Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Pedofilia, Bergoglio riceve cardinali e vescovi cileni per punire chi ha coperto gli abusi sessuali su minori

    Pedofilia, Bergoglio riceve cardinali e vescovi cileni per punire chi ha coperto gli abusi sessuali su minori

    Nelle scorse settimane Papa Francesco ha incontrato alcune vittime: le loro testimonianze minano la stabilità di gran parte dell’episcopato del Paese latinoamericano. E dall’incontro di oggi non si attendono grandi proclami sulla tolleranza zero, ma rimozioni immediate di chi ha occultato e perpetrato le violenze

    La credibilità del pontificato di Papa Francesco sul contrasto alla pedofilia del clero passa dal Cile. Dal 15 al 17 maggio prossimi Bergoglio riceverà in Vaticano i cardinali e i vescovi del Paese latinoamericano per decidere come punire coloro che tra essi hanno coperto per anni gli abusi sessuali dei loro preti sui minori. Una svolta arrivata dopo che il Papa era stato apertamente contestato per le sue dichiarazioni sulla pedofilia durante il suo viaggio in Cile, nel gennaio scorso, prima dalle vittime dell’abusatore seriale padre Fernando Karadima, e poi dal cardinale di Boston Sean Patrick O’Malley che Francesco ha chiamato a guidare la Pontificia Commissione per la tutela dei minori. Da qui il mea culpa di Bergoglio sul volo di ritorno a Roma e la decisione di inviare subito in Cile a indagare monsignor Charles Scicluna, arcivescovo di Malta e presidente del Collegio per l’esame dei ricorsi in materia di pedofilia presso la Congregazione per la dottrina della fede.

    Durante il suo viaggio in Cile il Papa aveva ricevuto alcune vittime di abusi del clero, ma nessuna che fosse stata violentata da padre Karadima. Esse, infatti, hanno sempre puntato il dito contro il vescovo di Osorno, monsignor Juan Barros, accusandolo di aver coperto per anni la pedofilia di questo sacerdote. Francesco, però, ha sempre pubblicamente difeso con forza monsignor Barros. Dopo la rigorosa inchiesta di monsignor Scicluna in Cile, il cui rapporto finale è di 2300 pagine dove sono raccolte 64 testimonianze, lo scenario è cambiato. Bergoglio ha invitato nella sua residenza in Vaticano tre vittime di abusi commessi proprio da padre Karadima: Juan Carlos Cruz, James Hamilton e Jose Andrés Murillo. “Il Papa – precisava un comunicato vaticano – li ringrazia per aver accettato il suo invito: durante questi giorni di incontro personale e fraterno, desidera chiedere loro perdono, condividere il loro dolore e la sua vergogna per quanto hanno sofferto e, soprattutto, ascoltare tutti i loro suggerimenti al fine di evitare che si ripetano tali fatti riprovevoli”.

    Durante il suo viaggio in Cile il Papa aveva ricevuto alcune vittime di abusi del clero

    Due ore di tempo per ciascuna vittima in un colloquio dove per la prima volta Francesco ha potuto ascoltare quella verità che mai prima d’ora le gerarchie ecclesiastiche, sia cilene che vaticane, avevano voluto sentire. Una verità durissima perché mina la stabilità di gran parte dell’episcopato del Paese latinoamericano. Le vittime, infatti, non puntano il dito solo contro monsignor Barros, ma anche contro altri tre vescovi e i due cardinali cileni, ovvero l’arcivescovo di Santiago, Riccardo Ezzati Andrello, che ha ricevuto la berretta rossa proprio dal Papa, e il suo predecessore, Francisco Javier Errázuriz Ossa, nominato da Francesco nel suo “C9”, il consiglio di cardinali che lo aiuta nella riforma della Curia romana. Quest’ultimo è stato indicato dalle vittime come uno dei maggiori insabbiatori della pedofilia del clero cileno. Errázuriz potrebbe lasciare il “C9”, mentre Ezzati ha già superato l’età canonica della pensione, avendo 76 anni, e potrebbe essere presto congedato. Così come si ipotizza che il Papa potrebbe accettare le dimissioni presentate dai quattro vescovi cileni legati a padre Karadima, tra cui monsignor Barros. E potrebbe essere rimosso anche il nunzio in Cile, monsignor Ivo Scapolo.

    Le vittime hanno precisato più volte che, al di là dell’accoglienza paterna ricevuta da Francesco a Casa Santa Marta e della sua richiesta di perdono, ciò che farà fede saranno i provvedimenti concreti che prenderà il Papa. Per questo dall’incontro di Bergoglio con l’episcopato cileno si attendono non grandi proclami sulla tolleranza zero nel contrasto alla pedofilia del clero, ma rimozioni immediate dei cardinali e dei vescovi che per anni hanno coperto tali abusi. “Il Santo Padre, – si legge in un comunicato vaticano – richiamato dalle circostanze e dalle sfide straordinarie poste dagli abusi di potere, sessuali e di coscienzache si sono verificati in Cile negli ultimi decenni, ritiene necessario esaminare approfonditamente le cause e le conseguenze, così come i meccanismi che hanno portato in alcuni casi all’occultamento e alle gravi omissioni nei confronti delle vittime”.

    Le vittime hanno precisato più volte che ciò che farà fede saranno i provvedimenti concreti che prenderà il Papa

    Durante gli incontri, ai quali parteciperanno 31 vescovi diocesani e ausiliari e due vescovi emeriti, il Papa sarà affiancato dal prefetto della Congregazione per i vescovi, il cardinale Marc Ouellet. “L’obiettivo di questo lungo ‘processo sinodale’ – precisa ancora il Vaticano – è discernere insieme, alla presenza di Dio, la responsabilità di tutti e di ciascuno in queste ferite devastanti, nonché studiare cambiamenti adeguati e duraturi che impediscano la ripetizione di questi atti sempre riprovevoli. È fondamentale ristabilire la fiducia nella Chiesa attraverso dei buoni pastori che testimonino con la loro vita di aver conosciuto la voce del buon pastore e che sappiano accompagnare la sofferenza delle vittime e lavorare in modo determinato e instancabile nella prevenzione degli abusi”.

    Lo stesso Francesco, in una lettera ai vescovi cileni dopo aver letto il rapporto di monsignor Scicluna, affermava “che tutte le testimonianze raccolte parlano in modo scarno, senza additivi né edulcoranti, di molte vite crocifisse e vi confesso che ciò mi causa dolore e vergogna”. E invitava i vescovi a Roma per aiutarlo “nel discernimento delle misure che dovranno essere adottate a breve, medio e lungo termine per ripristinare la comunione ecclesiale in Cile, al fine di riparare per quanto possibile allo scandalo e ristabilire la giustizia”. “Per quanto mi riguarda, – concludeva il Papa – riconosco, e voglio che lo trasmettiate fedelmente, che sono incorso in gravi errori di valutazione e percezione della situazione, in particolare per mancanza di informazioni veritiere ed equilibrate. Fin da ora chiedo scusa a tutti quelli che ho offeso e spero di poterlo fare personalmente”. Ora è tempo che i cardinalie i vescovi cileni che hanno coperto gli abusi siano puniti.

    Twitter: @FrancescoGrana

  • Lo scandalo che deciderà il futuro della chiesa

    Lo scandalo che deciderà il futuro della chiesa

    Nell’arco dell’ultimo ventennio, lo scandalo degli abusi sessuali sui minori ha aperto una crisi drammatica nel cattolicesimo mondiale e prodotto cambiamenti profondi, in parte senza precedenti, nella chiesa di Roma. Da una parte si è affermato un principio di responsabilità – prima negato e occultato – di fronte a delitti considerati gravissimi dall’opinione pubblica e da molte legislazioni civili, allo stesso tempo è entrato in discussione il clericalismo inteso come potere separato e intangibile della chiesa e dei suoi apparati. Su questo secondo aspetto, peraltro, è in corso una battaglia culturale all’interno delle stesse gerarchie ecclesiastiche tutt’altro che conclusa.

    Il momento di svolta in questa storia è il 2001: quell’anno esplodeva infatti il caso dell’arcidiocesi di Boston portato definitivamente alla luce nei mesi successivi dal Boston Globe attraverso l’ormai storica inchiesta che si è aggiudicata il premio Pulitzer ed è diventata un film da Oscar nel 2016, Il caso Spotlight. Qualcosa di paragonabile – per impatto sull’opinione pubblica e costruzione del mito del giornalismo a stelle e strisce – era avvenuto solo con lo scandalo Watergate, l’evento che contribuì alle dimissioni di Richard Nixon, da cui pure venne tratto un celeberrimo film, Tutti gli uomini del presidente.

    Dopo l’inchiesta circa settanta sacerdoti furono accusati di abusi commessi nel corso di alcuni decenni a Boston. Il cardinale arcivescovo della città, Bernard Law, si dimise nel 2002 e di lì a poco si trasferì a Roma, sfuggendo così ai procedimenti giudiziari nei quali era coinvolto per aver coperto i colpevoli, nascosto i delitti e fatto pressione in vari modi sulle vittime e sulle loro famiglie affinché mantenessero il segreto. Law, tra le proteste delle organizzazioni delle vittime e di molti fedeli, fu nominato da Giovanni Paolo II arciprete della basilica di Santa Maria maggiore, a Roma, uno dei più importanti luoghi di culto cattolici al mondo. Vi rimase dal 2004 al 2011. Nel 2017 è morto.

    Il processo in Australia
    In questa primavera 2018 altri fatti raccontano, in modo diverso, la stessa storia. Lo scorso 1 maggio il cardinale George Pell è stato rinviato a giudizio da un tribunale australiano relativamente a diversi casi di abusi su minori, che sarebbero avvenuti in due momenti diversi: tra gli anni settanta e ottanta del novecento a Ballarat, paese di origine di Pell, da cui prese il via la sua carriera ecclesiastica; e tra la fine degli anni novanta e il 2000 a Melbourne, città in cui ricopriva la carica di arcivescovo. Altre accuse sono state respinte dalla giudice Belinda Wellington che, dopo aver ascoltato per un mese una cinquantina di testimonianze contro e a favore dell’accusato, ha deciso che il processo poteva avere luogo.

    Il caso Pell ha alcune implicazioni notevoli. Il cardinale infatti era, fino a un anno fa, il prefetto della segreteria per l’economia, ovvero il capo del nuovo superdicastero creato da papa Francesco per mettere ordine nelle opache finanze vaticane. Il porporato, tuttavia, una volta che l’iter giudiziario ha preso il via in Australia, ha lasciato il suo posto – assecondando in tal modo una richiesta dello stesso Bergoglio – e si è presentato davanti al tribunale australiano per difendersi dalle accuse, rivendicando sempre la sua innocenza.

    Per ora, fa sapere la Santa Sede, “resta in congedo”, in attesa della fine del procedimento. Un po’ in omaggio al principio di non colpevolezza fino al pronunciamento della sentenza, un po’ perché nominare un secondo ministro delle finanze dopo un simile passo falso, non è così facile neanche per il papa.

    I problemi di Pell erano noti da tempo. Sia quando era a capo della chiesa australiana sia da prefetto dell’economia in Vaticano, il cardinale aveva dovuto difendersi dalle accuse di abusi sui minori davanti a due commissioni – una dello stato di Victoria e una della Royal commission. In quelle circostanze aveva di fatto ammesso le proprie responsabilità circa silenzi e coperture, adducendo alcune attenuanti tra le quali la scelta – sia pure giudicata a posteriori come un grave errore – di mettere al primo posto la difesa del buon nome dell’istituzione.

    Il processo in corso è stato accompagnato da infinite polemiche pro e contro il cardinale. Pell è stato una personalità chiave della chiesa australiana e dell’establishment del suo paese, un esponente dell’ala più tradizionalista della gerarchia cattolica sul piano dottrinario e un fautore del liberismo in economia. Tra le sue caratteristiche una buona dose di schiettezza, la capacità di lottare per le proprie idee pubblicamente, nonostante i dissensi e le critiche, e la passione – autentica – per le finanze.

    Il cardinale è entrato in conflitto con il papa sui temi etici, sulla concezione della famiglia, sulle aperture ai divorziati risposati e agli omosessuali. Pell è stato anche l’unico alto esponente vaticano ad aver scritto, nero su bianco, quale fosse il risarcimento pagato dalla Santa Sede allo stato italiano per il crac del Banco ambrosiano, ovvero 406 milioni di dollari. Ancora, davanti alla commissione dello stato di Victoria nel 2013, aveva riconosciuto – e si tratta di una rarità nel mondo ecclesiastico – che il celibato obbligatorio poteva essere all’originedi alcuni casi di abuso sui minori. Figura controversa per eccellenza, amico dell’Opus dei e vicino ai circoli finanziari più conservatori, ora dovrà affrontare un procedimento non facile sotto il profilo giuridico.

    Quando si parla di Pell, non bisogna perdere di vista il contesto: l’Australia è stata sconvolta dalle indagini sulla pedofilia che hanno portato alla luce una realtà sconcertante fatta di decine di migliaia di casi avvenuti tra il 1950 e il 2010, il 60 per cento dei quali all’interno di strutture religiose. La vicenda, definita dalle stesse istituzioni australiane “una tragedia nazionale”, ha rotto in modo traumatico il rapporto di fiducia tra la chiesa e le persone, tanto che lo stesso episcopato australiano ha convocato un concilio plenario nel 2020 (l’ultimo si è tenuto nel 1937) per affrontare la situazione; una decisione in linea con quel rilancio del decentramento sinodale, del ruolo e dell’autonomia decisionale delle chiese locali, promosso da Francesco come strategia di riduzione del centralismo romano.

    Cile, abusi, dittature e silenzi
    L’altro grande nodo venuto al pettine in questi mesi riguarda il Cile. La vicenda ha complesse diramazioni, ma il canovaccio centrale lungo cui si snoda contiene già tutti gli elementi essenziali del problema. Un sacerdote, Fernando Karadima, 87 anni, responsabile di decine di abusi sessuali, è stato anche strettamente legato ad alcune figure dell’alta borghesia cilena e a pezzi di establishment reazionario del suo paese, ha avuto frequentazioni con la giunta militare di Augusto Pinochet ed è stato in ottimi rapporti con il cardinale Angelo Sodano, ex nunzio apostolico in Cile e poi a lungo segretario di stato vaticano, uomo chiave del potere wojtyliano.

    Karadima ha inoltre fondato un’organizzazione, la Pia unione sacerdotale, attorno alla quale, tra gli anni settanta e ottanta del novecento, gravitavano politici, ministri della giunta militare, gerarchie ecclesiastiche. Diversi sacerdoti hanno fatto carriera grazie a Karadima, e alcuni sono diventati vescovi.

    Con il passare del tempo però gli abusi di Karadima sono venuti alla luce grazie alle denunce delle vittime. Il sacerdote ha subìto un processo canonico nel 2010, durante il quale è stato riconosciuto colpevole, e la Santa Sed ha respinto ogni appello per modificare la sentenza. Nel frattempo, e parallelamente, è emersa la figura di monsignor Juan Barros Madrid, vescovo della città di Osorno, nel sud del Cile. Barros – ripetevano le vittime di Karadima – aveva assistito agli abusi, ne era a conoscenza, eppure non era stato mai allontanato dagli incarichi che ricopriva, anzi aveva fatto carriera, difeso e tutelato dai più alti esponenti della gerarchia ecclesiastica. La vicenda ha provocato un’ondata di indignazione nel paese, allontanando moltissimi fedeli dal cattolicesimo.

    Nel gennaio scorso il papa, durante la visita in Cile e Perù, ha difeso a spada tratta Barros, evocando esplicitamente una sorta di complotto di sinistra, laicista e anticlericale, contro la chiesa. Le accuse contro di lui erano infondate. La presa di posizione del papa è esplosa come una bomba sulla stampa di mezzo mondo, suscitando reazioni critiche anche in ambienti cattolici. Francesco ha fatto una prima parziale marcia indietro sul volo di ritorno verso l’Italia, chiedendo scusa alle vittime per le sue parole, senza però cedere sulle responsabilità Barros.

    A quel punto sono cominciate ad arrivare critiche al papa anche dai vertici della chiesa – un altro fatto inedito. Il cardinale Sean Patrick O’Malley, capo della pontificia commissione per la tutela dei minori, che ha preso il posto di Law a Boston dopo gli scandali, ha dichiarato: “È comprensibile che le parole di papa Francesco in Cile siano state fonte di grande dispiacere per le vittime di abusi sessuali da parte del clero”. Dunque, il papa aveva sbagliato.

    Da lì in poi le cose hanno preso un corso imprevedibile: Francesco ha mandato una commissione d’inchiesta fidata e indipendente in Cile, quindi ha fatto sapere di essere stato male informato da alcuni dei suoi collaboratori sul caso Barros. Infine, tra aprile e inizio maggio, le tre vittime più note di Karadima, oggi accusatrici di Barros e dei vertici della chiesa cilena, sono state ricevute in vaticano nella residenza Santa Marta.

    Le vittime in Vaticano
    Juan Carlos Cruz, James Hamilton e Andrés Murillo hanno parlato a lungo con Francesco, e secondo quanto hanno detto loro stessi non ci sono state censure o paure. Ma hanno anche aggiunto: “Non spetta a noi portare avanti le necessarie trasformazioni nella chiesa per fermare l’epidemia degli abusi e degli insabbiamenti sessuali. Speriamo che il papa trasformi le sue amorevoli parole di perdono in azioni esemplari, altrimenti tutto questo resterà lettera morta”.

    Il passo successivo sarà l’inevitabile rifondazione della chiesa cilena, anche perché negli insabbiamenti degli abusi sono coinvolti ben due cardinali, Ricardo Ezzati Andrello e Francisco Javier Errázuriz Ossa, entrambi ex arcivescovi di Santiago del Cile. Errázuriz Ossa è stato anche uno dei più stretti collaboratori di Bergoglio.

    Il tema resta quello della governance interna alla chiesa e del messaggio che la Santa Sede sarà in grado di trasmettere al mondo. Dimissioni e prepensionamenti di vescovi e cardinali cileni coinvolti nello scandalo saranno un segno di svolta. L’ammissione del proprio errore – e che errore – da parte del vescovo di Roma, pone le basi per una nuova assunzione di responsabilità da parte della chiesa. La vicenda ha segnato il pontificato, che ha creato un dicastero apposito, la Pontificia commissione per la tutela dei minori, poi entrato in crisi per il conflitto tra alcune vittime, i componenti laici dell’organismo e alcuni settori della curia refrattari ad accettare il ruolo decisionale del nuovo dicastero, ritenuto tropo laico e con troppe donne al suo interno.

    Marie Collins, irlandese, una vittima, esperta di tutela dei minori, si è dimessa nel marzo 2017 in polemica con il Vaticano e in particolare con la Congregazione per la dottrina della fede. Al centro dello scontro, i poteri reali della pontificia commissione e la possibilità o meno di istituire un tribunale vaticano per processare i vescovi colpevoli di insabbiamento. Nel luglio del 2017, però, anche il prefetto della congregazione per la dottrina della fede, il cardinale Gerhard Ludwig Müller, leader dei conservatori contro Francesco, ha lasciato il suo incarico a causa, tra le altre cose, di una gestione troppo burocratica dei casi di pedofilia.

    Chiesa e società
    Lo scandalo abusi, dunque, ha fatto emergere diverse questioni relative al potere clericale, al rapporto tra giustizia civile e canonica, al celibato e alla sessualità, all’assenza di donne ai vertici della chiesa. In sostanza è entrata in crisi la relazione tra chiesa e società civile.

    Tra i documenti che saranno ricordati e studiati dagli storici ci sono ben due drammatiche lettere aperte scritte dagli ultimi due pontefici proprio dopo gli scandali legati agli abusi sui minori: la prima, di Benedetto XVI, indirizzata nel 2010 ai cattolici d’Irlanda; e la seconda di Francesco ai vescovi del Cile. In quest’ultima si fa riferimento tra l’altro a “tante vittime di gravi abusi di coscienza e di potere” e agli “abusi sessuali commessi contro minorenni da diversi consacrati del vostro paese, che sono stati negati al momento e che hanno rubato loro l’innocenza”.

    Ratzinger esprimeva “la convinzione che, per riprendersi da questa dolorosa ferita, la chiesa in Irlanda deve in primo luogo riconoscere davanti al Signore e davanti agli altri, i gravi peccati commessi contro ragazzi indifesi. Una tale consapevolezza, accompagnata da sincero dolore per il danno arrecato alle vittime e alle loro famiglie, deve condurre ad uno sforzo concertato per assicurare la protezione dei ragazzi nei confronti di crimini simili in futuro”.

    Anche in Irlanda, il lavoro condotto da una lunga serie di commissioni d’inchiesta governative aveva portato alla luce uno scenario terribile fatto di migliaia di abusi avvenuti in molte istituzioni cattoliche alle quali era stato affidato una parte consistente del sistema scolastico e formativo del paese. All’enormità dello scandalo ha fatto seguito una decisa accelerazione sulla strada della laicità nella sensibilità collettiva del paese e forse una presa di distanza dalla cultura cattolica tout-court; in questa prospettiva può essere letta l’approvazione per via referendaria dei matrimoni gay nel maggio del 2015.

    Da alcuni anni all’università gregoriana di Roma, lo storico ateneo dei gesuiti, è attivo il Centro per la protezione dell’infanzia, che si occupa di studiare gli abusi e lo sfruttamento dei minori dentro e fuori la chiesa, e di formare personale ecclesiastico in grado di gestire un problema così complesso e grave. L’obiettivo è quello di collocare la crisi interna alla chiesa dentro lo spazio più ampio del mondo e delle molteplici tipologie di violenze sui minori. Tuttavia, la rottura del patto di fiducia tra la chiesa e i fedeli, nonché la rottura del silenzio da parte delle vittime, disegnano un quadro specifico che riguarda la chiesa di Roma.

    Casi tenebrosi come quello di padre John Geoghan e Paul Shanley a Boston (autori di decine di violenze su minori, impuniti per quasi un ventennio); del fondatore del gruppo ultrareazionario dei Legionari di Cristo in Messico, Marcial Maciel Degollado (manipolatore, abusatore di minori, finanziato dal miliardario messicano Carlos Slim); e di Lawrence Murphy, sacerdote della diocesi di Milwaukee, considerato responsabile di almeno duecento casi di abuso, descrivono i percorsi di autentici predatori seriali che hanno lasciato una cicatrice profonda nella storia recente della chiesa.

    Dalla capacità di rispondere a questa macro questione – che contiene al suo interno molti dei problemi irrisolti nel rapporto tra istituzione ecclesiale e modernità – dipenderà il futuro del cattolicesimo come religione universale.

    https://www.internazionale.it/opinione/francesco-peloso/2018/05/15/scandalo-pedofilia-chiesa

  • Pedofilia, il cardinale George Pell a processo per abusi sessuali su minori. “Sono innocente”

    Pedofilia, il cardinale George Pell a processo per abusi sessuali su minori. “Sono innocente”

    di Francesco Antonio Grana

    L’uomo chiave del governo di Papa Francesco è accusato di molestie avvenute anche nella diocesi di Melbourne, di cui era alla guida. Mai prima d’ora un porporato, ovvero uno dei più alti esponenti della gerarchia ecclesiastica, era stato processato per aver commesso atti di pedofilia

    Sarà processato per pedofilia il cardinale australiano George Pell. Lo ha deciso il tribunale di Melbourne, città dove il porporato è stato arcivescovo dal 1996 al 2001, dopo 4 settimane di udienze durante le quali sono state ascoltate decine di testimonianze incrociate. Il giudice di Melbourne, Belinda Wallington, ha stabilito che ci sono prove sufficienti per un vero e proprio rinvio a giudizio di Pell, uomo chiave del governo di Papa Francesco che prima lo ha voluto nel suo “C9”, il Consiglio di cardinali che lo aiuta nella riforma della Curia romana, e poi lo ha nominato prefetto della Segreteria per l’economia. Il porporato australiano è accusato di abusi sessuali ai danni di minori avvenuti tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta a Ballarat, suo paese natale, e tra la fine degli anni Novanta e gli inizi del 2000 nella diocesi di Melbourne quando Pell ne era alla guida. Dal canto suo il cardinale continua a proclamarsi innocente.

    I dettagli delle diverse accuse non sono ancora stati resi noti, ma oltre a quelli che lo vedono direttamente coinvolto vi sarebbero episodi di copertura di altri sacerdoti pedofili e perfino uno stupro. Immediato è stato il commento del Vaticano. “La Santa Sede – ha affermato il portavoce Greg Burke – prende atto della decisione emanata dall’autorità giudiziaria in Australia riguardante Sua Eminenza il cardinale George Pell. L’anno scorso il Santo Padre gli aveva concesso un periodo di congedo per potersi difendere dalle accuse che gli erano state contestate. Tale disposizione rimane tuttora valida”. Nemmeno davanti al rinvio a giudizio per pedofilia Francesco ha deciso di mandare definitivamente in pensione il porporato australiano. Eppure è da quasi un anno ormai che Pell è in congedo per potersi difendere dalle accuse e oltretutto ha ampiamente superato i 75 anni, ovvero l’età canonica delle dimissioni.

    Una decisione, quella di Bergoglio, che può ulteriormente minare le riforme del suo pontificato. A 5 anni dalla sua elezione, infatti, i vertici di entrambi i nuovi dicasteri da lui istituti, la Segreteria per l’economia appunto e quella per la comunicazione, sono di fatto commissariati con due reggenti: monsignor Luigi Mistò e monsignor Lucio Adrian Ruiz. Non bisogna nemmeno dimenticare che l’accusa che i magistrati australiani rivolgono a Pell non solo è gravissima, ma non ha precedenti nella storia della Chiesa cattolica perché mai prima d’ora un porporato, ovvero uno dei più alti esponenti della gerarchia ecclesiastica, era stato processato per aver commesso atti di pedofilia.

    Nel caso dell’allora arcivescovo di Boston, il cardinale Bernard Francis Law, si trattava di aver coperto centinaia di sacerdoti pedofili della sua diocesi spostandoli di parrocchia in parrocchia e così consentendo che continuassero ad abusare di bambini. Nel caso di Pell, invece, oltre ad aver coperto i preti pedofili, il cardinale si sarebbe lui stesso macchiato dello stesso reato definito da Francesco “una messa nera”. Non sono nemmeno nuove le accuse al porporato australiano. Nel 2010 Benedetto XVI aveva pensato proprio all’allora arcivescovo di Sydney per sostituire il cardinale Giovanni Battista Re nel ruolo di prefetto della Congregazione per i vescovi. Ma lo scandalo della pedofilia per Pell era già alle porte e i consiglieri di Ratzinger riuscirono a scoraggiare il Papa tedesco a procedere a questa nomina. Perché allora, appena un mese dopo la sua elezione al pontificato, Francesco ha deciso di nominare Pell tra i suoi più stretti consiglieri e, successivamente, affidargli tutta la regia delle riforme economiche?

    Oltretutto già al suo debutto nella Curia romana il porporato aveva fatto parlare molto di sé: mezzo milione di euro spesi in soli sei mesi. Il conto del “moralizzatore del Vaticano”, che Francesco ribattezzò il “ranger” per i suoi modi di fare decisi, lasciò tutti senza parole: dal sottolavello da 4.600 euro a 7.292 euro spesi per la tappezzeria, dai 47mila euro per mobili e armadi a diversi lavoretti domestici che ammontavano a ben 33mila euro. Ma tra le voci c’erano anche abiti ecclesiastici per 2.508 euro e voli, ovviamente in business class, costosissimi: 1.103 euro per andare da Roma a Londra; 1.150 euro per fare Roma-Dresda; 1.238 euro con direzione Monaco. Tutte spese rimborsate dalla Segreteria per l’economia. Inevitabile fu l’intervento del Papa che chiese a Pell di ridurre drasticamente il suo tenore di vita. È indubbio che il porporato sia stato fin da subito una pesante grana per Bergoglio e per la credibilità del suo pontificato riformatore. Ciò che è ignoto è il perché ancora una volta Francesco non lo abbia definitivamente congedato.

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/05/01/pedofilia-il-cardinale-george-pell-a-processo-per-abusi-sessuali-su-minori-sono-innocente/4327025/

     

  • Papa Francesco e le vittime di abusi in Cile. Un’autocritica radicale e pubblica, ma è solo un primo passo

    Papa Francesco e le vittime di abusi in Cile. Un’autocritica radicale e pubblica, ma è solo un primo passo

    Papa Francesco ha dedicato questo weekend a incontri separati con tre vittime di un noto prete-predatore cileno: Fernando Karadima, carismatico animatore di parrocchia a Santiago del Cile, privato finalmente della tonaca nel 2011 dopo anni di vergognosi insabbiamenti. Per Francesco l’appuntamento con Juan Carlos Cruz, James Hamilton e Josè Andres Murillo, ospiti nella sua residenza Santa Marta, rappresenta un momento particolarissimo del pontificato. Anche Benedetto XVI ha incontrato nei suoi viaggi vittime di abusi clericali, ma erano storie già concluse e papa Ratzinger per certi aspetti si presentava super-partes, rappresentando “dall’alto” il dolore della Chiesa per i crimini perpetrati.

    Quando si è trattato invece di incontrare vittime che potevano ricordargli insabbiamenti vaticani di cui, come ex prefetto del Sant’Uffizio, era stato personalmente testimone e contro cui non si era battuto – come nel caso del mancato processo ecclesiastico riguardante i crimini di Marcial Maciel leader dei Legionari di Cristo – Ratzinger ha evitato l’incontro.

    I tre cileni, chiamati a colloqui separati da Francesco sono invece testimoni di un caso ancora aperto e su cui papa Bergoglio aveva pubblicamente e ripetutamente negato ci fosse qualcosa da condannare. E’ il caso della “corte” che il prete-predatore Karadima aveva creato intorno a se e dei “discepoli” entusiasti che lo affiancavano. Quattro di essi sono diventati vescovi in Cile. E uno, mons. Juan Barros nominato da Bergoglio vescovo di Osorno nel 2015, è stato direttamente chiamato in causa come testimone oculare e silente delle lascivie di Karadima: un personaggio, quindi, indegno di occupare una cattedra episcopale. “Calunnie”, ha esclamato papa Francesco quando nel 2015 sono scoppiati dure manifestazioni contro Barros nella diocesi di Osorno. Incidenti provocati da sinistrorsi, ha proseguito il pontefice. “Non ci sono prove”, ha dichiarato ancora all’inizio della sua visita in Cile nel gennaio scorso.

    Ma proprio le acute polemiche esplose in occasione di quel viaggio hanno spinto Francesco ad aprire gli occhi, mandando successivamente in Cile l’”investigatore speciale” mons. Scicluna(cresciuto nel Sant’Uffizio e attuale arcivescovo di Malta), che in breve tempo ha portato al pontefice un rapporto serio e completo di 2300 pagine, che porta alla luce molti particolari e descrive le vittime-testimoni-accusatori come persone del tutto credibili.

    Nasce da qui la lettera per certi versi straordinaria, che Francesco ha inviato ai vescovi cileni l’8 aprile, in cui li convoca per maggio e per quanto lo riguarda ammette senza mezzi termini: “Riconosco, e voglio che lo trasmettiate fedelmente, che sono incorso in gravi errori di valutazione e percezione della situazione, in particolare per mancanza di informazioni veritiere ed equilibrate. Fin da ora chiedo scusa a tutti quelli che ho offeso e spero di poterlo fare personalmente, nelle prossime settimane, negli incontri che avrò con rappresentanti delle persone intervistate (vittime e testimoni, ndr)”. Un’autocritica radicale e pubblica, con espressioni mai apparse sulla bocca di un pontefice.

    La vicenda non si chiude però con questo colpo di scena, che se da un lato dimostra il coraggio spirituale di Francesco, dall’altro apre interrogativi pesantissimi sulla (non)vigilanza in Vaticano e all’interno della Conferenza episcopale cilena a proposito del caso Barros. La prima questione è strutturale. E’ possibile che ci voglia ogni volta il tocco speciale dell’“investigatore” Scicluna per portare alla luce crimini e complicità, che dovrebbero essere segnalati automaticamente sia dalle gerarchie ecclesiastiche locali sia dagli organismi in Vaticano? Dal 2015 al gennaio 2018 né la Congregazione per i Vescovi né la Congregazione per la Dottrina della fede sembrano aver trovato qualcosa da ridire su Barros. E non risulta nemmeno che i vertici della Conferenza episcopale cilena abbiano avvertito il pontefice che poteva essere imprudente definire “calunnie senza prove” le accuse al vescovo Barros (peraltro fatte pervenire al pontefice da Juan Carlos Cruz tramite una lettera, consegnatagli dal cardinale di Boston O’ Malley già nel 2015).

    Ma l’aspetto più grave della vicenda riguarda il cardinale Francisco Javier Errazuriz, già arcivescovo di Santiago del Cile negli anni dell’insabbiamento del caso Karadima e attualmente nel “consiglio della corona” di Francesco, il Consiglio dei 9 cardinali. Quando il Papa denuncia esservi stata una “mancanza di informazioni veritiere ed equilibrate”, il cardinale Errazuriz che ruolo ha svolto? Non basterà quindi l’incontro del pontefice a porre la parola fine alla vicenda. Al contrario, dalla prossima riunione tra Francesco e i vescovi cileni dovranno scaturire precise scelte operative e decisioni riguardanti persone. In Cile certamente, ma anche nella dimensione vaticana.

    Non sfugge a nessuna, infatti, che i tre cileni sopravvissuti agli abusi non si presentano a Santa Marta come vittime in attesa di consolazione, ma come persone che chiedono conto al pontefice sulle scelte che farà. “Lo ascolterò”, ha detto Juan Carlos Cruz appena arrivato a Roma. “Ho avuto con il Papa un colloquio rispettoso e franco”, ha dichiarato José Andres Murillo, il primo ad aver reso noto il suo colloquio con Francesco, aggiungendo che è necessario “assumersi delle responsabilità” e che la Chiesa “sia alleata” (delle persone maltrattate) e “non abusatrice”. Parole nette. D’altronde Murillo ha definito il colloquio durato due ore “rispettoso e franco”. Come i diplomatici, quando registrano convergenze e disaccordi.

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/04/29/papa-francesco-e-le-vittime-di-abusi-cile-unautocritica-radicale-e-pubblica-ma-e-solo-un-primo-passo/4323228/

  • Pippo, Pluto e… Paperino – Tutti gli uomini di papa Francesco

    Pippo, Pluto e… Paperino – Tutti gli uomini di papa Francesco

    Di Francesco Zanardi

    Da diciotto anni, almeno da quando lo scandalo iniziato a Boston via via emerse in tutto il pianeta, dalla Santa Sede, un papa dopo l’altro – almeno tre – continuano a dirci e a darci rassicurazioni sull’impegnio della chiesa, non da ultima la notizia che papa Francesco starebbe per confermare definitivamente lo statuto della Pontificia commissione per la tutela dei minori.

    Tutti ad acclamare il papa, che sarà anche tanto volenteroso ma, per il momento, ha fatto solo collezione di fallimenti: dal tribunale per processare i vescovi (che non c’è mai stato), alla tolleranza zero che, invece, si è tradotta nel “riciclaggio” di sacerdoti abusatori e di vescovi insabbiatori, ultimo il caso cileno.

    Ma poi perché tutto questo clamore? Non è che dobbiamo aspettare o dipendere dalla Pontificia commissione per la tutela dei minori, per avere quei diritti che, da cittadini italiani, se pur vittime di sacerdoti, già ci garantisce la Costituzione Italiana e i vari trattati internazionali, non deve certo farci la grazia il Vaticano.

    Ecco, è qui che non si capisce proprio il perché del clamore, anzi, ci si dovrebbe domandare perché lo Stato Italiano, quando si tratta di sacerdoti che abusano di cittadini italiani non se ne accorga e, ancor peggio, non prenda provvedimenti. Ci si aspetterebbe almeno una commissione d’inchiesta che quantifichi in Italia – come accaduto negli altri paesi – l’entità del fenomeno che, dove gli stati hanno svolto indagini, ha ottenuto risultati spaventosi come il 7% dell’Australia.

    Non c’è niente da fare, il Governo non vuole proprio saperne di tutela dei minori e non vuole accorgersi del problema neppure se stimolato. Possiamo affermare questo perché la Rete L’ABUSO ha fatto sapere, forte e chiaro, al Governo che c’è un problema. Negli ultimi mesi infatti abbiamo avviato ben due iniziative, la prima, che certamente ha informato il Governo perché si tratta di un’interrogazione parlamentare, è stata depositata il 27 novembre scorso da un Deputato, Matteo Mantero, ed è tutt’ora sul sito della Camera dei Deputati.

    La seconda, che siamo certi abbiano letto ma alla quale, malgrado i 30 giorni di tempo ormai abbondantemente scaduti, tempo che avevano per rispondere al nostro avvocato, ad oggi nulla, neppure il tentativo di approfondire la gravità dei fatti esposti.

    Fatti già ampliamente denunciati nel rapporto delle Nazioni Unite – Commissione per la tutela del fanciullo – alla quale la Santa Sede, dopo 12 anni di ritardo nella presentazione del primo rapporto, avrebbe dovuto rispondere entro il primo settembre 2017. Non lo ha fatto.

    Eccoli qua i primi due, Pippo e Pluto, quelli che non hanno mai risposte da dare perché non sentono la domanda.

    Papa Francesco invece lui le risposte da dare le ha, ce ne fa dono tutti i giorni, vabbè, non siamo puntigliosi: è vero non ne va dritta una, ma non è colpa sua, tra vescovi disobbedienti ed immorali, (che però poi perdona sempre), complottisti all’interno delle mura Leonine (che non riesce ad allontanare), lobby di vario genere (che minerebbero il suo operato)… dopo 18 anni, da quando il mondo ha scoperto la realtà dei preti pedofili, e i Paesi interessati hanno preso provvedimenti in tutela dei propri cittadini, in Italia invece lo Stato preferisce continuare a rendere sacrificabile la salute psicofisica dei minori, piuttosto che intervenire.

    Dopo tutto non ci sarebbe mica nulla di male, non si chiede al governo di mettere mano a questioni di fede, la pedofilia non è cosa di fede e anzi, andrebbero in aiuto al Vaticano, per primo papa Francesco aiutandolo nel raggiungere i suoi obiettivi, in materia di prevenzione e di tutela delle vittime.

    Ma noi italiani siamo sempre i soliti…

    Povero papa, non gli diamo neppure una mano, sempre solo a combattere, per forza non ce la fa!

  • Commissione per la Tutela dei minori, il Papa approverà definitivamente lo statuto

    Commissione per la Tutela dei minori, il Papa approverà definitivamente lo statuto

    Lo rende noto un comunicato dell’organismo a conclusione della plenaria di aprile. I 16 membri a confronto con il Survivor Advisory Panel della Chiesa di Inghilterra e Galles

    SALVATORE CERNUZIO
    CITTÀ DEL VATICANO

    Papa Francesco ha annunciato la sua intenzione di confermare definitivamente lo statuto della Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori. Lo rende noto un comunicato dell’organismo presieduto dal cardinale arcivescovo di Boston Sean O’Malley, diffuso oggi pomeriggio, a conclusione della plenaria primaverile che si è svolta a Roma.

    Lo statuto, pubblicato l’8 maggio 2015, era stato approvato il successivo 21 aprile ad experimentum per tre anni dal cardinale segretario di Stato Parolin per mandato del Pontefice; la bozza, all’epoca, era stata presentata per l’approvazione dal cardinale O’Malley.

    I 16 membri della Commissione, otto uomini e otto donne, tra cui alcune vittime di abusi, nominati a febbraio scorso e provenienti dai cinque continenti, sono stati ricevuti dal Papa ieri mattina sabato 21 aprile. I contenuti dell’udienza non sono stati resi noti dalla Sala Stampa della Santa Sede, al contrario di quanto avvenuto per l’udienza di fine plenaria del 21 settembre 2017, quando Papa Francesco rivolse ai membri un forte discorso tutto a braccio in cui ribadì la volontà di «non concedere la grazia» a nessun sacerdote che si fosse macchiato del reato di pedofilia.

    Nel corso dell’incontro di ieri mattina, i membri della Pontificia Commissione hanno spiegato al Papa su quali priorità si concentrerà il loro lavoro, avviato ormai quattro anni fa. Tali priorità si riflettono nei seguenti gruppi di lavoro: “lavorare con i sopravvissuti”, “istruzione e formazione”, “linee di base e standard di protezione”.

    I gruppi sono «parte integrante» della struttura di lavoro della Commissione. Nei mesi che intercorrono tra le due plenarie annuali previste dagli statuti, questi team conducono ricerche e progetti in aree fondamentali per la missione di rendere la Chiesa «una casa sicura» per bambini, adolescenti e adulti vulnerabili. Ovvero l’obiettivo primario per cui il Papa decise di istituire un organo consultivo anti-abusi in Vaticano con un chirografo del 2014.

    Tra le novità della plenaria di aprile va segnalato l’incontro dei 16 commissari pontifici con i membri del Survivor Advisory Panel (Sap), comitato consultivo per i sopravvissuti nato in seno alla Chiesa cattolica di Inghilterra e Galles per garantire che la National Catholic Safeguarding Commission (Ncsc) possa ricevere informazioni appropriate e tempestive oltre che suggerimenti sulle azioni da condurre a favore delle vittime.

    Come informa la nota pubblicata oggi, l’incontro tra i due organismi rientra nell’impegno costante con cui la Pontificia Commissione per la Tutela dei minori vuole garantire che le idee e il contributo delle persone che hanno subito abusi marchino tutti gli aspetti del lavoro.

    Da parte loro, gli ospiti inglesi hanno affermato che l’essere stati ascoltati in modo così attento dai membri di un organismo vaticano li ha «responsabilizzati»: «Hanno potuto vedere che la loro condivisione e il mettere le vittime al primo posto avevano un impatto sulla Commissione».

    Uno dei componenti del Survivor Advisory Panel ha dichiarato infatti: «Spero che la nostra visita aiuti la Pontificia Commissione per la Tutela dei minori a sviluppare una rete più ampia di sopravvissuti che sono disposti a consigliare e sostenere il lavoro in corso della Commissione in modo analogo».

    O’Malley e gli altri membri si dicono anche grati al gruppo del Sap «per aver condiviso così generosamente le proprie conoscenze ed esperienze con l’Assemblea. Ciò aiuterà la Commissione a sviluppare modi efficaci per integrare la voce delle vittime e dei sopravvissuti nella vita e nel ministero della Chiesa».

    Durante la plenaria, infine, la Commissione anti-abusi ha ascoltato le presentazioni su: “I risultati della Royal Commission australiana”; “La Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti dell’infanzia” e “Il ruolo delle comunità di fede nel superare il trauma degli abusi”.

    Come accennato, Papa Francesco ha rinnovato l’organigramma della Commissione pontificia il 17 febbraio 2018, alcuni mesi dopo la scadenza del mandato di tutti i membri. Tre dei quali si erano volontariamente dimessi: l’ex vittima Marie Collins, oltre un anno fa, suscitando grande scalpore; la psicologa francese Catherine Bonnet, specializzata in violenze sessuali su minori; Peter Saunders, anche lui sopravvissuto, già sospeso dal febbraio 2016 dopo aver espresso durissime critiche al cardinale George Pell in una tv australiana su presunti casi di insabbiamenti, infine dimessosi volontariamente a dicembre 2017, pochi giorni prima dello scadere del mandato.

    Attualmente fanno parte della Commissione pontificia nove nuovi commissari: suor Jane Bertelsen, F.m.d.m. (Gran Bretagna); suor Arina Gonsalves (India); Ernesto Caffo (Italia, fondatore e presidente del Telefono azzurro); Neville John Owen (Australia); Benyam Dawit Mezmur (Etiopia); Nelson Giovanelli Rosendo dos Santos (Brasile); Myriam Wijlens (Paesi Bassi); Sinalelea Fe’ao (Tonga); Teresa Kettelkamp (Stati Uniti d’America). Sono invece stati riconfermati: Gabriel Dy-Liacco (Filippine); monsignor Luis Manuel Alì Herrera (Colombia); padre Hans Zollner, SJ (Germania); Hanna Suchocka (Polonia); suor Kayula Lesa, RSC (Zambia); suor Hermenegild Makoro, CPS (Sud Africa); monsignor Robert Oliver (Usa). Confermato anche il cardinale O’Malley come presidente.

    http://www.lastampa.it/2018/04/22/vaticaninsider/commissione-per-la-tutela-dei-minori-il-papa-approver-definitivamente-gli-statuti-o8s2xUG5Ql8xPy9SYJD4XI/pagina.html

  • Abusi sui minori, i fantasmi cileni che tormentano Francesco

    Abusi sui minori, i fantasmi cileni che tormentano Francesco

    L’accusa al vescovo Barros di aver coperto le violenze. Il ruolo del suo mentore Karadima. Gli incroci con l’omicidio del generale Schneider nel 1970. L43 ripercorre la vicenda che bussa alla porta del pontefice.

    Vedo il corpo incosciente di Schneider, immobile sul lettino, il viso di marmo e il busto bagnato di sangue. Una delle tre pallottole gli ha perforato i polmoni, sfiorato il cuore e infranto il fegato. Sento un intenso dolore di fronte alla tragedia del mio grande amico ed è come se precipitassi in un nero precipizio, vertiginosamente illuminato da immagini sinistre di gente spaventata che grida mentre mitragliatrici sparano e bombe esplodono»: con queste parole il generale cileno Carlos Prats descriveva nel proprio diario l’attentato contro il capo delle forze armate, suo amico e compagno d’armi, René Schneider avvenuto il 22 ottobre del 1970. Il 25 Schneider sarebbe morto in conseguenza delle ferite riportate, il 24 ottobre Salvador Allende giurava come presidente del Cile. Prats avrebbe preso, di lì a poco, il posto di Schneider al vertice delle Forze armate cilene. Successivamente sarebbe entrato a far parte del governo di Unidad Popular fino ad assumere l’incarico di vicepresidente di Allende. Dopo il colpo di Stato del 1973, rifugiatosi in Argentina, sarà assassinato a Buenos Aires, insieme alla moglie, dall’agente della Cia Michael Townley.

    «ANNI DI ABUSI COPERTI». La ‘colpa’ di Schneider e Prats fu quella di aver scelto una linea costituzionalista in contrasto con l’opzione golpista di settori importanti delle forze armate, gli stessi che – con varie complicità nelle organizzazioni di estrema destra del Paese e a livello internazionale – misero in atto i due omicidi. Ma cosa c’entra questa storia proveniente dal passato con il caso del vescovo Juan Barros, titolare della diocesi di Osorno (dove fu nominato da papa Francesco nel 2015) accusato di aver coperto per lunghi anni i gravi abusi sessuali su minori della sua guida spirituale e mentore, il sacerdote Fernando Karadima, già riconosciuto colpevole dal Vaticano nel 2010? Per capire come stanno le cose è bene cominciare, per una volta, dalla fine.

    Il caso Barros è diventato, negli ultimi mesi, una sorta di slavina mediatica in grado di mettere in crisi la Santa Sede, all’origine delle ‘querelle’ c’è la visita compiuta da Francesco in Cile nel gennaio scorso; durante la trasferta nel Paese sudamericano il pontefice ha difeso Barros, con una certa asprezza e a più riprese, sostenendo che contro di lui non c’erano prove concrete. Le affermazioni del pontefice non hanno mancato di suscitare le proteste di larga parte dell’opinione pubblica e di indignare le vittime di Karadima che da anni accusavano Barros – e con lui altri prelati – di conoscere nel dettaglio gli abusi commessi da Karadima, di averli insabbiati e di aver poi negato le proprie responsabilità. Non solo: a essere coinvolti sono stati – nel corso degli anni – i massimi vertici della Chiesa cilena, ovvero i cardinali Ricardo Ezzati, attuale arcivescovo di Santiago del Cile, e il suo predecessore, Francisco Errazuriz Ossa che fa parte del C9, il ristretto gruppo di cardinali collaboratori del papa nel governo della Chiesa universale.

    LE ACCUSE AI PORPORATI. I due porporati sono stati accusati dalle vittime degli abusi di aver cercato in tutti i modi di nascondere la vicenda, di aver protetto prima Karadima poi Barros. Non solo: qualche anno fa, nel 2015, è stata diffusa dalla stampa cilena una corrispondenza via mail fra Ezzati e Errazuriz nella quale i due si preoccupavano per la possibile nomina di una delle vittime di Karadima, Juan Carlos Cruz, nella Pontificia commissione contro gli abusi istituita da Francesco. Poiché Karardima era già stato riconosciuto colpevole dal Vaticano e dalla giustizia cilena, di certo l’allarme maggiore riguardava evidentemente le coperture di cui egli aveva goduto, in Cile come a Roma. Francesco dopo aver difeso Barros, di ritorno dal Cile si è scusato con le vittime per le sue parole, ma non ha rinunciato immediatamente alla difesa del vescovo. Tuttavia il 30 gennaio, in seguito “a nuove informazioni pervenute” sul caso Barros, Bergoglio ha mandato in Cile a indagare nuovamente sull’intera vicenda un suo uomo di fiducia: monsignor Charles Scicluna, arcivescovo di Malta, ex promotore di giustizia (pubblico ministero) della Congregazione per la dottrina della fede per i reati di abuso contro i minori, e attuale responsabile dei ricorsi nelle cause presso lo stesso dicastero. Ma soprattutto Scicluna è uno degli uomini di Chiesa che ha preso sul serio lo scandalo pedofilia.

    LE PRESSIONI SUL PAPA. La sua missione in Cile è durata diversi giorni, ha ascoltato vittime e testimoni, e presto il papa prenderà provvedimenti in base alla relazione dell’arcivescovo maltese. D’altro canto lo stesso pontefice si è trovato al centro di un reticolo di pressioni da parte di alcuni stretti collaboratori che lo hanno certamente influenzato e ne hanno indirizzato il giudizio, anche se questo non basta a spiegare tutto. Ma chi era Karadima? Il sacerdote, parroco della parrocchia del Sacro cuore di Gesù di El Bosque, una zona altolocata di Santiago del Cile, fondò poi la Pia Unione Sacerdotale, organismo che godeva di una certa autonomia nella Chiesa. Nella cerchia di Karadima si formarono diversi sacerdoti i quali assunsero poi, non casualmente come vedremo, incarichi di rilievo; oggi, diversi di loro sono accusati dalle vittime di aver coperto i numerosi casi di abuso sessuale di cui fu responsabile il sacerdote (come accertato dalle autorità vaticane), si tratta dei vescovi Andrés Arteaga (vescovo ausiliare di Santiago del Cile), Horacio Valenzuela (vescovo ausiliare id Santiago del Cile), Tomislav Koljatic (vescovo di Linares). Barros, da parte sua, è stato anche per circa un decennio vescovo castrense, cioè ordinario militare (dal 2004 al 2015).

    Non va dimenticato però che a tenere le fila della Chiesa cilena è stato per lungo tempo il cardinale Angelo Sodano, 90 anni ben portati, ex Segretario di Stato vaticano, dal 1991 al 2006, ed ex nunzio in Cile (1977-1988), fu uno dei principali collaboratori di Giovanni Paolo II, uno degli uomini più potenti della Curia romana. La prossimità di Sodano con ambienti ecclesiali conservatori, è nota (la stessa rivista dei gesuiti ‘America’ , anni fa, ne chiese le dimissioni per la sua difesa di Marcial Maciel, il tenebroso fondatore degli ultraconservatori Legionari di Cristo, anch’egli abusatore seriale di minori). Secondo una delle vittime di Karadima, James Hamilton, Sodano era un assiduo frequentatore della parrocchia del Sacro Cuore a El Bosque, tanto che una stanza della struttura era comunemente noto fra i sacerdoti come la “sala di Sodano”. Hamilton ha raccontato alla giornalista María Olivia Mönckeberg, autrice dell’inchiesta Karadima, il signore degli inferi, che il sacerdote «era ultrapinochetista, amico di Sergio Rillon (consigliere di Pinochet per gli affari religiosi, ndr) e di Rodrigo Serrano (capo gabinetto del ministero alla Giustizia). Rillon si riuniva con Karadima e Sodano e insieme decidevano quali dovevano essere i nuovi vescovi della Chiesa cilena, questo era il livello di influenza che aveva».

    L’OMBRA DELL’ESTREMA DESTRA. In tale contesto è emerso pure che Karadima si vantava – secondo Hamilton e altre vittime – di aver nascosto e protetto presso la residenza di El Bosque (nel campanile) Juan Luis Bulnes, condannato – insieme a numerosi complici fra cui diversi alti gradi dell’esercito – per l’omicidio del generale Schneider. Karadima avrebbe addirittura aiutato Bulnes a rifugiarsi all’estero, in Paraguay. A ciò si aggiunga – e qui i fili si ricongiungono – che Juan Luis Bulnes è il fratello di Juan Pablo Bulnes, l’avvocato ecclesiastico che difese Karadima dalle accuse di pedofilia. Quest’ultimo, a sua volta, era legato a gruppi di estrema destra che cospirarono per sovvertire la democrazia in Cile. Insomma, scoperchiata la botola degli abusi sessuali e psicologici messi in pratica da Karadima, a emergere è una realtà di trame di potere assai più complessa, fra Cile e Vaticano, con legami non proprio edificanti.

    Resta da dire, che il ripensamento di Francesco, a questo punto, potrà avere una via d’uscita fatta di rinunce o pre-pensionamenti di personaggi ingombranti nel tentativo di chiudere una vicenda che trascina con sé le ombre mai scomparse del lungo pontificato wotyliano. La Chiesa cilena, peraltro, non fu solo quella di Karadima negli anni della dittatura, anzi. È ormai storia l’azione di denuncia svolta dalla “Vicaria de la solidaridad”, organismo creato dal cardinale Raul Silva Henriquez, per denunciare le sparizioni degli oppositori, le torture e le violazioni dei diritti umani e per assistere le vittime. Al contempo è un fatto che la linea non sempre decisa di Francesco sulla questione abusi, è ora nella mani di quattro personalità forti e di fiducia del papa. In primo luogo Monsignor Scicluna (l’inviato per il caso Barros), poi il cardinale Sean Patrick O’Malley, arcivescovo di Boston e capo della Pontificia commissione per la tutela dei minori (che ha criticato apertamente il papa in un primo tempo per la gestione del caso del caso Barros), quindi due gesuiti: Hans Zollner, a capo del Centro di protezione dell’infanzia dell’Università gregoriana di Roma, organismo il cui fine è formare il clero alle nuovi prassi di tutela dei minori compresa la formazione nei seminari; infine, c’è monsignor Luis Francisco Ladaria, prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, il dicastero incaricato di gestire i processi canonici.

    CRITICHE ALLA PONTIFICIA COMMISSIONE. Basterà? Difficile dirlo. Nel corso degli ultimi mesi, alcuni membri della Pontificia commissione per la tutela dei minori hanno lasciato polemicamente il loro posto contestando lo scarso peso decisionale dell’organismo, fra di loro l’irlandese Marie Collins che non ha risparmiato critiche alla curia vaticana. Ma di recente anche la francese Catherine Bonnet, psichiatra dell’infanzia – dimissionaria dal medesimo organismo dal giugno scorso –, in un’intervista al francese L’Express ha spiegato come abbia cercato senza successo di introdurre l’obbligo per vescovi e superiori religiosi, di trasmettere le informazioni relative a sospetti di abusi su minori alle autorità civili. Il discorso certo è complesso, sta di fatto che ora il papa e i suoi collaboratori stanno studiando l’ipotesi di aumentare i tribunali ecclesiastici specializzati nella gestione dei casi di pedofilia in varie regioni del mondo.

    http://www.lettera43.it/it/articoli/mondo/2018/03/04/abusi-minori-cile-papa-francesco/218299/

  • Pedofilia, Bergoglio rilancia “Le vittime in commissione”

    Pedofilia, Bergoglio rilancia “Le vittime in commissione”

    Dopo le polemiche il Papa rinnova il gruppo di lavoro Col cardinale O’Malley pure Caffo (Telefono Azzurro)

    Roma Dopo le defezioni, le accuse incrociate e le polemiche, Papa Francesco rinnova la Pontificia commissione per la tutela dei minori, il gruppo di lavoro che da anni, su mandato diretto del Pontefice lavora sui casi di pedofilia nella Chiesa, per sostenere le vittime ed evitare nuovi scandali.

    Bergoglio lo aveva promesso di ritorno dal viaggio in Cile e in Perù, soprattutto dopo l’esplosione del caso Barros, il vescovo cileno accusato di aver coperto dei casi di pedofilia nella sua diocesi (caso che aveva dato adito a polemiche e per il quale papa Francesco si era anche scusato pubblicamente per aver utilizzato parole poco consone): la Commissione per la tutela dei minori, aveva annunciato il Papa, sarà rinnovata. E così ieri è arrivata la notizia che Francesco ha confermato il cardinale O’Malley, arcivescovo di Boston, alla guida del gruppo di lavoro ma allo stesso tempo ha rafforzato ancora di più il team, proprio per poter affrontare il problema con ancora più decisione.

    Oltre alla conferma di sette membri, ne arrivano altri nove provenienti da varie parti del mondo, tra cui le Isole Tonga, l’India e l’Australia. Tra i nuovi commissari papali c’è anche un italiano, Ernesto Caffo, Presidente di Telefono Azzurro che collaborerà a stretto contatto con il porporato statunitense e il resto della commissione, di cui fanno parte anche delle vittime di abusi. Proprio qualche giorno fa, il direttore della Sala Stampa Vaticana, Greg Burke, aveva confermato ai giornalisti che diverse volte al mese «il Santo Padre, incontra vittime di abusi sessuali sia individualmente sia in gruppi. Papa Francesco – e, aggiunge Burke – ascolta le vittime e cerca di aiutarle a sanare le gravi ferite causate dagli abusi subiti». Non è un caso che nella Pontificia commissione fresca di rinnovo, ci siano anche delle vittime che per questioni di privacy, come spiegato in un comunicato della Santa Sede, hanno deciso di non rivelare pubblicamente la loro storia, facendolo soltanto all’interno della Commissione. La missione del gruppo di lavoro peraltro è confermata e la nuova membership insieme allo staff, come spiegato in una nota, «inizierà il nuovo mandato ascoltando e imparando da persone che sono state abusate, da membri delle loro famiglie, e da coloro che li supportano». La Commissione assume quindi un nuovo volto e una nuova conformazione, lasciandosi alle spalle le polemiche che negli anni erano state innescate proprio da alcuni membri che poi avevano abbandonato il gruppo di lavoro. Era successo con Marie Collins, vittima di abusi che aveva denunciato pubblicamente la scarsa collaborazione tra la Commissione e alcuni dicasteri della Curia Romana, decidendo infine di lasciare il team per dedicarsi ad altro. Ed era successo anche con Peter Saunders, attivista inglese per la lotta alla pedofilia (e anch’egli vittima di abusi) che dopo un periodo di autosospensione, nel 2017 aveva definitivamente lasciato. Nel suo caso, a far esplodere la polemica, erano state le sue affermazioni contro il cardinale australiano George Pell, prefetto della segreteria dell’economia, oggi in Australia per difendersi proprio dalle accuse di pedofilia. In un’intervista televisiva Saunders, che aveva chiesto le dimissioni del porporato, aveva detto: «Pell si sta prendendo gioco della commissione contro gli abusi, del Papa stesso ma soprattutto di tutte le vittime e dei sopravvissuti».

    Intanto, sempre ieri, è stato diffuso il contenuto di un incontro a porte chiuse tra Papa Francesco e il clero di Roma, nel corso del quale il Pontefice ha annunciato che Paolo VI diventerà santo entro l’anno. Più precisamente, da quanto risulta a Il Giornale, la cerimonia di canonizzazione del pontefice bresciano si terrà nel mese di ottobre in Vaticano. Bergoglio, parlando di un libretto contenente le frasi dei Papi, ha scherzato con i presenti, dicendo: «Nel libretto ci sono due Vescovi di Roma recenti già Santi, Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II, poi Paolo VI sarà santo quest’anno. Uno con la causa di beatificazione in corso, Giovanni Paolo I e infine Benedetto e io, che siamo in lista d’attesa: pregate per noi!».

  • Pedofilia, il Papa rinnova la Commissione per la Tutela dei Minori

    Pedofilia, il Papa rinnova la Commissione per la Tutela dei Minori

    O’Malley confermato presidente. Ci sono anche «vittime/sopravvissuti di abusi sessuali clericali», che hanno scelto di non rivelarsi. Nove membri su 16 quelli nuovi

    DOMENICO AGASSO JR17/02/2018
    CITTÀ DEL VATICANO

    Era molto atteso, soprattutto dopo il viaggio papale in Cile e Perù e l’esplosione del «caso-Barros». Ora, come aveva assicurato lo stesso Francesco sul volo di ritorno da Lima, è arrivato il rinnovo della Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori (Pctm), i cui membri erano scaduti al termine del mandato di tre anni.  Il Pontefice conferma il cardinale Seán O’Malley presidente, e nomina 16 membri di cui nove nuovi. Il Papa inserisce anche «sopravvissuti di abusi sessuali clericali», come afferma lo stesso O’Malley, che poi spiega: queste vittime hanno scelto di non rivelarsi.

    Il Pontefice ha scelto per questo organismo consultivo, come si legge nella nota della Santa Sede, nove nuovi commissari: suor Jane Bertelsen, F.M.D.M. (Gran Bretagna); suor Arina Gonsalves (India); Ernesto Caffo (Italia, fondatore e presidente del Telefono azzurro); Neville John Owen (Australia); Benyam Dawit Mezmur (Etiopia); Nelson Giovanelli Rosendo dos Santos (Brasile); Myriam Wijlens (Paesi Bassi); Sinalelea Fe’ao (Tonga); Teresa Kettelkamp (Stati Uniti d’America).

    I sette membri riconfermati sono: Gabriel Dy-Liacco (Filippine); monsignor Luis Manuel Alì Herrera(Colombia); padre Hans Zollner, SJ (Germania); Hanna Suchocka (Polonia); suor Kayula Lesa, RSC (Zambia);suor Hermenegild Makoro, CPS (Sud Africa); monsignor Robert Oliver (USA).

    In tutto dunque sono otto donne e otto uomini.

    Queste le prime dichiarazioni del presidente cardinale O’Malley, arcivescovo di Boston: «Il nostro Santo Padre, Papa Francesco, ha prestato molta considerazione e preghiera nel nominare questi membri. I commissari appena nominati aggiungeranno una prospettiva globale nella protezione dei minori e degli adulti vulnerabili». Il Vescovo di Roma «ha assicurato la continuità del lavoro della nostra Commissione, che è quello di assistere le chiese locali di tutto il mondo nei loro sforzi di proteggere dalle ferite tutti i bambini, i giovani e gli adulti vulnerabili».

    Per O’Malley il Papa ha «scelto questi otto uomini e queste otto donne nell’ambito multidisciplinare degli esperti internazionali della tutela dei minori e degli adulti vulnerabili dal crimine degli abusi sessuali». 

    Rappresentanti di vari nuovi Paesi «offriranno la loro saggezza e le loro esperienze alla Commissione, riflettendo l’abbraccio globale della Chiesa e la sfida di creare in diversi contesti culturali strutture per la tutela».

    E vittime/sopravvissuti di abusi sessuali clericali «sono inclusi tra i membri annunciati oggi».

    Sin dalla fondazione della Commissione, «persone che hanno sofferto per gli abusi e genitori di vittime/sopravvissuti sono stati membri».

    Poi il Porporato evidenzia che «come è sempre stato prassi della Commissione, la Pctm supporta il diritto di ogni persona che sia stata abusata a rivelare o non rivelare pubblicamente le proprie esperienze. I membri nominati oggi hanno scelto di non farlo pubblicamente, ma solo all’interno della Commissione. La Pctm crede fermamente che la loro privacy sia un valore da rispettare».

    Il primo compito che si dà la rinnovata commissione è ascoltare le persone che sono state abusate, affermando che la Chiesa ha bisogno di sentire le loro voci. Come deciso dai membri fondatori «nell’Assemblea Plenaria di settembre 2017 – si legge nel comunicato – la nuova membership della Pctm e lo staff inizieranno il nuovo mandato ascoltando e imparando da persone che sono state abusate, da membri delle loro famiglie, e da coloro che li supportano. L’approccio “prima le vittime/sopravvissuti” continua a essere centrale in tutte le politiche e programmi educativi della Commissione». La Pctm vuole fermamente ascoltare direttamente le voci delle vittime/sopravvissuti, «in modo che il consiglio offerto al Santo Padre sia realmente permeato dalla loro saggezza ed esperienze».

    La sessione di apertura della «Plenaria di aprile inizierà con un incontro privato con diverse persone che hanno avuto esperienza dell’abuso. I membri, quindi, discuteranno varie proposte per promuovere un dialogo continuativo con vittime/sopravvissuti da tutto il mondo». 

    Nella nota si legge che sono state intraprese consultazioni per diversi mesi allo scopo di «creare un “Gruppo Consultivo Internazionale di Sopravvissuti” (Isap), una nuova struttura definita dalle voci di vittime/sopravvissuti e fondata sull’esperienza del Survivor Advisory Panel della Commissione Nazionale Cattolica per la Tutela in Inghilterra e Galles. La Baronessa Hollins, un membro fondatore della Commissione, ha presieduto il gruppo di lavoro per ricercare e sviluppare una proposta sull’Isap e guiderà la presentazione negli incontri della Plenaria di aprile».

    Gli scopi di questo gruppo includono lo studio della prevenzione degli abusi dalla prospettiva dei sopravvissuti e la «proattività nell’accrescere la consapevolezza del bisogno di cura e riconciliazione per ciascuna persona ferita da un abuso».

    Poi, la grande sfida futura della Commissione è creare una «cultura della tutela». Il compito specifico dell’Organismo voluto da papa Francesco è «fare proposte al Santo Padre legate alle migliori iniziative pratiche per proteggere i minori e gli adulti vulnerabili dai crimini dell’abuso sessuale e di promuovere la responsabilità locale nelle chiese particolari per la protezione di tutti i bambini, dei giovani e degli adulti vulnerabili». Dunque «inculturare la prevenzione e la protezione dagli abusi nella vita e nell’azione delle chiese locali rimane l’obiettivo futuro della Pctm e la sua più grande sfida».

    Negli ultimi quattro anni, la Pctm ha lavorato con «quasi 200 diocesi e comunità religiose di tutto il mondo per accrescere la consapevolezza e per educare le persone sulle necessità di tutelare nelle nostre case, parrocchie, scuole, ospedali come nelle altre istituzioni».

    Èrilevante la conferma di O’Malley presidente, dopo che il Cardinale aveva espresso il suo rammarico in merito alle parole del Papa sul «caso Barros», ossia la polemica sul vescovo di Osorno i cui fedeli – sacerdoti e laici – chiedono la rimozione immediata da più di tre anni, da quando Bergoglio lo ha posto alla guida della diocesi cilena. Le accuse nei confronti di Juan Barros sono di avere insabbiato i crimini dell’abusatore seriale padre Fernando Karadima, suo mentore. Incalzato da alcuni giornalisti cileni che chiedevano conto del Pastore di Osorno, il Pontefice rispondeva: «Il giorno che avremo una prova contro il vescovo Barros, parlerò. Non c’è una sola prova d’accusa. Le altre sono tutte calunnie, chiaro?». Sull’aereo di ritorno dal Perù Francesco ha poi detto: «O’Malley ha detto che il Papa ha sempre usato la “tolleranza zero”… Poi c’è quella espressione non felice, ho parlato di calunnia, per dire di qualcuno che afferma qualcosa con pertinacia senza averne l’evidenza. Se dico: lei ha rubato, e lei non ha rubato, allora sto calunniando, perché non ho l’evidenza. Era un’espressione infelice. Ma io non ho sentito alcuna vittima di Barros. Non sono venuti, non si sono presentati, non hanno dato l’evidenza in giudizio. È rimasto per aria. È vero che Barros era nel gruppo dei giovani di Karadima. Ma dobbiamo essere chiari: se si accusa senza evidenze con pertinacia, questa è calunnia. Se però arriva una persona e mi dà delle evidenze io sarò il primo ad ascoltarla. La dichiarazione di O’Malley è stata molto giusta, l’ho ringraziato. Ha detto del dolore delle vittime in generale».

    I passi successivi sono stati l’invio da parte del di Charles J. Scicluna in Cile per indagare sul caso Barros: l’arcivescovo maltese, esperto di inchieste canoniche sugli abusi di chierici sui minori, ascolterà le testimonianze delle vittime. E poi, quello di oggi: il rinnovo della Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori con la conferma della presidenza O’Malley.

     http://www.lastampa.it/2018/02/17/vaticaninsider/ita/vaticano/pedofilia-il-papa-rinnova-la-commissione-ci-sono-vittime-di-abusi-omalley-confermato-presidente-Dx1h7pOE97q9A6ZviDE9CP/amphtml/pagina.amp.html
  • Barros, la lettera choc che smentisce il Papa

    Barros, la lettera choc che smentisce il Papa

    L’Associated Press ha pubblicato ieri una lettera esclusiva (QUI), redatta da Juan Carlos Cruz, una delle vittime del sacerdote cileno Fernando Karadima, una missiva che di fatto smentisce il Papa sul caso della pedofilia nel clero cileno e la copertura di alcuni vescovi. Il documento, secondo diverse testimonianze di membri della commissione pontificia per la tutela dei minori, sarebbe stato recapitato nelle mani di Francesco nell’aprile 2015 dal cardinale di Boston Sean Patrick O’Malley, presidente della stessa commissione.

    Juan Carlos Cruz non denuncia soltanto Fernando Karadima, già condannato sia a livello civile che canonico, ma sottolinea la “copertura” che l’attuale vescovo di Osorno, Juan Barros, e altri vescovi (in particolare Andrés Arteaga, Tomislav Koljatic e Horacio Valenzuela) avrebbero al tempo offerto. Si tratta di alcuni sacerdoti, oggi appunto vescovi, che avevano come mentore proprio il Karadima e che, a detta di Cruz, erano «vicini» mentre le vittime venivano abusate e in qualche modo partecipavano, perché venivano a loro volta «toccati» in modo «inappropriato» dal Karadima. La lettera chiede al Papa di prestare ascolto a queste denunce e di restare fedele alla sua “tolleranza zero”.

    Il “caso Barros” era esploso durante il recente viaggio di Francesco in Cile (vedi QUI e QUI), quando il pontefice fece una difesa appassionata del monsignore. «Il giorno in cui qualcuno mi porterà delle prove contro il vescovo Barros, allora parlerò», disse Francesco prima di celebrare la messa fuori dalla città cilena di Iquique. «Ma non c’è una singola prova. È tutto calunnia. È chiaro?».

    Nella conferenza stampa sull’aereo di ritorno verso Roma, pur portando delle scuse e distinguendo tra la parola “prova” e quella “evidenze”, il Papa di fatto confermava che il vescovo Barros rimaneva al suo posto finché, appunto, non si fossero manifestate queste «evidenze» per inchiodarlo. Non solo. La giornalista Nicole Winfield, dell’Associated Press, presente sull’aereo fece notare a Francesco che «ci sono le vittime di Karadima che dicono che Barros fosse lì…», ma il Papa rispose: «Lei, con buon volontà, mi dice ci sono delle vittime, ma io non le ho viste perché non si sono presentate» (vedi QUI).

    Ma la lettera spuntata ieri sembra appunto smentire queste affermazioni. A questo punto poi troverebbe una ragione anche il comunicato piuttosto inusuale che il cardinale O’Malley (vedi QUI) ha fatto circolare dopo la difesa che Francesco ha fatto di Barros in terra cilena, prima della conferenza stampa sull’aereo. Il cardinale statunitense, con parole molto esplicite, si metteva dalla parte delle vittime e stigmatizzava le parole del Papa, ritenendole, di fatto, poco sensibili rispetto alla testimonianza delle vittime. C’è da pensare che il cardinale di Boston, che aveva consegnato al Papa la missiva di Juan Cruz nell’aprile 2015, fosse un po’ deluso dalle parole del pontefice di cui, tra l’altro, è vicinissimo collaboratore, in quanto membro del gruppo di nove cardinali che supportano da vicino il pontefice nel governo della chiesa universale.

    Di certo la faccenda mostra una certa confusione nella gestione di un caso delicato. Mentre scriviamo il cardinale di Boston si trincera dietro a un «no comment» e dal Vaticano tutto tace, l’ultimo atto ufficiale dalla Santa Sede è di qualche giorno fa, quando il 29 gennaio è arrivata la nomina papale del vescovo maltese Charles Scicluna come inviato in Cile, «per ascoltare coloro che hanno espresso la volontà di sottoporre elementi in loro possesso» sul caso Barros. Tanti avevano salutato questa notizia come l’indicazione che alcune novità, scriveva ad esempio il vaticanista Andrea Tornielli, «sono finalmente arrivate in mano al pontefice». C’è da chiedersi però come fossero state considerate le informazioni contenute nella missiva di Juan Cruz e che verosimilmente erano nella mani del pontefice dal 2015, tra l’altro proprio in quell’anno Francesco approvava il reato “di abuso di ufficio episcopale” e nel 2016 con un Motu proprio ne ratificava la procedura per colpire appunto i vescovi “negligenti”.

    Tra l’altro Barros è stato nominato vescovo di Osorno proprio da Francesco nel 2015. Ma il Vaticano, attraverso la Congregazione per la Dottrina della fede, aveva già condotto su Barros e gli altri vescovi vicini a Karadima un’istruttoria che aveva portato alla decisione di esonerarli dai loro uffici. Ma con una lettera firmata dal Papa nel gennaio 2015 e inviata ai vescovi cileni quella richiesta di esonero viene bloccata e poco dopo Barros viene promosso da ordinario militare a vescovo di una diocesi, quella di Osorno.

    Se la Dottrina della fede non aveva condotto una buona istruttoria sui vescovi cileni, chi ha fornito informazioni rassicuranti al Papa? Come mai la lettera consegnata dal cardinale O’Malley nella primavera 2015 non è stata considerata degna di attenzione? Quali novità hanno determinato la nomina del vescovo Scicluna? La faccenda diventa un rompicapo e uno scoglio molto difficile per il pontificato di Francesco.

    http://lanuovabq.it/it/barros-la-lettera-choc-che-smentisce-il-papa