Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • I Liberi Pensatori denunciano il vescovo Morerod

    I Liberi Pensatori denunciano il vescovo Morerod

    Il religioso è accusato di favoreggiamento nell’ambito del caso del prete della cattedrale di Friburgo sospettato di abusi sessuali – Era stato informato nel 2011 da un’organizzazione di aiuto alle vittime

    L’Associazione svizzera dei Liberi Pensatori inoltra una denuncia contro il vescovo Charles Morerod per favoreggiamento nell’ambito del caso del prete della cattedrale di Friburgo sospettato di abusi sessuali.
    L’azione si basa sul fatto che il vescovo era stato informato nel 2011 da un’organizzazione di aiuto alle vittime delle aggressioni sessuali di un sacerdote sotto la sua autorità.
    Il reato di favoreggiamento è commesso a condizione che si possa confermare che le informazioni siano effettivamente state trasferite al capo della diocesi, ha comunicato oggi l’associazione.
    Con la denuncia penale i Liberi Pensatori vogliono garantire che le autorità inquirenti intervengano ed esaminino seriamente se il vescovo di Losanna, Ginevra e Friburgo sia colpevole. “Non deve più accadere che la Chiesa si comporti come uno Stato all’interno dello Stato e protegga i presunti colpevoli dall’accesso delle autorità esecutive”, sottolineano nel comunicato.
    L’indagine interna della diocesi “sulla non trasmissione di informazioni e sulla scomparsa di documenti” non basta, precisa la nota.
    L’associazione rileva inoltre che “i meccanismi di controllo della Chiesa sono assenti o incompleti”, da qui la necessità che lo Stato “diventi più attivo, nei casi di dissimulazione sistematica di abusi all’interno della Chiesa cattolica romana”.
    Una prima denuncia per abusi nei confronti del sacerdote era stata depositata a fine dicembre 2019. Un prete di origini africane attivo a Peseux (NE) aveva accusato l’omologo friburghese di averlo molestato sessualmente tra il 2008 e il 2011 a Vevey (VD). Dopo un articolo del Tages-Anzeiger, la diocesi aveva trasmesso le informazioni alla polizia cantonale vodese.

    Sempre a fine dicembre Morerod aveva quindi ordinato l’avvio di un’inchiesta ecclesiastica preliminare nei confronti del sacerdote friburghese. L’aveva affidata a un avvocato ginevrino, non cattolico, affinché fosse più libero nello svolgere il suo lavoro. Proprio da questa indagine era emerso un secondo caso risalente a oltre 20 anni fa.

  • Un anno dopo summit Vaticano su pedofilia associazioni “deluse”

    Un anno dopo summit Vaticano su pedofilia associazioni “deluse”

    Roma, 17 feb. (askanews) – Un anno dopo l’inedito summit sulla pedofilia che si è svolto in Vaticano, alcune associazioni delle vittime – l’organizzazione no profit americana Bishops Accountability e la tedesca Eckiger Tisch – si sono ritrovate per un incontro a Roma e in una conferenza stampa alla sede della Stampa estera si sono dette profondamente deluse e hanno chiesto tolleranza zero.“Il diritto canonico è un sistema di tutela dei preti – ha spiegato la vice-direttrice di Bishops Accountability, Anne Barrett Doyle – E per applicare veramente la tolleranza zero ai preti che abusano dei minori e coloro che li proteggono, bisognerebbe eliminare il carattere fondamentale del diritto canonico. Non penso che questo accadrà sotto un papa o un altro, penso che questo si farà attraverso le incursioni delle autorità civili in un paese alla volta”.“Penso che la tolleranza zero sia un impegno che il Papa ha scelto di non fare”, ha proseguito.“Quando un vescovo entra in una diocesi, è tenuto a sapere se i preti che hanno abusato di minori lavorano lì e se fanno parte del suo personale. Ha la responsabilità dei dossier, deve familiarizzare con i dossier segreti durante 90 giorni, scoprire chi sono quegli uomini e se sono ancora in attività nella diocesi rimuoverli”.A dicembre 2019 papa Francesco ha abolito il segreto pontificio riguardante gli abusi sui minori. Ciò significa che le denunce, le testimonianze e i documenti dei processi interni alla Chiesa potranno essere fornite anche ai magistrati della giustizia civile. È obbligatorio nel frattempo segnalare i sospetti di aggressioni sessuali o il tentativo delle gerarchie cattoliche di insabbiare un abuso commesso da un prete o un religioso, ma la Chiesa non obbliga i membri del clero a segnalare i casi alle autorità giudiziarie del Paese, a meno che la legge locale non lo imponga.Il fondatore di Eckiger Tisch, associazione dei sopravvissuti agli abusi sessuali sui minori in Germania, Matthias Katsch:“La battaglia nei nostri Paesi non è terminata e in altri Paesi è appena cominciata. Continuiamo a chiedere tolleranza zero per i criminali e i loro complici, inchieste indipendenti sui reati del passato. E se il sistema penale non è in grado di farlo, come avviene in numerosi Paesi europei, abbiamo bisogno di commissioni per la verità e la giustizia”.

  • Verso il processo le vittime del prete pedofilo libanese. In veste di accusate

    Verso il processo le vittime del prete pedofilo libanese. In veste di accusate

    40135 ROMA-ADISTA. Marilène Ghanem e le altre sopravvissute agli abusi di Mansour Labaki, prete maronita incardinato a Beirut e “orco” di bambine e adolescenti, sono ancora lì, a lottare perché sia riconosciuto loro l’onore di donne e di persone, e siano ristabiliti nei loro confronti la giustizia e il pieno diritto a non essere considerate alla stregua di meretrici, come ha lasciato intendere il difensore di Labaki, Antoine Akl, intervenendo telefonicamente durante l’intervista a Ghanem nella trasmissione televisiva, Ana Héik (Sono così, 29/1/20). La loro riabilitazione sociale può venire dal pieno riconoscimento della colpevolezza di Labaki sia all’interno della Chiesa maronita, con la dimissione del prete dallo stato clericale, sia a livello di giustizia civile. Ma, colmo della beffa e della mistificazione, le sopravvissute libanesi il 16 marzo avranno sì modo di comparire davanti ai giudici, ma in un processo intentato (nel maggio 2014) contro di loro da Labaki con l’accusa di complotto ai suoi danni. Adista segue la vicenda dal 2013, n. 34; e poi con i nn. 19/14, 13 e 17/16. Nei nn. 23/16 e 10/19, è Marilène in prima persona a raccontare il dramma della violenza personale e sociale subita e della giustizia negata.

    Eppure il prete maronita, oggi 80enne, è stato riconosciuto «colpevole» dalla Congregazione per la Dottrina della Fede (sezione di Parigi) di «due capi di imputazione, cioè i delitti contra sextum», abusi sessuali, «verso tre minori» e «il crimen sollicitationis durante la confessione di una della vittime». Il Decreto (protocollo n. 648/2011) della Congregazione, datato 23 aprile 2012 (giudizio confermato il 19 giugno 2013), lo ha condannato a «una vita di preghiera e penitenza in una comunità religiosa o in altro luogo di ritiro deciso dal Vescovo in accordo con la Congregazione» vaticana; alla «privazione di tutti gli uffici ecclesiastici»; alla «interdizione della celebrazione dei sacramenti coram populo, cioè in pubblico», eucarestia in primis; e alla «interdizione di assumere qualsiasi direzione spirituale, di partecipare a manifestazioni pubbliche o mediatiche (conferenze, apparizioni alla televisione, celebrazioni…), come di prendere contatto con i media o con le vittime». Il Decreto si chiude con una «precetto penale»: «in caso di grave violazione delle pene summenzionate, gli sarà applicata la “scomunica minore” il tempo necessario alla piena osservanza delle pene». Le autorità ecclesiastiche non hanno mai vegliato sull’applicazione delle pene previste: Labaki le ha in vario modo disattese, fino al punto da intentare causa alle sue vittime, pur non avendone facoltà perché sotto punizione.

    Le amicizie che contano

    La condanna non è tornata a vantaggio delle vittime, anche perché non è mai stata resa pubblica. Labaki, considerato il Marcial Maciel del Libano, in riferimento all’abusatore seriale fondatore dei Legionari di Cristo, è d’altronde un abile manipolatore e non si è fatto mettere con le spalle al muro, facendo leva sulle amicizie autorevoli e potenti di cui gode, a partire dal patriarca maronita card. Béchara Boutros Raï; amicizie anche complici, perché – c’è un “vaso di Pandora” colmo di abusi pronto a scoperchiarsi: il primo che denuncia Labaki, sarà denunciato, sintetizza Ghanem. Il quale Labaki può peraltro contare sul “buon nome” che s’è fatto, e sul lustro ricaduto sulla Chiesa libanese, con opere varie, fra le quali l’istituzione del “Foyer Notre-Dame du Sourire”, in Libano, e, in Francia, del “Foyer Notre-Dame-Enfant du Liban” per l’accoglienza di bambini libanesi cristiani e musulmani. Foyer, quest’ultimo, che ha fornito all’orco “materiale” per continuare nel tipo di abusi già perpetrati in Libano (qui, anche su una sua nipote quattordicenne), tanto che è in corso in Francia, dal 2011, un processo che lo vede imputato di pedofilia, accusato da varie sopravvissute francesi. I magistrati francesi, non riuscendo ad ottenere mai la sua presenza al giudizio, hanno anche emesso contro l’orco libanese, nell’aprile 2016, un mandato di cattura internazionale. Senza risultato, bisogna dire.

    Il patriarca libanese sta dalla parte del prete pedofilo

    Secondo il cardinal patriarca Raï sarebbe in atto una «campagna diffamatoria» contro Labaki, e sarebbe dimostrata dal carteggio di circa 2mila e-mail intercorse privatamente tra le autorità ecclesiastiche e le vittime in cerca di giustizia. Tale documentazione è stata letteralmente rubata con l’ausilio di esperti hacker ed è servita al prete abusatore per citare in giudizio per diffamazione sia le vittime, sia i due rappresentanti del Tribunale ecclesiastico che lo avevano condannato (uno dei quali è Luis Ladaria, allora segretario della Congregazione della Dottrina della Fede e oggi prefetto della stessa), colpevoli, a dire dell’“orco”, di aver manipolato le vittime per poter accusare il prete. Dietro a tale “complotto” ci sarebbe, di volta in volta, nientemeno che la massoneria internazionale, il sionismo ebraico, le sette sataniche.

    Il “malloppo” di e-mail è stato consegnato, i primi di febbraio del 2016, dal patriarca Raï a papa Francesco «come prova di innocenza di Labaki». Secondo Raï, il prete abusatore sarebbe sotto attacco non per i crimini di pedofilia (il patriarca non ne tiene proprio conto), ma a motivo di una decisione d’autorità non gradita alle persone che l’hanno subita e che perciò avrebbero scatenato la guerra, dando il via, appunto, a una «campagna diffamatoria». Ecco infatti cosa dichiarò l’alto gerarca maronita il 18 marzo 2016, dopo l’incontro con Bergoglio, durante il discorso tenuto nella scuola di San Giuseppe a Aintoura: «C’è stata una campagna mirata contro monsignor Labaki con molte accuse false e menzognere e abbiamo tutto tra le mani. I tribunali hanno avuto avvio senza né domande né risposte – ha aggiunto di fatto denigrando il giudizio della Congregazione per la Dottrina della Fede – e il monsignore è stato condannato dalla Chiesa, a volte l’hanno arrestato, a volte l’hanno sospeso a divinis. Ultimamente il tribunale ecclesiastico ha tolto la sospensione a divinis, non l’impedimento a sue apparizioni alla televisione o a partecipazioni a celebrazioni pubbliche. Tutti i documenti (consegnati al papa, ndr) mostrano quante menzogne e falsità sono state inventate ai danni di questo uomo e che trovano le vere cause scatenanti non nelle accuse rivolte, ma nella sua risoluzione a consegnare la direzione della casa costruita a Lourdes [Beth Maryam, finanziata all’associazione di Labaki, Lo Tedhal] alle Suore della Croce. Questa sua decisione ha infastidito i primi gestori della casa e da lì è iniziata la campagna accusatoria contro di lui». Della quale avrebbero evidentemente profittato, per distruggere il “poveruomo”, massoneria internazionale, sionismo e sette sataniche.

    Che in tutta la torbida vicenda papa Francesco sia stato manipolato si desume da un altro episodio: a marzo 2018, l’uscente ambasciatore del Libano presso la Santa Sede, Antoine Andari, ha scattato una foto del momento in cui Francesco dedicava una copia del suo libro Dio è giovane al prete abusatore, scrivendo: «Al padre Mansour Labaki con la mia benedizione. Francesco».

    Un mezzo mea culpa

    Il processo, nella cui udienza del 16 marzo prossimo verranno interrogate varie sopravvissute libanesi per rispondere all’accusa di associazione a delinquere e falsa testimonianza – accusa rivolta anche contro l’allora monsignore o oggi cardinale Luis Ladaria –, non è praticamente mai iniziato: agli appuntamenti fissati dal tribunale, un paio l’anno dal 2014, l’accusa non si è mai presentata, costringendo il giudice a indicare una nuova data. Sicuramente l’accusa punterà al massimo sulla prova che giudca schiacciante, il carteggio delle e-mail.

    La difesa, invece, produrrà fra le prove una lettera del 2003 scritta a mano e firmata da Mansour Labaki, indirizzata a una donna-vittima, una lettera che è un mea culpa ma dai toni decisamente manipolatori: «Carissima XXXX, consapevole della sofferenza che ancora subisci a causa di un atteggiamento ambiguo che ho avuto verso di te 19 anni fa, quando sei venuta per offrire i tuoi servizi al Foyer di XXXX, vengo a chiedere il tuo perdono per la ferita che ti ho causato, quando ero completamente inconsapevole della portata di infelicità di un gesto che volevo paterno. Il mio carattere orientale esuberante può essersi prestato a confusione. Ma, carissima, eri così dolce, così pura, così bella, così sorridente che pensavo di aver visto in te una santa o addirittura la Beata Vergine. Strigendoti al mio cuore, ero certo di abbracciare una Santa-Teresa che tu rappresentavi per me. Come immaginare uno sbandamento? Non riesco ancora a immaginarlo. Stavo oscurando un fiore, tanto era luminoso il profumo della tua purezza! Ma, ecco, ora capisco che queste azioni ti hanno ferito. Oh! come sono dilaniato. E quando XXXX e XXXX sono venuti a chiedermi spiegazioni, diedi loro in coscienza la mia versione delle cose. Il che ha potuto far loro pensare che tu stessi mentendo. No mia cara! Non stavi mentendo. Stavi soffrendo. Ma ero ingenuo e in buona fede. Sono quindi responsabile del male che hai provato e che continui a vivere. Davanti a Dio e davanti a te, chiedo perdono e, dimmi, come vuoi che ripari? Spiritualmente, dirò molte messe e preghiere per te affinché tu possa trovare la pace del cuore, e per me affinché io comprenda e mi converta».

    Per anni e con tutti i ricorsi possibili e immaginabili a vescovi e al Vaticano, le vittime lottano perché sia resa loro giustizia e perché l’opinione pubblica sia resa consapevole della cultura della predazione che vige invitta nel loro Paese (e non solo). Per questo chiedono, fra l’altro, che Labaki sia dimesso dallo stato clericale e che sia pubblicizzato il provvedimento, e che si indaghi sulle autorità ecclesiastiche che hanno coperto i suoi crimini, a partire dai vescovi di Beirut che si sono succeduti negli anni.

    https://www.adista.it/articolo/62887

  • Forteto, bufera sulla Commissione: le vittime contro la Presidente

    Forteto, bufera sulla Commissione: le vittime contro la Presidente

    La Commissione d’inchiesta parlamentare sul caso Forteto parte col piede sbagliato. A criticare la scelta del Presidente, Angela Piarulli del Movimento 5 Stelle, è l’Associazione Vittime del Forteto con il suo Presidente Sergio Pietracito.

  • Preti indagati, presto in Procura quaranta testimoni

    Preti indagati, presto in Procura quaranta testimoni

    Si tratta dei ragazzi che hanno frequentato “I Discepoli dell’Annunciazione” per capire se vi siano altri casi di presunti abusi

    PRATO. Intere pagine fitte di racconti. Non soltanto degli abusi sessuali che lui, il giovane uomo che li ha denunciati, avrebbe subito da ragazzino, quando si trovava all’interno dell’ex associazione di fedeli “I Discepoli dell’Annunciazione”. Ma anche di nomi. Di altri potenziali violentatori ancora da identificare (oltre ai nove religiosi già indagati dalla Procura di Prato, sarebbero almeno quattro), ma, al tempo stesso, di “compagni”. Ragazzini che, all’epoca dei fatti contestati (e stiamo parlando di episodi che risalirebbero agli anni compresi tra il 2008 e il 2016) frequentavano, anche loro, le tre sedi – a Prato, in Garfagnana e in Lunigiana – dell’ex associazione, poi sciolta dalla Santa Sede nel dicembre dello scorso anno. E pure in questa direzione andrà ora il lavoro della Procura per riuscire a individuare quegli ex ragazzini – ormai giovani uomini – che, in passato, hanno trascorso del tempo con don Giglio Maria Gilioli e gli altri religiosi che ruotavano intorno ai “Discepoli dell’Annunciazione”. Le indagini, insomma, proseguono ma, come precisa il procuratore di Prato, Giuseppe Nicolosi, «sono tanti, tantissimi, i testimoni da sentire».

  • Gli altri tre preti indagati per abusi sessuali a Prato

    Gli altri tre preti indagati per abusi sessuali a Prato

    Gli elementi acquisiti negli interrogatori in corso nell’inchiesta per violenza sessuale di gruppo contro nove religiosi dell’ex associazione dei “Discepoli dell’Annunciazione” hanno spinto i magistrati ad allargare il campo dell’indagine: nelle prossime ore saranno iscritti nel registro degli indagati almeno altri tre sacerdoti. Attualmente gli indagati sono il fondatore dell’associazione, don Giglio Gilioli, e altre otto persone che all’epoca dei fatti dell’inchiesta, circa dieci anni fa, collaboravano con lui.

    Gli altri tre preti indagati per abusi sessuali a Prato

    Secondo quanto appreso in ambienti inquirenti, i nuovi indagati, per lo stesso reato, sono persone che gravitavano nell’ambito dell’associazione religiosa in quel periodo e che sono state identificate in queste ore. Tra gli elementi a riscontro delle accuse vengono vagliati con molta attenzione dagli inquirenti “alcuni diari” oggetto del materiale sequestrato nelle perquisizioni dei giorni scorsi.

    Intanto già cinque sacerdoti, un frate e altri tre religiosi risultano indagati nell’ambito di un’inchiesta della Procura di Prato per presunte violenze sessuali nei confronti di due fratelli, entrambi minorenni all’epoca dei fatti contestati. Gli abusi sessuali, secondo quanto ipotizzano gli inquirenti, si sarebbero consumati per anni fra le mura delle sedi di Prato e di Calomini (Lucca) dell’ex comunità religiosa “I Discepoli dell’Annunciazione”, soppressa ufficialmente un mese e mezzo fa, con decreto emesso dalla Congregazione per gli Istituti di vita consacrata della Santa Sede, per una serie di problemi fra i quali “forti perplessità sullo stile di governo del fondatore e sulla sua idoneità nel ricoprire tale ruolo”.

    I nove preti indagati per abusi sessuali su due fratelli minorenni

    Tra i nove indagati figura anche il fondatore della comunità religiosa, don Giglio Gilioli, 73 anni, sacerdote veronese trasferitosi a Prato da oltre dieci anni. La Procura pratese ha messo nel mirino nove componenti della comunità religiosa dei “Discepoli dell’Annunciazione”, realtà di ispirazione mariana, soppressa ufficialmente dal Vaticano nel mese di dicembre dopo poco più di 14 anni di attività, a seguito di una visita canonica voluta dalla Santa Sede. Due vittime accertate finora, ma potrebbero essercene altre, almeno stando a quanto fanno emergere le testimonianze dei due fratelli, che sembrano inoltre suggerire la presenza di altri adulti, le cui identità sono ancora in corso di accertamento, in occasione degli episodi di violenza. A finire nei guai il fondatore dei “Discepoli dell’Annunciazione” insieme ad altri otto ex confratelli, fra sacerdoti e religiosi, che nei giorni scorsi sono stati sottoposti a perquisizioni.

    L’inchiesta sarebbe partita proprio dalle dichiarazioni rese dai due fratelli a distanza di alcuni anni dalle violenze, ma anche da altre persone ascoltate dagli uomini della squadra mobile della questura di Prato. Per una delle vittime i fatti risalirebbero al periodo che va dal 2008 all’estate del 2016 e gli abusi si sarebbero consumati sia nella sede di Prato che in quella di Calomini, in provincia di Lucca. Otto dei nove indagati si sarebbero approfittati del ragazzino, abusando delle sue condizioni di inferiorità fisica e psichica, e costringendolo a compiere e a subire atti sessuali, anche con più persone. L’altro fratello, invece, sarebbe stato oggetto di violenze sessuali da parte di due degli indagati. Anch’egli minorenne all’epoca dei fatti, sarebbe stato costretto a compiere e a subire atti sessuali all’interno della sede dei “Discepoli dell’annunciazione” in un lasso di tempo che va dal 2009 al 2012.

    https://www.nextquotidiano.it/gli-altri-tre-preti-indagati-per-abusi-sessuali-a-prato/?fbclid=IwAR3MjNGwyMcsr_duZ9k7wU7rmkenVnJ9IH27e-CFzpn6fl-8S5gNv6JraVA

  • Scandalo pedofilia nella comunità religiosa, interrogati alcuni indagati

    Scandalo pedofilia nella comunità religiosa, interrogati alcuni indagati

    Prato, 31 gennaio 2020 – Sono in corso a Prato gli interrogatori di alcuni dei nove indagati – cinque sacerdoti, due frati e due ex religiosi – accusati di violenza sessuale di gruppo dalla procura di Prato. Tutti facevano parte dell’associazione ‘Discepoli dell’Annunciazione‘ fondata da don Giglio Gilioli – unico imputato nel processo penale canonico avviato la scorsa estate e coinvolto nelle indagini della procura – e soppressa a dicembre 2019 dal Vaticano.

    I racconti degli indagati vengono messi a confronto tra loro dai sostituti procuratori Laura Canovai e Valentina Cosci, titolari dell’inchiesta nata dalla denuncia di un ragazzo che all’epoca dei fatti sarebbe stato minore di 14 anni. “Cerchiamo di verificare il più presto possibile dei fatti che risalgono a molti anni fa – ha spiegato il procuratore capo Giuseppe Nicolosi -. Chiediamo a tutti di mantenere il massimo riserbo data la delicatezza di questa indagine”.

  • PRATO: 9 indagati per abusi su minori. La diocesi è realmente intervenuta, o gli è deflagrata tra le mani una bomba?

    PRATO: 9 indagati per abusi su minori. La diocesi è realmente intervenuta, o gli è deflagrata tra le mani una bomba?

    Di Francesco Zanardi

    Il caso dei ‘Discepoli dell’Annunciazione’, esploso in esclusiva ieri sulle pagine de LA NAZIONE, la cui direttrice, questa mattina in diretta come me su Rai1 a STORIE ITALIANE, ha ribadito essere frutto di informazioni raccolte dai suoi giornalisti, lascia parecchi dubbi su quelle che sono le affermazioni della diocesi di Prato.

    Inutile chiedere la fonte della notizia, perché ci si appellerebbe immediatamente al diritto giornalistico sulla tutela delle fonti. Certo, la curiosità su dove siano state prese certe informazione, direi ben selezionate e fin troppo precise, resterà per noi mortali un mistero. Quello che è certo, dal momento che siamo, anzi, eravamo proprio nel pieno di iniziative investigative sollecitamente promosse dalla Procura, sulle quali vige un assoluto segreto istruttorio, escludiamo che sia stata la stessa Procura, violando paradossalmente il segreto, a fornire tali informazioni.

    Stupisce anche l’immediatezza con la quale la diocesi di Prato se ne esce, con un comunicato stampa e conferenza annessa, totalmente autoreferenziale, dove, di fronte all’ennesimo scandalo vanterebbe, a suo dire, l’efficienza, l’immediatezza di intervento e la trasparenza avuta.

    E’ la stessa direttrice de LA NAZIONE che congratulandosi per l’operato della curia commenta a STORIE ITALIANE; “non mi è mai successo che un vescovo convocasse una conferenza stampa a due ore dall’uscita di una notizia su queste vicende”

    Poi c’è anche quella voce che gira insistentemente da ieri e secondo la quale, sarebbe addirittura stato il vescovo Franco Agostinelli, a denunciare il tutto personalmente alla Procura della Repubblica.

    A ribadirla questa mattina in studio è don Bruno Fasani, piuttosto risentito dalle mie osservazioni critiche al quale dico, senza voler mettere in dubbio la sua buona fede, che chi gli ha passato quella notizia, gli ha dato – come dicono a Roma – una bella “sola”.

    Lei è un uomo di chiesa e certe cose è ammissibile che le ignori, tuttavia, è giusto che lei sappia che, secondo la legge italiana, né un vescovo né altri (tranne naturalmente i pubblici ufficiali), neppure la mia Associazione, che specificatamente nello Statuto indica queste finalità, può autonomamente sporgere una querela. La legge italiana, soprattutto in questo caso dove le presunte vittime sono maggiorenni, prevede obbligatoriamente una querela di parte. Nessun valore in questo specifico caso, avrebbe avuto nemmeno la denuncia dei genitori delle due presunte vittime. Su questo la invito a tirare le orecchie a chi le ha fatto fare non solo la figuraccia, ma ha tentato di farle divulgare, a sua insaputa, informazioni false e tendenziose.

    Ma come è andata nei fatti la vicenda? Cerchiamo di ricostruirla con un ordine cronologico chiaro e sopratutto completo.

    Premetto che nel rispetto di quel poco di segreto istruttorio rimasto, non accrescerò di una sola virgola con quanto sono a conoscenza dei fatti, mi limiterò ad analizzare quelli oramai pubblici.

    I ‘Discepoli dell’Annunciazione’ nascono nel 2010 e già nel 2013, il Vaticano attenziona la Compagnia e avvia un accertamento. Di certo non si può dire che sia stato molto sollecito, in quanto ci vogliono ben sei anni prima che il Vaticano intervenga e, anche qui, la tempistica è notevolmente sospetta, soprattutto alla luce del fatto che, come si poteva osservare sul sito dei ‘Discepoli dell’Annunciazione, il 18 dicembre 2018 la situazione era talmente serena, che l’ex vescovo di Prato, ordinava ancora un frate. Casualmente il sito è stato recentemente cancellato come potete ben vedere tuttavia, lo avevamo preventivamente scaricato ed è ancora presente in Google la sua cache .

    Ma cosa è accaduto a dicembre del 2019 ?

    Anche se questo LA NAZIONE non lo ha scritto, il 5 di dicembre 2019, la presunta vittima che aveva denunciato alla diocesi il 13 giugno 2019, insoddisfatta dell’inerzia della stessa diocesi, insieme ai genitori e al fratello (seconda presunta vittima) denunciano formalmente, con querela di parte, le presunte violenze, anche di gruppo, all’Autorità Giudiziaria, questa volta quella italiana.

    La Procura della Repubblica apre immediatamente un fascicolo, ma trattandosi di clero dovrà attenersi al protocollo addizionale, paragrafo b), dei Patti lateranensi, il quale recita; “b) La Repubblica italiana assicura che l’autorità giudiziaria darà comunicazione all’autorità ecclesiastica competente per territorio dei procedimenti penali promossi a carico di ecclesiastici.”

    Ed ecco qui la “sola” nella quale è cascato questa mattina anche don Bruno Fasani, tuttavia smentito dallo stesso comunicato stampa della diocesi, nel quale nessuno ha mai detto che il vescovo ha denunciato alla Procura, ma si dice che il vescovo è andato autonomamente in Procura e questa prassi, è verosimilmente accaduta solo perché, come previsto dai Patti Lateranensi, la procura doveva comunicare l’apertura del fascicolo.

    Ed è qui che deflagra nelle mani della curia pratense una vera e propria bomba, con nove indagati e in un battibaleno,  La Santa Sede scioglie i Discepoli dell’Annunciazione. E’ il 22 dicembre del 2019.

    Forse adesso, esposti gli eventi in ordine cronologico, la vicenda vi apparirà più chiara e molto meno eclatante di quanto raccontato in quel comunicato autoreferenziale della diocesi diffuso ieri.

    Ma parliamo di quel comunicato, ci si domanda a che titolo, soprattutto in una fase così delicata come quella istruttoria di un processo italiano, viene rilasciato dalla diocesi ieri e, non come sarebbe stato coerente fare nel giugno scorso, cioè quando la prima presunta vittima si presentò in curia.

    Invece esce ieri e durante un’indagine della magistratura nella quale c’è attualmente un rigoroso segreto istruttorio, dietro al quale la Procura aveva già ordinato delle perquisizioni, ed è verosimile pensare che avesse in corso anche intercettazioni telefoniche, da ieri inutili, in quanto con la notizia su tutti i giornali, gli eventuali intercettati se ne guarderanno bene di parlare di certe cose al telefono .

    Ma parliamo anche delle due presunte vittime e delle loro famiglie, forse più importanti dell’immagine della chiesa, che dopo tanto silenzio da parte della curia pratense, si trovano in un momento di grossa difficoltà, sia per la recente querela che ha costretto le presunte vittime a ripercorrere quegli episodi di fronte ai magistrati, sia per il fatto che i genitori si sono trovati di fronte ad una situazione che nessun genitore vorrebbe mai provare nella vita. Ieri si sono trovati gravemente violati, non solo dall’inopportuna fuga di notizie, ma nella loro più profonda intimità perché, al di là delle notizie incomplete e dei comunicati autoreferenziali, ricordando che questo è un reato, qualcuno ha avuto il pessimo gusto di diffondere anche le generalità delle presunte vittime, che si sono trovate costrette a respingere i giornalisti dalla loro abitazione.

    L’Associazione ritiene questo episodio di una gravità estrema, oltre che violento nei confronti di coloro che in questo momento hanno il diritto di decidere in quanto presunte vittime, i limiti della propria privacy, che invece è stata indebitamente invasa, e si riserva – a meno che l’Autorità giudiziaria, data la gravità dei fatti non decida di procedere autonomamente – di valutare eventuali iniziative utili ad accertare eventuali reati punibili secondo Articolo 379 bis Codice penale.

    Francesco Zanardi

  • Prato, nove religiosi indagati per abusi su minori

    Prato, nove religiosi indagati per abusi su minori

    PRATO. Nove religiosi sospettati di abusi sessuali di gruppo. È l’ipotesi per la quale la procura di Prato ha aperto un’inchiesta che coinvolge nove religiosi dell’ex comunità ‘Discepoli dell’Annunciazione’ soppressa dal Vaticano a dicembre in seguito a una visita canonica. Lo riporta il quotidiano La Nazione. Presunte vittime degli abusi due fratelli, minori all’epoca dei fatti, affidati dai genitori alla comunità, dalle cui dichiarazioni a distanza di anni sarebbe nata l’inchiesta. Gli indagati sono 5 sacerdoti, un frate e 3 religiosi. Tra questi figura anche il fondatore della comunità religiosa, don Giglio Gilioli, 73 anni, sacerdote veronese trasferitosi a Prato da oltre dieci anni.

    I reati contestati dalla Procura di Prato sono violenza sessuale su minori e violenza sessuale di gruppo. Bei giorni scorsi la squadra mobile ha effettuato anche perquisizioni nei confronti degli indagati e accertamenti nelle tre sedi della comunità, a Prato, ad Aulla (Massa Carrara) e a Calomini, in provincia di Lucca, dove si sarebbero consumati gli abusi.

    Il vescovo di Prato, monsignore Giovanni Nerbini ha espresso piena fiducia nella magistratura. “Le ipotesi di reato sono gravissime e addolorano l’intera comunità diocesana pratese”, sottolinea il comunicato diffuso dalla Curia. Lo stesso vescovo lo scorso dicembre si era recato, di propria iniziativa, in Procura per riferire i fatti a sua conoscenza dopo le denunce presentate alla Diocesi nei mesi scorsi.

    “Non nascondo il mio dolore e la mia viva preoccupazione e vorrei sperare che gli addebiti mossi non risultino veri, ma voglio chiaramente dire – afferma monsignor Nerbini – che il primo interesse che la Chiesa di Prato ha è quello della ricerca della verità. Per questo auspico che la Magistratura, nell’interesse di tutti, possa portare quanto prima a termine le indagini”.

    La vicenda aveva avuto inizio nel giugno dello scorso anno quando all’allora vescovo di Prato, monsignore Franco Agostinelli, era stata presentata una denuncia da parte di un giovane il quale raccontava che diversi anni prima – all’epoca lui era minorenne – aveva subìto abusi sessuali e psicologici all’interno della comunità in questione. Della notizia il vescovo aveva dato immediatamente comunicazione alla Congregazione per la Dottrina della Fede, la quale nel settembre scorso aveva disposto la celebrazione di un processo amministrativo penale.

    Il vescovo attuale aveva così immediatamente provveduto all’apertura del procedimento – tuttora in corso – secondo le norme del diritto canonico. Senza attenderne le conclusioni, il vescovo diocesano si era recato lo scorso dicembre, di propria spontanea iniziativa presso la Procura della Repubblica di Prato. Fin da subito il vescovo aveva accolto e ascoltato il denunciante.

    Poche settimane fa la Diocesi aveva dato notizia della soppressione, voluta dalla Santa Sede, dell’associazione di fedeli “Discepoli dell’Annunciazione”: questo provvedimento, assunto dalla Congregazione vaticana per la vita religiosa prima e indipendentemente dell’avvio del procedimento penale canonico e delle indagini da parte della Procura pratese, è basato, come già reso noto, “su gravi mancanze riguardanti il carisma e lo svolgimento della vita religiosa all’interno della comunità, oltre che dal venir meno degli aderenti”.

    https://firenze.repubblica.it/cronaca/2020/01/29/news/vescovo_prato_abusi-247048918/

  • Gli abusi e la pedofilia nella Chiesa – Francesco Zanardi (video integrale)

    Gli abusi e la pedofilia nella Chiesa – Francesco Zanardi (video integrale)

    Biella, 18 gennaio 2020 – Associazione Culturale White Rabbit Event

    Più di 40 persone sono presenti all’evento. Il relatore è Francesco Zanardi, Presidente dell’Associazione Rete L’ABUSO.

    Gli argomenti trattati rispondono a una serie di domande:

    Come l’Italia affronta il tema della pedofilia clericale? Si può parlare di “connivenza” tra Chiesa cattolica e Stato? Perché siamo arrivati all’intervento dell’Onu all’inizio del 2019?

    L’approfondimento di Francesco Zanardi lascia stupito il pubblico che non aveva idea della complessità dell’argomento. L’Onu si complimenta con l’Italia per aver creato l’Osservatorio per il contrasto alla pedofilia. Ma come è stato costituito questo Osservatorio? Di cosa si occupa? Perché Rete l’ABUSO è stata esclusa?

    Perché la prima denuncia di un abuso viene fatta all’interno della chiesa? Le vittime sono cattoliche… perché non dovrebbero fidarsi? Ciascuno si fida dell’organizzazione alla quale appartiene. Ma come avviene poi il processo canonico? Perché è un danno per la vittima?

    Dove scontano la pena i sacerdoti condannati dai tribunali civili? Perché la maggior parte non va in carcere? Si nomina il libro “Giustizia Divina” di Emanuela Provera e Federico Tulli, edizioni ChiareLettere che ha analizzato ampiamente questo aspetto.

    Si illustra il Report dell’Onu del febbraio 2019, punto per punto, e le domande del pubblico sorgono spontanee e numerose.

    Perché in Italia non c’è stata una commissione d’inchiesta come in diversi altri Paesi? È poi drammaticamente illustrata la proiezione dei dati che quantificano il fenomeno.

    Al termine dell’incontro, durante il buffet, si prosegue in un clima più colloquiale e l’interesse è davvero alto: per più di un’ora, oltre il termine dell’evento, nessuno lascia la sala.

    Lo staff di Rete L’ABUSO