelico” impone, dunque, che i panni sporchi della Chiesa si lavino nelle case del Signore: la curia e il Vaticano.

    La decisione, e i commenti di Antonelli, si trasformano in boomerang. Tanto che la diocesi è costretta a un’istruttoria supplementare, avviata il 30 giugno 2007. L’indagine dura un altro lunghissimo anno. Alla fine, il 12 ottobre 2008, Benedetto XVI decide la riduzione allo stato laicale di don Cantini. Dalla denuncia dei primi abusi sono passati 16 anni.

    (trascrizione da La Verità del 21 novembre 2018)

  • Pedofilia nella chiesa, torna l’incubo don Cantini. Scoop di Panorama con documenti inediti e omissioni curia Firenze

    Pedofilia nella chiesa, torna l’incubo don Cantini. Scoop di Panorama con documenti inediti e omissioni curia Firenze

    Si torna a parlare di don Lelio Cantini, il prete fiorentino che nel 2008 venne ridotto allo stato laicale perchè riconosciuto colpevole ‘di abuso plurimo e aggravato nei confronti di minori’. Lo fa il settimanale Panorama, che in una nota annuncia l’esclusiva in edicola sul prossimo numero, da domani 21 novembre, dove saranno pubblicati “documenti inediti, coperture, omissioni e omertà con cui la curia fiorentina ha coperto i responsabili”.

    Proprio per queste omertà, prosegue il settimanale, “la giustizia non ha potuto perseguire i colpevoli”, e i processi “si sono tutti conclusi con la prescrizione”. Il caso di don Lelio Cantini, parroco in una chiesa fiorentina dai primi anni Novanta fino al 2004, morto nel febbraio 2012, “è emblematico”.

    Panorama rivela la lettera con cui il cardinale Camillo Ruini risponde, nel marzo 2006, prosegue “a 19 vittime dei gravi e ripetuti abusi del prete: La vicenda scrive Ruini è all’esame della Santa Sede. Tuttavia nessun provvedimento è mai seguito a quella dichiarazione”, e solo nel 2008 Cantini sarà ridotto allo stato laicale da Papa Benedetto XVI.

    Secondo il settimanale dai primi anni ’90 a Firenze “decine di vittime hanno denunciato gli abusi sessuali subiti da parte dei loro parroci”. Quella fiorentina, conclude la nota, sarà la prima puntata di un’inchiesta che Panorama dedicherà nelle prossime settimane agli abusi sessuali nelle parrocchie italiane.

     

  • «Al Forteto condotte aberranti». Così i giudici inchiodano Fiesoli

    «Al Forteto condotte aberranti». Così i giudici inchiodano Fiesoli

    Le motivazione alla sentenza d’Appello che ha condannato il Profeta

    di AMADORE AGOSTINI

    Firenze, 18 novembre 2018 – Ci sono aspetti della vicenda del Forteto che non potranno mai essere dimenticati. Ci sono domande che la gente si fa e si farebbe ancor di più se leggesse ogni riga delle migliaia di carte processuali di questa dolorosissima storia.

    Intanto, con un certo anticipo rispetto alla scadenza dei 30 giorni richiesti, la terza sezione penale della Corte d’Appello, ha depositato l’ultima sentenza sulla vicenda, quella voluta dalla Corte di Cassazione. La relatrice e presidente del collegio, la giudice Paola Masi, ha messo una pietra tombale sulla sorte di Fiesoli e sodali. Sessantuno pagine per spiegare, accogliendo le istanze della Suprema Corte, i 14 anni e 10 mesi infilitti al guru Fiesoli, i 6 anni e 4 mesi per Daniela Tardani. Il collegio infine ha accolto il concordato raggiunto da Luigi Serpi, Maria Francesca Tardani, Elena Tempestini e Mariella Consorti a 2 anni.

    Non senza fatica con la sospensione condizionale della pena.

    Scrive infatti la giudice Masi: «La lunga durata del reato commesso, la palese intensità del dolo, la gravità di aver agito con abuso di autorità, la mancanza di gesti di resipiscenza nonchè il fatto che simili condotte siano state tenute anche nei confronti di altre vittime, anche se i relativi reati sono stati dichiarati prescritti, sono parametri che dimostrano una rilevante inclinazione a delinquere… però la comunità del Fiesoli è venuta meno e le inchieste hanno dimostrato in modo indiscutibile il carattere aberrante delle teorie e delle condotte che venivano tenute all’interno di essa». Ma, spiega il giudice, si può fondatamente ritenere che gli imputati ammessi al concordato abbiano commesso reati solo perché inseriti in quel contesto e che abbiano compreso, cessato il rapporto con Fiesoli, la natura dei loro reati. Che non ripeteranno.

    Dunque la vicenda, depurata da tutte le prescrizioni possibili, applicate con cura e scrupolo tutte le pene scevre da aggravanti, accolte le doglianze della difesa di Fiesoli, è finita. Restano comunque, a un lettore della strada, al di là degli artifici legali, una domanda e una sensazione orrida. La domanda è: come hanno fatto a finire nelle mani dell’orco bambini di 5 e 7- 8 anni? La sensazione invece pervade di tristezza: in quella setta il pensiero fisso era l’omosessualità, non come scelta libera, ma nel suo aspetto più putrido. Le donne, Fiesoli, le definiva «impure» e «puttane». E questo è in sentenza.

  • Forteto. Parlano le vittime: “Ecco chi sono (e perché) i soci da allontanare”

    Forteto. Parlano le vittime: “Ecco chi sono (e perché) i soci da allontanare”

    “Solo così ci sarà vera discontinuità” – L’Associazione Vittime del Forteto (a seguito della nota nella quale il Consiglio di Amministrazione della Cooperativa Il Forteto rivendicava la discontinuità con il passato, clicca qui) chiede in modo esplicito alla stessa cooperativa se i ’34 soci allontanati’ di cui si parla siano quelli ritenuti responsabili (anche se a loro vantaggio è poi intervenuta la prescrizione). E, con una serie di domande, fa nomi e cognomi, nell’attesa di una risposta altrettanto franca.
    Leggiamo il comunicato della cooperativa il Forteto che rivendica la discontinuità con la comunità precisando, se ce ne fosse bisogno, che siamo estranei alla propaganda politica.

    Bacci Francesco, Bocchino Maria Angela, Consorti Mariella, Giorgi Marida, Goffredi Luigi, Montorsi Silvano, Pezzati Stefano Paolo, Sassi Elisabetta, Serpi Luigi, Tardani Daniela, Tardani Maria Francesca, Tempestini Elena Maria, Vannucchi Mauro sono stati ritenuti responsabili, di aver commesso il delitto di maltrattamenti di cui al capo v) IN CONCORSO CON RODOLFO FIESOLI coadiuvandolo stabilmente nell’attuazione e nell’osservanza delle rigide regole di vita e di comportamento da quello create e imposte nella comunità.

    I suddetti 14 soggetti con il loro comportamento hanno causato un grave danno alla cooperativa non solo d’immagine, essendo stata condannata quest’ultima a pagare provvisionali alle parti civili per un importo complessivo di euro 650.000,00 (ai quali dovrà aggiungersi l’integrale risarcimento del danno) mentre alcuni imputati sono stati condannati personalmente a pagare alle parti civili l’importo complessivo, sempre a titolo di provvisionali di euro 455.000,00. Appare evidente il danno provocato alla Cooperativa da tutti i soggetti sopra indicati.

    Sono stati tutti allontanati indipendentemente dal fatto che alcuni di essi abbiano beneficiato della prescrizione (che vuol dire esclusivamente che non sono stati condannati penalmente ma comunque ritenuti responsabili dei fatti addebitati e, di conseguenza, condannati a pagare i risarcimenti insieme alla cooperativa)?

    La cooperativa ha esperito le azioni giudiziali al fine di recuperare quanto pagato alle parti civili per conto dei suddetti soggetti?

    Questi ultimi sono stati allontanati dalle abitazioni che occupavano al Forteto?

    Ugualmente altri 2 soci Romoli Gianni e Premoli Domenico dovrebbero essere allontanati dal Forteto in quanto, pur essendo intervenuta la prescrizione a loro favore antecedentemente alla sentenza di primo grado, hanno proposto appello per ottenere l’assoluzione invece della prescrizione, richiesta respinta in quanto il testimone loro accusatore è stato definito credibile dalla Corte di Appello.

    Per completare la pretesa discontinuità la cooperativa dovrebbe allontanare quei soggetti (circa 20) che, sentiti nel corso del processo, hanno difeso strenuamente l’operato e la figura del Fiesoli rendendo testimonianze ritenute dal Tribunale reticenti ed avulse dalla realtà nel tentativo, fortunatamente mal riuscito, di magnificare il “paradiso” creato all’interno del Forteto nel corso dei 40 anni della sua storia.

    In particolare due di questi ultimi Alberto Bianco e Francesco Rotini, almeno a quanto ci risulta, fanno parte a pieno titolo e con deleghe importanti dell’attuale cda della cooperativa.

    14 + 2 + circa 20 = 36 Il numero corrisponde a quello degli “oltre 34 soci” allontanati dalla cooperativa.

    Se i soci esclusi (allontanati dalle abitazioni e perseguiti civilmente per il gravissimo danno causato) sono quelli sopra indicati allora siamo d’accordo, la cooperativa si è rinnovata ed ha reciso totalmente i legami con la comunità.

    Se invece anche uno solo dei suddetti soggetti è rimasto a qualsivoglia titolo all’interno del Forteto ribadiamo che la Cooperativa deve essere immediatamente commissariata.
    Inoltre quali azione intende intraprendere la nuova cooperativa per sanare le posizioni di tutti coloro ex soci che dovendo fuggire, da quel’inferno hanno perso salari mai ricevuti e Tfr?

    Quali iniziative di pace sociale intende la cooperativa intraprendere insieme e a sostegno delle vittime?

    Rispetto all’economia del territorio Mugellano; qual’ è oggi la mole di conferimento di latte a “km 0”, e da quali produttori locali proviene?

    Infine; se non sarebbe il caso di cambiare nome, vista l’ immensa tragedia umana che questo marchio richiama e sempre di più richiamerà?

    Associazione Vittime del Forteto

     http://www.okmugello.it/mugello/forteto-parlano-le-vittime-ecco-chi-sono-e-perche-i-soci-da-allontanare?fbclid=IwAR3ZyFuSZiMPVl3MMq_Ly9XQWCNBtE6b3Fi6irmdIL1BJLnBlIhxQOBePCw