Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Le distorsioni cognitive nei child abusers

    Le distorsioni cognitive nei child abusers

    Recentemente ci siamo imbattute in un video di un’inchiesta svolta da Fanpage relativa ai casi di abuso su minori sordomuti avvenuti all’Istituto Provolo di Verona.

    Guardando il video ciò che più ci ha stupito non è stata tanto la denuncia delle vittime circa le atrocità subite, bensì la tendenza che gli abusatori mostravano nel minimizzare e giustificare l’accaduto. L’abusatore durante l’intera intervista non ha mai parlato di abusi, ma si riferiva ad essi come “scherzi di mano” perché “maschio con maschio è uno scherzo, un vizio, mentre con una donna è più grave”, inoltre era normale perché “a quel tempo (inizio anni ‘60) lo facevano tutti”. Un’altra cosa che ci ha stupito è la tendenza a screditare e colpevolizzare le stesse vittime, infatti l’intervistato ci tiene a sottolineare che “i sordomuti sono tutti corrotti e l’unico scherzo che ho fatto è stato con un ragazzo che veniva nella mia camera e mi mostrava di sua iniziativa il suo membro… è stato lui!”.

    Queste affermazioni a prima vista insensate per la maggior parte delle persone possono essere comprese se lette alla luce di un modello che spieghi i processi cognitivi che intervengono nella razionalizzazione di un comportamento. In letteratura sono molti gli studiosi che si sono interrogati sul meccanismo che interviene nella giustificazione e minimizzazione degli abusi sessuali e la maggioranza concorda nell’affermare che le distorsioni cognitive hanno un ruolo fondamentale nella razionalizzazione dell’abuso (Pomilla, 2018).

    I primi ad utilizzare il termine distorsioni cognitive in reati di natura sessuale furono Abel e coll. (1984; 1989) i quali utilizzarono il termine “cognitive” per riferirsi ai processi interni, comprese le giustificazioni, le percezioni e i giudizi utilizzati dal molestatore sessuale per razionalizzare il suo comportamento di molestia nei confronti di minori (Abel, Gore, Holland, Camp, Becker, Rathner, 1989). Gli autori riferendosi alla teoria dell’apprendimento sociale di Bandura spiegano come in alcuni casi il “normale” percorso di sviluppo venga disatteso facendo sì che i soggetti mantengano, da adulti, ideali e pratiche sessuali inappropriate che solitamente si estinguono. Per Abel e coll. (1984; 1989) la distorsione cognitiva permette di affrontare la discrepanza tra i propri comportamenti sessuali inappropriati e le norme socialmente condivise sviluppando un insieme di credenze pro-offesa sessuale che riducano la discrepanza rendendo accettabili le loro azioni e i loro pensieri.

    In un loro studio Abel, Becker e Cunningham-Rathner (1984) e Navathe Ward & Gannon (2008) hanno indicato le seguenti distorsioni cognitive:

    • la mancanza di resistenza fisica equivale al consenso;
    • gli adulti devono educare i bambini, (anche) attraverso contatti sessuali con loro;
    • i bambini non rivelano/denunciano i coinvolgimenti sessuali perché segretamente ne godono;
    • le generazioni future arriveranno ad accettare la validità dei rapporti sessuali adulto-bambino;
    • i toccamenti sessuali non sono dannosi per il bambino;
    • i bambini sono naturalmente curiosi delle attività sessuali;
    • le relazioni adulto-bambino sono valorizzate (anche) dalla sessualità.

    Nonostante ad Abel e colleghi venga riconosciuto il merito di aver proposto un modello teorico che spiegasse tali comportamenti altri autori hanno mosso critiche circa i meccanismi responsabili dello sviluppo delle distorsioni cognitive.

    A tal proposito Ward (2000) ha concettualizzato il modello delle teorie implicite, che permettono di comprendere i processi cognitivi attraverso cui i molestatori leggono e interpretano le informazioni del loro mondo sociale. Purtroppo il tema delle loro interpretazioni è essenzialmente orientato all’essere offensivo e poiché le teorie implicite si basano su esperienze soggettive e non hanno basi empiriche, sono relativamente radicate e resistenti al cambiamento (Ward e Keenan, 1999).

    Ward e Keenan (1999) hanno revisionato una serie di studi da cui sono emerse cinque principali teorie implicite che si possono riscontrare nei child abuser:

    1. Child as a sexual being (bambini come esseri sessuali): ovvero la credenza che i bambini amano e ricercano le relazioni sessuali con gli adulti e non vengono danneggiati da questo tipo di contatto sessuale;
    2. Entitlement (diritto): secondo cui l’abusatore si sente superiore e più importante degli altri, di conseguenza si sente in diritto di fare sesso con chi vuole, quando vuole;
    3. Dangerous world (mondo pericoloso): per cui il sex offender crede che il mondo sia un posto pericoloso e ostile, le persone adulte sono essenzialmente inaffidabili, al contrario dei bambini;
    4. Uncontrollability (incontrollabilità): ovvero la credenza che il mondo, comprese le emozioni, i pensieri e gli eventi, sia incontrollabile e che quindi il comportamento accada al di fuori del controllo del soggetto;
    5. Nature of harm (natura del danno): si basa sulla credenza che il danno sia inserito all’interno di un continuum di gravità e che quindi l’attività sessuale sia innocua e non causi dolore, neanche ad un bambino.

    Marziano e colleghi (2006) hanno effettuato uno studio per indentificare queste cinque teorie implicite in un campione composto da 22 maschi adulti, condannati per reati sessuali contro i bambini. I soggetti sono stati sottoposti ad un’intervista, nella prima parte venivano chieste informazioni demografiche, mentre nella seconda veniva effettuata un’intervista semi-strutturata. Ai soggetti venivano poste domande aperte relative al reato commesso e alle loro condizioni di vita prima di esso. A queste venivano poi aggiunte delle domande ricavate dai temi principali emersi nelle cinque teorie implicite, nello specifico veniva chiesto loro le credenze riguardo alla conoscenza sessuale della vittima; come hanno percepito la relazione di abuso; la loro percezione delle relazioni adulte; la loro percezione del danno commesso; e il livello di controllo che hanno esercitato durante il loro reato. Le domande sono state riferite a tre punti temporali specifici, la fase pre-reato, il momento del reato e la fase post-reato. Successivamente le risposte e le affermazioni emerse durante l’intervista sono state codificate in “unità di significato”, ovvero un’idea in grado di resistere da sola in grado di comunicare un significato nel contesto dello studio. Infine, ogni singola unità di significato è stata attribuita alla categoria della teoria implicita corrispondente.

    Dai risultati di questo studio emerge che le distorsioni cognitive evidenziate all’interno del campione possono essere categorizzate all’interno delle cinque teorie implicite descritte da Ward e Keenan (1999). La categoria maggiormente legata alle distorsioni cognitive presentate dai soggetti è quella dei “bambini come esseri sessuali”. Nello specifico questa teoria implicita è più frequente negli abusatori di bambini maschi, questo potrebbe riflettere un framework di credenze e desideri che vede i bambini in grado di godere e desiderare il sesso con gli adulti.

    Successivamente al modello delle teorie implicite sono stati aggiunti i concetti di credenze e valori per spiegare le condizioni che conducono il soggetto a commettere la violenza e a trovare un significato e delle giustificazioni all’azione commessa. Quindi credenze, valori ed azioni sono interconnesse tra loro e riflettono il contesto culturale, sociale e personale dell’individuo.

    Howitt e Sheldon (2007) propongono una sintesi dei modelli esposti in precedenza, facendo riferimento ai concetti di distorsioni cognitive, credenze e valori connesse al reato e alla fase che precede e segue quest’ultimo. Ne risulta la seguente classificazione:

    • distorsioni cognitive quali set di credenze utilizzate per superare le inibizioni e gestire il senso di colpa: riferendosi alle distorsioni cognitive introdotte (Abel e coll.), fanno parte di questa categoria le distorsioni che portano all’azione e rappresentano una forma di negazione verso se stessi del possibile danno;
    • distorsioni cognitive quali set di razionalizzazioni utilizzate per creare scuse o giustificazioni quando gli aggressori vengono interrogati per rispondere delle proprie azioni (da agenti di polizia, psicologi, etc.): questo tipo di distorsioni invece vengono utilizzate dall’aggressore dopo il reato per giustificare a terzi la propria condotta;
    • distorsioni cognitive rivolte non alla rappresentazione degli altri e/o della propria condotta, bensì alle proprie esperienze di vita: in questa categoria rientrano le esperienze di vita, spesso avverse, che condizionano lo sviluppo del soggetto.

    All’interno di questo articolo abbiamo visto come vi sono una serie di distorsioni cognitive che caratterizzano la pedofilia e che permettono di spiegare la condotta criminosa, la conservazione dell’immagine di sé da parte dell’autore, la minimizzazione della responsabilità penale e delle conseguenze per la vittima (Abel et al., 1984; Abel et al., 1989; Ward, Hudson et al., 1997). Comprendere i meccanismi utilizzati per superare le inibizioni o gestire il senso di colpa è un passo fondamentale all’interno del trattamento di questi soggetti, in quanto permette di lavorare sui processi che potrebbero portare a recidiva, date le rilevanti conseguenze psicologiche che queste condotte hanno sulle vittime.

    https://www.stateofmind.it/2020/05/distorsioni-cognitive-abuso/

  • BORGHETTO; quando i fedeli esigono una chiesa sporca e vescovo li accontenta prontamente.

    BORGHETTO; quando i fedeli esigono una chiesa sporca e vescovo li accontenta prontamente.

    Di oggi la notizia apparsa su IL FATTO QUOTIDIANO, del prete alassino Luciano Massaferro, condannato a sette anni e otto mesi per gli abusi ai danni di una bimba di 11 anni, riabilitato dal cardinale Bagnasco, che ribalta la sentenza del tribunale italiano, e subito riaccolto dal vescovo Guglielmo Borghetti, teoricamente mandato da papa Francesco per fare pulizia nella diocesi dello scandalo, quella d Albenga.

    Al di la degli appelli di TOLLERANZA ZERO di papa Francesco, è certo che Borghetti di pulizia ne ha fatta davvero poca e anche male, come poca è la giustizia del tribunale ecclesiastico di Genova, capitanato dall’ex presidente della CEI, il cardinale Angelo Bagnasco, oggi alle prese con un suo prete accusato di abuso di minori , don Francesco Castagneto, noto alla diocesi genovese dal 1988, che una volta indagato dalla chiesa, prese addirittura il suo posto nella parrocchia di Albaro GE.

    Una vicenda a dir poco tragicomica, perché oggi, don Massaferro, sopranominato don Lu dai suoi amatissimi fedeli, celebrerebbe la messa nella chiesa di Sant’Antonio da Padova a Borghetto.

    Ebbene molti non sanno la lunga e perversa storia di quella parrocchia, che comincia proprio quando don Luciano Massaferro viene rimosso e sostituito da don Francesco Zappella, come dicevano all’epoca uno dei fedelissimi del vescovo “spazzino” Borghetti.

    Pochi mesi dopo la sostituzione di don Massaferro, grazie ad un’inchiesta della Rete L’ABUSO, anche don Francesco Zappella fu indagato per abuso sessuale a danno di minori e, colpo di scena, grazie a quella nostra denuncia, il pm Giovanni Battista Ferro, non solo accertò le tendenze pedofile di don Zappella, ma scoprì che era addirittura pregiudicato dal tribunale di Pinerolo, per aver abusato di due infraquattordicenni.

    Don Zappella poi, fu archiviato per quello che riguarda la nostra indagine in quanto prescritto, ma il vescovo “spazzino” Guglielmo Borghetti, si guardò bene da prendere nei suoi confronti qualunque tipo di provvedimento o sanzione, neppure il processo canonico, anzi, lo rimandò in Uruguay, proprio in mezzo alle vittime che erano venute fino in Italia per denunciarlo.

    Oggi, quasi paradossalmente, a lifting fatto, don Luciano Massaferro è tornato a dire messa e ironia della sorte, proprio nella chiesa di don Francesco Zappella.

    Qui la riflessione si fa pesante, non tanto perché la chiesa copra i pedofili, quello è oramai un dato di fatto, persino papa Francesco ha messo nero su bianco nel suo ultimo Motu proprio Vos Estis Lux Mundi, che i preti abusatori vanno denunciati alla chiesa, omettendo come di consueto la denuncia alle autorità civili.

    Questa volta a stupire sono però i parrocchiani di Borghetto Santo Spirito, che pur vedendosi un prete condannato in via definitiva in parrocchia, pare non solo non abbiano timore per i loro figli (data la patologia non curabile della pedofilia) ma non si sono minimamente allarmati per questo e accettano tacitamente don Luciano, che per carità, non dico vada messo al rogo, certo se io fossi padre un po’ di timore per mio figlio lo avrei, se fossi cattolico, mi ribellerei – in questo caso per una questione morale – vedendo nella mia chiesa un uomo con tale curriculum.

    E invece nulla, nessuna protesta da parte dei parrocchiani per rifiutare quell’uomo indegno, che proprio il vangelo condanna con la frase “Chi invece scandalizza anche uno solo di questi piccoli che credono in me, sarebbe meglio per lui che gli fosse appesa al collo una macina girata da asino, e fosse gettato negli abissi del mare” Matteo 18 – 6

    Che dire di più, la chiesa è fatta di uomini e questi ne riflettono l’immagine, in questo caso, della loro discutibile chiesa.

    Francesco Zanardi

    https://test.retelabuso.org/wp-content/uploads/2025/09/il-documentario-sugli-abusi-nelle-chiese-di-new-orleans-basato-su-un-reportage-del-guardian-vince-il-premio-piu-importante.webpwp-content/uploads/2025/12/3-3-di-preti-pedofili-grazie-alla-complicita-dello-stato-italiano-che-non-interviene-da-decenni-non-solo-sul-clero-video-integrale-della-conferenza-alla-stampa-estera.webpwp-content/uploads/2026/05/la-coppia-che-si-suicida-come-la-figlia-molestata-da-bambina-da-un-parente-lultima-intervista-al-papa-quelluomo-un-assassino.webpwp-content/uploads/2025/12/parte-da-savona-sabato-24-la-panchina-viola-liniziativa-italiana-di-sensibilizzazione-contro-gli-abusi-su-minori-e-persone-vulnerabili.webpwp-content/uploads/2026/01/il-vescovo-di-bilbao-riconosce-il-lavoro-di-el-pais-per-indagare-sulla-pedofilia-e-gli-sforzi-delle-vittime-per-denunciare.webp2020/03/06/sul-caso-massaferro-e-non-solo-ecco-perche-queste-persone-non-possono-piu-tornare-a-contatto-con-i-minori/

  • Don Bucci, interviene il suo vescovo: “Abusi sessuali su minori sono come l’aborto, non peggio”

    Don Bucci, interviene il suo vescovo: “Abusi sessuali su minori sono come l’aborto, non peggio”

    Dopo le dichiarazioni di don Bucci su pedofilia e l’aborto, è intervenuto il vescovo di Providence, Thomas Tobin. “Le violenze sessuali ai minori sono da condannare tanto quanto l’aborto”, ha detto Tobin. La polemica non si placa e un gruppo di politici del Rhode Island, assieme a due vittime di abusi sessuali del clero, hanno chiesto al vescovo di sospendere padre Bucci.

    di Mirko Bellis

    Le dichiarazioni di don Richard Bucci su pedofilia e aborto hanno provocato una bufera. Il sacerdote 72enne della chiesa del Sacro Cuore di West Warwick, nello Stato di Rhode Island, durante un’intervista ha detto che “la pedofilia non uccide mentre l’aborto sì”. Per cercare di calmare gli animi è dovuto intervenire Thomas Tobin, il vescovo di Providence, la capitale del piccolo Stato sulla costa est degli Usa. Se padre Richard è convinto che l’aborto sia peggio della pedofilia in quanto il primo uccide e la seconda no, il vescovo Tobin mette sullo stesso piano le violenze sessuali su minori e l’interruzione di gravidanza. È quanto si legge in un comunicato diffuso il 13 febbraio dalla diocesi di Providence.

    “È importante affermare che sia l’abuso sessuale su minori sia l’aborto sono entrambe azioni orribili e immorali che hanno conseguenze molto gravi e dannose”, premette il vescovo. “In primo luogo – scrive Tobin – non è mai accettabile la sottovalutazione del danno provocato dalle violenze sessuali ai minori. Gli abusi di carattere sessuale, ovunque e in qualsiasi momento, causano danni duraturi, a volte permanenti e devastanti alle vittime sopravvissute, alle loro famiglie e all’intera comunità”. “Le accuse di abuso sessuale devono sempre essere prese molto sul serio – continua – e dovrebbe essere fatto ogni sforzo per proteggere i bambini e i giovani, per eliminare gli abusi, per incriminare gli abusatori e per offrire assistenza alle vittime”. Dopo queste necessarie considerazioni il vescovo di Providence affronta il tema dell’interruzione di gravidanza.

    “Anche l’aborto è un atto peccaminoso e immorale, un ‘crimine abominevole’. (Concilio Vaticano II) l’aborto distrugge la vita innocente non nata; sfrutta le donne vulnerabili; svilisce la vita familiare; e corrode il tessuto morale della società. Non ci sono circostanze, personali o politiche, che giustifichino l’interruzione della gravidanza di bambini non ancora nati. La Chiesa cattolica è stata molto chiara e coerente nel condannare il male dell’aborto e affermiamo che coloro che promuovono, sostengono e approvano l’aborto, compresi i leader civili, sono responsabili di un grave male agli occhi di Dio Onnipotente”. “Nell’attuale discussione pubblica, esorto tutte le parti ad astenersi da inutili e provocatorie retoriche e a riflettere personalmente e con la preghiera sulle conseguenze di queste gravi questioni. Possiamo rinnovare i nostri sforzi per proteggere la vita e promuovere il bene comune, specialmente per i bambini e i giovani, e possa Dio benedire il nostro impegno con saggezza, prudenza, umiltà e carità”.

    https://www.fanpage.it/esteri/don-bucci-interviene-il-suo-vescovo-abusi-sessuali-su-minori-sono-come-laborto-non-peggio/

  • Juan Carlos Cruz: “Francesco coraggioso e controcorrente. Per noi vittime cade un muro di omertà”

    Juan Carlos Cruz: “Francesco coraggioso e controcorrente. Per noi vittime cade un muro di omertà”

    Parla uno dei sopravvissuti che per primo denunciò gli abusi di Fernando Karadima, spretato dal Papa. «Tanti vescovi e cardinali contro il provvedimento: temono emerga il sommerso»

    SALVATORE CERNUZIO

    ROMA. «Finalmente una buona notizia! È terminato il carnevale dell’oscurità in cui si sono rifugiati per anni abusatori e insabbiatori». Sono quasi un sospiro le parole di Juan Carlos Cruz che tuttavia rivelano la soddisfazione per il provvedimento del Papa di abolire il segreto pontificio sui casi di abusi dei chierici a danno di minori. Cruz è nome noto nei Sacri Palazzi per esser stato una delle vittime che ha scoperchiato il vaso di Pandora sui crimini di Fernando Karadima, il potente sacerdote amico delle élites cilene, abusatore seriale di giovani e seminaristi, spretato da Francesco nel 2017.

    Nella sua casa negli Stati Uniti, dove risiede da quando ha lasciato quel Cile che gli ricorda gli orrori subiti, Juan Carlos è stato tirato giù dal letto alle cinque del mattino. Erano le vittime di tutto il mondo con cui è costantemente in contatto che, tramite sms e messaggi via social, volevano condividere la gioia per questo «passo avanti del Papa» che va ad abbattere un muro di omertà durato troppo a lungo nella Chiesa.

    Come sopravvissuti cosa pensate del gesto di Francesco nel giorno del suo compleanno?

    «Il compleanno era il suo ma il regalo lo ha fatto a noi vittime. Da tanto tempo chiedevamo al Papa che prendesse una decisione del genere e lui lo ha fatto, con coraggio, andando controcorrente, a costo di risultare impopolare».

    Perché controcorrente? 

    «Perché tanti vescovi e cardinali della Curia e del mondo si sono opposti a questo provvedimento. Lo posso affermare con certezza: lo so e l’ho vissuto sulla mia pelle. Molti temono che quanto hanno nascosto finora possa venire alla luce, hanno paura dei risarcimenti, delle sanzioni o di perdere il posto. Penso in particolare all’episcopato del mio Paese, il Cile, che con grande arroganza si sente al di sopra di tutto. C’è, infatti, la paura che adesso le indicazioni del Papa non trovino una implementazione pratica».

    Coinvolgendo laici nei ruoli di avvocati e procuratori e collaborando con i magistrati civili diventa difficile «sfuggire» a tali norme…

    «Infatti ora dovranno fare tutti i conti con la giustizia. Doveva essere così da tempo. Per anni molti vescovi hanno visto soffrire le vittime e sono rimasti immobili, anzi sono arrivati pure a colpevolizzarle. E quando hanno insabbiato sono rimasti impuniti. Adesso è il momento di dire basta, esca fuori la verità».

    Lei era a Roma nei giorni del Summit sugli abusi in Vaticano e con gli altri sopravvissuti si è detto deluso per i risultati finali del vertice. Adesso, dopo dieci mesi, vede che qualcosa si è mosso?

    «Si può sempre fare di più, però riconosco che siamo avanzati rispetto a come stavamo prima. Questo grazie a Papa Francesco, ma anche a monsignor Charles Scicluna (segretario aggiunto della Dottrina della Fede ed ex pm vaticano, ndr), ai sopravvissuti che hanno avuto la forza di parlare e ai giornalisti che li hanno sostenuti».

    Quale dovrebbe essere il prossimo passo da fare, secondo lei?

    «Anzitutto l’obbligo di denuncia alle autorità civili. Poi sanzioni forti per chi viola le leggi stabilite dal Papa: vescovi, preti, cardinali. Chi non collabora dovrebbe essere dimesso dallo stato clericale o andare in carcere, immediatamente».

    https://www.lastampa.it/vatican-insider/it/2019/12/18/news/juan-carlos-cruz-francesco-coraggioso-e-controcorrente-per-noi-vittime-cade-un-muro-di-omerta-1.38228657?utm_source=dlvr.it&utm_medium=facebook
  • Appello al Governo Conte dall’associazione vittime abusi: serve una commissione di inchiesta

    Appello al Governo Conte dall’associazione vittime abusi: serve una commissione di inchiesta

    Città del Vaticano  –  «E’ un passo importante, concreto. L’abolizione del segreto pontificio sui processi canonici permette ai magistrati di ottenere i dossier in possesso della Chiesa, cosa che prima spesso malgrado le rogatorie non era concessa» commenta Francesco Zanardi, vittima di un prete quando era adolescente e ora motore di una associazione italiana di vittime. Zanardi invita l’Italia e il governo ad affrontare un tema finora ignorato aprendo una commissione di inchiesta.

    «In Italia non ci sono statistiche, nemmeno la Cei le ha mai diffuse. Negli altri stati variano dal 5 al 7% del clero. Le proiezioni fatte dalla Rete l’Abuso parlano di circa 4mila preti abusatori e di un milione di vittime. Se il governo scegliesse di fare una commissione d’inchiesta usufruendo della decisione del Papa avremmo molto rapidamente una stima. E’ impossibile che la Chiesa non abbia un conto delle denunce fatte» ha affermato.

    https://www.ilmessaggero.it/vaticano/vaticano_cei_pedofilia_abusi_papa_francesco_zanardi_governo_italia_commissione-4934681.html

  • COME FUNZIONA IL MANUALE DI INSABBIAMENTO DELLA CHIESA CATTOLICA

    COME FUNZIONA IL MANUALE DI INSABBIAMENTO DELLA CHIESA CATTOLICA

    Lo scorso lunedì il tribunale di Mendoza commisurò delle pene esemplari a due sacerdoti e ad un giardiniere, per la loro reiterata e accurata azione pedofila. I condannati lavoravano nella scuola per bambini audiolesi conosciuta come “Istituto Provolo”. Il prossimo grado di giudizio sarà a La Plata, dove i testimoni hanno cominciato a moltiplicarsi. In questo articolo si analizza fino a che punto la Chiesa Cattolica non solo pratica sistematicamente abusi, ma li nasconde e garantisce persino la loro ripetizione su scala globale. Fino a quando?

    “Scoprirai cose brutte e molte sono vere”, Robert Frainer avvisò così Gustavo Ariel Chamorro nel 2007. Il primo ha diretto l’Istituto Provolo in tutto il mondo fino al provvedimento del Vaticano nel luglio 2017; il secondo invece era direttore della succursale situata a La Plata. Frainer aveva ragione.

    In seguito alle condanne esemplari pronunciate a Mendoza lo scorso lunedì 25 novembre, il procuratore Cecilia Corfield ha due certezze: le sentenze hanno provocato un effetto domino che ha suscitato nelle vittime il desiderio di testimoniare; e che, tuttavia, l’appoggio del sistema politico di Buenos Aires rimane scostante in questa causa ad alta tensione. “Sono sola” afferma.

    Se sono già state emesse le condanne nel primo dei tre gradi di giudizio in cui è divisa la causa, è in gran parte dovuto al fatto che il vicegovernatore Laura Montero si è resa disponibile personalmente a garantire la sicurezza dei sopravvissuti e dei testimoni.

    A La Plata, sebbene il fascicolo sia stato inviato nella stessa data, il processo è ancora in fase di indagine, in questo caso il governatore Maria Eugenia Vidal ha omesso qualunque riferimento al caso e tanto meno ha contattato le vittime per offrire risorse o supporto.

    Il caso nella capitale di Buenos Aires ebbe un primo procuratore, Fernando Cartasegna, che fu espulso quasi due anni fa a causa di gravi irregolarità. Quando il procuratore Corfield vide le azioni del suo predecessore, la prima cosa che fece fu perquisire l’edificio della 47esima Strada. Stava cercando ciò che il testimone Lisandro Borrelli aveva denunciato: la stanza all’interno del seminterrato dove era stato legato e torturato.

    Borrelli studiò nell’istituto Provolo tra il 1989 e il 1993. Lì era legato per ore ad una ringhiera che era nel seminterrato della cucina. Inoltre lo hanno rinchiuso in una gabbia per conigli.

    Ha aggiunto anche un altro particolare: l’istituto Provolo ha in Valeria del Mar, zona di Pinamar, una casa situata in via Pietro Mendoza 2287, dove Borrelli fu trasferito durante un’estate. Lo hanno costretto a occuparsi delle pulizie e lo hanno legato ad un albero per punirlo.

    Quell’indirizzo fu menzionato anche nella causa di Mendoza e se i due casi non sono correlati, il giudizio rimarrà aperto. Sulla scia dello scandalo internazionale, oggi le case vengono tenute chiuse in stato di abbandono.

    Nel caso di La Plata, l’ex direttore Chamorro ha segnalato nella sua deposizione che il sacerdote italiano Corradi ha portato i bambini nella casa di Valeria del Mar, negando la possibilità di essere accompagnati dai loro genitori. A Mendoza, una delle madri ha affermato che, durante un viaggio in quella località costiera nel 2015, una studentessa ha riferito di aver visto come uno degli insegnanti ha portato un ragazzo a Horacio Corbacho, uno dei sacerdoti condannato a 45 anni di prigione.

    L’altro testimone chiave nel fascicolo platense è Daniel Sgardellis, che vive a Salta. Già nel 2013 ha avuto il coraggio di raccontare, attraverso la lingua dei segni e attraverso un video caricato su YouTube, ciò che aveva subito tra il 1980 e il 1991. In quella registrazione chiede ad altre vittime di denunciare come aveva già fatto lui. Solo tre anni dopo, la seconda testimonianza, quella di Borrelli, giunse alla giustizia nel 2016. Dopo le condanne a Mendoza, ne arrivarono altre due.

    Tuttavia, la procura ha appena riconosciuto che al massimo sarà in grado di portare in tribunale Corradi e il professore di informatica José Britez, dal momento che l’Italia non era disponibile a rispondere alla richiesta di estradizione che pesa sull’ottantenne Eliseo Primatti, che è fuggito quando sono iniziati gli arresti.

    Il manuale di copertura della chiesa indica che si deve sempre agire dopo che gli abusi sono stati resi pubblici. Il caso del Provolo non era un’eccezione.

    BIGLIETTO PER L’ARGENTINA

    Nel 2003, l’Istituto Provolo ha ricevuto il premio “Juntos Educar” dall’allora arcivescovo di Buenos Aires, Jorge Bergoglio. Il premio è stato assegnato per il suo esemplare lavoro educativo “nell’istruzione, nell’educazione e nell’assistenza ai sordomuti e ai giovani bisognosi”. A quel tempo si parlava poco dell’opera, ma ogni volta che veniva nominata nei media era per la sua nobile missione.

    Fondato nel 1840 a Verona, l’istituto deve il suo nome al vescovo Antonio Provolo, che si dedicò all’educazione dei sordi con i metodi orale e mimico-gestuale. La sede situata nella strada 47 di La Plata, nota come “Casa Provinciale della Compagnia di Maria per l’educazione dei sordi e dei muti”, fu il primo in Argentina, diretta dal sacerdote Albano Mattioli, un italiano naturalizzato Argentino. Quindi fu aperta la filiale di Mendoza a Luján de Cuyo, che fu ufficialmente inaugurata nel 1998 come “Casa locale della compagnia di Maria” di Mendoza.

    L’Argentina era una delle destinazioni prese da diversi sacerdoti che erano diventati incontrollabili a Verona, dove abusavano di bambini con problemi di udito tra gli anni ‘60-‘70. Il mondo lo ha scoperto il 22 gennaio 2009, attraverso il settimanale L’Espresso, quando Paolo Tessadri ha pubblicato un articolo dal titolo: “Noi, le vittime dei preti pedofili”. L’articolo menzionava che il numero di bambini maltrattati era incalcolabile, gli abusatori hanno agito per tre decenni fino al 1984, ma rilevava anche che una dozzina dei quasi 25 sacerdoti accusati sono rimasti nell’istituto. Tessadri ha fornito un’informazione che spiegava, in parte, il processo di selezione delle vittime: “Il Provolo di Verona accoglie famiglie povere”, principalmente dal nord-est italiano.

    Fu allora che 67 persone furono incoraggiate a inviare una lettera al giornale in cui raccontavano ciò che avevano sofferto. “I sacerdoti e i fratelli religiosi hanno abusato sessualmente di noi”, hanno detto. Molti furono sorpresi di non aver cercato alcuna soluzione giudiziaria, poiché i crimini erano andati in prescrizione, ma ciò che volevano era che la situazione fosse conosciuta in modo tale che i bambini che erano rimasti nel Provolo non subissero ciò che avevano passato loro. Le testimonianze raccolte sono arrivate il 20 novembre 2008 a monsignor Giampietro Mazzoni, giudice della corte ecclesiastica della diocesi di Verona, che ha ignorato il caso. In quella lettera, tra le altre cose, fu informato che nella stanza usata come confessionale nella Chiesa di Santa Maria del Lamento dell’Istituto Provolo, i sacerdoti facevano masturbare alcune ragazze sorde. Lo hanno anche avvertito che gli abusi, spesso accompagnati da percosse, si sono verificati sistematicamente nelle camere da letto dei sacerdoti, sotto l’altare, nelle docce e nei bagni dell’Istituto.

    Nel tentativo di calmare le vittime, è stata avviata un’indagine interna e il 14 dicembre 2012 è stata rilasciata una risposta. Monsignor Mazzoni era incaricato di inoltrare “un’umile richiesta di perdono” alle vittime, dopo aver comunicato che l’inchiesta era stata ritardata dalla sovrapposizione di denunce, perché alcuni preti accusati avevano già lasciato l’istituto o erano morti. Proprio in quella occasione, la Santa Sede ha condannato alcuni sacerdoti a dedicarsi alla preghiera e alla penitenza, impedendo qualsiasi contatto con i minori. Tuttavia, i sacerdoti che erano in Argentina non hanno ricevuto alcuna sanzione. Il manuale di copertura della Chiesa indica che si deve sempre agire dopo che gli abusi sono stati resi pubblici. Il Provolo non faceva eccezione.

    Da quando fu eletto nel marzo 2013, Papa Francesco è stato informato in almeno tre occasioni che quindici sacerdoti italiani, accusati di aver abusato di bambini con problemi di udito in Italia, sono stati inviati ad altre destinazioni in Argentina.

    Io insabbio, tu insabbi.

    Per anni, attraverso ciascuna delle loro testimonianze, i sopravvissuti hanno rivelato come funziona il manuale di copertura che la Chiesa Cattolica utilizza in tutto il mondo ogni volta che un prete molesta, abusa e/o tortura un bambino.

    Il caso dell’istituto Provolo si adatta perfettamente:

    1. alle prime rimostranze, tende a minimizzare il problema;
    2. zittisce e minaccia la vittima, che di solito è minorenne, ma mettendo in disparte la famiglia;
    3. fa pressione su quelli che potrebbero rompere con questa linea e presentare una denuncia, come nel caso di un altro sacerdote;
    4. se il carnefice diventa ingestibile, lo trasferisce;
    5. se il caso viene reso pubblico, rilascia una dichiarazione che simula dolore e afferma il desiderio di accompagnare la vittima e la sua famiglia, mentre le porte sono completamente chiuse agli stessi che affermano di voler sostenere;
    6. iniziano un processo interno, inutile e senza fine che si chiuderà in un cassetto della Santa Sede.

    Papa Francesco sapeva cosa stesse succedendo all’Istituto Provolo e non ha fatto nulla. Questa è la certezza dell’italiano Francesco Zanardi, presidente della Rete italiana dei sopravvissuti all’abuso ecclesiastico. Su cosa si basa? Da quando è stato consacrato nel marzo 2013, il Sommo Pontefice è stato informato in almeno tre occasioni che quindici sacerdoti italiani, accusati di aver abusato di bambini sordomuti in quel paese, sono stati inviati tra le altre destinazioni in Argentina.

    Nel maggio 2014, Zanardi ha inviato al Segretario di Stato Vaticano un video in cui appaiono 17 vittime che raccontano ciò che avevano vissuto e un elenco di sacerdoti accusati con il luogo in cui risiedevano. In Argentina, inclusi Giovanni Granuzzo, Nicola Corradi, Luigi Spinelli ed Eliseo Pirmati. Non ha avuto risposta.

    Il 20 ottobre dello stesso anno, l’Associazione dei sordi del Provolo di Verona, inviò una lettera indirizzata al vescovo Giuseppe Zenti, alla Congregazione per la Dottrina della Fede, e a Papa Francesco: “In quella lettera – ha detto Zanardi – nuovamente appaiono il nome di Corradi e altri quattordici sacerdoti accusati di abuso, quattro dei quali nascosti in Argentina”. Infine, è stato consegnato, ancora una volta, il 28 ottobre 2015, ora direttamente nelle mani del Papa da una delle vittime del Provolo di Verona, Giuseppe Consiglio, momento che è stato fotografato. Faccia a faccia, nell’aula Paolo VI, Consiglio disse al Papa, come poté, dopo ciò che aveva sofferto, al quale il Papa rispose con una richiesta di scuse e le sue solite “pregate per me”. In nessuno dei casi c’è stata alcuna risposta.

    Solo più di un anno dopo, venerdì 25 novembre 2016, quando si sono esposte le prime vittime argentine, sono state effettuate irruzioni presso la sede di Luján de Cuyo, sono stati arrestati i sacerdoti Nicola Corradi e Horacio Corbacho e si è scoperto uno scandalo internazionale, il Vaticano nominò un commissario apostolico e si preoccupò del caso “Provolo”. La prima espressione pubblica della Chiesa fu una menzogna: “Voglio chiarire guardandoli negli occhi, con le mani pulite e una coscienza tranquilla, che mai fummo informati prima delle accuse che pesano su nessuno dei sacerdoti imputati”, ha detto l’arcivescovo di Mendoza, Mons. Carlos Maria Franzini.

    Quello che non sapevano era che avevano appena scoperto il caso che avrebbe dimostrato fino a che punto i meccanismi di insabbiamento all’interno della Chiesa Cattolica sono internazionali. Un altro 25 novembre, questa volta nel 2019, sono state conosciute le condanne (45 anni per Corbacho, 42 per Corradi e 18 per il giardiniere Armando Gómez) e si è conclusa la prima delle tre parti del lungo processo di Mendoza. Contemporaneamente, un senso di sollievo attraversò il corpo dei sopravvissuti di La Plata e Verona. Non per niente: per la prima volta da quando sono iniziati gli abusi nell’Italia degli anni 60, poi a La Plata negli anni 80 e a Mendoza negli anni 90, erano riusciti ad avere credibilità.

    Gli investigatori di La Plata e Mendoza hanno concluso che:

    a) le vittime preferite erano quelle i cui genitori non conoscevano il linguaggio dei segni;

    b) gli amministrativi e i religiosi fungevano come un filtro per misurare attraverso la tortura e giochi di ruolo chi consegnavano;

    c) gli arcivescovi di La Plata e Mendoza hanno voltato le spalle alle denunce internazionali.

    POETICA DELL’ABUSO

    Nel 2002 Julio García, un membro dell’ordine di La Plata, ha osato chiedere a Nicola Corradi, attraverso una lettera, di “agire sulla questione” per le irregolarità e le perversioni sessuali che stavano accadendo. Questa lettera fu trovata quando furono razziati gli uffici del Provolo di Mendoza, insieme a un fax stampato in cui erano spedite due comunicazioni. Il primo fu inviato al vicario generale in Italia; il secondo a Corradi. In entrambi, Garcia si riferiva a ciò che aveva vissuto all’interno dell’istituto Provolo di La Plata. Ha accusato un novizio ed ex seminarista di nome Gerardo Risso per “comportamenti devianti” e ha segnalato la complicità di altri sacerdoti per proteggerlo, sostenendo queste azioni. Ha anche sottolineato che Risso era stato respinto dall’ordine di Buenos Aires proprio a causa di questo comportamento, al contempo chiedeva a Corradi di non voltare le spalle perché un gruppo di sacerdoti della stessa sede lo proteggeva a spada tratta e sosteneva la possibilità che tornasse al Provolo.

    Garcia ha allegato una copia di una poesia scritta da un interno. “Il cantico di Gerardo” non solo aveva un alto contenuto sessuale nella sua lingua, quando identificava le pratiche dell’ex seminarista nell’intimità del gruppo, ma esponeva anche la naturalizzazione dell’abuso.

    Il cantico di Gerardo
    Sto uscendo con un ragazzo
    L’ho incontrato nella cappella
    Mi ha accarezzato e non ho resistito
    E volevo andare nella sua stanza
     
    Sto uscendo con un ragazzo
    È religioso e di grande ardore
    Quando mi abbraccia mi da calore
    E mi fa esplodere il cuore
     
    Sto uscendo con un ragazzo
    Mi sono sdraiato sul suo letto
    È venuto come un camion
    E in quella notte mi ha consacrato
     
    Sto uscendo con un ragazzo
    Fu molto bello quello che ho sentito
    Mi ha puntato il suo grande cannone
    E l’ho ricevuto nel mio garage
     
    Sto uscendo con un ragazzo
    È insaziabile nel suo procedere
    Non vuole altro che cogliere
    Ho già il culo come un vaso
     
    Sto uscendo con un ragazzo
    E ora cammino con un bastone
    Scorreggio e inizio a gridare
    E piango quando vado a cagare
     
    Sto uscendo con un ragazzo
    Ho promesso di essere sempre fedele
    Mi sono già vestito da religioso
    E di notte gettava le mutande
     
    Sto uscendo con un ragazzo
    Ho già trovato la mia vocazione
    Voglio vivere in congregazione
    Aprire il culo è la mia religione.

    In un altro paragrafo della lettera, l’autore ha anche fatto riferimento a irregolarità nell’amministrazione di indumenti e alimenti che avrebbero dovuto essere date ai bambini che erano nel rifugio di La Plata. Ha accusato le suore, che avevano quel compito, di lasciare 578 pullover immagazzinati per “riempirsi di falene” e “vendere i vestiti che abbiamo donato per 2 o 3 pesos”. Infine, ha sottolineato che ai ragazzi è stato servito cibo ormai scaduto, aggiungendo che “è un miracolo che nessun bambino si sia ammalato”.

    Sebbene il legame tra i poteri giudiziari di Buenos Aires e di Mendoza sia praticamente nullo, sia gli investigatori di La Plata che quelli di Mendoza hanno raggiunto conclusioni simili:

    a) le vittime preferite erano quelle i cui genitori non conoscevano il linguaggio dei segni;

    b) gli amministrativi e i religiosi fungevano come un filtro per misurare attraverso la tortura e giochi di ruolo chi consegnavano;

    c) gli arcivescovi di La Plata e Mendoza hanno voltato le spalle alle denunce internazionali.

    Per comprendere la portata istituzionale del caso Provolo, è necessaria una visione integrale che colleghi ciò che è accaduto a Verona, La Plata e Mendoza. Dopo i processi che hanno rappresentato la prima serie di condanne, il processo di La Plata dovrebbe andare in quella direzione.

    manual de encubrimiento de la iglesia católica


    (traduzione con Google, articolo del 4 dicembre 2019)

  • “Preti pedofili e omertà. A 17 anni da Spotlight tutta la Chiesa ha fallito”

    “Preti pedofili e omertà. A 17 anni da Spotlight tutta la Chiesa ha fallito”

    L’INTERVISTA Parla Michael Rezendes del team del “Boston Globe” che ispirò il famoso film

    di Sabrina Provenzani

    Michael Rezendes è uno dei reporter di “Spotlight”, il team di giornalisti investigativi del Boston Globe guidato da Marty Baron che, nel 2002, dopo mesi di lavoro, scoperchiò lo scandalo degli abusi sessuali nella diocesi di Boston. Una storia che è valsa al Globe il premio Pulitzer e ha fatto – anche grazie al film premio Oscar che ne venne tratto – il giro del mondo. Da ottobre, Rezendes è senior investigative reporter alla Associated Press a New York. Lavora a “The Reckoning”, un nuovo progetto con l’obiettivo di “esplorare la più grande crisi di credibilità della Chiesa dai tempi della Riforma”.

    Il nuovo progetto investigativo si chiama “La resa dei conti”: quale?

    La Chiesa cattolica statunitense aveva promesso di sradicare abusi e molestie sessuali. Ma, vent’anni dopo Spolight, Papa Francesco e i suoi vescovi stanno ancora facendo i conti con violenze e insabbiamenti. Nel riconoscere le responsabilità dei vertici ecclesiastici, hanno fallito.

    A così tanti anni di distanza, cosa è stato Spotlight?

    Più di tutto, la nostra inchiesta ha cambiato la percezione dell’opinione pubblica sul tema: si è creato una rete a livello mondiale di “survivor”. E la Chiesa è stata costretta a prenderne atto.

    Tutto è partito da una città dove il potere ecclesiastico, e l’omertà che lo proteggeva, sembravano inscalfibili.

    Ero un giovane cronista del Boston Globe. Cominciai a lavorare su presunti abusi del clero. All’inizio indagavo su un solo rete, ma molto rapidamente l’inchiesta si allargò a 7, poi a 70. Lavorai a lungo sul caso di padre John Geoghan, un pedofilo seriale: avevo intervistato le sue vittime. Sapevo che sia l’allora cardinal Bernard Law che il suo predecessore, il cardinale Humberto Medeiros, erano al corrente che Geoghan avesse molestato bambini per 30 anni, in sei diverse parrocchie. Quando ho scoperto che nell’ultima parrocchia in cui lo avevano spostato si occupava dei chierichetti, ricordo di aver pensato: se dopo 30 anni di molestie gli affidano i chierichetti, questa è davvero una grossa storia.

    Uno scandalo che ha avuto eco ed impatto globali. Internet era agli esordi…

    L’inchiesta si allargò rapidamente, scoprii nuovi casi prima a New York, poi a Tucson, in Arizona. Poi in tutto il mondo. E continua ancora oggi, 17 anni dopo. Credo sia questo l’impatto più profondo e duraturo del nostro lavoro: l’aver rivelato per primi il sistematico insabbiamento degli abusi, un sistema di connivenze e coperture che abbiamo visto ripetersi uguale in tutto il mondo. Così decine di migliaia di vittime hanno avuto il coraggio di venire allo scoperto senza più paura né vergogna.

    Cosa è successo ai sopravvissuti?

    Per lo più hanno fatto causa, avuto giustizia e compensazioni economiche.

    E agli abusatori?

    Ogni caso è diverso. Alcuni sono finiti in carcere, altri sono stati spogliati dalla toga e si sono “integrati” nella società. A volte in contesti a contatto con bambini. Ma sarei sorpreso – non scioccato – se a Boston emergessero altri casi di abusi. Perché la diocesi ha introdotto nuove misure di protezione nei confronti dei minori. E perché i genitori ora sono più consapevoli, e sanno di poter denunciare.

    Grazie al vostro lavoro, la gente non è più costretta al silenzio. Resta ancora molto da fare, secondo lei?

    Assolutamente. La Chiesa è una sorta di società segreta composta solo da uomini. Impregnata da una cultura in cui abusi e molestie sono peccati da perdonare, e non crimini da denunciare alle autorità. Molti pensano sia venuto il momento per il Vaticano di adottare precisi protocolli per la protezione dei minori. Hanno attivato dei corsi di formazione per i vescovi, ma questo non basta.

    L’ultimo caso è quello del vescovo di Buffalo Richard Malone, costretto alle dimissioni pochi giorni fa per aver tenuto in un cassetto il fascicolo in cui un prete rivelava di aver abusato, fra gli anni ’60 e ’80, di dozzine di bambini.

    Il caso Buffalo dimostra come i vescovi, ancora una volta, non realizzino l’importanza del problema. È incredibile che, a 17 anni da Spotlight, siano così tanti che faticano a comprendere il danno profondo provocato da una violenza sessuale.

    Lo scandalo degli abusi può portare la Chiesa Usa, per i risarcimenti, al collasso economico?

    Penso che ci sarà un aumento delle cause, in particolare negli stati dove sono cambiati i termini della prescrizione. Ma parliamo di una delle istituzioni più antiche, e ricche, al mondo. Non scomparirà per questo.

    DI COSA STIAMO PARLANDO

    Sherlock ha messo la sua lente, in questo nuovo ciclo di inchieste speciali, su un clamoroso caso di pedofilia nella Chiesa. Ferruccio Sansa da Genova ci ha raccontato la storia di don Franco Castagneto, i presunti abusi grazie alle parole delle vittime e le coperture che avrebbe avuto il sacerdote che, ad oggi, risulta scomparso, dopo essere stato trasferito diverse volte. Chi sapeva?

    https://www.ilfattoquotidiano.it/in-edicola/articoli/2019/12/06/vaticano-la-parrocchia-degli-abusi-preti-pedofili-e-omerta-a-17-anni-da-spotlight-tutta-la-chiesa-ha-fallito-leggi-linchiesta-di-sherlock/5597938/

  • Non mentirai? – Provolo: Francesco non getterà dalla Chiesa i preti abusatori condannati a Mendoza

    Non mentirai? – Provolo: Francesco non getterà dalla Chiesa i preti abusatori condannati a Mendoza

    ¿NO MENTIRÁS? – Provolo: Francisco no echará de la Iglesia a los curas abusadores condenados en Mendoza

    Pur conoscendo le testimonianze di Corradi dal 2002 e nonostante le prove inconfutabili, in Vaticano affermano di non poter ancora “valutare i fatti” per decidere cosa fare del prete italiano e del suo favorito Corbacho.

    Questo lunedì la notizia delle dure e storiche condanne a due sacerdoti e un giardiniere dell’Istituto per i bambini non udenti Antonio Provolo de Luján de Cuyo (Mendoza) per aver abusato e corrotto tra il 2005 e il 2016, undici studenti tra 7 e 17 anni, hanno girato il mondo.

    Alla gravità dei fatti, al modus operandi criminale dimostrato nel processo e ai comportamenti abietti di Nicola Corradi (84) e Horacio Corbacho (59) durante il processo, si aggiunge che molti degli eventi si sono verificati nel paese di Jorge Bergoglio e durante il periodo in cui era la massima autorità della Chiesa in Argentina.

    Tuttavia, né la forza delle condanne (42 anni per Corradi, 45 per Corbacho e 18 per il giardiniere Armando Gómez) né la conferma che la curia conoscesse i fatti da molto tempo prima di essere processati, sembrano essere motivi sufficienti per Il Vaticano per prendere la decisione di eliminare entrambi i sacerdoti dell’istituzione religiosa.

    Al contrario, è come se la “notizia” avesse attivato i lati più offensivi di una gerarchia cattolica piuttosto abituata al silenzio, a mentire e a coprire tutti i suoi crimini.

    Ipocrisia e tonache

    All’ipocrita rassegna stampa dell’arcivescovo di Mendoza, rilasciata ore dopo la sentenza, sono state aggiunte nelle ultime ore dichiarazioni di fonti vaticane che mostrano il disprezzo dell’istituzione per le vittime e la volontà di continuare a proteggere i criminali di tonaca.

    Il quotidiano La Nación (compagnia diretta a Roma) riferiva che “dalla Santa Sede accusano la Giustizia” di Mendoza perché, secondo “fonti religiose dall’Italia”, sarebbe stato impedito alla curia “l’accesso agli atti giudiziari” del caso.

    Secondo La Nación, l’argomento del Vaticano è che “attendono la conclusione del caso nella giustizia civile argentina. Inoltre, hanno indicato che il processo canonico (cioè il processo interno contro Corradi e Corbacho, NdR) procederà solo con una frase definitiva, in modo che solo dopo tale istanza si discuterà della possibile espulsione dei sacerdoti condannati ”. Cioè, praticamente mai.

    Sembra così vaga la risposta vaticana che la stessa corte di Mendoza ha risposto. “Quello che dicono è molto brutto. Parlano di giustizia civile e quello che abbiamo fatto è una condanna penale, in primo luogo. In secondo luogo, dovrebbero mostrare le richieste di informazioni. Terzo, quello che hanno detto è che non avvieranno il processo fino a quando non ci sarà un giudizio finale. C’è il segreto: un giudizio deciso su dove; può essere nel tribunale provinciale, nel tribunale nazionale o nella corte interamericana dei diritti umani. Sono ipocriti. È davvero un pezzo di carta”, riproduce La Nación come “una fonte del tribunale provinciale”.

    D’altra parte Sergio Salinas, avvocato a nome delle vittime e referente dell’organizzazione Xumek, ha anche condannato la posizione del Vaticano e ha affermato che sono direttamente “complici, nascondendo prove che sono obbligati a dare. Siamo stanchi del suo cinismo.”

    Questo lunedì, in dialogo con La Izquierda Diario, l’avvocato della Rete dei sopravvissuti all’abuso ecclesiastico Carlos Lombardi, ha anche fortemente criticato la gerarchia cattolica, ricordando che “entrambi, Dante Simón (vicario giudiziario dell’arcidiocesi di Cordova inviato da Bergoglio a Mendoza interverrà nel caso) come Alberto Bochatey (il commissario apostolico e l’attuale arcivescovo ausiliare di La Plata) vengono denunciati penalmente non solo per non aver collaborato con la giustizia di Mendoza ma per aver ostacolato le indagini ”.

    Sapevano tutto

    Dal Vaticano insistono nel nascondere l’invisibile. “Non siamo stati in grado di procedere nel processo canonico perché non abbiamo mai avuto più informazioni di quella dei media, dal momento che le autorità giudiziarie argentine non ci hanno dato accesso ai documenti e alle prove del processo civile”, hanno detto a La Nación fonti apostoliche e romane.

    Ma la bugia ecclesiastica non può essere più grande. La Curia argentina sapeva, almeno dal 2002, dell’esistenza di denunce nel Provolo de La Plata. Una volta scoperto lo scandalo, in un raid nel quartier generale della capitale di Buenos Aires, fu trovata una lettera (datata quell’anno) che Julio García, “tesoriere” di Provolo, aveva inviato a Mendoza raccontando tutto ciò che sapeva di Corradi. Non sapevano davvero niente?

    Inoltre, come riportato dettagliatamente da questo giornale, nel 2014 Francesco stesso ha ricevuto denunce da parte dei sopravvissuti del Provolo di Verona che andarono a trovarlo in Piazza San Pietro. Lì nominarono Corradi e altri chierici stupratori. La risposta ufficiale non fu altro che il silenzio papale.

    Come se ciò non bastasse, l’arcivescovo di La Plata (attraverso il vescovo ausiliare Bochatey) alla fine del 2017 ha portato Eliseo Pirmati fuori dall’Argentina e lo ha “rimpatriato” nel Provolo de Verona (dove era partito decenni fa) quando erano già consistenti sospetti su di lui in merito ad abusi e torture commessi su bambini nella sede dell’Istituto di Buenos Aires.

    La Chiesa non può nascondere il sole con la mano. E tanto meno i loro stessi crimini con bugie.

    Oggi, con le condanne di Corradi e Corbacho, hanno un nuovo significato le parole espresse l’anno scorso da Sergio Buenanueva, vescovo di San Francisco (Córdoba), che si pone pubblicamente come “autocritico” e cerca di separarsi dalle ali più reazionarie dell’episcopato.

    Buenanueva è di Mendoza e afferma di conoscere il caso Provolo “da vicino”. In un’intervista rilasciata nel 2018, Buenanueva ha affermato che questo è stato “il caso più grave che l’Argentina ha” insieme a quelli di Julio Grassi e ai casi di Paraná. Ha anche affermato che “la crisi in Argentina è appena iniziata”, poiché casi come il Provolo “hanno incoraggiato molte vittime a mettere in luce ciò che hanno sofferto e ciò che hanno vissuto”. E ha anche riconosciuto che le vittime “potrebbero richiedere decenni per mettere in luce” le loro testimonianze.

    Per il vescovo di San Francisco, ciò che è accaduto all’Istituto Provolo “è la cosa più grave che è accaduta in Argentina, ma è un esempio di tutto il male che abbiamo fatto nella Chiesa nella gestione di tutti questi casi”.

    Ma allo stesso tempo ha cercato di togliersi ogni responsabilità, quando si parla di “persone che con i registri sono state inviate senza che il vescovo del luogo lo sapesse, posso dire che sono stato vescovo ausiliare di Mendoza e non avevamo la minima idea”.

    La cantata di Buenanueva, dei suoi colleghi della Conferenza episcopale argentina e dei suoi elettori del Vaticano non resiste a un minimo di archivio. Peggio ancora, questo canto ha l’effetto di una copertura eterna su innumerevoli stupratori e torturatori. Soprattutto quelli che hanno ancora la “fortuna” di non essere stati denunciati dalle loro vittime.

    http://www.laizquierdadiario.com/Provolo-Francisco-no-echara-de-la-Iglesia-a-los-curas-abusadores-condenados-en-Mendoza?fbclid=IwAR0tFX6pSSJzBM-eyiDeAncr7OkaJBGJqS8vJThHDUR1mvJmHnErtsJPurc
    (traduzione con Google)

  • Provolo: il Vaticano chiede “perdono”, ma anni fa conosceva gli abusi e li copriva

    Provolo: il Vaticano chiede “perdono”, ma anni fa conosceva gli abusi e li copriva

    Provolo: el Vaticano pide “perdón”, pero hace años sabía de los abusos y los encubrió

    Il vescovo Bochatey, incaricato di “indagare” sui sacerdoti condannati a Mendoza, ha pubblicato una dichiarazione di scusa per le condanne di lunedì. Ma lui stesso ha manipolato le prove a La Plata e nel 2017 ha inviato uno dei sospettati in Italia.

    Il vescovo ausiliare di La Plata, Alberto Germán Bochatey Chaneton, nominato a maggio 2017 come “commissario apostolico” dal Vaticano per “investigare internamente” sui crimini presso l’Istituto Provolo, ha rilasciato una dichiarazione mercoledì cercando di scusarsi per conto di la Chiesa prima delle storiche condanne a 42 e 45 anni per i sacerdoti Nicola Corradi e Horacio Corbacho.

    Il lungo testo è pieno di (incredibili) espressioni di papa Francesco riguardo al “dolore”, alle “ferite profonde” e alla “pace” necessaria per le vittime di abusi e torture da parte di sacerdoti. Le poche parole di Bochatey nella dichiarazione cercano solo di coprire le spalle di una gerarchia cattolica affondata al collo sotto mentite spoglie e complicità con quei crimini.

    Noi Signore? No signore

    Bochatey afferma che la Chiesa “rispetta la decisione giudiziaria di Mendoza” e “si aspetta che porti pace alle vittime”. Il chiarimento sul rispetto della sentenza giudiziaria può sembrare ovvio. Ma non lo è. La Chiesa è un’istituzione abituata a “fare da sé”, dispensando le leggi dello Stato e generando altri parallelismi che prevalgono persino sulle costituzioni e sui codici penali.

    Ad esempio, in Argentina è ancora in vigore il Concordato (firmato nel 1966 tra la dittatura di Onganía e il Vaticano), che offre alla Chiesa ampio spazio di manovra con la propria “giustizia” in casi che non raggiungono mai la giustizia civile, tra questi molti abusi sessuali di sacerdoti su parrocchiani. Casi che non trascendono mai e finiscono sempre nell’impunità. L’annullamento del Concordato è una delle richieste fondamentali della Campagna Chiesa e Stato soggetto separato.

    Nella sua dichiarazione, Bochatey cita Francesco quando afferma che “se in passato l’omissione poteva diventare una forma di risposta, oggi vogliamo che la solidarietà, intesa nel suo senso più profondo e più stimolante, diventi il nostro modo di fare la storia presente e futuro”. Quella “omissione” di cui parla il Papa è precisamente quella che lo stesso Bochatey e i suoi colleghi argentini hanno esercitato ampiamente negli ultimi anni.

    Il vescovo ausiliare di La Plata afferma che, quando è stato nominato commissario apostolico con Dante Simón, ha assunto il compito di indagare per “cercare di discernere se le accuse sono credibili o meno e avere una buona certezza morale che gli eventi potrebbero essere accaduti “. Sulla base di ciò, afferma, hanno concluso che “i fatti erano plausibili e avrebbero potuto accadere”. E aggiunge che la curia “non ha mai nascosto informazioni o rimosso la collaborazione” con la magistratura.

    Se è come dice Bochatey, bisognerebbe chiedergli perché crede che nel processo che si è appena concluso a Mendoza, le denunce hanno addebitato direttamente a lui e Simon le coperture degli imputati.

    Il vescovo aggiunge che “la Chiesa non ha mai nascosto i sacerdoti in questione e il processo canonico continua il suo corso nella Congregazione della Dottrina della Fede”. E con ciò crede di poter comunicare alla società e al mondo che tutto è in ordine e che Corradi e Corbacho sono solo un inciampo all’interno dell’istituzione. Ma lo stesso Bochatey è intimamente legato alla copertura di sacerdoti abusatori, e al disprezzo e agli attacchi alle vittime.

    Sì, hai nascosto

    Lo stesso mercoledì l’arcivescovo reazionario emerito di La Plata Héctor Aguer ha dichiarato alla radio che “è un orrore quello che è successo” nel Provolo Mendoza. “Conosco bene questo istituto perché ha una casa qui a La Plata e fortunatamente qui non sono successe cose”, ha aggiunto.

    Ha anche affermato che mentre era a capo dell’arcidiocesi di Platense (fino a giugno 2018) “non c’è mai stata una denuncia presso la sede dell’arcivescovo” e che, sopra, il Provolo “è un’istituzione che non dipende dal vescovo del luogo, quindi che è un problema che deve essere risolto a Roma ”.

    Da giugno 2000 a giugno dell’anno scorso Aguer è stato a capo della Chiesa Platense. E nel marzo 2013 Bochatey ha assunto il ruolo di suo assistente, una posizione che ricopre fino ad oggi, ora sotto gli ordini di Víctor “Tucho” Fernández. Significa che per molti anni Aguer e Bochatey hanno gestito “come una squadra” tutto ciò che riguarda la chiesa regionale.

    Come già riportato in questo giornale, nel 2002 Julio García, un membro anziano del Provolo de La Plata, ha inviato una lettera al Provolo de Mendoza avvertendo dei comportamenti violenti e offensivi del sacerdote Corradi (che era stato inviato a Luján de Cuyo dal Capitale di Buenos Aires per rilevare la sede centrale di Mendoza dell’istituto per bambini non udenti). Mons. Aguer potrebbe dire che non lo sapeva, ma è davvero incredibile, conoscendo il livello di verticalità dell’istituzione religiosa.

    A sua volta, nello stesso edificio del Provolo c’è un ramo dell’Università Cattolica di La Plata, che è sotto l’orbita dell’Arcivescovado e di cui Aguer è stato per anni uno dei suoi massimi referenti. È innegabile che il rapporto tra Provolo e l’Arcivescovado è più che stretto da decenni.

    Ma non è tutto. Quando alla fine del 2016 lo scandalo è saltato nel quartier generale di Mendoza dalla tortuosa e coraggiosa denuncia di famiglie di bambini sordi, a La Plata Aguer ha attivato gli allarmi e ha lanciato la copertura operativa, cercando di non rimanere bloccato verso le destinazioni di Corradi e Corbacho.

    Quando, nel maggio 2017, Jorge Bergoglio ha nominato Bochatey “commissario apostolico” incaricato di “indagare” su ciò che è accaduto nel Provolo de Mendoza, Aguer lo ha immediatamente nominato “controllore” presso la sede di La Plata. Il doppio gioco di essere un “ricercatore” e di avere in mano molte prove incriminanti dell’indagine ha facilitato molte cose.

    A ciò si sono aggiunti i servizi forniti dall’ex procuratore della Repubblica Plata Fernando Cartasegna, che era allora responsabile della causa aperta dalle testimonianze di ex studenti dell’istituzione che, commossi dallo scandalo aperto a Mendoza, hanno denunciati gli stessi sacerdoti per crimini commessi nella sede di Platense anni prima. Cartasegna (oggi in disgrazia e con alcune caratteristiche di follia) non ha indagato su nulla e ha persino approvato ciò che è stato fatto dalla gerarchia cattolica.

    Da luglio 2017 Alberto Bochatey (prima sotto gli ordini di Aguer e poi di Tucho Fernández) ha fatto tutto nel Provolo de La Plata, al punto che oggi quel quartier generale non ha nulla a che fare con quello che era. Oltre a modificare la struttura dell’edificio, cambiare le dipendenze e persino dare un ampio spazio all’UCALP, rimuoveva i sacerdoti che vivevano lì e avevano condiviso anni con Corradi e Corbacho.

    Pagheranno per i loro “peccati”?

    Bochatey ha alterato, falsificato e persino eliminato le prove che non sono state incorporate nel caso, nonostante gli sforzi della procura Cecilia Corfield, che ha ricevuto il fascicolo a metà 2018 dopo il fallimento di Cartasegna. Inoltre, il vescovo ausiliare aveva molto da fare affinché altri due preti abusatori andassero in Italia, cercando di liberarli dalle indagini in Argentina.

    Nel 2014, quando sembrava che al Provolo “non stesse succedendo nulla”, Aguer e Bochatey mandarono a Verona il sacerdote ottantenne Giovanni Granuzzo, che non era ancora stato accusato in Argentina ma era stato accusato in patria da vittime già adulte ( sebbene senza prove aperte).

    E alla fine del 2017 Aguer e Bochatey hanno fatto lo stesso con il sacerdote Eliseo Pirmati. La differenza con il trasferimento di Granuzzo è che era passato un anno da quando Mendoza aveva aperto la causa contro Corradi e Corbacho, la suora Kosaca Kumiko e due impiegati. E anche molto tempo fa  Pirmati era stato menzionato da diverse vittime come membro della banda criminale.

    A metà di quest’anno il procuratore Corfield ha richiesto l’estradizione del “fuggito” Pirmati, che ha perseguito insieme al sacerdote Corradi e un ex insegnante di informatica, José Britez, per i crimini di abuso sessuale aggravato e corruzione di minori.

    Secondo l’indagine di Corfield, le testimonianze delle vittime indicano che i crimini dei sacerdoti e dei loro collaboratori erano sistematici tra i decenni degli anni ’70 e ’90, sfruttando i loro posti di potere e con la copertura totale delle più alte autorità ecclesiastiche di La Plata.

    Il quadro è sufficiente. Aguer, Tucho Fernández, Bochatey e compagnia non solo conoscono i crimini del Provolo da anni, ma hanno fatto tutto il possibile per nascondere i loro protagonisti. Tanto che meritano già di essere accusati e perseguiti per aggravamento occulto dei crimini commessi dai condannati Corradi e Corbacho e da altri protetti.

    E poiché la Chiesa è precisamente un’istituzione in cui la verticalità e la segretezza sono ragioni di Stato, nessuno nel suo corretto giudizio può credere che Bergoglio e i suoi impiegati della Congregazione per la Dottrina della Fede siano ignari delle stesse informazioni (e anche di più) su questi crimini molto gravi commessi nel corso di decenni contro centinaia di ragazze, ragazzi e adolescenti.

    “Non nascondiamo mai informazioni né rimuoviamo la collaborazione”, afferma Bochatey dopo la dura condanna della sua protezione da Mendoza. “La Chiesa non ha mai nascosto i sacerdoti in questione”, aggiunge il vescovo ausiliare di La Plata a nome del Vaticano. Bugie. E ci sono quelli che fingono di dare alle loro parole un bagliore di verità.

    L’anno prossimo Bochatey, Aguer e Fernández saranno nei guai. Il 2020 sarà l’anno in cui due processi rilevanti contro sacerdoti stupratori, corruttori di minori e torturatori avranno probabilmente luogo a La Plata. Uno, per gli eventi accaduti nella sede locale di Provolo. Un altro, per i crimini commessi dal cappellano del servizio penitenziario di Buenos Aires, Eduardo Lorenzo, oggi in attesa di essere perseguito che, secondo fonti giudiziarie, è imminente.

    In entrambe le prove, verranno alla luce testimonianze, prove e perizie che non solo condanneranno Corradi, Pirmati, Britez e Lorenzo, ma dimostreranno il livello di complicità e di copertura dei loro superiori. La magistratura sarà incoraggiata a trattare anche arcivescovi e vescovi ausiliari?

    https://www.laizquierdadiario.com/Provolo-el-Vaticano-pide-perdon-pero-hace-anos-sabia-de-los-abusos-y-los-encubrio
    (traduzione con Google)

  • Abusi in Chiesa, la denuncia di Schoenborn: Sodano non mi credette

    di Askanews

    Roma, 28 nov. (askanews) – Il cardinale arcivescovo di Vienna, Christoph Schoenborn, ha raccontato dello scontro verbale che ebbe con l’ex Segretario di Stato vaticano, Angelo Sodano, oggi decano del collegio cardinalizio, in merito agli abusi sessuali sui minori.L’episodio è noto ma era sempre stata circondata da un alone di riservatezza. E invece in una lectio alla università di Vienna, il porporato ha svelato i dettagli di quella vicenda.Schoenborn venne in contatto con le vittime di pedofilia nel 1995 dopo che il suo predecessore, il cardinale Hans Hermann Groer, venne accusato di abusi. Nei tre anni seguiti alla sua nomina, ha ricordato, ascoltò le loro testimonianze, ed è stato “traumatico scoprire quanto l’abuso sessuale del clero è legato con il sacramento della Riconciiazione e scoprire che spesso inizia nel confessionale”. Alla fine, giunse alla conclusione che quello che le vittime gli avevano detto era vero. A marzo del 1998, Schoenborn ed altri tre vescovi austriaci dichiararono pubblicamente che erano arrivati alla “certezza morale” che le accuse contro Groer erano “sostanzialmente” corrette. Pochi mesi dopo, nel corso della periodica visita “ad limina” a Roma, i vescovi austriaci criticarono il modo in cui la Chiesa aveva (male) accolto le denunce contro Groer, nel rapporto preparato per il Papa, ma un vescovo, Kurt Krenn di Sankt Poelten, strenuo sostenitore di Groer, attaccò i suoi confratelli vescovi di mentire e di avere preparato una trappola.”Ho sperimentato la stessa cosa nella mia controversia con il cardinale Sodano, che mi ha letteralmente detto in faccia: ‘Vittime? Questo è quello che dici tu!”.Era il 2010, in pieno pontificato Ratzinger. Sodano, in occasione delle cerimonie di Pasqua, prese la parola in piazza San Pietro per affermare che le informazioni sugli abusi sessuali su minori perpetrati da preti pedofili erano solo “un chiacchiericcio”. In un colloquio riservato con alcuni giornalisti, poi pubblicato, Schoenborn espresso il proprio sconcerto per quella che definì una “pesante offesa per le vittime”. A giugno Schoenborn fu convocato da Bendetto XVI, suo mentore in passato, e dovette esprimere al Pontefice il proprio “dispiacere” per le interpretazioni date ad alcune sue affermazioni sul conto di Sodano, in un’udienza a porte chiuse alla quale poi si unirono anche lo stesso Sodano e il suo successore quale Segretario di Stato, Tarcisio Bertone.”Alcune persone in Vaticano mentirono”, ha detto ora Schoenborn. Hanno umiliato le vittime per proteggere la Chiesa, “ma la Chiesa è meglio servita quando la verità è rivelata. ‘La verità vi renderà liberi’”.In una lectio di 50 minuti, raccontata sul Tablet da Christa Pongratz-Lippitt, l’arcivescovo di Vienna ha detto che dopo aver ascoltato per oltre venti anni le vittime dei preti abusatori è giunto alla conclusione che l’abuso sessuale e spirituale – “ma soprattutto l’abuso di potere clericale” – è “una realtà enorme” nella Chiesa cattolica.Quanto a Benedetto XVI, egli ha approntato “una diagnosi che non voglio criticare ma voglio solo correggere citando alcune cifre. Benedetto è dell’opinione che l’abuso sessuale clericale ha le sue origini nel movimento del 1968. Le cifre per l’Austria mostrano un immagine totalmente differente”. In particolare, in Austria il 60 per cento dei casi è stato commesso tra il 1940 e il 1969. Il numero è sceso al 29 per cento tra il 1970 e il 1979 e al mero 0,9 per cento dal 2000. Il fatto che la maggior parte degli abusi sia avvenuto prima del Concilio vaticano II fa pensare, ha sottolineato Schoenborn, che ha puntato il dito contro il sistema chiuso che vigeva nella Chiesa prima del Concilio: “Nei sistemi chiusi l’abuso avviene molto più frequentemente che in quelli aperti”.