Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • I sopravvissuti globali rispondono alla pubblicazione ufficiale dello studio tedesco sull’abuso della chiesa

    I sopravvissuti globali rispondono alla pubblicazione ufficiale dello studio tedesco sull’abuso della chiesa

    25 settembre 2018 . La versione ufficiale rilasciata oggi dai vescovi tedeschi del loro studio auto-autorizzato sull’abuso sessuale dei bambini nella chiesa tedesca, già ampiamente riportata la scorsa settimana da fonti trapelate, è significativa non solo per quello che dice, ma per ciò che non fa dire. Come ammettono gli autori della relazione, per quanto scioccanti e allarmanti siano le loro conclusioni, la vera portata dell’abuso è probabilmente molto più grande e il numero effettivo di vittime molto più alto.

    Di fatto, sebbene affermi di essere un rapporto nazionale sul problema dell’abuso clericale, chiaramente non lo è. Nessun esame di coloro che abusano di ordini religiosi è incluso nei risultati. Gli ordini religiosi maschili rappresentano circa un quarto di tutti i chierici cattolici tedeschi. Comprendono alcuni dei casi di abuso di più alto profilo che sono stati esposti pubblicamente in Germania, in particolare nelle scuole e nelle istituzioni scolastiche. Come mostrato in altri studi nazionali, gli ordini religiosi hanno una delle maggiori concentrazioni di molestatori e sono particolarmente inclini a trasferire reati sessuali clericali in ampie regioni geografiche, compresi gli altri paesi in cui operano i loro ordini.

    Ai ricercatori è stato anche concesso un accesso limitato e limitato ai file della chiesa, senza dubbio perché i vescovi tedeschi non vogliono un’indagine e un esame sulla propria condotta per trasferire sistematicamente e nascondere i reati sessuali nei confronti di minori nelle parrocchie e nelle scuole in tutta la Germania.

    Tutto quello che si deve fare è confrontare il rapporto di oggi con il recente rapporto del Gran jury della Pennsylvania negli Stati Uniti. La giuria del Gran jury è stata autorizzata dalla legge per ottenere tutti i file della chiesa e chiamare testimoni ed esperti per testimoniare. Anche alla chiesa fu data la piena libertà della legge. I vescovi potrebbero testimoniare e presentare prove, così come i sacerdoti accusati dai funzionari della chiesa di essere violentatori.

    La Germania ha un proprio sistema legale democraticamente diverso da quello degli Stati Uniti e di altri paesi. Ma sicuramente la giustizia dello stato e gli investigatori dei crimini penali possono eseguire una valutazione forense completa dei fascicoli ecclesiastici e richiedere la testimonianza e, se necessario, procedimenti giudiziari basati su prove scoperte di recente. Gli archivi devono essere resi pubblici. I cattolici tedeschi e il pubblico hanno il diritto di sapere esattamente come e quali funzionari della chiesa hanno gestito casi di abusi sessuali su minori.

    Infine, il rapporto non rivela chi sono i sacerdoti che anche la chiesa ha definito abusatori di bambini. La privacy è un diritto fondamentale delle società democratiche. Ma la privacy deve essere soppesata dalle questioni di sicurezza pubblica, in particolare quando un individuo commette crimini contro i bambini nel corso della sua occupazione professionale.

    Quello che il rapporto mostra è che l’abuso sessuale su minori e la crisi di copertura nella chiesa sono un problema globale. L’abuso di bambini in Germania e la complicità della gerarchia in questi atti criminali è accaduto in tutto il mondo. In definitiva, questo problema globale ha bisogno di una soluzione globale.

    (traduzione con Google)

    https://www.ecaglobal.org/global-survivors-respond-to-official-release-of-german-church-abuse-study/

  • Abusi, le questioni aperte del rapporto della Chiesa tedesca

    Abusi, le questioni aperte del rapporto della Chiesa tedesca

    IACOPO SCARAMUZZI – Il rischio dell’abuso sessuale su bambini nella Chiesa cattolica «non è un fenomeno concluso» ed «esige azioni concrete»: è la conclusione a cui giunge un rapporto commissionato dalla Conferenza episcopale tedesca, e pubblicato ufficialmente oggi, che, tra l’altro, pur registrando indizi statistici di una qualche correlazione tra abusi, da un lato, omosessualità o celibato, dall’altro, precisa che «né l’omosessualità né il celibato sono di per sé cause dell’abuso sessuale su minori», e punta piuttosto l’attenzione sulla «maturità» psicologica e sessuale dei seminaristi e dei sacerdoti, raccomandando maggiore impegno nella loro formazione, e sul rischio di «clericalismo» che giustifica l’abuso sessuale e, a monte, l’abuso di potere.

    «I risultati dell’indagine dimostrano chiaramente che l’abuso sessuale su minori da parte di sacerdoti della Chiesa cattolica non è dovuto al comportamento sbagliato di singoli ma che si deve rivolgere l’attenzione anche alle caratteristiche strutturali di rischio dentro la Chiesa cattolica, che favoriscono l’abuso sessuale su minori o rendono più difficile la sua prevenzione», si legge nel documento che conclude uno studio avviato nel 2014 da un’equipe delle università di Mannheim, Heidelberg e Giessen che in tre anni ha esaminato 38.156 dossier messi a disposizione dalle 27 diocesi tedesche.

    I più rilevanti dati registrati dallo studio, intitolato “Abuso sessuale di minori da parte di sacerdoti cattolici, diaconi e religiosi di sesso maschile nella giurisdizione della Conferenza episcopale tedesca” e pubblicati oggi nel corso dell’assemblea plenaria di autunno dell’episcopato nella città di Fulda, sono stati anticipati nelle scorse settimane dallo Spiegel e dalla Zeit . Tra il 1946 e il 2014 sono stati 3.677 i minori abusati sessualmente da parte di 1.670 preti o religiosi in Germania, ossia il 4,4% dei chierici del Paese in questo lasso di tempo (percentuale, rileva lo studio, analogo a quello registrato negli Stati Uniti dal John Jay College of Criminal Justice 2004 e inferiore al sette per cento individuato dalla Royal Commission into Institutional Responses to Child Sexual Abuse in Australia che però, si precisa, ha utilizzato un altro metodo di calcolo). «Probabilmente questo numero è sbagliato per difetto», puntualizza lo studio, «se teniamo conto di ciò che sappiamo sulle zone d’ombra è chiaro che il numero reale è maggiore».

    Sono 1023 gli assalitori che hanno abusato una sola volta, 782 hanno compiuto da due a dieci abusi, 96 i veri e propri abusatori seriali con decine di abusi. Il numero più alto è di 44 vittime per un solo accusato. Dei minori abusati 969 erano chierichetti. La maggioranza delle vittime aveva 13 anni, la maggior parte dei primi abusi sono stati commessi da religiosi di età tra i 30 e i 50 anni, il lasso di tempo che intercorse tra l’anno della consacrazione sacerdotale o diaconale e l’anno del primo abuso accusato era in genere di 14,3 anni. Lo studio ha rilevato in uno dei sottogruppi in cui è stato suddiviso il lavoro, quello svolto tramite interviste ai sacerdoti, che nel 36% degli accusati sono emersi indizi di un abuso sessuale subito a loro volta. Le vittime hanno avuto nel corso degli anni o decenni successivi una «vasta gamma» di problemi psicologici, di salute, di relazione, nonché problemi «nel campo della fede e della spiritualità».

    Solo 122 abusatori sono stati assicurati alla giustizia civile. Nel 33,9% degli accusati era stato documentato l’avvio di una procedura di diritto canonico, cosa che non è stata fatta per il 53%. Le denunce, che seguono lo stesso andamento statistico, sono state presentate soprattutto dalle vittime o dalle loro famiglie (27,5%), solo nel 19,4% dei casi da rappresentanti della Chiesa cattolica. Il 10,7% dei sacerdoti abusatori si sono autodenunciati. Le denunce presentate presso la Congregazione per la Dottrina della Fede a Roma riguardano solo il 14% degli accusati. L’intervallo di tempo intercorso tra il primo abuso e l’avvio della relativa procedura è generalmente molto lungo, comprendendo in media oltre 13 anni (per le denuncie), 22 anni (per le procedure secondo il diritto canonico), e 23 anni (per la segnalazione alla Congregazione per la Dottrina della Fede). Circa un quarto di tutte le procedure di diritto canonico avviate non hanno portato a nessuna sanzione. Lo studio ha anche «fatto emergere indizi secondo cui i fascicoli personali o altri documenti di rilievo per le analisi sono andati stati distrutti o manipolati». I sacerdoti accusati di abusi sono stati trasferiti da una parrocchia ad un’altra più spesso che gli altri sacerdoti (91,8% contro 86,8%), senza adeguate spiegazioni ai fedeli, nel 18,3% i trasferimenti interni alla diocesi, nel 25,6% i trasferimenti da una diocesi all’altra, dipendevano da un’accusa di abuso sessuale.

    La ricerca individua tre tipologie di prete abusatore: colui che ha una vera e propria «preferenza pedofilia» e che possono essere attratti dal sacerdozio per «le sue molteplici possibilità di contatto con bambini e adolescenti», il «tipo narcisistico-sociopatico» per il quale «l’abuso sessuale appare come una delle molte forme dell’abuso di potere narcisistico» e, infine, la persona immatura sul piano personale e sessuale, per il quale «l’obbligo del celibato potrebbe offrire una possibilità male interpretata di non doversi occupare sufficientemente della propria identità sessuale» e al quale, anni dopo la consacrazione, «l’aumento dello stress lavorativo, l’isolamento e la mancanza di sostegno da parte della Chiesa fanno cadere gli ostacoli verso crimini di abuso sessuale».

    La percentuale relativa ai diaconi accusati è molto inferiore a quella dei sacerdoti (celibi) accusati. Inoltre, il 62,8% delle vittime di abuso sessuale erano di sesso maschile, il 34,9% di sesso femminile. «La palese prevalenza di vittime maschili si distingue dall’abuso sessuale su minori commesso in contesti non religiosi». Quanto agli abusatori, nel 14% dei sacerdoti accusati in base ai fascicoli delle diocesi, nel 19,1% di quelli registrati nei fascicoli giudiziari e nel 72% di coloro che sono stati intervistati dai ricercatori sono stati registrati «indizi di un orientamento omosessuale». Al proposito lo studio individua diversi fattori, tra i quali il fatto che prima del Concilio Vaticano II al servizio di chierichetti erano ammessi sono i maschi, per poi concentrare l’attenzione sugli «atteggiamenti ambivalenti della morale sessuale cattolica nei confronti dell’omosessualità e sul significato del celibato».

    «L’obbligo di una vita nel celibato – è la spiegazione esposta – potrebbe sembrare la soluzione dei propri problemi psichici a seminaristi inclini a negare le proprie tendenze omosessuali, dato che offre anche la prospettiva di una stretta convivenza esclusivamente con uomini, perlomeno in seminario. A questo riguardo specifiche strutture e regole della Chiesa cattolica potrebbero avere un elevato potenziale di attrazione per persone immature con tendenze omosessuali» e «c’è quindi il pericolo che queste tendenze debbano essere vissute “di nascosto”. La complessa interazione di immaturità sessuale, di possibili latenti tendenze omosessuali negate e respinte in un ambiente in parte anche manifestamente omofobo potrebbe essere un’altra spiegazione della prevalenza di vittime di sesso maschile nell’abuso subito da religiosi cattolici. Tuttavia né l’omosessualità né il celibato sono di per sé cause dell’abuso sessuale su minori».

    Sempre sul tema dell’omosessualità, i ricercatori tedeschi precisano che «non è un fattore di rischio di abuso sessuale» ma, scrivono, «i risultati dello studio ci obbligano a occuparci del significato che hanno le idee specifiche della morale sessuale cattolica riguardo all’omosessualità nel contesto dell’abuso sessuale su minori. Deve essere urgentemente ripensato anche l’atteggiamento fondamentalmente negativo della Chiesa cattolica verso la consacrazione di uomini omosessuali. Le terminologie idiosincratiche usate dalla Chiesa in questo contesto come quelle di “tendenze omosessuali profondamente radicate” sono prive di qualsiasi fondamento scientifico. Al posto di questi atteggiamenti occorre creare un’atmosfera aperta e tollerante».

    In generale, per lo studio tedesco, «una vita nel celibato scelta con maturità e su base volontaria è possibile. La premesse di base, cioè la scelta volontaria e la maturità dello sviluppo della personalità non sono necessariamente presenti in tutti i seminaristi».

    La ricerca commissionata dalla Conferenza episcopale tedesca si conclude con una serie di raccomandazioni alla Chiesa, pur riconoscendo gli sforzi che già sono stati fatti in particolare a partire dai primi anni 2000. Viene in particolare suggerito alla Conferenza episcopale tedesca di applicare in modo omogeneo in tutte le 27 diocesi le misure sinora adottate «in modo palesemente eterogeneo»; di documentare le denunce in modo omogeneo; di organizzare uno sportello indipendente per le denunce da fare anche in forma anonima; di migliorare le procedure canoniche, senza pensare che le procedure penali dispensino la chiesta dalla responsabilità di tutelare gli interessi delle vittime e, al contempo, assistere gli accusati; e di migliorare, sia qualitativamente che quantitativamente, la selezione e poi la formazione psicologica nei seminari nonché la formazione continua per i sacerdoti. Quanto alle vittime, lo studio suggerisce ai vescovi di introdurre una giornata annuale loro dedicata, di uniformare le procedure di indennizzo, e di coinvolgere le vittime nelle procedure di prevenzione.

    La ricerca affronta anche il tema del segreto confessionale, limitandosi a scrivere che «dal punto di vista scientifico bisogna sottolineare la responsabilità del confessore di fornire un’adeguata spiegazione, e di aiutare nell’elaborazione e nella prevenzione degli abusi sessuali individuali».

    Lo studio tedesco, peraltro, si sofferma su un tema caro a Papa Francesco, quello del clericalismo: in tutti i casi di abuso, viene registrato che l’abusatore ha sfruttato la propria autorità. «L’abuso sessuale è prima di tutto anche abuso di potere. In questo contesto nella Chiesa cattolica l’abuso di potere viene avvicinato al concetto di clericalismo, che ne sarebbe un’importante causa con una specifica struttura», scrivono i ricercatori. In questo senso, «le sanzioni di singoli accusati, il pubblico rammarico, contributi finanziari alle vittime, l’istituzione di programmi di prevenzione e una cultura della reciproca attenzione sono misure necessarie ma assolutamente insufficienti. Se le reazioni della Chiesa cattolica si limitano a questi interventi, in realtà fondamentalmente positivi, essi sarebbero addirittura in grado di mantenere le strutture del potere clericale, dato che tendono a curare solo i sintomi di uno sviluppo negativo, ostacolando così il confronto con il vero problema del potere clericale».

    Il presidente dei vescovi tedeschi, il cardinale Reinhard Marx, che già nei giorni scorsi aveva pronunciato a nome della Chiesa cattolica le proprie scuse , è tornato oggi a dichiarare: «Per tutti i fallimenti e per tutto il dolore, come presidente della Conferenza episcopale tedesca, mi scuso».

    http://www.lastampa.it/2018/09/25/vaticaninsider/abusi-le-questioni-aperte-del-rapporto-della-chiesa-tedesca-83GhkgM8ydFY30zK82RcqM/pagina.html

  • Il ruolo del Papa nello studio del caso di abuso sessuale argentino sotto i riflettori

    Il ruolo del Papa nello studio del caso di abuso sessuale argentino sotto i riflettori

    BUENOS AIRES, Argentina (AP) – Il ruolo di Papa Francesco nel caso più famoso dell’Argentina relativo agli abusi sessuali, è sottoposto a un nuovo esame mentre affronta la più grande crisi del suo papato sulla tormentata eredità  della copertura della Chiesa cattolica di accuse, e accuse a lui stesso di essersi schierato con l’imputato.

    Francesco, che all’epoca era ancora il cardinale Jorge Mario Bergoglio, nel 2010 commissionò uno studio forense di quattro volumi, più di 2.000 pagine, su un caso giudiziario contro un prete condannato,  lo studio concluse che il prete era innocente, che le sue vittime mentivano e che il caso mai avrebbe dovuto andare in giudizio.

    La chiesa argentina afferma che lo studio ottenuto dalla Associated Press – volumi rilegati completi di riproduzioni di dipinti di Johannes Vermeer sulle copertine – era solo per uso interno alla chiesa. Ma i volumi presumibilmente finirono sulle scrivanie di alcuni giudici di corte argentini che stavano governando sugli appelli del reverendo Julio Grassi.

    Nonostante lo studio, la Corte suprema argentina nel marzo 2017 ha confermato la condanna e la condanna a 15 anni di prigione contro Grassi, un sacerdote considerato una celebrità che gestiva case per bambini di strada in tutta l’Argentina.

    Lo studio, e il ruolo di Francesco nel caso Grassi, hanno assunto una nuova rilevanza dopo le accuse di un ex nunzio apostolico vaticano per le quali Francesco, e una lunga fila di funzionari vaticani prima di lui, coprirono la cattiva condotta sessuale di un eminente cardinale statunitense.

    Né Francesco né il Vaticano hanno risposto alle accuse secondo cui Francesco avrebbe riabilitato l’ex-cardinale Theodore McCarrick dalle sanzioni nel 2013. Il Vaticano non ha risposto a una richiesta di commento sul ruolo di Francesco nel caso Grassi.

    In un’intervista esclusiva con AP, la vittima di Grassi, Gabriel, ha detto che sta ancora aspettando che Francesco riconosca il suo dolore, dato che la Corte Suprema ha ora stabilito che è stato aggredito da Grassi quando aveva 13 anni.

    “Mi piacerebbe che la chiesa dicesse qualcosa, anche se non mi aspetto che succederà”, ha detto Gabriel a AP, seduto accanto al suo psichiatra. “Nessuno mi ha mai contattato,” disse. “Nessuno si è disturbato.”

    Francesco, l’ex arcivescovo di Buenos Aires, non era il vescovo di Grassi e non aveva alcuna responsabilità diretta per lui. Ma nel 2006, è stato citato dalla scomparsa rivista argentina Veintitres dove aveva affermato che le accuse contro Grassi erano “accanimento informativo contro di lui, una condanna da parte dei media”.

    Disse che avrebbe trattenuto il giudizio in attesa dell’esito del processo, ma lo stesso Grassi testimoniò che Bergoglio “non mi lasciò mai la mano” durante il processo legale.

    Sotto la presidenza di Bergoglio, la conferenza episcopale argentina nel 2010 ha arruolato un avvocato penalista argentino, Marcelo Sancinetti, per indagare su una contro-inchiesta nel caso dei pubblici ministeri contro Gabriel e altri due ex-residenti delle case di Happy Children di Grassi i cui casi sono stati considerati nel processo iniziale.

    Nello studio, Sancinetti ha concluso che non solo le accuse contro Grassi non erano sufficientemente provate, “la falsità di ognuna delle accuse è oggettivamente verificabile”.

    Nei quattro tomi, che sono stati prodotti in una clip annuale dal 2010 al 2013, Sancinetti ha accusato Gabriel di aver cambiato la sua storia e di tentare di estorcere Grassi. Ma una corte anni prima aveva già rigettato una causa intentata da Grassi accusando Gabriel di estorsione.

    Sancinetti ha paragonato “gli attuali processi, e le condanne con frasi severe, basate esclusivamente sulla parola di una persona che si definisce vittima di abusi sessuali, ai processi per stregoneria del Medioevo”. E nel volume finale e sul sito web del suo studio legale, Sancinetti ha detto che Francis in particolare aveva commissionato il lavoro. Non ha risposto a più richieste di commenti.

    La Corte suprema argentina non fu d’accordo con l’analisi di Sancinetti e il 21 marzo 2017 confermò la condanna di Grassi per aver abusato sessualmente e corrotto Gabriel.

    Attraverso le lacrime, Gabriel aveva testimoniato che in due diverse occasioni nel 1996 il sacerdote una volta lo aveva accarezzato, e poi aveva fatto sesso orale con lui nel suo ufficio.

    Gabriel, che per un certo periodo è stato inserito nel programma di protezione dei testimoni in Argentina dopo aver subito un attacco, attacchi fisici e minacce, ha detto di essere rimasto scioccato quando Grassi ha testimoniato che Bergoglio “non mi ha mai lasciato andare la mano”.

    “Eravamo tutti come ‘wow!’ Era Bergoglio “, ha detto.

    Gabriel ha detto che lui e il suo avvocato hanno consegnato una lettera indirizzata a Francesco due mesi dopo essere stato eletto primo papa dell’America Latina, portandolo all’ambasciata del Vaticano a Buenos Aires l’8 maggio 2013.

    Nella lettera, Gabriel si è identificato come vittima di “crimini aberranti di abusi sessuali ripetuti e corruzione” da parte di Grassi.

    Si è lamentato che i dettagli del suo abuso erano stati esposti dallo studio, che lo ha “denigrato” personalmente e ha contraddetto la politica dichiarata “tolleranza zero” sia di Papa Benedetto XVI che di Francesco.

    “Ho sofferto e continuo a soffrire”, ha scritto.

    Ha chiesto un’udienza con il papa “e ti prego sinceramente per la compassione e l’aiuto nel recuperare la mia fede”.

    Non ha mai ricevuto una risposta. In realtà, il suo avvocato ha detto che sono stati minacciati dall’ambasciata e non sanno cosa ne è stato della lettera.

    Alla domanda sul perché la conferenza episcopale argentina abbia commissionato lo studio, una portavoce della conferenza ha detto che è stato per aiutare i vescovi a capire meglio il caso.

    “La conferenza episcopale ha ritenuto che potesse fornire ulteriori informazioni in vista della procedura canonica”, ha detto la conferenza in una dichiarazione rilasciata alla AP.

    Un tale studio, tuttavia, sarebbe impensabile per l’uso in un processo canonico. Mentre i processi alle chiese utilizzano le indagini di polizia e prove dai tribunali laici, un contro-studio commissionato da un’intera conferenza episcopale potrebbe incorrere in problemi di giurisdizione a un processo canonico, hanno detto i canonisti.

    Inoltre, l’avvocato di Gabriel, Juan Pablo Gallego, ha detto che i libri sono finiti sulle scrivanie di alcuni giudici argentini che hanno deciso gli appelli di Grassi e hanno rappresentato quello che ha definito un palese, sebbene infruttuoso, tentativo di lobbying.

    La diocesi di Moron, che era responsabile di Grassi, aveva a lungo difeso la sua decisione di mantenerlo nel ministero anche dopo l’inizio del processo dicendo che non voleva pregiudicare il risultato.

    Diciotto mesi dopo che l’alta corte argentina si è pronunciata contro di lui, Grassi rimane un prete mentre serve la sua condanna a 15 anni nel carcere di Unidad 41 de Campana, nella provincia di Buenos Aires.

    La diocesi di Moron ha detto che Grassi è stato rimosso dalle funzioni pastorali quando è iniziato il processo e che ora è stato escluso dall’esercizio di qualsiasi ministero pubblico. La diocesi ha detto all’AP che il caso canonico è ora con la Congregazione per la Dottrina della Fede, l’ufficio del Vaticano che gestisce i casi di abuso sessuale.

    Julieta Anazco, presidente della rete Argentina di sopravvissuti agli abusi del clero, ha detto che il caso Grassi è stato uno spartiacque per l’Argentina dal momento che le vittime si sono scontrate con un sacerdote considerato una celebrità, che aveva il sostegno dell’élite cattolica argentina, e ha subìto l’umiliazione pubblica di essere accusato di cercare solo denaro.

    “Hanno reso più facile la nostra lotta per noi”, ha detto. “Grazie alla loro lotta, molti di noi sono stati incoraggiati a denunciare (i nostri abusatori) pubblicamente”.

    Ha citato il recente caso di vittime sorde dell’ormai noto istituto Antonio Provolo che si è fatto avanti per denunciare abusi da parte dello stesso prete italiano, accusato da alcuni studenti del Provolo italiani, che nel 2014 hanno allertato Francesco e il Vaticano del luogo dove si trovava. La polizia argentina ha arrestato don Nicola Corradi e fatto irruzione nelle scuole di Provolo.

    “Prima che papa Francesco possa emanare la responsabilità per i vescovi e gli altri leader della chiesa, deve essere all’altezza del danno che lui stesso ha causato alle vittime in Argentina”, ha detto Anne Barrett Doyle della risorsa online Bishop Accountability, che ha raccolto la documentazione sul caso di Grassi.

    Il caso ha paralleli con quello del vicino Cile, dove Francis ha difeso ripetutamente un vescovo accusato di coprire per il più famoso predatore del paese, il Rev. Fernando Karadima. Francesco screditò le vittime di Karadima, che pose il vescovo Juan Barros sulla scena del loro abuso, dicendo che le loro accuse erano “calunnia”.

    Alla fine Francesco riconobbe di aver commesso “gravi errori di giudizio” su Barros, si scusò con le vittime e lanciò un’indagine del Vaticano che portò tutti i vescovi attivi del Cile a offrire le dimissioni.

    Non ha offerto nessun mea culpa sul caso Grassi. Gabriel, che fa lavori saltuari non in regola, e non ha carte di credito, sta aspettando.

    “Sono cattolico, ma sì, ci sono momenti in cui non so se la chiesa mi rappresenta”.

    (Traduzione con Google)

    http://www.newser.com/article/08f0f88f03b7470b8117cef48e11aa73/pope-role-in-study-of-argentine-sex-abuse-case-in-spotlight.html

  • UNO SCISMA? NO, UN SISMA. BERGOGLIO DOVRÀ AGIRE

    UNO SCISMA? NO, UN SISMA. BERGOGLIO DOVRÀ AGIRE

    Gerarchia riunita in fretta sull’emergenza molestie. Significa che la Santa Sede non trascura lo sconcerto provocato dagli scandali. Però pregare per nascondere la vergogna non basta più: serve un cambiamento

    di Maurizio Belpietro

    Non è uno scisma, ma un sisma.

    La congiura del silenzio con cui in queste settimane la stampa nazionale ha cercato di insabbiare le rivelazioni dell’ex nunzio apostolico negli Stati Uniti non ha fermato il terremoto. Infatti, nonostante il bavaglio che si sono imposti gli organi di informazione di casa nostra, le accuse dell’arcivescovo Carlo Maria Viganò contro una parte dell’episcopato, colpevole di aver coperto gli abusi sessuali, hanno fatto il giro del mondo. Soprattutto hanno scosso nel profondo i fedeli. “È l’11 settembre della Chiesa”, ha commentato il segretario particolare di Benedetto XVI, Gerog Gänswein, anch’egli censurato da giornali e tv nonostante queste parole le abbia pronunciate in pubblico. Tuttavia, sebbene sia “proibito” parlare delle rivelazioni sulla lobby gay che avrebbe protetto prelati ritenuti colpevoli di molestie sessuali, la scossa non sembra destinata a fermarsi. È dell’altro giorno la notizia del pensionamento di tre cardinali del cosiddetto C9, una specie di consiglio della corona che assiste il Pontefice nelle decisioni. Dei tre, uno lascerà per ragioni d’età, ma gli altri due sono costretti al ritiro dalle inchieste che li hanno sfiorati. E nonostante nel descrivere l’avvicendamento la grande stampa, in particolare quella cattolica vicina al Vaticano, si sia affrettata a sostenere che l’uscita di scena di un terzo dei componenti del C9 non abbia nulla a che fare con le accuse di Viganò, il collegamento è di tutta evidenza.

    Ma a questa notizia, già di per sé dirompente, ieri se ne sono aggiunte altre due. La prima riguarda il cardinal Donald William Wuerl, ovvero il prelato a cui è affidata la diocesi di Washington, proprio quella al centro delle accuse dell’arcivescovo Viganò. Wuerl è il successore di Theodore Edgar McCarrick, il cardinale accusato di aver corrotto generazioni di seminaristi, lo stesso che con una decisione clamorosa il Papa a luglio ha cacciato da suo regno, il Santuario dell’Immacolata concezione, togliendogli la berretta rossa e confinandolo in convento. Wuerl, oltre a essere subentrato a McCarrick, è considerato un suo fedelissimo, al punto che l’ex nunzio apostolico lo cita nel dossier in cui denuncia la corruzione dentro la Chiesa. Nel memoriale pubblicato in esclusiva mondiale dalla Verità, Viganò scrive che il cardinale di Washington “è unito a McCarrick da un patto scellerato” e parla di “coperture” degli abusi commessi dal predecessore.

    Nei giorni scorsi Wuerl aveva evitato di rispondere alle accuse, ma ieri, all’improvviso, ha annunciato un prossimo viaggio a Roma per discutere con il Papa “della sua rinuncia”. È stato lo stesso cardinale a scrivere ai preti della sua diocesi, lasciando intendere di non avere intenzione di ripensarci. Wuerl lascia sull’onda dello scandalo, anche perché il grand jury della Pennsylvania lo chiama in causa, addebitandogli la mancata denuncia degli abusi sessuali commessi da sacerdoti. Nella diocesi i preti molestatori nel corso degli anni sono stati centinaia, e migliaia le vittime. E che il suo nome sia finito nel report della Procura di Pittsburgh appare una conferma di quanto rivelato da monsignor Viganò.

    Il silenzio e la preghiera sollecitati da papa Francesco subito dopo la pubblicazione del dossier, dunque, non bastano più a fermare lo scandalo, e un altro cardinale deve farsi da parte. In America i vescovi sono allarmati per le reazioni e le proteste dei fedeli e oggi incontreranno il Papa per chiedere una risposta. E non è tutto. Il Santo Padre, che ancora rifiuta di parlare del caso attenendosi alla promessa di non dire una parola, ha deciso di convocare per febbraio i presidenti delle conferenze  episcopali di tutto il mondo per discutere di abusi. Che i capi dei vescovi di ogni Paese siano riuniti in fretta per affrontare il tema delle molestie di cui si sono resi responsabili uomini che predicano l’amore per Dio è la dimostrazione della drammaticità della situazione. A differenza di ciò che si vorrebbe far credere, la Chiesa si rende conto dello sconcerto provocato dalle rivelazioni e dalle accuse. A lungo sottovalutati e spesso nascosti dalle gerarchie ecclesiastiche, i comportamenti predatori nei confronti di giovani seminaristi e, spesso, anche di semplici ragazzi che frequentavano le parrocchie, stanno ora deflagrando e minaccino la stessa credibilità della Chiesa e del clero.

    Pregare per nascondere la vergogna degli abusi, si devono essere detti in Vaticano, non può bastare. Serve altro, ovvero dare il segno di un cambiamento. La mossa senza dubbio colpisce, ma fino a quando non sarà fatta trasparenza, fino a che non saranno denunciati gli abusi e rimossi gli abusatori, difficilmente il terremoto si placherà. Il dossier Viganò ha strappato il velo e ora è papa Francesco a essere chiamato a fare pulizia.

    (trascrizione da La Verità del 13 settembre 2018)

  • Abusi e coperture, accuse a Di Nardo alla vigilia dell’udienza con Francesco

    Abusi e coperture, accuse a Di Nardo alla vigilia dell’udienza con Francesco

    Il presidente dei vescovi Usa incontra Francesco per discutere la crisi mentre scoppia il caso di un suo sacerdote accusato di molestie che non è stato fermato 

    ANDREA TORNIELLI
    CITTÀ DEL VATICANO

    Anche il cardinale Daniel Di Nardo, arcivescovo di Galveston-Houston e presidente della conferenza episcopale degli Stati Uniti, viene ora accusato di non aver agito correttamente lasciando un prete sospetto abusatore a contatto con i bambini. Una vicenda che deve essere ancora pienamente chiarita e investigata prima di attribuire gravi responsabilità al porporato. La notizia rimbalza da Oltreoceano proprio giovedì 13 settembre 2018, nel giorno in cui è prevista l’udienza con Papa Francesco alla quale partecipano Di Nardo, il vicepresidente dell’episcopato e arcivescovo di Los Angeles José Horacio Gómez e il cardinale di Boston Sean O’Malley in qualità di presidente della commissione vaticana per la tutela dei minori.

    Quella degli abusi sui minori e delle coperture degli abusatori, sembra una storia senza fine. L’Associated Press ha riportato le dichiarazioni di due vittime di abusi le quali sostengono che Di Nardo non avrebbe agito come doveva per fermare un sacerdote arrestato nei giorni scorsi con l’accusa di abuso su minori. Una delle vittime ha raccontato che durante un incontro il cardinale avrebbe promesso che il prete accusato, Manuel La Rosa-Lopez – attualmente parroco nella chiesa di St. John Fisher a Richmond e vicario episcopale della diocesi per gli ispanici – sarebbe stato allontanato da qualsiasi possibilità di contatto con i bambini, mentre invece era stato trasferito in un’altra parrocchia a qualche decine di chilometri di distanza.

    Padre Manuel è finito in manette martedì scorso, dopo essersi consegnato alla polizia a Conroe, in Texas. Ha 60 anni ed è accusato di aver molestato entrambe le vittime – un maschio e una femmina – quando erano adolescenti. Secondo il racconto che entrambi hanno fatto all’Associated Press, padre La Rosa-Lopez avrebbe cercato prima di fare amicizia con loro per poi tentare un contatto fisico. La vittima di sesso maschile era all’epoca dei fatti (1998-2001) aveva intenzione di entrare in seminario e svolgeva delle mansioni nella parrocchia del Sacro Cuore di Conroe dove padre Manuel all’epoca era viceparroco. Ha riferito anche che il sacerdote era solito toccarlo, prima sulle braccia, poi abbracciandolo e poi baciandolo sulla guancia. Una notte gli avrebbe mostrato le foto di alcuni seminaristi giovani dicendo che «si divertiva molto con loro». Aveva quindi cercato di spogliare l’adolescente mettendogli le mani nei pantaloni. Ma il ragazzo era scappato.

    L’altra vittima, di sesso femminile, non ha voluto raccontare all’AP i dettagli delle molestie, ma ha detto di essere stata toccata in modo inappropriato da padre Manuel poco prima di Pasqua del 2001, dopo che aveva compiuto 16 anni. Mentre la prima molestia è stata riferita alle autorità ecclesiastiche soltanto di recente – l’anno scorso, secondo la vittima, nell’agosto 2018 secondo la diocesi – quella della ragazza venne denunciata a suo tempo e venne detto alla famiglia della ragazza che il sacerdote sarebbe stato spostato.

    Nel 2010 la ragazza viene a sapere che LaRosa-Lopez era stato nominato da Di Nardo vicario episcopale per gli ispanici e aveva pensato che fosse possibile che il cardinale – arrivato alla guida della diocesi dopo quella prima denuncia – non ne fosse a conoscenza. Per questo aveva contattato le autorità ecclesiastiche e aveva iniziato a frequentare un terapista pagato dalla diocesi. La donna che ha denunciato di essere stata molestata racconta ad Associated Press di aver incontrato Di Nardo e di essere rassicurata del fatto che padre Manuel era stato sottoposto a trattamenti psichiatrici e che non gli era stato più permesso di lavorare con i bambini. Nell’ultima fase dell’incontro è stato fatto entrare lo stesso padre La Rosa-Lopez che la donna ha affrontato e che si sarebbe scusato con lei. La vittima afferma di aver scoperto che il sacerdote continuava a lavorare nella parrocchia St. John Fisher a Richmond anche in presenza di bambini.

    Entrambe le vittime hanno chiesto all’Associated Press di rimanere anonime. L’uomo che ha denunciato gli abusi ha incontrato il cardinale Di Nardo, e il coordinatore dell’assistenza per le vittime della diocesi, nel pomeriggio dello scorso 10 agosto. «Il cardinale sembrava avere un atteggiamento sprezzante», riporta la vittima negli appunti scritti subito dopo l’incontro e condivisi con AP. Il porporato avrebbe reagito dicendo: «Avresti dovuto dircelo prima!». Le due vittime avevano creduto che i loro casi sarebbero stati troppo vecchi per essere perseguiti ma in realtà dal 2007 la legge del Texas ha rimosso la prescrizione per gli abusi sui minori.

    La diocesi di Galveston-Houston, in un comunicato pubblicato mercoledì 12 settembre 2018, così ricostruisce la vicenda. «Nel 2001 una ragazza di 16 anni e la sua famiglia avevano notificato a questa arcidiocesi che padre Manuel La Rosa-Lopez l’aveva baciata e toccata in modo inappropriato quando era vicario parrocchiale nella Chiesa del Sacro Cuore a Conroe. Abbiamo immediatamente comunicato questa informazione al Servizio di Protezione dell’infanzia (agenzia governativa per la tutela dei minori, ndr) per una ulteriore indagine. Il padre La Rosa-Lopez ha negato di aver toccato la ragazza in modo inappropriato, e la famiglia aveva deciso di non dar seguito alla denuncia e ha lasciato il Paese quello stesso anno. Dopo una revisione interna, che ha incluso la presentazione delle accuse anteriori alla creazione, nel 2003, della Commissione di revisione dell’arcidiocesi, nel 2004 è stato permesso al padre La Rosa-Lopez di tornare al ministero in parrocchia».

    Dopo il rientro della vittima negli Stati Uniti, «l’arcidiocesi – continua il comunicato – in accordo con il nostro impegno di assicurare assistenza pastorale, ha offerto alla giovane servizi di sostegno psicologico per un periodo di tempo, fino a che lei non ha deciso di interrompere la terapia».

    La diocesi afferma che durante gli ultimi 17 anni non sono state presentate altre accuse di condotte inappropriate con minori da parte del sacerdote. Fino a quest’anno. «Durante un incontro a Houston il 10 agosto 2018 un uomo di 36 anni ha presentato una formale accusa all’arcidiocesi di Galveston-Houston dichiarando che padre La Rosa-Lopez ha abusato di lui dal 1998 al 2001, quando era studente della scuola secondaria e padre La Rosa-Lopez era assegnato alla chiesa del Sacro Cuore a Conroe. L’arcidiocesi ha informato immediatamente di questa denuncia il Servizio di Protezione dell’infanzia. Padre La Rosa-Lopez ha negato queste accuse di abuso sessuale».

    «Ieri (martedì 11 settembre 2018, ndr) il procuratore del distretto della Contea di Montgomery ha emesso un ordine di arresto contro padre La Rosa-Lopez» e il sacerdote si è «consegnato volontariamente al Dipartimento di polizia di Conroe» quella stessa sera. «Abbiamo preso questo caso molto seriamente, e abbiamo riportato le informazioni ricevute dalle due persone al Servizio di Protezione dell’infanzia, e abbiamo rimosso dal ministero padre La Rosa-Lopez. Siamo impegnati a cooperare con le autorità civili nelle loro indagini».

    Dalla lettura del comunicato della diocesi emerge dunque la denuncia immediata in entrambi i casi alle autorità civili. Nel primo caso, quello del 2001, Di Nardo non era ancora arrivato alla guida della diocesi. È necessario attendere ulteriori chiarimenti e indagini approfondite prima di individuare una diretta responsabilità del cardinale, anche se con ogni probabilità la vicenda si sarebbe potuta gestire meglio.

    Il cardinale Daniel Di Nardo, 69 anni, originario di Pittsburg (Pennsylvania), è diventato vescovo coadiutore di Sioux City (Iowa) nell’agosto 1997. L’anno successivo è subentrato nella guida della diocesi. È stato nominato coadiutore di Galveston-Houston nel gennaio del 2004 ed è subentrato nella guida della diocesi nel febbraio 2006. Nel novembre 2007 ha ricevuto la porpora cardinalizia. Nel novembre 2016 è stato eletto presidente della Conferenza episcopale degli Stati Uniti e in questa veste partecipa agli incontri con il Papa.

    Dopo la pubblicazione del dossier dell’ex nunzio Carlo Maria Viganò, riguardante le coperture di cui ha goduto il cardinale Theodore McCarrick, che si concludeva con la richiesta di dimissioni del Papa, Di Nardo aveva dichiarato: «Le domande sollevate meritano risposte basate su prove. Senza queste risposte, gli innocenti possono essere contaminati da false accuse e il colpevole può essere lasciato a ripetere i peccati del passato» Il presidente dei vescovi Usa non aveva fatto alcun cenno alla clamorosa richiesta di dimissioni avanzata da Viganò e dalla rete dei suoi sostenitori. Aveva invece affermato: «Sono fiducioso che Papa Francesco condivida il nostro desiderio di maggiore efficacia e trasparenza nella questione legata alla disciplina dei vescovi», manifestando «il nostro affetto fraterno per il Santo Padre in questi giorni difficili».

    Di Nardo aveva sottolineato la necessità di «un esame su come i gravi fallimenti morali di un fratello vescovo potrebbero essere stati tollerati per così tanto tempo e non hanno dimostrato alcun impedimento al suo avanzamento». E aveva concluso avanzando la richiesta di una visita apostolica per gli Stati Uniti al fine di «cercare la verità».

    Papa Francesco, sentito il C9, il Consiglio dei cardinali che lo aiutano nella riforma della Curia e nel governo della Chiesa universale, ha convocato i presidenti di tutte le conferenze episcopali del mondo in Vaticano dal 21 al 24 febbraio 2019 per affrontare il tema della protezione dei minori e degli adulti vulnerabili.

    http://www.lastampa.it/2018/09/13/vaticaninsider/abusi-e-coperture-accuse-a-di-nardo-alla-vigilia-delludienza-col-papa-yyuswh8q2NmffQiSGYToqO/pagina.html

  • Wuerl scrive ai preti: vado dal Papa a discutere della mia rinuncia

    Wuerl scrive ai preti: vado dal Papa a discutere della mia rinuncia

    Il cardinale arcivescovo di Washington, 77 anni, è al centro di polemiche dopo la pubblicazione del report sugli abusi in Pennsylvania e il dossier Viganò

    ANDREA TORNIELLI
    CITTÀ DEL VATICANO

    Nell’incontro che ha avuto con Papa Francesco nei giorni scorsi era stato invitato a discutere con franchezza della situazione con i suoi sacerdoti. Ora il cardinale Donald Wuerl, arcivescovo di Washington, 78 anni il prossimo novembre, martedì 11 settembre 2018 ha scritto nuovamente ai preti della sua diocesi annunciando loro che intende recarsi nuovamente a Roma nell’immediato futuro per discutere con il Pontefice l’accettazione della sua rinuncia.

    Wuerl, nominato arcivescovo di Washington da Benedetto XVI nel 2006, dopo l’accettazione della rinuncia dell’allora cardinale Theodore McCarrick – molestatore di seminaristi ora pesantemente sanzionato da Papa Francesco a seguito di una fondata denuncia per abuso su un minore avvenuta a New York nei primi anni Settanta – ha già presentato le dimissioni nel novembre 2015, al compiere 75 anni.

    Il report del Grand Jury della Pennsylvania, pubblicato a metà agosto, lo chiama in causa per non aver agito correttamente nei confronti di alcuni preti pedofili negli anni in cui era vescovo di Pittsburg, anche se gli viene riconosciuto di aver agito bene in altri casi. Il report contiene le storie di 301 preti abusatori e di almeno un migliaio di vittime, crimini avvenuti in un arco temporale di settant’anni nelle diocesi dello stato nordamericano. Dopo la sua pubblicazione è cresciuta non soltanto nell’opinione pubblica, ma anche tra il clero della diocesi di Washington, l’onda lunga della richiesta di rinunciare. Wuerl è tra coloro che vengono presi di mira anche dal dossier firmato da Carlo Maria Viganò, il “comunicatoˮ scritto con il quale l’ex nunzio chiede le dimissioni di Papa Francesco. Secondo Viganò Wuerl non ha agito come doveva nei confronti del predecessore McCarrick.

    Nei giorni scorsi Wuerl è stato ricevuto riservatamente dal Papa e l’udienza non è comparsa tra quelle pubblicate. L’esito dell’incontro è stato l’invito a un discernimento comune con il clero diocesano. Tornato a Washington, Wuerl ha incontrato un centinaio di sacerdoti, alcuni dei quali hanno fatto interventi molto critici.

    Della udienza riservata, non riportata nell’agenda ufficiale del Pontefice pubblicata dalla Sala Stampa vaticana, ha dato notizia lo stesso cardinale nell’incontro con i preti, durante il quale ha confidato appunto di aver chiesto consiglio al Pontefice se consultarsi con loro sul suo futuro.

    Ieri una nuova lettera al clero, con la quale il porporato statunitense annuncia un ulteriore viaggio a Roma per discutere con il Papa della sua ormai imminente rinuncia. «Lunedì 3 settembre, prima della nostro annuale evento per il Labor Day, abbiamo avuto l’opportunità di pregare insieme e, come mi era stato richiesto dal nostro Santo Padre Papa Francesco, di discernere quale fosse per me la migliore decisione da prendere mentre affrontiamo nuove rivelazioni sull’estensione dell’orrore degli abusi clericali sui minori e dei fallimenti dei vescovi nel sorvegliare».

    «Il problema – continua Wuerl – è come iniziare in modo efficace un percorso per raggiungere un nuovo livello di guarigione per i sopravvissuti che hanno sofferto così tanto, e per i fedeli che sono a noi affidati e che sono stati anch’essi feriti dalla vergogna di queste azioni terribili, e hanno dei dubbi riguardo alla capacità del loro vescovo di gestire in modo adeguato la situazione».

    «È chiaro che una mia decisione – prima piuttosto che poi – è un aspetto essenziale perché questa Chiesa diocesana che tutti noi amiamo possa andare avanti. Come frutto del nostro discernimento intendo andare presto a Roma a incontrare il nostro Santo Padre a proposito della rinuncia che ho presentato quasi tre anni fa, il 12 novembre 2015».

    http://www.lastampa.it/2018/09/12/vaticaninsider/wuerl-scrive-ai-preti-vado-dal-papa-a-discutere-della-mia-rinuncia-qEzfTPpmBSaazwkXGkwPBK/pagina.html

  • Dati sconvolgenti sulla pedofilia anche dalla Germania. Il Papa convoca un comitato di crisi

    Dati sconvolgenti sulla pedofilia anche dalla Germania. Il Papa convoca un comitato di crisi

    Giovedì mattina arrivano i vertici della Conferenza episcopale americana. Il cardinale di Washington Donald Wuerl, accusato, pronto alle dimissioni

    By Maria Antonietta Calabrò

    Il cardinale Donald Wuerl torna a Roma per la seconda volta nel giro di una settimana, pronto a rimettere il suo mandato di arcivescovo di Washington. Non si tratta di un effetto del “rapporto Viganò”, ma l’esito del lavoro dell’Attorney General della Pennsylvania Josh Shapiro in cui Wuerl è stato pesantemente criticato per la gestione dei casi di abusi sessuali quando era arcivescovo di Pittsburgh.

    Wuerl è stato ricevuto già due settimane fa dal Papa Francesco in forma privata e senza che dell’incontro fosse data notizia dalla Sala Stampa vaticana. A Wuerl, che aveva rimesso il suo mandato nelle mani del Pontefice, Francesco ha chiesto di tornare nella capitale americana e di confrontarsi con i preti della sua diocesi, cosa che è avvenuta nel weekend del Labor Day. Ieri sera il cardinale ha reso noto una sua lettera in cui annuncia il ritorno a Roma ed è chiaro ormai che è sul punto di lasciare l’incarico (da cui pure era formalmente già dimissionario da due anni).

    La decisione di Wuerl è contemporanea alla venuta in Vaticano del vertice della Conferenza episcopale americana, capitanata dal cardinale Daniel Di Nardo, che sarà ricevuta dal Papa giovedì mattina. Di Nardo chiesto udienza a Francesco subito dopo il Rapporto Shapiro, ma ha anche reclamato pubblicamente, in un comunicato, l’apertura di una seria inchiesta sulle accuse lanciate dall’ex Nunzio negli Stati Uniti Carlo Maria Viganò sul caso di Theodore McCarrick .

    “Chiarimenti” sono stati annunciati lunedì scorso dalla Santa Sede, nel primo dei tre giorni di riunione del C9, il cosiddetto Consiglio della Corona del pontefice. Ma l’ultima iniziativa del Papa contro la pedofilia è arrivata al termine del vertice, ai cui lavori non hanno partecipato i cardinali Pell (implicato in due processi in Australia per presunti abusi su minori che avrebbe personalmente commesso) e Errazuriz (ex arcivescovo di Santiago del Cile che potrebbe essere anche lui rinviato a giudizio, in questo caso per copertura degli abusi).

    Un’iniziativa senza precedenti. A Roma tra il 21 e il 24 febbraio 2019 sono convocati i vertici di tutte le Conferenze episcopali del mondo, per discutere come risolvere “una volta per tutte” gli scandali di pedofilia, come riportato domani sulla Civiltà Cattolica diretta da padre Antonio Spadaro nel testo dell’incontro “privato” del Papa con i gesuiti irlandesi.

    La macchia si espande, dopo aver toccato Australia, Cile, Irlanda, Stati Uniti torna anche in Germania. Sono 3.677 i minori abusati sessualmente da parte di 1.670 preti o religiosi nel Paese tra il 1946 e il 2014, secondo i dati di uno studio indipendente commissionato dalla Conferenza episcopale tedesca che verrà presentato il prossimo 25 settembre all’Assemblea episcopale di Fulda e anticipato oggi dallo Spiegel e dalla Zeit. Gli abusi riguardano quindi il 4,4 per cento dei chierici tedeschi in questo lasso di tempo. Avviato nel 2014, questo studio è stato condotto da oltre tre anni da un’equipe delle università di Mannheim, Heidelberg e Giessen ed ha esaminato 38.156 dossier che 27 diocesi hanno consegnato ai ricercatori. Solo 122 autori di abusi sono stati assicurati alla giustizia civile. 1023 assalitori hanno abusato una sola volta, 782 hanno compiuto da due a 10 abusi, 96 sono veri e propri abusatori seriali con decine di abusi. 969 dei minori abusati erano chierichetti.

    In Germania lo scandalo abusi scoppiò nel 2010, in seguito alle denunce del direttore del liceo Canisius di Berlino, il gesuita Klaus Mertes (che anni fa definì la crisi “l’11 settembre della Chiesa tedesca”, termine poi ripreso ieri dall’arcivescovo Georg Ganswein, segretario di Papa Benedetto XVI). Nell’estate del 2017 un rapporto rivelò che 547 bambini erano stati vittima di maltrattamenti, violenze fisiche o anche sessuali dal 1945 al 1992 a Regensburg (Ratisbona), città dove il fratello di Ratzinger ha servito come direttore del coro. Ora arrivano i dati ufficiali a livello di tutta la Germania. È la prima volta che una Conferenza episcopale commissiona uno studio sugli abusi sessuali avvenuti a livello nazionale.

    https://www.huffingtonpost.it/2018/09/12/dati-sconvolgenti-sulla-pedofilia-anche-dalla-germania-il-papa-convoca-un-comitato-di-crisi_a_23525175/

  • Papa Francesco convoca a Santa Marta i cardinali consiglieri

    Papa Francesco convoca a Santa Marta i cardinali consiglieri

    di Franca Giansoldati

    Città del Vaticano – Papa Francesco vista la crisi sollevata dal memoriale diffuso da monsignor Viganò – che ha provocato un largo movimento di protesta all’interno della Chiesa per come in passato sono stati protetti in Vaticano cardinali o vescovi abusatori, – ha convocato il Consiglio della Corona. Da stamattina fino a mercoledì ha chiamato a Santa Marta i cardinali consiglieri che compongono il C9 e che stanno lavorando da tre anni alla riforma generale della curia.

    Nel frattempo, da ambienti ultra conservatori americani, è filtrata la notizia che Papa Francesco ha dato mandato alla gendarmeria vaticana di raccogliere ogni informazione possibile per sapere dove si è rifugiato monsignor Viganò, da settimane nascosto all’estero in un luogo segreto perchè teme per la sua vita. E’ possibile che Viganò possa essere incriminato per avere divulgato nel suo dossier materiale riservato e coperto da segreto pontificio. Al momento il Vaticano non ha confermato nessuna di queste ipotesi ma i rumors si fanno sempre più potenti.

    Viganò nel memoriale di 11 pagine, che il Papa ha liquidato in modo sprezzante definendolo un «comunicato» – accusa cardinali e vescovi di comportamenti omissivi, mettendo in luce gli insabbiamenti che a vari livelli sarebbero avvenuti in Vaticano per proteggere l’ex cardinale McCarrick. Accuse pesantissime.

    La prossima settimana a Roma arriverà una delegazione di vescovi americani guidata dal cardinale Daniele DiNardo. Di Nardo aveva chiesto una udienza al pontefice subito dopo la pubblicazione del documento di Viganò spiegando che gli interrogativi contenuti in quei fogli meritavano una risposta e non il silenzio. «Occorrono risposte basate su prove e senza quelle prove si rischia che la reputazione di uomini innocenti venga macchiata da accuse false, mentre i colpevoli restano liberi di ripetere i peccati del passato». Il cardinale americano aggiungeva che sono giorni difficili per tutti «ed esprimiamo al Papa il nostro affetto fraterno mentre la ferita aperta degli abusi ci sfida ad essere fermi e decisi nella ricerca di verità e giustizia».

    https://www.ilmessaggero.it/primopiano/vaticano/papa_francesco_vigano_c9_cardinali_vaticano_pedofilia_abusi_usa-3964041.html

  • In Francia si riaccende la polemica sul cardinale Barbarin

    In Francia si riaccende la polemica sul cardinale Barbarin

    Le vicende di queste ultime settimane hanno fatto tornare indietro le lancette dell’orologio ad uno periodo burrascoso della Chiesa contemporanea scatenando reazioni polemiche e altrettanto sconcerto. Nel marasma generale affiorano nuove denunce o se ne ripropongono alcune già passate al vaglio della magistratura: è quanto accade in queste ore a Lione con i pesanti attacchi contro il cardinale Philippe Xavier Ignace Barbarin, a due anni di distanza dall’archiviazione dell’inchiesta giudiziaria.

    I fatti sui quali era stato messo sotto accusa nel mese di marzo 2016 avevano scosso la diocesi francese di cui Barbarin, 67 anni, era ed è attualmente arcivescovo. L’inchiesta giudiziaria riguardava un prete, Bernard Preynat, accusato a fine gennaio di quell’anno di abusi compiuti in un gruppo di scout tra il 1986 e il 1991 (le vittime all’epoca avevano dagli 8 agli 11 anni), ma i fatti conducevano inevitabilmente ai vertici, all’arcivescovo cardinale, un pastore assai noto soprattutto nell’era pre-Bergoglio per la disinvoltura con cui scendeva in piazza accanto ai manifestanti in difesa della famiglia e per le sue parole chiare contro alcune decisioni del governo. Una vicenda sulla quale far luce diventava oltremodo complicato anche per il fatto che, all’epoca dei fatti arcivescovo di Lione era Albert Decourtray, deceduto nel 1994.

    L’accusa nei confronti del successore Barbarin era quella di «occultamento di crimine», insabbiamento che il cardinale ha sempre negato, consapevole della «gravità della situazione», assicurando immediatamente tutta la sua disponibilità a far luce sulla vicenda (nel corso della Quaresima 2016 aveva anche chiesto scusa alle vittime a nome dell’intera comunità diocesana). Barbarin in un’intervista a La Croix dell’11 febbraio, ammetteva di esserne venuto a conoscenza già negli anni 2007-2008 del caso e di aver allontanato padre Preynat, reo confesso davanti all’autorità giudiziaria, dalla sua parrocchia di Roannais il 29 luglio 2015.

    A maggio l’incontro in Vaticano con Papa Francesco aveva posto fine alle tante voci che chiedevano le sue dimissioni. «Non si abbandona una nave nella tempesta» dichiarava Barbarin su Le Figaro del 21 maggio al rientro. Papa Bergoglio, in un’intervista a La Croix del 17 maggio esprimeva fiducia nella magistratura astenendosi da ogni giudizio. Nel frattempo i vescovi francesi, nel corso dell’assemblea plenaria di primavera a Lourdes, sotto la guida del presidente, l’arcivescovo di Marsiglia George Pontier, avevano introdotto linee guida di ancora maggior fermezza («la violenza subita non va in prescrizione») introducendo le cosiddette «cellule di sorveglianza» per una lotta permanente alla pedofilia.

    Il 1° agosto 2016 l’archiviazione definitiva della vicenda per superamento dei termini della prescrizione. I riflettori da quel momento si erano spenti sulla vicenda e la bufera mediatica sembrava passata. Salvo ritornare poco più di due anni dopo.

    Quali i fatti nuovi? Il 21 agosto il quotidiano Le Monde pubblicava la notizia che, all’indomani della pubblicazione da parte di Papa Francesco dell’appello a tutta la Chiesa sul tema della pedofilia, un prete della diocesi di Valence aveva lanciato una petizione per chiedere le dimissioni del cardinale Barbarin per l’omissione della denuncia di abusi sessuali. «In seguito alla Lettera di Papa Francesco al popolo di Dio […] Le chiedo di dare le sue pubbliche e irrevocabili dimissioni da cardinale e arcivescovo di Lione nel più breve tempo possibile», ha scritto padre Pierre Vignon, che è giudice canonico della sua diocesi, invitando i suoi confratelli a firmarla «così come tutti i membri della Chiesa che sono consapevoli della gravità del danno arrecato alle vittime degli abusi».

    Per la cronaca già nel marzo 2016, una petizione online avviata da un giovane studente in Scienze politiche che chiedeva le «dimissioni immediate» del cardinale Barbarin aveva raccolto in breve tempo oltre 70 mila firme. «Non mi dilungherò sulle tue reticenze riguardo alla conoscenza dei fatti criminali commessi da Bernard Preynat né sul tuo atteggiamento di attesa prima di prendere decisioni. Non insisterò ulteriormente sul fatto che Bernard Preynat è ancora un prete e che non ha ricevuto alcuna condanna in nessuna forma», aggiunge Vignon che ammette che per Barbarin questo passo rappresenterebbe la sua «morte sociale», ma conclude lapidario: «Ti dimostreresti finalmente all’altezza dell’evento».

    L’appello – che ha già superato le 100mila firme – è stato poi esteso e diffuso dai presidenti delle associazioni delle vittime di Francia e d’Europa. Su richiesta degli avvocati delle vittime, Barbarin dovrebbe già comparire (si parla di gennaio 2019) dinanzi al Tribunale penale di Lione in sede di citazione diretta, ma il processo, già rinviato una volta, rischia un nuovo rinvio per motivi procedurali. Le accuse riguardano infatti anche l’attuale prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, lo spagnolo Luis Francisco Ladaria Ferrer, ma l’udienza è stata posticipata per mancanza di trasmissione, entro i termini, della convocazione a comparire.

    «Questa decisione ci ha sorpreso, ma la rispettiamo» aveva dichiarato Emmanuelle Haziza, una degli avvocati delle vittime all’indomani dell’archiviazione, necessaria per via dei tempi di prescrizione. L’avvocatessa ha sempre sostenuto la richiesta di tener conto della risposta del 3 febbraio 2015 a firma dell’arcivescovo Ladaria, allora segretario della Congregazione per la Dottrina della Fede che, «dopo aver attentamente studiato il caso di Bernard Preynat» raccomandava «una sanzione adeguata, evitando pubblico scandalo». Di qui l’iter giudiziario in corso.

    Intervistato per il quotidiano Libération , il 22 agosto, il sessantenne Vignon appare tranquillo dichiarando che «dobbiamo porre fine alla cultura dell’occultamento» e giustifica il suo gesto con la venuta alla luce degli scandali «mostruosi» in Cile e negli Stati Uniti. L’ultima goccia sarebbe stata la Lettera del Pontefice così ha deciso di prendere carta e penna anche lui «per non essere considerato complice». «Ammetto di essere incosciente o temerario, ma in coscienza sento di aver fatto il mio dovere», dichiara ricordando il padre decorato con la Legion d’Onore per la sua attività durante la Resistenza e uno zio prete. Da oltre 25 anni Vignon ha lavorato al Tribunale ecclesiastico trattando anche casi di vittime di abusi sessuali: «Nel mio ministero ricevo reclami da parte delle vittime, conosco le relazioni degli esperti sui preti abusatori e sono ben allenato su questi temi». La sua petizione è stata subito sottoscritta anche da alcuni figli delle vittime e da loro amici: «Non l’hanno fatto solo per solidarietà – confessa Mathurin, 19 anni, a La Croix che raccoglie opinioni diverse tra i fedeli – ma perché rifiutano queste istituzioni e sono convinti che la Chiesa potrà cambiare solo dopo aver fatto pulizia».

    Secondo le associazioni che rappresentano le vittime il suo gesto rappresenta un inedito all’interno della Chiesa francese: «Questa è la prima volta che abbiamo sentito parole così forti pubblicamente», dice a Libération all’indomani della petizione François Devaux, presidente di “La Parole libérée”, l’associazione che aiuta le vittime scout abusati da padre Preynat che già nel 2016 aveva chiesto al Papa le dimissioni del cardinale. «Uno tsunami che in solo 24 ore ha raccolto oltre 8mila firme». Su FranceInfo anche Daniel Duigou, 70 anni, prete, giornalista e psicologo della diocesi di Amiens ora a Parigi, attacca violentemente il cardinale: «Non è più degno di guidare la diocesi».

    Il cardinale Barbarin finora tace, come del resto non si è ancora giunta alcuna dichiarazione dal Vaticano, ma in sua difesa si sono levate alcune voci autorevoli. Christian Delorme, 68 anni, prete della diocesi di Lione impegnato nel dialogo interreligioso, ha affermato: «Se entriamo nella logica di Vignon si renderebbero necessarie le dimissioni anche del Papa». Da parte della diocesi la risposta di monsignor Emmanuel Gobilliard, 50 anni,vescovo ausiliare di Lione e teologo morale, che ricorda come il cardinale abbia presentato le sue dimissioni al Papa già nel 2016. «Non ha capito lo spirito della Lettera del Papa» ribatte Vignon. «Se la petizione ha incontrato un tale consenso significa che era quello che tanti si aspettavano. Questo mi dà tanta pace».

    Sul settimanale francese La Croix International il 3 settembre una lunga difesa di Barbarin a firma di Jean-Pierre Batut, vescovo di Blois ed ex ausiliare di Lione, e Pierre-Yves Michel, vescovo di Valence, già vicario generale di Lione, e Pierre Durieux, già a capo della segreteria del cardinale. «Naturalmente, le persone hanno diritto alle proprie opinioni. Possono firmare le loro petizioni e rendere pubblica tutta la loro indignazione su questi crimini vergognosi – affermano gli autori dello scritto – tuttavia, per quanto ci riguarda, abbiamo il diritto di testimoniare alcuni fatti oggettivi nei confronti del cardinale Philippe Barbarin, con il quale abbiamo lavorato rispettivamente per sei, sette e dieci anni. E riconosciamo che è nostro dovere farlo».

    Segue una lunga lista di fatti da loro riconosciuti come emblematici della posizione del cardinale riguardo al contrasto della pedofilia, fatti che, ricordano, sono stati anche pubblicamente elogiati dai rappresentanti delle vittime.

    Sono testimoni del fatto che il porporato ha voluto ascoltare di persona ciascuna delle vittime condividendo la loro immensa sofferenza, che ha sempre mostrato un’opposizione più che severa nella lotta contro la pedofilia, affermando: «Chiunque abbia commesso atti di abuso sessuale su un minore, indipendentemente dalle date dell’abuso e della sua scoperta, sarà definitivamente rimosso da ogni ministero». Ricordano altresì che «fu lui a sospendere padre Preynat dal ministero e lo bandì dalla celebrazione dei sacramenti, anche in privato».

    I firmatari denunciano anche una certa qual scorrettezza giornalistica (una giornalista si era anche fatta passare per vittima) riguardo alle decisioni giudiziarie e sulla cronologia degli eventi «consentendo alle persone di credere che il cardinale Barbarin fosse responsabile della copertura degli eventi». Ma soprattutto affermano; «Siamo testimoni del fatto che, pur in questa situazione, l’arcivescovo è rimasto un uomo di Dio , prega,è concentrato sulla sua missione con la passione di sempre, è impegnato nel dialogo, per intenderci è “creativo, coraggioso e missionario”, come scriveva Francesco».

    E concludono: «Ogni vescovo, in piena solidarietà con il suo popolo, cui ha dedicato la sua vita, sa di essere chiamato a svolgere la sua missione sino in fondo. Se il cardinale Barbarin rimane l’arcivescovo di Lione o no, è una questione che riguarda lui. La nostra responsabilità è di rimanere nella verità, la “verità che rende liberi” (Giovanni 8,32)».

    Solo i prossimi giorni potranno dire quali sviluppi saranno in grado di riportare serenità in una diocesi ancora una volta scossa dalla bufera mediatica».

    http://www.ilsecoloxix.it/p/vatican_insider/2018/09/08/ADE5dnaB-riaccende_cardinale_polemica.shtml

  • Il documentario choc su Bergoglio: “Ha provato a coprire prete pedofilo”

    Il documentario choc su Bergoglio: “Ha provato a coprire prete pedofilo”

    Papa Bergoglio accusato di aver provato a coprire un prete pedofilo ai tempi dell’Argentina. L’ipotesi choc che emergerebbe da un documentario

    Papa Bergoglio accusato di aver provato a coprire un sacerdote pedofilo.

    Un fatto che sarebbe avvenuto in Argentina, prima che l’arcivescovo di Buenos Aires venisse eletto al soglio di Pietro.

    Quanto pubblicato anche da Dapospia in queste ore pare destinato a costituire un ulteriore elemento di discussione: la televisione tedesca Zdf ha optato per mandare in onda un video che accuserebbe Bergoglio, in relazione ai suoi trascorsi argentini, di aver “ignorato le vittime degli abusi provando a coprire un prete pedofilo”.

    “Il documentario – si legge su DagoNews, che ha ripreso un pezzo del sito conservatore Lifesite news – è diretto da Martin Boudot e si intitola “The Silence of the Shepherds” (il silenzio dei pastori). Nel 2017 ha vinto il “Prix Europa” come miglior documentario e non è mai uscito in Italia”.

    Nello specifico, è la seconda metà dell’opera di Boudot a sviscerare la questione appena accennata. L’allora arcivescovo di Buenos Aires, all’interno di un libro scritto a quattro mani, ha sostenuto la mancanza di sacerdoti abusatori all’interno della sua diocesi di competenza: “Quando succede, non puoi far finta di niente. Non puoi essere in una posizione di potere e distruggere la vita a un’altra persona. Nella mia diocesi non è mai successo”, avrebbe scritto l’ecclesiastico, che è poi divenuto pontefice della Chiesa cattolica.

    Virgolettati che sarebbero stati messi in discussione poco dopo: “…Bergoglio, mentre stava scrivendo il libro, aveva proprio nella sua diocesi di Buenos Aires un caso di pedofilia: quello di Padre Julio César Grassi, che abusava regolarmente dei bambini dell’orfanotrofio che dirigeva: l’Happy Children Orphanage”.

    La tesi ipotizzata, che scotterebbe non poco, è la seguente: il gesuita argentino non solo non avrebbe mai replicato alle richieste d’aiuto provenienti dalle vittime, ma avrebbe anche “provato a deviare il corso della giustizia”. “Secondo Juan Pablo Gallego, avvocato delle vittime – si legge sempre sul sito citato – i vescovi argentini nel 2010 hanno commissionato un dossier a un professore di diritto penale, in cui si spiegava perché la corte aveva torto, Grassi era innocente e le vittime delle persone bugiarde”. Una “contro – inchiesta”, in sintesi, che potrebbe essere servita per tentare di orientare il giudizio dei giudici.

    A presiedere la commissione dell’episcopato – viene specificato nel pezzo – sarebbe stato proprio Jorge Mario Bergoglio. Pare, poi, che una delle vittime abbia sostenuto che Grassi potesse contare sulla copertura dell’argentino: “Una volta mi disse che Bergoglio non gli lasciava mai la mano. Una volta diventato Papa non ha mai commentato pubblicamente il caso”.

    Il Papa, incontrato a Piazza San Pietro da alcune persone che stavano lavorando al documentario, avrebbe smentito i suoi accusatori rispetto all’ipotesi della “contro – inchiesta”. L’articolo si conclude con questa informazione: “Grassi non è mai stato laicizzato. Almeno non sotto Bergoglio”. Il presunto responsabile di abusi ai danni di minori dovrebbe scontare una pena carceraria equivalente a quindici anni.

    http://www.ilgiornale.it/news/cronache/documentario-choc-su-bergoglio-ha-coperto-prete-pedofilo-1572174.html