Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Ratzinger, le comode bugie di un papa su clero e pedofilia

    Ratzinger, le comode bugie di un papa su clero e pedofilia

    di Marco Marzano
    in “il Fatto Quotidiano” del 15 aprile 2019 Quello pubblicato, su una rivista tedesca, dall’ex papa Joseph Ratzinger a proposito di pedofilia clericale e dintorni è un documento importante, che suggerisce molte considerazioni. Trascuro quelle relative alla personalità del pontefice e soprattutto alle dimensioni abnormi del suo ego ferito per concentrarmi sulla tesi di fondo (certo non nuova, ma comunque attuale) che Ratzinger presenta nel suo articolo. In sintesi, secondo il papa tedesco, la diffusione della pedofilia è una diretta conseguenza del clima licenzioso e libertino instauratosi in Occidente a partire degli anni Sessanta e della conseguente morte di Dio, cioè della crescente mancanza di fede da parte delle popolazioni dei paesi più sviluppati. La tesi è falsa e ridicola: come tutti sanno, la pedofilia clericale è fenomeno antichissimo e non un risultato perverso del Sessantotto e del Vaticano Secondo, come sembra pensare Ratzinger.

    Anzi, al contrario di quanto ritiene l’ex papa, il diritto dei bambini a non essere oggetto di attenzioni sessuali degli adulti è stato definitivamente sancito nella coscienza popolare proprio nell’ultimo mezzo secolo, e cioè dopo il Sessantotto. I bambini e i ragazzini di entrambi i sessi hanno infatti purtroppo sempre subito le attenzioni indesiderate degli adulti, anche di quelli in tonaca, ma è solo nella società democratica contemporanea che quei comportamenti vengono finalmente e giustamente condannati senza remore e le vittime incoraggiate a denunciarli. Ma nel documento c’è molto di più. Per Ratzinger, la pedofilia e gli abusi a danno dei minori non rappresentano nulla di peculiare: sono manifestazioni di una sessualità perversa al pari dell’omosessualità, della pornografia e in generale del sesso fuori dal matrimonio. Per il teologo tedesco, tutti questi sono comportamenti condannati dalla morale cattolica, in quanto manifestazioni dell’allontanamento da Dio e dalla sua volontà da parte di coloro che li hanno compiuti. Sfugge del tutto a Ratzinger l’elemento di colpevole manipolazione da parte di un adulto della volontà di un bambino presente in ogni abuso sessuale. La colpa per lui è quella di aver violato la legge di Dio.

    Le vittime non solo non meritano per lui nessuna attenzione speciale, ma sono probabilmente, anche se Ratzinger qui non lo dice in modo esplicito, il più delle volte corresponsabili, anche se involontariamente, dello schiaffo inflitto a Dio da coloro che li hanno abusati. Citando il caso di una donna violentata da un prete da bambina, Ratzinger scrive che il sacerdote era solito accompagnare l’abuso con le parole “Questo è il mio corpo che è dato per te”. “È evidente – commenta nel documento l’ex papa – che quella ragazza non può più ascoltare le parole della consacrazione senza provare terribilmente su di sé tutta la sofferenza dell’abuso subìto”. Il problema per Ratzinger non è quindi rappresentato dalle terribili sofferenze psicologiche che seguono all’abuso, ma dal fatto che quella ragazza oggi non riesce ad accostarsi alla comunione senza sentir riecheggiare le parole del prete violentatore.

    Il ragionamento di Ratzinger ha un’altra conseguenza, forse la più tragica di tutte. Se la crisi è soprattutto una crisi spirituale, una questione di fede, è chiaro che il rimedio dev’essere altrettanto spirituale e il prete che ha compiuto l’abuso dev’essere quindi soprattutto aiutato a ritrovare la fede perduta, a riottenere per intero la sua integrità spirituale. Forte di questo ragionamento, la Chiesa ha sottratto per decenni i suoi funzionari autori di reati sessuali alla giustizia per affidarli alle cure dei conventi, dei monasteri, dei centri spirituali specializzati. Solo lì, per i gerarchi come Ratzinger, gli abusatori (al pari degli autori di qualsiasi altra violazione delle norme morali cattoliche) avrebbero ritrovato quell’amore per Dio, quella volontà di servire fedelmente la Chiesa che erano loro mancati nei momenti in cui avevano sospeso il controllo dei loro istinti sessuali. In questa logica, curare gli abusatori spiritualmente senza far sapere alla gente quello che era successo è stato il modo migliore per garantire il recupero del funzionario “caduto” e insieme preservare dallo scandalo la comunità  dei fedeli.

    Un’ultima considerazione riguarda il papa attuale, Francesco. La pubblicazione del documento di Ratzinger ha scatenato le fazioni ostili del papa tedesco e di quello argentino. In realtà di un dissenso tra i due non c’è alcuna prova: il documento di Ratzinger è stato visionato – e si presume approvato – dal segretario di Stato Parolin e da Bergoglio e si chiude con un esplicito complimento rivolto da Benedetto al suo successore. Quest’ultimo ha usato parole almeno in parte diverse da quelle di Ratzinger per analizzare il fenomeno della pedofilia. Però quella che Ratzinger ha ricostruito nel suo articolo è l’inossidabile cultura organizzativa della Chiesa Cattolica, quella con la quale essa affronta da sempre i crimini sessuali commessi dal clero. Per sfidare quella cultura serve molto di più che qualche nuovo slogan. Serve un programma di riforme che metta al centro la figura del prete e la concezione che la Chiesa ha della sessualità e delle interazioni umane. Un compito immenso che sinora Bergoglio non ha nemmeno tentato di affrontare.

  • Pope Issues Law, With Penalties, for Vatican City to Address Sexual Abuse – Il Papa emette la legge, con sanzioni, per la Città del Vaticano per affrontare gli abusi sessuali

    Pope Issues Law, With Penalties, for Vatican City to Address Sexual Abuse – Il Papa emette la legge, con sanzioni, per la Città del Vaticano per affrontare gli abusi sessuali

    By Jason Horowitz and Elisabetta Povoledo

    ROMA – Papa Francesco ha emesso un’attesissima legge per i funzionari e i diplomatici della Città del Vaticano all’estero per contrastare gli abusi sessuali, istituendo un modello per la Chiesa cattolica in tutto il mondo, richiedendo, per la prima volta, che le accuse vengano immediatamente segnalate ai procuratori vaticani.

    Il Vaticano ha caratterizzato la legge – e le linee guida pastorali di accompagnamento – come un riflesso del pensiero più avanzato sulla prevenzione e la lotta contro gli abusi sessuali nella chiesa. La legge, datata 26 marzo, invita le autorità ecclesiastiche ad ascoltare immediatamente le persone che dichiarano di essere vittime e a segnalare eventuali accuse credibili ai pubblici ministeri.

    Coloro che non riescono a segnalare potrebbero essere soggetti a sanzioni finanziarie e carcere.

    “La protezione dei minori e delle persone vulnerabili è una parte essenziale del messaggio evangelico che la chiesa e tutti i suoi membri sono chiamati a diffondere in tutto il mondo”. Il papa ha scritto in un editto personale che promulgava la legge. Francis ha dichiarato di voler “rafforzare il quadro istituzionale e normativo per prevenire e contrastare gli abusi contro minori e persone vulnerabili”.

    In una dichiarazione di venerdì, Alessandro Gisotti, il portavoce vaticano, ha detto che papa Francesco sperava che, nonostante le misure applicate allo Stato della Città del Vaticano e alla sua amministrazione, “tutti potrebbero sviluppare nella consapevolezza che la chiesa deve sempre essere sempre più una casa sicura per bambini e persone vulnerabili. “

    Il Papa ha scritto: “La consapevolezza di tutti aumenta il fatto che gli abusi devono essere segnalati alle autorità competenti e per la necessità di cooperare con loro nelle attività di prevenzione e contromisure”.

    Ma la legge chiarisce anche che i chierici dovrebbero essere presunti innocenti fino a prova contraria, e che se condannati in un giusto processo in Vaticano, dovrebbero essere rimossi dai loro incarichi e, nel caso di un prete, essere sottoposti alle sanzioni del diritto canonico

    Di fatto, il papa, che ha fatto della misericordia una pietra angolare del suo pontificato, ha provveduto alla cura di coloro che sono stati riconosciuti colpevoli.

    Francesco ha scritto che coloro che sono condannati per “abusi contro minori o persone vulnerabili dovrebbero essere rimossi dalle loro responsabilità e, allo stesso tempo, ricevere un sostegno adeguato per la riabilitazione psicologica e spirituale, anche con l’obiettivo di reintegrazione sociale”.

    I funzionari della Chiesa avevano annunciato che la legge era in lavorazione a conclusione di un incontro tenutosi il mese scorso con vescovi e cardinali in Vaticano per affrontare il flagello degli abusi sessuali del clero. Francesco aveva convocato l’incontro in una rinnovata sensazione di crisi nella chiesa.

    Le indagini civili sugli abusi da parte di religiosi cattolici negli Stati Uniti, in Australia, in Cile, in Francia e in altri paesi hanno rivelato ancora una volta il problema sistemico dei preti abusatori che sfruttano il loro ministero e prelati che coprono la cattiva condotta.

    La Congregazione per la Dottrina della Fede, il cane da guardia per la dottrina della chiesa, dovrebbe anche rilasciare ai suoi vescovi di tutto il mondo un manuale di buone pratiche per prevenire e denunciare gli abusi nella chiesa.

    Ma se il Vaticano avesse voluto presentare questo modello come modello per le conferenze episcopali in tutto il mondo, le associazioni che difendevano le vittime si lamentavano che il nuovo editto non era all’altezza delle loro aspirazioni.

    La clausola di segnalazione obbligatoria stabilisce che “quelle relazioni dovrebbero essere fatte ai procuratori interni del Vaticano, non ai funzionari di polizia indipendenti e laici”, vediamo in una dichiarazione di SNAP, la rete dei sopravvissuti per le vittime di abusi. L’associazione ha affermato che la storia recente ha chiarito “che la chiesa non può autogestirsi” e che la nuova legge avrebbe dovuto rendere obbligatoria la segnalazione alla polizia locale e ai pubblici ministeri.

    Gisotti, portavoce vaticano, ha osservato che i tre documenti emessi dal papa rispondono “alle richieste concrete espresse dal Popolo di Dio per affrontare il flagello dell’abuso sessuale dei minori”. Insieme, “rafforzano la protezione dei minori rafforzando il quadro normativo”, ha aggiunto.

    I tre documenti firmati da Francesco – l’editto personale sulla protezione dei minori e delle persone vulnerabili; la nuova legge per lo Stato della Città del Vaticano che si estende alla Curia romana; e le linee guida pastorali – “in qualche modo rappresentano il primo frutto” dell’incontro tenutosi in Vaticano il mese scorso, Andrea Tornielli, direttore editoriale del Dicastero per la Comunicazione vaticano, ha scritto in una nota esplicativa diffusa dal Vaticano.

    Anche se le norme e le linee guida si riferiscono specificamente allo Stato del Vaticano, dove, ha osservato Tornielli, ci sono molti chierici ma “pochissimi bambini”, ha detto che sono stati comunque “esemplari” in quanto hanno preso in considerazione “il più avanzato internazionale” pensando alla questione.

    Nell’editto personale, il papa afferma un “principio significativo”, ha scritto Tornielli. “Tutti devono diventare consapevoli del dovere di denunciare abusi alle autorità competenti e di collaborare con loro” nella prevenzione degli abusi.

    Il fatto che il papa abbia anche firmato gli altri due documenti, che potrebbero essere stati pubblicati da altre istituzioni vaticane, “indica l’importanza che voleva dare a queste norme”, ha scritto Tornielli.

    Le linee guida pastorali redatte per la Città del Vaticano sono notevolmente più brevi di quelle redatte dalle conferenze episcopali in tutto il mondo, dato che ci sono solo due parrocchie nella Città del Vaticano e pochi bambini che risiedono lì, ha osservato.

    La nuova legge ha molte misure significative: tutti i reati relativi all’abuso di minori, non solo quelli di natura sessuale, saranno trattati automaticamente, anche in assenza di un reclamo specifico. La legge stabilisce anche “l’obbligo di denunciare e sanzionare il pubblico ufficiale che omette di denunciare gli abusi dell’autorità giudiziaria vaticana di cui è venuto a conoscenza”, tranne attraverso la confessione.

    Tali sanzioni si applicherebbero ai membri dello Stato del Vaticano, alla Curia Romana e al personale diplomatico al servizio delle nunziature, che fungono da funzionari pubblici, come fanno oltre il 90 per cento di coloro che lavorano in Vaticano o per la Santa Sede.

    Ma la legge non ha chiarito se i diplomatici vaticani che lavorano nelle ambasciate all’estero dovrebbero fare rapporto all’autorità locale e il Vaticano non ha risposto a una richiesta di chiarimenti.

    “La Santa Sede userà queste nuove leggi per mantenere procedimenti penali interni contro cardinali e diplomatici vaticani accusati di crimini in altri paesi?” Anne Barrett Doyle, condirettore di BishopAccountability.org, che documenta gli abusi nella Chiesa cattolica romana, ha detto in una dichiarazione. Ha definito la legge “un piccolo passo nella giusta direzione”, ma ha detto che non è stata all’altezza delle “coraggiose e ampie riforme” che Papa Francesco potrebbe mettere in atto, compresa la modifica del diritto canonico.

    Sebbene l’editto includa alcune raccomandazioni fatte dai gruppi di vittime agli organizzatori del summit il mese scorso, alcune misure non sono attuabili, ha detto in un comunicato Francesco Zanardi, presidente di Rete L’Abuso, la prima associazione di supporto per i sopravvissuti agli abusi clericali in Italia.

    Il signor Zanardi ha accolto, ad esempio, l’istituzione all’interno del Vaticano di una struttura che fornirebbe un aiuto medico e psicologico per le vittime di abusi, ma si chiedeva se dovevano recarsi in Vaticano per ottenere il sostegno. “Questo è inaccettabile”, ha detto.

    La legge dice anche che “le persone vulnerabili” – compresi i malati, le persone con disabilità fisiche o mentali e le persone con una limitata libertà personale – hanno diritto alla stessa protezione dei minori.

    “È un chiarimento importante perché si estende agli adulti che potrebbero non essere in grado di resistere agli abusi perché si trovano in situazioni in cui sono in posizione di inferiorità rispetto ai loro superiori”, ha detto Gerard O’Connell, un giornalista che ha a lungo lavorato per il Vaticano. Potrebbe anche estendersi ai chierici che abusano sessualmente delle suore.

    I critici, tuttavia, hanno indicato che quello che hanno detto è una grande lacuna nella legge – l’incapacità di mettere in atto ciò che Peter Isely, un sopravvissuto di Milwaukee e un membro fondatore del gruppo Ending Clergy Abuse, che raccoglie vittime da 17 paesi, ha chiamato “tolleranza zero.”

    “Ogni sacerdote, questo è stato determinato, che ha abusato di un minore deve essere rimosso permanentemente dal ministero e, pensiamo, poi laicizzato”, ha affermato Isely in un’intervista telefonica.

    Né il papa ha rimosso i termini delle prescrizioni per denunciare i crimini. Invece, la nuova legge stabilisce a 20 anni dal raggiungimento dell’età adulta. “Sappiamo che per le vittime di abusi, le denunce avvengono in ritardo, ben oltre i 38 anni per la maggior parte delle vittime”, ha detto Isely.

    “Non è vero che questa è la legge più avanzata del suo genere”, ha continuato. “Il pericolo è presentarlo come modello e come il modello più avanzato e completo per i vescovi di tutto il mondo.”

    (Traduzione con Google)
    https://www.nytimes.com/2019/03/29/world/europe/pope-sexual-abuse-law-vatican.html

  • Suore abusate, preti aguzzini sempre coperti. Per la Chiesa conta solo la fedeltà

    Suore abusate, preti aguzzini sempre coperti. Per la Chiesa conta solo la fedeltà

    di Marco Marzano

    Si è parlato a lungo in queste settimane di violenze sui minori, soprattutto maschi. Ora, grazie all’eccezionale documentario di Elizabeth Drévillon, Marie-Pierre Raimbault e Eric Quintin, “Religieuses abusées, l’autre scandale de l’Église” (che dà conto degli stupri sulle religiose in Africa e in Europa), si parla finalmente di quelle sulle donne. Gli autori sono sempre i medesimi: i preti. Omosessuali, eterossessuali, bisessuali, ma sempre e solo preti. Certo, nei confronti delle donne esiste tra i sacerdoti cattolici un disprezzo tutto particolare, quello appreso in tanti anni di frequentazione di ambienti tutti maschili e grondanti di violenta misoginia, ma le modalità di fondo degli abusi rimangono identiche.

    Identiche sono, in tutte le situazioni, le coperture di cui gli artefici delle violenze hanno goduto a tutti i livelli dentro un’organizzazione nella quale contano soprattutto la fedeltà alla gerarchia e la volontà di difendere, costi quel che costi, la buona immagine pubblica.

    Identiche sono le cause: le gravi inibizioni allo sviluppo di una normale e serena vita sessuale ed affettiva maturate in seminario, l’incapacità a costruire dei rapporti basati sulla parità e sul rispetto reciproco, la convinzione di avere il diritto di usare il prossimo come un oggetto senza alcun valore intrinseco e di essere per giunta destinati a rimanere totalmente impuniti, grazie all’appartenenza ad un gruppo sociale, la casta clericale, dotato di un potere infinitamente superiore rispetto a quello delle vittime.

    Identica è anche la situazione delle persone oggetto delle violenze, dei bambini e delle donne. Al pari dei bambini abusati infatti, molte delle religiose vittime delle attenzioni indesiderate dei preti nutrivano in perfetta buona fede un’ammirazione incondizionata e un rispetto senza pari verso ciò che i propri aguzzini rappresentavano, cioè verso la figura del sacerdote come uomo di Dio. Sono stati proprio questi i sentimenti che gli abusatori hanno sfruttato per perpetrare le proprie violenze.

    Non mi stupirei se si venisse a sapere che, come avvenuto in altri casi di soprusi clericali, gli abusatori dei quali si parla nel documentario hanno fatto le stesse cose anche con adolescenti di entrambi i sessi o con qualche seminarista. Quel che è in gioco in queste situazioni non è infatti l’attrazione fisica, ma l’ebrezza di esercitare un potere assoluto su una persona che non può reagire, che non può sottrarsi. L’abusatore è in definitiva un vigliacco e ciò che lo eccita, ciò che rende la vittima veramente appetibile ai suoi occhi, è la sua impossibilità di reagire, la sua impotenza, la sua sottomissione psicologica o il fatto che non si renda ben conto di quel che sta avvenendo. Poco conta, da questo punto di vista, che sia maschio o femmina, bambino o giovane o adulto.

    Un bambino traumatizzato, proprio per effetto dello shock subito, faticherà a lungo ad ammettere anche a se stesso quel che è avvenuto col prete. Lo stesso farà una donna che ha deciso di consacrare la sua vita a Dio. Costei, confusa e terrorizzata, prima di denunciare l’aggressore, si torturerà chiedendosi cosa ha sbagliato, quale sia stata la sua colpa, se non sia stata per caso lei a sedurre involontariamente il prete. Si chiederà se denunciare il prete non significhi per caso gettare fango su quell’istituzione alla quale ha fatto voto di assoluta obbedienza. Per questo secondo i preti, lo si dice nel documentario francese, le religiose sono meglio delle parrocchiane e delle prostitute. Perché è più difficile che “cantino”, che riferiscano ad altri quel che hanno subito dal sacerdote.

    Gli autori del documentario hanno dichiarato di sperare che la Chiesa si adoperi per evitare che fatti come questi si ripetano. È una speranza nobile,ma vana. Perché per abolire il clericalismo alla base dei crimini che costoro hanno raccontato le dichiarazioni di intenti non servono a nulla: bisognerebbe abolire lo stesso clero, smantellare i seminari, riconoscere pari dignità e ruolo alle donne, informare il funzionamento dell’organizzazione ai principi della democrazia e dell’uguaglianza. Un’utopia.

    https://www.ilfattoquotidiano.it/in-edicola/articoli/2019/03/18/suore-abusate-preti-aguzzini-sempre-coperti-per-la-chiesa-conta-solo-la-fedelta/5045770/?utm_medium=amp&utm_source=ifq&utm_campaign=comments

  • Scanonizzate Wojtyla! L’appello di credenti francesi dopo il documentario sulle religiose abusate

    Scanonizzate Wojtyla! L’appello di credenti francesi dopo il documentario sulle religiose abusate

    Parigi-Adista. Che si scanonizzi Giovanni Paolo II, che proteggendo preti abusatori ha protetto il sistema degli abusi ed è responsabile di aver creato una immagine di “Donna” totalmente astratta e disincarnata, cui è concesso solo di scegliere tra la maternità e la verginità religiosa, vocazioni entrambe calpestate dall’ipocrisia dei preti abusatori, che non hanno rispettato né l’una né, quando causavano una gravidanza, l’altra.  È il durissimo appello di Anne Soupa e Christine Pedotti, fondatrici nel 2009 del Comité de la Jupe (Comitato della gonna, con riferimento a un’espressione derisoria dell’allora arcivescovo di Parigi card. André Vingt-Trois), teso a rivendicare la piena corresponsabilità di laiche e laici nella gestione, consapevolezza e decisioni della Chiesa, nella linea del Vangelo e del Vaticano II. L’appello, pubblicato l’11 marzo sul quotidiano francese Le Monde, parte dal devastante documentario francese sugli abusi sessuali sulle suore da parte del clero. Lo riportiamo di seguito, in una nostra traduzione dal francese.

    La Giornata internazionale della donna dell’anno 2019 resterà per noi, donne cattoliche e non, una giornata di dolore e di indignazione.

    Gridiamo il nostro orrore dopo la recente diffusione da parte di Arte del documentario «Religieuses abusées, l’autre scandale de l’Eglise», di Marie?Pierre Raimbault et Eric Quintin, dedicato agli abusi e alle violenze sulle religiose da parte di preti.

    Da più di dieci anni molte donne, in particolare quelle del Comité de la Jupe, non cessano di interpellare la Chiesa riguardo al suo atteggiamento nei confronti delle donne, raccogliendo risposte arroganti come quella di André Vingt?Trois, all’epoca cardinale arcivescovo di Parigi, le cui parole vanno ricordate: «La questione non è avere una gonna (jupe), ma avere qualcosa nel cervello».

    Non abbiamo parole per condannare questi preti che, quanto a gonne, le hanno soprattutto tolte alle religiose. Dal momento che esse davano la loro vita per “servire”, essi stessi si sono serviti, serviti del corpo di queste donne, negando i loro voti, la loro parola, la loro dignità (tanto spesso invocata dalla Chiesa !), la loro stessa persona, come esseri umani liberi e responsabili del suo corpo. Tra le loro grinfie, queste donne sono state spossessate e ridotte a una funzione sessuale, un uso che ci si concede e poi che si getta via o che si «rifila» a un altro perché «ne approfitti», nell’impunità totale.

    Ci indigna il sistema in cui si inscrivono questi fatti. No, non sono semplici abusi isolati perpetrati da qualche perverso. Bisogna prendere atto che derivano da questa “cultura dell’abuso”, denunciata da papa Francesco nella lettera del 20 agosto 2018 indirizzata al “popolo di Dio” a proposito degli abusi sui bambini.

    Sì, si tratta di un sistema e di una cultura che negano il corpo dell’altro, quello dei bambini come quello delle donne. Questo sistema si radica nel sé maschile e si perpetua grazie all’idolatria di cui è oggetto la funzione del prete.

    Ma c’è di peggio. C’è quel concetto che la Chiesa cattolica ha forgiato e che chiama “Donna”. Ne denunciamo la povertà e la miseria così come il tentativo di dominazione che anima questa visione. Voce determinante che ha portato papa Paolo VI a condannare la contraccezione (enciclica Humanae Vitae), Giovanni Paolo II, una volta papa, ha elaborato una teologia della “Donna”, sempre riferita alla Vergine Maria, immagine del silenzio e dell’obbedienza.

    Sotto la sua influenza, la “Donna” diventa un concetto, concepito esclusivamente da uomini – per di più celibi – la cui unica vocazione è aiutare l’uomo tramite il matrimonio e la maternità o servire la Chiesa nella castità religiosa; una visione slegata dalla realtà delle donne di carne, sangue, spirito e anima che costituiscono, bisogna ricordarlo, la metà del genere umano e almeno i due terzi dei cattolici praticanti.

    Osiamo dire che il primo abuso commesso contro le donne è questa idealizzazione, questo inganno che maschera le innumerevoli discriminazioni di cui le donne sono oggetto nella propria Chiesa. È sull’altare di questa donna-idea che vengono sacrificate le vite delle donne vere.

    Nella Chiesa cattolica, la “donna” deve rispondere a una doppia vocazione: «vergine o madre». Viene assegnata al suo corpo sessuato; al suo “non uso” nella verginità o al suo “uso” nella maternità, senza lasciare alcuno spazio alle altre dimensioni dell’essere umano!

    Denunciamo la menzogna e l’ipocrisia di questa ideologia che pesa su di noi. A svelarla sono gli abusi sui corpi delle religiose. Esse hanno fatto voto di castità e la loro parola viene violentata assieme al loro corpo. Quando queste violenze portano a una gravidanza, vengono fatte abortire con la forza o il loro bambino viene cinicamente abbandonato, su espresso ordine della responsabile della comunità. La violenza fatta al loro corpo raggiunge allora il suo colmo, perché anche la maternità, l’ “altra vocazione”, viene loro negata.

    Così non solo i responsabili della Chiesa cattolica impongono a tutte le donne la loro ideologia della “Donna”, ma – aiutati da qualche donna acquisita al sistema – violano essi stessi le regole che impongono a tutte.

    La nostra accusa non riguarda i soli criminali e responsabili delle violenze. Essa ha di mira la cospirazione del silenzio che ha circondato queste azioni mostruose. «I panni sporchi si lavano in famiglia», si dice per giustificare la presa di distanza dai media e dalla giustizia. Ma questi panni sporchi sono semplicemente rimossi, senza che mai ci si avvicini alla lavatrice o al sapone. Ci troviamo forse in un esercito che gestisce il suo BMC (bordello militare) come male minore?

    Forti del Vangelo e del comportamento di Gesù stesso riguardo alle donne, riaffermiamo i diritti imprescindibili delle donne, che sono quelli di ogni essere umano, dappertutto e specialmente nella Chiesa.

    Chiediamo la scanonizzazione di papa Giovanni Paolo II, protettore degli abusatori in nome della «ragione di Chiesa» e principale artefice della costruzione ideologica della «Donna», così come il divieto di insegnare, di propagare o di pubblicare la «teologia del corpo» che egli ha predicato nel corso delle sue catechesi del mercoledì.

    https://www.adista.it/articolo/60930?fbclid=IwAR2JR1cfRqID4qb7hjiAkw–d05fH4KyWg7nIm29jPuIq4KfF78oShVCHJQ

  • Cardinale Marx accusa il Vaticano, distrutti dossier su preti pedofili, abolire segreto pontificio

    Cardinale Marx accusa il Vaticano, distrutti dossier su preti pedofili, abolire segreto pontificio

    Città del Vaticano – Per la prima volta un cardinale denuncia pubblicamente l’amministrazione centrale della Santa Sede accusandola di avere distrutto dossier su preti pedofili. Per certi versi un segreto di Pulcinella che stamattina è stato svelato dal cardinale tedesco Reinhard Marx, membro del C9 (il consiglio della Corona che aiuta Papa Francesco a riformare la curia) e relatore al convegno sugli abusi in corso in Vaticano. La relazione che ha svolto metteva a fuoco soprattutto due punti della giustizia vaticana, la scarsa trasparenza e la scarsa tracciabilità nei processi canonici contro i preti abusatori.

    «Gli abusi sessuali nei confronti di bambini e di giovani sono in non lieve misura dovuti all’abuso di potere nell’ambito dell’amministrazione. A tale riguardo – ha detto Marx – l’amministrazione non ha contribuito ad adempiere la missione della Chiesa ma, al contrario, l’ha oscurata, screditata e resa impossibile. I dossier che avrebbero potuto documentare i terribili atti e indicare il nome dei responsabili sono stati distrutti o nemmeno creati. Invece dei colpevoli, a essere riprese sono state le vittime ed è stato imposto loro il silenzio. Le procedure e i procedimenti stabiliti per perseguire i reati sono stati deliberatamente disattesi, e anzi cancellati o scavalcati. I diritti delle vittime sono stati di fatto calpestati e lasciati all’arbitrio di singoli individui. Sono tutti eventi in netta contraddizione con ciò che la Chiesa dovrebbe rappresentare. Il modo in cui l’amministrazione della Chiesa è stata strutturata e svolta non ha contribuito a unire tutto il genere umano e ad avvicinare di più gli uomini a Dio ma, al contrario, ha violato tali obiettivi».

    Il cardinale spiega che le procedure amministrative diventano trasparenti solo se diventa «comprensibile e tracciabile chi ha fatto che cosa, quando, perché e a quale fine, e che cosa è stato deciso, respinto o assegnato. Così, le persone che sperimentano un’amministrazione trasparente possono portare alla luce errori e sbagli nelle azioni amministrative e difendersi contro tali azioni. Possono far conoscere in modo vincolante il loro punto di vista, del quale si terrà conto. La gente che incontra l’amministrazione non si deve confrontare con una struttura di potere anonima, incomprensibile, ma può esercitare un controllo autodeterminato sulle procedure amministrative». Il suo rilievo fa riferimento al fatto che alle vittime – nei processi canonici – non è dato possibilità di testimoniare in aula, non vengono informate dell’esito del processo e le sentenze restano segrete al pubblico. Marx per questo aggiunge: «Non esistono alternative alla tracciabilità e trasparenza».

    Infine, ultimo punto sul quale l’assemblea all’interno del summit sugli abusi sembrerebbe spaccata, riguarda l’abolizione del segreto pontificio sui processi. «Ogni obiezione basata sul segreto pontificio sarebbe rilevante solo se si potessero indicare dei motivi convincenti per cui il segreto pontificio si dovrebbe applicare al perseguimento di reati riguardanti l’abusi di minori. Allo stato attuale, io di questi motivi non ne conosco».

    https://www.ilmessaggero.it/vaticano/pedofilia_vaticano_papa_francesco_marx-4319334.html

  • Abusi nella Chiesa: vittima libanese chiama in causa papa Francesco. E attende risposta

    Abusi nella Chiesa: vittima libanese chiama in causa papa Francesco. E attende risposta

    ROMA-ADISTA. È stato nei giorni in cui si svolgeva in Vaticano il summit antipedofia (21-23/2) che Marilène Ghanem, nata libanese, cattolica maronita, da anni residente in Italia, si è imbattuta in una foto fra quelle che più potevano arrecarle dolore: papa Francesco sta dedicando una copia del suo libro Dio è giovane ad un sacerdote; e scrive: «al padre Mansour Labaki con la mia benedizione. Francesco» (v. la foto: https://bit.ly/2TmEwC2). Mansour Labaki è il prete libanese, incardinato nella diocesi di Beirut, che ha abusato di Marilène e di altre ragazze, allora tutte appena adolescenti. Labaki è stato già condannato per abusi su ragazze minori dalla sezione disciplinare della Congregazione per la Dottrina della Fede (Cdf) il 23 aprile 2012 – giudizio confermato il 19 giugno 2013 – a una vita di preghiera, silenzio e penitenza, pena la scomunica e la dimissione dallo stato clericale (v. Adista Notizie n. 34/13). A fine aprile 2016, la Procura di Caen (nel Calvados, in Normandia) ha emesso un mandato di cattura internazionale nei suoi confronti nel corso di un processo per una denuncia presentata negli anni ’90. Perché il p. Labaky, che ha creato nel 1991 un orfanotrofio per bambini libanesi a Douvres-la-Délivrande (Calvados), mantenendone la direzione fino alla chiusura della struttura nel 1998, avrebbe abusato di una giovane francese a lui affidata quando la ragazza aveva 13 anni (due altre vittime hanno presentato denuncia, senza costituirsi parte civile).

    Il papa forse non potrà ricordare tutti i nomi degli abusatori di cui è venuto a sapere, ma è sicuro che su Labaki sia stato più che informato. Addirittura dal patriarca di Antiochia dei Maroniti, card. Béchara Raï. Questi si è sempre esposto in difesa del sacerdote fino ad affermare in pubblico, nel collegio Saint-Joseph d’Antoura (Beirut) il 18 marzo 2018, che è in atto una «campagna mirata contro monsignor Labaki con molte accuse false e menzognere». Una dura contestazione alla condanna della Congregazione per la Dottrina della Fede, poco tollerabile dal Vaticano. Tanto che il Patriarcato ha “dovuto” emettere un comunicato di «chiarimenti»: «Il giudizio di chi ha condannato Labaki è intangibile e non può essere cambiato se non dalla parte che l’ha emesso»; «il patriarca non è mai stato e mai sarà tollerante, in nessun modo, in materia di molestie sessuali» e infine, «dopo la condanna di monsignor Labaki, Sua Beatitudine [il patriarca] ha ricevuto alcuni documenti importanti sulla questione. Nella sua qualità di padre e di capo, ha giudicato suo dovere portare questi documenti a conoscenza del Santo Padre, né più, né meno» (v. Adista Notizie n. 17/16).

    Quello appena descritto è il contesto che ha fatto saltar su Marilène alla visione della fotografia e nelle circostanze del dichiaratissimo impegno di papa Francesco contro i predatori di fanciulli e fanciulle. E allora Marilène ci ha fatto giungere una sua dichiarazione, in cui si rivolge direttamente a Francesco. Di seguito, il testo. (eletta cucuzza)

                              Può il Papa “tolleranzero” benedire un “predofilo”?

                                                     (di Marilène Ghanem)

    Con tanto di dedica e benedizione, Bergoglio ha consegnato una copia autografata del suo libro intervista “Dio è giovane” a un prete che ama le giovanissime. Fa un certo effetto, no?

    La foto è stata scattata a marzo 2018, in presenza di Antonio Raymond Andary, ambasciatore del Libano presso la Santa Sede, insediato il 5 gennaio dello stesso anno. Il sacerdote in questione è Mansour Labaky, prete libanese maronita di 79 anni, condannato dallo stesso Bergoglio senza possibilità d’appello il 19 giugno 2013. Sono in possesso del decreto emanato dalla Congregazione per la Dottrina della Fede (CDF). Consta di 10 pagine dove, oltre ai provvedimenti disciplinari, vengono enumerate alcune oscenità che il prete ha perpetrato durante la sua lunga carriera di predatore sessuale in cui ha abusato di giovani donne, violentato adolescenti e stuprato bambine. In Libano come in Francia, negli orfanotrofi inaugurati dal medesimo al fine di essere sempre fornito di ‘carne fresca’ senza mai preoccuparsi di rendere conto a nessuno. Comodo, no?

    Quando una società grida all’orrore di fronte ai filmati di mattatoi che girano sui social, non intendo io seguire la linea del politically correct mentre descrivo il vissuto delle vittime di pedofilia: sono i loro stessi corpi la scena permanente del crimine e gli spettatori complici degli aguzzini perché osservano schermandosi di indifferenza e fingendo l’impotenza. Non quella sessuale, magari!, che sarebbe stata molto auspicabile in questo caso. Non si tratta di un comportamento inappropriato come spesso viene definito nel ger go ecclesiastico. Non si tratta nemmeno di una semplice penetrazione, come il cardinal Pell ha riferito al suo avvocato difensore. Il moralismo ipocrita impedisce la pronuncia del nome: si chiama STUPRO e viene definito dalla legge come un CRIMINE.

    Scusate se infrango il codice del bon ton, ma trattandosi del crimine di pedofilia, noblesse n’oblige plus!

    Mansour Labaky nulla ha da invidiare al sacerdote messicano Marcial Maciel Degollado, sia per la somiglianza delle scelleratezze compiute, sia per l’ingente disponibilità economica che gli ha consentito di corrompere le gerarchie ecclesiastiche. Qualche indagine a riguardo per smontare la copertura delle autorità locali come promesso dallo stesso Bergoglio nel 2017? Ad oggi, nessun cenno all’ormai inflazionata accountability.

    Risalendo al 2016, troviamo altre foto che ritraggono il patriarca di Antiochia Béchara Raï – primo responsabile di Mansour Labaky – mentre consegna a Bergoglio una risma piratata che riguarda il carteggio tra le sopravvissute e alcuni alti prelati della Curia Romana; risma destinata, secondo Raï e i sostenitori di Labaky, a sventare definitivamente il presunto complotto di matrice massonico-sionista tramato in seno alla stessa Curia e discolpare così il prete dalle false accuse. Da sottolineare i toni intimidatori contro le vittime propugnati da sua eminenza il cardinal patriarca al fine di impedire ogni prossima confessione di stupro ad opera di qualsiasi altro prelato. Conferenza videoregistrata, tradotta e spedita a suo tempo in Vaticano. Nel frattempo una delle vittime, sposata e madre di famiglia, è stata minacciata, ha perso il lavoro di insegnante in una scuola cattolica perché ha osato rompere la barriera del silenzio. Tipica mossa di una gang del Bronx, non di una Chiesa.

    A questa perversa macchinazione è seguito un vis-à-vis nella bella Lisieux, tra una decina di vittime di nazionalità libanese e francese e il patriarca, in presenza del vescovo Jean-Claude Boulanger, per confrontarsi con Raï che fino allora aveva finto di non sapere. In certi contesti passare da stupidi ripaga e ripara! Si è trattato di uno smacco, tutto sommato positivo perché ha comprovato il radicamento del sistema in un terreno omertoso, turpe e autistico. Lo scenario dipinge tutt’altro che Una Chiesa Universale; anzi, ne definisce i tratti faziosi e settari, identici a quelli di una qualsiasi Mafia insomma. È ormai appurato: siamo obbligati a cambiare interlocutore dal momento che la gerarchia rimanda di se stessa l’immagine delle Tre Scimmie Stolte: non vede il male, non sente il male, non parla del male. Preferisce addossare al povero Sat?n la colpa dei propri misfatti piuttosto di assumersi fino in fondo le conseguenze delle proprie azioni.

    A nulla era servita, nel 2013, la mia chiacchierata di due orette con Ladaria, allora vice della CDF, per informarlo dell’impossibilità della gerarchia libanese troppo corrotta, lavativa e avida di danaro, a tutelare l’applicazione delle sanzioni disciplinari contro Labaky; a nulla sono valse le traduzioni delle varie trasmissioni (televisive e radiofoniche) pro Labaky inviate al segretario di Stato Parolin per denunciare il potere manipolativo vigente del prete pedofilo; a nulla è servita la lettera scritta a Bergoglio, avvalorata da documenti pubblici contro le vittime e dagli atti che li citano in tribunale; a nulla hanno giovato le foto del prete a passeggio con la macchina dell’arcidiocesi di Beirut, degli spartiti di inni liturgici in cui si identifica con il Cristo crocifisso mentre assimila i suoi accusatori a Giuda Iscariota. La psicosi si esprime in tante forme, il delirio mistico ne è l’espressione più pericolosa.

    Spendo due parole in onore della verità: ma senza il tumulto mediatico di cui è stata foriera la stampa, la Chiesa avrebbe avuto il coraggio dell’autodenuncia? Ne dubito proprio, e prova ne è la sparizione di molteplici documenti di accusa che attestavano la gravità dei fatti, l’adozione del trasferimento, di parrocchia e spesso geografico, dei preti come soluzione al problema delle aggressioni sessuali, il versamento di ingenti somme di denaro per insabbiare i casi e comprare il silenzio delle vittime, la copertura di preti pedofili sotto falso nome, sparsi nelle varie diocesi del mondo. Per cui… …Cospargersi il capo di ceneri e chinare la testa, lavare i piedi e chiedere perdono, per quanto possano essere mediatizzati, sono ormai gesti muti perché non supportati da iniziative congruenti. Quale piano concreto e riparativo Bergoglio intende mettere in atto a favore dei sopravvissuti al crimine della pedofilia? «Verba volant, scripta manent» ma ora è giunto il tempo di compiere un ulteriore passaggio: actibus loqui. Il game degli inshallah è over. Urge passare all’azione e seguire una linea standardizzata: non si capisce perché Mansour Labaky non sia stato ridotto allo sta to laicale mentre altri pedofili hanno subìto questa sorte. C’è forse una differenza valoriale tra uno stupratore e l’altro oppure una scala di classificazione degli abusi?

    Bergoglio, sono troppi ormai i tuoi scivoloni per non credere che anche tu appartenga a quel sistema che denunci! Stai ripetendo ostinatamente gli stessi identici errori. La sincerità della tua intenzione è molto dubbiosa. Alle vittime di Mansour Labaky e a tutti quelli che ancora credono nella sincerità della tua lotta contro la piaga della pedofilia e affermano che “el papa lo quiere pero no puede hacerlo, está solo” ti chiedo di giustificare pubblicamente questa foto perché pubblica è la benedizione del prete pedofilo. Ce lo devi. Per la sicurezza dei bambini e la salvaguardia della tua credibilità ti invito a stilare un elenco digitale dei preti pedofili nel mondo, consultabile da tutti, così eviti di autografare e benedire pubblicamente sacerdoti che tu stesso avevi condannato.

    Ora che Labaky gode della tua benedizione sei tu a sederti sul banco degli imputati per omertà, silenzio e copertura. Ma non eri diventato famoso grazie al tuo motto “Tolleranza zero”? Se facciamo Tolleranza zero meno uno i conti non tornano.

    ¿Qué pasa Francisco Jorge Bergoglio? Comportamento schizofrenico, demenza senile oppure semplicemente un po’ naïf? Qualunque sia la risposta, il discredito delle vittime è nel tuo mirino a tal punto da autosabotarti a sfavore di decreti di condanna da te firmati. Sintomo di una Chiesa che ormai combatte la sua propria ombra, incapace di trovare una via di uscita perché intrappolata nel clericalismo e nella salvaguardia della propria immagine.

    Quante cose si possono nascondere dietro a una semplice foto…

    Attendo smentita!

    https://www.adista.it/articolo/60908?fbclid=IwAR1D_9HlWnoHSyN4SgS3uEWoVHcjCXI8Rt_DP6oeaBmfeFbkuPJvVpw7dFY

  • Vittime di abusi: la legge italiana aiuta i vescovi a schivare le indagini

    Vittime di abusi: la legge italiana aiuta i vescovi a schivare le indagini

    I sostenitori statunitensi e italiani delle vittime di preti pedofili stanno facendo pressione affinché l’Italia riveda una legislazione che permette ai vescovi di schivare la responsabilità per il clero abusatore, nel paese prevalentemente cattolico romano, dove la chiesa esercita un’influenza politica considerevole.

    Un legislatore degli Stati Uniti si è unito a un parlamentare italiano e vittime americane e italiane del clero pedofilo, al Parlamento italiano, giovedì, per mettere in luce ciò che hanno descritto come lacune significative nel modo in cui il sistema giudiziario italiano gestisce il problema.

    Francesco Zanardi, che dirige un gruppo di difesa dei sopravvissuti italiani, ha detto che l’Italia deve rivedere il trattato del 1929 con la Santa Sede. Ha notato che con questo accordo, i vescovi possono rifiutarsi di rispondere ai magistrati che indagano sui loro presunti ruoli nel nascondere i crimini di pedofilia da parte dei sacerdoti.

    Quindi, finché non vengono indagati personalmente per abuso, i vescovi “hanno il diritto di rifiutarsi di rispondere alle domande della magistratura”, ha detto Zanardi in una conferenza stampa alla Camera dei Deputati, la camera bassa del Parlamento.

    Lo stesso trattato, ha osservato, richiede anche ai magistrati di informare la gerarchia ecclesiastica che hanno iniziato le indagini sui sacerdoti, dando effettivamente ai vescovi più tempo per scoraggiare eventualmente i testimoni o le vittime dal farsi avanti.

    La legge italiana non obbliga i vescovi a denunciare i casi di abuso da parte del clero, ha detto Zanardi.

    “C’è un vuoto legislativo”, ha detto.

    La chiesa cattolica occupa un posto privilegiato nella società italiana e esercita un’influenza significativa in politica. Le parrocchie nelle piccole città e nelle grandi città gestiscono programmi di ricreazione post-scolastici e di fine settimana per i giovani, dato che le scuole pubbliche non li offrono. Questo dà ai preti un facile accesso ai minori.

    Un avvocato americano per la responsabilità dei preti pedofili ha osservato che la chiesa cattolica americana è stata costretta a “essere più trasparente” dopo che le vittime si sono fatte avanti da adulti quando diversi Stati hanno aperto finestre sulle leggi per i limiti della prescrizione. Questo ha spinto i vescovi americani ad adottare una politica di “tolleranza zero” nei confronti dei preti abusatori.

    Ma la Chiesa italiana si lascia ancora guidare dalla legge canonica, che “dà al sacerdote una seconda possibilità” e “lascia a discrezione del vescovo” se un prete debba essere punito o rimosso dai bambini, ha detto Anne Barrett Doyle, co-direttore di BishopAccountability.org.

    All’inizio di questo mese, l’Italia è stata presa in carico dal Comitato ONU per i diritti dell’infanzia per la sua incapacità di controllare adeguatamente la chiesa cattolica. Il Comitato ha chiesto un’inchiesta indipendente su ciò, poiché ha notato il numero anormalmente basso di indagini e azioni penali relative agli abusi sessuali su minori commessi dai sacerdoti.

    Con i sacerdoti considerati figure rispettabili nella società italiana, le parole del repubblicano della Pennsylvania Mark Rozzi suonavano insolitamente schiette quando raccontava di essere stato stuprato da un prete quando aveva 13 anni, e come ogni volta che fa la doccia, rabbrividisce ancora a quel ricordo.

    Come ha fatto una campagna nel suo stato di origine, Rozzi ha esortato i legislatori italiani ad aprire finestre di opportunità in termini di prescrizione, in modo che gli adulti possano denunciare gli abusi subiti da bambini.

    Rozzi si basava sulla sua esperienza quando si chiedeva ad alta voce se un tredicenne potesse sapere cosa si intende per prescrizione.

    Zanardi ha detto che solo un prete pedofilo è in prigione, su 144 condanne negli ultimi 10 anni. I giudici italiani tendono a far scontare la pena, al clero condannato, agli arresti domiciliari, ha detto.

    A differenza degli Stati Uniti, “in Italia, gli scandali non hanno fatto nulla”, ha detto Zanardi.

    Lui e Rozzi si abbracciarono in un simbolico incontro di forze per cambiare tutto ciò.

    (traduzione con Google)

  • Chiesa e pedofilia: punto finale o no?

    Chiesa e pedofilia: punto finale o no?

    Fintanto che non si deciderà di delegare alla giustizia ‘terrena’ ogni inchiesta, non assisteremo alla svolta finale

    di Matteo Caratti

    In Vaticano si è appena chiuso il summit sulla pedofilia e sugli abusi sessuali nella chiesa.

    Due ambiti – chiesa e reati sessuali – che col vangelo fanno manifestamente a pugni. Detto altrimenti (in teoria) dove c’è l’uno – e lo si predica dal pulpito – non dovrebbe esserci l’altro che striscia e si nasconde dietro le quinte. Perché uno – l’abuso del prossimo – è semplicemente la negazione dell’altro, l’amore verso il prossimo. Ma sappiamo che, purtroppo, in determinate realtà ecclesiastiche e in più paesi (!), l’annuncio del messaggio cristiano è convissuto con la sofferenza indicibile delle vittime degli abusi che si consumavano nel silenzio. La notizia odierna della condanna del cardinale Pell (consigliere finanziario di papa Francesco!) per abusi sessuali su due ragazzi di 13 anni ne è, purtroppo, l’ultima conferma.

    Il nuovo (giusto, necessario, impellente, anche se tardivo!) tentativo del Vaticano è quindi quello di affrontare a viso scoperto l’infetto tabù, per cessare di nascondere il marcio fra le proprie pieghe. Un partita difficile che papa Francesco, contrariamente ai suoi predecessori, ha deciso di giocare con forza. Altri non hanno avuto il suo coraggio. In questi ultimi anni, non è comunque la prima volta che Roma tenta di incidere il bubbone: ad ogni giro di vite e rigore, sembra che la presa di coscienza e le condizioni poste dalla stessa gerarchia ecclesiastica diventino più mature. Segno che le regole sancite in precedenza per eliminare l’ascesso non erano ancora sufficienti. Va detto, che anche nella società in questi ultimi anni c’è stata una maturazione nella lotta contro questa piaga. La prevenzione sta avendo un effetto e l’educazione anti-abusi pure. La linea è oggi quella della tolleranza zero. Certo, anche in altri ambienti come la scuola, le società sportive, la stessa famiglia, pedofili e abusatori sanno infiltrarsi per approfittare delle giovani prede o di persone particolarmente deboli. Ma nella realtà ecclesiastica a fare da aggravante è senza dubbio il particolare rapporto di dipendenza/sudditanza che si instaura tra sacerdote e credente.

    Quindi, fintanto che la chiesa non deciderà senza se e senza ma di delegare alla giustizia civile e terrena ogni inchiesta a partire dai primi sospetti di abusi sessuali (ciò significa delegare completamente allo Stato il compito di identificare se ci sia stato o meno reato penale) non assisteremo alla svolta del punto finale. Tale radicale approccio non è purtroppo scontato. Ricordate? Fino a qualche anno fa non si denunciava e anche da noi si spostavano semplicemente i sacerdoti colpevoli. A mancare nell’attuale reazione è poi anche la massima trasparenza sui fatti del passato (anche recente) in certe diocesi. Come evidenziato ieri nel commento di Roberto Antonini, citando il Washington Post, ‘nonostante le promesse di trasparenza, la chiesa non vuole ancor oggi pubblicare nomi e numeri, statistiche relative ai reati di pedofilia’. Senza questo tassello come essere certi che sia davvero finita qui e la gramigna estirpata? Qualche dubbio è legittimo: lo diciamo con grande rispetto nei confronti dei credenti, che pure assistono sgomenti all’affiorare di uno scandalo dietro l’altro.

    https://www.laregione.ch/opinioni/commento/1354955/chiesa-e-pedofilia-punto-finale-o-no

  • Don Vinicio Albanesi rivela di aver subito abusi da un prete pedofilo

    Don Vinicio Albanesi rivela di aver subito abusi da un prete pedofilo

    Rivelazione choc di don Vinicio Albanesi, presidente della Comunità di Capodarco, durante lo speciale Diario di papa Francesco su Tv 2000, l’emittente della Cei. Don Vinicio ha denunciato pubblicamente gli abusi subìti da ragazzo inseminario da parte di altri sacerdoti. «Erano da mandare al diavolo», ha aggiunto, «perché non erano degni. E tutto questo mi è rimasto dentro per 50 anni. Ma non ho avuto sensi di colpa e questo mi ha aiutato invece a guardare al sacerdozio con lo spirito aperto, solare, bello».

    «Io mi sono salvato con questo pensiero: i vigliacchi erano loro non io. Non mi sono mai sentito vittima perché le persone malevoli, subdole e delittuose erano loro, adulti, presunti o veri educator», ha aggiunto don Vinicio Albanesi. «Erano da mandare al diavolo», ha detto, «perché non erano degni. Il messaggio di Cristo è un messaggio infinitamente propositivo. Sono a volte, non tutti per fortuna, alcuni ad averlo intristito e reso cattivo. Cristo ha difeso i bimbi, la samaritana, i ciechi, gli zoppi. Cristo ha guarito e c’è purtroppo invece chi con le parole provoca ferite e anche la morte», ha concluso.

    LE TESTIMONIANZE AL SUMMIT SULLA PEDOFILIA DEL VATICANO

    La testimonianza del presidente di Capodarco è avvenuta a margine del summit sulla pedofilia che si tiene in Vaticano dal 21 al 24 febbraio, dove, all’Incontro sulla protezione dei minori, è stato proiettato un video in cui le vittime di abusi del clero hanno raccontato le loro storie. «Voi siete i medici dell’anima e tuttavia, salvo rare eccezioni, vi siete trasformati – in alcuni casi – in assassini dell’anima, in assassini della fede. Quale terribile contraddizione […] l’abuso sessuale lascia conseguenze tremende a tutti […] le conseguenze sono evidenti, sotto tutti gli aspetti, e rimangono per tutta la vita», si è sentito rieccheggare dalle parole del primo testitmone, un cileno, che però ha detto di parlare di sé in quanto cattolico. «Per un cattolico», ha spiegato, «la cosa più difficile è riuscire a parlare dell’abuso sessuale; ma una volta che hai preso coraggio e inizi a raccontare – nel nostro caso, parlo di me – la prima cosa che ho pensato è stata: vado a raccontare tutto a Santa Madre Chiesa, dove mi ascolteranno e mi rispetteranno». Invece, «la prima cosa che hanno fatto è stata di trattarmi da bugiardo, voltarmi le spalle e dirmi che io, e altri, eravamo nemici della Chiesa. Questo è uno schema che non esiste soltanto in Cile: esiste in tutto il mondo, e questo deve finire».

    Le vittime hanno bisogno che si creda loro, che le si rispettino, che ci si prenda cura di loro e si guariscano
    UNA VITTIMA DI UN PRETE PEDOFILO DURANTE IL SUMMIT IN VATICANO.
    Nel racconto del sopravvissuto, «il perdono falso, il perdono forzato non funziona. Le vittime hanno bisogno che si creda loro, che le si rispettino, che ci si prenda cura di loro e si guariscano. Bisogna far guarire le vittime, esser loro vicini, bisogna credere loro e accompagnarle». La richiesta è «di collaborare con la giustizia», e ciò «che il papa sta facendo in Cile si ripeta come modello in altri Paesi del mondo». Inoltre, «vediamo tutti i giorni la punta dell’iceberg: nonostante la Chiesa affermi che è tutto finito, continuano a emergere casi: perché?». «Non serve estirpare il tumore e basta», ha affermato la vittima cilena, chiedendo ai prelati di aiutare «a ristabilire la fiducia nella Chiesa» e che coloro «che vogliono continuare a coprire, se ne vadano».

    UNA DONNA AFRICANA: «STUPRATA E PICCHIATA DA UN PRETE PER 13 ANNI»

    I vescovi hanno ascoltato in silenzio i tragici racconti. Un’altra testimone, un’africana, ha spiegato che «dall’età di 15 anni ho avuto relazioni sessuali con un prete. Questo è durato 13 anni. Sono stata incinta tre volte e mi ha fatto abortire tre volte, molto semplicemente perché egli non voleva usare profilattici o metodi contraccettivi. All’inizio mi fidavo così tanto di lui che non sapevo potesse abusare di me. Avevo paura di lui e ogni volta che mi rifiutavo di avere rapporti sessuali con lui, mi picchiava». Poi ha aggiunto: «Sento di avere una vita distrutta». Il terzo, un sacerdote est-europeo, racconta che «da adolescente, dopo la conversione, andavo dal prete perché mi insegnasse come leggere la Scrittura durante la messa; e lui toccava le mie parti intime. Ho passato una notte nel suo letto […] l’altra cosa che mi ha ferito è stato il vescovo al quale, dopo molti anni, da adulto, ho parlato dell’accaduto», e «lui mi ha attaccato senza tentare di comprendermi». Altri testimoni sono stati un uomo degli Stati Uniti e un asiatico. L’uno prova «ancora dolore per i miei genitori, ancora provo dolore per la disfunzione, il tradimento, la manipolazione che quest’uomo malvagio, che all’epoca era il nostro prete cattolico, ha inflitto alla mia famiglia e a me». L’altro è stato «molestato sessualmente per tanto tempo, e oltre 100 volte, e queste molestie sessuali mi hanno provocato traumi e flashback per tutta la vita. Fa fatica vivere la vita, fa fatica stare insieme alla gente, avere rapporti con le persone. Ho avuto questo atteggiamento anche nei riguardi della mia famiglia, dei miei amici e perfino di Dio […] ogni volta che ho parlato con i Provinciali e con i Superiori maggiori», ha concluso, «questi hanno regolarmente coperto il problema, coperto gli abusatori e questo a volte mi uccide».

  • Juan Carlos Cruz: dal Cile effetto valanga. Il Papa è cambiato ma mi preoccupano i vescovi

    Juan Carlos Cruz: dal Cile effetto valanga. Il Papa è cambiato ma mi preoccupano i vescovi

    Una delle più famose vittime di Karadima è a Roma mentre è in corso il summit sulla protezione dei minori in Vaticano: mi fanno rabbia i cardinali che strumentalizzano la questione pedofilia per lotte personali. «Abolire ogni segreto, anche quello pontificio»

    SALVATORE CERNUZIO – IACOPO SCARAMUZZI
    CITTÀ DEL VATICANO

    Ormai Juan Carlos Cruz è di casa a Roma. Sembrano decenni ma in realtà sono trascorsi solo pochi mesi da quando una delle più famose vittime di Fernando Karadima, il potente sacerdote cileno abusatore seriale di giovani e seminaristi, spretato da Francesco nel novembre 2018, puntava il dito contro i Sacri Palazzi che reputava corresponsabili del dolore subito. Non solo quello per le violenze del parroco di “El Bosque” durate quasi sette anni, ma anche per il muro di silenzio e omertà innalzatogli davanti agli occhi dalle gerarchie della Chiesa cilena, che attualmente fatica a rialzarsi dagli scandali emersi nello scorso anno.

    Oggi Cruz, giornalista residente negli Stati Uniti, dice di essere una persona serena. Da circa una settimana è a Roma per il summit sugli abusi voluto da Papa Francesco, ha incontrato spesso l’arcivescovo Charles Scicluna che per due volte è stato inviato dal Papa in Cile per indagare sui casi di abuso e che rappresenta il suo punto di riferimento in Vaticano, passeggia per Borgo Pio con monsignor Jordi Bertomeu, officiale della Dottrina della Fede “braccio destro” di Scicluna nelle missioni nel Paese sudamericano, saluta cordialmente i giornalisti in Sala Stampa vaticana che lo hanno conosciuto durante il viaggio papale nel gennaio 2018.

    Cruz, soprattutto, sa di avere il sostegno del Papa con il quale ha stabilito un rapporto personale dopo la famosa visita privata di aprile a Santa Marta quando, insieme alle altre vittime Hamilton e Murillo, ha sentito dalle labbra del Pontefice la parola «perdono». «Il Papa del 2019 non è il Papa del 2017», afferma. Non è cioè il Papa che lo aveva scandalizzato per aver “difeso” il vescovo di Osorno, Juan Barros, insabbiatore dei crimini del suo mentore Karadima, mettendo quasi in dubbio la veridicità delle accuse a lui rivolte. «Mi ha impressionato la sua evoluzione personale. Uno pensa che ad 82 anni una persona non possa cambiare. Ma senza dubbio il Papa guarda, il Papa ascolta, il Papa cambia opinione rispetto a quello che apprende. Questo lo apprezzo molto».

    Il Papa anche ha convocato a Roma 190 vescovi e cardinali per discutere della piaga degli abusi. Cosa si aspetta da questo summit?

    «Sono cautamente ottimista. Nel senso che sono certo che i vescovi stanno dibattendo, riflettendo, tuttavia sono proprio loro la preoccupazione più grande».

    In che senso?

    «Nel senso che il Papa chiede un cambiamento, ma poi i vescovi dicono: “sì, sì, prendiamo provvedimenti”, annuiscono con la testa e, invece, tornano a casa e non cambia nulla. Credo che si debba trovare un modo per avere una forma di controllo su quello che fanno i vescovi, cioè che applichino il diritto canonico, applichino la “tolleranza zero”, collaborino con la giustizia locale per spedire in carcere i pedofili e non coprirli. Non basta la giustizia della Chiesa, bisogna collaborare con le autorità e la polizia locale».

    Quali potrebbero essere misura efficaci, secondo lei?

    «Anzitutto consegnare gli abusatori alla giustizia come pure i vescovi che occultano, che spostano i preti pedofili di parrocchia in parrocchia, come è accaduto per anni in Cile. È estremamente importante perché non è più possibile che, per tutelare l’immagine dell’istituzione, si eviti che pedofili e criminali vadano in carcere. Poi credo che sia importante eliminare il segreto, che sia pontificio o come lo vogliamo chiamare. Non può esserci segreto, deve esserci trasparenza dove c’è un reato, sempre! Bisogna rispettare la vittima e proteggerla se non vuole essere pubblicizzata. Ma limitarsi a cambiare parrocchia al colpevole o mandarlo in un altro paese è un reato, come i vescovi che lo proteggono».

    Lei ha partecipato all’incontro con il comitato organizzatore del summit mercoledì scorso. Ha riferito queste istanze ai rappresentanti vaticani?

    «Sì, monsignor Scicluna mi aveva contattato e mi aveva chiesto di organizzare una riunione con circa 12 sopravvissuti da tutto il mondo prima dell’inizio del summit. Nel colloquio noi abbiamo chiesto loro proprio questo: “tolleranza zero”, non applicare il segreto pontificio, collaborare con la polizia. E che questi crimini siano puniti, cioè che sia punito tanto chi abusa, quanto chi copre».

    In Cile cosa è cambiato dopo lo scoppio degli scandali e i provvedimenti di Papa Bergoglio?

    «Quello che è successo in Cile è il modello mondiale di quello che deve accadere. Ho parlato molto con il Papa durante l’anno. Il modello cileno è stato come un effetto valanga, tanto doloroso quanto enorme. Mai era successo prima… E ora altri Paesi stanno sperimentando lo stesso: in Spagna, Costa Rica, Perù, Stati Uniti. Conosco vittime africane, asiatiche, di Paesi che non riportano di casi di abusi, seppur i vescovi ne siano a conoscenza».

    Da diverse parti si avanza la teoria che la radice del problema degli abusi sia l’omosessualità nella Chiesa. Cosa ne pensa?

    «Mi fanno arrabbiare i cardinali e i vescovi che usano le vittime come bandiere di lotta per strumentalizzare e tornare a prima del Concilio Vaticano II per appoggiare la battaglia sull’omofobia, come se gli omosessuali fossero il demonio. Sono ipocriti. Prendiamo ad esempio Viganò (l’ex nunzio Usa autore di un dossier in cui chiedeva le dimissioni del Papa, ndr), quando la situazione negli Stati Uniti stava esplodendo da vent’anni, per tutto il tempo non ha mai fatto nulla. Ora usano le vittime come bandiera della loro lotta conservatrice».

    Ha detto di aver avuto diversi contatti con Papa Francesco nel corso dell’ultimo anno, a cominciare da quel primo incontro personale a Santa Marta dello sorso aprile. C’è una parola, un gesto, un aneddoto del Papa che l’ha colpita particolarmente?

    «Papa Francesco mi ha detto sempre molte frasi di incoraggiamento. La verità è che mi sento tremendamente onorato che il Papa mi ascolti. Allo stesso tempo penso che io non posso essere l’eccezione tra le vittime che vengono ricevute, dovrebbe essere la norma. Tutte le vittime devono avere la possibilità di ricevere lo stesso trattamento, io non sono migliore di altri. Capisco che non tutti possano venire qui a incontrare il Papa, ma i vescovi, in ogni Paese, devono accogliere, rispettare le vittime e riparare il danno che è stato fatto loro. Questo è tremendamente importante».