Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • La Cei, su abusi mai eludere anche le conseguenze giudiziarie – Le vittime, ‘Chiesa disonesta, noi vittime di propaganda falsa e per nulla riparativa’

    La Cei, su abusi mai eludere anche le conseguenze giudiziarie – Le vittime, ‘Chiesa disonesta, noi vittime di propaganda falsa e per nulla riparativa’

    (ANSA) – ROMA – L’importanza della “responsabilizzazione” dei colpevoli e della “richiesta di perdono e di riconciliazione” poichè “il perdono realizza la vera giustizia” che però “non è un modo per eludere le conseguenze anche giudiziarie delle proprie azioni”.

    Sono i punti fondamentali delle Linee guida sulla Tutela dei minori e degli adulti vulnerabili richiamati oggi dal segretario della Cei, mons. Giuseppe Baturi nel Secondo incontro nazionale Servizi Territoriali Tutela Minori in corso al Carpegna Palace-Domus Mariae.

    Un evento a porte chiuse, cui ieri lo stesso Papa Leone tramite il segretario di Stato vaticano Pietro Parolin, aveva fatto pervenire anche lui un richiamo invitando la Chiesa italiana a non “minimizzare il male” e a non chiudersi per “paura dello scandalo”.

    Ma la risposta della Chiesa italiana è ancora del tutto “insufficiente” per le vittime con il portavoce della Rete L’Abuso Francesco Zanardi che parla di Chiesa “disonesta”. “Come si evince ancora una volta nelle dichiarazioni di mons. Giuseppe Baturi – ha spiegato in una nota – c’è una disonestà totale da parte della Chiesa italiana” che “auto acclama quello che a suo avviso sarebbero i successi in materia di abusi sessuali su minori e persone vulnerabili. Dichiarazioni tanto disoneste che non si può non contestare riga per riga. Dichiarazioni che forse si possono dare a bere all’opinione pubblica, non certo a noi vittime sopravvissute che purtroppo abbiamo ben chiaro quello che la chiesa italiana non sta affatto facendo”.

    Nel suo intervento Baturi ha sottolineato l’importanza della “riparazione” anche con “la decisione di un cammino di cura psicologica e sostegno spirituale”, questione che “riguarda relazioni proiettate fondamentalmente verso il futuro e con un forte orientamento alla prevenzione”. Inoltre, ha ammonito affinché la Tutela dei minori e degli adulti vulnerabili riguardi “l’intera comunità ecclesiale” con il ruolo del vescovo che “collocato in un quadro più ampio e articolato, nel quale è tutta la comunità dei chierici e dei fedeli laici a dover essere coinvolta”. Ancora, “i Servizi regionali e diocesani – ha evidenziato – , ormai presenti in tutte le diocesi” “sono chiamati non a sostituire gli ordinari nelle loro responsabilità ma a supportarli attraverso competenze e professionalità educative, mediche, psicologiche, canonistiche, giuridiche, pastorali e di comunicazione”.

    Proprio il ruolo dei servizi diocesani con i centri di ascolto realizzati ad hoc è stato messo però sotto accusa da un recente rapporto della Rete L’abuso che ha svolto un’indagine sulla risposta che le diocesi forniscono alle presunte vittime tramite i Centri di ascolto pubblicata il 24 febbraio scorso.

    “Va ricordato anche – fa sapere Zanardi – che il 28 maggio 2022 fu proprio il cardinale Presidente della Cei Matteo Zuppi a dichiarare pubblicamente al sottoscritto, che in quella e in questa sede rappresenta le vittime italiane del clero, una collaborazione ventilando l’ipotesi che l’associazione dei sopravvissuti Rete L’Abuso fornisse alla Cei i nominativi dei preti pedofili in nostro possesso, ipotesi che malgrado i vari incontri con il Presidente Zuppi svanì immediatamente, come svanì l’annunciata commissione d’inchiesta e i 613 casi italiani dal 2010 al 2022 che il cardinale Zuppi dichiarò già in possesso della Congregazione per la dottrina della fede (oggi Dicastero)”.

    Insomma, per le vittime si dovrebbe agire in Italia come fatto in altri Paesi del mondo come Francia, Spagna, Portogallo, Svizzera, Belgio, Polonia, Repubblica Ceca, Germania, e Irlanda che “hanno avviato percorsi concreti che rendono giustizia e in molti casi risarcimenti alle vittime dei preti pedofili”.
    (di Nina Fabrizio) (ANSA).

  • In risposta a Mons. Giuseppe Baturi, Segretario della Conferenza Episcopale Italiana

    In risposta a Mons. Giuseppe Baturi, Segretario della Conferenza Episcopale Italiana

    Leggiamo l’articolo di Chiesa Cattolica dal titolo L’impegno della Chiesa in Italia nella tutela dei minori e le dichiarazioni di mons. Giuseppe Baturi che auto acclama quello che a suo avviso sarebbero i successi della chiesa italiana in materia di abusi sessuali su minori e persone vulnerabili.

    Dichiarazioni tanto disoneste che non si può non contestare riga per riga. Dichiarazioni che forse si possono dare a bere all’opinione pubblica, non certo a noi vittime sopravvissute che purtroppo abbiamo ben chiaro quello che la chiesa italiana non sta affatto facendo. Dichiarazioni che ci offendono in quanto dopo gli abusi ci tocca sopportare di essere oggetto di una propaganda falsa e per nulla riparativa, che ai nostri occhi scredita la chiesa più di quanto già la sia.

    Tralasciando il deplorevole caso sardo che vede tra i protagonisti proprio mons. Baturi e tra le “vittime”, oltre noi sopravvissuti anche la Garante dell’infanzia sarda Carla Pugligheddu, caso che abbiamo già commentato senza ottenere da parte della CES e del Consiglio regionale sardo alcuna risposta, ma un silenzio che di per se è già tristemente indicativo del dialogo che, al contrario di quello che Baturi afferma, la chiesa non ha e non vuole avere con i sopravvissuti.

    Premettendo che nel resto del mondo e in Europa la Francia, la Spagna, il Portogallo, la Svizzera, il Belgio, la Polonia, la Repubblica Ceca, la Germania, l’Irlanda e la Repubblica di San Marino hanno avviato percorsi concreti che rendono giustizia e in molti casi risarcimenti alle vittime dei preti pedofili, in Italia la chiesa neppure lontanamente ventila una simile ipotesi.

    Va ricordato anche che il 28 maggio 2022 fu proprio il card. Presidente della Cei Matteo Zuppi a dichiarare pubblicamente al sottoscritto, che in quella e in questa sede rappresenta le vittime italiane del clero, una collaborazione ventilando l’ipotesi che l’associazione dei sopravvissuti Rete L’ABUSO fornisse alla CEI i nominativi dei preti pedofili in nostro possesso (vedi contributo video), ipotesi che malgrado i vari incontri con il Presidente Zuppi svanì immediatamente, come svanì l’annunciata commissione d’inchiesta e i 613 casi italiani dal 2010 al 2022 che il cardinale Zuppi dichiarò già in possesso della Congregazione per la dottrina della fede (oggi Dicastero).

    In tutti questi anni, malgrado gli appelli puntualmente mancati, le vittime e la stessa associazione hanno tuttavia tentato un dialogo nella speranza che in Italia, come nel resto dell’Unione Europea, la chiesa potesse intraprendere in coscienza e onestamente, una strada di riparazione civile ed adeguata agli appelli che la CEI puntuale rivolge all’opinione pubblica.

    Invece, come si evince ancora una volta nelle dichiarazioni di mons. Baturi c’è una disonestà totale da parte della chiesa italiana.

    Ma voglio essere concreto esponendo un caso dei tanti, commentandolo soprattutto sotto l’aspetto canonico, che nel Motu proprio vos estis lux mundi è chiarissimo, forse meno chiaro per mons. Baturi e per la stessa CEI.

    Questa mail è una delle tante che i sopravvissuti italiani ricevono dalle diocesi o dagli sportelli diocesani. Metto proprio questa perché è la stessa che senza cancellazioni di dati sensibili è stata inviata al card. Matteo Zuppi poche settimane fa, proprio per denunciare le omissioni che emergono puntuali nelle diocesi italiane. Mail che lo stesso Zuppi ha verificato ma malgrado ciò ne lui ne altri sono intervenuti a riguardo.

    Un caso grave, uno dei tanti e puntuali in Italia. La prova che mons. Baturi o non è informato su cosa accade, o ancor peggio mente nelle sue dichiarazioni.

    Parliamo della risposta recentissima data ad una vittima dal vescovo della diocesi interessata. Vescovo che dichiara che il prete accusato ha ammesso i suoi crimini, confermati anche dal predecessore del vescovo che sta scrivendo. Il tutto è tanto credibile che lo stesso vescovo ritiene inutile interpellare altri testimoni in quanto non porterebbero ad ulteriori elementi.

    Direi quindi sia tutto molto chiaro per la chiesa e non solo, il prete è indubbiamente colpevole, lo dichiara lui stesso.

    È qui che adesso chiedo a monsignor Baturi perché malgrado la indubbia chiarezza del caso, il prete non sia ad oggi stato sanzionato, perchè non sia mai stato rimosso e lasciato a contatto con minori, perché in virtù del Motu proprio i vescovi, ovvero il predecessore di quello che scrive e lo scrivente, indubbiamente informati ed inadempienti di fronte al motu proprio, non sono stati sanzionati come previsto?

    Perché nel caso analogo di monsignor Rosario Gisana, vescovo di Enna, oggi a processo insieme a monsignor Vincenzo Murgano per aver addirittura mentito ai magistrati italiani nel tentativo di insabbiare il caso di don Giuseppe Rugolo, la chiesa, come nel caso citato in precedenza non ha mai preso provvedimenti?

    Ecco perchè la CEI, il suo Presidente e il suo Segretario non possono essere minimamente credibili tanto da affermare che dichiarano falsità, offendendo noi sopravvissuti e non certo vengono in nostro soccorso come dichiarano. Ancor meno stanno facendo prevenzione. Il fatto che poi tutto venga accresciuto in un contesto falso e non credibile, dichiarare che la chiesa faccia formazione ai propri educatori, è ancora peggio.

    Che senso ha formare delle persone senza rimuovere il problema.

    Gradiremmo una risposta dalla CEI a queste domande, forse dopo potremmo offenderci meno di fronte a spergiuri come la dichiarazione oggetto di questa contestazione.

    Forse, e dico forse, potremmo anche vedere un filo di umanità in quella chiesa che oggi mente anche all’opinione pubblica dando a bere che vada tutto bene.

  • Assolto l’ex comandante dei Carabinieri Lombardi: «Nessuna pressione sul Vescovo Gisana»

    Assolto l’ex comandante dei Carabinieri Lombardi: «Nessuna pressione sul Vescovo Gisana»

    Il Tribunale di Enna ha assolto con la formula piena “perché il fatto non sussiste” il Colonnello Saverio Lombardi, già comandante provinciale dei Carabinieri di Enna dal 2018 al 2021 ed ex comandante del Reparto Operativo di Lecce. Si chiude così una vicenda giudiziaria nata da un’intercettazione telefonica tra Lombardi e don Nino Rivoli, vicario del vescovo Gisana. L’audio era stato acquisito dalla Squadra Mobile, coordinata dalla Procura di Enna, nell’ambito delle indagini sul “caso Rugolo”, il sacerdote condannato in appello a 3 anni per violenza sessuale su minori.

    L’accusa

    L’accusa, che aveva portato al rinvio a giudizio per un presunto tentativo di induzione indebita a dare o promettere utilità, sosteneva che l’alto ufficiale dell’Arma avesse concordato un incontro serale in borghese con il vescovo per discutere del caso Rugolo.

    Secondo la tesi inquirente, Lombardi avrebbe consigliato al presule di sostituire il legale della difesa – ipotizzando un coinvolgimento dell’avvocato in indagini per associazione mafiosa – suggerendone un altro in cambio della concessione della benemerenza del Santo Sepolcro.

    Tuttavia, la strategia difensiva portata avanti dall’avvocato Rinaldo Alvisi ha smontato nel corso del dibattimento i cardini del teorema accusatorio. La difesa ha ottenuto l’estromissione dalle prove delle testimonianze di alcuni dirigenti della Mobile relative proprio alle intercettazioni e ha dimostrato, attraverso l’esame dell’imputato e dei testimoni, l’estraneità di Lombardi ai fatti.

    È emerso chiaramente che i riferimenti alla benemerenza erano antecedenti e del tutto slegati dalla visita al vescovo, avendo carattere meramente informativo sulle procedure di accesso al cavalierato. Decisive sono state anche le deposizioni del vescovo Gisana e di don Rivoli, i quali hanno categoricamente smentito ogni tipo di pressione o richiesta illecita.

    Di fronte a tali evidenze, la stessa Procura ha formulato richiesta di assoluzione. Il Colonnello Lombardi, che nel frattempo ha prestato servizio a Bari come capo ufficio del personale e poi dell’ufficio logistico prima di andare recentemente in quiescenza, vede così riabilitata la propria immagine.

    “Sono gli stessi atti processuali a raccontare con chiarezza che Saverio Lombardi è una persona perbene e un uomo delle istituzioni”, ha commentato l’avvocato Alvisi. “La formula ‘perché il fatto non sussiste’ pronunciata in aula è la conferma definitiva della sua correttezza”.

    https://www.quotidianodipuglia.it/AMP/lecce/enna_colonnello_carabinieri_assolto-9450316.html

  • Chiesa e pedofilia: chi ne parla?

    Chiesa e pedofilia: chi ne parla?

    Maria Elisabetta Gandolfi – Un’inchiesta sulla pedofilia del clero e il Vaticano condotta dalla testata investigativa tedesca Correctiv, con la collaborazione della spagnola El País, della statunitense The Boston Globe, della portoghese Observador e della colombiana Casa Macondo è stata resa nota il 19 marzo scorso.

    Ciascuna testata è uscita con una titolazione diversa, ma in generale c’è un doppio focus tematico che accomuna i pezzi pubblicati: da un lato la modalità vaticana di gestione dei dossier relativi ai preti o ai religiosi accusati; dall’altro il caso che a suo tempo interessò Benedetto XVI, relativo a un suo prete mentre era vescovo di Monaco.

    Poi ciascuna testata ha riportato un caso nazionale su cui la propria redazione ha indagato in modo specifico. La vista dell’insieme, naturalmente, è desolante. Anche se nella sostanza non emergono particolari novità.

    Occultamento, regola numero uno

    Il primo dato che emerge è che la linea dell’occultamento dei casi era la regola più che l’eccezione anche se era chiaro il fatto che tra i chierici vi erano comportamenti «immorali» (la prima edizione dell’istruzione Crimen sollicitationis è del 1922).

    In base ai documenti che le testate sono riuscite a procurarsi esse affermano che la linea dell’occultamento emerge sin dal 1936-1938, in piena ascesa del regime nazista: il Vaticano, infatti, nelle persone del segretario di Stato Eugenio Pacelli (futuro Pio XII) e del sostituto Giovanni Battista Montini (futuro Paolo VI), raccomandava alla Chiesa in Germania di bruciare i documenti relativi ai preti con comportamenti «immorali» perché non cadessero nelle mani sbagliate: i dossier diffamatori costruiti ad arte per perseguitare la Chiesa venivano spesso imperniati su questa accusa.

    Cosa che – viene fatto notare – successe anche nei tempi della persecuzione delle Chiese dell’Europa dell’Est durante la Guerra fredda.

    Da una gestione centralizzata alla terapeutizzazione dei casi 

    In realtà più che questi documenti, che dimostrano la difesa di una Chiesa sotto attacco, è la ricostruzione storica del contesto che convince sulla linea dell’«occultamento» dei casi di abuso, considerati allora peccati anche per la vittima – lo sappiamo – e non reati, gestiti dall’ex Sant’Uffizio (e solo per delega specifica dalla diocesi in cui i fatti erano avvenuti) fino al 1965. Ma sino ad allora si poteva dire che Roma avesse un filo diretto con le diocesi per questi casi.

    Con il Vaticano II, l’atteggiamento cambia e si passa a un più generale approccio «decentralizzato e “terapeutico”», scrive El País, e la Crimen sollicitationis cade nel dimenticatoio. Sono gli anni in cui i casi lievitano.

    In teoria è con il 2001 che le cose cambiano, anche per il diretto intervento di Joseph Ratzinger, che sotto il pontificato di Giovanni Paolo II normò la materia, in quanto prefetto dell’allora Congregazione per la dottrina della fede. Con il motu proprio papale Sacramentorum sanctitatis tutela e la lettera della Congregazione che l’accompagna (qui nell’archivio de Il Regno, in buona sostanza i casi tornarono a dover ripassare per Roma.

    Ratzinger e il caso Monaco: notizie sin dal 1986…

    Tutto bene? No, perché il fautore di questa che voleva essere una riforma – affermano le testate – era pur sempre parte del sistema che voleva modificare, tanto è vero che nel 2010 la denuncia del New York Times che papa Benedetto, quando era arcivescovo di Monaco, aveva coperto un prete pedofilo, portò da parte sua a una risposta ambigua. Il Regno ne parlò qui e qui.

    I dati nuovi che emergono oggi da questa inchiesta sarebbero due. Il primo: una revisione interna commissionata dalla diocesi di Monaco allo studio legale Westphal Spiker Wastkl (WSW) nel 2022 aveva messo in luce – ma la notizia era rimasta confinata ai soli media tedeschi – che il vicario generale che era in carica ai tempi dell’episcopato di Ratzinger disse allo WSW di essere stato «costretto a rilasciare la dichiarazione» con la quale scagionava Ratzinger, per «proteggere il pontificato». Il secondo: in realtà esisteva già una lettera firmata nel 1986 da Ratzinger, ma misteriosamente non protocollata, dove si prendeva atto che il sacerdote era un alcolista e affetto da «altri» problemi.

    Gli altri parlano di noi

    In Italia la notizia di questa uscita ha circolato molto poco e chi ne ha scritto (un breve lancio ciascuno per Dagospia, RAI news e Il fatto quotidiano) ha ripreso solo una sintesi molto generale.

    La cosa è tanto più sorprendente se si considera il fatto che El País come caso locale ne sceglie uno dall’Italia, mentre allo stesso tempo nessuna testata del Belpaese firma l’inchiesta.

    Non è un caso nuovo. Riguarda un prete delle diocesi di Savona, don Nello Giraudo. Una delle sue vittime è Francesco Zanardi, fondatore e animatore della «Rete L’Abuso», associazione di vittime che cura anche un vasto database di casi italiani (il fatto che sia più o meno preciso, qui non interessa).

    Scrive El País: «Sebbene la diocesi di Savona lo avesse segnalato a Roma nel 2003, la storia delle accuse di abusi contro questo sacerdote risaliva a molto tempo prima. Lo ammette il rapporto allegato alla lettera: “il primo grave episodio” risale al 1980 e in seguito fu allontanato. Ciononostante, “per superare la sua dolorosa solitudine” gli fu permesso di aprire una casa di accoglienza per minori e di organizzare campi estivi per giovani».

    Alla lettera firmata dal vescovo mons. D. Calcagno la Congregazione per la dottrina della fede rispose solo nel 2006. Osserva il quotidiano spagnolo: «La cosa sorprendente è che, nonostante la narrativa ufficiale di quel momento e il teorico cambiamento normativo, la soluzione proposta al sacerdote era la solita: chiedere la sospensione o affrontare un processo canonico. Ma poiché il sacerdote non voleva lasciare i paramenti, la diocesi semplicemente non ha fatto nulla. Né lo ha denunciato. Si è dedicata all’accompagnamento spirituale e psicologico del sacerdote. E il vescovo, Domenico Calcagno, è stato nominato cardinale».

    E le vittime?

    Il caso venne reso pubblico da Zanardi nel 2010. Giraudo venne denunciato per abusi commessi tra il 1986 e il 1994, che quindi erano ormai prescritti. In seguito a un’altra denuncia, ha patteggiato una pena di un anno e mezzo di carcere. Nell’archiviare il primo caso, nel 2012, la Procura scrisse che era pacifico che ben tre vescovi avessero insabbiato la vicenda. Lo riporta El País: «Risulta, è triste dirlo, che l’unica preoccupazione dei responsabili della curia fosse quella di salvaguardare l’immagine della diocesi piuttosto che la salute fisica e psichica dei minori».

    Nel 2010 il nuovo prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, lo spagnolo Luis Ladaria, «ha scritto a Savona per chiedere, quattro anni dopo l’ultima comunicazione, che fine avesse fatto il caso. E solo allora il sacerdote ha chiesto la dispensa, dopo “un periodo di riflessione sulla propria vocazione”».

    Lapidaria la conclusione di El País: «L’Italia è l’unico grande paese cattolico in cui lo scandalo non è stato ancora affrontato, nessun media ha intrapreso un’indagine approfondita».

    Maria Elisabetta Gandolfi

    Caporedattrice Attualità per “Il Regno”

    Chiesa e pedofilia: chi ne parla?

  • CAGLIARI – Il silenzio di Comandini e del Consiglio regionale sardo ai sopravvissuti che gli scrivono

    CAGLIARI – Il silenzio di Comandini e del Consiglio regionale sardo ai sopravvissuti che gli scrivono

    Vale più una sottana da prete che la salute di bambine e bambini. Questo è quanto sembra emergere ancora una volta dalla triste vicenda sarda che ha coinvolto la Garante dell’infanzia Carla Pugligheddu, di fatto defenestrata dal Consiglio regionale sardo e dalla Conferenza episcopale sarda per aver fatto il suo lavoro.

    Una vicenda istituzionale diffusa che racconta con tristezza l’arretratezza italiana e spiega con i silenzi perché l’Italia sia l’unico Stato dell’UE incapace di tutelare la salute psico fisica dei minori. Un paese che in materia è stato piò volte ripreso e spronato ad intervenire anche dagli organi sovrannazionali come il Comitato per i diritti dell’infanzia delle Nazioni Unite, al quale, malgrado le preoccupazioni espresse più volte, non ha mai risposto e che pochi giorni fa ha nuovamente sollecitato l’Italia affinchè intervenga di fronte alle gravi infrazioni che non riguardano solo il tema degli abusi.

    Nei giorni scorsi la Rete L’ABUSO, tendendo la mano ha scritto con spirito collaborativo, al presidente del Consiglio regionale sardo, l’Onorevole Giampiero Comandini. Ma nulla da fare, a quanto pare sembrano prioritari i rapporti con la chiesa, anziché la salute di minori e delle persone vulnerabili tanto che la Regione, intervenuta in difesa della chiesa, fa per la seconda volta scena muta, anche di fronte ai cittadini.

    Da presidente di questa ONG provo rammarico nel vedere tanta irresponsabilità di fronte agli elettori e all’intera società. Sconcertante anche il silenzio dei colleghi Garanti che anziché indignarsi di fronte a un episodio di ingerenza tanto grave, lascino invece sola la Garante Pugligheddu.

    Da sopravvissuto resto invece mortificato vedendo questo scenario istituzionale crudele nella sua indifferenza verso i più piccini, verso i loro stessi figli e nipoti e mi chiedo come è possibile che le istituzioni, la stessa chiesa non provino almeno un po’ di vergogna nel lasciare abbandonati i cittadini rimasti vittime di tali atrocità, costretti a cercare giustizia da soli.

    E mentre la società civile si stringe attorno alla Garante Carla Pugligheddu con messaggi di solidarietà e stima, anche la Garante nazionale sembra essersi “persa nel bosco”, impossibilitata ad interviene su un tema tanto grave, che la riguarda in prima persona.

    Di seguito la lettera inviata dalla Rete L’ABUSO al Presidente del Consiglio regionale sardo.

    Gent.mo On. Dott. Giampiero Comandini,

    Le scrivo in qualità di presidente di Rete L’abuso in relazione alla controversia tra la Garante dell’Infanzia e Adolescenza della Regione Sardegna dott.ssa Carla Puligheddu e il Consiglio regionale che Lei presiede, sulla questione degli abusi clericali e non solo.

    È evidente che, all’interno di tale circostanza, l’accusa rivolta alla dott.ssa Puligheddu in merito alla modalità della comunicazione e alla credibilità dei dati da lei utilizzati tocca anche l’Associazione che presiedo, in quanto fonte di tali informazioni.

    In primo luogo, tuttavia, vorrei esprimere il rammarico per la nuova vittimizzazione dei sopravvissuti e dei loro famigliari che inevitabilmente sono rimasti coinvolti in questo “scontro”. Sono stati infatti ulteriormente feriti e delegittimati dal disconoscimento, di fatto, della loro esistenza e del loro vissuto traumatico: e questo non solo da parte della Chiesa, ma anche delle istituzioni vocate a tutelarle, che sembrano invece averle abbandonate.

    Nella convinzione della assoluta necessità di un dialogo sereno e costruttivo con le istituzioni dello Stato, nella direzione di un impegno condiviso che miri alla costruzione di buone pratiche, e sottolineando l’attenzione prioritaria di cui la Regione deve farsi portatrice nei confronti delle famiglie delle vittime di pedofilia, per trasformare questa vicenda in un momento costruttivo e restituire ai sopravvissuti il riconoscimento del loro status trovando un’intesa programmatica nel loro interesse, con la presente La invito a un incontro con il sottoscritto, senza clamori e senza l’intervento mediatico, in un clima di franchezza come è nello spirito di questa mia missiva che auguro possa essere accolta.

    Restando in attesa di un Suo cordiale riscontro, un cordiale saluto.

    Francesco Zanardi

    Savona, 12/3/2026

  • Javier e il trionfo della verità nel caso Ramos Gordón: Ho portato avanti la denuncia di abusi sessuali nel Seminario fino in fondo.

    Javier e il trionfo della verità nel caso Ramos Gordón: Ho portato avanti la denuncia di abusi sessuali nel Seminario fino in fondo.

    “Ho detto che se avessi iniziato questa battaglia, l’avrei portata a termine, e così ho fatto.” Javier non ha mai cercato denaro; voleva risposte, giustizia e un risarcimento per il male che lui e il suo fratello gemello avevano subito da bambini nel Seminario Minore di La Bañeza . Dieci anni di instancabile lotta sono culminati in un accordo storico per il pieno risarcimento delle vittime. L’ombra del suo aguzzino, un sacerdote ordinario, gentile e persino stimato, parroco di Tábara , il suo ultimo incarico prima che tutto precipitasse, ha perseguitato Javier fino al punto di causargli dolore.

    Per anni si è rifugiato nel silenzio, prima con la complicità del fratello, poi da solo. Il suo fratello gemello morì in un incidente d’auto a 36 anni, e improvvisamente l’ex seminarista dovette affrontare l’incubo senza alcun sostegno, l’ insopportabile ricordo di quell’anno scolastico 1988-89 al Seminario Minore di La Bañeza, quando erano in terza media e il prete abusatore, José Manuel Ramos Gordón , si abbandonava ai suoi desideri sessuali con i due ragazzi che vivevano lì. “Passarono mesi senza che nessuno fermasse gli abusi; le notti erano diventate piene di paura”, raccontò Javier nella sua prima lettera al Papa.

    Sono trascorsi dieci lunghi e intensi anni nella ricerca della giustizia. Da quando Javier inviò una lettera scritta a mano a Papa Francesco nel novembre 2014, raccontando gli abusi subiti dal sacerdote, fino all’8 gennaio 2026, giorno in cui la Chiesa ha riconosciuto per iscritto, in un accordo firmato con il Governo in piena trasparenza, il pieno risarcimento alle vittime di abusi sessuali all’interno della Chiesa.

    “Ho un senso di soddisfazione, di qualcosa che culmina e che segna l’inizio della fine”, ha dichiarato Javier a La Opinión-El Correo de Zamora, il quotidiano che ha rivelato questo primo caso di pedofilia in Castiglia e León, condannato dalla Santa Sede ma mai risolto. Fino ad ora.

    Dieci anni in cui Javier non si è fermato. “La verità vi renderà liberi…” E quella verità sugli eventi accaduti quasi quarant’anni fa, riconosciuta dallo stesso aggressore e dalla Chiesa, ha dato forza all’ex seminarista per tutto questo tempo.

    Fu proprio quella verità a permettere al caso di Javier di abbattere barriere apparentemente insormontabili. Portò la diocesi di Astorga ad avviare nel 2015 un procedimento penale amministrativo senza precedenti, che culminò con la confessione dei fatti da parte del sacerdote abusante. Portò alla rimozione di Ramos Gordón dal suo incarico di parroco per un periodo “non inferiore a un anno” e all’allora vescovo (ora defunto), Juan Antonio Menéndez, che si scusò “umilmente” con la vittima, offrendo la sua “assistenza a te e alla tua famiglia in qualsiasi modo ne abbiate bisogno”.

    Tuttavia, la condanna “ridicola” di atti così gravi commessi dal “tormentatore della mia infanzia”, ​​senza conseguenze per coloro che li hanno insabbiati – sacerdoti che non hanno fatto nulla pur sapendo cosa stava succedendo – “ci ​​hanno rubato l’infanzia”, ​​ha ripetuto Javier fino alla nausea – ha incoraggiato Javier a continuare la sua instancabile battaglia per la verità, la riparazione e la giustizia. “All’inizio del processo, pensavo che le cose stessero andando per il verso giusto, poi è diventata una farsa completa”, ha dichiarato a questo giornale all’epoca.

    Dovette sopportare come, inspiegabilmente, dopo essere stato condannato dalla Chiesa e mentre già scontava la sua pena lontano dalla parrocchia di Tábara e dai paesi circostanti, il Vescovado di Astorga permise a Ramos Gordón di ricevere un tributo dai parrocchiani di Zamora i quali, ignari di tutto ciò che era accaduto, ritennero che Don José meritasse un addio con un’Eucaristia presieduta dallo stesso carnefice.

    Era come mettere il sale sulla ferita. Javier si è assunto il rischio di sollevare il velo sulla Chiesa per svelare pratiche criminali note, accettate e insabbiate per secoli. Solo dieci anni fa, l’uomo di León decise di mettersi a nudo in una lettera dettagliata e sincera indirizzata a Papa Francesco. Quando rivelare gli abusi sessuali commessi dal clero all’interno della Chiesa era un tabù, un atto audace che comportava il rischio di distruggere l’onore di una persona e della sua famiglia.

    “Non l’ho denunciato per soldi.”
    Javier lo sapeva, ma si fece forza, convinto che sarebbe arrivato fino in fondo alla questione con la verità, e nient’altro che la verità. Ed è così che questo fragile essere umano, che così spesso si sentiva impotente, che così spesso crollava al ricordo dell’orrore, ha agito con incrollabile determinazione per salvare il suo onore e la dignità sua e di suo fratello. “Non l’ho denunciato per soldi, cercavo solo la verità e volevo riabilitare il nostro onore”, ha dichiarato a questo giornale in una lunga e sincera intervista.

    Il quotidiano La Opinión-El Correo de Zamora ha raccontato a puntate la terribile esperienza vissuta dai gemelli grazie alla storia di Javier , all’epoca noto con le iniziali FL. Egli rivelò di essersi sentito “ingannato” dallo svolgimento del processo canonico e lo espresse nuovamente in una lettera a Papa Francesco, “con il cuore in gola e spezzato dal dolore”, dopo le “false promesse” di risarcimento per l’accaduto.

    «Che prezzo darebbe alla sua infanzia?» gli chiese il giudice canonico durante il processo. «Vedendo che non sapevo cosa rispondere, il reverendo Giulio disse: “Se le offrissimo cinquantamila euro, potrebbe offendersi”. Sentendo ciò, chiesi se si riferissero a un risarcimento in denaro. La risposta di entrambi i presenti fu: “Certamente”. Non sapevo cosa dire, né quale somma proporre. Allora il reverendo Giulio aggiunse: “Si fidi di questi due sacerdoti e faccia come si fa in altre parti del mondo”. Così feci». Erano tutte bugie. «Santità, come crede che mi senta?» chiese a Francesco I in quel momento.

    La reazione tiepida e incostante della Chiesa si è scontrata con l’inaspettata e problematica battuta d’arresto della pubblicazione del caso su questo giornale, e in seguito con il sostegno degli ex compagni di classe dei gemelli che hanno corroborato la versione dei fatti di Javier. Ben 25 ex seminaristi di La Bañeza e Astorga hanno appoggiato l’accusa contro Ramos Gordón e, cosa per cui Javier si era tanto battuto, hanno chiesto che coloro che avevano insabbiato la vicenda rispondessero delle loro azioni. Si trattava di tutor e professori dei seminari, uomini identificati per nome, “che, pur sapendo cosa stava succedendo e avendo il dovere di impedirlo, non lo hanno fatto”. Non si sono mai assunti la responsabilità, né alcuno gliel’ha mai chiesta.

    “Un’immensa gratitudine”
    Quegli stessi colleghi del denunciante hanno organizzato una manifestazione insolita per le vie di Astorga, guidati da uno striscione con la scritta: “Lo abbiamo subito tutti, e loro l’hanno insabbiato. Siamo tutti vittime”. Mai prima d’ora si era verificato un evento simile presso la diocesi. “Provo un’enorme gratitudine verso quegli ex colleghi che erano al mio fianco quando ho iniziato questa battaglia; li ho sempre tenuti a mente e il sostegno che mi hanno dato è stato molto importante per me”, ha detto Javier con gratitudine.

    La sua denuncia ha incoraggiato altri ex seminaristi a seguire la stessa strada. Come Emiliano Fernández di León, che non ha esitato a scendere in piazza ad Astorga con il suo immancabile striscione per chiedere giustizia. “Siamo stati distrutti. Fermare gli abusi sessuali è un’impresa monumentale. Giustizia!” gridava al passaggio dei cortei . Emiliano è scomparso, ma avrebbe sicuramente accompagnato Javier fino alla fine nella lotta per la giustizia e avrebbe accolto con favore l’accordo tra il Governo e la Chiesa cattolica per un risarcimento completo alle vittime di abusi sessuali.

    Il percorso di Javier è stato costellato di disillusioni e delusioni, di promesse non mantenute. Ha incontrato gli ultimi tre presidenti della Conferenza Episcopale: Ricardo Blázquez, Juan José Omella e l’attuale, Luis Arguello . Ha ricevuto “conforto e parole gentili”, sebbene con Arguello abbia ammesso: “qualcosa è cambiato”.

    Spinto dalla promessa di una probabile vittoria e di un accordo potenzialmente redditizio, Javier fu avvicinato da avvocati opportunisti, alcuni dei quali sedicenti esperti di diritto canonico, convinti di aver fatto centro. E la vittima, desiderosa di giustizia e risarcimento, si lasciò convincere. Affidò il suo caso a presunti professionisti che gli assicurarono un indennizzo per i danni subiti. Tutto si rivelò inutile.

    Allo stesso modo, nel contesto del “caso Ramos Gordón” e di altri casi che hanno fatto notizia, è nata l’Associazione Nazionale per l’Infanzia Rubata, con Javier tra i fondatori e presieduta da Juan Cuatrecasas, padre di uno studente della scuola Gaztelueta, che ha ottenuto la condanna di un insegnante dell’Opus Dei che aveva abusato di suo figlio. La creazione dell’Associazione per l’Infanzia Rubata è stata un passo decisivo in quanto ha unito le vittime nella lotta per la giustizia, fornendo una piattaforma a coloro che fino ad allora avevano agito da soli nelle loro denunce.

    Grazie al suo intervento, Javier e altre vittime sono arrivati ​​a Roma, alla Conferenza Episcopale e al Consiglio d’Europa , che hanno approvato il riconoscimento e il risarcimento per le vittime europee di abusi sessuali e maltrattamenti fisici e psicologici. Si sono inoltre rivolti al Congresso dei Deputati, al Difensore civico e al Governo spagnolo.

    È il massimo organo esecutivo che ha avviato il negoziato con la Conferenza Episcopale, la quale, non senza superare ostacoli e con la spinta decisiva del Vaticano, ha forgiato uno storico accordo per la riparazione integrale delle vittime di abusi sessuali commessi all’interno della Chiesa.

    “Non sarebbe mai dovuto succedere”
    L’accordo è stato firmato l’8 gennaio 2026 dal Ministro della Presidenza, della Giustizia e dei Rapporti con le Cortes, Félix Bolaños; dal Presidente della Conferenza Episcopale Spagnola, Luis Argüello; e dal Presidente della Conferenza Spagnola dei Religiosi, Jesús Díaz Sariego . “Dopo decenni di silenzio e insabbiamenti, dopo aver incontrato un muro, oggi possiamo affermare che la democrazia spagnola sta adempiendo ai suoi obblighi nei confronti delle vittime di abusi”, ha sottolineato il Ministro della Presidenza Javier Bolaños.

    Il giorno seguente, un gruppo di vittime, tra cui Javier, fu ricevuto dal Primo Ministro Pedro Sánchez al Palazzo della Moncloa.

    https://www.laopiniondezamora.es/comarcas/2026/01/11/javier-triunfo-caso-ramos-gordon-125558347.html

  • Sopravvissuti abusi a Consiglio regionale sardo, ‘vittime ignorate’

    Sopravvissuti abusi a Consiglio regionale sardo, ‘vittime ignorate’

    (ANSA) – ROMA, 10 MAR – “Non basta realizzare sportelli diocesani per pensare di aver tutelato le vittime, queste vanno soccorse e risarcite, soprattutto alla luce della recente indagine svolta dall’Associazione La Rete L’Abuso proprio sugli sportelli che mette in luce gli scarsi risultati ottenuti dalle iniziative diocesane. Come non è una garanzia avvalersi di ‘professionalità formate e competenti’, quando poi i preti denunciati agli sportelli o condannati dalla giustizia italiana, non vengono rimossi ma addirittura reintegrati dopo il carcere, tornando inevitabilmente a contatto con minori. Casi che registriamo anche in Sardegna”.

    E’ quanto scrive in una lettera aperta al Consiglio regionale della Sardegna, il portavoce dell’Associazione di vittime del clero, Francesco Zanardi.
    Zanardi, tra l’altro, è proprio il ‘rappresentante’ delle vittime italiane che ha mediato il primo incontro tra vittime del clero in Italia e Conferenza episcopale italiana, svoltosi nella sede della Cei a Roma con il cardinale Matteo Zuppi nel maggio del 2023.

    “Prendo spunto dall’importante vicenda che ha recentemente coinvolto la Garante regionale dell’infanzia e dell’adolescenza, Carla Puligheddu, il Presidente del Consiglio Regionale Sardo, Piero Comandini, e la Conferenza episcopale sarda, rappresentata dal presidente monsignor Antonello Mura – scrive Zanardi – , al fine di condividere con i destinatari della lettera alcune considerazioni. Nel mese di gennaio scorso, la Garante ha formalmente invitato la Ces a collaborare attivamente con la magistratura italiana per garantire la tutela delle vittime di abusi sessuali commessi da membri del Clero. Dopo quarantotto giorni, la Ces ha replicato contestando l’accuratezza dei dati, ritenendoli infondati. Tuttavia, i dati citati dalla Garante provengono dalle rilevazioni effettuate dalla mia associazione nel corso degli anni e pubblicati online il 24 ottobre 2025”.

    Zanardi quindi entra nel merito della realtà sarda: “Ho inoltre informato la Garante di due casi di abuso avvenuti in Sardegna sui quali, al momento, non è stato possibile intervenire: in un caso la vittima non si sente ancora pronta a presentare denuncia alla magistratura, mentre nell’altro il reato risulta prescritto secondo la legge italiana. Di fronte a situazioni concrete come queste, ci si chiede quale azione di tutela consiglierebbero i ‘professionisti formati e competenti’.

    È evidente che la posizione presa dal Consiglio Regionale sardo, in linea con le critiche espresse dalla Ces, nei confronti dei sopravvissuti sardi, delle loro famiglie e della stessa Garante, abbia gravemente ignorato la realtà dei fatti e dei numeri, impedendo alle istituzioni (civili ed ecclesiastiche) di favorire interventi adeguati di tutela”. (ANSA).
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  • Lettera aperta al Consiglio regionale della Sardegna, alla Conferenza Episcopale Sarda CES, alla società  civile

    Lettera aperta al Consiglio regionale della Sardegna, alla Conferenza Episcopale Sarda CES, alla società civile

    Al Presidente del Consiglio regionale della Sardegna

    On. Giampietro Comandini

    Spett.le Conferenza Episcopale Sarda

    Alla cortese attenzione del Presidente

    S.E.R. Monsignor Antonello Mura

    e.p.c.

    Alla Garante dell’infanzia e dell’adolescenza della Regione Sardegna

    Carla Pugligheddu

    Gentili Signori

    Mi chiamo Francesco Zanardi, ho 56 anni e sono sopravvissuto agli abusi sessuali di un prete. In qualità di portavoce di una rete composta da vittime e dalle loro famiglie ( Rete L’Abuso ), intendo mettere in evidenza che il problema riguarda non solo le persone direttamente coinvolte, ma anche i nuclei familiari, quindi un numero considerevole di cittadini.

    Prendo spunto dall’importante vicenda che ha recentemente coinvolto la Garante regionale dell’infanzia e dell’adolescenza, Carla Puligheddu, il Presidente del Consiglio Regionale Sardo, Piero Comandini, e la Conferenza Episcopale Sarda, rappresentata dal presidente monsignor Antonello Mura, al fine di condividere con i destinatari della lettera alcune considerazioni. Nel mese di gennaio scorso, la Garante ha formalmente invitato la CES a collaborare attivamente con la magistratura italiana per garantire la tutela delle vittime di abusi sessuali commessi da membri del Clero. Dopo quarantotto giorni, la CES ha replicato contestando l’accuratezza dei dati, ritenendoli non fondati. Tuttavia, i dati citati dalla Garante provengono dalle rilevazioni effettuate dalla mia associazione nel corso degli anni e pubblicati online il 24 ottobre 2025.

    Premesso che lo scorso ottobre la stessa Commissione Pontificia per la tutela dei minori, nel suo rapporto periodico ha indicato la Conferenza Episcopale Italiana all’ultimo posto in materia di tutela dei minori, vale la pena ricordare, le cifre dichiarate dalla stessa CEI dal 2000 a oggi:

    Il 25/05/2010 è il segretario della CEI monsignor Mariano Crociata a dichiarare a margine di una conferenza stampa 100 casi registrati dal 2000 al 2010.

    Il 3/02/2022 la diocesi di Bolzano dichiarerà altri 100 casi registrati nella sola diocesi.

    Il 28/05/2022 il presidente della CEI monsignor Matteo Zuppi dichiara pubblicamente 613 casi italiani registrati dal 2010, già in possesso del Dicastero per la dottrina della fede. Nella stessa occasione annuncerà anche in Italia la costituzione di una commissione d’inchiesta alla quale aggiungeranno anche i casi registrati dai neonati sportelli diocesani. Commissione d’inchiesta di cui, ad oggi, non si sa nulla.

    Il 17/11/2022 la CEI dichiara, nel suo primo report, che gli sportelli diocesani registrano nel solo biennio 2020 – 2021 68 casi.

    Il 16/11/2023, nel secondo report CEI, emergono nel solo anno 2022 altri 32 casi registrati dagli sportelli.

    Il 20/01/2025 sarà nuovamente la diocesi di Bolzano a dichiarare 41 nuovi casi.

    Il 28/05/2025 la Cei rivelerà nel suo terzo rapporto, altri 69 casi riferiti all’anno 2024.

    Il 7/11/2025 la diocesi di Bolzano dichiarerà ulteriori 30 casi.

    Il totale dei casi dichiarati, in linea con quelli riscontrati dall’Osservatorio di Rete L’Abuso, è quindi pari a 1053 a partire dall’anno 2000.

    È tuttavia importante rilevare che i dati nazionali dichiarati dalla CEI risultano incompleti: sono privi di riferimenti alla localizzazione geografica dei casi, dei nominativi degli autori dei reati, dei provvedimenti adottati dalla Chiesa nei confronti degli abusatori, della loro attuale collocazione, nonché delle forme di sostegno e assistenza eventualmente fornite alle vittime. Mentre in quindici anni di attività, Rete L’ABUSO, grazie alle vittime sopravvissute, ha integrato i dati della CEI fornendo informazioni su localizzazione dei casi e provvedimenti adottati, contribuendo a colmare le lacune dei dati ufficiali.

    Va quindi riconosciuto il lavoro svolto dall’Associazione dei sopravvissuti agli abusi sessuali del clero Rete L’ABUSO, che CEI e CEF dovrebbero ringraziare anziché offendere e denigrare.

    Grazie anche al contributo diretto dei sopravvissuti che ne fanno parte, Rete L’ABUSO ha censito i casi, potendo così dimostrare che quei “numeri e dati senza nessun reale fondamento”, come definiti dalla CEI, risultano attendibili, sebbene con una lieve sottostima di poco meno di cento casi.

    L’associazione, infatti, conta in data odierna, sul database pubblico messo a disposizione dei cittadini 1156 casi contro i 1053 dichiarati dalla CEI.

    Un’altra riflessione importante che condividiamo con voi è la seguente: non basta realizzare sportelli diocesani per pensare di aver tutelato le vittime, queste vanno soccorse e risarcite, soprattutto alla luce della recente indagine svolta dall’Associazione La Rete proprio sugli sportelli che mette in luce gli scarsi risultati ottenuti dalle iniziative diocesane.

    Come non è una garanzia avvalersi di “professionalità formate e competenti”, quando poi i preti denunciati agli sportelli o condannati dalla giustizia italiana, non vengono rimossi ma addirittura reintegrati dopo il carcere, tornando inevitabilmente a contatto con minori. Casi che registriamo anche in Sardegna.

    Ho inoltre informato la Garante di due casi di abuso avvenuti in Sardegna sui quali, al momento, non è stato possibile intervenire: in un caso la vittima non si sente ancora pronta a presentare denuncia alla magistratura, mentre nell’altro il reato risulta prescritto secondo la legge italiana. Di fronte a situazioni concrete come queste, ci si chiede quale azione di tutela consiglierebbero i ‘professionisti formati e competenti’.

    È evidente che la posizione presa dal Consiglio Regionale sardo, in linea con le critiche espresse dalla CES, nei confronti dei sopravvissuti sardi, delle loro famiglie e della stessa Garante, abbia gravemente ignorato la realtà dei fatti e dei numeri, impedendo alle istituzioni (civili ed ecclesiastiche) di favorire interventi adeguati di tutela.

    Proseguo con una ulteriore e importante riflessione: il Comitato per i diritti dell’infanzia delle Nazioni Unite, nel suo ultimo rapporto, esprime preoccupazione per il caso Italia:

    “il Comitato è preoccupato per i numerosi casi di bambini vittime di abusi sessuali da parte di personale religioso della Chiesa Cattolica nel territorio dello Stato Membro e per il basso numero di indagini criminali e azioni penali da parte della magistratura italiana. Con riferimento alle sue precedenti raccomandazioni (CRC / C / ITA / CO / 3-4, par. 75) e al commento generale n. 13 (2011) sul diritto del bambino alla libertà e contro tutte le forme di violenza nei suoi confronti e prendendo atto dell’Obiettivo 16.2 per lo Sviluppo Sostenibile, il Comitato raccomanda all’Italia di:

    (a) Adottare, con il coinvolgimento attivo dei bambini, un nuovo piano nazionale per prevenire e combattere l’abuso e lo sfruttamento sessuale dei bambini e assicurarne l’uniforme implementazione su tutto il suo territorio e a tutti i livelli di governo;

    (b) Istituire una commissione d’inchiesta indipendente e imparziale per esaminare tutti i casi di abuso sessuale di bambini da parte di personale religioso della Chiesa Cattolica;

    (c) Garantire l’indagine trasparente ed efficace di tutti i casi di violenza sessuale presumibilmente commessi da personale religioso della Chiesa Cattolica, il perseguimento dei presunti autori, l’adeguata punizione penale di coloro che sono stati giudicati colpevoli, e il risarcimento e la riabilitazione delle vittime minorenni, comprese coloro che sono diventate adulte;

    (d) Stabilire canali sensibili ai bambini, per i bambini e altri, per riferire sulle violenze subite;

    (e) Proteggere i bambini da ulteriori abusi, tra l’altro assicurando che alle persone condannate per abuso di minori sia impedito e dissuaso il contatto con i bambini, in particolare a livello professionale;

    (f) Intraprendere tutti gli sforzi nei confronti della Santa Sede per rimuovere gli ostacoli all’efficacia dei procedimenti penali contro il personale religioso della Chiesa Cattolica sospettato di violenza su minori, in particolare nei Patti Lateranensi rivisti nel 1985, per combattere l’impunità di tali atti;

    (g) Rendere obbligatorio per tutti, anche per il personale religioso della Chiesa Cattolica, la segnalazione di qualsiasi caso di presunta violenza su minori alle autorità competenti dello Stato Membro;

    (h) Modificare la legislazione che attua la Convenzione di Lanzarote in modo da garantire che non escluda il volontariato, compreso il personale religioso della Chiesa Cattolica, dai suoi strumenti di prevenzione e protezione.”

    A questo proposito segnalo che l’Italia è stata superata da paesi come Francia, Belgio, Spagna e via dicendo che, tramite la costituzione di Commissioni indipendenti atte a svolgere indagini sugli abusi clericali, hanno organizzato strutture idonee all’accoglienza delle vittime e a risarcimenti economici adeguati.

    Per esempio, la Francia, che conta un numero di sacerdoti ben inferiore, circa 21.000 contro i 31.000 dell’Italia, ha rilevato che i 3000 sacerdoti pedofili censiti, abbiano prodotto ben 330.000 vittime tra i cittadini francesi.

    Restando a completa disposizione del Presidente Comandini, l’Associazione La Rete rinnova la propria fiducia nella Garante Carla Puligheddu, rimasta vittima di pregiudizi e di una strumentalizzazione che ha coinvolto anche il Consiglio Regionale della Sardegna.

    Con ossequio

    Francesco Zanardi – Portavoce Rete L’ABUSO

    Anna Ipata – Referente Coordinamento famiglie sopravvissuti

    Ludovica Eugenio – Portavoce Coordinamento Italy Churc Too

    Emanuela Provera – Giornalista indipendente

  • ABUSI CLERICALI IN SARDEGNA: LA GARANTE DENUNCIA, I VESCOVI L’ATTACCANO

    ABUSI CLERICALI IN SARDEGNA: LA GARANTE DENUNCIA, I VESCOVI L’ATTACCANO

    SASSARI-ADISTA. Mentre l’unica – di fatto – associazione italiana di vittime di abusi sessuali clericali, Rete L’Abuso, rende pubblico il suo ultimo lavoro di analisi con un report che illustra l’indagine, durata due anni, sugli sportelli diocesani per le vittime (ne parleremo prossimamente), in Sardegna prende corpo la rappresentazione plastica di quanto nel nostro Paese le persone abusate continuino a essere sullo sfondo e di quanto la Chiesa metta in primo piano il salvataggio dell’immagine dell’istituzione.

    Il 14 gennaio scorso, la Garante regionale per l’Infanzia e l’adolescenza della Sardegna Carla Puligheddu (FI), sulla scorta dei dati sortiti dal Report sugli abusi dell’Osservatorio di Rete L’Abuso, invia una lettera a mons. Giuseppe Baturi, arcivescovo di Cagliari nonché segretario della Cei, e alla Conferenza episcopale sarda (CES), per denunciare la gravità della situazione e cercare un dialogo con la Chiesa isolana in merito alla realtà degli abusi. Di questa lettera dà notizia la stampa sarda, riportando la denuncia della Garante, preoccupata soprattutto che su 37 casi pervenuti (2000-2025), 30 appartengono al sommerso. A fronte di quasi 200 vittime note, ci sono appena 5 condanne definitive. Questo significa che la quasi totalità delle persone abusate non ha ottenuto giustizia, né in sede civile né in quella canonica». E aggiunge: «Per 35 casi su 37 non risulta nemmeno avviato un procedimento nella Chiesa».

    Alla lettera seguono 48 giorni di silenzio assoluto. Il primo marzo, un’intervista a Puligheddu realizzata e mandata in onda dalla RAI, in vista dello scadere del suo mandato, focalizza l’attenzione proprio sul tema degli abusi. Solo a quel punto il tenace silenzio delle gerarchie si interrompe. Il 3 marzo, in un comunicato dai toni aspri affidato all’Ansa, i vescovi sardi esprimono «sconcerto e rammarico» per le dichiarazioni della garante, «non per la gravità dell’argomento che riguarda l’intera società, e che vede la Chiesa – in Sardegna, in Italia e nel mondo – contrastare il fenomeno con la sensibilizzazione e la formazione, ma per la superficialità e la disinvoltura con la quale sono state esposte dalla stessa Garante numeri e dati senza nessun reale fondamento, nonché per la gratuità di riferimenti e di accuse di rilevanza penale che i vescovi respingono con determinazione e sdegno». I dati dell’Osservatorio di Rete l’Abuso, insomma, non sarebbero che «notizie destituite da qualsiasi fondamento», che espongono «un’istituzione del Consiglio regionale a una comunicazione senza nessun dato credibile». «Si conferma – proseguono i vescovi sardi – che tutte le Diocesi si sono dotate di un Servizio diocesano o inter-diocesano per la tutela dei minori e degli adulti vulnerabili, avvalendosi di professionalità formate e competenti, che animano i centri di ascolto territoriali. In tutte le Chiese locali c’è la ferma consapevolezza che questo sia un cammino imprescindibile e inarrestabile, da percorrere con coraggio e con spirito di collaborazione tra tutti i soggetti in causa». Uno spirito di collaborazione che, tuttavia, non pare essere stato messo in campo dalla Chiesa sarda, che invece di cercare un’interlocuzione con la Garante o con Rete L’Abuso si difende attaccando.

    Puligheddu, però, non si lascia intimorire. «Io non ho fatto altro che il mio dovere di garante», dichiara al quotidiano Unione sarda (3/3); «Ho divulgato dei dati che riguardano fatti che vedono dei minori come vittime. Fuori dalla Chiesa, soprattutto, perché i numeri peggiori arrivano dalle famiglie. Ma anche al suo interno». I vescovi, rilancia, «si guardassero in casa, anziché rilasciare note che definirei “velate minacce”. E se scoprono abusi mandino gli atti al tribunale ordinario, anziché procedere con trasferimenti di chi viene coinvolto». E «contestino l’Osservatorio, non me», afferma in merito all’accusa della Cei sulla non attendibilità dei dati utilizzati.

    Il Consiglio regionale «si dissocia»

    La ciliegina sulla torta nella vicenda è arrivata a stretto giro, lo stesso 3 marzo, con un comunicato del Consiglio regionale della Sardegna. Il presidente Piero Comandini (PD), vi si legge, «interviene a seguito della nota inviata oggi dalla Conferenza Episcopale Sarda, ricordando che la legge che ha istituito il Garante regionale per l’infanzia e l’adolescenza, prescrive che svolga la propria attività in piena autonomia e con indipendenza di giudizio e valutazione, senza essere sottoposto ad alcuna forma di controllo gerarchico e funzionale». E fin qui, tutto bene. Poi, però, afferma testualmente il presidente Comandini, «Pur nel rispetto della norma e della piena autonomia dell’attuale Garante, come rappresentanti del Consiglio regionale prendiamo le distanze dalle dichiarazioni rese alla stampa sul tema degli abusi ai danni di minori da parte di appartenenti al clero. Riteniamo che temi così importanti e delicati debbano essere affrontati con estrema attenzione, rispetto e autorevolezza. La generalizzazione e il sensazionalismo non favoriscono né aiutano la ricerca della verità e il difficile percorso avviato da tempo dalla stessa Chiesa». Quasi una difesa d’ufficio della CEI.

    «Pessimi segnali»

    Quanto è avvenuto è grave e triste – ci ha detto Francesco Zanardi, fondatore e presidente della Rete l’Abuso – È un brutto segnale della pessima politica che abbiamo in Italia perché il Consiglio regionale della Sardegna si è dissociato dalle affermazioni della Garante Puligheddu. Ed è triste l’invadenza della Chiesa nella politica: hanno attaccato lei, non Rete L’Abuso. Questo dà un altro segnale:  che è inutile che dicano che agiscano in favore delle vittime. In realtà le vittime non le vogliono tra i piedi. Il fatto che si continui ostinatamente a non considerare l’attività della Rete – che è delle vittime – è un segnale tristissimo. In ogni caso, quel report è già davanti al Governo italiano. L’Onu, la settimana scorsa, ne ha chiesto conto al Governo italiano».

    Grande amarezza anche da parte della garante Puligheddu, che per la sua controreplica ha dovuto contattare personalmente i giornalisti delle testate sarde, stante l’imbarazzo dell’ufficio stampa del Consiglio regionale nel diffondere il suo comunicato, che parla del «silenzio» e delle dichiarazioni miranti a prendere «distanza dalla posizione dell’Autorità di garanzia che da tre anni opera all’interno del Consiglio regionale, quasi fosse un corpo estraneo, un elemento di disturbo del quale liberarsi al più presto». «Prima di ogni altra considerazione – dichiara – parla la mia testimonianza di fedele cattolica praticante, la mia vita specchiata e rispettosa delle Istituzioni civili e religiose, la mia integrità morale nell’esercizio di un ruolo che indiscutibilmente è sempre stato dalla parte dei bambini»; «La mia posizione è netta e trasparente, non arretra di un millimetro. Anzi. Non mi risulta che la Conferenza Episcopale Sarda abbia avviato azioni legali per contrastare i dati dell’Osservatorio permanente sull’abuso ma auspico lo faccia quanto prima. Le procure dei tribunali avranno modo di verificare le contestazioni, e contestualmente le diffamazioni al momento rivolte contro l’unica figura di garanzia che agisce a tutela dei bambini non degli adulti». «Ciò che stride – afferma, secondo quanto si legge su La Nuova Sardegna – , è il silenzio omertoso da parte delle istituzioni politiche e religiose in questi 48 giorni, durante i quali anziché discutere all’interno delle loro Aule nell’ottica della tutela dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, hanno preferito eludere nel merito la grave “questione” stigmatizzata dalla Garante».

    Nel frattempo, Puligheddu, che abbiamo contattato, ha annunciato a Adista la sua intenzione di inviare il dossier all’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza. A sostenerla, in primo luogo Rete l’Abuso: «l’impegno di Carla Puligheddu nella tutela dei minori – si legge sul sito dell’Associazione – è sempre stato più che lodevole. Tra i venti garanti per i diritti dell’infanzia che “manteniamo” in Italia, solo due risposero al nostro report, Puligheddu è una di queste». «Meno lodevole, e misogina a nostro avviso, la modalità con cui la Chiesa si è rivolta alla garante contestando un dato che evidentemente poco importava, tanto che se ne accorgono mesi dopo». «La garante non mente, i dati coincidono con il dato fornito da Cei» conclude Zanardi.

    E poi, il sostegno di numerosi preti della regione. «C’è solo tristezza e vergogna. E desiderio di chiarezza, giustizia e verità», ha scritto su Facebook il 15 gennaio il salesiano sassarese don Gaetano Galia. «Il silenzio è complicità e non voglio essere complice di questi reati. Abusare di un bambino è come ucciderlo». (ludovica eugenio)

  • Pedofilia e sportelli diocesani “tendenti all’insabbiamento”, dati shock della “Rete L’Abuso”

    Pedofilia e sportelli diocesani “tendenti all’insabbiamento”, dati shock della “Rete L’Abuso”

    ROMA – La Rete L’Abuso, che tutela le vittime di pedofilia, ha presentato i risultati ottenuti sugli sportelli diocesani, a seguito di “un viaggio per le diocesi italiane durato quasi due anni“. Attraverso i sopravvissuti è riuscita ad entrare dentro gli sportelli, documentando quanto accade. Il dossier è stato illustrato dal portavoce Francesco Zanardi insieme a un sopravvissuto del clero di Bolzano (caso canonicamente chiuso nel 2025) e all’avvocato Mario Caligiuri.

    “Quello che abbiamo rilevato è omogeneo, in 32 sportelli diocesani analizzati si riscontrano preti non sanzionati, difficoltà di accesso agli atti, molti sacerdoti che restano ancora anonimi, e soprattutto pratiche di spostamento da una diocesi all’altra” omettendo di “fare in modo che questi non tornino a contatto con minori”.

    Pedofilia e sportelli diocesani: la Rete L’Abuso

    In alcuni casi, spiega Zanardi, “lo abbiamo fatto anonimamente mentre in altri ci siamo presentati come Associazione, insieme al sopravvissuto, per capire quale fosse il differente approccio”. Attualmente in Italia sono presenti sportelli in 130 diocesi su 226. L’indagine ha toccato Lombardia, Toscana, Calabria, Basilicata, Lazio, Sicilia, Veneto, Emilia Romagna, Campania, Liguria e la diocesi di Bolzano, ritenuta tra le più avanzate nella prevenzione. “Qual era l’aspettativa della vittime? Quella del manifesto di papa Francesco: tolleranza zero, prevenzione e controllo. Ma non è così”.

    Il ruolo del vescovo e le procedure

    Secondo l’Associazione, quella degli sportelli appare “una estensione di una struttura blindata”. “È lo sportello che comunica i dati al vescovo e così non ci va più la vittima dal vescovo ma i dati mandati appunto attraverso lo sportello. Tuttavia è sempre il vescovo a decidere se fare o no l’indagine previa”.

    Le vittime, viene spiegato, devono firmare un consenso informato che non farebbe riferimento ai due procedimenti, quello canonico e quello civile. L’operatore che raccoglie la testimonianza sarebbe spesso un volontario, e la deposizione resterebbe allo sportello senza rilascio di copia.

    “Non si chiedono le circostanze dell’abuso”

    “Spesso – continua Zanardi – non viene chiesto nemmeno il nome del prete presunto abusatore. Vengono fatte domande come, erano informati i genitori? Quali altre persone sono informate? Mentre non chiedono molto sul fatto in sé, sembra quasi non interessare l’argomento, si chiede quando sono accaduti questi fatti, e viene fatto notare che c’è la prescrizione, quindi che cosa accade psicologicamente alla vittima? Per la vittima che va allo sportello facendosi forte di quello che ha subìto, cambia la situazione psicologica, chi è allo sportello ha il coltello dalla parte del manico”. Zanardi insiste sul fatto che dall’indagine emerge che “non ci sono domande sulle circostanze dell’abuso”.

    Supporto psicologico e contributi economici

    “Tranne l’accompagnamento alla denuncia, in nessun caso abbiamo visto che sia stato proposto un supporto psicologico o un qualche intervento per la vittima”. Nei casi di richiesta di contributo per spese mediche o psicologiche, in pochi episodi sarebbe stata offerta una somma di cinquemila euro, ma con accordo di riservatezza tra le parti e “a titolo di aiuto per esempio per gli studi non per gli abusi (non come risarcimento)”. Una denuncia che riaccende il dibattito sulla gestione delle segnalazioni di abusi nelle diocesi italiane e sull’effettiva applicazione della linea della “tolleranza zero”.

    Pedofilia e sportelli diocesani “tendenti all’insabbiamento”, dati shock della “Rete L’Abuso”