Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: Banda della Magliana

  • Caso Emanuela Orlandi, accuse e smentite sul coinvolgimento di Papa Wojtyla

    Caso Emanuela Orlandi, accuse e smentite sul coinvolgimento di Papa Wojtyla

    E’ormai scontro aperto in Vaticano sulle dichiarazioni di Pietro Orlandi e sulle mosse legali relative all’indagine sulla scomparsa della sorella Emanuela, con i media vaticani – dopo un silenzio iniziale – schierati ora a spada tratta in difesa della memoria del Papa santo, Giovanni Paolo II, da illazioni, sospetti e accuse “infamanti». E’ stata una convulsa giornata quella iniziata oggi con un incontro-lampo col promotore di giustizia Alessandro Diddi e l’applicato Gianluca Perone della legale della famiglia, avvocato Laura Sgrò, convocata come «persona informata dei fatti» per riferire l’origine delle informazioni depositate e riferite da Pietro nel lungo colloquio col magistrato di martedì scorso.

    Ma la legale ha scelto di opporre il segreto professionale. Non l’avesse mai fatto, dal momento che, dopo le polemiche dei giorni scorsi sulle pesanti frasi di Orlandi su Karol Wojtyla, i media vaticani – prima Vatican News e poi l’Osservatore Romano – hanno gridato ancora più polemicamente che sulle accuse al Papa polacco «Pietro Orlandi e l’avvocato Sgrò si rifiutano di fare nomi».

    Optando per il segreto professionale, secondo i media della Santa Sede, la legale della famiglia Orlandi «si è rifiutata di riferire da chi lei e Pietro Orlandi abbiano raccolto le ‘vocì sulle presunte abitudini di Papa Wojtyla che, secondo quanto raccontato dal fratello di Emanuela durante la trasmissione Di martedì, ‘la sera se ne usciva con due suoi amici monsignori polacchi» e «non andava certo a benedire le casè.

    Parole che Pietro Orlandi ha pronunciato in diretta su La7 la sera dell’11 aprile, dopo essere stato lungamente ascoltato dal Promotore di Giustizia, lasciando così intendere di voler in qualche modo asseverare il contenuto di un audio nel quale un membro della Banda della Magliana faceva pesanti allusioni sul Pontefice polacco». Sempre per i media vaticani, preferendo “inaspettatamente e sorprendentemente» opporre il segreto professionale, l’avv.

    Sgrò avrebbe deciso «di non collaborare con le indagini dopo che più volte e pubblicamente, negli scorsi mesi, aveva chiesto di poter essere ascoltata».Immediata e stizzita, via Facebook, la reazione di Pietro Orlandi: «Ma sono impazziti, ma cos’è questo gioco sporco? Ma chi si rifiuta di fare i nomi? Ma se gli abbiamo dato una lunga lista di nomi, ma perché ? Altro che strumentalizzare le parole, qui in questo titolo c’è il peggio del peggio. Ma come, sono andato in primis a verbalizzare proprio per fare i nomi, tra gli altri, riguardo i famosi messaggi whatsapp affinché fossero convocati e interrogati e ora hanno il coraggio di dire che non ho fatto nomi?», e giù di questo tono.

    Poi, più circostanziata e formale, ma ugualmente molto dura, una lettera dell’avv. Sgrò al prefetto del Dicastero per la Comunicazione Paolo Ruffini, al direttore editoriale Andrea Tornielli e al direttore della Sala stampa vaticana Matteo Bruni, in cui la legale sostiene senza mezzi termini che “attaccare il segreto professionale è attaccare la libertà e la ricerca indipendente della verità. Tale attacco è ciò che avete fatto oggi». Sgrò puntualizza che «una mia personale audizione come persona informata sui fatti è evidentemente incompatibile con la mia posizione di difensore della famiglia Orlandi e dell’attività in favore della ricerca di Emanuela che sto svolgendo.

    Questo è quello che ho pacificamente rappresentato, come avevo già fatto telefonicamente e via mail, al Promotore di Giustizia e a tutti i presenti».«Per quanto, poi, riguarda la mia posizione, violare il segreto professionale – dovreste ben saperlo – vuol dire non consentire a un difensore di mantenere la propria posizione differenziata, vuol dire alterare i propri rapporti, la propria credibilità, la propria libertà di azione, intralciando il diritto alle proprie autonome indagini», aggiunge. «La violazione del segreto professionale impedisce a un avvocato di svolgere liberamente il proprio lavoro – spiega -.

    Il segreto professionale è, quindi, baluardo della verità stessa e attaccarlo significa volere impedire a un avvocato di potere apportare il proprio contributo alla verità. Quanto leggo è una pressione su di me a violare la deontologia professionale cui sono tenuta e a cui non intendo, in alcun modo, derogare». In conclusione, l’avvocato precisa che «Pietro Orlandi non ha mai accusato di nulla Sua Santità di Giovanni Paolo II e nessuna persona che io rappresento lo ha mai fatto. Ha chiesto approfondimenti su fatti a lui riferiti». (ANSA).Avv. Sgrò, «contro libertà attaccare mio segreto professionale” (di Fausto Gasparroni)(ANSA) – CITTÀ DEL VATICANO, 15 APR – E’ ormai scontro aperto in Vaticano sulle dichiarazioni di Pietro Orlandi e sulle mosse legali relative all’indagine sulla scomparsa della sorella Emanuela, con i media vaticani – dopo un silenzio iniziale – schierati ora a spada tratta in difesa della memoria del Papa santo, Giovanni Paolo II, da illazioni, sospetti e accuse “infamanti».

    E’ stata una convulsa giornata quella iniziata oggi con un incontro-lampo col promotore di giustizia Alessandro Diddi e l’applicato Gianluca Perone della legale della famiglia, avvocato Laura Sgrò, convocata come «persona informata dei fatti» per riferire l’origine delle informazioni depositate e riferite da Pietro nel lungo colloquio col magistrato di martedì scorso.Ma la legale ha scelto di opporre il segreto professionale. Non l’avesse mai fatto, dal momento che, dopo le polemiche dei giorni scorsi sulle pesanti frasi di Orlandi su Karol Wojtyla, i media vaticani – prima Vatican News e poi l’Osservatore Romano – hanno gridato ancora più polemicamente che sulle accuse al Papa polacco «Pietro Orlandi e l’avvocato Sgrò si rifiutano di fare nomi».

    Optando per il segreto professionale, secondo i media della Santa Sede, la legale della famiglia Orlandi «si è rifiutata di riferire da chi lei e Pietro Orlandi abbiano raccolto le ‘vocì sulle presunte abitudini di Papa Wojtyla che, secondo quanto raccontato dal fratello di Emanuela durante la trasmissione Di martedì, ‘la sera se ne usciva con due suoi amici monsignori polacchi» e «non andava certo a benedire le casè.

    Parole che Pietro Orlandi ha pronunciato in diretta su La7 la sera dell’11 aprile, dopo essere stato lungamente ascoltato dal Promotore di Giustizia, lasciando così intendere di voler in qualche modo asseverare il contenuto di un audio nel quale un membro della Banda della Magliana faceva pesanti allusioni sul Pontefice polacco». Sempre per i media vaticani, preferendo “inaspettatamente e sorprendentemente» opporre il segreto professionale, l’avv. Sgrò avrebbe deciso «di non collaborare con le indagini dopo che più volte e pubblicamente, negli scorsi mesi, aveva chiesto di poter essere ascoltata».Immediata e stizzita, via Facebook, la reazione di Pietro Orlandi: «Ma sono impazziti, ma cos’è questo gioco sporco? Ma chi si rifiuta di fare i nomi? Ma se gli abbiamo dato una lunga lista di nomi, ma perché ?

    Altro che strumentalizzare le parole, qui in questo titolo c’è il peggio del peggio. Ma come, sono andato in primis a verbalizzare proprio per fare i nomi, tra gli altri, riguardo i famosi messaggi whatsapp affinché fossero convocati e interrogati e ora hanno il coraggio di dire che non ho fatto nomi?», e giù di questo tono.Poi, più circostanziata e formale, ma ugualmente molto dura, una lettera dell’avv. Sgrò al prefetto del Dicastero per la Comunicazione Paolo Ruffini, al direttore editoriale Andrea Tornielli e al direttore della Sala stampa vaticana Matteo Bruni, in cui la legale sostiene senza mezzi termini che “attaccare il segreto professionale è attaccare la libertà e la ricerca indipendente della verità.

    Tale attacco è ciò che avete fatto oggi». Sgrò puntualizza che «una mia personale audizione come persona informata sui fatti è evidentemente incompatibile con la mia posizione di difensore della famiglia Orlandi e dell’attività in favore della ricerca di Emanuela che sto svolgendo. Questo è quello che ho pacificamente rappresentato, come avevo già fatto telefonicamente e via mail, al Promotore di Giustizia e a tutti i presenti».«Per quanto, poi, riguarda la mia posizione, violare il segreto professionale – dovreste ben saperlo – vuol dire non consentire a un difensore di mantenere la propria posizione differenziata, vuol dire alterare i propri rapporti, la propria credibilità, la propria libertà di azione, intralciando il diritto alle proprie autonome indagini», aggiunge.

    «La violazione del segreto professionale impedisce a un avvocato di svolgere liberamente il proprio lavoro – spiega -. Il segreto professionale è, quindi, baluardo della verità stessa e attaccarlo significa volere impedire a un avvocato di potere apportare il proprio contributo alla verità. Quanto leggo è una pressione su di me a violare la deontologia professionale cui sono tenuta e a cui non intendo, in alcun modo, derogare». In conclusione, l’avvocato precisa che «Pietro Orlandi non ha mai accusato di nulla Sua Santità di Giovanni Paolo II e nessuna persona che io rappresento lo ha mai fatto. Ha chiesto approfondimenti su fatti a lui riferiti». (ANSA).

    https://www.lasicilia.it/italia/caso-emanuela-orlandi-accuse-e-smentite-sul-coinvolgimento-di-papa-wojtyla-1765827/

  • I dubbi sul caso Orlandi: oltre ad un possibile intrigo internazionale, si parla anche di pedofilia in Vaticano

    I dubbi sul caso Orlandi: oltre ad un possibile intrigo internazionale, si parla anche di pedofilia in Vaticano

    La testimonianza di Pietro Orlandi in Vaticano non sarà dimenticata facilmente. Due gli argomenti alla ribalta della cronaca tra i fatti di sua conoscenza riferiti al Promotore di Giustizia Alessandro Diddi.

    Uno è relativo ad una chat tra lo stesso Orlandi e il cardinale Santos Abril y Castelló, arciprete emerito della Basilica Papale di Santa Maria Maggiore. La chat risale ai primi anni del pontificato di Papa Francesco e contiene alcuni fatti che non erano noti all’opinione pubblica. Nella chat, il cardinale Abril y Castelló avrebbe confermato l’esistenza di un dossier segretissimo sul rapimento di Emanuela Orlandi, che sarebbe stato ordinato da Papa Wojtyla e custodito in Vaticano. Il cardinale avrebbe anche ammesso che Emanuela Orlandi era stata vista viva in Inghilterra e che era stata coinvolta in una trama internazionale che riguardava il Vaticano, la Cia, i servizi segreti italiani e turchi, e l’attentatore Ali Agca. Quest’ultimo ha inviato una lettera a Pietro Orlandi in cui sostiene che Emanuela Orlandi era stata presa in consegna da alcune suore fin dall’inizio e che aveva accettato serenamente il suo ruolo.

    L’altro argomento è ancor più imbarazzante e coinvolge Karol Wojtyla, l’allora papa Giovanni Paolo II. Secondo alcune testimonianze e documenti, Wojtyla avrebbe avuto una vita segreta e dissoluta, frequentando donne e facendosele portare in Vaticano da persone legate alla criminalità organizzata, come il boss della banda della Magliana Enrico De Pedis, detto Renatino. Quest’ultimo sarebbe stato poi sepolto nella basilica di Sant’Apollinare, in cambio del suo silenzio sul caso Orlandi.

    Un’intercettazione audio, consegnata da Pietro Orlandi al promotore Diddi, rivelerebbe infatti che Wojtyla la sera usciva con due monsignori polacchi e non certo per andare a benedir case. Nell’audio si sente anche come lo chiamavano in Vaticano: un nomignolo coperto da un bip ma che secondo Pietro Orlandi è chiaro nel file originale.

    Accuse gravissime che, se trovassero riscontro, metterebbero in discussione la moralità e la santità di uno dei papi più amati e venerati dalla Chiesa cattolica. A supporto della documentazione presentata Pietro Orlandi ha chiesto che vengano ascoltati alcuni testimoni dell’epoca, tra cui i cardinali Giovanni Battista Re, Leonardo Sandri e Stanislaw Dziwisz, al tempo vicinissimi a Wojtyla.

    Pietro Orlandi nella puntata di DiMartedì andata in onda ieri sera, ha fatto ascoltare la registrazione audio consegnata al promotore di giustizia, ribadendo i suoi sospetti sul Papa polacco e aggiungendo anche di esser convinto che Ratzinger e Francesco siano a conoscenza di quello che è avvenuto.

    A parlare sarebbe un uomo vicino alla banda della Magliana: “Papa Giovanni Paolo II se le portava in Vaticano quelle, era una situazione insostenibile. E così il segretario di Stato a un certo punto è intervenuto decidendo di toglierle di mezzo. E si è rivolto a persone dell’ambiente carcerario”.

    “Penso che una delle possibilità – ha detto a Floris Pietro Orlandi – è che Emanuela possa aver magari anche subito un abuso, ma che quell’abuso sia stato organizzato. È stata portata da qualcuno per creare l’oggetto del ricatto e siccome il Vaticano da quarant’anni fa di tutto per evitare che possa uscire la verità… Certo, se nel ’93 si parlava normalmente della pedofilia dei cardinali come se fosse una cosa normale e accettata, uno può pure pensare che la pedofilia sia anche più su di quei cardinali”.

    Pietro ha anche detto di avere esposto questa riflessione qualche giorno fa ad un vescovo, il quale avrebbe commentato: “Beh, probabilmente…”. “Forse non ha capito… se parlo di qualcuno più su dei cardinali, mi riferisco a Wojtyla”, ha ribattuto Orlandi. “Probabile”, è stata la risposta del vescovo.

  • Caso Orlandi, svolta clamorosa: “Interroghiamo Padre Georg, Bertone, Re e…”

    Caso Orlandi, svolta clamorosa: “Interroghiamo Padre Georg, Bertone, Re e…”

    “Nessuno ha mai indagato sulla pista degli abusi sessuali”

    Papa Francesco ha fatto scoppiare un’autentica bomba in Vaticano. Al contrario di quello che è stato erroneamente scritto e detto su altri media, il caso Emanuela Orlandi non è stato “riaperto” dalla Gendarmeria della Santa Sede: è stato aperto per la prima volta, a quarant’anni di distanza dalla sparizione della 15enne. La precedente inchiesta era stata condotta dalla magistratura italiana, che nel 2015 ne ha disposto l’archiviazione, non senza polemiche.

    Il Vaticano nel 2019 si era limitato ad aprire un fascicolo sulla riapertura delle tombe del cimitero Teutonico (dove si sperava di trovare i resti di Emanuela), ma su input di Bergoglio ora il promotore di giustizia vaticana Alessandro Diddi e la Gendarmeria hanno deciso di fare luce su quanto accaduto in quel funesto 22 giugno 1983 e nei quattro decenni successivi, con un’impressionante serie di bugie, depistaggi, omertà e false piste che hanno tirato in ballo ipotesi orrende come la pedofilia e la tortura, nonché le manovre ricattatorie della criminalità organizzata e l’intervento dei servizi segreti, non solo italiani, e di ambienti legati al terrorismo.

    Perché la Chiesa si muove solamente oggi? Perché immediatamente dopo la morte di Ratzinger e la pubblicazione del libro di Padre Georg, nel quale si nega l’esistenza di un dossier su Emanuela in Vaticano? Quante sono le chance di penetrare quel muro di gomma che ammanta l’intera vicenda? Affaritaliani.it ne parla con Laura Sgrò, avvocata che ben conosce le vicende di San Pietro e dintorni. Lo scorso anno ha pubblicato il libro “Sangue in Vaticano. Le inquietanti verità sulla strage nella Guardia Svizzera” (Rizzoli, 304 pagine, 18 euro), dal 2017 segue la famiglia Orlandi, e durante il caso Vaticanleaks ha difeso la comunicatrice Francesca Immacolata Chaouqui, detta “la papessa”.

    Avvocato Sgrò, cominciamo da un aspetto che non è solo formale, ma anche sostanziale: fino al 12 gennaio non le è arrivata alcuna comunicazione ufficiale da parte del Vaticano sull’apertura dell’inchiesta. Ci sono novità sul punto?

    No. So di per certo che è stata aperta perchè ciò è stato comunicato alla stampa e anche mercoledì sera la redazione di “Chi l’ha visto?” ne ha avuto conferma dalla sala stampa del Vaticano. A noi però non è arrivata alcuna comunicazione diretta ed è obiettivamente curioso venirlo sapere da voi giornalisti, no?

    Senza dubbio: si allunga la lista delle stranezze di questa vicenda. Come si spiega quest’ultima svolta?

    Nel 2019 io non avevo chiesto solamente la riapertura delle tombe del cimitero Teutonico, ma anche l’avvio di un’indagine. Questa richiesta si è persa senza che nessuno ci desse riscontro. Noi ovviamente abbiamo continuato a presentare istanze e richieste ogni volta che si presentava qualche novità. Ad esempio: si ricorda la telefonata della quale parlò Monsignor Viganò, avvenuta la sera stessa del rapimento?

    Sì, certo. Era delle famose telefonate da parte del cosiddetto “americano”.

    Bene, io chiesi di sentire Viganò e le persone che quella sera stavano con lui in segreteria di Stato, ad esempio il Cardinale Sandri. Zero assoluto anche su questo. Si sono limitati ad aprire e chiudere le tombe e per il resto silenzio: un muro di gomma rispetto a tutto il resto. Questo loro atteggiamento mi ha talmente irritato che nel dicembre 2021 ho scritto a Papa Francesco, informandolo del fatto che avevamo elementi nuovi e che ne volevamo parlare con lui. Sua Santità mi ha detto di rivolgermi al promotore di giustizia, ma ancora una volta la risposta è stata il silenzio. Oggi apprendiamo che aprono una loro indagine sulla base delle nostre istanze, spiegando che è un atto dovuto. Certo, ma lo era già nel 2018 e nel 2019!

    Beh, nel frattempo è morto Ratzinger…

    Non solo, sono successe anche altre cose. Padre Georg si è messo a capo della fronda dei conservatori, in Italia è stato depositato un disegno di legge per una commissione di inchiesta parlamentare sul caso-Orlandi e c’è stata la serie di Netflix “Vatican Girl” che ha indignato l’opinione pubblica di tutto il mondo. Lei non ha idea di quanti messaggi di solidarietà e incoraggiamento riceviamo ogni giorno io, Pietro Orlandi e Andrea Purgatori: siamo ormai a centinaia di migliaia. A questo proposito mi faccia dire che il ruolo della stampa in questo è molto prezioso e quindi ringrazio pubblicamente anche lei e affaritaliani.it.

    Credo sia il nostro dovere, ma torniamo alla tempistica dell’indagine: non trova curioso che Papa Francesco prenda questa decisione subito dopo la morte di Ratzinger e le anticipazioni sul libro di Padre Georg, nel quale si parla anche di Emanuela? Oltretutto Georg è subito stato convocato a rapporto dal Santo Padre: che legame vede tra questi eventi in rapida successione?

    Mi auguro che si tratti di un cambiamento di rotta, ma che sia vero. Per dimostrarlo servono indagini non solo serie, ma anche immediate. È dalla mia prima denuncia del 2018 che ho indicato i nomi di persone da ascoltare rispetto a taluni fatti. Oggi ho riguardato quella lista: lo sa che ne sono morte quasi la metà? In più, ci sono quelli che la Procura di Roma ha iniziato a cercare fin dal 1983 e per i quali il Vaticano si è nascosto dietro le proprie normative: lo Stato italiano durante la prima inchiesta ha fatto ben tre richieste di rogatoria, tutte rispedite al mittente! C’è una montagna di persone che i magistrati italiani volevano sentire e che sono morte! Questa è la prova del fatto che finora non c’è stata una vera volontà di fare luce sulla vicenda e sfido chiunque a sostenere il contrario. Se le cose sono cambiate davvero, bisogna agire in fretta: parliamo di persone anziane e non c’è tempo da perdere.

    Tra le persone ancora viventi che lei vorrebbe interrogare, da chi comincerebbe?

    Dal Cardinale Re, che ha celebrato il funerale di Ratzinger. È il decano del collegio cardinalizio e allora era il sostituto alla segreteria di Stato, una figura molto vicina al Santo Padre. La Procura ha provato a interrogarlo per anni, ma non c’è mai stato verso.

    Lei intende sentire anche il Cardinale Bertone, in merito a quali fatti specifici?

    Bertone era il segretario di Stato quando è sorto il problema dell’apertura della tomba dove era sepolto De Pedis. Possibile che non sapesse niente? Davanti al casino che si è creato per spostarne la salma, possiamo davvero pensare che non ci sia stato un summit nel quale decidere come muoversi?! Non si può prendere in giro l’opinione pubblica: tutto il mondo guardava attonito al fatto che un esponente della Banda della Magliana fosse stato tumulato dentro una basilica e vogliamo far credere che in Vaticano non sia mai discusso di questa vicenda?!

    Si è detto che sulla tomba di De Pedis si sia svolta una trattativa: lo Stato se ne sarebbe fatto carico, in cambio di informazioni sulla sorte di Emanuela da parte del Vaticano. È andata davvero così?

    Beh, basta leggere il libro di Georg (Nient’altro che la verità – La mia vita al fianco di Benedetto XVI, Piemme, 336 pagine, 20 euro). Ammette che in più occasioni degli emissari del Vaticano andarono in Procura a parlare della tomba di De Pedis con il Dott. Capaldo, il quale a sua volta parla di una “semi-trattativa”. Ma io su questo le voglio raccontare una cosa per me davvero cogente, che mi ha fatto arrabbiare in maniera incredibile.

    La ascolto con piacere.

    Quando è venuta fuori questa vicenda della trattativa, sono andata dal Comandante Giani: era uno dei fatti nuovi per i quali chiedevo la riapertura delle indagini. Presento istanze affinché sia sentito Capaldo e dopo due anni scopro che la persona che era andata da Capaldo… era proprio Giani! E ci sono anche delle conferme! Ma di cosa stiamo parlando?! E’ una presa in giro! Giani sarebbe dovuto andare a Capaldo a chiedergli chi era andato a parlargli, quando era stato lui…

    Torniamo al libro di Padre Georg: vi si legge che non è mai esistito un dossier del Vaticano su Emanuela Orlandi, ma lei ci crede?

    Questo Georg lo nega adesso, ma a me aveva detto che c’era! Quando era ancora Prefetto facente funzioni, lo andai a trovare alla Casa Pontificia e alla mia domanda specifica rispose: “Eccome, se c’è un fascicolo riservato! Insista e se lo faccia consegnare dalla segreteria di Stato, io non ho più potere”.

    Immagino che sia su questo argomento che volete interrogarlo?

    Certo. Anche se lui minimizza, nel suo stesso libro parla di una fase di indagine sul caso e a me Giani disse che si trattava di un vero e proprio lavoro di intelligence. Almeno si mettessero d’accordo, sulle stupidaggini che dicono! Su questo il Vaticano ha potere: sono tutti uomini suoi, che li sentisse! Si deve chiedere al capo della Gendarmeria perchè ha fatto cose che non doveva fare, nell’esercizio delle sue funzioni. Nel Vaticano, le sentenze vengono emesse “nel nome di Sua Santità”: ma è questa la giustizia del Papa?! Secondo me si è andati oltre la decenza.

    Lei, ormai, è diventata una delle massime esperte delle vicende vaticane…

    Ed è per questo che le dico che si sono superati certi limiti. Nessuno ha la pretesa che la giustizia sia infallibile, ma qui siamo oltre ogni confine plausibile. Molto oltre. Mi auguro sinceramente che Papa Francesco voglia fare pulizia, sapendo che la verità costa. Che pagasse il prezzo della verità, qualunque essa sia.

    Il manifesto col quale annunciate il sit-in di sabato 14 gennaio, per i 55 anni di Emanuela, è molto duro anche nei confronti di Bergoglio, accomunato a Wojtyła e Ratzinger per il silenzio definito “complice”. Quindi, sperate che Francesco vi smentisca?

    Me lo auguro davvero. Non vedo l’ora che il Papa ci dica che siamo degli idioti e che abbiamo sbagliato tutto. Che mi smentisca e io mi precipiterò a chiedergli scusa, se ho sbagliato a pensare male di lui.

    Tra i fatti nuovi, c’è l’ormai famosa chat del 2014 tra due persone “molto vicine a Bergoglio” che pare lasciare ben poco spazio all’interpretazione, posto che sia autentica…

    Eh, sì. Ma anche questo è un elemento che fa pensare. Nel momento in cui salta fuori una conversazione che riguarda anche il Santo Padre, se io fossi stato il promotore di giustizia del Vaticano sarei corso a fare un’indagine, a tutela del capo del mio Stato. In Vaticano, il potere esecutivo, quello giudiziario e quello legislativo appartengono tutti al Papa, che li esercita mediante delega. Non è una cosa di poco conto: il magistrato è un delegato del Papa, quindi in un caso del genere il suo primo pensiero avrebbe dovuto essere quello di andare a fugare ogni dubbio.

    Tuttavia, proprio perché è un delegato, immagino che faccia quello che il Papa gli dice…

    Tutte le ipotesi sono valide, però oggettivamente in questa vicenda c’è tutta una serie di cose davvero troppo strane. Io ho una concezione un po’ diversa della giustizia: per me è una cosa seria, perchè coinvolge la vita delle persone, che hanno tutte diritto alla dignità.

    Tra le cose strane c’è anche il fatto che si sia rifatto vivo Ali Agca, il quale sostiene di sapere tutto della vicenda. Dice che Emanuela non è mai stata stuprata e che si vuole screditare il Vaticano con false accuse di pedofilia. Inoltre, racconta che la ragazza sarebbe stata rapita per ordine di Wojtyła e affidata alle suore. Lei che cosa pensa di queste dichiarazioni?

    Beh, anche prendendole per buone, non mi pare proprio che esentino il Vaticano dalle sue reponsabilità. Un Papa mandante di un rapimento non è una vicenda meno grave.

    Ali Agca ha anche parlato del presunto legame tra il caso di Emanuela e quello di Mirella Gregori, un’altra ragazzina sparita a Roma nello stesso periodo, come peraltro altre coetanee nel corso dell’anno. Lei su questo che idea si è fatta?

    Io penso che i due casi non abbiano alcuna attinenza tra loro. Mirella Gregori merita un’indagine a se’ stante. Secondo me non ha giocato a suo favore il fatto di essere collegata a Emanuela, rimanendo così in una sorta di cono d’ombra. Le assicuro che nel fascicolo di Emanuela ci sono ben poche pagine “autonome” che riguardano anche Mirella.

    Lo stesso vale per Simonetta Cesaroni, visto che si è parlato anche di una riapertura complessiva dei tre casi?

    Questo è proprio un altro caso. Se per un certo periodo Mirella è stata effettivamente legata a Emanuela, Simonetta non ha proprio nulla a che fare con loro. Si è trattato di un omicidio cupo, sul quale la verità è tuttora preclusa sia alla famiglia, sia a tutti coloro che hanno lavorato alle indagini. Il vero punto di contatto tra questi tre casi è che rappresentano altrettanti fallimenti della giustizia italiana. Direi che ne sono l’emblema. Sarà brutto dirlo, ma è così.

    Vorrei ricordare anche un’altra ragazza, della quale si parla anche in “Vatican Girl”. Mi riferisco all’amica di Emanuela che le avrebbe confessato di essere stata molestata da una persona “vicina a Wojtyła”: questa è una pista sulla quale ci sono dei riscontri?

    Questa pista, di fatto, non è mai stata indagata. Mai, mai. Bisognerebbe farlo. Se ne parla solo sui giornali, ma la magistratura non l’ha mai approfondita. E se ne parla solamente ora, perché nel 1983 era veramente impossibile che si affrontasse di un’ipotesi di pedofilia nel Vaticano. Non si parlava nemmeno di pedofilia in generale, figuriamoci nel Vaticano!

    A questo proposito, in Germania prosegue l’indagine su Ratzinger, accusato di non avere fatto abbastanza contro i preti pedofili, e dopo la sua morte si stanno cercando eventuali eredi che ne dovrebbero rispondere. Secondo lei c’è un legame tra la scomparsa del Papa emerito e il riemergere di queste ipotesi di indagine su Emanuela?

    Credo che ci siano diverse concause. Secondo me in questo momento persistere con la “politica del silenzio” avrebbe avuto un risvolto ancora più negativo. Tra il trincerarsi dietro il mutismo e provare a fare qualcosa, è giusto seguire la seconda strada. Per il momento il Vaticano ha soltanto manifestato una volontà di chiarezza. Mi auguro che diventi fattuale.

    Ho la sensazione che il Vaticano sia tutt’altro che un blocco monolitico. Il fatto che qualcuno vi abbia passato gli screenshot della chat del 2014, ad esempio, fa pensare che tanti conoscano la verità e che si combattano tra loro. Per questo, se non sarà il Papa a farci capire cosa è successo ad Emanuela, il rischio è che lo faccia qualcun altro, con conseguenze ancora più pesanti. E’ questo a cui allude parlando di “prezzo della verità”, oppure sbaglio?

    È proprio così. Le parti in causa si usano, si mandano messaggi, tirano la corda… Io temo che in questo periodo storico la Chiesa rischi di implodere, a meno che non si reindirizzi verso la sua vera natura. Sarebbe un grave danno per i fedeli, che ci credono veramente e considerano la Chiesa come un punto di riferimento. Il momento è delicatissimo, quindi mi auguro che l’intenzione di Francesco sia davvero sincera. In fondo è il Pontefice: se vuole, farà.

    Mi perdoni la domanda indiscreta: lei è credente?

    Sì.

    E lo rimane pur essendo passata attraverso le brutte esperienze che ci ha spiegato in modo così efficace?

    Da qualche tempo, il mio rapporto con Dio è abbastanza conflittuale. Ho visto troppe cose che avrei preferito non vedere. Soprattutto, non avrei voluto vederle nel Vaticano.

    In questo caso si è parlato del coinvolgimento di alcuni poteri davvero temibili: la Chiesa, lo IOR, la ‘ndrangheta, la banda della Magliana, il terrorismo internazionale, i servizi segreti italiani e di altri Paesi, come Cia, Kgb e Stasi… Non ha mai avuto paura?

    Mah, io sono stata minacciata più volte. Sì, ci sono stati dei momenti nei quali ho avuto paura. Tuttavia, dopo una lunga e attenta riflessione e dopo un confronto aperto sia con mio padre (che ora non c’è più) che con mio marito, mi sono persuasa della necessità di andare avanti. Una strada del genere non può essere percorsa a metà. Non sarebbe giusto nei confronti delle persone che ti chiedono aiuto. Pietro Orlandi è un caterpillar, una persona straordinaria. Dopo aver detto di sì a lui, in quanto rappresentante della sua solidissima famiglia, bisogna mettere in conto la necessità di camminargli accanto. Io l’ho scelto e quindi cammino.

    Anche nei confronti di Pietro Orlandi ci sono stati tentativi di intimidazione?

    Non penso. Certamente però ci sono stati dei gesti di stizza da parte del Vaticano. Ad esempio, quando Pietro ancora lavorava allo IOR, un prelato lo convocò per parlare del sit-in che aveva organizzato. Gli tirò addosso un giornale, urlandogli: “E basta con ‘sta storia di tua sorella!”.

    Un’ultima domanda: ma secondo lei che cosa è successo a Emanuela? Qual è la pista più probabile?

    Ho una mia idea che preferisco tenere per me, finché non ho le prove. Ciò non toglie, e questo è il grande problema, che ci sono pezzettini di verità in tutte le piste. Un riesame serio di tutta la vicenda prevede importanti tempi, energie, esperienza, risorse e mezzi. Mi chiedo se la procura Vaticana possa fare tutto questo. Io credo che – se davvero volesse fare luce su ogni cono d’ombra – dovrebbe avvalersi del Concordato e chiedere leale collaborazione e cooperazione alla procura di Roma. Ecco, questo sì che porterebbe se non alla verità, a pezzi certi di questo terribile mosaico.

    https://www.affaritaliani.it/cronache/caso-orlandi-svolta-clamorosa-interroghiamo-padre-georg-bertone-re-e-834223.html

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    Vatican shock: le radici oscure del caso Orlandi

    La sparizione della 15enne avvenuta nel lontano 1983 trova una nuova chiave di lettura attraverso le parole di un insider della Banda della Magliana.

  • Emanuela Orlandi, spunta l’audio choc, l’ex socio di De Pedis (registrato di nascosto) fa nomi e cognomi

    Emanuela Orlandi, spunta l’audio choc, l’ex socio di De Pedis (registrato di nascosto) fa nomi e cognomi

    Un audio. Una registrazione di circa due minuti che risale al 2009 e che – a distanza di qusi 40 anni –  potrebbe riaprire il caso Emanuela Orlandi, la giovane ragazza scomparsa da casa in Vaticano  il 22 giugno del 1983.

    Dell’esistenza di questa registrazione effettuata di nascosto durante una conversazione in un luogo pubblico si sapeva già, scrive Il Giornale. L’autore di questa registrazione è Alessandro Ambrosini, il fondatore del blog d’inchiesta Notte Criminale.

    Chi parla è invece è rimasto anonimo, ma si pensa che si tratta di un vecchio sodale di Enrico De Pedis, uno dei capi storici della banda della Magliana. L’uomo, riferendosi alle dichiarazioni di Sabrina Minardi, ex compagna di Renatino, che dall’anno precedente aveva iniziato a parlare con i magistrati romani relativamente al caso Orlandi, si sente in dovere di fare alcune precisazioni.

    Cosa si sente nell’audio

    L’audio rubato sarà pubblicato nei prossimi giorni dall’autore della registrazione sul suo blog, ma IlGiornale.it ha avuto modo di ascoltarlo in anteprima. L’ex socio di De Pedis, inconsapevole di essere registrato, si lascia andare senza freni e, relativamente alla scomparsa di Emanuela Orlandi, punta il dito verso una persona in particolare, facendone nome e cognome. L’autore della registrazione, Alessandro Ambrosini, si è detto disposto a rivelare l’identità della fonte qualora fosse l’autorità giudiziaria a chiederglielo.

    https://www.ilgazzettino.it/italia/cronaca_nera/emanuela_orlandi_audio_choc_cosa_e_successo_chi_l_ha_uccisa_news-7094666.html

  • “Vatican Girl”: Netflix riapre il caso Emanuela Orlandi con la serie-choc

    “Vatican Girl”: Netflix riapre il caso Emanuela Orlandi con la serie-choc

    E’ tuttora irrisolto il caso di Emanuela Orlandi, scomparsa il 22 giugno del 1983 dalla Città del Vaticano, dove viveva con la famiglia, e mai più ritrovata. ll “cold case” è il tema della nuova docu-serie di Netlfix, “Vatican Girl – La scomparsa di Emanuela Orlandi”, realizzata dalla società di produzione inglese RAW con il contributo di testimoni dell’epoca e giornalisti che hanno seguito il caso, come Andrea Purgatori.

    Vatican Girl – le testimonianze choc di Pietro Orlandi e dei familiari

    Un altro volto noto è quello di Pietro Orlandi, fratello di Emanuela, che non si è mai arreso e continua a cercare la sorella. O almeno, come ribadisce in maniera straziante, di un corpo sul quale la famiglia possa piangere. La docu-serie ripropone tutti i documenti accumulati negli anni, comprese le misteriose telefonate del misterioso “americano” e dei nastri agghiaccianti, con le comunicazioni dei rapitori, la voce della giovane Emanuela e quello che sembra essere l’audio di una tortura.

    Vatican Girl – lo scambio con Ali Agca

    La prima pista investigativa fu il terrorismo internazionale. Nelle prime comunicazioni, i rapitori proposero uno scambio con Ali Agca, che era in carcere perché due anni prima aveva cercato di uccidere Papa Giovanni Paolo II, sparandogli in Piazza San Pietro. Si ipotizzava che Agca, come da lui stesso dichiarato, fosse stato mandato dal Kgb per eliminare il Papa, nemico del comunismo, e che la sua liberazione fosse il primo passo per metterlo a tacere ed impedire di rivelare segreti indicibili.

    Vatican Girl – i legami con Roberto Calvi e la banda della Magliana

    Dalla docu-serie però emerge un’altra pista. Nella sua lotta al comunismo, il Vaticano avrebbe finanziato Solidarnosc, per liberare la Polonia (terra natia del Papa) dal regime. Un finanziamento che, secondo gli autori, sarebbe stato mascherato grazie a complessi giri con il Banco Ambrosiano di Roberto Calvi. Lo stesso “banchiere di Dio”, vicinissimo al Vaticano, sarebbe stato coinvolto nel riciclaggio di soldi della mafia e la sua morte a Londra sarebbe stata un regolamento di conti, per delle somme non restituite. Erano state usate per finanziare Solidarnosc? Le ricostruzioni ipotizzano uno scenario ricattatorio, per riavere quei soldi che appartenevano alla criminalità organizzata.

    Vatican Girl – il ricatto e lo scandalo sessuale

    Ma perchè rapire l’incolpevole Emanuela Orlandi e non un prete o un membro del Vaticano? Perché una 15enne era così importante per la criminalità organizzata, che voleva ricattare la Chiesa? La testimonianza più inquietante è quella di un’amica di Emanuela che, coperta dall’anonimato, riferisce una sconvolgente confidenza della ragazza: poco tempo prima, passeggiando, sarebbe stata “infastidita” da una persona “molto vicina al Papa”. Da qui l’ipotesi di un ricatto su un possibile scandalo che avrebbe potuto arrecare un danno di immagine enorme al Vaticano.

    https://www.affaritaliani.it/mediatech/vatican-girl-netflix-riapre-il-caso-emanuela-orlandi-con-la-serie-choc-821932.html

  • Il caso Emanuela Orlandi –

    Il caso Emanuela Orlandi –

    Mercoledì 5 ottobre affronteremo uno dei casi più misteriosi della storia recente italiana e vaticana: il caso Emanuela Orlandi, la ragazza di 15 anni, figlia di un dipendente della Prefettura vaticana, scomparsa nel nulla a Roma il 22 giugno 1983.

    La vicenda è stata collegata ad altri eventi misteriosi dell’epoca, dall’attentato a Giovanni Paolo II allo scandalo IOR e il caso Calvi fino alla pista che la collega a “Renatino”, alias Enrico De Pedis, boss della Banda della Magliana.

    L’inchiesta è stata archiviata, ma c’è ancora molto da scoprire…

    La puntata sarà in live streaming su Facebook, YouTube e Twitch, qui sotto trovi i link a tutti i nostri canali 👇

    YouTube: https://www.youtube.com/c/DarkSideSto…

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  • Caso Orlandi, la lettera segreta di Andreotti: così Don Vergari chiese aiuto per il presunto boss della Magliana

    Caso Orlandi, la lettera segreta di Andreotti: così Don Vergari chiese aiuto per il presunto boss della Magliana

    Emergono scambi epistolari tra Giulio Andreotti e Don Vergari. Ed escono fuori i movimenti di Andreotti, a fine anni ’80, per la famiglia De Pedis. Ovvero dell’uomo indicato da pentiti e poliziotti come boss della Banda della Magliana, anche se non è mai stato condannato.

    Nel 1989 il Divo Giulio era a capo del governo italiano. In quell’anno il rettore della Basilica di Sant’Apollinare Don Vergari gli scrisse per chiedergli un favore per il fratello di Enrico De Pedis, alias Renatino.

    Ovvero Marco De Pedis. «La sera del 18 agosto sono intervenuti nel ristorante per un controllo gli agenti di polizia, stilando un verbale, perché Jean e Taddeo, avevano il certificato di robusta e sana costituzione fisica fatto nella Caritas e secondo gli agenti non era sufficiente. Marco De Pedis, proprietario del locale, avrà dei problemi per questo».

    Il prete e il premier

    E ancora: «La pratica è presso il commissariato di Trastevere. Non mi sembra giusto infierire e far avere dei dispiaceri a Marco De Pedis». Questo scrive Don Vergari ad Andreotti in una lettera datata 29 agosto del 1989. A riportarlo è Repubblica che è venuta in possesso dei fogli.

    REPUBBLICA | Lettere tra Andreotti e Don Vergari

  • Perché si riparla del rapimento di Emanuela Orlandi

    Perché si riparla del rapimento di Emanuela Orlandi

    I quotidiani italiani sono tornati in questi giorni a occuparsi del caso di Emanuela Orlandi, la ragazza di 15 anni, figlia di un dipendente della Prefettura vaticana (il servizio che gestisce le udienze del Papa), che scomparve a Roma il 22 giugno 1983 e di cui non si è più saputo nulla. A riportare l’attenzione sul caso Orlandi è stata la scoperta della scomparsa, nel cimitero romano del Verano, della salma di Katty Skerl, diciassettenne di origine svedese il cui corpo fu ritrovato a Grottaferrata, in provincia di Roma, il 21 gennaio 1984. L’omicidio di Skerl è tuttora irrisolto.

    A collegare le due vicende fu nel 2015 un fotografo romano, Marco Accetti, che si autodenunciò per il rapimento di Orlandi sostenendo che sia quel sequestro sia l’omicidio di Skerl fossero collegati a una lotta interna tra varie fazioni del Vaticano. A conferma delle sue dichiarazioni disse che la tomba di Skerl era vuota e che all’interno del loculo, una volta aperto, sarebbe stata trovata solo una maniglia d’ottone con inciso un angelo.

    Dopo 12 interrogatori, Accetti non venne ritenuto credibile. Le verifiche sulla tomba della ragazza, nel cimitero del Verano, non furono fatte. Ora, a sette anni di distanza, la procura di Roma ha dato ordine di smurare la lapide posta nel riquadro 115, n° 84, fila 2 del cimitero. La cassa di legno con la salma della ragazza è sparita e nel loculo è stata ritrovata in effetti solo una maniglia.

    Sono molte le domande che in questa storia non hanno risposta. La prima è perché solo ora, dopo tanto tempo, la procura di Roma ha dato ordine di smurare la lapide. Sette anni fa la rivelazione di Accetti non fu considerata attendibile, ma qualcosa è probabilmente accaduto di recente portando il procuratore che ora si occupa del caso a ordinare l’ispezione della tomba.

    Pietro Orlandi, fratello di Emanuela, è scettico sul presunto legame tra le due vicende. «Accetti non ha mai portato nessun elemento concreto che supportasse le sue dichiarazioni. Non ha mai fatto i nomi di chi avrebbe materialmente rapito mia sorella. Certo, la vicenda della scomparsa del cadavere di Katty Skerl è inquietante, oltre che triste. Ma sul collegamento con la storia di Emanuela ho molti dubbi» dice al Post.

    Per chiarire la vicenda, che è intricatissima, bisogna tornare al 1983. Emanuela Orlandi, studentessa che aveva appena terminato il secondo anno al convitto nazionale Vittorio Emanuele II, scomparve a Roma attorno alle 19 del 22 giugno dopo essere uscita da una lezione di musica in piazza Sant’Apollinare. Poco prima delle 19 telefonò a casa dicendo che avrebbe fatto tardi perché non passava l’autobus. Disse anche che era stata appena avvicinata da un uomo che le aveva proposto un lavoro di volantinaggio.

    Le indagini e le inchieste giornalistiche si concentrarono presto sugli ambienti vaticani. Orlandi viveva all’interno delle mura pontificie: venne quindi ipotizzato che il suo sequestro fosse stato ordinato e portato a termine per esercitare pressioni affinché venisse liberato Mehmet Ali Agca, l’uomo che aveva sparato a Papa Giovanni Paolo II in piazza San Pietro il 13 maggio 1981. A riprova di questa teoria vennero portate le testimonianze della famiglia Orlandi, che nel luglio del 1983 aveva ricevuto le telefonate di un uomo che parlava con un forte accento anglosassone (i giornali allora lo soprannominarono “l’amerikano”) che, in cambio della liberazione della ragazza, chiedeva la scarcerazione di Ali Agca. Il 17 luglio venne anche fatto ritrovare un nastro in cui si sentiva la voce di una ragazza che chiedeva aiuto. Le telefonate furono in tutto 16 ma l’uomo non portò mai prove concrete sul fatto che Orlandi fosse realmente sua prigioniera.

    Ci furono anche telefonate da parte dell’organizzazione turca di estrema destra dei Lupi Grigi, di cui faceva parte Ali Agca, che disse di avere rapito anche un’altra ragazza, Mirella Gregori, scomparsa a Roma il 7 maggio del 1983, poche settimane prima della scomparsa di Orlandi. La madre di Gregori, due anni dopo, durante una visita del Papa nella parrocchia romana di San Giuseppe, riconobbe in un agente della Gendarmeria vaticana della scorta un uomo che a suo dire si intratteneva spesso con la figlia. Anche le indagini sulla sparizione di Gregori, così come quelle sulla scomparsa di Orlandi, non hanno mai raggiunto risultati concreti.

    Durante le indagini sulla scomparsa di Emanuela Orlandi sono state fatte molte ipotesi. Una fonte anonima nel 2005 affermò che la ragazza era morta durante una festa nella residenza di un alto prelato. Ma non ci fu mai nessun elemento concreto a sostegno di questa pista.

    Sempre nel 2005 durante una telefonata anonima alla trasmissione Chi l’ha visto, in onda su Rai 3, un uomo disse che per capire la scomparsa di Orlandi bisognava andare a vedere chi era sepolto in una tomba nella basilica di Sant’Apollinare e «controllare il favore che Renatino fece al cardinale Poletti». Renatino era il soprannome di Enrico De Pedis, boss della banda romana cosiddetta della Magliana, molto potente a Roma tra gli anni Ottanta e Novanta e legata sia ad ambienti dei servizi segreti sia dell’estrema destra. Ugo Poletti, cardinale morto nel 1997, era stato presidente della Conferenza episcopale italiana.

    Si scoprì che nella chiesa di Sant’Apollinare, vicino a cardinali e grandi benefattori della Chiesa, era in effetti sepolto De Pedis, assassinato a Roma nel febbraio del 1990. Sembrava in effetti molto strano che un boss criminale fosse sepolto in una chiesa riservata a cardinali e illustri personaggi vicini alla Chiesa. Si scoprì poi che il boss della banda della Magliana aveva fatto ingenti donazioni alla chiesa e si era così “comprato” quella sepoltura.

    A collegare il rapimento Orlandi alla banda della Magliana furono anche alcuni pentiti, come Antonio Mancini, detto “accattone”, e Maurizio Abbatino, detto “er crispino”. Mancini disse che Orlandi venne rapita per fare pressioni sul Vaticano affinché restituisse grosse somme di denaro che la banda della Magliana aveva prestato allo Ior, l’Istituto opere religiose, attraverso il Banco ambrosiano di Roberto Calvi. Anche una donna, Sabrina Minardi, ex moglie del calciatore Bruno Giordano ed ex compagna di De Pedis, confermò che Orlandi era stata rapita dalla banda della Magliana nell’ambito dei rapporti con ambienti vaticani. Secondo Minardi, De Pedis le aveva detto: «La Orlandi è cosa nostra». La donna rivelò alla procura di Roma che Orlandi era stata tenuta a lungo prigioniera in uno scantinato del quartiere romano di Monteverde prima di essere uccisa.

    Ma nemmeno le testimonianze di Minardi, Mancini e Abbatino hanno avuto mai concreti riscontri investigativi.

    Il fotografo romano Marco Accetti entrò nella vicenda nel 2015. Il suo nome era già presente nel casellario giudiziario: il 20 dicembre 1983 un bambino di undici anni, figlio di un diplomatico uruguayano, uscito dalla sua casa all’Eur per andare dal barbiere, venne ritrovato morto nella pineta di Castel Porziano, a Ostia, a venti chilometri da casa. Sul posto venne fermato un uomo, che era Accetti. Disse all’epoca: «Il bambino l’ho ucciso io, l’ho investito accidentalmente». Accetti venne condannato a un anno per omicidio colposo. La madre del bambino commissionò un’indagine a un detective privato e si convinse che suo figlio fosse in realtà stato rapito e ucciso e che Accetti avesse avuto un ruolo nella vicenda.

    Nel 2015 Accetti fece ritrovare alla procura di Roma un flauto dicendo che era quello di Emanuela Orlandi. La famiglia Orlandi disse che in effetti quel flauto poteva essere quello di Emanuela ma, come ha spiegato al Post Pietro Orlandi, «non c’è mai stata una prova concreta che si trattasse in effetti di quello strumento. Purtroppo il DNA presente era troppo esiguo per poter arrivare a qualsiasi conclusione».

    Accetti disse che aveva quel flauto perché aveva partecipato al rapimento. Disse di essere stata una delle persone che avevano telefonato, dopo il sequestro, alla famiglia Orlandi. Aggiunse che la ragazza era stata rapita nel corso di uno scontro tra due fazioni avverse presenti allora in Vaticano. Da una parte c’era la fazione, di cui diceva di aver fatto parte lo stesso Accetti, che voleva esercitare pressioni su Papa Giovani Paolo II affinché abbandonasse la sua politica anticomunista e di sostegno ai movimenti anti-regime dell’Est Europa, come il sindacato polacco Solidarność. Dall’altra parte c’era la fazione che invece sosteneva il Papa nella battaglia contro il blocco comunista guidato dall’Unione Sovietica.

    Accetti sostenne anche che la fazione anticomunista, in risposta al sequestro Orlandi, aveva ucciso Katty Skerl, studentessa del liceo artistico, figlia di un regista svedese. La ragazza, che aveva 17 anni, era iscritta alla federazione giovanile comunista ed era una militante femminista.

    Il 21 gennaio 1984 Skerl era uscita di casa con un borsone per andare a una festa. Venne ritrovata il giorno dopo in una vigna di Grottaferrata: era stata strangolata prima con un filo di ferro e poi con la cinghia del suo borsone. Secondo i risultati dell’autopsia, era stata spinta a terra a faccia in giù e tenuta ferma con un ginocchio sulla schiena con una forza tale da sfondarle alcune costole. Venne esclusa la violenza sessuale.

    Anche le indagini sulla morte di Skerl non portarono a nulla. Mai nessuno però, fino alle dichiarazioni di Accetti, aveva messo in relazione il suo omicidio alla scomparsa di Orlandi.

    Dopo le sue dichiarazioni, il fotografo venne indagato per sequestro di persona e occultamento di cadavere. Accetti rivelò anche un elemento a sostegno delle sue dichiarazioni. Disse che la camicia bianca indossata da Skerl al momento della sepoltura aveva scritto sull’etichetta “Via Frattina 1982”, e costruì intorno a questo dettaglio una articolata teoria, mai provata in nessun modo. Scrisse nel suo blog: «Quando la Skerl fu vestita per essere deposta nella bara, era presente una ragazza che, spacciandosi per parente, insistette per assistere alla preparazione del feretro. Costei ravvisò un certo elemento indosso alla Catherine, e tale dettaglio fu usato in un comunicato del 1984, ed attribuito alla Orlandi».

    In una delle lettere inviate negli anni Ottanta alla famiglia Orlandi, firmata dall’organizzazione Fronte Turkesh, c’era in effetti un riferimento, che i magistrati non erano mai riusciti a interpretare, a via Frattina. Accetti in sostanza accusò una delle due presunte fazioni interne alla Chiesa, quella che sosteneva l’anticomunismo del Papa, di aver scoperto quel dettaglio della camicetta e di averlo inserito in una lettera alla famiglia Orlandi per dare un segnale alla fazione avversa.

    Accetti sostenne poi che il cadavere di Skerl fosse stato fatto sparire proprio per eliminare quella camicia e quell’etichetta e nascondere il collegamento tra i due casi. Disse che chi aveva fatto sparire la tomba aveva però lasciato una maniglia nel loculo.

    Dopo le dichiarazioni del fotografo i giornali ricordarono che a un’amica di Emanuela Orlandi e alla sorella di Mirella Gregori erano giunte nel 2013 due lettere che contenevano queste parole: «Non cantino le due belle more per non apparire come la baronessa e come il ventuno di gennaio martirio di Sant’Agnese con biondi capelli nella vigna del Signore». Secondo alcune interpretazioni, le due “more” erano Emanuela Orlandi e Mirella Gregori mentre la donna bionda era Skerl, il cui corpo era stato ritrovato in una vigna.

    L’allora procuratore di Roma Giuseppe Pignatone si convinse che Accetti era inattendibile e chiese e ottenne dal giudice per le indagini preliminari l’archiviazione del fascicolo di indagine. Alla decisione si oppose il procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo. Nemmeno lui riteneva attendibile Accetti per quanto riguardava la storia dello scontro in Vaticano, ma credeva che si dovesse continuare a indagare. In quel periodo il Corriere della Sera scoprì anche che Skerl era nella stessa classe della figlia di uno dei tre uomini bulgari che furono coinvolti nelle indagini sull’attentato al papa.

    In un post sul suo blog, nel 2015, Accetti parlò così del trafugamento della salma di Katty Skerl: «Per impossessarsi di tale elemento (la camicetta, ndr) alcune persone organizzarono nel 2005 una fittizia squadra di addetti ai lavori cimiteriali e, simulando un lavoro di riesumazione, smurano il fornetto e lo richiusero dopo aver prelevato la bara. Tali persone caricarono la cassa su un carro funebre ed uscirono da uno dei cancelli vigilati, come se si trattasse di un’operazione di traslazione. Lasciarono all’interno della tomba una maniglia che svitarono alla stessa cassa. Tale maniglia raffigurava un angelo. Il significato di tale azione era una sorta di codice. Tra i motivi del trafugamento, vi era anche l’intenzione di esercitare alcune pressioni»

    Giancarlo Capaldo, che ha recentemente pubblicato un romanzo ispirato al caso Orlandi, La ragazza scomparsa, ha detto parlando con Il Giornale: «Per quale motivo la polizia è andata a fare questo controllo al Verano? Secondo alcune voci, la famiglia della Skerl voleva fare un trasferimento della salma dal Verano a un’altra parte ed è per questo che si è scoperta la mancanza dei resti. Ma è una versione che a mio avviso presenta dei punti poco chiari. Mi sembra molto strano che una famiglia decida dopo 40 anni di trasferire dei resti, piuttosto c’è da chiedersi se non stessero cercando qualcosa».

    A complicare ulteriormente la storia e a rendere ancora più ambigua la figura di Marco Accetti c’è una vicenda anch’essa risalente al 2015. Accetti contattò la famiglia di Alessia Rosati, una ragazza romana, studentessa di Lettere alla Sapienza e militante di sinistra molto impegnata, scomparsa il 23 luglio 1994 e di cui non si è più saputo nulla.

    Disse Accetti lasciando un messaggio alla famiglia Rosati: «So che cosa è successo a vostra figlia. Allo stesso modo in cui nel 1983 il nostro gruppo promosse l’allontanamento da casa della Orlandi e della Gregori per fare pressioni sul Vaticano, così nel 1994 contattammo la Rosati per simulare un sequestro, tramite il quale ricattare elementi del Sisde (servizi segreti, ndr). Solo che fummo anticipati, la giovane sparì prima. Noi sospettammo per mano della stessa parte che volevamo colpire». Anche in quel caso Marco Accetti non portò nessun riscontro concreto alle sue affermazioni.

    https://www.ilpost.it/2022/07/25/emanuela-orlandi-katty-skerl/

  • “Emanuela Orlandi? In Vaticano sanno. Lo ammisero, ma poi…”

    “Emanuela Orlandi? In Vaticano sanno. Lo ammisero, ma poi…”

    Sono passati quasi 39 anni dalla scomparsa di Emanuela Orlandi, la 15enne romana di cui si sono perse le tracce dal lontano pomeriggio del 22 giugno 1983. Tra ipotesi, supposizioni e indagini ad ampio raggio, il caso continua a essere tra i più intricati e controversi della cronaca degli ultimi 50 anni.

    Le recenti rivelazioni dell’ex procuratore di Roma Giancarlo Capaldo hanno aperto nuovi scenari sulla misteriosa vicenda. “Due ‘alte cariche’ della Santa Sede si resero disponibili a mettere a disposizione ogni conoscenza e indicazione per farci avere ‘i resti’ di Emanuela”, conferma alla nostra redazione Pietro Orlandi, il fratello di Emanuela.

    Pietro, lo scrittore Tommaso Nelli ha raccontato che nei diari di scuola di Emanuela figurerebbe il numero telefonico di una persona, tal “Federica”, mai identificata. Può confermarlo?

    “Si, era in un’agendina”.

    Di chi si tratta?

    “Non saprei, probabilmente un’amica o una compagna di scuola. Chiaramente è impossibile che conoscessi tutte le amicizie di mia sorella”.

    Accanto al nome compare un’annotazione: “Indovina chi è”. Secondo lei, cosa significa?

    “Non credo sia un dettaglio rilevante. Bisogna tenere conto che all’epoca Emanuela aveva 15 anni , era poco più che una bambina. Forse – ma è solo un’ipotesi – era qualcuno che le piaceva e ci scherzava su con un’amichetta. Chissà. In ogni caso, nulla di importante”.

    Esclude che possa entrarci qualcosa con la scomparsa?

    “Sì, direi proprio di sì. Così come escludo, in generale, che dei ragazzini – parlo di amici e compagni di scuola di Emanuela – possano entrarci qualcosa con il rapimento di mia sorella”.

    Di recente è emerso un altro retroscena. Pare che nella primavera del 2012 due emissari di Papa Ratzinger, verosimilmente due “alti prelati”, avrebbero dato la disponibilità del Vaticano a far ritrovare “i resti” di Emanuela. Lo conferma?

    “Assolutamente sì. Anzi fu prospettata una sorta di trattativa”.

    Che genere di trattativa?

    “Il Vaticano chiese alla Procura di Roma ‘un aiuto’ per spostare le spoglie di Enrico ‘Renatino’ De Pedis (ex boss della Banda della Magliana, ndr) dalla Basilica di Sant’Apollinare, dov’era stato sepolto, perché ovviamente creava imbarazzo alla Chiesa. Giancarlo Capaldo, all’epoca procuratore e titolare dell’inchiesta sulla scomparsa di Emanuela, propose una contropartita”.

    Cioè?

    “Il dottor Capaldo chiese in cambio che fossero restituiti ‘i resti’ di Emanuela alla nostra famiglia”.

    E quale fu la risposta?

    “Ci furono due colloqui tra Capaldo e due emissari della Santa Sede. Durante il primo incontro dissero che ‘gli avrebbero fatto sapere’ dopo essersi confrontati con altre persone ‘più in alto nella gerarchia’. In quello successivo confermarono che il Vaticano era disponibile a mettere a disposizione ogni conoscenza e indicazione per arrivare a questa conclusione”.

    Lasciarono intendere che avrebbero collaborato o il consenso fu esplicito?

    “‘Va bene’, fu la loro risposta”.

    E per quale motivo la trattativa sarebbe sfumata?

    “Dopo poco il dottor Giuseppe Pignatone venne nominato capo della procura e chiese l’archiviazione del fascicolo riguardante la scomparsa di mia sorella, che Capaldo rifiutò di firmare. E poi, nel giro di pochi mesi, Papa Ratzinger si dimise”.

    Quali sono stati i risvolti successivi?

    “Lo scorso dicembre, il dottor Capaldo è stato sentito in Procura nell’ambito di un fascicolo aperto a modello 45, quindi senza indagati né ipotesi di reato, dopo che il Consiglio Superiore della Magistratura aveva chiesto informazioni ai magistrati sull’esposto presentato dall’avvocato Laura Sgrò, legale della famiglia Orlandi, sui colloqui intercorsi tra il i magistrati della Procura e il Vaticano”.

    Cosa è emerso? Ma soprattutto, chi sarebbero i “due emissari” coinvolti nella trattativa?

    “Due ‘alte cariche’ della Santa Fede. Quello che ritengo importante però, al di là delle persone coinvolte, è che per la prima volta il Vaticano abbia ammesso di avere informazioni sulla scomparsa di Emanuela. Lì dentro sanno bene cosa è successo”.

    Nel corso degli anni sono state formulate molteplici ipotesi sulla scomparsa di Emanuela. A oggi, quale pista scarterebbe?

    “Quella dell’allontanamento volontario. Le altre, per una ragione o per un’altra, sono tutte plausibili”.

    Allora ribaltiamo la domanda: Qual è l’ipotesi più attendibile?

    “Emanuela è stata oggetto di un ricatto, qualcosa di grosso. Altrimenti non si spiega perché dopo tutto questo tempo la verità non sia ancora saltata fuori”.

    Un ricatto tra chi e per cosa poi?

    “Per certo non c’entrano i soldi. Un affare, forse uno scambio, in cui sono coinvolti uomini di potere. Quello di mia sorella è stato un rapimento organizzato, su questo non c’è ombra di dubbio”.

    Cosa glielo fa pensare?

    “Tante cose. Sin da quella famosa telefonata dopo il rapimento – intendo la prima – in cui Emanuela raccontava di essere una ‘ragazza di 15 anni iscritta alla scuola di musica eccetera’. La sensazione è che si trattasse di una registrazione, magari un’intervista che le avevano fatto nei giorni antecedenti alla scomparsa. E poi c’è quella frase di Papa Giovanni Paolo II che non scorderò più: ‘Esistono casi di terrorismo internazionale’, furono le sue testuali parole quando venne a trovarci per gli auguri di Natale”.

    Anche il nome dell’ex boss della Banda della Magliana, Enrico “Renatino” De Pedis, torna sempre in questa storia. Secondo lei, perché?

    “Penso che abbia avuto un ruolo secondario nella vicenda. Nel senso che è stato impiegato per un lavoro di ‘manovalanza’, mettiamola così. Ma c’erano – ci sono – poteri ben più consolidati e personalità ricattabili che c’entrano con il rapimento di Emanuela”.

    Sono 39 anni che si batte per la verità. Dove trova la forza?

    “La forza la trovo nell’ingiustizia che Emanuela ha subito e ancora subisce. Lo dico da 39 anni: finché non mi daranno prova del contrario continuerò a inseguire la verità e cercare mia sorella da viva. Emanuela era ed è registrata all’anagrafe come ‘cittadina vaticana vivente’”.

    https://www.ilgiornale.it/news/cronache/pietro-orlandi-ammisero-avere-informazioni-su-emanuela-poi-2009900.html