Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Pedofilia, è mistero sui sacerdoti condannati

    Pedofilia, è mistero sui sacerdoti condannati

    Sotto chiave in Italia i verdetti del tribunale canonico. I volontari: almeno trecento casi.

    di Franca Giansoldati
    Città del Vaticano Un’altra vittima si è fatta avanti, affiorando dal silenzio per liberarsi degli orrori subiti e da un micidiale senso di vergogna. La vicenda del prete orco di Ponticelli è destinata, per forza di cose, ad andare avanti sebbene la relativa causa canonica per abusi sui minori, avviata nel 2014, sia stata chiusa dal Vaticano e dalla curia di Napoli. Questo caso emblematico – verosimilmente chiuso un po’ sbrigativamente – fa riflettere sull’entità del fenomeno complessivo e su come la Chiesa in questo ultimo decennio si è attrezzata per far fronte alle denunce delle vittime.

    Prima del 2001 l’anno in cui esplose il caso di Boston, portato sul grande schermo dal film Spotlight – ammettere l’avvenuta violenza su un minore equivaleva a infrangere un tabù. Oggi le cose stanno lentamente cambiando, Benedetto XVI prima e Francesco poi hanno introdotto nuove leggi, inasprito le pene anche se Marie Collins e Peter Saunders, le due ex vittime che hanno fatto parte della Commissione pontificia per la Tutela dei Minori (istituita nel 2014 ma fatta decadere e ancora in attesa di conferma) ritengono che non si faccia abbastanza per assistere chi ha subito abusi, privilegiando chi ha sofferto piuttosto che il buon nome dell’istituzione ecclesiastica. Le vittime prima di tutto.

    In alcuni Paesi, tra cui l’Italia, ancora oggi è impossibile avere dei dati certi sul numero dei sacerdoti condannati negli ultimi dieci anni per pedofilia nel tribunale canonico in funzione presso la Congregazione della Dottrina della Fede. Mentre i dati relativi ai processi civili sono pubblici, quelli dei processi canonici restano riservati. Il numero relativo ai preti giudicati colpevoli (e quindi ridotti allo stato laicale o sospesi a divinis) è custodito tanto quanto il terzo segreto di Fatima ironizza un funzionario vaticano. La situazione della Chiesa resta a macchia di leopardo. Accanto a settori avanzati in fatto di prevenzione e adeguamento, ci sono diocesi che faticano a recepire lo spirito delle nuove leggi. Mentre l’università Gregoriana presenta la nuova licenza per la tutela dei minori, da conseguirsi dopo un corso di studi ad hoc, comprensivo di elementi di psicologia ed elementi di diritto canonico, e mentre la Cei ha istituito una task-force affidata al vescovo Lorenzo Ghizzoni per lavorare a linee guida per la prevenzione, non c’è contezza di quanti siano in totale i condannati, nè se vi sia un aumento o una diminuzione, o se si tratta di abusi lontani nel tempo oppure no, né che tipo di sanzioni canoniche hanno emesso i giudici vaticani.

    Niente numeri, niente statistiche. Da qualche anno in qua, però,una associazione nata a Savona -La Rete l’Abuso – ha iniziato con meticolosità certosina a raccogliere e registrare i casi denunciati pubblicamente nei tribunali civili. Al momento ha raccolto quasi 300 episodi in tutta Italia negli ultimi dieci anni. Sul sito c’è una mappa interattiva piena di pallini rossi, gialli e blu, a seconda della gravità. Si punta il cursore, si clicca ed esce il caso giudiziario. Contrariamente a quanto accade in altri Paesi europei, in Italia i vescovi,non hanno l’obbligo di denunciare i preti pedofili né alla polizia, né ai magistrati, come per esempio sono tenuti a fare i presidi delle scuole pubbliche. Hanno,invece,l’obbligo di denunciare gli abusi al tribunale vaticano della Congregazione della Fede. Recentemente in Parlamento è stata depositata una mozione per chiedere la modifica pattizia -tra Italia e Vaticano – e imporre anche ai vescovi l’obbligo di denunciare civilmente gli orchi. L’episcopato ha sempre ribadito che si impegna a collaborare con le autorità civili ma senza essere tenuto alla denuncia.

    Il Mattino del 3-02-2018

  • Vescovo cileno Barros: il papa ci ripensa e manda un suo uomo ad ascoltare le vittime

    Vescovo cileno Barros: il papa ci ripensa e manda un suo uomo ad ascoltare le vittime

    CITTÀ DEL VATICANO-ADISTA. Dal Bollettino della Santa Sede di oggi 30 gennaio 2018: «A seguito di alcune informazioni recentemente pervenute in merito al caso di S.E. Mons. Juan de la Cruz Barros Madrid, Vescovo di Osorno (Cile), il Santo Padre ha disposto che S.E. Mons. Charles J. Scicluna, Arcivescovo di Malta e Presidente del Collegio per l’esame di ricorsi (in materia di delicta graviora) alla Sessione Ordinaria della Congregazione per la Dottrina della Fede, si rechi a Santiago del Cile per ascoltare coloro che hanno espresso la volontà di sottoporre elementi in loro possesso».

    Non è ancora l’apertura di un’indagine sul vescovo di Osorno, mons. Juan Barros, accusato da vittime e testimoni di aver coperto l’ex sacerdote Fernando Karadima, autore di abusi sessuali su minori, ma forse è l’inizio: l’indagine potrebbe essere avviata se l’inviato pontificio, mons. Charles Scicluna, nella diocesi cilena dovesse riscontrare elementi a carico del vescovo.

    Papa Francesco sta dunque ritornando sui suoi passi. Aveva detto a Iquique in Cile: «Il giorno che avremo una prova contro il vescovo Barros parlerò. Non c’è una sola prova d’accusa. Le altre sono tutte calunnie, chiaro?». «Non posso condannarlo perché non ho le evidenze », aveva detto ricorrendo alla parola “evidenze” a correzione di quella, «prova», che aveva tanto offeso le vittime che pure avevano avuto il coraggio e la pena di raccontare quello che era loro successo o avevano visto, ma solo per aggiungere «io sono convinto che sia innocente».

    Francesco si era così tirato addosso gli strali di una ampio fronte di critiche, a partire da quella autorevolissima del card. O’Malley, l’arcivescovo di Boston a capo della Commissione vaticana antipedofilia, secondo il quale le affermazioni del papa trasmettevano «il messaggio “se non puoi provare le tue affermazioni, allora non sarai creduto”» (v. adista.it 21/1/18).

    Mons. Scicluna è un personaggio di asosluto rilievo nella lotta alla pedofilia. Dal 2002 al 2012 era stato intransigente promotore di giustizia (una sorta di procuratore generale) presso la Congregazione per la Dottrina della Fede nella delicata questione degli abusi sessuali, questione avocata alla Cdf, appunto, nel 2001. Poi, nel 2012, era stato improvvisamente allontanato dal dicastero vaticano e inviato nella “sua” Malta come vescovo ausiliare; una rimozione causata probabilmente anzitutto dal suo rigore, poco gradito ad alcuni settori della gerarchia vaticana: aveva insistito affinché le Chiese locali collaborassero pienamente e senza reticenze con la giustizia civile; aveva invitato le vittime a denunciare gli abusi e intimato a vescovi e preti colpevoli di farsi da parte o dimettersi. Inoltre, aveva preteso che ogni Conferenza episcopale si dotasse di linee guida severe e rigorose nel contrasto ai preti pedofili, senza lesinare critiche a quelle, compresa quella italiana, ritenute inadempienti o lacunose nel dare seguito alle indicazioni del Vaticano.

    Nel 2015 era tornato pienamente nelle sue vesti con la nomina a presidente del nuovo Collegio della Cdf incaricato di esaminare i ricorsi contro le sentenze sui delicta graviora, i delitti che la Chiesa considera più gravi in assoluto (quelli contro l’eucarestia, contro la santità del sacramento della penitenza e il delitto contro il sesto comandamento di un chierico con un minore di diciotto anni, ossia la pedofilia). Tale Collegio era stato creato da papa Francesco nel novembre 2014 allo scopo di accelerare le procedure. Scicluna aveva svolto un ruolo chiave anche nella vicenda che portò alle dimissioni del conclamato pedofilo p. Marcial Maciel Degollado dalla Congregazione da lui fondata, quella dei Legionari di Cristo (v. Adista nn. 23 e 32/10).

    http://www.adista.it/articolo/58204

  • Vescovo Juan Barros, il Papa manda un inviato in Cile per indagare sui casi di pedofilia

    Vescovo Juan Barros, il Papa manda un inviato in Cile per indagare sui casi di pedofilia

    Il caso del vescovo di Osorno ha tenuto banco in Cile durante la recente visita di Francesco in Sudamerica

    In modo clamoroso si riapre il caso del vescovo cileno Juan Barros, vescovo di Osorno. È stato lo stesso Papa Francesco che “a seguito di informazioni recentemente pervenute” ha inviato a Santiago del Cile l’arcivescovo di Malta Charles Scicluna, presidente del Collegio per l’esame dei ricorsi in materia dei “delicta graviora”, tra i quali appunto quelli di pedofilia, “per ascoltare coloniche che hanno espresso la volontà di sottoporre elementi in loro possesso”.

    Il caso del vescovo di Osorno ha tenuto banco in Cile durante la recente visita del Papa in Sudamerica dal 15 al 22 gennaio 2018, tra le proteste di molti abitanti della città che hanno contestato già da anni la nomina di Barros e la sua presenza alla messa papale.

    Il vescovo Barros infatti è stato un allievo del sacerdote cileno Fernando Karadima che era stato condannato per pedofilia dalla Congregazione della Dottrina della Fede il 3 luglio 2011, durante il pontificato di Benedetto XVI.

    Per ben due volte Francesco ha affermato – durante il suo ultimo viaggio – che gli accusatori di Barros, in mancanza di prove, lo stanno calunniando. Poi nella conferenza stampa sul volo di ritorno Francesco si è corretto a parlando della necessità di “evidenze” .

    Una delle vittime di Karadima, Juan Carlos Cruz su Twitter ha scritto nei giorni scorsi: “Come se uno avesse potuto scattarsi un selfie o una foto mentre Karadima abusava me o altri, con Juan Barros, fermo a lato e che vedeva tutto”. La testimonianza di Cruz è corroborata da due altri sopravvissuti alle violenze di Karadima.
    Il caso Barros ha tenuto banco su tutti i media internazionali (dal New York Times al South China Morning Post) poiché ha costituito un test della capacità del Pontefice di affrontare la piaga della pedofilia del clero. Sulla vicenda, e prima di giungere in Perù, per partecipare alla messa finale celebrata dal Papa è intervenuto con un comunicato ufficiale il cardinale di Boston Sean O’Malley il quale aveva sottolineato che le parole del Papa avevano causato una “grande sofferenza” negli abusati cileni.
    Il caso Barros è segnalato nel Rapporto che il 5 settembre 2017 lo Snap (associazione di 18 mila sopravvissuti agli abusi sessuali dei preti) ha presentato al Comitato dell’Onu contro la Tortura che tra quattro mesi deve sottoporre a nuova valutazione la Santa Sede e il Vaticano, dopo i rilievi critici ottenuti nel 2014. Già allora, Papa Francesco era stato criticato dalle vittime per aver promosso due prelati cileni (accusati da alcune vittime) di aver “coperto” Karadima: si tratta dell’allora arcivescovo di Santiago, Francisco Javvier Erraruriz e il suo successore Ricardo Ezzati.
    Ezzati fu fatto cardinale cardinale nel febbraio 2014. “Erraruiz – prosegue il documento del 2014 – è stato nominato da papa Francesco nel selezionato consiglio degli otto cardinali, chiamati a riformare la Curia”.
    “Durante questo periodo (2014-2017, Ndr) – si legge ancora nel rapporto del 5 settembre scorso – Papa Francesco ha proseguito sulla sua strada nominando il vescovo Juan de la Cruz Barros capo della Diocesi di Osorno in Cile, malgrado le accuse documentate che era complice degli atti commessi da Karadima” e “nonostante una protesta senza precedenti in Cile”. Dopo la nomina (marzo 2015) il Papa aveva pubblicamente chiamato i critici “stupidi”.
    L’inviato del Papa in Cile il vescovo maltese Scicluna è stato a lungo il rappresentante dell’accusa presso la Congregazione della dottrina della Fede, per tutto il periodo del Pontificato di Benedetto XVI, ed è stato colui che ha portato alla condanna del più famoso prete pedofilo dell’America Latina, il fondatore della Legione di Cristo, Macial Maciel.
    Il vescovo Barros ha dichiarato di aver accolto “con fede e gioia la decisione del Papa di inviare Scicluna” in modo che venga stabilita la verità (stando ad un comunicato ufficiale di un portavoce della Conferenza episcopale cilena). L’arcivescovo Scicluna partirà per il Cile subito, ma naturalmente dopo aver preparato con attenzione la sua missione. Non è invece chiaro se si recherà negli Stati Uniti, a Filadelfia, dove risiede una delle vittime che è appunto Juan Carlos Cruz.

    http://www.huffingtonpost.it/2018/01/30/vescovo-juan-barros-il-papa-manda-un-inviato-in-cile-per-indagare-sui-casi-di-pedofilia_a_23347758/

  • L’assalto liberal a Papa Francesco

    L’assalto liberal a Papa Francesco

    La bibbia progressista americana: “Sugli abusi lui è parte del problema”

    Roma. “Francisco, aquí sì hay pruebas”, “Francesco qui sì che ci sono le prove”, recitano beffardi enormi manifesti nelle strade cilene dove, tra una chiesa e l’altra date alle fiamme, l’indignazione per le parole del Papa in difesa del vescovo Juan Barros non è scemata. Il mondo, un tempo così entusiasta del Pontefice – che ieri ha invocato un’azione comune contro il dilagare delle fake news, benché sia impresa non facile, visto che “la disinformazione si basa spesso su discorsi variegati, volutamente evasivi e sottilmente ingannevoli” – si rivolta contro di lui, che da comandante in capo dotato di uno stile di governo che giustamente non ammette intromissioni nelle sue scelte, ha bollato come scemenze –  salvo poi chiedere scusa per “le parole infelici”, senza cambiare però la sostanza del suo pensiero – le campagne volte alla cacciata del presule tanto detestato.

    L’antipasto l’aveva offerto il New York Times, ora tocca al National Catholic Reporter, la più prestigiosa rivista del cattolicesimo liberal americano. Toni che neanche i rappresentanti più âgée tra i vaticanisti ricordano, considerando che il target è il Papa. Scrive il Ncr che Francesco ha “ingiustamente calunniato le vittime”, con parole definite “vergognose”.

    Frasi che indurrebbero perfino a pensare – o a far pensare – che il vescovo di Roma sia in qualche modo “complice delle coperture” delle presunte condotte delittuose di Barros sulle quali però, ha ribadito pure ai giornalisti il Papa in persona, non ci sono né prove né evidenze. Niente di niente, solo chiacchiere. Il National Catholic Reporter canzona un po’ il Pontefice, che “evidentemente non ha imparato la lezione” degli anni scorsi che hanno visto la chiesa costretta a recitare il mea culpa collettivo e a pagare milioni e milioni di danari per riparare alle malefatte (la diocesi di Boston, retta da Séan O’Malley, autore della pubblica reprimenda al Papa, ne sa qualcosa).

    “Sfortunatamente – si legge ancora nell’editoriale – la difesa di Barros da parte di Francesco è solo l’ultima di una serie di dichiarazioni del suo pontificato che ha ferito i sopravvissuti e l’intero corpo della chiesa”. Una difesa definita “mistificante” condita da frasi come quella pronunciata a Santiago davanti al clero locale, con il paragone tra “il dolore che hanno significato i casi di abusi contro minore” e il dolore per “voi fratelli che avete subìto insulti sulla metropolitana o camminando per strada”. Scrive il Ncr: “Come può il Papa paragonare un insulto in metropolitana con il terrore di un bambino violentato?”. E visto che i discorsi natalizi alla curia di Bergoglio hanno il pregio di essere chiari, ecco che viene rispolverata una frase vecchia di quattro anni, sull’“impietrimento mentale e spirituale di coloro che hanno un cuore di pietra e la testa dura”. “Francesco – scrive il periodico americano – sarebbe dispiaciuto nell’apprendere che è così che molti descrivono le sue parole in Cile” e “il suo volto pietrificato è parte del problema”.

    https://www.ilfoglio.it/chiesa/2018/01/25/news/pedofilia-chiesa-abusi-papa-francesco-175013/

  • Il fedelissimo di Bergoglio: “I casi di pedofilia restino segreti”

    Il fedelissimo di Bergoglio: “I casi di pedofilia restino segreti”

    Il cardinale Suarez Inda, fedelissimo di Bergoglio, ha reso pubblica una posizione che potrebbe far discutere. Ecco cosa ha detto sulla pedofilia

    Le dichiarazioni del cardinale Suarez Inda, annoverato tra i fedelissimi di Bergoglio, sono destinate a far discutere.

    In uno stralcio dell’intervista contenuta in “Tutti gli uomini di Francesco”, l’ultimo libro del vaticanista Fabio Marchese Ragona, il porporato ha affermato che i casi di pedofilia perpetrati all’interno della Chiesa non dovrebbero essere resi pubblici.

    “Il Papa ci invita alla “tolleranza zero” – ha affermato il cardinale Inda – perché la pedofilia è come un virus, un’epidemia che coinvolge il mondo, non solo la Chiesa”. E ancora:”Gli abusi su minori sono questioni molto delicate e io non sono d’accordo nel rendere pubbliche queste vicende. Se ci sono dei casi, vanno subito denunciati secondo le indicazioni della Santa Sede, perché sono dei crimini che vanno contro la dignità degli indifesi e dei più piccoli”. La pedofilia, insomma, rappresenterebbe sì un dramma, ma dovrebbe essere relegata agli affari interni del Vaticano. “In questo momento – ha premesso il porporato messicano – la Chiesa si sta concentrando nel dare una formazione ferrea e un maggiore equilibrio affettivo che garantisca, nel limite delle aspettative, che i futuri sacerdoti vivano con fedeltà la propria vocazione, impegnandosi pienamente «per amore, con amore, nell’amore », come afferma un illustre esperto, padre Amedeo Cencini. A tutta la Chiesa, i casi di abuso su minori creano un dolore e per questo è stato previsto un protocollo e una legislazione molto severa”, ha sottolineato – come riporta TgCom24 – il “fedelissimo” di papa Bergoglio.

    Il cardinale Suarez Inda è stato elevato a cardinale nel concistoro del 14 febbraio del 2015. Attualmente è un membro della Congregazione per il Clero e del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace. Ha rinunciato al governo pastorale della diocesi di Morelia, città della regione ecclesiastica di Don Vasco, per raggiunti limiti di età. Nell’intervista concessa a Fabio Marchese Ragona, il porporato ha affrontato anche i temi del narcotraffico e del muro che Trump vorrebbe costruire (un confine murario esiste però dai tempi di Bill Clinton n.d.r.) tra Stati Uniti e Messico:”ll governo messicano sta provando a stringere accordi e relazioni con altri Paesi perché non si può rimanere isolati, da soli. Il muro che si vuole costruire è una vergogna, tutti i muri sono una vergogna, e non può essere una soluzione a lungo termine. Le cose sono fatte per cambiare. Oggi le cose stanno così e magari domani ci potranno essere soluzioni differenti. Il nostro obiettivo oggi è quello di rendere il Messico un Paese migliore con opportunità di lavoro per tutti quanti”, ha chiosato il cardinale. Bergoglio, nel frattempo, è stato sostanzialmente costretto alle scuse dopo le parole utilizzate in riferimento al caso Barros, durante il viaggio in Cile.

    L’arcivescovo di Boston Sean Patrick O’Malley, che è un cardinale francescano minore, dato per papabile ai tempi della successione a Ratzinger e che era stato nominato arcivescovo della città americana da Giovanni Paolo II in seguito al caso Spotlight, ma che soprattutto è stato posto da Bergoglio al vertice della Pontificia Commissione per la tutela dei minori, aveva dichiarato che alcune parole del papa potevano essere state fonte di “dolore” per le vittime di abusi. Papa Francesco ha stemperato la polemica sostenendo che si sia trattato di un errore di traduzione. “La parola prova non era la migliore, direi piuttosto evidenza. Nel caso di Barros, ho studiato e ristudiato, non ci sono evidenze per condannarlo. E se condannassi senza evidenza o senza certezza morale, commetterei io un delitto di cattivo giudizio”, ha sottolineato il papa sul volo di ritorno dal suo viaggio in sud America. Per condannare un sacerdote, che è stato accusato di “aver assistito o di aver preso parte” a casi di abusi ai danni di minori, insomma, servono “evidenze”. Per il cardinale Suarez Inda, però, pare che questo genere di notizie debbano rimanere confinate all’interno delle mura vaticane.

    http://www.ilgiornale.it/news/cronache/fedelissimo-bergoglio-i-casi-pedofilia-restino-segreti-1486125.html

  • Due Americhe in Vaticano sullo scandalo pedofilia

    Due Americhe in Vaticano sullo scandalo pedofilia

    Le critiche di O’Malley al Papa riflettono le divisioni Nord-Sud sul tema degli abusi e rischiano di indebolire il Consiglio dei 9 che doveva riformare la Curia

    «Si è rotto il C9». In Vaticano, le tensioni sulla pedofilia che hanno portato a una presa di distanza scritta del cardinale di Boston, Patrick O’Malley, dalle parole di Francesco in Cile, vengono analizzate al di là dell’episodio: anche perché il Papa ha cercato di chiudere una vicenda scivolosa chiedendo scusa alle vittime almeno per il termine usato. Invece di mancanza di prove, ha ammesso, «avrei dovuto parlare di evidenza» contro il vescovo di Osorno, Juan Barros, che comunque non ha rimosso. L’aspetto più sorprendente dell’intera vicenda è stata però la decisione di O’Malley di prendere carta e penna e stilare un comunicato per dissociarsi dal pontefice argentino. «È comprensibile», ha scritto, «che le parole del Papa siano fonte di grande dispiacere per le vittime di abusi sessuali da parte del clero».

    Diocesi-simbolo

    Pesa il fatto che l’arcivescovo sia a capo della diocesi-simbolo dei reati di molestie negli Stati Uniti: quella da dove partì nel 2001 lo scandalo che avrebbe investito prima l’America e poi l’Europa; portato alle dimissioni del cardinale Bernard Law, e a cause miliardarie contro la Chiesa cattolica. In più, O’Malley presiede la commissione istituita da Francesco a tutela dei minori: un organismo in attesa di rinnovo che ha avuto vita tormentata, con le dimissioni dell’inglese Peter Saunders e poi di Maria Collins, due vittime di abusi. Ma questo non rende meno sconcertante quanto è accaduto.

    Falla culturale

    Finisce per gettare un’ombra anche sull’evoluzione del cosiddetto C9: il Consiglio dei nove cardinali del mondo creato all’inizio del papato per delineare la geopolitica vaticana e la riforma della Curia; analizzare con Jorge Mario Bergoglio le tendenze di fondo della Chiesa; e abbozzare le soluzioni. In quattro anni e mezzo, il ruolo del C9 si è appannato. Il cardinale George Pell, australiano, è stato costretto a un congedo più o meno temporaneo per difendersi da accuse in un processo per abusi nel suo Paese. Óscar Rodríguez Maradiaga, arcivescovo di Tegucigalpa in Honduras e coordinatore del Consiglio, si è dovuto difendere quando è stata diffusa la notizia che percepisce un lauto stipendio dall’università dell’Honduras. E lo statunitense O’Malley, con il suo messaggio di dissociazione, ha aperto una falla culturale: non tanto con Francesco ma sul modo di affrontare gli abusi nella Chiesa.

    «Gabinetto di pace»

    Si tratta di un tema che finisce per evocare una divergenza tra episcopati del Nord e del Sud America, e si riflette di nuovo all’interno del C9. Ne fa parte, infatti, anche il cardinale di Santiago del Cile, Francisco Erràzuriz Ossa. Da tempo nella cerchia papale si discute su come rinnovare il Consiglio. Il fatto che si riunisca solo quattro volte l’anno per tre giorni, mentre in realtà le riunioni sono più brevi e senza un’agenda preparata, non ne hanno favorito l’incisività. Il segretario del C9, monsignor Marcello Semeraro, redige verbali nei quali è complicato sintetizzare spunti eterogenei. E ora, una divergenza così plateale sul tema degli abusi sessuali rischia di trasformare il «Gabinetto di pace» di Bergoglio nel parafulmine delle tensioni tra episcopati.

    Malessere silenzioso

    Soprattutto, il destino incerto del C9 promette di essere additato strumentalmente dai nemici del Papa come l’emblema di riforme lasciate a metà o mal riuscite: dalla Curia alle finanze vaticane, in bilico tra veleni e involuzione. Magari sottolineando anche la partecipazione non sempre oceanica in alcune tappe dell’ultimo viaggio. A pochi sfugge che la presa di posizione di O’Malley appare il sintomo di un malessere covato silenziosamente per mesi. Sottolinea l’insoddisfazione per il modo in cui il Vaticano ha declinato la «tolleranza zero» nei confronti degli abusi sessuali: sebbene sia Francesco, sia il predecessore Benedetto XVI abbiano cercato di spezzare la cultura del segreto e la mentalità che rendono difficile la soluzione del problema.

    Il pupillo Cupich

    Riemerge la difficoltà di fissare linee di comportamento valide per tutti. Il tema è troppo scivoloso e divisivo, e risente delle culture diverse nelle quali gli abusi, o presunti tali, si consumano; e delle correnti di pensiero contrastanti nella Chiesa. La scelta di O’ Malley di rendere pubblico il dissenso va inserita su questo sfondo. Arriva dopo segnali di resistenza alle scelte di Francesco, trasmessi dai vescovi statunitensi verso uno dei suoi pupilli: l’arcivescovo di Chicago e cardinale Blase Cupich. A novembre, la conferenza episcopale Usa ha bocciato Cupich come capo del comitato per le attività «pro life», preferendogli un conservatore. D’altronde, negli Usa, certi temi rimangono dirimenti. Il New York Times ieri ha attaccato frontalmente Francesco. E O’ Malley forse indovinava che le parole del Papa sarebbero state usate da chi vuole bollare la Chiesa come ambigua: accusa maligna ma sempre in agguato.

    http://www.corriere.it/esteri/18_gennaio_24/due-americhe-vaticano-scandalo-pedofilia-35682e84-007a-11e8-9961-f20884a97d4b.shtml

  • Altro che scuse, il Papa in aereo ha ribadito che sui vescovi decide lui e nessun altro

    Altro che scuse, il Papa in aereo ha ribadito che sui vescovi decide lui e nessun altro

    Francesco si è scusato per la “frase infelice” sulle vittime degli abusi, ma ha chiarito che Juan Barros è un vescovo “bravo e buono” e che senza “evidenze” lui non cambierà idea

    Roma. Più che le scuse del Papa per le frasi poco ortodosse sulle “prove” da chiedere alle vittime degli abusi sessuali da parte della cerchia di padre Fernando Karadima, l’elemento centrale della conferenza stampa di Francesco di ritorno dal viaggio apostolico in Cile e Perù è stato un altro, e cioè che nessuno può discutere le sue scelte in merito alla nomina dei vescovi. Sì, le scuse ci sono, per i toni infelici e forse eccessivi usati nella risposta data a bruciapelo a qualche giornalista che gli chiedeva conto della vicenda di mons. Juan Barros: “Ho usato il termine ‘prova’ e ho detto: ‘Il giorno che avrò una prova parlerò’. Purtroppo so che molta gente abusata non può mostrare delle prove, non le ha e non può averle, o se le ha si vergogna’”. Quindi, “chiedo scusa se ho ferito senza accorgermi, senza volerlo, mi fa tanto dolore. Sentire il Papa che dice loro ‘portatemi una lettera con la prova’ è uno schiaffo. Perciò non voglio più usare il termine ‘prove’ ma ‘evidenze’”.

    Detto ciò, ha proseguito Bergoglio, “nel caso del vescovo Barros non ci sono evidenze per condannarlo. Se lo giudico colpevole senza evidenza o senza certezza morale, commetterei io un delitto”. Ma non è tutto, perché il Papa è andato oltre, dicendo che Barros ha presentato non una ma ben due volte le dimissioni, che lui in persona ha respinto: “Ho ricevuto le dimissioni una seconda volta e ho detto ancora ‘No, tu continui’. Barros resterà se non ci sono evidenze, e sono convinto che è innocente” anche perché “nel caso di Barros non c’è evidenza di abuso, non c’è evidenza che abbia coperto”. E poi, “io non ho sentito alcuna vittima di Barros. Non sono venuti, non hanno date le evidenze per il giudizio. Lei (il Papa si riferisce a una giornalista presente sul volo, ndr) con buona volontà mi dice ci sono delle vittime, ma io non le ho viste perché non si sono presentate”.

    Qualche osservatore di faccende vaticane sostiene che dietro le scuse di Francesco abbia giocato un ruolo non indifferente il cardinale Sean O’Malley, presente a Lima dopo aver firmato il duro comunicato sul sito della diocesi di Boston in cui prendeva le distanze dalle parole del Pontefice. Al di là di questo – il Papa ha ringraziato O’Malley per il comunicato – Francesco ha messo dei paletti ben chiari, ribadendo che non saranno certo manifestazioni di piazza, occupazioni di chiese, contestazioni sonore durante le prese di possesso dai vescovi da lui nominati, a determinare chi è degno o meno di fare il vescovo diocesano. Bergoglio ha sottolineato che Barros e gli altri due presuli del gruppo di Karadima sono “bravi e buoni vescovi” e che il primo “porta oggi 24 o 23 anni da vescovo. Lui dice di non aver visto. Era del gruppo, ma poi è andato per un’altra strada”.

    https://www.ilfoglio.it/chiesa/2018/01/23/news/scuse-del-papa-pedofilia-vescovo-cile-juan-barros-chiesa-cattolica-174657/#.Wmd8BXCTpKA.facebook

  • Perché Francesco ha sposato due sconosciuti, ma rifiuta di ascoltare testimoni scomodi

    Perché Francesco ha sposato due sconosciuti, ma rifiuta di ascoltare testimoni scomodi

    di Sandro Magister

    Puntuali, le parole dette da papa Francesco ad alta quota, questa volta durante il suo volo di ritorno dal Perù a Roma, nella notte tra il 21 e il 22 gennaio, hanno prodotto l’ennesima grande confusione:

    > Video della conferenza stampa di papa Francesco

    Sono stati due gli argomenti esplosivi della conferenza stampa, entrambi localizzati in Cile: la sorte del vescovo di Osorno, Juan de la Cruz Barros Madrid, e il matrimonio-lampo celebrato dal papa tra una hostess e uno steward, durante il volo da Santiago a Iquique.

    In questo secondo caso Francesco ha detto d’aver giudicato all’istante che “tutte le condizioni erano chiare” per la validità del sacramento e quindi che si potesse celebrarlo da subito. Per maturare tale certezza ha spiegato che gli sono bastate le parole dei due sposi.

    Riguardo al vescovo di Osorno, è avvenuto l’opposto. Il papa ha detto che ha “studiato e ristudiato” a lungo il caso, ma gli sono mancate le “evidenze” della sua colpevolezza. E per questo mantiene il vescovo alla testa della diocesi, nonostante le accuse che continuano ad essere portate contro di lui, accuse che per il papa sono in realtà “calunnie”.

    In Cile, rispondendo seccamente alla domanda di un giornalista, Francesco aveva parlato non di “evidenze” mancanti, ma di “prove”. E dell’uso di quest’ultima parola – in realtà poco o per niente diversa dalla precedente – ha chiesto scusa in aereo. Ha mantenuta ferma, invece, la correttezza della parola “calunnia” da lui applicata a chi si dice vittima di abusi sessuali di cui il vescovo sarebbe stato a conoscenza.

    Ha anche detto, però, di non aver mai dato retta alle “vittime” perché né “sono venute” né “si sono presentate” da lui. Quando in realtà esse hanno chiesto più e più volte, pubblicamente, di essere ascoltate dal papa, affinché potesse verificare sulla base delle loro testimonianze proprio quelle “evidenze” che egli continua a dire mancanti.

    Durante il volo di ritorno a Roma, Francesco ha inoltre fornito una nuova esegesi della lettera da lui scritta ai vescovi cileni il 31 gennaio del 2015 e resa nota da “Associated Press” alla vigilia di questo viaggio in Cile.

    Da com’era scritta quella lettera, infatti, sembrava di capire che anche papa Francesco in persona ritenesse giusto, fino a tutto il 2014, l’esonero di quel vescovo, salvo poi mutare parere e promuoverlo, il 10 gennaio del 2015, alla sede di Osorno.

    Ma ora pare che non sia stato così. Dalle parole dette da Francesco in aereo si dovrebbe ricavare che egli abbia da sempre ritenuto quel vescovo “bravo e buono”, anche quando “qualche persona della conferenza episcopale” cilena voleva che rinunciasse. E infatti non una ma due volte il papa ha detto di aver respinto la sua rinuncia, sia prima che dopo la nomina ad Osorno, perché accettarla avrebbe significato “ammettere la sua colpevolezza”, quando invece, ha scandito: “Sono convinto che sia innocente”.

    In questo groviglio di contraddizioni, resta non spiegato perché alle vittime della guida spirituale del vescovo di Osorno, il sacerdote Antonio Karadima, sia stato dato amplissimo credito, arrivando rapidamente alla condanna canonica del reprobo, mentre ad alcune di queste stesse vittime non viene dato invece credito e neppure ascolto, quando accusano il vescovo.

    Nella conferenza stampa in aereo, Francesco ha inoltre detto di aver “ringraziato” il cardinale Sean O’Malley, capo della pontificia commissione per la tutela dei minori, per le parole da lui dette sulla questione.

    In realtà, la nota pubblicata dal cardinale il 20 gennaio sul sito della sua arcidiocesi di Boston, è tutt’altro che consonante con il papa.

    O’Malley ha detto che “è comprensibile che quelle parole di Francesco siano state fonte di grande dolore per le vittime di abusi sessuali”, perché “espressioni come: ‘se non puoi dimostrare le tue accuse, non puoi essere creduto’ relegano le vittime nell’esilio del discredito”:

    > Cardinal O’Malley: Pope caused “great pain” for abuse survivors in Chile

    Tornando al matrimonio-lampo benedetto da Francesco in volo tra Santiago del Cile e Iquique, va notato che tale sbocco era stato fatto presagire dagli stessi sposi già un mese prima, in un’intervista al quotidiano cileno “El Mercurio” del 19 dicembre:

    > Con emoción y nerviosismo: Tripulación del avión que trasladará al Papa en Chile cuenta cómo recibieron la noticia

    Sull’aereo, però, tutto è sembrato essere accaduto di sorpresa, a giudicare dal video della “breaking news” data subito dopo dagli stessi sposi ai giornalisti in volo con loro:

    > Il papa: “Vi sposo, dai, facciamolo!”

    E anche Francesco – stando a quanto da lui detto durante il volo per Roma – sembra sia stato colto di sorpresa dall’idea di sposare la hostess e lo steward, ma abbia deciso di procedere all’istante, dando immediato credito ai due.

    E al giornalista che in conferenza stampa gli ha chiesto “che cosa direbbe ai parroci che si troveranno di fronte fidanzati intenzionati a sposarsi sugli aerei o sulle navi”, ha risposto tranquillo:

    “Bisogna dire ai parroci che il papa li ha interrogati bene, era una situazione regolare”.

  • Caso Barros, il garantismo di Bergoglio offende le vittime di abusi sessuali (parte 5)

    Caso Barros, il garantismo di Bergoglio offende le vittime di abusi sessuali (parte 5)

    Chi è monsignor Juan Barros Madrid? Ex seminarista di Karadima (qui), è stato nominato da Bergoglio, nel 2015, vescovo di Osorno (Cile), dopo aver lavorato a fianco del prete pedofilo per oltre venticinque anni. Secondo le testimonianze di alcune vittime, Barros era a conoscenza delle violenze perpetrate da padre Karadima, fra gli anni 1980-1995, e avrebbe fatto di tutto per coprirle. Addirittura Juan Carlos Cruz, fra le vittime di Karadima, sostiene che almeno in un’occasione Barros abbia assistito agli abusi sessuali e ciononostante abbia continuato ad organizzare manifestazioni pubbliche per difendere il suo maestro dalle accuse. L’inchiesta penale della procura di Santiago si aprì nel 2010 e si richiuse velocemente per prescrizione dei reati nel 2011, senza che le vittime venissero ascoltate. La sentenza comunque determinò la colpevolezza di Karadima, in quanto i fatti avvennero realmente.

    Di fronte alla nomina di Barros a vescovo di Osorno, i fedeli della città, le associazioni religiose e alcuni parlamentari hanno chiesto al Vaticano di ritirare l’“imbarazzante candidatura”. 50 deputati hanno firmato una petizione in cui chiedevano al papa di ripensare alla sua decisione. Niente da fare: il 21 marzo 2015, Barros celebra la sua prima messa da nuovo vescovo.

    Il sostegno del papa

    Le polemiche di questi giorni nascono dalla difesa ad oltranza del vescovo da parte di Bergoglio, il quale, lo scorso giovedì a Iquique, ha risposto alla domanda di una cronista locale in modo perentorio, affermando di essere disposto a valutare “prove” su Barros, qualora gli venissero presentate. Ma fino a quel momento considererà calunnie le accuse rivolte al vescovo, da lui stesso nominato, concludendo la breve risposta con un “chiaro?” piuttosto seccato.

    Durante il volo da Lima, di ritorno a Roma, Bergoglio è tornato sulle sue dichiarazioni, chiedendo scusa a tutte le persone abusate, offese dal termine “prove”, aggiungendo che voleva parlare di “evidenze”, proprio perché molta gente abusata le prove non le ha e non può averle. «Per quanto riguarda il caso Barros l’ho fatto studiare, investigare. Davvero non ci sono evidenze di colpevolezza. Chiedo che vi siano delle evidenze per cambiare la mia posizione».

    Peccato che il breve e scostante intervento del papa riguardo al caso Barros non sia il primo. Nel maggio 2015, infatti, durante un incontro in piazza San Pietro, un corista cileno disse a papa Francesco che la Chiesa cilena stava “soffrendo” a causa della nomina. La risposta del papa – in seguito alla quale non fu fornita alcuna ulteriore spiegazione – fu piuttosto esaustiva ed emblematica, probabilmente perché non poteva immaginare di essere registrato dall’iPad di un turista argentino. «È una Chiesa che ha perso la libertà perché si è lasciata riempire la testa dai politici, giudicando un vescovo senza nessuna prova dopo venti anni di servizio. Per cui, che pensino con la testa, non si lascino tirare per il naso da tutti quei sinistrorsi che sono quelli che hanno montato la cosa. Inoltre, l’unica accusa che c’è stata contro questo vescovo è stata screditata dalla corte giudiziaria. Per cui, per favore, eh… non perdano la serenità. Osorno soffre, certo, perché è stupida. Perché non apre il cuore a quello che Dio dice e si lascia trascinare dalle cretinate che dice tutta quella gente. Io sono il primo a giudicare e punire chi è accusato per cose del genere… Ma in questo caso manca la prova, anzi, al contrario… Glielo dico di cuore. Non si lascino tirare per il naso da questi che cercano solo di fare confusione, che cercano di calunniare». (Lussuria, di Emiliano Fittipaldi).

    Anche in questo caso Bergoglio sarebbe in grado di giustificarsi rettificando l’utilizzo di qualche termine improprio?

    A cosa serve la Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori (qui), se le testimonianze delle vittime vengono nascoste, insabbiate o sminuite, anziché essere considerate “evidenze” ed essere ulteriormente avvalorate da seri procedimenti investigativi sui fatti denunciati? Perché le denunce alle autorità civili ed ecclesiastiche non costituiscono, per Bergoglio, delle evidenze? D’altronde,durante il processo penale, un sacerdote ha testimoniato di aver ammonito Karadima per le sue azioni proprio in presenza di Barros, agli inizi degli anni ‘80. Ovviamente il vescovo di Osorno ha negato ogni addebito a suo carico, dichiarando di non aver mai saputo delle denunce contro Karadima.

    Come si può parlare di evidenze quando tutte le testimonianze sono sigillate e nascoste all’interno dei cosiddetti “Procedimenti segreti”, che il Vaticano si rifiuta di consegnare alla Commissione Onu sui diritti dell’infanzia? È sempre l’Onu, inoltre, ad invitare il Vaticano a abbandonare il codice del silenzio – dentro il quale sopravvive – per introdurre nel codice penale l’obbligo di denuncia alle autorità civili.

    Il rimprovero del cardinale O’Malley

    L’arcivescovo di Boston, capo della Commissione Pontificia per la Tutela dei Minori e membro del C9, Sean Patrick O’Malley, non è d’accordo con Bergoglio riguardo le dichiarazioni su Barros, rilasciate a Iquique. «È comprensibile che le parole di Papa Francesco siano state fonte di grande dispiacere per le vittime di abusi sessuali da parte del clero. […] Le parole che trasmettono il messaggio “se non riesci a dimostrare le tue affermazioni, allora non sarai creduto” abbandonano coloro che hanno subito violazioni criminali della loro dignità umana e relegano i sopravvissuti all’esilio e al discredito». Durante il volo da Lima, il papa ha ringraziato pubblicamente il cardinale O’Malley per la sua precisazione, che lo ha aiutato a pensare, dice.

    L’imprescindibilità del segreto

    A far accapponare la pelle ci ha pensato il cardinale messicano Alberto Suárez Inda, arcivescovo emerito di Morelia, che intervistato dal vaticanista Fabio Marchese Ragona per il suo nuovo libro,Tutti gli uomini di Francesco, ha espressamente dichiarato che la pedofilia nella Chiesa non dovrebbe essere resa pubblica. Infatti, alla domanda: cosa si deve fare se ci si trova davanti a casi di abusi del clero sui minori? Il cardinale ha risposto: «il Papa ci invita alla “tolleranza zero” perché la pedofilia è come un virus, un’epidemia che coinvolge il mondo, non solo la Chiesa. Gli abusi su minori sono questioni molto delicate e io non sono d’accordo nel rendere pubbliche queste vicende. Se ci sono dei casi, vanno subito denunciati secondo le indicazioni della Santa Sede, perché sono dei crimini che vanno contro la dignità degli indifesi e dei più piccoli».

    Pedofilia, perché la negazione della grazia del pontefice è una ‘fallacia teologica’

    Pedofilia e Chiesa: verità insabbiate (parte 1)

    Chiesa, “la cultura del silenzio” (parte 2)

    Vaticano, perché la riforma del codice penale offende il senso di pietas

    Bergoglio, un compromesso fra l’amore e l’eresia

    Le vittime: il silenzio dell’abuso (parte 4)

    Vaticano, il lusso di una chiesa povera e missionaria

    https://www.2duerighe.com/attualita/97170-caso-barros-garantismo-bergoglio-offende-le-vittime-abusi-sessuali-parte-5.html

  • Scusa di cosa? In Cile chiede le prove alle vittime: E QUANDO IL PAPA LE PROVE LE AVEVA?

    Scusa di cosa? In Cile chiede le prove alle vittime: E QUANDO IL PAPA LE PROVE LE AVEVA?

    di Francesco Zanardi

    In questi giorni, in occasione della visita del Papa in Cile, si sono scatenate polemiche rispetto alla gestione, da parte della Santa Sede, della gravissima piaga della pedofilia. Moltissimi giornali hanno riportato le notizie delle scuse del Papa e della vergogna che lui proverebbe per i sacerdoti pedofili. Ma viene anche riportata la notizia che il Papa avrebbe detto “Il giorno che qualcuno mi porterà una prova contro il vescovo Barros allora parlerò. Ma finora non c’è nemmeno l’ombra di una prova. È tutta calunnia. È chiaro?”.

    Quindi, da una parte la richiesta di scuse e dall’altra il fatto di non credere alle vittime, da una parte l’incontro con due vittime non identificate e dall’altra l’esclusione da tale incontro delle vittime che lo avevano espressamente richiesto.

    Dunque il Papa dichiara che senza prove il Vescovo Barros rimane al suo posto, mentre una delle vittime riporta : «Il Papa chiede prove, ma cosa avrei dovuto fare mentre venivo abusato e Barros era lì, fare una foto col telefonino?». 

    Un brutta storia, che esaspera ulteriormente il clima già notevolmente teso.

    Ci si potrebbe altresì domandare: “Quali prove avrebbe il Papa per dire che si tratta di calunnia?”

    Anche il Card. O’Malley, arcivescovo di Boston e presidente della Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori (che ha terminato il suo primo mandato il 17 dicembre 2017 e non risulta essere ancora stata rinominata da Bergoglio), prende le distanze dalle affermazioni del Papa attraverso un comunicato ufficiale: “E’ comprensibile che le dichiarazioni di Papa Francesco rilasciate giovedì a Santiago del Cile siano fonte di grande dolore per i sopravvissuti agli abusi sessuali da parte del clero o di qualunque altra persona. Le parole del Papa trasmettono il messaggio che se non puoi provare le tue affermazioni, allora non sarai creduto” e in sostanza danno l’idea di un “abbandono di coloro che hanno subito violenze riprovevoli della loro dignità umana”, “relegando i sopravvissuti nel discredito”.

    Bergoglio dichiara di non aver avuto le “prove”, che ora chiama “evidenze”, ma senza cambiare il senso del suo discorso.

    E quando invece le prove le aveva?

    Ricordiamo il caso di Don Gianni Trotta: prete ridotto allo stato laicale per abusi sessuali. Il arcivescovo Luis Ladaria Ferrer ordinò, nero su bianco, che la condanna canonica passasse sotto silenzio “per non dare scandalo ai fedeli”. Don Gianni Trotta, grazie all’acquiescenza del Vaticano e dei vertici della curia locale, ha così potuto continuare indisturbato a violentare minorenni: dopo essere stato costretto a lasciare la tonaca è infatti diventato allenatore di una squadra di calcio giovanile, e in due anni ha molestato indisturbato una decina di bambini vicino Foggia.

    Quindi: il card. Luis Ladaria Ferrer sapeva e ordinò il silenzio.

    Che provvedimenti prese Papa Francesco con lui?

    A Luglio 2017 lo nominò Prefetto della Congregazione della Dottrina della Fede (al posto del Card. Muller), ovvero dell’organo che, tra l’altro, ha la competenza di giudicare i preti pedofili: una bella promozione.

    Il Papa qui aveva le “prove”.

    Ricordiamo il caso di Don Mauro Galli: il processo penale è in corso, accusato di abusi sessuali nei confronti di un minore. Il parroco della chiesa in cui sarebbero avvenuti gli abusi ha avvisato da subito (dicembre 2011) i suoi superiori: Mons. Mario Delpini e Mons. Pierantonio Tremolada. Nessuno dei due ha avviato alcuna indagine canonica e tantomeno una denuncia alle autorità, ma il prete è stato spostato in un’altra parrocchia con l’incarico della pastorale giovanile (ancora con i minori). All’epoca era ordinario del luogo il Card. Angelo Scola che non ha contrastato la decisione del trasferimento ancora con i minori assunta del suo vicario Mons. Delpini, nemmeno in via cautelare in attesa dell’accertamento dei fatti.

    Solo in seguito alla denuncia/querela da parte della vittima (luglio 2014) è stata avviata l’Indagine Canonica (gennaio 2015) e sospeso cautelativamente il sacerdote (primavera 2015).

    Il Card. Scola ha ricevuto i familiari della presunta vittima, su loro insistenza, solo nel marzo 2015: grande tempismo per accertare i fatti o almeno per “sentire anche l’altra campana”.

    Dunque: Mons. Delpini ha dichiarato alla Polizia, sotto giuramento, di essere venuto a conoscenza del presunto abuso sessuale da subito (dicembre 2011) e di aver comunque predisposto il trasferimento del don Galli ancora con i minori. In questo caso specifico, oltre alle intercettazioni telefoniche, le registrazioni acquisite agli atti processuali (e anche in possesso della CdF), oltre alle testimonianze dei suoi collaboratori, c’è dunque la prova del suo tentativo di insabbiamento per sua stessa ammissione di responsabilità e depositata agli atti del processo penale a carico di Don Mauro Galli.

    Anche il Vaticano era a conoscenza del caso: nel marzo 2016 ha inviato una lettera ai familiari della presunta vittima, attraverso la Nunziatura Apostolica, in risposta alle numerose lettere inviate dai familiari anche alla Congregazione della Dottrina della Fede.

    Che provvedimenti ha preso Papa Francesco?

    Mons. Mario Delpini: nel luglio 2017 è stato PROMOSSO Arcivescovo di Milano

    Mons. Pierantonio Tremolada: nel luglio 2017 è stato PROMOSSO Vescovo di Brescia

    Ricordiamo il caso di Don Paolo Turturro: la Cassazione ha confermato la condanna: 3 anni in carcere per abusi su minore. La richiesta di affidamento ai servizi sociali non è stata accolta, e ha dunque scontato la pena in carcere. Prima dell’arresto era stato solo allontanato da Palermo, nessun provvedimento ecclesiastico durante il processo che è durato 13 anni.

    Che provvedimenti ha preso Papa Francesco? Nonostante la condanna penale, non è mai stato ridotto allo stato laicale continua a celebrare Messa.

    Ricordiamo il caso di Don Lucio Gatti: ha patteggiato in sede penale due anni di reclusione, per abusi sugli ospiti della Comunità che dirigeva. Il Processo Canonico, concluso nel 2012, ha ufficializzato la sospensione dal sacerdozio per 5 anni ma non riduzione allo stato laicale. Nel frattempo sono arrivare altre due querele: una in aprile 2016  e un’altra nel 2017 su minori che all’epoca avevano 12 e 13 anni e le indagini sono ancora in corso.

    Il Vescovo Gualtiero Bassetti non ha, per ora, preso alcun provvedimento nemmeno cautelativo, avrà avviato un nuovo Processo Canonico?

    Anche la Santa Sede non si è espressa nei confronti del Vescovo Gualtiero  Bassetti, e Don Lucio Gatti sarebbe in una comunità al Nord per un percorso spirituale “riabilitativo”.

    Ricordiamo il caso di Padre Carlos Buela: sacerdote argentino condannato dal Vaticano (attraverso un decreto del cardinale Gardin, della Congregazione per gli Istituti di vita consacrata) per abusi da lui compiuti nei confronti di una ventina di seminaristi, e trasferito a Genova, sotto la giurisdizione del Card. Bagnasco, senza subire il processo in Argentina. Nonostante la condanna di Papa Francesco, i provvedimenti non sono sufficienti e vengono prontamente disattesi.

    Che provvedimenti ha preso Papa Francesco nei confronti del Cardinale Angelo Bagnasco, per non aver gestito nemmeno l’applicazione della “condanna”?

    NESSUN provvedimento.

    Inoltre il card. Bagnasco, in quanto Presidente della Cei, nel 2014 ha ribadito che i VESCOVI NON HANNO OBBLIGO DI DENUNCIA nei confronti dei sacerdoti che commettono abusi sessuali nei confronti dei minori, secondo le Linee Guida emanate dalla Conferenza Episcopale stessa.

    Tutto questo è in linea con del dichiarazioni della “tolleranza zero” del Pontefice?

    Ricordiamo infine il caso dell’Istituto Provolo: qui i sacerdoti coinvolti sono numerosi, nel 2015 in un incontro con le vittime, venne consegnata direttamente nelle mani di papa Francesco una missiva contenente i nomi di 14 sacerdoti accusati di abusi, tra qui quello di don Nicola Corradi. In questo caso fu proprio papa Francesco a non intervenire.

    Il sacerdote è stato arrestato nel novembre del 2016.

    Zanardi