Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: abusatori

  • Abusi sessuali il Papa rimuove altri due vescovi del Cile

    Abusi sessuali il Papa rimuove altri due vescovi del Cile

    Prosegue l’azione di Francesco contro lo scandalo che ha colpito la Chiesa sudamericana

    CITTA’ DEL VATICANO – Va avanti l’epurazione dei vescovi cileni. Oggi il Papa ha rimosso il presidente della commissione abusi in Cile Alejandro Goic Karmelic, vescovo di Rancagua. Dopo i tre rimossi l’11 giugno tra cui quella di Osorno Juan Barros, al centro dello scandalo per aver taciuto gli abusi sessuali del suo mentore don Fernando Karadima, oggi il Papa ha accolto le dimissioni oltre che di Goic Karmelic anche del vescovo di Talca, monsignor Horacio del Carmen Valenzuela Abarca. Al loro posto andranno, come amministratori apostolici, rispettivamente monsignor Luis Fernando Ramos Perez e monsignor Galo Fernandez Villaseca, entrambi ausiliari di Santiago.

    Francesco, dopo il viaggio in Cile nel quale aveva detto alle vittime di abusi che le accuse contro il vescovo Juan Barros, sospettato di avere coperto le violenze del prete Fernando Karadima, erano “calunnie”, si era ricreduto.
    In seguito a un’inchiesta portata avanti dall’arcivescovo Charles Scicluna, e dopo alcune udienze concesse a tre vittime dello stesso Karadima, aveva deciso di convocare a Roma coloro che gli avevano assicurato che le vittime non avessero alcuna prova, appunto gli stessi vescovi, per discernere “la responsabilità di tutti e di ciascuno”.

    Monsignor Alejandro Goic, vescovo di Rancagua, il 26 maggio si era dimesso dal suo incarico di responsabile dell’organismo creato dalla Conferenza episcopale cilena per prevenire gli abusi sessuali, dopo le rivelazioni sul suo atteggiamento riguardo al caso di 14 sacerdoti che avevano creato una “confraternita” di abusatori nella sua diocesi.
    Lo scandalo aveva colpito Goic – 78enne ex presidente della Conferenza episcopale – al suo ritorno dal Vaticano, dove insieme a tutti gli altri vescovi cileni aveva presentato le sue dimissioni a Papa Francesco. “Non sono stato capace di rendermi conto di quello che stava succedendo, anche se c’erano segni visibili e oggi devo riconoscere che in questo sono stato poco attento”, ha ammesso Goic.

    http://www.repubblica.it/vaticano/2018/06/28/news/abusi_sessuali_il_papa_rimuove_due_vescovi_del_cile-200261296/amp/

  • Pedofilia: si dimette il capo della commissione vescovile sugli abusi

    Pedofilia: si dimette il capo della commissione vescovile sugli abusi

    «Ho bisogno di concentrare tutte le mie energie nella mia diocesi, per chiarire questi fatti terribili», ha dichiarato Goic

    SANTIAGO DEL CILE – Monsignor Alejandro Goic, vescovo di Rancagua, si è dimesso oggi dal suo incarico di responsabile dell’organismo creato dalla Conferenza episcopale cilena per prevenire gli abusi sessuali, dopo le rivelazioni sul suo atteggiamenti riguardo al caso di 14 sacerdoti che avevano creato una «confraternita» di abusatori nella sua diocesi.

    «Ho presentato le mie dimissioni indeclinabili, ho bisogno di concentrare tutte le mie energie nella mia diocesi, per chiarire questi fatti terribili», ha detto Goic al quotidiano La Tercera.

    Lo scandalo ha colpito Goic – 78enne ex presidente della Conferenza episcopale – al suo ritorno dal Vaticano, dove insieme a tutti gli altri vescovi cileni ha presentato le sue dimissioni a Papa Francesco, che ha accusato la Chiesa cilena di avergli mentito sul modo in cui avevano gestito i casi di abusi sessuali da parte del clero.

    Un canale tv ha reso noto che una ex responsabile della pastorale giovanile a Rancagua aveva incontrato Goic in quattro occasioni per denunciare i sacerdoti che facevano parte della «confraternita» che abusava sessualmente di minorenni, senza ottenere alcun risultati.

    «Non sono stato capace di rendermi conto di quello che stava succedendo, anche se c’erano segni visibili e oggi devo riconoscere che in questo sono stato poco attento», ha ammesso Goic. Il vescovo ha precisato che dei 14 sacerdoti che sono stati sospesi nella sua diocesi uno è stato denunciato formalmente per abuso di minorenni e gli altri 13 sono sotto inchiesta per «comportamenti impropri riguardo al loro celibato».

    https://www.tio.ch/estero/attualita/1261385/pedofilia–si-dimette-il-capo-della-commissione-vescovile-sugli-abusi

  • Abusi in Cile, nuovo scandalo, il vescovo sospende 15 preti

    Abusi in Cile, nuovo scandalo, il vescovo sospende 15 preti

    Nella diocesi di Rancagua monsignor Goic, presidente della Commissione episcopale di prevenzione degli abusi, non ha indagato subito e ora ha sospeso più del 20% del suo clero

    È un caso eclatante, che aiuta a comprendere la diffusione del fenomeno, diventato «un sistema», e insieme l’incapacità dei pastori di prendere misure adeguate per contrastarlo. È un caso che conferma la drammatica situazione in cui è sprofondata la Chiesa cilena, il cui episcopato nei giorni scorsi ha presentato in massa la rinuncia nelle mani di Papa Francesco perché sia libero di procedere come meglio crede nel rinnovare le gerarchie del Paese.

    Tra i vescovi che hanno partecipato agli incontri convocati in Vaticano dal Pontefice c’era il vescovo di Rancagua Alejandro Goic, 78 anni, che – informa Il Sismografo – ricopre attualmente l’incarico di presidente della Commissione episcopale per la prevenzione degli abusi sessuali da parte del clero (Consejo nacional de prevención de abusos y acompañamiento a las víctimas). Appena tornato in diocesi, nella città che sorge a circa 80 chilometri dalla capitale cilena Santiago, il prelato è stato costretto a prendere una decisione drastica, sospendendo dal ministero ben 15 dei suoi 68 preti (il 22 per cento del clero diocesano), perché sospettati di essere implicati in una rete di abusi su minori e di scambio di materiale pornografico.

    Alcuni giorni fa nella città di Rancagua era divenuto di pubblico dominio il caso di un parroco costretto a confessare di aver inviato sue fotografie che lo ritraevano nudo a dei ragazzi. La TV cilena Canal 13, nel corso di una documentata inchiesta, ha ipotizzato l’esistenza di un gruppo organizzato di preti diocesani, una rete che si fa chiamare “la famigliaˮ, con al vertice un “nonnoˮ e “zieˮ e “nipotiˮ al di sotto di lui, i cui membri sarebbero coinvolti in traffici a sfondo sessuale tramite il web che vedono protagonisti anche dei ragazzi minorenni.

    Elisa Fernández, già coordinatrice della pastorale giovanile diocesana, ha portato avanti la denuncia: i preti avrebbero coinvolto giovani tra i 15 e i 19 anni. La donna ha assicurato di essere stata testimone del fatto che sacerdoti di Rancagua commentavano le loro preferenze sessuali per i minorenni. Fernández aveva inviato un anno e mezzo fa una lista con i nomi dei preti coinvolti al vescovo Goic, senza che questi prendesse alcun provvedimento.

    Per questo, alcuni mesi fa, la donna ha creato un account Facebook con il quale si è fatta passare per un giovane di 16 anni di nome Pablo e ha preso contatto con uno di quei sacerdoti, il parroco Luis Rubio Contreras, 54 anni. Il quale è caduto nella trappola e ha inviato al presunto minore che lo contattava messaggi di contenuto erotico e una foto che lo ritraeva completamente nudo. Don Contreras, intervistato da Canal 13, ha ammesso: «Riconosco di averlo fatto, so che è orribile, ma più di questo non posso dire. È un giorno di grande tristezza, provo vergogna per ciò che ho fatto».

    In seguito a questo episodio il vescovo Goic ha prima annunciato la decisione di sospendere temporaneamente il parroco, quindi ha sospeso anche gli altri preti sospettati di essere affiliati alla “famigliaˮ, in attesa che la posizione di ciascuno sia chiarita. Elisa Fernández ha criticato il vescovo per aver atteso così a lungo prima di prendere un provvedimento, nonostante lei lo avesse incontrato quattro volte per metterlo al corrente della rete di abusatori.

    Monsignor Goic si era difeso dichiarando alla TV cilena che ha fatto scoppiare il caso: «Non ho studiato per diventare detective, ma per essere un pastore». Quindi ha spiegato di non aver avviato un’indagine in profondità su padre Rubio perché contro di lui non c’era mai stata «una denuncia formale».

    http://www.lastampa.it/2018/05/21/vaticaninsider/abusi-in-cile-nuovo-scandalo-il-vescovo-sospende-preti-RMGEHYYZNe6BB4v5ASBPeO/pagina.html

  • Pedofilia, tutta la Chiesa ha i problemi del Cile

    Pedofilia, tutta la Chiesa ha i problemi del Cile

    Linea dura – Il Papa ha ammesso di aver sottovalutato il caso e ha fatto dimettere i vescovi. Ma le omertà in diocesi e nei seminari sono la norma.
    di Marco Marzano
    La decisione dei vescovi cileni di rassegnare in blocco le dimissioni dai loro incarichi al papa è clamorosa. Segnala la consapevolezza di una responsabilità collettiva dell’episcopato cileno per i gravi crimini commessi da membri della Chiesa in quel Paese. Il gesto giunge dopo decenni di insabbiamenti ed è la conseguenza di un drastico cambiamento di linea di Francesco nel contrasto alla pedofilia clericale in Cile. Sino al gennaio di quest’anno e cioè al suo viaggio nel Paese andino, Francesco non sembrava scontento di come andavano le cose nella chiesa cilena. Nel 2015, aveva promosso, nominandolo vescovo, Juan Barros, un “allievo” e amico del pedofilo abusatore Don Fernando Karadima. Quando Francesco lo ha nominato vescovo sul capo di Barros pendeva già l’accusa di aver assistito impassibile alle violenze che Karadima infliggeva ai minori. Proprio durante quel viaggio, Francesco aveva reagito con fastidio alla domanda di chi gli aveva chiesto conto del suo sostegno a Barros rispondendo che della complicità di quel vescovo con i crimini di don Karadima non c’erano riscontri certi e quindi, fino a prova contraria, quelle contro di lui erano calunnie. Quelle parole parvero l’ennesima manifestazione della complicità vaticana con gli abusatori e suscitarono la reazione indignata di molta parte dell’opinione pubblica, non solo cilena. È a quel punto che il papa fece mostra di esser pronto a cambiar linea, ammise di essersi sbagliato nel giudicare la situazione cilena, dichiarò di essere stato male informato e di voler andare finalmente a fondo della questione. Mandò un Cile un suo investigatore che acquisì nuove informazioni, poi convocò i dirigenti cileni a Roma e ottenne le loro dimissioni. Adesso gli toccherà procedere alle necessarie epurazioni, cioè al licenziamento di massa dei vescovi cileni. Se ciò non avvenisse, se il papa prendesse tempo e nel frattempo la vicenda venisse dimenticata dai media, ci troveremmo dinanzi a una sceneggiata sulla pelle delle vittime. In una lettera indirizzata ai vescovi cileni che doveva rimanere riservata (e di cui alcuni giornali hanno pubblicato stralci) Francesco ammette che i problemi in Cile vanno ben al di là del caso Karadima-Barros, che nella chiesa cilena si sono verificati nel tempo abusi e mancanze di tutti i generi, che sono stati distrutti documenti che compromettevano alcuni preti, coperti e protetti o trasferiti precipitosamente da una parrocchia all’altra e subito incaricati di occuparsi di altri minori. Le accuse hanno riguardato anche le istituzioni formative, i seminari, colpevoli di non aver arrestato la carriera di preti che già da studenti mostravano chiari segni di un comportamento patologico nella sfera sessuale e affettiva. Il problema è “il sistema” ha concluso il papa. Ed è verissimo. Il punto è: quale sistema? A meno di non voler credere che la chiesa cilena abbia sviluppato patologie tutte peculiari, che fosse una sorta di associazione a delinquere fuori controllo e a meno di negare che fenomeni identici a quelli descritti dal papa nella sua lettera si sono verificati ovunque nel mondo bisogna ammettere che il sistema è la chiesa stessa nella sua attuale forma organizzativa. Il problema è cioè un’organizzazione strutturata intorno alla supremazia di una casta clericale tutta maschile e celibe formata intorno ai valori della fedeltà assoluta e della disciplina di corpo all’interno di istituzioni totali e claustrofobiche come i seminari e poi investita del monopolio assoluto nella gestione del sacro, della competenza esclusiva di tutti gli aspetti cruciali della vita dell’istituzione. Se il pontefice vuole davvero combattere fino in fondo il sistema e debellarlo, perché non prende tutti in contropiede e assume l’iniziativa di avviare una grande riflessione collettiva e pubblica, eventualmente attraverso un sinodo straordinario, sul tema della responsabilità dei funzionari e delle
    istituzioni cattoliche nei tantissimi casi di abusi sui minori commessi dai membri della Chiesa nella sua storia recente? E perché non invita a farne parte anche quegli studiosi che da anni sostengono che il problema degli abusi sessuali da parte del clero cattolico va affrontato mettendo in conto l’eventualità di dover smantellare la tradizionale strutturale clericale che da secoli, e senza alcuna discontinuità sino al presente, governa la Chiesa ai quattro angoli della terra? Questo sì che sarebbe l’inizio della rivoluzione.
    in “il Fatto Quotidiano” del 20 maggio 2018
  • Pedofilia, nuovo scandalo scuote la chiesa cilena: il vescovo sapeva e si scusa

    Pedofilia, nuovo scandalo scuote la chiesa cilena: il vescovo sapeva e si scusa

    La denuncia di abusi sessuali da parte di una “confraternita” all’indomani del viaggio in Vaticano con le dimissiomi di massa. Monsignor Goic: “Chiedo perdono per come mi sono comportato”

    SANTIAGO DEL CILE – Una nuova denuncia di abusi sessuali da parte di un gruppo di sacerdoti cileni – organizzati in una ‘confraternita’ di abusatori – ha scosso la Chiesa cilena e compromesso uno dei suoi vescovi più autorevoli, monsignor Alejandro Goic, appena tornato dal viaggio in Vaticano in cui tutto l’episcopato del paese sudamericano ha rassegnato le sue dimissioni al Pontefice.

    Un reportage tv del programma T13 ha rivelato che Luis Rubio, sacerdote di Paredones (100 km a sud di Santiago) adescava vittime attraverso i social, inviando messaggi erotici su Facebook con tanto di foto nude. Una giornalista ha incontrato Rubio e gli ha fatto vedere i suoi messaggi, al che il sacerdote ha detto che si era trattato di “un errore” per il quale “sentiva vergogna”, assicurando che il suo vescovo, monsignor Goic, non era al corrente della faccenda.

    Una testimone però – una ex insegnante della pastorale giovanile della parrocchia – ha raccontato di aver avuto quattro riunioni con Goic, al quale ha consegnato una lista di 17 sacerdoti che avevano organizzato una ‘confraternita’, con al vertice un ‘nonno’ e ‘zie’ e ‘nipoti’, al femminile, al di sotto di lui, che si dedicano ad abusi sessuali.In un’intervista realizzata prima del suo viaggio a Roma, Goic aveva spiegato di non essere stato formato per essere un detective, ma “un pastore che conduce il suo gregge” e di non aver ricevuto nessuna prova riguardo al caso.

    Oggi, attraverso un comunicato, il vescovo ha invece chiesto “perdono per il modo in cui mi sono comportato in questo caso”, riconoscendo che aveva ricevuto la denunciante nel modo descritto nel reportage e che aveva “agito senza l’adeguata agilità nell’inchiesta su Luis Rubio e altri sacerdoti”. “Come cristiano e come pastore, sono molto colpito da questa situazione, che mi addolora e mi causa vergogna. Prego perché sia fatta luce e si conosca tutta la verità”, ha scritto il vescovo. Goic – che è stato anche presidente della Conferenza episcopale cilena – presiede dal 2011 il Consiglio nazionale per la prevenzione degli abusi contro i minorenni, un organismo ad hoc creato dalla Chiesa locale per affrontare il problema della pedofilia nel clero.

    http://www.repubblica.it/vaticano/2018/05/20/news/pedofilia_nuovo_scandalo_scuote_la_chiesa_cilena_il_vescovo_sapeva_e_si_scusa-196856621/

  • Pippo, Pluto e… Paperino – Tutti gli uomini di papa Francesco

    Pippo, Pluto e… Paperino – Tutti gli uomini di papa Francesco

    Di Francesco Zanardi

    Da diciotto anni, almeno da quando lo scandalo iniziato a Boston via via emerse in tutto il pianeta, dalla Santa Sede, un papa dopo l’altro – almeno tre – continuano a dirci e a darci rassicurazioni sull’impegnio della chiesa, non da ultima la notizia che papa Francesco starebbe per confermare definitivamente lo statuto della Pontificia commissione per la tutela dei minori.

    Tutti ad acclamare il papa, che sarà anche tanto volenteroso ma, per il momento, ha fatto solo collezione di fallimenti: dal tribunale per processare i vescovi (che non c’è mai stato), alla tolleranza zero che, invece, si è tradotta nel “riciclaggio” di sacerdoti abusatori e di vescovi insabbiatori, ultimo il caso cileno.

    Ma poi perché tutto questo clamore? Non è che dobbiamo aspettare o dipendere dalla Pontificia commissione per la tutela dei minori, per avere quei diritti che, da cittadini italiani, se pur vittime di sacerdoti, già ci garantisce la Costituzione Italiana e i vari trattati internazionali, non deve certo farci la grazia il Vaticano.

    Ecco, è qui che non si capisce proprio il perché del clamore, anzi, ci si dovrebbe domandare perché lo Stato Italiano, quando si tratta di sacerdoti che abusano di cittadini italiani non se ne accorga e, ancor peggio, non prenda provvedimenti. Ci si aspetterebbe almeno una commissione d’inchiesta che quantifichi in Italia – come accaduto negli altri paesi – l’entità del fenomeno che, dove gli stati hanno svolto indagini, ha ottenuto risultati spaventosi come il 7% dell’Australia.

    Non c’è niente da fare, il Governo non vuole proprio saperne di tutela dei minori e non vuole accorgersi del problema neppure se stimolato. Possiamo affermare questo perché la Rete L’ABUSO ha fatto sapere, forte e chiaro, al Governo che c’è un problema. Negli ultimi mesi infatti abbiamo avviato ben due iniziative, la prima, che certamente ha informato il Governo perché si tratta di un’interrogazione parlamentare, è stata depositata il 27 novembre scorso da un Deputato, Matteo Mantero, ed è tutt’ora sul sito della Camera dei Deputati.

    La seconda, che siamo certi abbiano letto ma alla quale, malgrado i 30 giorni di tempo ormai abbondantemente scaduti, tempo che avevano per rispondere al nostro avvocato, ad oggi nulla, neppure il tentativo di approfondire la gravità dei fatti esposti.

    Fatti già ampliamente denunciati nel rapporto delle Nazioni Unite – Commissione per la tutela del fanciullo – alla quale la Santa Sede, dopo 12 anni di ritardo nella presentazione del primo rapporto, avrebbe dovuto rispondere entro il primo settembre 2017. Non lo ha fatto.

    Eccoli qua i primi due, Pippo e Pluto, quelli che non hanno mai risposte da dare perché non sentono la domanda.

    Papa Francesco invece lui le risposte da dare le ha, ce ne fa dono tutti i giorni, vabbè, non siamo puntigliosi: è vero non ne va dritta una, ma non è colpa sua, tra vescovi disobbedienti ed immorali, (che però poi perdona sempre), complottisti all’interno delle mura Leonine (che non riesce ad allontanare), lobby di vario genere (che minerebbero il suo operato)… dopo 18 anni, da quando il mondo ha scoperto la realtà dei preti pedofili, e i Paesi interessati hanno preso provvedimenti in tutela dei propri cittadini, in Italia invece lo Stato preferisce continuare a rendere sacrificabile la salute psicofisica dei minori, piuttosto che intervenire.

    Dopo tutto non ci sarebbe mica nulla di male, non si chiede al governo di mettere mano a questioni di fede, la pedofilia non è cosa di fede e anzi, andrebbero in aiuto al Vaticano, per primo papa Francesco aiutandolo nel raggiungere i suoi obiettivi, in materia di prevenzione e di tutela delle vittime.

    Ma noi italiani siamo sempre i soliti…

    Povero papa, non gli diamo neppure una mano, sempre solo a combattere, per forza non ce la fa!

  • Perché papa Francesco riceve tutte le vittime di abusi, ma snobba quelle italiane?

    Perché papa Francesco riceve tutte le vittime di abusi, ma snobba quelle italiane?

    Tra pochi giorni papa Francesco riceverà tre nuove vittime, questa volta cilene, e noi ne siamo davvero felici anche se sorge la domanda: perché non riceve mai le vittime italiane?

    È una richiesta piuttosto frequente, non dimentichiamo che le vittime sono tutte cattoliche, il voler incontrare il papa e potergli esprimere il proprio dolore, il proprio dissenso per come la chiesa, ancora oggi, gestisce i preti abusatori, la propria preoccupazione perché quello che è accaduto a loro non accada ad altri, è un desiderio diffuso in molti sopravvissuti.

    Per esempio Giada Vitale, nel 2014 riuscì a consegnare nelle mani di papa Francesco una lettera con scritta la sua storia, ma nessuno le ha mai risposto.

    Anche Diego Esposito ha più volte pubblicamente espresso questo desiderio, ancora poche settimane fa, in un sit-in di due giorni davanti al duomo di Napoli. Diego vuole delle risposte, vuole sapere perché don Silverio Mura, malgrado le molteplici denunce, non sia mai stato processato. Vuole sapere anche perché il cardinale Sepe, che in questi anni ha coperto il prete fino al punto che, un mese fa, si è scoperto che don Mura esercitava, addirittura sotto falso, nome in un piccolo paesino del pavese, non sia mai stato punito con quella linea dura tanto acclamata proprio dal pontefice.

    Anche la presunta vittima di don Mauro Galli ha chiesto un incontro, lui e i suoi familiari hanno scritto a papa Francesco una dozzina di volte, vogliono sapere perché, malgrado l’insabbiamento del caso da parte di monsignor Mario Delpini, costui, anzi che essere trattato con la promessa linea dura, sia addirittura stato nominato arcivescovo di Milano.

    Ci sono poi anche gli ex allievi sordi dell’istituto Antonio Provolo di Verona, loro vogliono sapere l’esito della commissione di inchiesta fatta nel 2011, vogliono sapere perché papa Francesco non è intervenuto nel 2014, quando uno di loro gli consegnò in mano una lettera-denuncia nella quale emergevano i nomi di 14 sacerdoti accusati, oggi uno di loro, fuggito in Argentina, è agli arresti per aver abusato di altri bambini, anche questa volta sordi.

    Si vuole capire se papa Francesco abbia reale interesse per le vittime o se è tutta pubblicità, fatta con le vittime di turno, dello scandalo di turno, pubblicità che ha solo l’obbiettivo di far credere che si sta facendo molto e “anche di più”, ma in realtà non si conclude nulla.

    Pochi giorni fa Diego Esposito, una delle vittime italiane, ha più volte telefonato alla Segreteria di Stato e alla Congregazione per la Dottrina della Fede per cercare di ottenere risposte. Pur avendo seguito tutte quelle che sono le linee guida per le vittime, non ha ottenuto risposte, anzi, ci si accorge che in Vaticano non esiste un servizio dedicato alle vittime. Vengono date risposte a caso: tant’è che gli è stato detto che il suo caso sta procedendo; invece sul sito della diocesi di Napoli si legge che il caso è stato chiuso nel 2016.

    Di Francesco Zanardi

  • Australia, gli abusi, le conclusioni

    Australia, gli abusi, le conclusioni

    di: Agustín Moreira Hudson
    Sul numero di marzo-aprile di Mensaje il padre gesuita cileno Agustín Moreira Hudson ha sintetizzato il vastissimo materiale che la “Royal Commission” australiana ha raccolto in oltre cinque anni di indagini sugli abusi sessuali perpetrati sui minori. L’articolo si sofferma in particolare su quanto è accaduto  nella Chiesa cattolica ad opera di preti e fedeli. E indica alcune vie d’uscita.
    Diciembre 2017: El ministro de justicia Peter McCellan y el gobernador general Peter Cosgrove, durante la firma
    del Informe.

    Un prezioso passo avanti verso misure più adeguate di riparazione e di giustizia nei confronti delle vittime di abusi, nonché per un rinnovamento della Chiesa cattolica, è rappresentato dal Rapporto che il 15 dicembre 2017 la “Royal Commission” ha consegnato come risposta istituzionale agli abusi sessuali commessi su minori in Australia. È la risposta di quella nazione alle numerose denunce registrate da anni in questa materia. La “Royal Commission” viene attivata quando si tratta di questioni di interesse nazionale.

    L’Australia, il settimo paese più grande con i suoi 7,7 milioni di chilometri quadrati, conta circa 24 milioni di abitanti, di cui il 22,6% si dichiara cattolico. Negli ultimi decenni, questa popolazione è stata scossa dalle notizie di abusi sessuali su minori, che hanno portato l’allora presidente del Consiglio, la prima ministra Julia Gillard, a convocare la “Royal Commission” per esaminare, analizzare e presentare proposte sull’argomento.

    Sei commissari di alto prestigio e di riconosciuta capacità nel servizio pubblico sono stati incaricati di portare a termine l’inchiesta. Nei suoi poco più di cinque anni di intenso ed esauriente lavoro a livello nazionale, la Commissione ha ricevuto 42.000 chiamate, ha effettuato oltre 8.000 sessioni private di ascolto e ha catalogato – dal 1950 al 2017 – 6.875 minori vittime di abusi sessuali, 2.489 delle quali studiavano in istituzioni legate alla Chiesa cattolica.

    Su quest’ultimo aspetto, la Commissione ha effettuato un esame ampio e approfondito. Nel Rapporto finale, 926 pagine sono dedicate all’analisi della sua struttura e del suo modo di operare, oltre a presentare importanti proposte di miglioramento, in un’ottica di protezione dei minori. In Australia, le istituzioni legate alla Chiesa accolgono un bambino su cinque in età scolare. La Commissione ha rivelato che il 36% delle vittime di abusi sessuali su minori apparteneva a questo ambito.

    Della Chiesa cattolica fanno parte 1.880 abusatori di minori, il 96% dei quali maschi. Tra di loro ci sono sacerdoti, religiosi fratelli, laici e volontari. L’età media del primo abuso si è verificata all’età di 10 anni circa, con il 74% delle vittime maschili. Il tempo medio trascorso tra l’abuso e la denuncia è stato di 33 anni.

    Primi passi

    Dal 1940 si parla della propensione degli abusanti a reiterare questo comportamento. Lo stile consueto di vescovi e superiori religiosi di fronte alle accuse di abuso è stato il trasferimento del molestatore in altre parrocchie o scuole. Per lungo tempo, la pedofilia non è stata capita, né si sapeva come procedere nei confronti di un pedofilo. Non si sapeva se questa tendenza fosse compulsiva, ripetitiva e se creava dipendenza. È stata trattata come una colpa morale. Veniva consumata di nascosto ed era messa a tacere per evitare lo scandalo. Fino al 1984 era diffusa la convinzione che i disordini sessuali tra i chierici potessero essere curati con trattamenti psicologici, con una terapia adeguata e con un opportuno sostegno spirituale. A partire dal 1988, il tema dell’abuso sessuale sui minori inizia a essere discusso nella Conferenza episcopale australiana. Sono emerse diverse iniziative; ne riprendiamo solo alcune. Nel 1990 è stato stilato un Protocollo di prevenzione. Si è trattato di un grande sforzo, anche se troppo concentrato sulla difesa della Chiesa e del suo clero, a scapito delle vittime. Nel 1992 c’è stata anche una lettera pastorale sull’argomento. Un punto di rottura con le vecchie pratiche si è verificato con l’iniziativa “Towards Healing” del 1996. Lì si è stabilito che qualsiasi comportamento sessuale con un minore è immorale ed è un crimine. La Chiesa si è impegnata a fare maggiore verità e trasparenza, a risarcire le vittime, a prestare assistenza alle altre persone coinvolte, a dare una risposta efficace agli accusati e ai colpevoli e a migliorare le misure di prevenzione. A ciascuna diocesi o congregazione è stato chiesto di istituire un “Profetional Standards Resource Group” che affronti radicalmente il problema.

    Nel 2000, i rappresentanti della Conferenza dei vescovi australiani e i rappresentanti della Santa Sede si sono incontrati a Roma per risolvere alcune questioni dibattute. Gli australiani ritengono che la Santa Sede sia in ritardo di vent’anni in materia di abusi sessuali su minori. Un grosso problema da risolvere è quello delle prescrizioni e del rapporto tra diritto civile e diritto canonico. E non possiamo dimenticare i 570 vescovi presenti a Roma in quella circostanza, i quali hanno chiesto che si applichi la normativa civile in caso di abusi sui minori. Nel 2001, la Congregazione per la dottrina della fede, attraverso il documento Sacramentorum sanctitatis tutela, si riservava il diritto di esaminare e di sanzionare tutti i casi.

    Che cosa contribuisce all’abuso nella Chiesa

    Le prove confermano che l’abuso sessuale sui minori è un problema molto esteso nella Chiesa cattolica. Esso implica elementi individuali e sociali, aspetti teologici, la struttura gerarchica dell’istituzione, la formazione del clero e la cultura clericale. Più sotto svilupperò alcuni di questi fattori.Tra gli abusatori di bambini in genere bisogna distinguere tra abusatori seriali, abusatori opportunisti e abusatori atipici. I fattori individuali di rischio che possono predisporre agli abusi includono: confusione nell’orientamento sessuale, interessi puerili, mancanza di relazioni tra pari, esperienze sessuali estreme, esperienze di abuso, personalità passivo-dipendenti e immaturità psicosessuale. È stato ribadito con forza che il clericalismo è un fattore che contribuisce ad alimentare gli abusi sessuali. E anche l’idealizzazione del sacerdozio e dell’istituzione della Chiesa cattolica. Essa è caratterizzata da una leadership autoritaria, da una rigida visione gerarchica del mondo e dalla sacralità dello stato sacerdotale, con sentimenti di superiorità. Questa sacralità dei sacerdoti, che assumono il ruolo di Dio, li ha resi oggetto di fiducia e di autorità indiscussa, che qualcuno ha utilizzato per abusare dei minori. Quando si abusa del potere e dei privilegi, viene a mancare il servizio al popolo di Dio. A ciò si aggiunge una cultura clericale che cercava di evitare lo scandalo e che si preoccupava della reputazione della Chiesa, attraverso il silenzio e l’occultamento, schierandosi più dalla parte dei carnefici che delle vittime. Per molto tempo, la pedofilia è stata ritenuta una colpa morale e non un crimine. A livello di struttura organizzativa, la Chiesa assomiglia ad una monarchia assoluta. Il potere è concentrato nel papa e poi nei vescovi o nei superiori religiosi, che governano le loro diocesi o le loro congregazioni con un’autonomia quasi totale, senza i controlli e i contrappesi delle organizzazioni civili. Ciò è dovuto alla presenza schiacciante di chierici di sesso maschile, mentre i laici e le donne sono esclusi dai processi decisionali.Le prove mostrano una carenza di leadership sia nei vescovi sia nei superiori religiosi, e una mancanza di preparazione e di formazione in materia di leadership e di processi decisionali. Nello stesso tempo, il livello di responsabilità riguardante le loro decisioni e le loro gestioni è assai ridotto. Tutto ciò ha reso possibile la segretezza, la mancanza di trasparenza e gli errori ripetuti.

    Nel campo del diritto, la Chiesa cattolica è governata dal Codice di diritto canonico del 1983, che considera l’abuso sessuale dei minori una colpa morale e non un crimine. Prevale il segreto che tutela l’aggressore ed evita lo scandalo (presente in 24 canoni). Il tempo di prescrizione del crimine è stato un fattore che ha reso più difficile il cammino della giustizia. Tutto ciò è cambiato negli ultimi anni. È chiaro che lo standard del Codice di diritto canonico della Chiesa è inferiore a quello del campo dei diritti civili di molti paesi. Nel 2016, il card. Sean O’Malley ha detto, citando papa Francesco, che i crimini contro i minori non possono rimanere segreti e che esiste l’obbligo morale di segnalarli all’autorità civile.

    Molto si è discusso sull’incidenza che il celibato potrebbe avere sull’abuso sessuale dei minori. È bene chiarire che la maggior parte dei casi di abusi sessuali su minori avviene all’interno della famiglia. Non esiste una relazione di causa diretta tra il celibato e la propensione ad abusare dei bambini. Tuttavia, quando vi sono fattori di rischio preesistenti, a cui viene aggiunto il requisito del celibato come onere, il rischio di abusi sui minori può aumentare. Studiando la crisi dovuta agli abusi sessuali, si è concluso che v’è stata una cattiva teologia del corpo e della sessualità nella dottrina della Chiesa cattolica e nella formazione religiosa. C’è immaturità e repressione nell’esperienza della sessualità. Per molti sacerdoti il celibato richiesto è un martirio silenzioso e vorrebbero che fosse dichiarato facoltativo.

    Alla luce delle informazioni che conosciamo oggi, è chiaro che, prima dell’anno 1970, i processi di selezione, di formazione iniziale, di accompagnamento e di preparazione ad una vita da celibe e al lavoro pastorale erano inadeguati nell’ambito della sessualità, della consapevolezza dei propri limiti, della custodia della propria intimità e delle relazioni.

    I candidati, a partire dai dodici anni, entravano in un collegio dove lo sviluppo emotivo-psicosessuale era scarso, inadeguato e fonte di squilibri. I seminari erano isolati e seguivano un modello monastico, la cui formazione era rigida, con un’enfasi sulla parte intellettuale, sulla pietà e sull’obbedienza delle regole. Era normale che sacerdoti e confratelli appena ordinati fossero assegnati a parrocchie o a collegi senza una previa preparazione pastorale. Molti hanno sperimentato la solitudine, l’isolamento, la scarsa vita di comunità, nessuna intimità, scarsa amicizia tra pari, stress, immaturità sessuale ed emotiva, sovraccarico di lavoro, mancanza di controlli e di supporti. I fattori menzionati hanno aumentato il rischio di abusi sessuali sui minori.

    La confessione di abusi sessuali su minori – sia per le vittime sia per i molestatori – nell’ambito del sacramento della riconciliazione, ha relegato questo crimine nella segretezza del sigillo sacramentale e ha reso difficile farlo emergere dalla sfera privata. Ciò ha aumentato il rischio di abuso. Abbiamo ricordato che, per lungo tempo, l’abuso sessuale sui minori è stato considerato un peccato e non un crimine. È stato confinato nell’ambito della confessione, è stata raccomandata più preghiera, senza mai essere denunciato alla polizia. La confessione era un atto che permetteva ai molestatori di continuare ad abusare. Una figlia ha detto che suo padre era un penitente regolare e un molestatore permanente.

    Proposte di prevenzione

    La Commissione è stata critica nei confronti della concentrazione del potere nella gerarchia della Chiesa cattolica. E chiede l’inclusione dei laici, in particolare delle donne, sia nelle strutture di governo sia nel processo decisionale. Propone che la selezione dei vescovi sia un processo che veda un’ampia partecipazione dei laici, maggiore trasparenza, una scelta responsabile dinanzi alla comunità del popolo di Dio e che siano abbandonati i titoli onorifici. Per il buon governo di una diocesi, la Commissione invita ad una frequente celebrazione dei sinodi diocesani, come momento di partecipazione, di consultazione, di dialogo e di ascolto.Per quanto riguarda la selezione dei candidati alla vita sacerdotale e religiosa, la Commissione raccomanda un approccio multidisciplinare, che comprenda le seguenti dimensioni: medica, psicologica, spirituale e sociale. Prima dell’accettazione di un candidato, vengano eseguiti esami specifici da professionisti qualificati. Inoltre, ci sia un’ampia consultazione prima dell’ordinazione sacerdotale e un controllo attitudinale per lavorare con i minori. Poiché ogni relazione pastorale implica implicitamente uno squilibrio di potere, viene sottolineata l’importanza di una formazione permanente che includa corsi obbligatori sull’etica del ministero, sui limiti sulla sessualità, sulla cura dei ragazzi, sulla riservatezza e sull’esercizio responsabile del potere.
    Vi è, inoltre, la necessità di una supervisione professionale delle attività legate alla cura delle persone e alla gestione amministrativa e pastorale della comunità, attraverso processi di valutazione formale.

    La Commissione raccomanda che i reati di abuso sessuale sui minori siano denunciati ai tribunali civili competenti e che l’identità della vittima venga tutelata con la massima riservatezza. Sostiene la modifica del Codice di diritto canonico del 1983 per quanto riguarda gli atteggiamenti di occultamento e propone che l’abuso sessuale sui minori sia riconosciuto come un reato che non cada in prescrizione. Suggerisce che la Congregazione per la dottrina della fede istituisca dei tribunali locali per eseguire sul posto questi processi giudiziari.

    La Commissione ha ricavato abbondanti prove del fatto che il celibato era spesso un peso che provocava isolamento emotivo, solitudine, depressione e malattie mentali. Raccomanda che il celibato sia facoltativo.

    Se, durante il sacramento della riconciliazione, un minore confessa di essere stato vittima di abusi sessuali o una persona confessa abusi sui minori, il sacerdote deve convincerli a riferire questi fatti al di fuori dell’ambito della segretezza del sigillo sacramentale, parlandone con persone che possano adeguatamente perseguire questo crimine. Raccomanda poi che la pratica del sacramento della riconciliazione con i minori avvenga in spazi aperti e sotto la sorveglianza di altri adulti.

    Alla ricerca di una Chiesa accogliente

    L’abuso sessuale sui minori è emerso con forza in diversi paesi, causando irritazione e scandalo. La Chiesa cattolica è stata duramente criticata perché alcuni dei suoi ministri e alcuni fedeli sono stati coinvolti in questi crimini.

    La Commissione australiana ha studiato a fondo questo problema nel suo paese, inclusa la realtà strutturale e operativa della Chiesa cattolica. Si è trattato di un lavoro obiettivo e di qualità, di cui siamo profondamente grati. Ha rivelato la gravità di questo crimine e l’enorme danno causato alle vittime e alle loro famiglie.

    La Commissione esorta a cercare le giuste misure di riparazione per le vittime e ad attivare opportuni cambiamenti nella Chiesa, sia nella sua struttura di governance sia nel suo modo di procedere, per essere davvero la Chiesa di Gesù, che accoglie tutti, specialmente i più deboli.

    http://www.settimananews.it/chiesa/australia-gli-abusi-le-conclusioni/

  • La Fake News del papa che riapre il caso di don Silverio Mura. Faceva invece il prete nel pavese. Da due giorni scomparso anche da li.

    La Fake News del papa che riapre il caso di don Silverio Mura. Faceva invece il prete nel pavese. Da due giorni scomparso anche da li.

    Altro duro colpo alla credibilità di papa Francesco, e a quella che la stampa ha battezzato come la campagna “tolleranza zero” contro i preti pedofili: una campagna da noi della Rete LABUSO ribattezzata, non per pregiudizio, ma per l’indiscutibilità dei dati alla mano che la contraddicono, la campagna di “tolleranza” per gli abusatori e “zero” per le vittime.

    Lo scorso 17 febbraio, a pochi giorni dall’interruzione dello sciopero della fame di Diego Esposito che con la sua protesta civile, non violenta e inascoltata da papa Francesco, chiedeva verità e giustizia per i presunti abusi subìti dal sacerdote Silverio Mura, alcuni quotidiani e l’agenzia ANSA, davano notizia, confermata anche dal direttore della sala stampa vaticana Greg Burke, che papa Francesco avesse riaperto – dopo il primo insabbiamento dell’indagine da parte della diocesi guidata dal cardinale Sepe – il caso di Diego Esposito.

    La Rete LABUSO, di cui Diego Esposito fa parte, smentì immediatamente la fake news vaticana sottolineando che, non solo la presunta vittima, ma neppure il suo avvocato e la stessa associazione, non avevano alcuna notizia a riguardo.

    Ammodernando un pò il termine, quando si dice che le fake news hanno le gambe corte, arriviamo a pochi giorni fa, il 7 marzo 2018 quando un servizio de Le Iene propone proprio il caso del nostro associato, Diego Esposito.

    È proprio in quel servizio che il sindaco di Montù Beccaria (Pavia) – Amedeo Quaroni – riconosce il prete accusato nella trasmissione: esercita e vive in paese, fa ancora il catechista ed è ancora a contatto con minori, come trent’anni fa quando adescò Diego. Proprio vero, il lupo perde il pelo ma non il vizio, mi riferisco al catechismo, naturalmente.

    Il trasferimento di don Silverio Mura a Montù Beccaria avviene all’incirca un anno fa, presumiamo dopo la morte della madre che, fino ad allora, don Silverio aveva accudito e che da tempo limitava notevolmente la libertà di movimento del sacerdote.

    Certo che la chiesa non si è fatta scrupoli, altro che indagine canonica, altro che prevenzione, dopo il funerale della madre lo ha rimesso subito in pista e, cosa c’è di meglio che un bel paesino di poche anime nel pavese, a 800 km di distanza da Napoli.

    Inutile dire che quando il sindaco di Montù Beccaria ha cercato di avere notizie, don Silverio aveva già preso il volo.

    Sarà andato a fare il processo canonico ?

  • Preti pedofili, per lo Stato hanno più diritti delle vittime

    Preti pedofili, per lo Stato hanno più diritti delle vittime

    Il governo italiano non ha mai adottato le misure necessarie per contrastare la pedofilia ecclesiastica. Per questo Rete L’Abuso l’ha diffidato, contestando la violazione della Convenzione di Lanzarote e di diritti costituzionali delle vittime a vantaggio dei loro abusatori.

    di Federico Tulli

    Quando era 13enne e per i tre anni successivi, Giada Vitale è stata abusata da un sacerdote 55enne. Appena diventata maggiorenne, dopo due anni passati a entrare e uscire dall’ospedale a causa del trauma emotivo subito, Giada lo denunciò, entrando in un altro tunnel dell’orrore. Nel 2016 il Gip ha infatti prosciolto l’uomo, parroco del paesino in cui viveva e vive la ragazza oggi 23enne, per i fatti accaduti dopo il compimento dei 14 anni che per la legge è l’età del consenso purché il minore non abbia subito delle pressioni tali da essere considerato incapace di intendere e di volere. La perizia psichiatrica di parte presentata da Giada – orfana di padre e con la madre assunta come domestica nella parrocchia “incriminata” – parlava chiaro: lei era soggiogata dal prete che era anche suo educatore e maestro di musica. Ma il giudice pur non essendo un medico non ne tenne conto, nemmeno consultò il documento. Ritenendo che allo scoccare della mezzanotte dei suoi 14 anni la ragazzina fosse diventata consenziente, avendo affermato davanti ai carabinieri al momento della denuncia di aver voluto bene al prete. I lettori di Left ricorderanno questa vicenda che fu ricostruita solo dal nostro settimanale in occasione della sconcertante sentenza del Gip. Nel frattempo si è svolto il processo di primo grado per le accuse riguardanti il periodo delle violenze in cui Giada aveva meno di 14 anni: il sacerdote è stato condannato a sei anni.

    Perché riportiamo in evidenza questa dolorosa storia? Perché ora, grazie anche alla nostra inchiesta la Rete L’Abuso ha inviato una diffida alla presidenza del Consiglio per «condotte omissive del dovere di protezione dei minori dagli abusi nel clero, violazione della Convenzione Onu sui diritti del fanciullo, violazione della Convenzione di Lanzarote e altre inosservanze più elementari direttamente riferibili alla Costituzione italiana».

    Tra i destinatari della diffida non c’è solo Paolo Gentiloni. Leggiamo anche: la XII Commissione affari sociali della Camera, il garante nazionale per l’Infanzia e l’adolescenza e la presidenza del Parlamento europeo.

    In base alla legge che regola i rapporti tra i cittadini e le istituzioni, sono obbligati a rispondere entro 30 giorni. Per conoscenza hanno ricevuto il documento l’Unicef, il Comitato Onu per i diritti dell’infanzia, il presidente della Repubblica (come garante della Costituzione), l’Istituto interregionale per la ricerca sulla criminalità e la giustizia delle Nazioni Unite (Unicri) e il Centro di ricerca innocenti Unicef.

    Che cosa contesta Rete L’Abuso allo Stato italiano è presto detto, del resto era in parte denunciato già dai nostri articoli sul caso di Giada. Per prima cosa, e questa è una nostra “battaglia” sin dai tempi di Benedetto XVI, la mancata istituzione di una commissione d’inchiesta sulla pedofilia clericale sulla falsa riga di quelle che hanno agito in decine di Paesi nel mondo segnati da questo fenomeno criminale. E poi, non meno importante, la violazione della Convenzione di Lanzarote per la protezione dei minori.

    L’associazione che si occupa della tutela dei diritti delle vittime di preti pedofili ritiene che in base alla Convenzione, convertita in legge nel 2012, il governo italiano dovrebbe vietare alla Chiesa lo svolgimento di un processo canonico per abusi su minori prima che sia concluso l’iter giudiziario “corrispondente” in sede civile. «In questo modo – spiega l’avvocato Mario Caligiuri che assiste Rete L’Abuso in questa iniziativa – viene generato da un altro tribunale, in anticipo alla celebrazione del rito ordinario, un irragionevole squilibrio a favore del presunto abusante».

    Ed è esattamente quanto accaduto a Giada Vitale. Prima di rivolgersi alla magistratura italiana aveva denunciato il suo aguzzino alla Diocesi di residenza. La quale non fece nulla nei confronti del prete fino a quando la ragazza non entrò in una caserma dei carabinieri. A indagini “laiche” ancora in corso, scattò in pochissimo tempo il processo ecclesiastico. Ed ecco il punto rispetto al quale si denuncia l’inerzia del governo oltre alla violazione di elementari diritti di alcuni cittadini (le presunte vittime), in favore di altri (i preti presunti abusatori). Racconta Caligiuri: «Non solo nell’aula di giustizia ecclesiastica non è ammessa l’assistenza del difensore di chi ha denunciato l’abuso, ma soprattutto viene negato il supporto psicologico di tecnici di comprovata esperienza legittimati a operare affinché la vittima, una persona che ha subito uno sconvolgimento emotivo, non incorra nella creazione di falsi ricordi. Fino a disattendere quanto stabilito per la cura e il sostegno alle vittime dalla Convenzione di Lanzarote». Pensando al controesame, prosegue l’avvocato, «il dato più inquietante emerge dal versante delle garanzie costituzionali. La difesa di un sacerdote, già imputato per abusi dal Vaticano, ha il vantaggio di acquisire prima dell’eventuale processo italiano la rievocazione narrativa che la vittima darà del fatto storico, i punti deboli su cui calcare la mano, le peculiarità anche caratteriali, la sua realtà emotiva». Con queste informazioni si ha la possibilità di farla cadere in contraddizione. «Non a caso lo studio reciproco dell’avversario è un dato che gli avvocati curano molto nei processi – conferma Caligiuri -. Siamo pertanto in presenza di una disparità di trattamento in favore dei preti cattolici rispetto a qualsiasi altro cittadino italiano». A sconvolgere ancora di più il quadro generale dei processi canonici, è il fatto che la vittima, spesso a sua insaputa, non è la parte lesa, ma insieme al sacerdote, è il secondo imputato perché la reale vittima, in un processo canonico, non è il minore molestato, ma Dio. Per la Chiesa cattolica, infatti, l’abuso è un delitto morale in violazione del VI Comandamento,

    Per la Chiesa cattolica, lo stupro di una bambina è un delitto contro la morale, un’offesa alla divinità
    non un crimine violentissimo contro una persona inerme, che si fonda sul patologico annullamento della realtà umana del bambino. Anche di questo lo Stato italiano dovrebbe tener laicamente conto nel valutare l’opportunità di iniziare a rispettare la Convenzione di Lanzarote nei termini indicati dalla diffida. Dal canto suo il Vaticano non ha alcuna intenzione di modificare questo atteggiamento nei confronti delle vittime e trattare questi crimini per quello che sono.

    Su richiesta del Comitato Onu per i diritti dell’infanzia, in base alla relativa Convenzione ratificata da papa Francesco nel 2013, il Vaticano avrebbe dovuto modificare le norme penali che considerano lo stupro alla stregua di un peccato, di un vizio, e presentare relativa prova all’Onu entro il primo settembre 2017. Ebbene, a sei mesi dalla scadenza del termine, nessuna relazione è stata presentata dagli emissari di Bergoglio. A conferma di quando davvero gli interessi l’incolumità delle vittime. E così, mentre i media italiani esaltano la presunta tolleranza zero del papa e il governo fa finta di nulla, la pedofilia nella Chiesa continua a rimanere tranquillamente nascosta sotto il tappeto di vescovi, parroci e cardinali. Con l’avallo del pontefice.

    Federico Tulli Left del 2-3-18