Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Papa Francesco sarà denunciato alle Nazioni Unite per aver nascosto il caso Próvolo

    Papa Francesco sarà denunciato alle Nazioni Unite per aver nascosto il caso Próvolo

    Per Máximo Paz, per ANRed – Le derivazioni dei casi enfatici verificatisi a Mendoza dai molteplici attacchi sessuali di preti su bambini sordi all’Istituto Cattolico Antonio Próvolo di Luján de Cuyo continuano il loro percorso di denuncia. Dopo che nel novembre dello scorso anno il reclamo ha raggiunto una marcata condanna nei confronti degli autori di abusi, le vittime, insieme ai loro avvocati, riveleranno all’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU) un documento contro il Vaticano che descriverà in dettaglio le accuse di azioni di occultamento nel processo di giudizio.

    Gli avvocati Sergio Salinas e Lucas Lecour – membri dell’Associazione Xumek, una comunità dedicata alla promozione e alla difesa dei diritti dei bambini – e quattro vittime dirette, su invito di Ending Clergy Abuse (ECA), una ONG dedicata all’argomento degli abusi sessuali perpetrati da religiosi in tutto il mondo, sarà la delegazione che presenterà il mese prossimo presso la sede delle Nazioni Unite a Ginevra, in Svizzera, un rapporto in cui Papa Francesco e la Chiesa cattolica saranno accusati di aver coperto gli atti criminali e la mancanza di collaborazione nel già storico processo noto come “Caso Provolo”. Denunce attraverso la relazione saranno formulate specificamente in seno al Comitato contro la tortura e al Comitato sui diritti dell’infanzia dell’organizzazione internazionale.

    Sebbene tale strumento di imputazione sia in istanze preparatorie, le accuse nei confronti della Chiesa per insufficiente collaborazione nel famoso caso scoppiato a Mendoza è stata una costante che ha formato un cardine durante il processo giudiziario, che ha finito per condannare il sacerdote Nicola Corradi, il sacerdote Horacio Hugo Corbacho e il giardiniere Armando Ramón Gómez, rispettivamente a 44, 45 e 18 anni di prigione. Ancora di più: dopo la sentenza dello scorso novembre, il commissario apostolico Alberto Bochatey ha pubblicato una dichiarazione intitolata “Se un membro soffre, tutti soffrono con lui”, dove cerca di negare la denuncia e di rendere conto, a modo suo, dell’effettiva collaborazione del chiostro cattolico, messo alle strette per le accuse contro di lui. Tale pubblicazione non è stata sufficiente per l’accusa che ha affrontato la causa chiamando a deporre Dante Simón – un inviato speciale di Papa Bergoglio per agire come informatore e amministratore dello scandaloso processo – partendo da una denuncia, in cui l’inviato è stato accusato di aver ostacolato il percorso probatorio, ostruzione alla giustizia, disobbedienza e falsa testimonianza.

    In tal senso, si osserva che sebbene il processo penale abbia trovato la sua condanna in prima istanza, resta da sapere cosa si determinerà nei processi che saranno condotti nella giurisdizione civile, dove verrà stabilito il corrispettivo risarcimento economico per le vittime. Il procedimento civile è contro l’Opera di San José, il nome legale dell’Istituto Próvolo e, in solido, l’Arcivescovo potrebbe essere responsabile. In quella zona procedurale, in cui è posta in gioco l’aspetto monetario, oltre alla punizione, la Chiesa, come determinata dalla difesa degli abusi sessuali, passa anche a verdetti contorti basati sui loro interessi materiali. Senza andare oltre, all’inizio del mese in corso, un avvocato patrocinante – anche un membro dell’organizzazione di appartenenza di Salinas e Lecour -, mandò una lettera a Bergoglio stesso per denunciare la Chiesa sul suo atteggiamento nei confronti di ciò che ora si sviluppa attraverso la giurisdizione civile. Lì dice: «Solo pochi giorni fa e dopo che il tribunale penale ha condannato gli accusati per gli eventi accaduti, in una dimostrazione esemplare di attivismo giudiziario, una Camera civile ha convocato le parti per cercare di raggiungere un accordo in modo che le vittime abbiano un risarcimento. Tutti i tentativi non hanno avuto successo, da allora una Camera civile ha convocato le parti per cercare di raggiungere un accordo affinché le vittime ottengano un risarcimento. Tutti i tentativi non hanno avuto successo, da allora il dialogo con la controparte è stato come negoziare con una compagnia di assicurazioni. La priorità della controparte era compensare sempre al minor costo possibile. Va chiarito che con meno della metà del denaro ricevuto dall’Associazione per la vendita della proprietà in cui ha lavorato, è sufficiente a risarcire le vittime (in riferimento a dove ha lavorato l’Istituto Próvolo, che è stato chiuso e venduto). Bochatey, ipocritamente, fa dichiarazioni pubbliche di solidarietà con le persone colpite ma, privatamente, protegge meschino la tasca di un ordine i cui membri hanno abusato sessualmente di persone sordomute a Verona, La Plata e Mendoza.»

    Le denunce in Europa si svolgeranno tra il 14 e il 22 febbraio. La delegazione, a nome di tutti gli abusati, terrà incontri con numerose entità internazionali e ONG, al fine di rendere visibile il caso pilota in Argentina a livello internazionale, che ha completamente svelato le azioni dei sacerdoti in relazione ai crimini sessuali verso minori e vulnerabili.

    Va aggiunto che l’Onu quest’anno valuterà il Vaticano – come Stato – in relazione alle sue prestazioni in conformità con i regolamenti che emergono dalla Convenzione contro la tortura e dalla Convenzione sui diritti dell’infanzia, con l’antecedente negativo nella ultime decisioni dell’organizzazione internazionale prese nel 2014 , dove si è concluso che “la Santa Sede ha violato la Convenzione nei casi in cui è stata denunciata di abuso e ignorato le accuse, e che, per quanto ne sappiamo, è accaduto almeno cinquanta volte”, ha affermato il relatore del caso dalla commissione contro la tortura, Felice Gaer.

    Il tour includerà anche un passaggio attraverso l’Italia, dove incontreranno le vittime che hanno subito gli stessi attacchi, abusi e crimini a Verona. Come atto conclusivo, il gruppo delegato ha richiesto una visita a Roma a Papa Francesco, oltre ad altre autorità ecclesiastiche, al fine di presentare di persona il problema trasformato in un paradigma sull’abuso sessuale religioso.

    Il silenzio in risposta alla richiesta di incontri, fino ad oggi, da parte dello Stato della Chiesa cattolica e del suo leader, l’ex cardinale di Buenos Aires Jorge Bergoglio, ora Papa Francesco, è totale. Appare solo l’eco delle ultime notizie conosciute del mondo religioso: i 50 rosari benedetti dal più alto funzionario vaticano dato a militari condannati per crimini contro l’umanità. Rete L’ABUSO

    (traduzione con Google)

  • Gli abusi sessuali e la pedofilia nella chiesa – Intervista a Francesco Zanardi

    Gli abusi sessuali e la pedofilia nella chiesa – Intervista a Francesco Zanardi

    Attivismo, impegno e riflessioni da condividere: White Rabbit presenta le interviste #APEREVENT

    Siete pronti a incontrare gli eroi della nostra era?

    Il primo ospite è @Francesco Zanardi , attivista e presidente dell’associazione Rete L’abuso, un’associazione che si occupa di tutelare le vittime di abusi sessuali da parte del clero.

    Se vi dicessimo che tra la Chiesa e lo Stato c’è un tacito accordo che non condanna gli abusi e la pedofilia, ci credereste?

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  • Gli abusi e la pedofilia nella Chiesa – Francesco Zanardi

    Gli abusi e la pedofilia nella Chiesa – Francesco Zanardi

    Biella, 18 gennaio 2020 – Associazione Culturale White Rabbit Event

    Più di 40 persone sono presenti all’evento. Il relatore è Francesco Zanardi, Presidente dell’Associazione Rete L’ABUSO.

    Gli argomenti trattati rispondono a una serie di domande:

    Come l’Italia affronta il tema della pedofilia clericale? Si può parlare di “connivenza” tra Chiesa cattolica e Stato? Perché siamo arrivati all’intervento dell’Onu all’inizio del 2019?

    L’approfondimento di Francesco Zanardi lascia stupito il pubblico che non aveva idea della complessità dell’argomento. L’Onu si complimenta con l’Italia per aver creato l’Osservatorio per il contrasto alla pedofilia. Ma come è stato costituito questo Osservatorio? Di cosa si occupa? Perché Rete l’ABUSO è stata esclusa?

    Perché la prima denuncia di un abuso viene fatta all’interno della chiesa? Le vittime sono cattoliche… perché non dovrebbero fidarsi? Ciascuno si fida dell’organizzazione alla quale appartiene. Ma come avviene poi il processo canonico? Perché è un danno per la vittima?

    Dove scontano la pena i sacerdoti condannati dai tribunali civili? Perché la maggior parte non va in carcere? Si nomina il libro “Giustizia Divina” di Emanuela Provera e Federico Tulli, edizioni ChiareLettere che ha analizzato ampiamente questo aspetto.

    Si illustra il Report dell’Onu del febbraio 2019, punto per punto, e le domande del pubblico sorgono spontanee e numerose.

    Perché in Italia non c’è stata una commissione d’inchiesta come in diversi altri Paesi? È poi drammaticamente illustrata la proiezione dei dati che quantificano il fenomeno.

    Al termine dell’incontro, durante il buffet, si prosegue in un clima più colloquiale e l’interesse è davvero alto: per più di un’ora, oltre il termine dell’evento, nessuno lascia la sala.

    Lo staff di Rete L’ABUSO

  • In Francia al via il processo contro il prete pedofilo che fa tremare il cardinale Barbarin

    In Francia al via il processo contro il prete pedofilo che fa tremare il cardinale Barbarin

    Si è aperto in Francia il processo a carico dell’ex sacerdote e cappellano scout della diocesi di lione, Bernard Preynat, accusato di violenze sessuali su decine di minori, per le quali è stato destituito dal tribunale ecclesiastico. Il sacerdote, 74 anni, è al centro di una vicenda che da mesi sta facendo tremare la Chiesa cattolica d’oltralpe e, in particolare, i destini del cardinale Philippe Barbarin.

    Barbarin infatti, tuttora arcivescovo di Lione, sebbene abbia preso un periodo di ritiro e sia coadiuvato da un amministratore apostolico che ne svolge le funzioni, è in attesa della sentenza di appello dopo che, a marzo dell’anno scorso, il tribunale correzionale lionese lo ha condannato a sei mesi, con la condizionale, per non avere denunciato padre Preynat, colpevole di aggressioni sessuali quando era responsabile del gruppo scout Satin Luc di Sainte-Foy-les-Lyon, negli anni Settanta e Ottanta, dunque quando arcvivescovo di Lione era monsignor Albert Decourtray.

    Preynat fu denunciato nel 2015 da una delle vittime, Alexandre Hezez, ma Barbarin era al corrente da tempo delle molestie, perché era stato proprio Hezez a parlagliene l’anno prima, nel 2014. Ma addirittura, in un’intervista alla Croix del 2016, Barbarin disse di essere stato messo al corrente dei “comportamenti” di Preynat “verso il 2007-2008”. Un sacerdote ha anonimamente raccontato a Le Parisien di aver parlato della questione all’arcivescovo “dal 2002”. Le prime denunce giunte alla diocesi, ad ogni modo, rimontano al 1979. Il porporato, arcivescovo dal 2002, ne ha poi parlato allo stesso sacerdote nel 2010, che gli avrebbe riferito di non aver più compiuto molestie dal 1991. Ma ancora nel 2013 il sacerdote riceve dall’arcivescovo una promozione e continua a svolgere attività da parroco, sebbene lontano dagli scout. Solo nel 2015, quando parte la denuncia civile, il sacerdote, oggi 73enne, viene sottoposto al controllo giudiziario e, in attesa che si esaurisca un processo canonico, sospeso dalle sue funzioni. In prima linea nelle denunce, un’associazione di ex vittime che ha preso il nome La parole liberée perché, da quando ha preso l’iniziativa di denunciare pubblicamente gli abusi, ha permesso che la “parola si liberasse” e che venissero a galla molte altre denunce.

    Lo scorso luglio, Bernard Preynat è stato “giudicato colpevole di aver commesso reati sessuali contro minori di 16 anni” da un tribunale ecclesiastico. “Alla luce dei fatti e del loro ripetersi, del gran numero di vittime, del fatto che padre Bernard Preynat ha abusato dell’autorità conferitagli dalla sua posizione all’interno del gruppo scout da lui fondato e guidato fin dalla sua creazione, assumendo la doppia responsabilità di capo e cappellano, il tribunale ha deciso di applicare la massima pena prevista dalla legge della Chiesa in un caso del genere, cioè la dimissione dallo stato clericale”, si legge in una dichiarazione rilasciata al termine del processo penale e riportata da Vatican News.

    Il tribunale sta attualmente esaminando le richieste di risarcimento finanziario presentate da una ventina di vittime. E ora, un tribunale ha aperto per la prima volta un processo civile. Dovrà valutare se i crimini sono caduti in prescrizione, ma, secondo la stampa francese, il sacerdote rischia fino a dieci anni di prigione. La vicenda è al centro di un film di successo, “Grace a Dieu” di Francois Ozon, che prende il titolo, Grazie a Dio, da un’espressione utilizzata in una conferenza stampa da Barbarin, quando disse che “la maggioranza dei fatti grazie a Dio è prescritta ma altri forse no, sarà la giustizia a decidere”. La giornalista Isabelle de Gaulmyn, lionese, caporedattrice del giornale cattolico La Croix, ha scritto un libro che ricostruisce con precisione l’intera vicenda e, in particolare, il silenzio che ha lungamente circondato, a tutti i livelli, gli abusi (“Histoire d’un silence”, storia di un silenzio).

    https://globalist.it/world/2020/01/13/in-francia-al-via-il-processo-contro-il-prete-pedofilo-che-fa-tremare-il-cardinale-barbarin-2051586.html

  • PRETI PEDOFILI; il Vaticano apre gli archivi, adesso tocca all’Italia rimuovere gli impedimenti legislativi

    PRETI PEDOFILI; il Vaticano apre gli archivi, adesso tocca all’Italia rimuovere gli impedimenti legislativi

    Nessun elogio a papa Francesco, a mio avviso, ha fatto l’azione di trasparenza che avrebbe dovuto fare ai tempi Wojtyla, di questo gliene diamo certamente il merito.

    Il Punto di Francesco Zanardi

    Molti lamentano il fatto che il papa abbia si, aperto gli archivi, ma non inserito, l’obbligo della denuncia per i vescovi.

    Ma spetta al papa farlo ? Soprattutto, sarebbe stato applicabile nel nostro ordinamento?

    A nostro avviso no, proprio partendo dal principio di sovranità dello Stato, spetta allo Stato stesso intervenire per stabilire regole sul proprio territorio e per i propri cittadini. Come hanno fatto gli altri paesi industrializzati, Francia, Svizzera e via dicendo.

    Mettiamo pure che il papa avesse anche inserito per i vescovi l’obbligo della denuncia, con le leggi attuali dello Stato italiano, troveremmo impossibile l’applicazione.

    Per esempio; la legge prevede fino ai 14 anni la facoltà di avvio di procedimenti autonomi da parte dell’Autorità Giudiziaria, la quale però, nel caso di segnalazione di terzi (per esempio un vescovo, la stessa Rete L’ABUSO o altra associazione), a meno che questi non siano dei Pubblici Ufficiali, non ha l’obbligo, ma facoltà di intervenire d’ufficio e per esperienza personale, posso dirvi che raramente accade.

    Dopo i 14 anni invece, necessita anche la querela di parte.

    Ed è qui che si materializza il macroscopico vuoto italiano, che oggi, dopo la rimozione del segreto pontificio da parte di Bergoglio, emerge ancora più evidente come il maggior impedimento, che troppo spesso non permette alla vittima di accedere alla giustizia, perchè si trova sola, perchè non si tiene conto dell’età e della capacità di un bambino, di comprendere prima, che ha subito un reato, poi, di denunciarlo. Per questo motivo i minori vanno maggiormente assistiti.

    A 15 anni dall’inizio dello scandalo italiano, malgrado le molteplici istanze fatte dall’Associazione, nelle quali si denunciano le gravi lacune del sistema e le inadempienze dello Strato italiano ( Interrogazione parlamentare – Diffida al Governo – Denuncia al Governo), l’ultima arrivata lo scorso febbraio dal Comitato per i diritti dell’infanzia delle Nazioni Unite, che espressamente chiede all’Italia di mettere mano al problema (par. 21), ad oggi, il Governo non ha ancora proferito parola in merito.

    Ancor meno ha suscitato l’interesse di alcuna forza politica in Italia, tranne quello dell’allora Deputato, oggi Senatore Matteo Mantero, che nel 2017 depositò l’interrogazione parlamentare di cui sopra, che giace tutt’ora inevasa sul sito della Camera dei Deputati, vittima dell’assordante silenzio degli Onorevoli colleghi.

    Ma perché l’apertura del Vaticano, ne esce penalizzata dallo Stato italiano e non concretizza giustizia per le vittime ?

    Per comprendere, è il caso di spiegare perché noi tecnici distinguiamo nettamente la pedofilia, dalla pedofilia clericale, dettagli che chi non è dentro spesso ignora, ma nei fatti, oltre a confondere le idee al pubblico, portano la vittima a non potere o a non riuscire ad accedere alla giustizia civile, spesso ritrovandosi prescritta.

    È importante capire che quando gli abusi sono commessi da un uomo di chiesa, si innesta una situazione che io definisco “eccezionale”.

    Questo accade perché nei casi di religiosi pedofili – a differenza dei normali pedofili – abbiamo due tribunali giudicanti, con due diverse finalità.

    Quello della chiesa, che si occupa del solo aspetto morale-religioso, che sana l’offesa a Dio, sulla base del sesto comandamento del decalogo, “non commettere atti impuri”.

    Spesso si pensa erroneamente che tutto si possa risolvere con il solo rito del tribunale canonico, ignorando che invece, serve anche quello parallelo dello Stato per rendere giustizia, questa volta alla vittima, ed infliggere una pena al colpevole.

    Per questo spesso si resta delusi dai soli processi canonici e dalle lievi pene inflitte dalla chiesa, perché ignoriamo la loro finalità, che non è quella di rendere giustizia alla vittima per il crimine subito, ma è quella di riparare il solo l’affronto a Dio. Per questo la pena per il sacerdote non va mai oltre la sospensione a divinis, nel peggiore dei casi la dimissione dallo stato clericale.

    Viene da se che i due tribunali, convivendo parallelamente, debbano essere entrambi informati, in modo da poter procedere nel raggiungimento dei rispettivi obbiettivi.

    La rimozione del segreto pontificio è un passo importante per la trasparenza della chiesa, che oggi si adegua agli altri stati, condividendo dati con la vittima e all’autorità giudiziaria, che finalmente potranno accedere agli atti.

    Passo importante ma non risolutivo.

    Ci sono infatti passi che vanno fatti anche da parte dell’Italia se non si vuole vanificare lo “strumento” offerto dal Vaticano.

    Inserire l’obbligo della denuncia che citavo prima, è fondamentale e, già da se, permetterebbe un grosso salto di qualità nel garantire concreta giustizia alla vittima, oltre a un maggiore contrasto alla pedofilia clericale.

    Per un fatto che definirei quasi “biologico”, la vittima di un reato, tendenzialmente denuncia nell’ambiente in cui lo subisce. In questi casi, indicativo il fatto che spesso si scopre che sacerdoti oggi chiamati a rispondere alla giustizia civile, in precedenza erano già stati giudicati per i medesimi reati dalla chiesa.

    La chiesa, per il fatto “biologico” di cui parlavo prima e, aggiungerei in questo caso, anche per deformazione cattolica, resterà sempre il primo luogo dove la vittima andrà a denunciare, oggi ancor di più, anche grazie agli sportelli per le vittime che si stanno attivando in tutte le diocesi.

    Ma manca il modo perché ne venga informata anche l’Autorità Giudiziaria, mancano i più basilari strumenti di prevenzione, come il certificato anti pedofilia, dalla cui esibizione il legislatore ha pensato bene di sollevare non solo i sacerdoti, ma l’intera categoria del volontariato, quella da sempre statisticamente più a rischio.

    Ad oggi, in barba a tutti i trattati ratificati, il nostro paese resta l’unico tra quelli più industrializzati, a non avere ancora attuato una politica concreta ed efficace per la protezione dei suoi piccoli cittadini.

    Un paese così arretrato che nel 2020 vive ancora episodi grotteschi, come quello avvenuto pochi mesi fa a Trentola Ducenta, dove una bimba di 11 anni, per essere creduta, si è trovata costretta a registrare col telefonino, le molestie del parroco.

    Zanardi

  • Uganda: Chiesa Cattolica sconvolta da scandali sessuali

    Uganda: Chiesa Cattolica sconvolta da scandali sessuali

    Il perdono a preti che nel 2017 si sarebbero macchiati di crimini sessuali fa discutere; l’opinione pubblica sempre più intollerante verso la giustizia interna della Chiesa cattolica

    Dopo lo scandalo sessuale che ha coinvolto Caritas International nella Repubblica Centrafricana, dove un missionario salesiano condannato per pedofilia in Belgio, Luk Delft, era diventato Segretario Generale della Caritas Centrafricana, abusando i minori beneficiari dell’assistenza umanitaria, un nuovo scandalo investe la Chiesa Cattolica in Uganda. Sempre a sfondo sessuale.

    In verità lo scandalo risale al 2017, quando il vescovo Reuben Kisembo, della Diocesi di Rwenzori, licenziò cinque preti accusati di atti sessuali immorali. Padre Joel Manyindo, parroco di Rwimi Aall Saints Church; Padre Jonathan Kyangasha cappellano dell’Istituto scolastico Chaplain Canon Apollo Teachers College; Padre Paul Kinyerere Mbusa Padre Felix Batalingaya e Padre Abel Alinaitwe che operavano presso la parrocchia di Hakibaale.

    La decisione del Vescovo Kisembo all’epoca sembrò più un atto di autodifesa che di giustizia. Infatti, all’allontanamento dei cinque reverendi e alle accuse dI non ben specificati atti sessuali immorali, non seguirono le indagini della autorità ugandesi. Secondo alcune fonti attendibili le accuse variavano da frequentazione di prostitute a violenze sessuali su minori. Fu proprio questa accusa, la più grave, oggetto di un boicottaggio della autorità ecclesiastiche, che permise di archiviare l’indagine giudiziaria sul nascere.

    In questi giorni di clima natalizio giunge la notizia che tre dei preti allontanati hanno chiesto e ricevuto il perdono dal Vescovo Kisembo. Trattasi di Manyindo, Mbusa e Natalingaya. Anche se la decisione del perdono è stata presa dal Tribunale Diocesano, vi sono forti sospetti che sia stata voluta dallo stesso Vescovo. Ora i preti pentiti sono stati reintegrati, ma sottoposti a stretta sorveglianza per verificare se il loro pentimento sia genuino. Il Vescovo Kisembo ha chiesto ai fedeli di non discriminare o stigmatizzare questi preti pentiti. I due preti della parrocchia di Hakibaale: Kyangasha e Alinaitwe, non hanno chiesto il perdono, considerandosi vittime di una macchinazione politica all’interno della Chiesa Cattolica ugandese.

    Anche in Uganda l’omertà assicurata ai responsabili di violenze sessuali su minori sembra essere una prassi non scritta all’interno della Chiesa Cattolica per ragioni del tutto incomprensibili. La protezione elargita evita che i colpevoli vengano sottoposti al giudizio del tribunale, come tutti gli altri cittadini. Il perdono viene di fatto trasformato da atto di misericordia, ad atto di indebita amministrazione della giustizia, in quanto i rei confessi non hanno pagato il loro debito verso la società per i crimini commessi.

    Padre Musaala fu accusato di danneggiare la reputazione della Chiesa Cattolica e l’insegnamento cristiano per aver denunciato azioni sessuali devianti e casi di pedofilia avvenuti all’interno di varie diocesi ugandesi. Anche nelle società africane, tradizionalmente più legate alla ortodossia cattolica, sta nascendo una sana ostilità verso le scelte di giustizia interna adottate dalla Chiesa Cattolica, che agli occhi dell’opinione pubblica sembrano atti di inspiegabile complicità e omertà.

    Il problema della pedofilia è strettamente legato alla visone maschilista della Chiesa, adottata nei secoli dal Vaticano. La piaga della pedofilia non verrà mai risolta se all’interno della Chiesa non fiorisce un serio dibattito sul predominio culturale e politico dei maschi e sul celibato. Solo una profonda revisione della struttura secolare della Chiesa Cattolica può risolvere il terribile crimine della pedofilia e l’abominevole scelta di coprirlo per non destar scandalo.

  • Outing dei Legionari di Cristo: in 80 anni ben 175 vittime di abusi e 33 preti-orchi

    Outing dei Legionari di Cristo: in 80 anni ben 175 vittime di abusi e 33 preti-orchi

    Città del Vaticano  – Coinvolta da decenni nel più vasto e drammatico scandalo degli abusi sessuali su minori dentro un ordine religioso, la Congregazione dei Legionari di Cristo, fondata in Messico negli anni Cinquanta, ha pubblicato ora un rapporto-shock da cui emerge che nei quasi 80 anni dalla sua costituzione ben 33 sacerdoti, a cominciare dal suo fondatore padre Marcial Maciel Degollado, si sono resi responsabili di ben 175 casi accertati di violenza su bambini e adolescenti.

    Frutto del lavoro di sei mesi di una commissione interna che ha esaminato tutta la documentazione esistente dal 1941 ad oggi, e che ha interrogato vittime e responsabili degli abusi, il rapporto e’ stato pubblicato nel portale ceroabusos.org, ma sara’ presentato ufficialmente e discusso il 20 gennaio a Roma in occasione del Capitolo generale della Congregazione.

    In un ampio preambolo al documento, i vertici dei Legionari di Cristo osservano di come abbiano «sperimentato che qualunque atto di avvicinamento ad una vittima e’ un passo essenziale verso la giustizia e la verita’». E che «fare luce sul passato, per quanto possa essere doloroso, e’ un gesto liberatorio e di fondamentale importanza per costruire il futuro». Anche per questo il rapporto condanna gli abusi commessi, cosi’ come le «pratiche istituzionali o personali che possono aver favorito o propiziato qualsiasi forma di abuso o rivittimizzazione».

     L’allusione fa riferimento al metodo di controllo sui seminaristi che padre Maciel aveva instaurato in tutta la struttura. Maciel è morto negli Usa a gennaio 2008 per un cancro, ma nonostante sia stato ritenuto colpevole di abusi su minori (compreso gli abusi sui suoi figli naturali) non è mai stato ridotto allo stato laicale dalla Chiesa. In Vaticano godeva di protezioni molto potenti, come i cardinali Stanislao Dziwisz e Angelo Sodano.

    Maciel fu solo costretto dall’ex Sant’Uffizio a ritirarsi a vita privata nel 2006, tenendo conto anche di denunce sulla sua doppia e tripla vita, con abusi anche sui figli naturali, che risalivano al 1956.

    Operando al riparo di forti protezioni che si era procurato in Vaticano, Maciel ha mantenuto la carica di superiore generale dei Legionari di Cristo durante quasi tutto il periodo di sviluppo della Congregazione, partecipando fra il 1968 e il 2005 a vari Capitoli generali. Quando ancora la parte oscura della sua vita non era emersa (lo fu a partire dal 1997), fu considerato molto vicino a Giovanni Paolo II, pontefice che accompagno’ durante le visite che realizzo’ in Messico nel 1979 e 1990.

    In conclusione il rapporto sottolinea che i 33 sacerdoti autori degli abusi rappresentano il 2,44% dei 1.353 legionari ordinati nella storia dell’associazione. Di quei responsabili, sei sono morti, otto hanno abbandonato il sacerdozio, uno ha lasciato la Congregazione e 18 vi sono invece rimasti. Il 100% di essi, assicurano dalla congregazione, e’ pero’ escluso da rapporti pastorali con minori; quattro sacerdoti hanno restrizioni nell’esercizio del ministero e si attengono ad un piano di sicurezza, mentre 14 non esercitano il ministero sacerdotale pubblico.

    https://www.ilmessaggero.it/vaticano/abusi_chiesa_pedofilia_legionari_papa_francesco_sodano_maciel-4942802.html

  • Pedofilia, la madre di una vittima: “Importante la svolta del Papa, ma aspettiamo ancora giustizia dalla Chiesa”

    Pedofilia, la madre di una vittima: “Importante la svolta del Papa, ma aspettiamo ancora giustizia dalla Chiesa”

    di SANDRO DE RICCARDIS

    “Più di un anno fa abbiamo ricevuto una lettera della Nunziatura apostolica che ci informava che il Papa era stato informato della nostra vicenda, e che a tempo debito saremmo stati informati sull’esito dell’inchiesta in Vaticano. Ma da allora non abbiamo saputo più niente. A questo punto, cadendo il segreto pontificio, intendiamo sicuramente chiedere notizie sull’inchiesta”. Cristina Balestrini è la madre di Alessandro Battaglia, il ragazzo, oggi ventitreenne, che nel 2011 da adolescente venne abusato da don Mauro Galli, ex parroco di Rozzano, nel Milanese, condannato a sei anni e quattro mesi nel settembre di un anno fa. Con la richiesta in Vaticano la famiglia di Alessandro intende capire a che punto è il processo canonico, e puntano il dito sull’attuale arcivescovo di Milano, Mario Delpini, che da vicario episcopale, dopo essere stato informato dal parroco di Rozzano sugli abusi di don Galli, non denunciò il sacerdote ma lo trasferì in un altro oratorio, a Legnano.

    Signora Balestrini, cosa si sa del processo canonico sugli abusi subiti da suo figlio?
    “Sappiamo per certo che è stato aperto un procedimento nei confronti di don Mauro Galli, perché siamo stati chiamati anche noi a testimoniare, nel gennaio 2016, e in quella sede avevamo chiesto di essere informati sugli ulteriori sviluppi”.

    Quando c’è stata la vostra prima denuncia?
    “La prima, rivolta al Vaticano, l’abbiamo fatta nel dicembre 2011. L’indagine è stata aperta con un ritardo incredibile, nel 2015, e il processo si è aperto un anno dopo. Non rispettando, con questa tempistica, nemmeno le norme di diritto canonico in vigore allora. Noi abbiamo chiesto più volte, per iscritto, come mai monsignor Delpini, il primo ad essere venuto a conoscenza, già nel 2011, di quello che era successo ad Alessandro, non aveva avviato le procedure canoniche nei confronti di don Galli. Aveva invece deciso di trasferire il prete, lasciandolo ancora a contatto con minori. Le lettere erano indirizzate alla Congregazione per la dottrina della fede e al Papa, e indicavamo monsignor Delpini come la persona che aveva omesso di occuparsi della vicenda. Comunque l’aveva sottovalutata in modo evidente”.

    Cosa avete ottenuto in seguito alle vostre denunce?
    “Abbiamo ricevuto una lettera del Nunzio apostolico Emil Paul Tscherrig che ci informava che avevano preso in considerazione le nostre rimostranze e che, a tempo debito, avrebbero agito. Da allora non ne abbiamo saputo più niente. Per questo ora faremo istanza per avere accesso agli atti del procedimento canonico. La indirizzeremo anche a Papa Francesco”.

    Come giudica questa svolta del Pontefice?
    “Sicuramente è una cosa positiva, ma parziale. Finché non ci sarà l’obbligo di denuncia da parte dei religiosi che vengono a sapere di abusi, praticamente non cambia nulla. Abolire il segreto pontificio è una cosa molto rilevante, perché era uno scoglio enorme. E’ una vittoria parziale, ma che può anche essere inutile, perché nell’atto del Papa non viene specificato cosa succede se dopo le richieste delle vittime, non si ha effettivamente l’accesso agli atti”.

    In questi anni siete entrati in contatti con altre famiglie che hanno vissuto la vostra stessa esperienza?
    “Abbiamo conosciuto l’associazione “Rete l’abuso” e come madre di vittima ho dato la disponibilità a formare un gruppo e siamo in contatto su una chat di Whatsapp in cui ci supportiamo e ci aiutiamo tra mamme. E come famiglia abbiamo partecipato al summit di febbraio a Roma, insieme a tutte le associazioni mondiali di vittime, dove ho avuto modo di conoscere tante storie”.

    Tutte lamentano la mancanza di un’interlocuzione con il Vaticano?
    “Tutti lamentano la mancanza di giustizia, anche se le situazioni sono diverse nei vari stati, perché è importante ricordare che oltre il diritto canonico, c’è quello civile penale, che presenta delle differenze infinite. A noi è andata bene, in primo grado dopo sette anni, per l’Appello non c’è ancora una data. Il sacerdote è ancora un libero cittadino. E’ stato riconosciuto la colpevolezza di don Galli e data credibilità a nostro figlio, ma la verità processuale è ancora fragile”.

    Sapete se il religioso esercita ancora?
    “Noi abbiamo una lettera dell’allora il cardinale Scola che ci ha scritto per comunicarci che era stato sospeso cautelarmente, anche se con sette anni di ritardo. Però non ne abbiamo la certezza, né sappiamo dove sia”.

    https://milano.repubblica.it/cronaca/2019/12/20/news/pedofilia_chiesa_rozzano_don_mauro_galli_cristina_balestrini-243918946/amp/?fbclid=IwAR2PErzWG4ymYY1F9SQ-WgGxFwW_Frm_Few1b6ZVZHHQMcZib0cWXwGsQW4

  • Appello al Governo Conte dall’associazione vittime abusi: serve una commissione di inchiesta

    Appello al Governo Conte dall’associazione vittime abusi: serve una commissione di inchiesta

    Città del Vaticano  –  «E’ un passo importante, concreto. L’abolizione del segreto pontificio sui processi canonici permette ai magistrati di ottenere i dossier in possesso della Chiesa, cosa che prima spesso malgrado le rogatorie non era concessa» commenta Francesco Zanardi, vittima di un prete quando era adolescente e ora motore di una associazione italiana di vittime. Zanardi invita l’Italia e il governo ad affrontare un tema finora ignorato aprendo una commissione di inchiesta.

    «In Italia non ci sono statistiche, nemmeno la Cei le ha mai diffuse. Negli altri stati variano dal 5 al 7% del clero. Le proiezioni fatte dalla Rete l’Abuso parlano di circa 4mila preti abusatori e di un milione di vittime. Se il governo scegliesse di fare una commissione d’inchiesta usufruendo della decisione del Papa avremmo molto rapidamente una stima. E’ impossibile che la Chiesa non abbia un conto delle denunce fatte» ha affermato.

    https://www.ilmessaggero.it/vaticano/vaticano_cei_pedofilia_abusi_papa_francesco_zanardi_governo_italia_commissione-4934681.html

  • «È un primo passo. Ora serve l’obbligo di denuncia»

    «È un primo passo. Ora serve l’obbligo di denuncia»

    “il manifesto” – Luca Kocci

    «Si tratta di un primo passo concreto. È ancora insufficiente, ma un buon punto di partenza tangibile».

    È il commento alla decisione di papa Francesco di abolire il segreto pontificio sui casi di violenza, abuso sessuale sui minori e pedopornografia di Francesco Zanardi, presidente della rete l’Abuso (la più importante associazione italiana di vittime di preti pedofili) ed egli stesso, ad undici anni, abusato dal parroco savonese don Nello Giraudo, giudicato colpevole ma diversi reati sono caduti in prescrizione, grazie alle complici omissioni del proprio vescovo che lo ha protetto per anni.

    «Quando a maggio uscì l’ultimo documento pontificio sulla pedofilia del clero, il motu proprio “Vos estis lux mundi” – spiega al manifesto Zanardi –, io fui molto critico nei confronti di papa Francesco, perché si faceva ancora riferimento al segreto pontificio, e quindi nessun documento poteva essere trasmesso ai magistrati che lo richiedevano».

    Ed ora?

    «Ora questo ostacolo effettivamente è stato superato, quindi lo consideriamo un fatto positivo. Del resto l’abolizione del segreto pontificio è una delle cose che avevamo chiesto espressamente alla Santa sede, insieme alle altre associazioni internazionali delle vittime».

    Resta il fatto che il Vaticano e le diocesi consegnano i documenti solo se qualche magistrato glieli chiede, ma non sono obbligati a farlo…

    «È vero. Questo è ancora un passaggio mancante. Ma di chi è la mancanza? Non solo della Santa sede, ma anche dello Stato italiano, che non si è mai preoccupato del problema, lasciando l’intera gestione alla Chiesa. In Svizzera e in Francia, per esempio, l’obbligo della denuncia lo ha inserito lo Stato. In Italia no. E questa è una grave lacuna».

    Quali misure mancano ancora per un efficace contrasto alla pedofilia del clero?

    «Appunto innanzitutto l’obbligo della denuncia dei preti pedofili alla magistratura. Ovvero che un vescovo o un superiore religioso, appena abbia notizia di un prete pedofilo nella sua diocesi o nella sua congregazione, non lo protegga, ma sia obbligato a denunciarlo immediatamente. E poi l’impegno a prendersi cura delle vittime in maniera concreta».

    Cosa significa prendersi cura delle vittime?

    «Significa per esempio intervenire presto con degli indennizzi adeguati. Voglio ricordare che stiamo parlando di uomini e donne che vivono delle vite sfasciate a causa delle violenze subite, che soffrono di gravi problematiche psico-somatiche, che hanno la necessità di fare lunghissimi percorsi di cura e riabilitazione, che non riescono a trovare un lavoro perché distrutti dai traumi. Vanno aiutati a rialzarsi e a vivere».

    Si tratta tuttavia di misure che intervengono dopo che abusi e violenze sono state commesse e agiscono poco sulla prevenzione…

    «È vero. Ma l’obbligo di denuncia potrebbe avere anche una funzione preventiva. Mi spiego. Noi chiediamo, e lo abbiamo fatto anche in Parlamento, un certificato antipedofilia anche per i preti, per esempio per un nuovo parroco che arriva o viene trasferito in una parrocchia. Il certificato antipedofilia si produce al casellario giudiziario. Ma se non vi è denuncia, perché non è obbligatoria, il certificato viene rilasciato tranquillamente, perché nulla risulta agli atti. Con l’obbligo di denuncia, invece, questo non sarebbe più possibile. Sarebbe la chiusura del cerchio. La chiusura del cerchio della giustizia, che non può essere amministrata solo dalla Chiesa. La Chiesa può occuparsi del peccato morale, non dei reati».

    https://ilmanifesto.it/e-un-primo-passo-ora-serve-lobbligo-di-denuncia/