Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Presunti abusi su minore, dopo l’intervista don Rutigliano lascia la parrocchia di Civitavecchia

    Presunti abusi su minore, dopo l’intervista don Rutigliano lascia la parrocchia di Civitavecchia

    «Non ho mai avuto rapporti sessuali con minori, né abusandone, né in modo consenziente». Solo tre giorni fa, respingeva ogni accusa don Francesco Rutigliano, 42enne di origine pugliese, incardinato presso la diocesi di Locri ma trasferito presso la chiesetta di San Gordiano di Civitavecchia nel settembre scorso per affiancare don Ivan. Ma ieri mattina ha manifestato la ferma volontà di lasciare la parrocchia.

    Il giovane parroco, già da qualche settimana al centro di una vera e propria bufera mediatica, nel pomeriggio di giovedì era stato intervistato a lungo da due giornaliste che erano piombate nel piazzale della casa canonica per ascoltare la sua versione dei fatti. Il caso era scoppiato quando l’associazione nazionale contro la pedofilia clericale presieduta da Francesco Zanardi, aveva riportato alla luce i trascorsi dell’uomo, sfidando finanche le ire del Vescovo Luigi Marrucci, il quale alla stampa locale aveva parlato di infondatezza delle notizie e di querele del tutto inesistenti, mentre Don Rutigliano continuava a professarsi vittima di un complotto studiato a tavolino.

    Le carte, però, raccontano un’altra versione. Nel giugno del 2011 l’ex Santo Uffizio sospende don Francesco Rutigliano per 4 anni perché viene ritenuto colpevole di abuso di minore. Il divieto di esercitare funzioni pubbliche è imposto per un periodo di 4 anni, duranti i quali il sacerdote potrà esercitare il le sue funzioni in forma privata e dovrà compiere un percorso psicologico in una struttura adeguata. Pena, la dismissione dello stato clericale.

    I fatti di cui viene accusato risalirebbero al periodo compreso tra il 2006 – quando la presunta vittima, psicologicamente fragile e con una storia travagliata alle spalle, avrebbe avuto appena 14, forse 15 anni – e il 2008, e il teatro degli abusi sarebbe stata la cittadina di Riace, nel Reggino, dove il prete ha esercitato per lungo tempo. Anche se, secondo la testimonianza del 2009 fornita del ragazzino, alcuni episodi si sarebbero verificati a partire dal 2004, quando Rutigliano si trovava in seminario e non era stato ancora ordinato sacerdote.

    L’unico giornale a raccontare la storia è il quotidiano Calabria Ora, nel 2011. Il giornalista Antonio Baldari scrive una serie di articoli sulla vicenda ma viene ripetutamente raggiunto da minacce di querela e segnalazioni all’Ordine dei Giornalisti nel tentativo di metterlo a tacere. Le segnalazioni all’Ordine vengono puntualmente ignorate poiché destituite di ogni fondamento, e anche le querele non arriveranno mai, probabilmente perché ciò comporterebbe l’apertura di un processo da parte della magistratura italiana, per la quale Francesco Rutigliano è del tutto incensurato.

    La stessa tecnica intimidatoria, ma con i medesimi risultati, è stata messa in atto nei confronti del presidente di Rete l’Abuso. Pochi giorni fa Francesco Zanardi si è visto recapitare una mail da parte del server 1and1, che, su pressione del parroco e del suo legale, chiedeva la rimozione di taluni articoli pubblicati sul sito dell’associazione entro e non oltre le 48 ore successive, termine oltre il quale si sarebbe proceduto all’oscuramento del portale telematico. Pochi giorno dopo, con gli articoli ancora on line, è il Garante della Privacy a chiedere spiegazioni al presidente Zanardi. Don Rutigliano, per dimostrare il complotto ordito contro di lui, ha inviato all’autorità amministrativa una mail a firma della direzione di Calabria Ora in cui, effettivamente, si porgevano le scuse per la pubblicazione di un articolo ritenuto successivamente non veritiero. Peccato solo che la mail si riferisca ad un articolo del 2008 e tratti di tutt’altro argomento, mentre quelli “diffamatori” di Baldari, riguardanti l’intera vicenda, vengano pubblicati tre anni più tardi. Il goffo tentativo di allontanare le accuse diventano sempre di più il rumore stridulo delle unghie sugli specchi. Il Vescovo della diocesi Civitavecchia-Tarquinia, Luigi Marrucci, nella speranza di screditare le notizie trapelate, ottiene invece l’effetto inverso. Tutta la comunità adesso è al corrente della questione e le mamme degli oltre 260 bambini che ruotano attorno alle attività della parrocchia di San Gordiano sono infuriate e chiedono di sapere la verità.

    Così, decidiamo di raggiungere il diretto interessato e sentire la versione, che tra incongruenze e contraddizioni, va avanti per oltre tre ore. Rutigliano nega ogni coinvolgimento, si dice tranquillo, ci mostra anche un dossier in cui, secondo la sua versione, sarebbero contenute le prove del complotto, promette di parlare ai fedeli nella messa solenne della domenica e di andare dritto per la sua strada, avendo la coscienza pulita. Meno di 72 ore dopo don Rutigliano comunica che lascerà la parrocchia. Forse perché la coscienza ha urlato, forse perché ha urlato don Ivan che di queste vicende non ne era a conoscenza. Fatto sta che, per il momento, in attesa di far ulteriore chiarezza sulla questione, Francesco ha deciso di andare via.

    Francesca Lagatta

  • Cavaliere: “A carico del sacerdote c’è un decreto in cui viene dichiarato colpevole”

    Cavaliere: “A carico del sacerdote c’è un decreto in cui viene dichiarato colpevole”

    È diventato ormai un caso l’arrivo a Civitavecchia di un sacerdote che sarebbe stato al centro di una vicenda di abusi su minori negli anni scorsi. Tutto falso secondo la Diocesi di Civitavecchia e Tarquinia, che in una nota ha parlato di diffamazione. Immediata e forte la replica che arriva dall’avvocato Sergio Cavaliere (foto), legale di Francesco Zanardi, responsabile della Rete l’Abuso, associazione italiana vittime di preti pedofili che ha denunciato il caso negli anni scorsi, riprendendo la storia dopo la notizia del trasferimento del prelato a Civitavecchia nella chiesa di San Gordiano.

    “A carico di don Francesco Rutigliano – dichiara l’avvocato Sergio Cavaliere – risulta come atto ufficiale solo il Decreto della Congregazione per la dottrina della fede del 2011 in cui viene ‘dichiarato colpevole del delitto di abuso di minore, con l’aggravante dell’abuso di dignità o ufficio’. Ogni altro preteso atto ufficiale del 2012, per stessa ammissione della Diocesi, proverrebbe dal diretto interessato e non da un organo giudicante. Depositare atti alla Congregazione, successivi al suddetto Decreto, non significa assolutamente nulla se la Congregazione non emette un conseguente provvedimento. Questi pretesi atti non sono disponibili all’opinione pubblica. A carico del signor Zanardi non risulta alcun procedimento penale in relazione a detta vicenda, bensì una richiesta di intervento del Garante per la protezione dei dai personali, alla quale si è proceduto a regolare contestazione. Non risulta adottato alcun provvedimento sanzionatorio da parte del Garante, tanto che i suddetti articoli non sono mai stati cancellati dal sito internet della Rete l’Abuso, dopo la replica del signor Zanardi. Il menzionato avviso di garanzia riguarda vicende estranee. La Diocesi di Civitavecchia ha ritenuto di intervenire su don Rutigliano solo a seguito di pubblico scandalo, dimostrando totale disinteresse all’informazione verso i parrocchiani, in particolare i minori e i loro genitori. In relazione al suddetto articolo di stampa – conclude l’avvocato Sergio Cavaliere – si provvederà a sporgere regolare querela nei confronti dei responsabili delle gravi affermazioni diffamatorie, pubblicate senza sentire il parere del signor Zanardi”.

  • Condannato a 8 anni e 8 mesi in appello per pedofilia Giovanni Desio, ex parroco di Casal Borsetti

    Condannato a 8 anni e 8 mesi in appello per pedofilia Giovanni Desio, ex parroco di Casal Borsetti

    Otto anni e otto mesi, ovvero due anni in meno rispetto a quelli inflittigli in primo grado dal Gup del Tribunale di Ravenna. E’ questa la sentenza pronunciata a Bologna nel pomeriggio di venerdì per il processo d’appello nei confronti di Giovanni Desio, per 13 anni parroco di Casal Borsetti, sul litorale ravennate, accusato di aver avuto rapporti sessuali con almeno quattro ragazzini a lui affidati, di età tra i 12 e i 15 anni (oltre che di quella di Ravenna, originari anche delle province di Treviso e Bergamo).

    Desio, 53 anni, nato a Milano, a lungo residente a Saronno (Varese) e arrestato per questa vicenda la mattina del 5 aprile 2014 dalla polizia nella canonica della parrocchia di Casal Borsetti, dopo un periodo in carcere a Forlì si trova ancora ai domiciliari in una struttura in provincia di Perugia che accoglie preti segnati da problematiche personali.
    Da tempo il Vaticano lo ha dimesso dallo stato clericale. Confermate dai giudici tutte le provvisionali assegnate alle parti civili (fin qui Desio ha dato 100 mila euro ai quattro minorenni, somma però ritenuta non congrua ai danni subiti): due minorenni attraverso i loro genitori, la Diocesi di Ravenna-Cervia e l’associazione ‘Dalla parte dei minori’, attiva sul territorio ravennate dal 2003.

    http://www.ravennanotizie.it/articoli/2015/11/28/condannato-a-8-anni-e-8-mesi-in-appello-per-pedofilia-giovanni-desio-ex-parroco-di-casal-borsetti.html

  • Processo alla libertà di stampa, Zanardi incita alla difesa dei giornalisti: “Io non torno al Medioevo”

    Processo alla libertà di stampa, Zanardi incita alla difesa dei giornalisti: “Io non torno al Medioevo”

    Illegittimo e fuori da ogni logica. Può essere descritto così il processo a carico dei giornalisti Gianluigi Nuzzi ed Emiliano Fittipaldi, che prenderà il via già nei prossimi giorni presso il Tribunale della Città del Vaticano. I cronisti, infatti, sono accusati di aver diffuso materiale riservato attraverso la pubblicazione, rispettivamente, dei libri “Via Crucis” e “Avarizia“. Ma i due, essendo cittadini italiani ed avendo commesso il presunto reato sul territorio italiano, dovrebbero essere processati, appunto, in Italia. E nel nostro Paese la diffusione delle notizie non solo è lecita, ma è un diritto sancito dall’Art. 21 della Costituzione Italiana. Chissà, invece, se lo stesso Vaticano sarà ugualmente lesto nel processare vescovi e prelati coinvolti negli scandali, oppure, proprio come adesso, non ci sarà mai neppure un indagato.

    Intanto, per il momento, nessuno però si è schierato dalla parte di Nuzzi e Fittipaldi. Nemmeno le istituzioni o l’Ordine dei Giornalisti. Almeno non con una posizione chiara e netta. Che, ricordiamo, non hanno avuto nessuna smentita dei loro racconti. Non esiste neppure una querela per diffamazione. In teoria, quello che è scritto tra le pagine dei libri dovrebbe dunque corrispondere al vero, ma non doveva essere pubblicato. E’ per quello che sono stati processati, grazie anche a leggi interne più dure e restrittive volute proprio da Papa Bergoglio.

    A rompere l’inspiegabile silenzio ci prova Francesco Zanardi, presidente di Rete L’Abuso Onlus, associazione che combatte la pedofilia clericale e gli abusi esercitati dai poteri ecclesiastici, e lo fa con una lettera pubblica in cui si schiera apertamente dalla parte della libertà di stampa e dei suoi fautori. Ecco il testo integrale:

    «In questi giorni tutto il mondo sta assistendo a uno spettacolo deplorevole ed inquietante: il processo a Emiliano Fittipaldi e  Gianluigi Nuzzi. Sono accusati dal Vaticano, uno stato estero che non contempla tra i tanti diritti, quello all’informazione, di aver fatto i cronisti, cioè di avere fatto il proprio lavoro, un lavoro che nel loro Paese, l’Italia, è legale, è un diritto costituzionale oltre che un dovere civico, è patrimonio dell’umanità, è indice di cultura, un lavoro che è fondamento delle basi di qualunque società democratica.

    I due giornalisti hanno denunciato, documenti alla mano, lo sperpero di denaro e i lussi che il Vaticano, Stato che, tra le altre cose, rappresenta anche un’alta percentuale dei credenti italiani, usa i soldi destinati ai poveri e alle strutture di sostentamento per i propri scopi. Anche soldi pubblici, come i 6 miliardi di euro all’anno elargiti grazie alle nostre tasse.

    Ebbene, li stanno processando per questo motivo, mentre chi ha impropriamente ha usato quei soldi, chi ha goduto di quei lussi e continuerà a farlo, chi ha tradito la sua missione di fede cedendo alla lussuria, non è neppure indagato, tanto meno gli è stato chiesto rendere indietro il malloppo. L’Italia è al 73° posto per la libertà di informazione, posizionata tra il Nicaragua e la Moldavia. In un simile contesto, in un paese normale, due cronisti di inchiesta meritevoli come Fittipaldi e Nuzzi sarebbero un vero e proprio patrimonio per la nazione. In Italia invece no. Qui troviamo puntualmente un’intera classe politica genuflessa al clero, oggi impegnata a gestire questo assordante silenzio, mentre tra qualche mese, per un solo voto, sarà invece disposta a promettere qualsiasi bugia ai cittadini.

    Ma la classe politica questa volta non è sola. A latitare di fronte a questo scempio che fa vergognare l’Italia agli occhi del mondo, ci sono anche coloro che il diritto all’informazione lo dovrebbero garantire, difendere, tutelare. Parlo dell’’Ordine dei Giornalisti, al quale Fittipaldi e Nuzzi, tra le altre cose, appartengono.

    “Ma di cosa hanno paura, tutti quanti? Che ritorni l’Inquisizione e che ci condanni per aver letto un libro, oltre che per averlo scritto? Che Papa Francesco ci telefoni a casa per sgridarci? O, peggio ancora, che il “nostro” Stato ci dichiari streghe ed eretici se ci permettiamo di contestare la monarchia assoluta del Vaticano, per quanto denunciato in quei libri o per come le gerarchie ecclesiastiche reagiscono alle accuse?” (Paolo Izzo promotore dell’hashtag #iostoconFittipaldieNuzzi)

    Io non torno al medioevo, io non sto con gli incivili, #iostoconFittipaldieNuzzi».

    Francesco Zanardi

    Francesca Lagatta, addetta stampa Rete L’ABUSO ONLUS

  • CHIESA, PEDOFILIA E CENSURA/ Absit iniuria verbis, sit venia verbo

    CHIESA, PEDOFILIA E CENSURA/ Absit iniuria verbis, sit venia verbo

    Di Francesca Lagatta

    “Non ci sia offesa nelle parole, mi sia scusato il dire”. Suona più o meno così la traduzione del titolo, volutamente in latino, volutamente provocatorio, per protestare contro una forma di censura che giustifica a pieno il 73° posto a cui è scivolata l’Italia nella classifica della libertà di stampa. Dietro a Paesi come il Burkina Faso e Niger, tanto per fare un esempio. E infatti in Italia si dice quel che si può, perché quel che non si deve si trova sempre il modo di non dirlo.

    Il sito dell’associazione Rete L’ABUSO ONLUS, associazione nazionale contro la pedofilia clericale, nei giorni scorsi è stato raggiunto da un ultimatum inviato dai gestori del server 1and1: “O togliete quegli articoli – recitava la mail – o vi oscuriamo tra 48 ore”.

    Gli articoli si riferiscono a quelli riguardanti Francesco Rutigliano, giovane prete incardinato presso la diocesi di Locri ma attualmente viceparroco in una chiesa di Civitavecchia. E’ stato il suo legale a farne richiesta escogitando la più astuta delle mosse, evitando di sporgere regolare querela per diffamazione nei confronti dei firmatari degli articoli, consci, entrambi, che finire in tribunale sarebbe la scelta meno opportuna.

    Francesco Rutigliano per la legge italiana non è un pedofilo e forse non lo sarà mai. Anzi, è totalmente incensurato: sulla sua testa non pende alcuna condanna. Paradossalmente, invece, il suo nome è contenuto, secondo quanto si legge sul sito del Presidente Francesco Zanardi, in un documento dell’ex Sant’Uffizio. La Congregazione della Dottrina della Fede avrebbe dunque sospeso il prete dal servizio per 4 anni. Per abusi su minori.

    Non bisogna andare molto indietro nel tempo, in questi giorni i casi dei giornalisti Gialuigi Nuzzi ed Emiliano Fittipaldi parlano chiaro. I due cronisti denunciano ogni schifezza avvenuta entro le mura del Vaticano, ma la magistratura italiana non può intervenire cercando di capire se i misfatti elencati tra le pagine del libro siano veri oppure no, essendo il Vaticano uno Stato a sé, però il Vaticano può mettere sotto inchiesta i giornalisti italiani per aver diffuso documenti riservati, accusandoli di reati contro la patria. Libera Chiesa in libero Stato, ma nessuno Stato è libero laddove c’è la Chiesa.

    E così succede per la pedofilia. Un prete non può essere accusato di pedofilia se la vittima non sporge denuncia alla magistratura entro 20 anni, anche se lo “condanna” in Tribunale Ecclesiastico. Così don Rutigliano chiede a Google il diritto all’oblio, scrive al Garante della Privacy ed esercita pressione sulla società del server per la rimozione dei contenuti che lo dipingono come un pedofilo. Ma non ci querela. Perché, oltretutto, il reato al quale si riferisce la sospensione della Curia non è ancora scaduto nei termini della prescrizione. E c’è il rischio che potrebbe aprirsi un nuovo processo. Rutigliano lo sa, aggira l’ostacolo e tenta la carta dell’intimidazione. Ma funziona solo con loro, non con noi, che gli articoli li abbiamo tolti solo per trasferirli su un server canadese, nell’America del Nord, dove generalmente viene punito chi i reati li commette e non chi li denuncia. E di sicuro non ci costringerà ad emigrare altrove.

    E mentre lui continua indisturbato a dire messa, protetto dall’indifferenza delle istituzioni e dalla cecità mentale dei timorati di Dio, noi continuiamo la nostra battaglia nella speranza che prima o poi qualcuno in Italia si svegli, e, prima ancora del leone e la gazzella, corra a presentare una qualche legge che tuteli la verità e la libertà di stampa.

    Francesca Lagatta, addetta stampa Rete L’ABUSO ONLUS

    http://www.francescalagatta.it/chiesa-pedofilia-e-censura-absit-iniuria-verbis-sit-venia-verbo/

  • Don Francesco Rutigliano, condannato dal Santo Uffizio per abusi su un minore, reintegrato a Civitavecchia

    Don Francesco Rutigliano, condannato dal Santo Uffizio per abusi su un minore, reintegrato a Civitavecchia

    Se sei un sacerdote e ami qualcuno, peggio ancora se è del tuo stesso sesso, il Vaticano ti costringe a lasciare ogni incarico. Esattamente quello che è appena successo a monsignor Krzysztof Charamsa, “reo confesso” di amare il proprio compagno. Ma se sei un prete accusato di aver abusato di un minore, tanto da aver scontato 4 anni di sospensione ordinati dall’ex Santo Uffizio, ma non dalla magistratura, allora hai diritto a continuare la scalata nel clero e a rifarti la verginità della coscienza Questo, invece, è quello che è successo poche settimane addietro a Francesco Rutigliano, dopo aver scontato la sua “pena”.

    Ordinato sacerdote a 32 anni, don Francesco, pugliese di nascita, approda nel Reggino come parroco nelle parrocchie di Bivongi e Pazzano, facenti capo alla diocesi Locri-Gerace. E qui, nel 2006, ovvero nel suo primo anno di sacerdozio, risulterebbero già i suoi primi approcci con un adolescente, anche se alcune testimonianze farebbero risalire degli episodi già durante il periodo del cammino spirituale che lo ha portato a diventare un uomo di Dio. Il decreto con cui il Santo Uffizio lo si inibisce nella sua funzione ecclesiastica, però, si riferisce unicamente a reati commessi nel periodo fra il 2006 e il 2008 e porta la data del 20 giugno 2011.

    Don Francesco, comunque, si inibisce poco. Trasferito in un primo momento al Santuario dell’Amore misericordioso di Collevalenza a Todi (Pg), struttura notoriamente indicata per preti con problemi legati alla sfera sessuale, per un’accusa infamante come quella di pedofilia per la quale viene sospeso mille e più giorni, continua a presenziare ad eventi ed incontri a sfondo ecclesiastico.

    Come due anni fa, quando insieme al sindaco di Bivongi fu ospite dell’ambasciatore di Spagna in occasione della Cerimonia dell’Omaggio floreale alla Sacra Effige dell’Immacolata, in piazza di Spagna a Roma. O come nel febbraio del 2014, quando presenziò al concistoro dei Vescovi indetto da Papa Francesco in piazza San Pietro. Il tutto con grande indifferenza di certa stampa che, al contrario, ne loda le gesta.

    Poi nel luglio scorso la riabilitazione, con la quale Don Francesco, seppur riconosciuto quattro anni prima “colpevole del delitto di abuso di minore, con l’aggravante dell’abuso di dignità o ufficio” in un documento della Congregazione per la Dottrina della Fede, può nuovamente riprendere la sua attività ecclesiastica. Nella parrocchia di San Giordano Martire di Civitavecchia, a pochi passi da Roma, la città in cui vive il giovane che lo accusò di abusi e sevizie. E anche se ufficialmente risulta ancora residente nella struttura perugina, il suo mandato continua ad essere sottoposto all’autorità della diocesi di Locri.

    Di questa triste storia se n’è parlato nei giorni scorsi in Tv, prima sulle reti Mediaset, a Mattino Cinque, e poi a La7. In studio, un instancabile Francesco Zanardi, presidente dell’associazione “Rete l’ABUSO ONLUS”, che da anni lotta al fianco di una miriade di volontari per smascherare i pedofili e dare sostegno alle loro vittime. E proprio nel programma condotto da Federica Panicucci, Zanardi ha ottenuto l’impegno da parte di Michela Vittoria Brambilla, attualmente Presidente della Commissione Bicamerale per l’Infanzia e l’adolescenza, di sottoporre immediatamente la questione al vaglio degli organi preposti.

    Francesca Lagatta

    ufficiostampa@retelabuso.org

  • Abusi sessuali : Condannato in primo grado, 5 anni e mesi tre, Incardona Gaetano ex arciprete della Basilica di Augusta.

    Abusi sessuali : Condannato in primo grado, 5 anni e mesi tre, Incardona Gaetano ex arciprete della Basilica di Augusta.

    di Francesca Lagatta – Per ora gli abitanti di Augusta dovranno arrendersi: Non era vittima ad inventarsi che il prete avesse abusato di lei, era proprio il prete invece che mentiva dichiarando di non averle mai messo un dito addosso. A stabilirlo sono stati i giudici di primo grado del Tribunale di Siracusa, che lo hanno condannato a 5 anni e 3 mesi per abusi sessuali.  

    I fatti risalgono al 2013, quando Gaetano Incardona era ancora arciprete della basilica cittadina. La vittima, allora 21enne, si era recata in chiesa per una confessione, ma ne uscì in lacrime e con il sudiciume morale e fisico dell’uomo sulla pelle.

    Dovette ritornare da lui quando i Carabinieri della locale stazione le dissero che senza prove non avrebbero potuto procedere, così quella volta si recò in sagrestia con una telecamera nascosta, per filmare tutte le schifezze.               I militari, coordinati dal sostituto procuratore Antonio Nicastro, ammanettarono il prete, restringendolo  agli arresti domiciliari.

    Nei due anni trascorsi, gli augustani sono stati sempre schierati col prete molestatore, secondo la sentenza di primo grado, aggredendo verbalmente la vittima, con l’accusa di aver inventato gli episodi di abusi.

    Nemmeno la denuncia del padre di un’altra vittima, un bambino di dieci anni, era servita, poche settimane più tardi, ad insinuare qualche dubbio nella schiera dei fans dello sporcaccione 71enne dal nero abito, come testimoniano i filmati, 

    La giovane, però, non è mai stata abbandonata dall’associazione Rete L’ABUSO ONLUS di Francesco Zanardi, prima associazione nazionale contro la pedofilia clericale, che l’ha sostenuta prima di tutto psicologicamente, guidandola con forza e coraggio fino alla sentenza di ieri. Anche se Incardona e i suoi legali non staranno a guardare fino all’ultimo grado di giudizio. 

  • Don Zappella si dimette da parroco, ma su di lui pesano parecchie ombre

    Don Zappella si dimette da parroco, ma su di lui pesano parecchie ombre

    Rischia la riduzione allo stato laicale nel processo ecclesiastico

    Una richiesta di archiviazione è arrivata dalla Procura della Repubblica di Savona per il caso delle presunte violenze sessuali che don Francesco Zappella avrebbe inflitto ad un ragazzo uruguayano.

    Il motivo della richiesta riconduce alla prescrizione, visto che sono passati troppi anni dai presunti fatti e dal relativo seguito durante una visita in Italia del ragazzo.

    Ma se la giustizia penale si ferma, non così quella canonica.

    Don Zappella, che si è sempre dichiarato innocente, intanto si è dimesso da parroco di Borghetto Santo Spirito e davicediretore della Caritas. Monsignor Borghetti, vescoco coadiutore della diocesi di Albenga, assicura che sarà nominato un nuovo parroco per ridare alla comunità borghettina la serenità che cerca.

    Intanto pesano anche altre vicende che vedono don Zappella protagonista: l’associazione “L’Abuso” continua a raccogliere segnalazioni non solo da Oltreoceano ma anche dalla Liguria e dal bergamasco dove la posizione del sacerdote sembrava piuttosto chiacchierata già vent’anni fa.

    Sono stati depositati gli atti di ben 4 informative contenenti anche la denuncia di un’altra presunta vittima.

    Oltre a ciò la condanna subìta da don Zappella nel 1991 per atti di libidine violenta su due minori di 14 anni. Su questo la Procura di Savona ha acquisito copia della sentenza.

    Il rischio per l’ex parroco borghettino è anche, come detto, il processo canonico per le vicende ascrittegli che potrebbero anche costargli la riduzione allo stato laicale o la nullità dell’ordinazione.

    http://www.rsvn.it/don-zappella-si-dimette-da-parroco-ma-su-di-lui-pesano-parecchie-ombre.lits2c64399.htm

  • Pedofilia clericale: un incontro all’Urban Center

    Pedofilia clericale: un incontro all’Urban Center

    La Spezia – Sarà trasmesso anche in diretta streaming l’evento “Parole, opere, omissioni” promosso per domani sabato 14 novembre alle 17.00 presso l’Urban Center della Spezia da UAAR per parlare di pedofilia clericale.

    “Per i milioni di devoti cattolici nel mondo la Chiesa è un luogo di pace, di santità e di serenità; tuttavia, per alcuni bambini della parrocchia, è proprio dietro quelle alte mura che si scatena. La Chiesa cattolica ha circa 50 milioni di bambini all’interno delle sue Congregazioni sparse in tutto il mondo, eppure il Vaticano pare non abbia adottato ancora nessuna politica di protezione dei bambino. C’è, quindi, un’unica politica rivolta a mantenere le cose come profondamente sepolte in segreto il più possibile? Una storia di secoli che continua ancora oggi. Quanto conosciamo di essa? Quanto è informazione o disinformazione e quanto deve rimanere tabù?”.

    Introduce Antonio Lombatti, storico e scrittore, autore del libro “La moglie del Monsignore”, con un coinvolgente e toccante viaggio tra “celibato obbligatorio” e “pedofilia clericale”, fino agli ultimi casi giudiziari italiani ancora aperti e altri da aprire, illustrati da Francesco Zanardi, fondatore della “Rete l’abuso” di Savona, associazione impegnata in prima linea in sostegno delle vittime della pedofilia clericale. Dopo una breve testimonianza diretta di Zanardi, vittima degli abusi di don Nello Giraudo, seguirà la proiezione del film/documentario di Silvia Luzi e Luca Bellino, che parla di casi tutti italiani: “La preda. Silenzio nel nome di Dio”, presentato al Bif&st di Bari, prodotto dalla PRESS-TV e diffuso in più di 40 paesi ma ancora inedito in Italia. Una toccante testimonianza delle vittime di abusi e di una parte di Chiesa che vuole avere una voce nel contrasto alla pedofilia.

    Ingresso libero.

  • Rete L’ABUSO ONLUS, la storia della prima associazione nazionale contro la pedofilia clericale

    Rete L’ABUSO ONLUS, la storia della prima associazione nazionale contro la pedofilia clericale

    Rete l’ABUSO ONLUS è un’associazione che combatte quotidianamente contro il fenomeno della pedofilia all’interno degli ambienti clericali e che attualmente si prende cura di circa 460 vittime. Nasce ufficialmente nel 2009, dopo che il Presidente Francesco Zanardi, egli stesso abusato da don Nello Giraudo molti anni prima, riunisce da tutta Italia una folta schiera di vittime guidandola in una fervente protesta alle porte del Vaticano, sulla scia della prima, vera rivoluzione della stampa in merito allo scandalo dei preti pedofili.

    Il primo beneficio della singolare reunion si ha la sera stessa, nel cuore della Capitale. Le vittime, dialogando durante la cena, scoprono immediatamente due cose fondamentali. La prima, quando si rendono conto di essere persone normali, e non alieni come spesso ci si sente in questi casi, quando la vergogna e i sensi di colpa ti fanno pensare addirittura di essere il responsabile o il complice di ciò che è successo; la seconda quando, non senza stupore, convengono che la procedura della Chiesa attuata nei casi conclamati di pedofilia, era sempre la stessa.

    A tal proposito bisogna segnalare l’esistenza, dal 1962, del documento segreto “De delictis Raviolubus” (crimen), che regola i crimen sollicitationis, ovvero i crimini di sollecitazione (la parola pedofilia in Vaticano non viene mai usata). E’ una sorta di manuale di istruzione in caso di scandali legati agli abusi su minore, che solo nel 2001, l’allora Cardinale Joseph Ratzinger e Cardinal Tarcisio Bertone, decidono di inviarne copia a tutti i Vescovi del mondo per informarli della validità ancora in atto, probabilmente spinti dal clamore mediatico che cominciano a creare i numerosi casi riportati dalla stampa. Il documento è tuttora segreto, va mantenuto entro le mura della Curia, non può essere commentato e deve essere solo applicato. Contiene inoltre 20 allegati nei quali si spiega con dovizia di particolari come potersi redimere dalla terribile colpa: qualche preghiera e un po’ di scuse pare siano sufficienti.

    Nel 2005 un avvocato di Houston chiama Ratzinger a rispondere dei contenuti di quella lettera scellerata, ma prima che il Cardinale potesse recarsi in Tribunale, viene eletto Papa. A quel punto chiede di poter usufruire dell’immunità diplomatica, che chiaramente il Presidente Bush gli concede.

    Pertanto, l’unico modo di poter fermare un pedofilo è rivolgersi alle Procure. E Zanardi, nel frattempo divenuto per la magistratura strumento imprescindibile nella lotta alla pedofilia, lo sa bene. Ma sa anche che non è facile. Il reato di abuso su minore, distinto in pedofilia se perpetrato ai ragazzini fino ai 14 e in pederastia per quelli dai 14 ai 18, cade in prescrizione dopo 10 dalla data in cui viene commesso e per le vittime il tempo di rielaborazione e metabolizzazione del trauma è un processo che dura molto di più. Il Presidente, comunque, non si dà per vinto e cerca un modo per aggirare l’ostacolo. Lo trova discutendo a lungo con i ragazzi della sua associazione, quando, dopo aver riflettuto sul fatto che un pedofilo continua imperterrito a mietere vittime, risale ad altri episodi di violenza scovandoli nelle comunità religiose che fanno capo a quei preti già macchiatisi del reato, dieci e più anni prima. Il ragionamento dà loro ragione: gli stessi preti da cui avevano subìto abusi, stanno abusando di altri ragazzi. Così, se la magistratura non può condannarli per reati caduti in prescrizione, può aprire altri processi grazie ai nuovi elementi. Non solo, le vittime che non avranno mai giustizia, possono quanto meno costituirsi parte civile in un processo che almeno riconosca loro il danno, risarcendoli.

    Ma al di là della straordinarietà dei risultati ottenuti in ambito legale (qualche prete, addirittura, è stato già espulso dalla Chiesa), il direttivo di Rete l’ABUSO ONLUS riesce in un’altra impresa. Molti dei circa 460 ragazzi che hanno aderito al progetto, avevano fatto scena muta di fronte a professionisti e medici della psiche che cercavano di rimuovere e tirar fuori i brutti ricordi. La mente era un muro invalicabile. Quando invece si sono trovati faccia a faccia con chi aveva subìto le loro stesse esperienze, raccontare il proprio dolore è stato un atto naturale che ha permesso la rinascita interiore e la possibilità di una vita nuova.

    Nonostante l’attività frenetica, l’associazione si autofinanzia con piccole donazioni (clicca qui per sapere come fare) ma rifiuta categoricamente finanziatori e grosse cifre di denaro. «Nel momento in cui Rete L’ABUSO lega le sue attività a un donatore troppo generoso – spiega il Presidente Zanardi -, potrebbe essere soggetta a ricatti. Ci potrebbero essere storie su cui si potrebbe soprassedere, o altre che potrebbero essere considerate più importanti di altre. Questo non deve mai succedere, altrimenti siamo finiti e insieme a noi tutte le buone intenzioni». Poi, rivolgendo il pensiero ai prossimi impegni, conclude: «Vogliamo andare avanti con sacrificio, ma vogliamo rimanere liberi».

    Francesca Lagatta

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