Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • COME FUNZIONA IL MANUALE DI INSABBIAMENTO DELLA CHIESA CATTOLICA

    COME FUNZIONA IL MANUALE DI INSABBIAMENTO DELLA CHIESA CATTOLICA

    Lo scorso lunedì il tribunale di Mendoza commisurò delle pene esemplari a due sacerdoti e ad un giardiniere, per la loro reiterata e accurata azione pedofila. I condannati lavoravano nella scuola per bambini audiolesi conosciuta come “Istituto Provolo”. Il prossimo grado di giudizio sarà a La Plata, dove i testimoni hanno cominciato a moltiplicarsi. In questo articolo si analizza fino a che punto la Chiesa Cattolica non solo pratica sistematicamente abusi, ma li nasconde e garantisce persino la loro ripetizione su scala globale. Fino a quando?

    “Scoprirai cose brutte e molte sono vere”, Robert Frainer avvisò così Gustavo Ariel Chamorro nel 2007. Il primo ha diretto l’Istituto Provolo in tutto il mondo fino al provvedimento del Vaticano nel luglio 2017; il secondo invece era direttore della succursale situata a La Plata. Frainer aveva ragione.

    In seguito alle condanne esemplari pronunciate a Mendoza lo scorso lunedì 25 novembre, il procuratore Cecilia Corfield ha due certezze: le sentenze hanno provocato un effetto domino che ha suscitato nelle vittime il desiderio di testimoniare; e che, tuttavia, l’appoggio del sistema politico di Buenos Aires rimane scostante in questa causa ad alta tensione. “Sono sola” afferma.

    Se sono già state emesse le condanne nel primo dei tre gradi di giudizio in cui è divisa la causa, è in gran parte dovuto al fatto che il vicegovernatore Laura Montero si è resa disponibile personalmente a garantire la sicurezza dei sopravvissuti e dei testimoni.

    A La Plata, sebbene il fascicolo sia stato inviato nella stessa data, il processo è ancora in fase di indagine, in questo caso il governatore Maria Eugenia Vidal ha omesso qualunque riferimento al caso e tanto meno ha contattato le vittime per offrire risorse o supporto.

    Il caso nella capitale di Buenos Aires ebbe un primo procuratore, Fernando Cartasegna, che fu espulso quasi due anni fa a causa di gravi irregolarità. Quando il procuratore Corfield vide le azioni del suo predecessore, la prima cosa che fece fu perquisire l’edificio della 47esima Strada. Stava cercando ciò che il testimone Lisandro Borrelli aveva denunciato: la stanza all’interno del seminterrato dove era stato legato e torturato.

    Borrelli studiò nell’istituto Provolo tra il 1989 e il 1993. Lì era legato per ore ad una ringhiera che era nel seminterrato della cucina. Inoltre lo hanno rinchiuso in una gabbia per conigli.

    Ha aggiunto anche un altro particolare: l’istituto Provolo ha in Valeria del Mar, zona di Pinamar, una casa situata in via Pietro Mendoza 2287, dove Borrelli fu trasferito durante un’estate. Lo hanno costretto a occuparsi delle pulizie e lo hanno legato ad un albero per punirlo.

    Quell’indirizzo fu menzionato anche nella causa di Mendoza e se i due casi non sono correlati, il giudizio rimarrà aperto. Sulla scia dello scandalo internazionale, oggi le case vengono tenute chiuse in stato di abbandono.

    Nel caso di La Plata, l’ex direttore Chamorro ha segnalato nella sua deposizione che il sacerdote italiano Corradi ha portato i bambini nella casa di Valeria del Mar, negando la possibilità di essere accompagnati dai loro genitori. A Mendoza, una delle madri ha affermato che, durante un viaggio in quella località costiera nel 2015, una studentessa ha riferito di aver visto come uno degli insegnanti ha portato un ragazzo a Horacio Corbacho, uno dei sacerdoti condannato a 45 anni di prigione.

    L’altro testimone chiave nel fascicolo platense è Daniel Sgardellis, che vive a Salta. Già nel 2013 ha avuto il coraggio di raccontare, attraverso la lingua dei segni e attraverso un video caricato su YouTube, ciò che aveva subito tra il 1980 e il 1991. In quella registrazione chiede ad altre vittime di denunciare come aveva già fatto lui. Solo tre anni dopo, la seconda testimonianza, quella di Borrelli, giunse alla giustizia nel 2016. Dopo le condanne a Mendoza, ne arrivarono altre due.

    Tuttavia, la procura ha appena riconosciuto che al massimo sarà in grado di portare in tribunale Corradi e il professore di informatica José Britez, dal momento che l’Italia non era disponibile a rispondere alla richiesta di estradizione che pesa sull’ottantenne Eliseo Primatti, che è fuggito quando sono iniziati gli arresti.

    Il manuale di copertura della chiesa indica che si deve sempre agire dopo che gli abusi sono stati resi pubblici. Il caso del Provolo non era un’eccezione.

    BIGLIETTO PER L’ARGENTINA

    Nel 2003, l’Istituto Provolo ha ricevuto il premio “Juntos Educar” dall’allora arcivescovo di Buenos Aires, Jorge Bergoglio. Il premio è stato assegnato per il suo esemplare lavoro educativo “nell’istruzione, nell’educazione e nell’assistenza ai sordomuti e ai giovani bisognosi”. A quel tempo si parlava poco dell’opera, ma ogni volta che veniva nominata nei media era per la sua nobile missione.

    Fondato nel 1840 a Verona, l’istituto deve il suo nome al vescovo Antonio Provolo, che si dedicò all’educazione dei sordi con i metodi orale e mimico-gestuale. La sede situata nella strada 47 di La Plata, nota come “Casa Provinciale della Compagnia di Maria per l’educazione dei sordi e dei muti”, fu il primo in Argentina, diretta dal sacerdote Albano Mattioli, un italiano naturalizzato Argentino. Quindi fu aperta la filiale di Mendoza a Luján de Cuyo, che fu ufficialmente inaugurata nel 1998 come “Casa locale della compagnia di Maria” di Mendoza.

    L’Argentina era una delle destinazioni prese da diversi sacerdoti che erano diventati incontrollabili a Verona, dove abusavano di bambini con problemi di udito tra gli anni ‘60-‘70. Il mondo lo ha scoperto il 22 gennaio 2009, attraverso il settimanale L’Espresso, quando Paolo Tessadri ha pubblicato un articolo dal titolo: “Noi, le vittime dei preti pedofili”. L’articolo menzionava che il numero di bambini maltrattati era incalcolabile, gli abusatori hanno agito per tre decenni fino al 1984, ma rilevava anche che una dozzina dei quasi 25 sacerdoti accusati sono rimasti nell’istituto. Tessadri ha fornito un’informazione che spiegava, in parte, il processo di selezione delle vittime: “Il Provolo di Verona accoglie famiglie povere”, principalmente dal nord-est italiano.

    Fu allora che 67 persone furono incoraggiate a inviare una lettera al giornale in cui raccontavano ciò che avevano sofferto. “I sacerdoti e i fratelli religiosi hanno abusato sessualmente di noi”, hanno detto. Molti furono sorpresi di non aver cercato alcuna soluzione giudiziaria, poiché i crimini erano andati in prescrizione, ma ciò che volevano era che la situazione fosse conosciuta in modo tale che i bambini che erano rimasti nel Provolo non subissero ciò che avevano passato loro. Le testimonianze raccolte sono arrivate il 20 novembre 2008 a monsignor Giampietro Mazzoni, giudice della corte ecclesiastica della diocesi di Verona, che ha ignorato il caso. In quella lettera, tra le altre cose, fu informato che nella stanza usata come confessionale nella Chiesa di Santa Maria del Lamento dell’Istituto Provolo, i sacerdoti facevano masturbare alcune ragazze sorde. Lo hanno anche avvertito che gli abusi, spesso accompagnati da percosse, si sono verificati sistematicamente nelle camere da letto dei sacerdoti, sotto l’altare, nelle docce e nei bagni dell’Istituto.

    Nel tentativo di calmare le vittime, è stata avviata un’indagine interna e il 14 dicembre 2012 è stata rilasciata una risposta. Monsignor Mazzoni era incaricato di inoltrare “un’umile richiesta di perdono” alle vittime, dopo aver comunicato che l’inchiesta era stata ritardata dalla sovrapposizione di denunce, perché alcuni preti accusati avevano già lasciato l’istituto o erano morti. Proprio in quella occasione, la Santa Sede ha condannato alcuni sacerdoti a dedicarsi alla preghiera e alla penitenza, impedendo qualsiasi contatto con i minori. Tuttavia, i sacerdoti che erano in Argentina non hanno ricevuto alcuna sanzione. Il manuale di copertura della Chiesa indica che si deve sempre agire dopo che gli abusi sono stati resi pubblici. Il Provolo non faceva eccezione.

    Da quando fu eletto nel marzo 2013, Papa Francesco è stato informato in almeno tre occasioni che quindici sacerdoti italiani, accusati di aver abusato di bambini con problemi di udito in Italia, sono stati inviati ad altre destinazioni in Argentina.

    Io insabbio, tu insabbi.

    Per anni, attraverso ciascuna delle loro testimonianze, i sopravvissuti hanno rivelato come funziona il manuale di copertura che la Chiesa Cattolica utilizza in tutto il mondo ogni volta che un prete molesta, abusa e/o tortura un bambino.

    Il caso dell’istituto Provolo si adatta perfettamente:

    1. alle prime rimostranze, tende a minimizzare il problema;
    2. zittisce e minaccia la vittima, che di solito è minorenne, ma mettendo in disparte la famiglia;
    3. fa pressione su quelli che potrebbero rompere con questa linea e presentare una denuncia, come nel caso di un altro sacerdote;
    4. se il carnefice diventa ingestibile, lo trasferisce;
    5. se il caso viene reso pubblico, rilascia una dichiarazione che simula dolore e afferma il desiderio di accompagnare la vittima e la sua famiglia, mentre le porte sono completamente chiuse agli stessi che affermano di voler sostenere;
    6. iniziano un processo interno, inutile e senza fine che si chiuderà in un cassetto della Santa Sede.

    Papa Francesco sapeva cosa stesse succedendo all’Istituto Provolo e non ha fatto nulla. Questa è la certezza dell’italiano Francesco Zanardi, presidente della Rete italiana dei sopravvissuti all’abuso ecclesiastico. Su cosa si basa? Da quando è stato consacrato nel marzo 2013, il Sommo Pontefice è stato informato in almeno tre occasioni che quindici sacerdoti italiani, accusati di aver abusato di bambini sordomuti in quel paese, sono stati inviati tra le altre destinazioni in Argentina.

    Nel maggio 2014, Zanardi ha inviato al Segretario di Stato Vaticano un video in cui appaiono 17 vittime che raccontano ciò che avevano vissuto e un elenco di sacerdoti accusati con il luogo in cui risiedevano. In Argentina, inclusi Giovanni Granuzzo, Nicola Corradi, Luigi Spinelli ed Eliseo Pirmati. Non ha avuto risposta.

    Il 20 ottobre dello stesso anno, l’Associazione dei sordi del Provolo di Verona, inviò una lettera indirizzata al vescovo Giuseppe Zenti, alla Congregazione per la Dottrina della Fede, e a Papa Francesco: “In quella lettera – ha detto Zanardi – nuovamente appaiono il nome di Corradi e altri quattordici sacerdoti accusati di abuso, quattro dei quali nascosti in Argentina”. Infine, è stato consegnato, ancora una volta, il 28 ottobre 2015, ora direttamente nelle mani del Papa da una delle vittime del Provolo di Verona, Giuseppe Consiglio, momento che è stato fotografato. Faccia a faccia, nell’aula Paolo VI, Consiglio disse al Papa, come poté, dopo ciò che aveva sofferto, al quale il Papa rispose con una richiesta di scuse e le sue solite “pregate per me”. In nessuno dei casi c’è stata alcuna risposta.

    Solo più di un anno dopo, venerdì 25 novembre 2016, quando si sono esposte le prime vittime argentine, sono state effettuate irruzioni presso la sede di Luján de Cuyo, sono stati arrestati i sacerdoti Nicola Corradi e Horacio Corbacho e si è scoperto uno scandalo internazionale, il Vaticano nominò un commissario apostolico e si preoccupò del caso “Provolo”. La prima espressione pubblica della Chiesa fu una menzogna: “Voglio chiarire guardandoli negli occhi, con le mani pulite e una coscienza tranquilla, che mai fummo informati prima delle accuse che pesano su nessuno dei sacerdoti imputati”, ha detto l’arcivescovo di Mendoza, Mons. Carlos Maria Franzini.

    Quello che non sapevano era che avevano appena scoperto il caso che avrebbe dimostrato fino a che punto i meccanismi di insabbiamento all’interno della Chiesa Cattolica sono internazionali. Un altro 25 novembre, questa volta nel 2019, sono state conosciute le condanne (45 anni per Corbacho, 42 per Corradi e 18 per il giardiniere Armando Gómez) e si è conclusa la prima delle tre parti del lungo processo di Mendoza. Contemporaneamente, un senso di sollievo attraversò il corpo dei sopravvissuti di La Plata e Verona. Non per niente: per la prima volta da quando sono iniziati gli abusi nell’Italia degli anni 60, poi a La Plata negli anni 80 e a Mendoza negli anni 90, erano riusciti ad avere credibilità.

    Gli investigatori di La Plata e Mendoza hanno concluso che:

    a) le vittime preferite erano quelle i cui genitori non conoscevano il linguaggio dei segni;

    b) gli amministrativi e i religiosi fungevano come un filtro per misurare attraverso la tortura e giochi di ruolo chi consegnavano;

    c) gli arcivescovi di La Plata e Mendoza hanno voltato le spalle alle denunce internazionali.

    POETICA DELL’ABUSO

    Nel 2002 Julio García, un membro dell’ordine di La Plata, ha osato chiedere a Nicola Corradi, attraverso una lettera, di “agire sulla questione” per le irregolarità e le perversioni sessuali che stavano accadendo. Questa lettera fu trovata quando furono razziati gli uffici del Provolo di Mendoza, insieme a un fax stampato in cui erano spedite due comunicazioni. Il primo fu inviato al vicario generale in Italia; il secondo a Corradi. In entrambi, Garcia si riferiva a ciò che aveva vissuto all’interno dell’istituto Provolo di La Plata. Ha accusato un novizio ed ex seminarista di nome Gerardo Risso per “comportamenti devianti” e ha segnalato la complicità di altri sacerdoti per proteggerlo, sostenendo queste azioni. Ha anche sottolineato che Risso era stato respinto dall’ordine di Buenos Aires proprio a causa di questo comportamento, al contempo chiedeva a Corradi di non voltare le spalle perché un gruppo di sacerdoti della stessa sede lo proteggeva a spada tratta e sosteneva la possibilità che tornasse al Provolo.

    Garcia ha allegato una copia di una poesia scritta da un interno. “Il cantico di Gerardo” non solo aveva un alto contenuto sessuale nella sua lingua, quando identificava le pratiche dell’ex seminarista nell’intimità del gruppo, ma esponeva anche la naturalizzazione dell’abuso.

    Il cantico di Gerardo
    Sto uscendo con un ragazzo
    L’ho incontrato nella cappella
    Mi ha accarezzato e non ho resistito
    E volevo andare nella sua stanza
     
    Sto uscendo con un ragazzo
    È religioso e di grande ardore
    Quando mi abbraccia mi da calore
    E mi fa esplodere il cuore
     
    Sto uscendo con un ragazzo
    Mi sono sdraiato sul suo letto
    È venuto come un camion
    E in quella notte mi ha consacrato
     
    Sto uscendo con un ragazzo
    Fu molto bello quello che ho sentito
    Mi ha puntato il suo grande cannone
    E l’ho ricevuto nel mio garage
     
    Sto uscendo con un ragazzo
    È insaziabile nel suo procedere
    Non vuole altro che cogliere
    Ho già il culo come un vaso
     
    Sto uscendo con un ragazzo
    E ora cammino con un bastone
    Scorreggio e inizio a gridare
    E piango quando vado a cagare
     
    Sto uscendo con un ragazzo
    Ho promesso di essere sempre fedele
    Mi sono già vestito da religioso
    E di notte gettava le mutande
     
    Sto uscendo con un ragazzo
    Ho già trovato la mia vocazione
    Voglio vivere in congregazione
    Aprire il culo è la mia religione.

    In un altro paragrafo della lettera, l’autore ha anche fatto riferimento a irregolarità nell’amministrazione di indumenti e alimenti che avrebbero dovuto essere date ai bambini che erano nel rifugio di La Plata. Ha accusato le suore, che avevano quel compito, di lasciare 578 pullover immagazzinati per “riempirsi di falene” e “vendere i vestiti che abbiamo donato per 2 o 3 pesos”. Infine, ha sottolineato che ai ragazzi è stato servito cibo ormai scaduto, aggiungendo che “è un miracolo che nessun bambino si sia ammalato”.

    Sebbene il legame tra i poteri giudiziari di Buenos Aires e di Mendoza sia praticamente nullo, sia gli investigatori di La Plata che quelli di Mendoza hanno raggiunto conclusioni simili:

    a) le vittime preferite erano quelle i cui genitori non conoscevano il linguaggio dei segni;

    b) gli amministrativi e i religiosi fungevano come un filtro per misurare attraverso la tortura e giochi di ruolo chi consegnavano;

    c) gli arcivescovi di La Plata e Mendoza hanno voltato le spalle alle denunce internazionali.

    Per comprendere la portata istituzionale del caso Provolo, è necessaria una visione integrale che colleghi ciò che è accaduto a Verona, La Plata e Mendoza. Dopo i processi che hanno rappresentato la prima serie di condanne, il processo di La Plata dovrebbe andare in quella direzione.

    manual de encubrimiento de la iglesia católica


    (traduzione con Google, articolo del 4 dicembre 2019)

  • In risposta a mons. Lorenzo Ghizzoni, all’articolo pubblicato da AVVENIRE

    In risposta a mons. Lorenzo Ghizzoni, all’articolo pubblicato da AVVENIRE

    Gentile Lorenzo Ghizzoni,

    ho letto con un pizzico stupore della sua indignazione sulle pagine AVVENIRE e non posso che dedurre due cose: o lei è maldestro, o è completamente disinformato.

    Partendo dalla critica che lei fa a IL FATTO QUOTIDIANO (articoli di Ferruccio Sansa), le faccio notare che per una corretta informazione e una critica accettabile, avrebbe dovuto almeno indicare di quale caso stesse parlando.

    Lo farò io per lei, l’arcivescovo Lorenzo Ghizzoni, presidente del Servizio nazionale tutela minori della Cei, parlava di don Franco Castagneto, la cui diocesi di Genova, è indubbiamente informata dal 1998 (lo conferma persino mons. Alberto Tanasini che gestì personalmente il caso all’epoca dei fatti di SORI).

    Poi don Franco fu trasferito a ALBARO e, nell’agosto del 2019, appena è riemerso il caso, questa volta la chiesa non lo ha più spostato, lo ha fatto scomparire direttamente.

    Tra le altre cose, stando a quanto dichiara la stessa diocesi di Genova, attraverso la Cancelleria in data 25-11-2019, a Genova, “non esiste al momento alcuna equipe della commissione minori e persone vulnerabili“. Lo sapeva ?

    Riguardo ai fatti riportati dal giornale di Marco Travaglio, a firma di Ferruccio Sansa, che lei impropriamente dichiara scandalistici, sappia che quanto scritto fino ad ora, era solo la punta dell’iceberg, sul resto daremo tutte le delucidazioni del caso, non tema. Non ci celeremo, come il cardinal Angelo Bagnasco, dietro un muro di silenzio.

    Riguardo invece le proiezioni sulla situazione italiana, sulle pagine di AVVENIRE afferma; “In Italia la stima varia dal 2 al 4%, ma siamo ancora – è il caso di ripeterlo – nel campo delle ipotesi. Ecco perché i grafici pubblicati nei giorni scorsi dal Fatto, con un’improbabile stima delle diocesi “sicure e non sicure”, è del tutto inaccettabile”.

    Ebbene, solo per doverosissima precisazione, i dati del Fatto Quotidiano ed esposti questa volta da Paolo Frosina, li abbiamo forniti noi, e i puntini sulla mappa sono tutti casi documentati dalla sola stampa nazionale e, sono sincero, la sola vista fa rabbrividire.

    Tuttavia, trovo molto scorretto dar a credere ai lettori di AVVENIRE che quella cartina con i puntini sia frutto delle proiezioni, che son tutta altra cosa, e lei questo lo dovrebbe sapere bene.

    Le proiezioni del collega Mark Vincent Healy, sono calcolate (in assenza di un dato governativo italiano) sulla base di dati veritieri e frutto di commissioni d’inchiesta governative che riguardano unicamente i sacerdoti, non come avete fatto su AVVENIRE, dove citate dati generici sugli abusi in generale: come ben capirà, le due cose non sono paragonabili.

    I dati delle proiezioni riguardano le commissioni governative di: Australia, Belgio, Canada, Germania, Gran Bretagna, Irlanda, Polonia, USA.

    Ebbene, il collega Mark Vincent Healy, sulla base della popolazione cattolica, sulla base dei sacerdoti di quelle nazioni e sulla base delle percentuali restituite dalle commissioni di inchiesta governative, ha fatto una semplice proiezione dell’Italia.

    Nell’articolo pubblicato da AVVENIRE, per evitare figure come questa – rischiando oltretutto di screditare ancor più quello che secondo lei starebbe facendo la chiesa in materia di abusi – avrebbe dovuto ricordare che ben cinque anni fa, il Comitato per la tutela dell’infanzia delle Nazioni Unite, dato il dilagante fenomeno di abusi sessuali di minori per mano di preti cattolici e i continui insabbiamenti che emergevano in tutto il pianeta, questi ultimi per mano della stessa chiesa, tra le tante cose, chiese alla Santa sede di quantificare l’entità del fenomeno e, caro Ghizzoni, sarebbe stato davvero onesto da parte sua, dire ai lettori di AVVENIRE, che la Santa Sede neppure rispose a quelle raccomandazioni. Ecco perché non avete i dati. Ma lo dica questo ai lettori di AVVENIRE, è importante, non crede?

    E magari, lo dica anche al Governo italiano, son sicuro che qualche amico a cui rivolgersi lo avrà.

    Sa perché le dico questo Ghizzoni?

    Perché a febbraio 2019, sempre il Comitato per la tutela dell’infanzia delle Nazioni Unite, ha chiesto la stessa cosa anche all’Italia, che oltre a due precedenti diffide ed un’interrogazione parlamentare, per il momento non ha ancora proferito parola.

    Si rivolga quindi al Vaticano e al Governo italiano per questa atroce negligenza, anche noi da anni chiediamo una commissione governativa, non accolli così squallidamente la mancanza di dati ad una associazione di vittime di preti pedofili, non è carino e neppure onesto le pare?

    Riguardo al cardinale Gualtiero Bassetti, attuale Presidente della Cei, l’associazione, già prima del summit di febbraio, si era immediatamente attivata per farsi ricevere, ci ha persino risposto, peccato che però poi, dopo la valanga mediatica, sia sparito pure lui.

    Che dire? Che la chiesa italiana sia determinata può essere, il dubbio che resta è: su cosa? Noi vittime sono anni che chiediamo giustizia alla chiesa, ma tranne i pochi di noi che la hanno ottenuta dai tribunali civili e non dalla chiesa, per tutti gli altri, al momento non credo si possa sperare di trovare grandi entusiasmi.

    Vedere campagne mediatiche fatte di bugie, come quella di cui lei è il rappresentante per l’Italia, campagne che puntano solo a disinformare la comunità, spalando fango su noi vittime, che vengono tirate in ballo dalla chiesa solo in queste occasioni, dà ben poca credibilità alle sue affermazioni.

    Con ossequio Francesco Zanardi

    Presidente della RETE L’ABUSO

    Associazione sopravvissuti agli abusi sessuali del clero.

  • Abusi nella Chiesa: “In Italia fino a 4mila pedofili e un milione di vittime”

    Abusi nella Chiesa: “In Italia fino a 4mila pedofili e un milione di vittime”

    Gli abusi sessuali ai danni di minori sconvolgono pure la Chiesa italiana. I dati choc riportati dall’associazione Rete l’Abuso

    Duecentonovantotto consacrati incaricati in Italia risultano essere stati chiamati in causa per abusi sessuali ai danni di minori. Centoquarantaquattro sono quelli che hanno confessato o che sono già stati giudicati come colpevoli nei tribunali.

    Vale la pena sottolineare sin da subito come la fattispecie degli abusi possa essere estesa o considerata riferibile anche a quelli commessi – in circostanze che sembrano però essere davvero minoritarie – ai danni di quelli che la Santa Sede chiama “adulti vulnerabili”.

    In Vaticano si è parlato anche di quel genere di abusi. In specie durante l’incontro straordinario sulla protezione dei minori voluto dal vescovo di Roma, ossia il summit straordinario che si è tenuto nel febbraio del 2019. Ma il discorso, che riguarda per lo più quanto subito dai minori, non cambia: i dati, che sono stati diffusi dalla Rete l’Abuso, sono drammatici. Le stime ipotizzabili presentate dalla medesima associazione fanno riflettere con una facilità persino maggiore di quella espressa per la prima casistica: la forbice dei sacerdoti pedofili oscilla, stando a quanto si legge sul sito della realtà indicata, tra i mille, che è il numero minimo, ai quattromila, che è la cifra massima dichiarata. Sono statistiche presumibili che riguardano la nostra nazione. E il fatto che la natura di questi episodi, per ciò che concerne l’Italia, sia sporadica, rischia di essere smentito di netto.

    Il Belpaese non è stato sconvolto dal “collasso morale” – così come lo chiama Benedetto XVI – della Chiesa cattolica. Il Cile, gli Stati Uniti, l’Australia, la Francia e la Germania: sono queste le nazioni di cui abbiamo raccontato con costanza in questi anni in relazione agli abusi commessi da ecclesiastici. Per dirne una: alcune diocesi statunitensi sono fallite o quasi a causa dei risarcimenti dovuti alle vittime. Da noi non è ancora accaduto. Ma sembra appunto che l’Italia possa entrare a far parte di questo elenco: quello delle nazioni in cui la Chiesa cattolica deve affrontare, e con urgenza, la questione. Il Vaticano, anche dopo la serie di scandali che ha sollevato più di una bufera attorno a qualche alto ecclesiastico (si veda, per esempio, il caso dell’ormai ex cardinal Theodore McCarrick), non tollera più i comportamenti delittuosi degli appartenenti al clero: quando non si tratta di fumus persecutionis o di voci non confermate dalle indagini interne, ormai si tende a procedere nell’immediato con quanto previsto dal diritto canonico. Sempre che le norme siano considerate sufficienti. Ma ogni tanto si scopre di qualche sacerdote che viene “spostato” di diocesi o di parrocchia.

    La “linea della tolleranza zero” di Joseph Ratzinger, che rimane il Papa recordman per numero di consacrati “spretati”, ha avuto i suoi effetti. E Papa Francesco non è tornato indietro, anzi. Per quanto durante questo pontificato le accuse di pedofilia siano arrivate ad interessare persino il prefetto della Segreteria per l’Economia, il cardinale George Pell, che ora si trova in carcere in Australia, ma che potrebbe essere giudicato in modo diverso rispetto al primo grado per il tramite dell’appello.

    Non deve stupire più di tanto, comunque sia, che l’Italia non possa definirsi estranea al “collasso morale”. Il caso del San Pio X – sul quale la Santa Sede ha indagato almeno nel corso degli ultimi due anni e per il quale è stato rinviato a processo anche Don Gabriele Martinelli, è abbastanza emblematico. Prima i libri di Gianluigi Nuzzi, poco dopo le Iene: come direbbe Jorge Mario Bergoglio, “la pentola” sembra essere stata “scoperchiata”, ma in questo caso soprattutto da fuori le mura leonine. I racconti delle presunte vittime e dei presunti testimoni sono stati fondamentali. Per quanto si debba comunque attendere gli esiti processuali. All’interno di un pre-seminario del Vaticano potrebbero essere accaduti fatti di questa tipologia e di questa gravità. Cosa potrebbe accadere, con continuità, nelle periferie, che possono non essere sottoposte a un controllo troppo serrato? Papa Francesco, in questi sei anni e mezzo di pontificato, ha ribadito qual è l’avversario da abbattere: il clericalismo. L’ex arcivescovo di Buenos Aires ritiene che siano le distorsioni dei rapporti tra i membri del clero a contribuire agli abusi sessuali.

    Il papa emerito Benedetto XVI, dal suo canto, è invece tornato sull’argomento, centrando la sua riflessione scritta sulle conseguenze dovute all’innesto dell’ideologia sessantottina all’interno della Ecclesia. Una posizione – quella del teologo tedesco – che è stata stigmatizzata dal fronte progressista. Il papa emerito ha fatto intendere come la liberalizzazione dei costumi, che ha fatto la sua comparsa in contemporanea con il 68′, abbia sconvolto l’assetto ecclesiastico. Poi c’è il cosiddetto “fronte tradizionale”, che associa il dramma della pedofilia a quella che i tradizionalisti chiamano “agenda omosessualista”. La disamina sulle cause, dinanzi certe rilevazioni numeriche, possono passare in secondo piano.

    Le stime sulle vittime: forse un milione solo in Italia

    Se è vero che di sacerdoti italiani pedofili ne esistono migliaia, allora è lecito anche parlare di migliaia di vittime L’equazione, nella sua freddezza, diviene purtroppo semplice. Citiamo tuttavia pure qualche cirfra che non può essere verificata in maniera certosina. Se non altro perché è abbastanza noto di come insabbiamenti e dubbi di natura morale – questi ultimi attribuiti spesso anche alle famiglie e non solo alle povere vittime – possano influire sia sul numero di denunce sia sulla facoltà di poter analizzare il fenomeno nella sua interezza. Il totale, insomma, è di difficile individuazione.Ma un numero di riferimento viene comunque riportato: “I minori violentati potrebbero arrivare nel nostro Paese fino al milione”, fanno presente sempre da Rete l’Abuso. Qualche Stato, come quello australiano, pensa che un modo utile a far cadere qualche muro di silenzio sia quello di legiferare sul segreto confessionale, che per certi progressisti dovrebbe venire meno. I sacerdoti, dal canto loro, segnalano come la confessione sia, in realtà, uno dei pochi strumenti tramite cui si può giungere ad avere contezza degli abusi. Quello – dicono – è il luogo in cui si trova il coraggio di parlare. Guardando bene, però, il limite vero deriva dalla mancanza di denunce, provengano queste dai sacri palazzi, dalle parrocchie, dalle vittime o dalle famiglie. Pure per questo, il Santo Padre ha deliberato sull’obbligo di segnalazione per tutti coloro che, facendo parte della Chiesa cattolica, vengono a sapere di abusi. Il Papa ha stilato Motu proprio ad hoc: Vox estis lucis mundi. Ma il sistema di prevenzione italiano funziona?

    Le zone italiane coinvolte dagli scandali legati agli abusi

    Il lavoro di Rete l’Abuso è tanto meticoloso da proporre ai lettori una vera e propria configurazione, con tanto di connotazioni e specifiche geografiche, ritraente tutti i casi per cui è corretto annotare delle certezze giudiziarie o quantomeno delle accuse in fase di accertamento. Distinguendo solo per religiosi condannati o rei confessi e per religiosi che per ora risultano essere solo indagati, si ottiene in ogni caso una conclusione choccante: tranne alcune zone, come buona parte della Basilicata, il nord della Sardegna, la striscia settentrionale dell’Emilia Romagna e una fascia consistente della Toscana, del Veneto e del Friuli, nessuna macrozona ecclesiastica italiana – su base regionale e non diocesana – può dirsi estranea a casi, presunti o no, di pedofilia. E questo, considerando quanto poco si parli degli abusi sessuali commessi dai sacerdoti in Italia rispetto ad altre nazioni del mondo, raffigura già di per sé un fattore di rilievo. Un grande assembramento di sacerdoti condannati o autori di confessioni sulla pedofilia perpetrata è riconducibile al Nord Ovest: tra Lombardia, Piemonte e Liguria si conta quasi un terzo degli episodi totali. Come non far notare, poi, come la mappa si addensi proprio in prossimità del Vaticano? Uno delle ultime condanne emesse nei confronti di un sacerdote è inerente a quanto commesso da padre Pio Guidolin, che è stato condannato a 12anni di carcere. Una storia in cui c’entrerebbe pure l’utilizzo improprio dell’olio santo. Eppure, nonostante il lavoro degli inquirenti, alcune di queste storie vengono rivelate dopo anni. Francesco Zanardo, che è il presidente della Rete l’Abuso, ha reso noto come uno degli ostacoli possa derivare dai rapporti intercorrenti tra i principali enti istituzionali: “Troppo forte l’influenza vaticana, troppe le convivenze tra apparati dello Stato e gerarchie ecclesiastiche”, ha dichiarato a Il Fatto Quotidiano. Come se i cosiddetti poteri forti fossero troppo legati tra di loro per poter squarciare il velo di Maya.

    L’intervento della Chiesa cattolica per la protezione dei minori

    “Dietro l’enfatizzazione degli abusi su minori compiuti da preti cattolici c’è di tutto preti spretati, teologi eretici come Hans Küng, lotte interne dei modernisti contro il papa, radicali che suonano la tromba, movimenti gay o pro choice, che vogliono far pagare alla chiesa le sue posizioni in materia etica”. A scriverlo è stato il professor Francesco Agnoli in “Chiesa e pedofilia”, un libro edito da Cantagalli e pubblicato nel 2011. La disamina di fondo è questa: la pedofilia non è affatto un unicum ecclesiastico. Una parte consistente dei cattolici non nega che la Chiesa stia attraversando un “collasso morale”, ma non accetta che “pedofilo” e “sacerdote” vengano accomunati senza pensarci troppo. I cattolici-conservatori ritengono che la distorsione della dottrina cattolica perpetrata attraverso le svolte progressiste – distorsione che avrebbe attecchito in delle correnti teologiche statunitensi durante il boom delle avanguardie degli anni 60′ e degli anni 80′ – abbia avuto un ruolo chiave nello sviluppo di atteggiamenti non conformi alla dottrina e, persino, della pedofilia. Sembra giusto, dopo aver rimarcato pure come gli ultimi due pontefici abbiano riformato la prassi – Ratzinger ha anche inasprito le norme – evidenziare come la Chiesa cattolica stessa metta in campo degli strumenti in grado di recuperare le vittime. E non solo quelle che hanno subito abusi perpetrati dagli ecclesiastici. L’esperienza guidata da Don Fortunato Di Noto, cioè la Meter Onlus, è la dimostrazione pratica di come le istituzioni ecclesiastiche siano impegnate nella protezione, ma anche nella rinascita spirituale e psicologica, delle persone abusate.

    http://www.ilgiornale.it/news/abusi-dei-preti-ecco-tutti-i-dati-choc-che-riguardano-1794416.html

  • Pedofilia sui sordomuti al Provolo in Argentina, 42 anni al prete veronese

    Pedofilia sui sordomuti al Provolo in Argentina, 42 anni al prete veronese

    Condannato don Corradi. E ora su di lui incombe l’inchiesta bis

    VERONA Colpevole di 6 pesantissimi capi d’accusa. Responsabile di violenze ai danni di bambini e ragazzi sordomuti dell’istituto Provolo di Luján de Cuyo (succursale argentina della sede madre di Verona) talmente gravi da essere punite con 42 anni di reclusione. Ma la condanna inflitta ieri dalla Giustizia argentina al sacerdote veronese Nicola Corradi equivale all’ergastolo, al «fine pena mai», per chi come lui ha già compiuto 83 anni.

    Per l’anziano prete finito in arresto tre anni fa e tuttora detenuto ai domiciliari per ragioni d’età e di salute, il rischio era di un verdetto ancora più pesante: contro di lui, due settimane fa, dai banchi dell’accusa il procuratore Alejandro Iturbide aveva chiesto 45 anni di reclusione.

    All’uscita dalla camera di consiglio, 24 ore fa, la seconda Corte penale collegiale composta dai giudici Carlos Díaz, Aníbal Crivelli e Mauricio Juan ha inflitto, oltre che 42 anni a Corradi, 45 anni (esattamente la pena chiesta dalla Procura) all’altro religioso imputato, Horacio Corbacho, mentre l’ex giardiniere Armando Gómez dovrà scontare 18 anni, a fronte dei 22 anni e 6 mesi di carcerazione sollecitati dall’accusa. Contro gli imputati, in totale, venivano ipotizzati 28 capi d’accusa per abusi sessuali e corruzione di minori aggravati dall’aver approfittato del proprio ruolo di educatori e dalla convivenza con le vittime al Provolo di
    Luján de Cuyo. Nel dettaglio, 16 le imputazioni che vedevano coinvolto Corbacho, 6 Gómez e 6 Corradi, già sospettato nei decenni scorsi con altri religiosi delle presunte molestie denunciate da alcuni ex alunni del Provolo di Verona (indagine penale, quella, finita poi in archivio per prescrizione).

    A difendere a Mendoza i tre imputati è l’avvocato Alicia Arlotta che, a coronamento di una lunghissima arringa che si è protratta per tre giorni, aveva invocato alla Corte «l’assoluzione o la dichiarazione di nullità del processo per violazione del diritto di difesa». Invece i giudici, a conclusione di un processo che aveva preso il via il 5 agosto scorso, hanno confermato con la loro sentenza il pugno di ferro giù usato dal procuratore nella requisitoria.

    Ad attendere l’ultimo atto del processo, che in questi 4 mesi si è tenuto a porte chiuse ed è stato tradotto in tempo reale da interpreti della lingua dei segni, si erano radunate all’esterno con i loro parenti numerose vittime. «Questo dolore al cuore non guarisce. Ma vederli condannati mi fa credere nella giustizia», ha commentato colui che per primo, con la sua denuncia, ha rotto il silenzio e dato il via all’inchiesta: si tratta di un testimone protetto con problemi d’udito, ha 28 anni e una figlia piccola.

    Un verdetto destinato a lasciare il segno, quello appena pronunciato dalla magistratura sudamericana, non solo per l’ammontare delle pene inflitte ma anche perché i giudici hanno imposto al Ministero della Salute di pagare le spese necessarie all’assistenza psicologica delle vittime e a quello dello Sviluppo sociale di garantire sussidi, formazione e tirocini lavorativi in modo che possano reintegrarsi nella società.

    «In Italia ci sogniamo condanne così esemplari» è il commento di Francesco Zanardi, presidente dell ’ associazione Rete L’Abuso.

    Quello andato in scena ieri in Argentina, è però solo il primo atto di due inchieste ben più ampie:quella
    di Mendoza, che coinvolge 14 indagati tra cui una suora, e quella di La Plata, che vede nuovamente sotto accusa don Corradi insieme a un altro prete veronese del Provolo, don Eliseo Pirmati, di cui è stata chiesta all’Italia l’estradizione.

    da Il Corriere del veneto del 26-11-19

  • Violenze sui bimbi sordi dell’Istituto Provolo: condannati due preti in Argentina, uno è italiano

    Violenze sui bimbi sordi dell’Istituto Provolo: condannati due preti in Argentina, uno è italiano

    Il prete italiano don Nicola Corradi, il collega argentino Horacio Corbacho e l’ex giardiniere dell’istituto Provolo di Lujan de Cuyo sono stati condannati rispettivamente a 42, 45 e 18 anni di carcere per gli abusi sessuali commessi sui bambini sordi ospiti della struttura dell’Istituto Provolo di Lujàn de Cuyo, nella diocesi di Mendoza.

    Era attesa per stamattina la sentenza della Seconda Corte penale del Tribunale di Mendoza (Argentina) che vede imputati il prete italiano don Nicola Corradi, 85 anni, il collega argentino Horacio Corbacho, 62 anni, oltre all’ex giardiniere dell’istituto Provolo di Lujan de Cuyo, Armando Gomez. Corradi è stato condannato a 42 anni di reclusione, l’altro sacerdote a 45 anni mentre l’inserviente a 18 anni. I giudici hanno inoltre ordinato la cura psicologica gratuita a carico dello Stato per tutte le vittime e l’agevolazione per il loro reinserimento nella società.

    Sui tre imputati pendevano 28 accuse per abusi sessuali e corruzione di minori. Le vittime erano ospiti di una struttura per sordi a Lujàn de Cuyo, nella diocesi di Mendoza. Gli abusi sarebbero stati commessi tra il 2000 e il 2009 su bambini di età compresa tra i 10 e i 12 anni. Come riportato dal sito argentino Mdz, il procuratore Alejandro Iturbide il 12 novembre scorso aveva chiesto per i due parroci la pena di 45 anni di reclusione, mentre per Gomez un condanna a 22 anni e 6 mesi. I giudici hanno quindi emesso sentenze lievemente più attenuate rispetto alle richieste dell’accusa.

    Il caso di don Corradi dall’Argentina potrebbe prossimamente arrivare anche in Italia grazie alla onlus Rete L’Abuso, la quale due anni fa aveva presentato tre fascicoli sul caso argentino alla Procura della Repubblica di Verona. Secondo l’associazione, infatti, furono abusati anche alcuni minori affidati all’istituto Provolo di Verona, sede centrale e responsabile giuridico della Compagnia di Maria per l’educazione dei sordomuti.

    Nel novembre 2016 un ex allievo dell’Istituto Provolo di Verona, oggi sessantatreenne, raccontò alcuni episodi di pedofilia che si sarebbero verificati tra le mura della scuola. “Sono stato sodomizzato e costretto ad avere rapporti sessuali da almeno quindici preti e fratelli. Sono senza udito da quando avevo 8 anni e sono entrato al Provolo l’anno successivo. Praticamente dalle prime settimane a quando, a 15 anni, uscii da quell’inferno, sono stato abusato in ogni modo”.

    Della vicenda si era occupata anche Fanpage.it con un’inchiesta giornalistica: Don Eligio Piccoli, sacerdote in servizio all’Istituto Provolo di Verona, ammise davanti ai microfoni della nostra testata di aver abusato sessualmente di molti minori sordomuti ospiti della struttura.

    https://www.fanpage.it/attualita/violenze-sui-bimbi-sordi-dellistituto-provolo-condannati-due-preti-in-argentina-uno-e-italiano/

  • Caso Provolo; l’Argentina chiede 45 anni per don Corradi. Si avvicina il processo anche in Italia?

    Caso Provolo; l’Argentina chiede 45 anni per don Corradi. Si avvicina il processo anche in Italia?

    ARGENTINA – Questa mattina, il procuratore capo dell’Unità per i crimini contro l’integrità sessuale, Alejandro Iturbide , ha concluso il suo appello conclusivo nel processo per abusi sessuali avvenuti per anni presso l’ Istituto Antonio Próvolo di Luján de Cuyo, chiedendo la pena di 45 anni di prigione per i sacerdoti Nicola Corradi (83) e Horacio Corbacho (59) , e 22 anni e 6 mesi per l’ex giardiniere dell’istituzione Armando Gómez .

    Nel gennaio 2017, poco dopo l’arresto di don Corradi avvenuto il 28-11-2016, la Rete L’ABUSO ha presentato ben tre fascicoli sul caso argentino, presso la procura della repubblica di Verona, la quale aveva aperto un fascicolo e espletato una serie di indagini, volte ad accertare le accuse che avanzavamo nei confronti dell’Istituto Antonio Provolo di Verona, sede centrale (e responsabile giuridico) di tutti i distaccamenti sparsi nel mondo, della Congregazione di Maria per l’istruzione dei sordi, una congregazione di Diritto Pontificio, che dipende direttamente dal Vaticano.

    Come ci aspettavamo e come avevamo chiesto di accertare già nel primo dei tre fascicoli depositati, la procura (vedi documento a lato) archiviò la sola posizione del vescovo di Verona Giuseppe Zenti, attribuendone però la responsabilità alla Congregazione di Maria Per l’educazione dei sordi, ravvisando che questa era al corrente delle tendenze pedofile del prete, già nel gennaio del 1970.

    Purtroppo in tutti questi anni, gli ex allievi dell’istituto non hanno mai depositato una sola denuncia alla procura, trovandosi così oggi prescritti.

    La cosa invece potrebbe essere diversa per quelle depositate nel 2017 dalla Rete L’ABUSO, in quanto i reati accertati in Argentina sono recenti e non ancora prescritti.

    Nei tre fascicoli che la Rete ha depositato a Verona, si accusavano le gerarchie di aver violato il 2 comma dell’articolo 40 del codice penale che recita “non impedire un evento che si ha l’obbligo giuridico di evitare, equivale a cagionarlo”.

    Ovvero, la Compagnia di Maria per l’educazione dei sordi, sarebbe responsabile non tanto della condotta di don Corradi, ma del fatto, che pur sapendo delle sue tendenze pedofile, questa non si sia mossa per evitare che il Corradi  ne commettesse altre.

    Per il momento, non ci resta che attendere la sentenza Argentina, che data la richiesta a 45 anni di carcere avanzata dalla procura, parrebbe ormai inevitabile la condanna e l’apertura di un procedimento anche in Italia.

    Nella giornata di domani, l’ufficio di presidenza della Rete L’ABUSO, in conferenza con l’avvocato Carlos Lombardi – procuratore in Argentina dell’associazione – farà il punto della situazione e deciderà come muoversi, non escludendo anche azioni dall’Argentina verso l’Italia.

    Redazione Web

  • I vescovi votano “somma forfettaria” per le vittime di preti pedofili

    I vescovi votano “somma forfettaria” per le vittime di preti pedofili

    I vescovi della Francia si sono incontrati in sessione plenaria a Lourdes per decidere su una compensazione finanziaria nel “riconoscimento della sofferenza” delle vittime.

    I vescovi di Francia hanno votato questo sabato a favore di una “somma forfettaria” per il “riconoscimento della sofferenza” delle vittime dei preti pedofili quando erano minorenni, ha dichiarato al presidente della stampa Eric de Moulins-Beaufort, il presidente della Conferenza dei vescovi di Francia (CEF).

    I vescovi hanno votato “in gran parte”, secondo lui, questo dispositivo, che passa per “un’unica somma di denaro e somma forfettaria”, il cui importo tuttavia non è stato annunciato.

    Il prezzo dell’indifferenza

    I vescovi, riuniti a Lourdes , si sono assicurati di riconoscere l ‘”aggressione”, ma anche “silenzio, negligenza, indifferenza, mancanza di reazione, decisioni sbagliate o disfunzioni all’interno della Chiesa”, disse, parlando di “cattiva condotta di vari ordini all’interno della Chiesa”. Non è “né il risarcimento che dipende dalla giustizia del nostro paese o la giustizia canonica né il risarcimento”, ha affermato Eric de Moulins-Beaufort.

    Il suo importo sarà proposto ai vescovi nella prossima riunione a Lourdes del prossimo aprile, come fondo di dotazione specifico, che pagherà il pacchetto. Il pagamento avverrà quindi dopo questa riunione.

    Le vittime in questione sono quelle per le quali sono prescritti i fatti. Per coloro i cui atti giudiziari sono ancora pendenti, il pagamento avverrà dopo. “Ogni vescovo prenderà l’iniziativa di riconnettersi con le vittime che conosce” per offrire loro questo pacchetto. Il fondo di dotazione sarà finanziato da “vescovi, sacerdoti colpevoli quando saranno vivi e fedeli che verranno ad aiutarci”, ha detto, “ma questo può essere solo un passo volontario dei fedeli “, secondo il presidente del CEF.

    I vescovi riflettono anche sull’idea di un “gesto liturgico”. Questa potrebbe essere una preghiera per le vittime, ad esempio il Venerdì Santo, o la possibilità di presentare “storie di vita” in un “memoriale”, ritiene Eric de Moulins-Beaufort.

    “La parola” responsabilità “non appare”

    Le misure di compensazione finanziaria sono attese con impazienza dalle vittime, soprattutto quando sono prescritti i fatti. Giovedì, a Lourdes, quattro di loro avevano messo in guardia contro un atto finanziario che non avrebbe riconosciuto “la responsabilità della Chiesa”, un punto essenziale ai loro occhi.

    Tuttavia, “la parola” responsabilità “della Chiesa non appare, mi dà molto fastidio”, ha reagito Jean-Luc Souveton, sacerdote, aggredito quando era minorenne, membro del gruppo di lavoro con il CEF su questa domanda . Una critica osservata anche da un altro membro del collettivo, Michel, prete anche vittima che ha richiesto l’anonimato: “manca”.

    “In un certo senso, lo dicono senza dirlo, è molto importante”, da parte sua ha stimato Véronique Garnier, un’altra vittima. Quest’ultimo si rammarica, tuttavia, come altri, che l’episcopato non abbia aspettato la fine del lavoro di Ciase, la Commissione indipendente per gli abusi sessuali nella Chiesa, prevista all’inizio del 2021. “C’è molto poco rispetto per la competenza della commissione Sauvé “, ha dichiarato François Devaux, presidente dell’associazione La parole Libérée.

    “Non vogliono affrontare lo tsunami”

    “I vescovi aggirano le raccomandazioni della Commissione Sauvé, per non dover affrontare quello che sarà uno tsunami”, ha giudicato Olivier Savignac, un’altra persona aggredita. Lui, come Jean-Luc Souveton, si rammaricava in particolare del fatto che non fosse stato messo in atto un vero compenso, concesso da un organo indipendente, con scale secondo la singolarità di ciascun caso. “Stanno facendo il minimo.”

    “Dal 2016, le vittime ci aspettano cose, non aspetteremo fino alla primavera del 2021”, ha dichiarato Eric de Moulins-Beaufort. “Prenderemo in considerazione l’opinione di Ciase su questo dispositivo se necessario”.

    Per le altre vittime, il fatto che il pacchetto sia pagato su iniziativa del vescovo non ha senso. “Quando vediamo la tensione che può esistere tra il vescovo e la vittima in alcune diocesi”, afferma Jean-Luc Sauveton. “Rischia di lasciare indietro molte vittime”, ha detto. “A Lione, faremo affidamento su Barbarin?”, Domandò François Devaux.

    Per Jean-Luc Souveton, “abbiamo l’impressione che ci sia stata un’opera di co-creazione per le giuste misure da giocare insieme e che abbiamo perso”.

    https://www.lexpress.fr/actualite/societe/religion/les-eveques-votent-une-somme-forfaitaire-pour-les-victimes-des-pretres-pedophiles_2106366.html#C2GFjSv5Dh6kWHjx.41

  • Grazie a Dio: recensione del film di François Ozon

    Grazie a Dio: recensione del film di François Ozon

    Esce nelle sale italiane il film di Ozon premiato al Festival di Berlino

    A due anni di distanza dallo scandalosissimo Doppio Amore, François Ozon decide di tornare sul grande schermo con un’altra opera d’impatto come Grazie a Dio. Il film, premiato dalla giuria al Festival di Berlino, tratta un tema delicatissimo come la pedofilia, prendendo spunto da una storia vera scoppiata nel 2014. Così l’opera, più che la narrazione di un racconto, tratteggia una testimonianza. Approfondiamo le tematiche di Grazie a Dio in questa nostra recensione.

    Il vincitore dell’Orso d’argento a Berlino è una produzione ex aequo tra Francia e Belgio e arriva nelle nostre sale solo oggi. La pellicola si prefigura come un dramma che grazie alla bravura di Ozon, capace di rinunciare ai vezzi del cinema d’essai in virtù di un avvicinamento al cinema d’autore popolare, riesce a far ragionare riguardo al fenomeno degli abusi sui minori. Espressione di una cinematografia engagé e che per questo motivo ha accostato il film al già cult Il Caso Spotlight, Grazie a Dio è una pellicola con una sua identità. Essa infatti ha in comune col film di McCarthy solo la tematica, ma il risultato è completamente differente. L’opera qui considerata si prefigura ben congegnata, capace di ricostruire abilmente il caso Preynat, ma comunque non esente da difetti.

    La trama: Grazie a Dio

    Alexandre Guérin (Melvil Poupaud) è un quarantenne padre di famiglia che vive a Lione, ma lavora a Parigi. Cattolico praticante educa i suoi figli nel rispetto delle pratiche religiose cristiane, ma un giorno viene a sapere che Bernard Preynat (Bernard Verley), il prete che lo aveva molestato da bambino, officia ancora messa ed è ancora a contatto con i bambini. Da questo momento in poi Alexandre, preoccupato per i piccoli e in primis per i suoi figli, deciderà di avviare una crociata personale.

    In principio opterà, con un misto tra sdegno e speranza, per denunciare tutto al cardinal Barbarin (François Marthouret), che apprezza per il suo atteggiamento intransigente verso la pedofilia dei sacerdoti. Tuttavia ciò che ne emerge è sconfortante e raffigura bene la difesa stoica dei pedofili  e l’omertà all’interno del clero. Infatti dopo un fitto scambio di email Alexandre deciderà di incontrare colui che lo ha “insozzato nella carne”, ma non troverà né il pentimento né l’agognata redenzione.

    Andata perduta così la fiducia nel cardinale, emergeranno invece la rabbia e l’indignazione di Alexandre, sentimenti che aveva represso durante la sua adolescenza. In tal modo il protagonista farà il primo passo verso la giustizia e denuncerà l’accaduto alla polizia. Successivamente con l’aiuto di François (Denis Mènochet) ed Emmanuel (Swann Arlaud), anche loro vittime degli abusi, considererà l’idea di rendere pubblica la responsabilità della Chiesa nell’affaire; in questo modo, con l’aumentare del numero delle denunce riguardanti le violenze subite, formeranno un associazione che deciderà di costituirsi in giudizio legale.

    Le consuetudini e la responsabilità della Chiesa

    In Grazie a Dio fin da subito spiccano la tematica della pedofilia e la correlata responsabilità della Chiesa. Tuttavia il film non si limita a segnalare gli abusi, ma cerca di esplorare il tema in maniera piuttosto sfaccettata e approfondita. Ora per Ozon non ci si può limitare ad una mera descrizione del problema, ma bisogna sviscerarne l’essenza. Pertanto il regista deve rivelare il meccanismo che rende effettivamente l’abuso sessuale un problema interno al chiericato, vale a dire una conseguenza intrinseca della sua stessa organizzazione simbolica. Un’organizzazione narrata con molta perizia e che si concentra prevalentemente su quello che potremmo chiamare, riecheggiando Slavoj Zizek, il “cuore di tenebra delle consuetudini”. Tutto ciò emerge lapalissianamente nella prima parte del film e in quelle che sono le figure del cardinal Barbarin e di padre Preynat.

    Essi incarnano l’inconscio istituzionale che sostiene tutte le istituzioni e che si manifesta nell’identificazione anche dei loro lati oscuri. Chi non lo fa infatti diventa automaticamente un emarginato, un soggetto escluso dalla comunità. In questo caso quindi Barbarin potrà limitarsi ad un’ammissione minimizzatrice solo nei confronti delle vittime e all’interno dell’istituzione, ma non gli sarà mai consentita una confessione pubblica e la conseguente destituzione di padre Preynat. Quest’ultimo invece raffigura il prodotto del procedimento sovrariportato, in quanto da un lato è la vittima di questo sistema ecclesiastico, ma dall’altro è il carnefice di tanti piccoli innocenti.

    In questo caso il regista coglie in pieno il paradosso della pedofilia nella Chiesa e la sua responsabilità. Quest’ultima nell’opera ha una duplice faccia: quella della mancata ammissione e dell’insabbiamento, ma anche quella della reiterazione del fenomeno mediante la messa a tacere degli scandali. Padre Preynat non si fermerà mai e questo anche per colpa dell’assenza di una punizione somministratagli fin dall’inizio.

    Il contrasto credenza/ateismo e il rapporto familiare

    Grazie a Dio evidenzia anche due punti fondamentali della denuncia delle vittime, vale a dire il contrasto credenza/ateismo e il rapporto familiare degli abusati. In primo luogo, per quanto si tratti tutto in maniera un po’ semplicistica, si denota la volontà di mettere in gioco la differenza tra il vivere la pedofilia da credente e il non viverla, tra l’abbandonare la fede per colpa dell’abuso o invece credere ancora nei dogmi cristiani.

    Il film riproduce bene queste esperienze differenti e lo fa sopratutto tramite la caratterizzazione dei personaggi. Essi, per quanto stereotipati, in questo senso rappresentano le diverse attitudini alla fede. Infatti si va dall’ateo al fervente credente, passando infine per il cattolico non praticante. In tal modo il film riesce ad analizzare il contrasto tra il voler cambiare la Chiesa dall’interno o il volerla smantellare, nonché a rileggere platonicamente il conflitto tra giustizia e vendetta. In un certo senso così il film diventa corale, facendo entrare diversi tipi di testimonianze. Queste esplicitano le differenti influenze che gli abusi possono provocare nella maturazione di un individuo.

    Il rapporto familiare è invece l’esemplificazione del sovvertimento dell’equilibrio costituito in seno alla famiglia, in quanto la decisione di uscire dal silenzio tende ad intaccare spesso i rapporti con i propri parenti. Dall’altro lato la famiglia, ovvero l’altra istituzione del film, in un certo senso si presta un po’ al gioco della Chiesa dal momento che spesso, per evitare lo scandalo e distruggere la normalità, decide di rimanere inerte davanti alla sacra istituzione. La comunità familiare, così come quella ecclesiastica, predilige quindi la normalità. La stessa normalità con cui beffardamente Barbarin pronuncia le parole che danno il titolo al film e che raffigura la scandalosa visione del problema da parte della Chiesa.

    Il lato tecnico – Grazie a Dio recensione

    Procediamo nella recensione di Grazie a Dio approfondendo il lato tecnico dell’opera. Tecnicamente l’opera risulta sicuramente ben interpretata e vede in Melvil Poupaud e François Marthouret dei buonissimi caratteristi. Inoltre è indubbia anche la pregevole caratterizzazione di Denis Menochet, ma più di tutti stupisce un istrionico Swann Arlaud. Egli non solo ci fa vivere il dramma interiore di questo personaggio, bensì risulta convincente anche nella rappresentazione fisica.

    La regia di Grazie a Dio è molto buona e riesce sicuramente a fare un bel compendio tra la perizia tecnica, testimoniata soprattutto in apertura con piani sequenza e inquadrature di stampo godardiano, e il contenuto della narrazione. Molto interessante anche la scelta della lettura delle email con la voce fuori campo, la quale dona al tutto una dimensione più intima, quasi si tratti di una confessione. Tuttavia la scelta più brillante del comparto registico è da ritrovarsi nei flashback degli abusi dove la fotografia tocca le sue vette più alte. Allo stesso tempo la pellicola realizza una vera e propria trasformazione dei luoghi sacri in spazi esecrabili.

    La scenografia è convincente e a tratti sorprende, così appunto come la fotografia. Grande pecca del film risulta essere invece la colonna sonora, a tratti impalpabile e per niente d’effetto. Inoltre la seconda parte della pellicola contiene alcuni errori di scrittura grossolani, i quali purtroppo intaccano quanto di buono fatto nella prima parte. Infatti il film ha il suo più grande difetto in un differenziale che viene a costituirsi tra prima e seconda parte del lungometraggio; questo da un lato è sicuramente un problema da imputare al montaggio, ma non preclude le responsabilità del regista.

    Considerazioni finali: Grazie a Dio recensione

    È necessario sottolineare come la pellicola si qualifichi come una buonissima opera filmica. Essa è capace non solo di riportare abilmente i fatti accaduti nel 2014 in Francia, ma riesce a far riflettere e pensare. Vi è poi da lodare la ricerca dell’opera di approcciarsi in maniera originale all’argomento trattato, ponendo in primo piano le vittime della pedofilia. Inoltre forse i 140 minuti del film sono un po’ troppi nell’economia dell’opera; visto e considerato che gli ultimi venti non aggiungono nulla alla ricostruzione storica dei fatti.

    Concludendo la nostra recensione di Grazie a Dio si capisce come il film abbia avuto il consenso della critica, ma con un occhio più attento si possono trovare dei difetti, alcuni purtroppo anche importanti. Pertanto il film, pur ritagliandosi un suo spazio e risultando ben più che interessante, a tratti risulta deficitario e non riesce a tenere l’asticella alta. Per questo motivo la valutazione non può che essere buona, ma non ottima come la prima parte del film aveva fatto intravedere.

    Grazie a Dio

  • Abusi a minori, rinviata la prima udienza al “santone” Capuana

    Abusi a minori, rinviata la prima udienza al “santone” Capuana

    CATANIA. Si svolgerà davanti a una diversa composizione della seconda sezione del Tribunale di Catania e a porte chiuse, per la delicatezza dei temi trattati dal procedimento, il processo ’12 apostoli’ per presunti abusi sessuali su minorenni consumati in una comunità di ispirazione cattolica. Per questo motivo la prima udienza del procedimento è stata rinviata al prossimo 25 novembre. Tra i quattro imputati il ‘santone’ Piero Alfio Capuana, 75enne bancario in pensione, alla guida della comunità che avrebbe abusato di ragazzine tra i 13 e i 15 anni. E’ difeso dall’avvocato Mario Brancato. Con lui a processo anche tre presunte fiancheggiatrici: Katia Concetta Scarpignato, Fabiola Raciti e Rosaria Giuffrida Secondo l’accusa, gli abusi erano presentati come purificazione compiuti da un ‘arcangelo’ reincarnato, plagiando le ragazze. Nel processo alcune delle giovani vittime si sono costituite parte civile assistite dagli avvocati Tommaso Tamburino e Salvo Pace.

    In aula era presente anche l’avvocato Giampiero Torrisi legale della Diocesi di Acireale che alla prossima udienza chiederà di costituirsi in processo come parte civile. Intanto ha avuto accesso al rito abbreviato uno dei tre indagati per favoreggiamento: l’ex presidente dell’Associazione cattolica cultura ed ambiente di Aci Bonaccorsi, Salvatore Torrisi, con la prima udienza fissata per il 28 ottobre. Per gli altri due – l’ex deputato e assessore regionale, Domenico ‘Mimmo’ Rotella, marito di Rosaria Giuffrida, e il sacerdote, padre Orazio Caputo – è ancora pendente la richiesta di rinvio a giudizio avanzata dalla Procura. Da intercettazioni della polizia postale di Catania emergerebbe che il sacerdote avrebbe appreso nel segreto della confessione delle indagini avviate su una denuncia per abusi sessuali e avrebbe avvisato dell’attività in corso Torrisi e Rotella. Nell’inchiesta sono confluiti gli incidenti probatori con gli interrogatori delle vittime. Titolari dell’inchiesta ’12 apostoli sono il procuratore Carmelo Zuccaro, l’aggiunto Marisa Scavo e il sostituto Agata Consoli.

    https://catania.livesicilia.it/2019/10/14/abusi-a-minori-rinviata-la-prima-udienza-al-santone-capuana_509901/?fbclid=IwAR0wsAJZOohDA3goKkNyUkza18Q3ldjnhVeBS9wZ-APVNKkRWi90CSMZyrE

  • Biella, dopo gli abusi quell’uomo circola libero. La mamma del ragazzo vittima della violenza: “Non mi aspettavo l’arresto, ma così è troppo”

    Biella, dopo gli abusi quell’uomo circola libero. La mamma del ragazzo vittima della violenza: “Non mi aspettavo l’arresto, ma così è troppo”

    Se l’è trovato seduto a pochi passi di distanza, nella stessa rivendita di kebap in cui si era fermato a piangere, è rimasto sconvolto dall’incontro inatteso ed è scoppiato a piangere. Del resto il paese è piuttosto grande per gli standard biellesi ma non certo una metropoli, ed è quindi tutt’altro che improbabile che le strade di chi gli abusi li ha subiti e di chi è accusato di averli compiuti si incrocino. Questo è solo uno degli episodi che rendono la vita difficile alla famiglia del quattordicenne che, ritiratosi in chiesa per pregare, era stato avvicinato da un uomo di 54 anni che in parrocchia svolgeva, non ufficialmente, le funzioni del sacrestano che l’aveva costretto a subire una pratica sessuale.

    Nonostante gli fosse stato intimato di non parlare dell’episodio, il ragazzo si era confidato con la madre che aveva sporto denuncia ai carabinieri. Il caso era quindi finito in tribunale, ma una perizia dello psichiatra Daniele Barone aveva stabilito che il cinquantenne è incapace di intendere e volere ma non pericoloso socialmente, il che ha posto fine all’iter giudiziario. L’uomo è stato rimesso in libertà senza restrizioni e riaffidato al suo tutore, un avvocato.

    Una decisione che la madre del quattordicenne non riesce ad accettare. «Sono arrabbiata – spiega – perché mi raccontano che continua a frequentare la chiesa, e lo vedo qualche volta ai giardinetti, che sono frequentati anche da bambini e ragazzi. Non parlo per desiderio di vendetta ma neanche posso ignorare quello che ha fatto».

    Alcune mamme della zona hanno deciso di interessarsi e stanno creando un gruppo e anche l’associazione nazionale contro la pedofilia «Rete l’abuso» l’ha contattata per offrirle un supporto.

    «Mi sarebbe stato di conforto se ci fosse stata qualche presa di posizione ufficiale, almeno da parte del parroco, avrebbe attenuato il malessere che mi porto dentro e che aumenta tutte le volte che lo incontro. La mia paura è che poi possano ripetersi episodi come quello che ha visto mio figlio protagonista o, ancora peggio, che si siano già verificati ma le famiglie abbiano avuto paura di denunciare i fatti».

    https://www.lastampa.it/biella/2019/10/13/news/biella-dopo-gli-abusi-quell-uomo-circola-libero-la-mamma-del-ragazzo-vittima-della-violenza-non-mi-aspettavo-l-arresto-ma-cosi-e-troppo-1.37736963