Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • PEDOFILIA, I FANTASMI DI BERGOGLIO

    PEDOFILIA, I FANTASMI DI BERGOGLIO

    Via al processo a don Mauro Inzoli, esponente di spicco di Comunione e liberazione, accusato di violenze su otto bambini. Ma il Vaticano continua a essere poco trasparente

    di Federico Tulli

    Ricordate don Mauro Inzoli? Sebbene a giugno 2014 fosse stato «invitato» dalla Congregazione per la dottrina della fede «a una vita di preghiera e di umile riservatezza, come segni di conversione e di penitenza» per gli «abusi su minori» affidati alla sua cura, il 17 gennaio 2015 fu immortalato sorridente al convegno organizzato dalla Regione Lombardia per tutelare i valori «della famiglia tradizionale». L’ex parroco di Crema, esponente di spicco di Comunione e liberazione, fondatore del Banco Alimentare e dell’Associazione della fraternità, si godeva lo spettacolo in seconda fila. Davanti a lui sedevano il governatore Roberto Maroni e il predecessore, Roberto Formigoni, di cui, Inzoli, si dice sia stato il confessore. Condannato – si fa per dire – dalla Santa Sede «alla pena medicinale perpetua» per lo Stato italiano era un uomo libero. Il 9 marzo le cose potrebbero cambiare. È la data fissata dal gip di Cremona Letizia Platè per il processo al prete, sotto inchiesta in Italia solo da ottobre 2014 in seguito a due esposti del senatore Sel Franco Bordo. L’accusa è di quelle pesanti: “Violenza sessuale con abuso di autorità e violenza sessuale aggravata per abuso di minori di 12 anni”. A Inzoli sono imputati otto casi, altri 15 sono caduti in prescrizione. Rischia 12 anni di carcere e la pena potrebbe ridursi di un terzo con il rito abbreviato. Ma un eventuale appello allungherebbe i tempi facendo cadere in prescrizione tutti i reati. A dilatare l’iter investigativo ha contribuito la Santa Sede negando alla procura di Cremona gli atti dell’istruttoria e del procedimento canonico perché vincolati dal «segreto pontificio».

    L’avvio del processo penale a don Inzoli coincide con il terzo anniversario del pontificato di Bergoglio. Sin dal 13 marzo 2013, Francesco si è dedicato, almeno a parole, alla lotta contro la pedofilia nel clero cattolico. Ma il gesuita argentino ha poco da festeggiare. I due Oscar vinti da Spotlight di Tom McCarthy (miglior film e miglior sceneggiatura originale) riportano con forza in primo piano l’ineludibile questione della trasparenza come chiave di volta per scardinare il sistema di potere complice dei pedofili in tonaca contro cui lo stesso Bergoglio si è spesso scagliato in nome della «tolleranza zero». Un’idea di trasparenza che si lega a quella di collaborazione con le autorità degli altri Paesi, che evidentemente però non è stata ancora ben assimilata in Vaticano nemmeno dal papa. Lo dicono la rogatoria negata e il “segreto pontificio” sul caso Inzoli. Ma anche, per fare un esempio, la vicenda giudiziaria di Emiliano Fittipaldi e Gianluigi Nuzzi. I due giornalisti rischiano 8 anni di carcere in Vaticano per aver pubblicato nei rispettivi libri – Avarizia (Feltrinelli) e Via crucis (Chiarelettere) – notizie vere documentate da fonti certe. Proprio come fecero nel 2002 i colleghi del team Spotlight del Boston Globe, cui invece la tenace inchiesta che smascherò le sistematiche complicità delle istituzioni ecclesiastiche con i pedofili valse il Pulitzer. Ad aumentare la distanza tra gli annunci di Bergoglio e la realtà dei fatti ci si mette anche la Pontificia commissione per la protezione dei minori da lui creata, sommersa dalle polemiche per l’espulsione di un membro laico, l’avvocato inglese Peter Saunders. Il quale, intervistato dalla Bbc, ha attaccato papa Francesco reo «di non aver fatto nulla per mettere fine agli abusi di matrice clericale sui bambini», e ha definito «oltraggiosa» la nomina del suo amico monsignor Juan de la Cruz Barros Madrid, vescovo di Osorno in Cile, sospettato di aver protetto padre Karadima condannato per pedofilia nel 2011. La defenestrazione di Saunders va messa in relazione alle sue accuse contro il cardinale George Pell di avere ignorato e coperto per decenni abusi compiuti da oltre 280 sacerdoti. Affermazioni che il superministro dell’Economia di Bergoglio, già arcivescovo di Melbourne e di Sydney, ha sempre respinto, senza però riuscire a evitare di deporre il 28 febbraio scorso di fronte alla Commissione governativa australiana sui crimini pedofili. «Non sono qui per difendere l’indifendibile», ha detto il cardinale, ammettendo che la Chiesa ha commesso «errori enormi» consentendo l’abuso di migliaia e migliaia di bambini. Troppe denunce arrivate da fonti credibili sono state spesso respinte «in scandalose circostanze», ha osservato tentando di smarcarsi. Una linea coerente con la posizione della Pontificia commissione schierata contro i vescovi (Conferenza episcopale italiana compresa) che nelle loro linee guida anti pedofilia non prevedono l’obbligo di denuncia laddove non è imposta dalle leggi “laiche”. «Abbiamo tutti la responsabilità morale ed etica di denunciare gli abusi presunti alle autorità civili», ha ricordato il cardinale O’Malley, capo della commissione.

    Una responsabilità che però di fatto non sfiora la Santa Sede e chi la guida. Va ricordato infatti che tra il 2004 e il 2013 la Chiesa ha espulso 848 sacerdoti responsabili di abusi. Lo dissero con orgoglio i nunzi di papa Francesco a due commissioni Onu (quella per l’infanzia e quella contro la tortura). Bene, anzi, male. Per alcuni di loro la dimissione dallo stato clericale è probabilmente arrivata dopo una condanna penale “laica”. Per altri invece si è espresso solo il Tribunale ecclesiastico. Era il 2014, dove sono oggi questi pedofili ignoti alla giustizia “terrena”? Non si sa. Come si chiamano? Quanti sono? Non si sa. Gli emissari del papa non risposero alle istanze dell’Onu che anche per questo ha accusato la Santa Sede di aver «regolarmente messo al di sopra dell’interesse dei bambini la tutela della reputazione della Chiesa e la protezione dei responsabili». Il monito delle Nazioni Unite ha spinto Bergoglio a imporre un cambio di rotta mediante la segnalazione obbligatoria alle autorità civili? La risposta è sempre no. Come nel caso di don Inzoli, i fatti e la trasparenza stanno a zero.

    LEFT del 5 marzo 2016

  • Pedofilia, prete condannato a 7 anni dal tribunale. Ma nel processo canonico la Chiesa vuole chiedere l’assoluzione

    Pedofilia, prete condannato a 7 anni dal tribunale. Ma nel processo canonico la Chiesa vuole chiedere l’assoluzione

    Il caso di don Luciano Massaferro, conosciuto come don “Lu”, sacerdote di Alassi: fu arrestato nel 2009 con l’accusa di abusi su una minorenne e ha appena finito di scontare la pena resa definitiva dalla Cassazione. Ma nel rito parallelo celebrato dalla Chiesa la curia è intenzionata a chiedere l’assoluzione e farlo diventare cappellano in un convento.

    Il 29 dicembre 2009 don Luciano Massaferro, conosciuto come don “Lu”, parroco della chiesa di San Vincenzo di Alassio, comune in provincia di Savona, fu arrestato con l’accusa di aver compiutoabusi su una minorenne, chierichetta della Chiesa. Dopo essere stato condannato definitivamente a 7 anni e 8 mesi di carcere, il sacerdote avrebbe dovuto lasciare la cella nell’estate del 2017 ma grazie agli sconti per buona condotta è uscito quasi un anno e mezzo prima. In totale ha scontato 3 anni in carcere e 1 anno ai domiciliari dopodiché è stato affidato in prova ai servizi sociali.

    I giudici, fino alla Cassazione, lo hanno riconosciuto colpevole, ma per don Lu i processi non sono finiti: manca l’ultima sentenza, quella del processo canonico. In caso di assoluzione il sacerdote potrà tornare a fare il prete, a tutti gli effetti. Secondo quanto riportato dal Secolo XIX, l’ipotesi più accreditata è proprio quest’ultima: monsignor Guglielmo Borghetti, infatti, ai collaboratori avrebbe detto che “si va verso l’assoluzione“. Il vescovo coadiutore di Albenga, scelto a gennaio dello scorso anno da Papa Francesco dopo i gravi e numerosi scandali all’interno della diocesi ligure, secondo il quotidiano genovese, ha promesso a “don Lu” anche un alloggio e un lavoro in caso di assoluzione. Così presto il sacerdote potrà riprendere la sua vita così com’era prima della condanna. L’intenzione della Curia sarebbe quella di farlo diventare cappellano in un convento.

    Prima della condanna don Lu era stimato e apprezzato da tutti e al momento le prove che sette anni fa lo hanno fatto condannare starebbero vacillando, secondo : secondo il padre di don Luciano, “il perito non ha trovato nessun materiale schifoso nei computer, è stato accertato che quel giorno in canonica c’era il viceparroco…”.

    Poco distante dal comune di don Lu si trova Albenga, dove ha sede la diocesi commissariata da Papa Francesco a causa di una serie di vicende analoghe: preti indagati e condannati per pedofilia, sacerdoti che scappano con la cassetta delle offerte, che posano nudi su Facebook, fanno i barman nei locali notturni. Comportamenti che avevano portato Bergoglio a commissariare la diocesi.

    Tanto più che lo sguardo sulla questione pedofilia nella Chiesa Cattolica si è fatto ancora più attento negli ultimi giorni, dopo l’uscita al cinema del Caso Spotlight, il film premio Oscar che racconta l’inchiesta dei giornalisti del Boston Globe sulla pedofilia nel clero americano fondamentale per spingere il Vaticano ad affrontare il tema. Dopo il mea culpa del cardinale australianoGeorge Pell, prefetto della Segreteria per l’economia della Santa Sede, che davanti alla Commissione nazionale d’inchiesta del suo Paese che indaga sulle risposte delle istituzioni agli abusi sessuali sui minori avvenute negli ultimi decenni, ha dichiarato che “la Chiesa cattolica ha commesso errori enormi sulla pedofilia”, anchepadre Lombardi ha riconosciuto “gli errori compiuti in molti ambienti ecclesiali”.

    Intanto negli ultimi giorni a Lione il mondo cattolico si sta spaccando di fronte al caso del Cardinale Barbarin, accusato di aver coperto un prete pedofilo non informando la giustizia delle molestie rivelate da alcuni parrocchiani fin dai primi anni Novanta. Tra chi chiede le dimissioni e chi invece si schiera al suo fianco, la Prcura della città francese ha intanto aperto un fascicolo a carico del sacerdote con l’accusa di omessa denuncia e “messa in pericolo della vita altrui”.

    http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/03/07/pedofilia-prete-condannato-a-7-anni-dal-tribunale-ma-nel-processo-canonico-la-chiesa-vuole-chiedere-lassoluzione/2524921/

  • Il Vaticano tra pedofilia e scandali: nessuna misericordia per i bambini

    Il Vaticano tra pedofilia e scandali: nessuna misericordia per i bambini

    di Carlo Troilo, Associazione Luca Coscioni

    Papa Francesco, dopo aver indetto il Giubileo straordinario – piombato a tradimento su “una città terremotata”, per dirla alla Bertolaso – sembra poco attento alla misericordia, che si deve innanzitutto ai bambini: a parte, naturalmente, le consuete e generiche frasi “buoniste”. Per i bambini – verrebbe da dire – nessuna misericordia.

    Due vicende a sostegno di questa affermazione.

    La prima vicenda: il Cardinale Pell e i preti pedofili australiani

    Mentre i romani escono commossi dalle sale in cui si proietta Spotlight (storia della coraggiosa battaglia di un gruppo di giornalisti di Boston per smascherare le centinaia di preti pedofili ed il loro protettore, il Cardinale Law), si aggira indisturbato per Roma “l’insabbiatore capo” di una vicenda analoga che ha travolto la Chiesa Cattolica australiana, il Cardinale George Pell, già arcivescovo di Melbourne e Sydney.

    Dalle deposizioni di Pell dei giorni scorsi alla Royal commission governativa australiana emerge un quadro agghiacciante: centinaia di bambini e bambine molestati e stuprati, marchiati per sempre dall’orrore delle loro storie. E dall’altro lato le risposte di Pell, arroganti o al massimo imbarazzate, come quelle di Eichman raccontate da Hanna Arendt ne “La banalità del male”: da quella minimizzante (“forse avrei dovuto essere più attento”) fino a quella da caserma (i preti che molestano i bambini “sono come i camionisti che molestano le autostoppiste: non sarebbe appropriato che i dirigenti di quella compagnia di trasporti fossero considerati responsabili”).

    Eccolo a Roma, questo individuo indegno, di cui da decenni si conoscono le malefatte. Eppure Papa Francesco, anziché farlo rinchiudere nelle carceri vaticane (i piemontesi hanno tolto allo Stato Pontificio la goduria della pena di morte, ma gli hanno lasciato come contentino le carceri), lo ha nominato prima (il 13 aprile 2013) membro del gruppo di cardinali chiamati a consigliarlo nel governo della Chiesa universale e a studiare un progetto di revisione della Curia romana e poi (il 24 febbraio 2014) “primo prefetto della Segreteria per l’economia” (salvo poi a brontolare per le spese pazze cui Pell, forte del suo incarico, si è abbandonato nelle sartorie e nei negozi di antiquariato romani).

    Per chiudere su Pell, ricordo che a Roma sono venuti, in questi giorni, alcuni familiari delle vittime dei preti pedofili “coperti” dall’alto prelato. Uno di loro, Anthony Foster, è il padre di due bambine molestate da un prete (una si suicidò, l’altra è su una sedia a rotelle dopo un incidente causato dall’alcolismo). Mentre scrivo, essi attendono ancora di essere ricevuti dal “Papa della misericordia”.

    La seconda vicenda: Il Cardinale Bertone e il Bambin Gesù

    Tarcisio Bertone è un atletico ultra ottantenne che ha ricoperto numerose alte cariche nella gerarchia vaticana ed è stato “chiacchierato” in altrettanto numerose vicende finanziarie (fra quelle che ricordo, l’eredità Gerini ed i finanziamenti alla Lux Vide di Ettore Bernabei). È stato poi al centro di una feroce polemica sul tema della omosessualità, avendo sostenuto, in merito allo scandalo dei preti pedofili in Irlanda, che degli “studi scientifici” affermano che la pedofilia è collegata alla omosessualità e non ha niente a che vedere con il celibato. Non disse, che io sappia, che l’omosessualità è “contro natura”, come sostengono oggi gli “intellettuali” del centro destra, guidati dal Ministro degli Interni Alfano, ma probabilmente lo pensò.

    Giunto meritoriamente alla pensione, Bertone va ad abitare in un lussuoso appartamento di proprietà del Vaticano, in cui vivono, assieme al Cardinale, tre suore ed una sua segretaria (paura della solitudine ?). L’appartamento ha bisogno di importanti opere di ristrutturazione, per le quali la ditta incaricata chiede circa 600mila euro. Bertone ottiene però “un forte sconto” e ne paga – “con risparmi miei”, precisa – poco più di 300mila (che vuol dire essere esperti di affari!).

    Successivamente, Emiliano Fittipaldi, nel suo libro “Avarizia”, rivela che il Bambin Gesù, tramite il suo manager Giuseppe Profiti, avrebbe contribuito ai lavori di ristrutturazione con 200 mila euro. Lo stesso Profiti ha più volte confermato il finanziamento, spiegando però che si trattava di un “investimento” in quanto la casa dell’ex Segretario di Stato vaticano “sarebbe stata poi utilizzata come sede per iniziative istituzionali e di fund raising per i piccoli dell’ospedale romano”. Totò direbbe: “Ma mi faccia il piacere”.

    Bertone – come a suo tempo il buon Scaiola – cade dalle nuvole, nega a lungo ma alla fine, come gesto di liberalità, dona 150mila euro al Bambin Gesù (perché non 200mila, non è chiaro).
    Intanto la vicenda entra nella inchiesta Vatileaks 2 e la nuova presidente del Bambin Gesù, Mariella Enoc, si barcamena ma non esclude il peggio: “Se effettivamente le carte dicono che qualcosa è stato tolto, certamente noi chiederemo tutti i danni, non soltanto quelli economici, ma anche i danni morali che l’ospedale ha subito”.

    Una esperienza personale sul Bambin Gesù

    Nel 1998 il primo dei miei nipotini, in una clinica privata, nacque con un parto difficile le cui conseguenze stavano portandolo alla morte. Trasportato di corsa al Bambin Gesù, restò per settimane fra la vita e la morte e alla fine ne uscì vivo e vegeto grazie alla professionalità ed alla umanità di tutto il personale dell’ospedale.

    In quel mese di assidua frequentazione (per ragioni professionali, conoscevo bene l’allora Presidente dell’ospedale) mi resi conto, fra l’altro, della estrema fatica con cui questa benemerita istituzione riusciva a tenere in ordine il bilancio e ad acquistare nuove attrezzature mediche.

    Forse perché reso più sensibile da questa ragione personale, non trovo aggettivi sufficientemente pesanti per definire questa storia se – come personalmente ritengo – essa risponde a verità. La riassumo così:

    –    Un ricco Cardinale, per accrescere lo sfarzo della sua abitazione, sottrae ad un ospedale cattolico fondi importanti destinati a curare – e spesso a salvare – migliaia di bambini

    –    Un Papa “moralizzatore” tace (eppure Bertone non è un prete di paese: è stato Segretario di Stato del Vaticano)

    –    Il Presidente della Regione Lazio Zingaretti – che ogni anno versa al Bambin Gesù ingenti somme – non prende alcuna posizione, così come il Ministro della Salute Lorenzin

    –    Nessuna associazione per la tutela dei malati o dei minori (salvo mia ignoranza dei fatti) si rivolge alla Magistratura, che peraltro potrebbe agire d’ufficio dinanzi ad una evidenza di reato

    –    Il 23 febbraio le nostre massime autorità – da Mattarella in giù – sono andate come ogni anno a “festeggiare” l’anniversario dei Patti Lateranensi e del Concordato: cioè di una data funesta per la democrazia e per la laicità dello Stato. Qualcuno, in quella o in altre occasioni, ha chiesto ragione di questo scandalo?

    C’è un giudice a Roma? Un politico “pulito”? Un medico famoso? Una associazione civica che difende i malati?
    O dovremo rassegnarci a vedere anche questa storia passare impunita?

    P.S. – Anche se ovviamente non lo è, una recente dichiarazione del segretario di Stato Vaticano, monsignor Pietro Parolin, suona come una sinistra risposta alla mia domanda finale: “Mi pare che la vicenda del Bambin Gesù si sia risolta positivamente e ringrazio il Signore che da questo momento di difficoltà si sia usciti in maniera costruttiva”. E aggiunge Parolin: “Di fronte alla difficoltà dobbiamo essere forti e pazienti”. Come a dire: “E ora non rompete più i coglioni, tanto con noi è inutile”.

    (7 marzo 2016)

  • FITTIPALDI CHIEDE LA TESTA DEL CARDINALE AUSTRALIANO

    FITTIPALDI CHIEDE LA TESTA DEL CARDINALE AUSTRALIANO

    BERGOGLIO, FAGLI LA PELL! SOTTO PROCESSO IN VATICANO, ORA FITTIPALDI CHIEDE LA TESTA DEL CARDINALE AUSTRALIANO: “BASTA I SILENZI SUI PRETI PEDOFILI: GEORGE PELL SI DIMETTA. E SE NON VUOLE FARE UN PASSO INDIETRO, INTERVENGA IL PAPA: NON CI POSSONO ESSERE TENTENNAMENTI NÉ SALVACONDOTTI PERSONALI”

    “Il caso è troppo delicato, e non può essere gestito con le solite prudenze vaticane tanto invise a Bergoglio. Pell è infatti accusato da decine di sopravvissuti di gravi nefandezze. Su tutte quella di aver protetto preti pedofili, mostri seriali che hanno violentato decine di bambini, non denunciandoli subito e permettendo il loro spostamento in altre diocesi”…

    Papa Francesco non può più aspettare. Dopo le audizioni di questi giorni davanti ai giudici della commissione d’inchiesta del governo australiano sulla pedofilia, il cardinale George Pell – che Bergoglio stesso aveva chiamato nella Santa Sede tre anni fa – non può più rimanere sulla sua poltrona.

    Deve dimettersi subito, lasciando ad altri la guida del più importante ministero vaticano, quella Segreteria dell’Economia voluta da Bergoglio per fare trasparenza sui business vaticani. Nel caso non volesse fare un passo indietro, dovrebbe essere il pontefice, capo supremo della curia, a muoversi di conseguenza. Senza aspettare – come suggerisce qualche suo consigliere – che Pell compia 75 anni, età in cui formalmente gli alti prelati devono rimettere il mandato.

    Stavolta il tempo è scaduto prima, ed ulteriori mediazioni metterebbero gravemente a rischio l’immagine del Papa rivoluzionario e inflessibile, nemico giurato dei maniaci che infestano la Chiesa. Il tema della pedofilia, riportato alla ribalta dal caso Pell (di cui “L’Espresso” si è più volte occupato in infelice solitudine) e dell’Oscar a “Spotlight” come miglior film (che narra le gesta dei giornalisti del Boston Globe che nel 2002 scoperchiarono lo scandalo dei sacerdoti pedofili della loro città), è troppo delicato, e non può essere gestito con le solite prudenze vaticane tanto invise a Bergoglio.

    Pell è infatti accusato da decine di sopravvissuti di gravi nefandezze. Su tutte quella di aver protetto preti pedofili, mostri seriali che hanno violentato decine di bambini, non denunciandoli subito e permettendo il loro spostamento in altre diocesi. Il cardinale è stato accusato da una vittima di aver tentato di comprarlo. Da molte altre di aver creato, quando era vescovo a Melbourne, un sistema per difendere le finanze della Chiesa, a danno delle richieste risarcitorie degli abusati. «Un sistema progettato per controllare le vittime, contenere gli abusi e proteggere la Chiesa», ha spiegato la ricercatrice e editorialista Judy Courtin, che insieme a molti altri osservatori considera le azioni dell’australiano volte a «minimizzare i reati, occultare la verità, manipolare, intimidire e sfruttare le vittime».

    Pell è stato definito un «sociopatico» da più di un sopravvissuto, mentre la relazione preliminare dei giudici della Royal Commission pubblicata qualche mese fa ha già spiegato che il cardinale «non si è comportato da buon cristiano». Il prelato ha perfino paragonato un anno fa la Chiesa a un’azienda di autotrasporti, affermando che «non è colpa di una ditta se il camionista molesta le autostoppiste».

    Al netto degli scandali e dei lussi sfrenati che hanno colpito Pell dopo la pubblicazione di alcune inchieste che ho pubblicato sull’Espresso, la sua posizione è indifendibile. Francesco è stato il primo pontefice ad autorizzare l’arresto di un alto prelato per reati sessuali su bambini, monsignor Josef Wesolowski, morto prima dell’inizio del processo. Un appeasement o ulteriori tentennamenti sul caso Pell, suo uomo di fiducia, sarebbe un errore, ancor più grave della nomina del porporato di Ballarat a numero tre del Vaticano. Uno sbaglio che confermerebbe i preconcetti dei critici – soprattutto anglosassoni – che da mesi attaccano il soglio petrino.

    «Durante il papato di Francesco la Chiesa cattolica non ha fatto nulla per eliminare gli abusi sui minori da parte del clero» ha spiegato due settimane fa Peter Saunders, ex vittima di un prete pedofilo che il papa aveva voluto nella nuova Commissione pontificia per la tutela dei minori, sospeso dall’incarico proprio per le sue critiche a Pell. «La Commissione? È soltanto una questione di pubbliche relazioni, necessaria dopo gli scandali sulla pedofilia nel clero che hanno scosso i fedeli».

    «Durante il papato di Francesco la Chiesa cattolica non ha fatto nulla per eliminare gli abusi sui minori da parte del clero» ha spiegato due settimane fa Peter Saunders, ex vittima di un prete pedofilo che il papa aveva voluto nella nuova Commissione pontificia per la tutela dei minori, sospeso dall’incarico proprio per le sue critiche a Pell. «La Commissione? È soltanto una questione di pubbliche relazioni, necessaria dopo gli scandali sulla pedofilia nel clero che hanno scosso i fedeli».

    Tra parole e azioni la coerenza è sempre necessaria, soprattutto se gli anatemi vengono da un papa dichiaratamente riformista. Oggi le vittime dei sacerdoti australiani giunte a Roma grazie a una colletta per guardare in faccia il cardinale durante l’udienza in videoconferenza, hanno scritto una lettera al pontefice chiedendo di essere ricevuti, sperando che la Chiesa li «aiuti a sostenere e salvare le tante vittime che ancora non hanno parlato e che invece hanno bisogno di aiuto, per evitare altre morti premature».

    Sarebbe bello se Francesco li ricevesse, e comunicasse loro che anche Pell gli ha consegnato una lettera. Di dimissioni irrevocabili.

    http://www.dagospia.com/rubrica-29/cronache/bergoglio-fagli-pell-sotto-processo-vaticano-ora-fittipaldi-chiede-119815.htm

  • Preti pedofili, basta silenzi: Pell si dimetta

    Preti pedofili, basta silenzi: Pell si dimetta

    Francesco dall’inizio del pontificato ha duramente attaccato i sacerdoti pedofili. Eppure, nonostante le accuse di decine di vittime e quelle dei giudici australiani, il cardinale George Pell, braccio destro di Bergoglio finito nel mirino della Commissione d’inchiesta di Camberra, resta saldo sulla sua poltrona. Ma sul tema delicato della pedofilia non possono esserci tentennamenti. Né salvacondotti personali

    DI EMILIANO FITTIPALDI

    Papa Francesco non può più aspettare. Dopo le audizioni di questi giorni davanti ai giudici della commissione d’inchiesta del governo australiano sulla pedofilia, il cardinale George Pell – che Bergoglio stesso aveva chiamato nella Santa Sede tre anni fa – non può più rimanere sulla sua poltrona.

    Deve dimettersi subito, lasciando ad altri la guida del più importante ministero vaticano, quella Segreteria dell’Economia voluta da Bergoglio per fare trasparenza sui business vaticani. Nel caso non volesse fare un passo indietro, dovrebbe essere il pontefice, capo supremo della curia, a muoversi di conseguenza. Senza aspettare – come suggerisce qualche suo consigliere – che Pell compia 75 anni, età in cui formalmente gli alti prelati devono rimettere il mandato.

    Stavolta il tempo è scaduto prima, ed ulteriori mediazioni metterebbero gravemente a rischio l’immagine del Papa rivoluzionario e inflessibile, nemico giurato dei maniaci che infestano la Chiesa.

    Il tema della pedofilia, riportato alla ribalta dal caso Pell (di cui “L’Espresso” si è più volte occupato in infelice solitudine) e dell’Oscar a “Spotlight” come miglior film (che narra le gesta dei giornalisti del Boston Globe che nel 2002 scoperchiarono lo scandalo dei sacerdoti pedofili della loro città), è troppo delicato, e non può essere gestito con le solite prudenze vaticane tanto invise a Bergoglio.

    Pell è infatti accusato da decine di sopravvissuti di gravi nefandezze. Su tutte quella di aver protetto preti pedofili, mostri seriali che hanno violentato decine di bambini, non denunciandoli subito e permettendo il loro spostamento in altre diocesi. Il cardinale è stato accusato da una vittima di aver tentato di comprarlo. Da molte altre di aver creato, quando era vescovo a Melbourne, un sistema per difendere le finanze della Chiesa, a danno delle richieste risarcitorie degli abusati. «Un sistema progettato per controllare le vittime, contenere gli abusi e proteggere la Chiesa», ha spiegato la ricercatrice e editorialista Judy Courtin, che insieme a molti altri osservatori considera le azioni dell’australiano volte a «minimizzare i reati, occultare la verità, manipolare, intimidire e sfruttare le vittime».

    Pell è stato definito un «sociopatico» da più di un sopravvissuto, mentre la relazione preliminare dei giudici della Royal Commission pubblicata qualche mese fa ha già spiegato che il cardinale «non si è comportato da buon cristiano». Il prelato ha perfino paragonato un anno fa la Chiesa a un’azienda di autotrasporti, affermando che «non è colpa di una ditta se il camionista molesta le autostoppiste».

    Al netto degli scandali e dei lussi sfrenati che hanno colpito Pell dopo la pubblicazione di alcune inchieste che ho pubblicato sull’Espresso, la sua posizione è indifendibile. Francesco è stato il primo pontefice ad autorizzare l’arresto di un alto prelato per reati sessuali su bambini, monsignor Josef Wesolowski, morto prima dell’inizio del processo. Un appeasement o ulteriori tentennamenti sul caso Pell, suo uomo di fiducia, sarebbe un errore, ancor più grave della nomina del porporato di Ballarat a numero tre del Vaticano. Uno sbaglio che confermerebbe i preconcetti dei critici – soprattutto anglosassoni – che da mesi attaccano il soglio petrino.

    «Durante il papato di Francesco la Chiesa cattolica non ha fatto nulla per eliminare gli abusi sui minori da parte del clero» ha spiegato due settimane fa Peter Saunders, ex vittima di un prete pedofilo che il papa aveva voluto nella nuova Commissione pontificia per la tutela dei minori, sospeso dall’incarico proprio per le sue critiche a Pell. «La Commissione? È soltanto una questione di pubbliche relazioni, necessaria dopo gli scandali sulla pedofilia nel clero che hanno scosso i fedeli».

    Tra parole e azioni la coerenza è sempre necessaria, soprattutto se gli anatemi vengono da un papa dichiaratamente riformista. Oggi le vittime dei sacerdoti australiani giunte a Roma grazie a una colletta per guardare in faccia il cardinale durante l’udienza in videoconferenza, hanno scritto una lettera al pontefice chiedendo di essere ricevuti, sperando che la Chiesa li «aiuti a sostenere e salvare le tante vittime che ancora non hanno parlato e che invece hanno bisogno di aiuto, per evitare altre morti premature».

    Sarebbe bello se Francesco li ricevesse, e comunicasse loro che anche Pell gli ha consegnato una lettera. Di dimissioni irrevocabili.

    http://espresso.repubblica.it/inchieste/2016/03/02/news/pedofilia-francesco-licenzi-pell-1.252399
  • Il caso Spotlight, un prete confessa: “Avevo la nausea durante il film”

    Il caso Spotlight, un prete confessa: “Avevo la nausea durante il film”

    “Il caso Spotlight” di Tom McCarty ha vinto l’Oscar come miglior film alla 88esima edizione degli Academy Awards. Racconta l’inchiesta svolta da un gruppo di giornalisti del Boston Globe, che ha portato alla luce un vasto scandalo di pedofilia nella Chiesa. E ora questa pellicola sta scuotendo la comunità cattolica mondiale: molti sacerdoti e molti fedeli condannano gli abusi coperti dall’istituzione ecclesiastica. “Un film choccante, ma necessario”, dicono.

    E così padre Amar, sacerdote della diocesi di Versailles, ha confessato: “Sono andato a vedere questo film con l’abito sacerdotale. Ma non mi sentivo affatto a mio agio. Durante il film avevo la nausea perché la Chiesa è la mia famiglia. Ho pianto alla fine, ma la mia sofferenza non è nulla rispetto a quella delle vittime di pedofilia. Sono fatti abominevoli, una vergogna immane per la Chiesa”, ha detto il prete a una radio locale francese.

    Per l’Osservatore Romano non è un film anticattolico – “Non è un film anticattolico”. Così l’Osservatore Romano ha commentato, a firma di Lucetta Scaraffia e con richiamo in prima pagina, l’Oscar assegnato al “Caso Spotlight” sullo scandalo dei preti pedofili scoperchiato nel 2001 dal Boston Globe. “Spotlight, che ha vinto l’Oscar, ha una trama avvincente. E non è un film anticattolico, come anche è stato scritto, perché riesce a dare voce allo sgomento e al dolore profondo dei fedeli davanti alla scoperta di queste orribili realtà. Certo, nel racconto non viene dato spazio alla lotta lunga e tenace che Joseph Ratzinger, come prefetto della Congregazione per la dottrina della fede e come Papa, ha intrapreso contro la pedofilia nella Chiesa. Ma in un film non si può dire tutto, e le difficoltà che ha incontrato Ratzinger non fanno che confermare la tesi del film, e cioè che troppo spesso l’istituzione ecclesiastica non ha saputo reagire con la necessaria determinazione di fronte a questi crimini”, scrive la storica sul quotidiano della Santa Sede. “Certo, e lo sappiamo tutti, i bambini sono esseri indifesi, e quindi vittime privilegiate di abusi anche nelle famiglie, nei circoli sportivi, nelle scuole laiche. Gli orchi non portano esclusivamente la veste talare. La pedofilia non deriva necessariamente dal voto di castità. Ma ormai è chiaro che nella Chiesa troppi si sono più preoccupati dell’immagine dell’istituzione che non della gravità dell’atto”. Per Scaraffia, “il fatto che dalla cerimonia degli Oscar sia venuto un appello a Papa Francesco perché combatta questo flagello deve essere visto come un segnale positivo: c’è ancora fiducia nell’istituzione, c’è fiducia in un Papa che sta continuando la pulizia iniziata dal suo predecessore già come cardinale. C’è ancora fiducia in una fede che ha al suo cuore la difesa delle vittime, la protezione degli innocenti”.

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  • La pedofilia di Santa Madre Chiesa 2 PRIVATO

    La pedofilia di Santa Madre Chiesa 2 PRIVATO

    «Lui si è spostato davanti a me e mi ha sfilato una gamba dei calzoni. Non riuscivo a muovermi. Ero sotto shock. Lui si era messo a pregare e io lo seguivo. Tremavo. Non ero in grado di reagire.» Chinandosi sul corpo del ragazzo, padre Geoghan gli praticò sesso orale. « D’improvviso Geoghan balzò in piedi. Un prete spalancò la porta e cominciò a urlare: “Jack, non ti avevamo detto di non farlo più, qui?”»

    Partendo da testimonianze come questa, tra il 2001 ed il 2002, lo Spotlight Team, la squadra di giornalisti investigativi del Boston Globe, ricostruì una rete, impressionantemente vasta, di storie di bambini ed adolescenti, appartenenti a diverse parrocchie, che avevano subito molestie o stupri da parte degli stessi preti, nell’area metropolitana di Boston.

    L’inchiesta, ricostruita nel film da Oscar Il caso Spotlight e vincitrice del Premio Pulitzer nel 2002, ha rivelato l’esistenza di un consolidato sistema di connivenza, omertà, insabbiamento da parte dei vescovi e totale mancanza di protezione e moralità nei confronti delle vittime: gli abusi sessuali in America erano una prassi frequente e addirittura documentata, di cui i vertici di ciascuna diocesi erano a conoscenza

    La realtà ha faticato tanto ad emergere, perché i vescovi hanno volutamente adottato una politica di segretezza. Di fronte alle denunce di violenza o molestie sessuali da parte delle famiglie delle vittime, hanno optato quasi sempre per il patteggiamento. Questo rito, alternativo al dibattimento, consente che la discussione si svolga a porte chiuse, in segreto, tra accusa e difesa e che la causa non divenga di pubblico dominio e che i relativi documenti non siano accessibili a nessuno. Il patteggiamento, seguendo una logica premiale, si configura come l’offerta di una soluzione rapida e al ribasso, garantendo al colpevole una pena inferiore e alle vittime risarcimenti più bassi, rispetto a quelli ottenibili, optando per il rito ordinario.

    Ma non è tutto: era talmente forte l’influenza delle istituzioni ecclesiastiche su quelle americane, che i fascicoli dei pochi casi discussi pubblicamente in tribunale, sui quali misero le mani i giornalisti di Spotlight, erano vuoti! Fatti sparire, benché dovessero essere pubblici e consultabili. Che la Chiesa volesse evitare uno scandalo è, facendo un grande sforzo, comprensibile. Quel che non è affatto condivisibile è che non abbia tempestivamente messo fine ad una prassi così indecente, consentendo che gli abusi si perpetrassero periodicamente.

    Ad onor del vero, i vescovi presero dei provvedimenti disciplinari contro i preti accusati di pedofilia. Lo schema seguito in ogni diocesi era il medesimo: ricovero per un periodo più o meno breve in istituti psichiatrici, spesso interni alla Chiesa,seguito da un trasferimento in altre sedi. Ovviamente con la raccomandazione di tenersi alla larga dai bambini. La strategia si rivelò inefficace. In un rapporto confidenziale sull’abuso di minori, destinato alla Conferenza episcopale americana, redatto nel 1985 da T. P. Doyle, specialista di diritto canonico, M. R. Peterson, psichiatra, e dall’avvocato F.R. Mounton (difensore del reverendo Gauthe, accusato di molestie a danno di undici bambini), si legge: «la recidiva è talmente alta nei soggetti pedofili che tutti gli studi dimostrano che da soli i modelli di assistenza psicologica o psichiatrica ambulatoriale NON FUNZIONANO […] la pedofilia è una patologia cronica per la quale al momento NON ESISTE SPERANZA DI CURA». (Le scritte in maiuscolo sono una apposita scelta dei redattori). Ah, per inciso, uno dei principali propugnatori del rapporto fu Bernard Law, esattamente il cardinale che coprì tutti gli abusi denunciati da Spotlight.

    Rachel McAdams, Mark Ruffalo, Brian d’Arcy James, Michael Keaton and John Slattery play Boston Globe journalists in the film, Spotlight.

    Una scena de “Il caso Spotlight” (www.salteditions.it)

    Nonostante la soluzione adottata fosse fallimentare, i vescovi non cambiarono metodo per affrontare il problema. Le istituzioni ecclesiastiche erano a conoscenza dell’impossibilità di guarigione: nel 2002 l’istituto psichiatrico di Hartford, che ebbe in cura alcuna preti pedofili, accusò le autorità ecclesiastiche di aver ignorato le raccomandazioni cliniche degli psichiatri, restituendo al ministero sacerdoti che non persero tempo a commettere nuovi abusi, appena tornati in servizio.

    L’inchiesta del Boston Globe innescò un effetto domino: non erano solo i vescovi statunitensi a coprire e lasciar agire, quasi indisturbati, i preti pedofili sottoposti alla loro autorità. Ben presto si levarono voci di denuncia anche in Canada, Australia, Nuova Zelanda ed infine Europa.

    Il coraggio delle vittime e il ricorso ai tribunali non è sufficiente. Di fronte a un simile marasma delle istituzioni ecclesiastiche, è doveroso un profondo intervento riformatore.

    Come ha reagito la Chiesa? O meglio: ha reagito?

    La gran parte dei reati di pedofilia denunciati dal Boston Globe si è verificata durante il pontificato di papa Wojtyla. Ecco un elenco delle ammirevoli contromisure da lui adottate: silenzio. Nulla da ridire. Fu una scelta ottimale, perfettamente consona al modo d’agire delle autorità ecclesiastiche nordamericane. Solo quattro anni prima della sua morte, inviò una e-mail alle chiese cattoliche di tutto il mondo, per chiedere perdono per gli abusi dei sacerdoti.

    Per valutare in termini di umanità ed utilità il gesto di Giovanni Paolo II, è sufficiente tener presenti i costi umani degli abusi perpetrati per anni dai medesimi sacerdoti. Fatte salve le poche vittime che hanno avuto il coraggio di reagire o che hanno operato una rimozione psicologica dell’evento, i più sono cascati nel tunnel dell’alcool o della droga. Altri si sono suicidati. Per calpestare ulteriormente la dignità delle vittime, Wojtyla offrì una dignitosa fine alla carriera, rovinosamente precipitata, del (ex papabile) cardinale Law, nominandolo arcivescovo della basilica di Santa Maria Maggiore, a Roma. Le azioni del pontefice meritano di essere lodate per la lorocoerenza: in fondo, tra i suoi storici amici annoverava il reverendo Marcial Maciel Degollado, celebre per aver fondato il potente ordine religioso dei Legionari di Cristo, nonché per essere un pedofilo e violentatore seriale.

    L’onestà mi impone di rammentare che, nel 2001, Giovanni Paolo II promulgò il motu proprio “Sacramentorum sanctitatis tutela”. La legge attribuisce alla Congregazione per la dottrina della fede (CDF), ex Santa Inquisizione, la competenza a giudicare, nell’ambito dell’ordinamento canonico, una serie di delitti particolarmente gravi, tra cui quello di abusi sessuali su minorenni e soggetti deboli.

    Riletto alla luce delle Linee guida emesse dal Vaticano nel 2011 (pontificato Ratzinger), il procedimento inaugurato dal motu proprio sembra essere caratterizzato da una eccessiva discrezionalità: in primo luogo il vescovo deve vagliare la verosimiglianza dell’accusa. Se la ritiene tale, procede ad un’indagine preliminare, al termine della quale, se l’accusa risulta credibile, si chiede che il caso venga deferito alla CDF. Altrimenti l’intera documentazione dovrà essere secretata. Anche la CDF esercita un certo potere discrezionale: laddove non ritenga il caso talmente grave da riservarlo alla competenza del pontefice, può «dettando opportune norme, procedere a ulteriori accertamenti attraverso il proprio tribunale».

    Le misure canoniche applicabili consistono nella limitazione del ministero pubblico, talvolta escludendo i contatti con minori, o nella più grave dimissione dallo stato clericale. Su richiesta dello stesso chierico, può essere concessa, per il bene della Chiesa, la dispensa dagli obblighi inerenti allo stato clericale, incluso il celibato.

    L’intera procedura deve svolgersi «con il dovuto rispetto nel proteggere la riservatezza delle persone coinvolte e con la debita attenzione alla loro reputazione». Soprattutto quella del prete pedofilo: «dovrà essere adottata ogni idonea cautela intesa a evitare che quei provvedimenti pongano in pericolo la buona fama del chierico. Dei provvedimenti assunti, in particolare, non sarà necessario rendere pubblici i motivi, salvo che ne sussistano valide ragioni».

    Art. 30 del motu proprio: «Le cause di questo genere sono soggette al segreto pontificio». Però, nelle Linee guida si sollecita la collaborazione con le autorità civili. Eccellente forma di collaborazione il silenzio! Al di là del contrasto delle prescrizioni, i vescovi di Asia, America Latina e Africa si sono opposti al contenuto delle Linee guida, dichiarando di non voler riferire alla polizia locale le segnalazioni di abusi sessuali.

    Perché percorrere ancora la strada della segretezza? Risponde Monsignor Bertone: «Se un fedele non ha più nemmeno la possibilità di confidarsi liberamente, al di fuori della confessione, con un sacerdote, se un sacerdote non può fare lo stesso con il suo vescovo perché ha paura anche lui di essere denunciato, allora vuol dire che non c’è più libertà di coscienza». Scacco matto! Quando si chiama in causa la libertà di coscienza, si alzino le mani e si taccia. Soccomba pure la difesa della personalità del minore.

    Ma Bertone non ha neppure tutti i torti: l’art. 4 dell’Accordo di Villa Madama, firmato nel 1984 tra la Città del Vaticano e la Repubblica Italiana, per modificare i Patti Lateranensi, prevede che gli ecclesiastici non siano tenuti a dare ai magistrati o ad altre autorità informazioni su persone o materie di cui siano venuti a conoscenza per ragione del loro ministero.

    Wojtyla e Ratzinger hanno trattato i crimini di pedofilia solo come peccati: pensate che spretare un sacerdote sia una pena adeguata? È stato punito per il peccato. E il reato? La giustizia ecclesiastica non è quella dello Stato. E la vittima ha il diritto che il suo Paese la difenda.

    Benedetto XVI, il rinunciatario, aveva già abdicato alle sue responsabilità quando nel 2005 fu chiamato, dal Tribunale del Texas, a rispondere di cospirazione contro la giustizia. L’accusa si riferiva a quando, in qualità di prefetto della CDF, aveva coscientemente nascosto numerosi casi di pedofilia, come provano documenti da lui approvati e divulgati. In una lettera, Ratzinger cita un documento del 1962, il Crimen sollicitationis, che papa Giovanni XXIII inviò a tutti i membri della Chiesa, per dare precise direttive sui comportamenti da tenere, una volta venuti a conoscenza di molestie e abusi: «Quello che nel trattare queste cause deve essere curato e osservato in misura più grande è che le medesime si svolgano segretissimamente e che, dopo che siano state determinate e affidate ad esecuzione, siano vincolate da un perpetuo silenzio […] sotto pena di incorrere nella scomunica». Nel 2005 Ratzinger era già salito al soglio pontificio, per cui poté avvalersi dell’immunità diplomatica, in quanto capo di Stato, che George Bush gli concesse, per ragioni di politica estera. Leggasi: non voleva incrinare i rapporti col Vaticano.

    La svolta di Bergoglio?

    Solo con papa Bergoglio si respira vera aria di cambiamento: «Cose del genere non possono rimanere segrete: mi impegno a un’attenta supervisione, affinché i giovani siano protetti e tutti i responsabili siano tenuti a rispondere delle loro azioni.» Pochi mesi dopo la sua elezione, nel 2013, ha modificato il codice penale, inasprendo le pene previste per i reati di abuso sessuale sui minori e possesso di materiale pornografico, e nominato una commissione di consulenti che si occupi della questione.

    Ha dato una dimostrazione forte delle sue intenzioni di radicale riforma della Chiesa, sottoponendo a processo canonico e riducendo allo stato laicale l’arcivescovo Josef Wesolowski, accusato di aver abusato di bambini, nel corso dei cinque anni del suo mandato come ambasciatore nella Repubblica Dominicana. La morte per infarto gli ha risparmiato un processo penale dinanzi alla corte vaticana.

    La decisione di Papa Francesco è incredibilmente innovativa: Benedetto XVI riservò al reverendo Maciel Degollado (il suddetto amico di Wojtyla) un trattamento assai più blando, limitandosi ad estrometterlo da ogni ministero pubblico.

    Nel 2014, il Comitato ONU sui diritti dell’infanzia ha duramente criticato il Vaticano per aver adottato, fino ad ora, politiche e pratiche che hanno concesso ai preti pedofili di perpetrare gli abusi su decine di migliaia di bambini, restando impuniti, perché «difficilmente i casi sono stati riferiti alle autorità giudiziarie nei Paesi in cui sono stati commessi», a causa di «un codice del silenzio imposto a tutti i membri del clero, sotto la pena della scomunica».

    Ancora una volta il Papato ha tentato di difendere l’indifendibile, sostenendo di essere responsabile dell’applicazione della ratificata Convenzione sui diritti dell’infanzia solo entro i confini della Città del Vaticano e non nelle chiese del resto del mondo. Ha inoltre voluto rendere noto che, tra il 2004 e il 2013, ha privato delle funzioni sacerdotali 848 preti pedofili e sanzionato altri 2572.

    Nel giugno del 2015, papa Francesco ha introdotto il reato canonico di abuso d’ufficio episcopale, per i vescovi che hanno coperto o facilitato i preti colpevoli di abusi sessuali, ed ha autorizzato l’istituzione di un’apposita sezione della CDF, che giudichi i vescovi. Se veramente si avranno dei risultati concreti dal funzionamento di un simile tribunale, sarebbe la prima volta che la Chiesa intraprende contromisure giuridiche contro i principi della Chiesa, responsabili di aver alimentato quel sistema di connivenza, insabbiamento e reciproca copertura dei misfatti, che hanno rivelano il lato immorale dei santi pastori.

    Bergoglio si è dato «un periodo di cinque anni in vista di ulteriori sviluppi delle proposte presenti e per il completamento di una valutazione formale della loro efficacia».

    Ciò che più sconvolge dell’intera questione è questo: sapevano e non denunciavano. Anzi occultavano. Hanno abbandonato le vittime, ignorando i principi del cristianesimo stesso. Le hanno pagate per tacere, non hanno offerto il dovuto conforto. I vescovi, con la loro condotta omertosa, dovendo esercitare un controllo sui preti sottoposti alla loro autorità, sono responsabili tanto quanto chi ha direttamente commesso l’abuso. Ed anche di più, perché hanno consentito il perpetrarsi di un delitto, prevedibile e prevenibile, in un numero indefinito di casi. Indefinito perché non tutte le vittime, né i protettori dei carnefici vogliono uscire allo scoperto.

    Michela Tremolizzo

     

  • Pell, gli abusi e quella mentalità da cambiare

    Pell, gli abusi e quella mentalità da cambiare

    Pedofilia: emergono nuovi casi di vecchie coperture e omissioni negli Usa, mentre il cardinale Prefetto dell’Economia continua la sua deposizione. Le norme anti-pedofili ci sono, ma non bastano.

    ANDREA TORNIELLI – CITTÀ DEL VATICANO

    Mentre il meritato successo del film «Spotlight» sta riaccendendo i riflettori sulla nota triste vicenda delle coperture di cui hanno goduto per decenni i preti pedofili seriali in una delle diocesi più importanti degli Stati Uniti, quella di Boston, il cardinale George Pell, «ministro dell’Economia» vaticano, continua la sua deposizione a distanza di fronte alla Royal Commission del governo australiano. Nelle ultime ore nuove notizie da Oltreoceano: un report del gran jury reso noto ieri afferma che il vescovo emerito di Altoona-Johnstown, Joseph V. Adamec, e il suo predecessore James J. Hogan, hanno coperto abusi su minori avvenuti negli ultimi quarant’anni. I crimini di almeno cinquanta sacerdoti o religiosi coinvolti sarebbero stati «sistematicamente nascosti per proteggere l’immagine della Chiesa».

    Ancora ombre inquietanti che emergono dal passato e che raccontano sempre la stessa storia, la stessa che va in scena nel set della videoconferenza con la Royal Commission australiana: vescovi che sapevano e hanno taciuto per non creare scandalo. Preti pedofili seriali trasferiti di parrocchia in parrocchia senza che chi aveva il dovere di fermarli lo facesse. Una patina di silenzio, di omertà, di generale sottovalutazione. E, ciò che è peggio, una totale mancanza di sensibilità verso le vittime di questi «sacrifici diabolici», come li ha definiti senza mezzi termini nei giorni scorsi Papa Francesco sul volo di ritorno dal Messico.

    Ora, fino a questo momento non è emersa alcuna vera «pistola fumante» contro il cardinale Pell. Non ci sono testimonianze inconfutabili dalle quali emerga che l’uomo chiave delle finanze vaticane fosse a conoscenza degli abusi commessi da prete pedofilo seriale Gerald Ridsdale, e del fatto che questi venisse protetto e coperto dal vescovo di Ballart Ronald Austin Mulkearns.Pell, da sacerdote e collaboratore di Mulkearns, aveva preso parte a una riunione nel 1982, durante la quale si decise di trasferire per la sesta volta il pedofilo Ridsdale, ma continua a sostenere di essere stato all’oscuro delle vere ragioni del trasferimento, che il vescovo avrebbe tenuto per sé. «Non avevo ragione di volgere la mia mente al male che Ridsdale perpetrava», ha affermato il cardinale, suscitando la reazione indignata delle vittime, «non ero a conoscenza delle motivazioni del trasferimento». I giudici della Royal Commission su questo punto non appaiono troppo propensi a credergli, e affermano che «Pell non poteva non sapere»: affermazione destinata a rimanere debole dal punto di vista giuridico. Pell ha giurato sulla Bibbia di dire tutta la verità, ripete di non essere stato a conoscenza delle responsabilità di Ridsdale e finora non sono emerse evidenze in grado di smentirlo.

    Questi trascorsi e queste accuse non erano ignote alla Santa Sede. Non è un mistero che Benedetto XVI avesse pensato di richiamare il porporato australiano arcivescovo di Sidney a Roma già nel 2010, come Prefetto della Congregazione dei vescovi, il dicastero che collabora con il Papa per designare i pastori delle diocesi. Gli venne preferito il canadese Marc Ouellet anche a motivo di quei trascorsi, che pur in mancanza di accuse provate e precise avrebbero comunque reso complicato il suo ruolo di selezionatore delle nuove gerarchie ecclesiali.

    Ma l’assenza, fino a questo momento, di responsabilità precise non rende meno sconfortante il quadro che emerge e che va ben oltre la persona del cardinale Pell. Ancora una volta siamo messi di fronte a una realtà tremenda.Siamo di fronte a vescovi che, come nel caso di Mulkearns e ora dei due prelati statunitensi messi sotto accusa dal gran jury, invece di proteggere le vittime – bambini e bambine innocenti, violati nell’anima, «mangiati», segnati a vita da un peso insostenibile – hanno protetto i carnefici, permettendo di fatto a loro di continuare con i loro atti immondi.

    È noto, e viene ripetuto in queste ore, che la Chiesa ha preso coscienza con grave ritardo del fenomeno, ma ha fatto pulizia. Questo è vero se ci si riferisce alle norme, alle leggi. Benedetto XVI, che da cardinale aveva dovuto ingoiare più di qualche rospo in quanto impossibilitato ad agire come avrebbe voluto dalle coperture offerte dalla corte wojtyliana (il caso Maciel docet), dopo essere divenuto Papa ha stabilito una legislazione d’emergenza. Da questo punto di vista, come istituzione, la Chiesa cattolica, che pure non ha mai avuto né la triste esclusiva né il triste primato su questo fenomeno, ha agito con fermezza e determinazione.

    Ma c’è dell’altro. C’è altro che emerge dalle vicende di questi giorni, al di là delle responsabilità o delle mancate responsabilità personali di questo o di quel prelato. Le leggi e le norme non bastano, se non cambia la mentalità. Se i vescovi non comprendono che devono essere e comportarsi da padri innanzitutto per le vittime. Se non comprendono che il buon nome della Chiesa non si salva nascondendo, minimizzando, occultando. Si salva agendo, mettendo in condizione gli accusati di non nuocere in attesa di verificare la fondatezza delle accuse. Si salva manifestando paternità, vicinanza, accoglienza, assistenza alle vittime e alle loro famiglie. Non basta citare le statistiche, per affermare che la maggior parte degli abusi sui minori avviene in famiglia e che il fenomeno comunque interessa trasversalmente tante diverse comunità religiose.Papa Ratzinger ebbe il coraggio di presentare, attirandosi le critiche per lo più sommerse di molti sedicenti «ratzingeriani», il volto di una Chiesa «penitenziale», cosciente che il più grave e terribile attacco contro di essa arrivava dall’interno, dal peccato al suo interno, e non dagli attacchi esterni.

    Che la mentalità non sia ancora cambiata e che tanto lavoro ci sia ancora da fare lo dimostrano i fatti di cronaca. Per rimanere all’Italia, dove il clericalismo è mentalità radicata e dove si vorrebbe far credere che il fenomeno quasi non esista, basta citare il caso avvenuto lo scorso dicembre – non nel dicembre 1970! – in una diocesi del Sud e riportata dai giornali locali. Un prete è stato fermato dai carabinieri mentre si trovava in auto con un ragazzino. Si è scoperto che gli abusi andavano avanti da anni e che il sacerdote aveva da tempo presentato al vescovo le dimissioni dalla parrocchia. Sono state rese note intercettazioni telefoniche nelle quali si sente il vescovo, a conoscenza delle accuse e dell’indagine, rassicurare il prete. È vero, le norme di sono. C’è bisogno di vescovi che le applichino.

  • Pedofilia, una spina nel fianco per Papa Francesco

    Pedofilia, una spina nel fianco per Papa Francesco

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    La questione della pedofilia rischia di diventare una spina nel pontificato di Francesco. Bergoglio nei primi anni del suo papato ha imboccato una linea dura nei confronti degli abusi sessuali. Pochi mesi dopo la sua elezione (nel luglio 2013) ha inserito nel codice penale dello Stato vaticano i delitti contro i minori, sottoponendo alla giurisdizione penale tutti i membri della Curia romana e dell’amministrazione della Santa Sede.

    Appena informato delle accuse circostanziate rivolte al nunzio (ambasciatore) vaticano Jozef Wesolowski a Santo Domingo, lo ha richiamato a Roma e lo ha sottoposto ad un processo canonico, al termine del quale Wesolowski è stato spogliato del suo rango di arcivescovo e ridotto allo stato laicale. Di più: il pontefice ha ordinato l’arresto del prelato degradato e ha ordinato che fosse istruito contro di lui anche un processo penale con la partecipazione di una rappresentanza della stampa internazionale.

    La morte per infarto dell’ex nunzio polacco (nella notte fra il 27 e il 28 agosto 2015) gli ha evitato questa vergogna. Ma la svolta di Francesco a riguardo è stata radicale. Mai un arcivescovo, membro del corpo diplomatico della Santa Sede, era stato oggetto di una punizione così esemplare e pubblica. Per fare un paragone basti ricordare che in presenza dei crimini sessuali di Marcial Maciel, fondatore e capo dei Legionari di Cristo, Benedetto XVI lo aveva allontanato dalla guida del movimento e gli aveva imposto una vita appartata, ma non aveva avuto il coraggio di sottoporlo a processo.

    Francesco ha proseguito la sua opera di contrasto agli abusi, creando una commissione pontificia incaricata di elaborare nuove linee guida per la protezione dei minori. La commissione è presieduta dal cardinale di Boston Sean Patrick O’Malley, che nella sua diocesi funestata per decenni da preti predatori (come racconta con precisione il film Il caso Spotlight) aveva fatto una grande operazione di pulizia. A far parte della commissione – anche questa un’assoluta novità – sono state chiamate due vittime: l’irlandese Marie Collins, abusata a tredici anni da un prete, e l’inglese Peter Saunders che ha fondato nel suo paese la National Association for People Abused in Childhood, un’organizzazione di sopravvissuti all’abuso.
    Infine il papa argentino ha creato recentemente un tribunale speciale presso la Congregazione per la Dottrina della fede per giudicare l’“abuso di ufficio” di quei vescovi che non hanno dato seguito alle denunce di pedofilia loro pervenute. Un nuovo organismo, che in linea di principio dovrebbe permettere a ogni fedele in qualsiasi parte del mondo di portare in giudizio i vescovi insabbiatori o che rimangono inerti a fronte di segnalazioni di abusi.

    Inutile dire che tutta questa strategia in molta parte dell’apparato ecclesiastico, abituato da secoli all’omertà, non ha incontrato entusiastica approvazione né un concreto appoggio. Le difficoltà sono cominciate proprio con la commissione per la tutela dei minori. Nel marzo 2014 il pontefice aveva creato un organismo snello composto di otto persone: quattro donne e quattro maschi, quattro laici e quattro chierici. Il primo segno di resistenza da parte dell’apparato ecclesiastico a Roma e nel mondo è venuto dalle critiche che la commissione sarebbe stata troppo ristretta e non rispecchierebbe l’universalità della Chiesa. Così è stato perso un anno alla fine del quale la commissione è stata ampliata a 17 membri. Ma la battaglia più forte è divampata sul ruolo della commissione stessa. Tra quanti considerano l’organismo uno strumento per fare pulizia all’interno della Chiesa dei preti predatori ancora esistenti e dell’omertà episcopale e per portare alla luce crimini tuttora rimossi e quanti invece puntano a fare unicamente lavoro di prevenzione per il futuro, lasciando di fatto gli scheletri negli armadi.

    Simbolo e vittima di questa battaglia è Peter Saunders, che ha espresso forti critiche per l’inerzia della commissione oltre che su casi specifici come le accuse rivolte in Australia al cardinale George Pell di avere coperto preti pedofili quando era vescovo di Melbourne e Sidney, e per questo a febbraio scorso è stato estromesso dalla commissione con la singolare motivazione che “si prenderò un periodo di aspettativa per riflettere come egli possa contribuire nel modo migliore al lavoro (del gruppo)”. Al fondo c’è una questione cruciale, che costituisce la cartina di tornasole per giudicare la serietà o meno delle gerarchie ecclesiastiche nell’opera di contrasto agli abusi del clero: il problema delle denuncia alla magistratura. Marie Collins, membro della commissione e vittima, ha sempre dichiarato che si tratta di un “passo decisivo” (se la vittima è d’accordo).

    Ma su questo punto la resistenza di gran parte delle gerarchie ecclesiastiche di tutto il mondo è stata strenua e a tutt’oggi vincente. Tranne nei casi dove lo impone la legge del paese, la maggioranza degli episcopati mondiali non vuole sentire parlare di obbligo di denuncia. Tipico il caso della Conferenza episcopale italiana, che scantona affermando che il “vescovo non è pubblico ufficiale”.

    Il cardinale O’ Malley dinanzi a questo atteggiamento di sabotaggio radicato nell’apparato ecclesiastico è stato costretto a dichiarare che la denuncia alle autorità civili è un “obbligo morale”. Ma è troppo poco.
    L’atteggiamento di resistenza passiva alla strategia di tolleranza zero, che Francesco vorrebbe perseguire, si manifesta inoltre nella realizzazione pratica delle Linee-guida, che già Benedetto XVI aveva chiesto ad ogni conferenza episcopale di elaborare per contrastare efficacemente il fenomeno degli abusi.

    Ci sono paesi dove ogni anno si presentano rapporti che informano sullo stato della questione. Stati Uniti e Svizzera, per citarne alcuni. Ci sono paesi in cui c’è un vescovo incaricato dalla conferenza episcopale di seguire tutto il dossier-abusi a livello nazionale: per esempio in Germania. Ci sono paesi dove è stata creata una commissione di indagine indipendente: vedi l’Austria, dove agisce il cardinale Christoph Schoenborn. E dove sono stati elaborati criteri per i risarcimenti.

    C’è una massa di conferenze episcopali, al contrario, dove regna una voluta passività. L’Italia è in testa a questo esercito di inerti. La Cei non ha impegnato i vescovi a istituire in ogni diocesi centri di ascolto per le vittime. Non si pubblica nessun rapporto su quanto avviene (e molti casi di negligenza vengono segnalati costantemente dalle organizzazioni italiane di contrasto alla pedofilia). Non c’è nessun rappresentante ecclesiastico diocesano né nazionale a cui chiedere conto. Non c’è nessuna direttiva sui risarcimenti. Non c’è nessuna indagine sui crimini del passato ancora nascosti.

    La lotta su un aspetto essenziale del riformismo di papa Bergoglio si svolge su questo terreno. Ed è, dietro le quinte, una lotta accanita. Non a caso la lettera che un gruppo di vittime australiane ha inviato a Francesco, chiedendogli un incontro, accenna alla necessità di un “impegno in favore dei bambini del passato e dei bambini del futuro per attuare misure affinchè ciò non si ripeta mai più”. In altre parole, non è possibile parlare di prevenzione se non si indaga attivamente e non si scoperchiano i crimini del passato.

    E a proposito di passato, resta una ferita aperta il mancato incontro di Francesco in Messico con le vittime di Marcial Maciel, capo dei Legionari di Cristo. Papa Bergoglio ha già incontrato altre vittime in Vaticano e negli Stati Uniti. Tutte le vittime sono eguali, ma non tutte le vicende sono identiche. Il caso messicano è particolare, perché la denuncia degli episodi criminosi era arrivata direttamente in Vaticano ed aveva assunto la forma di un regolare procedimento di fronte alla Congregazione della Dottrina della fede, allora guidata dal cardinale Joseph Ratzinger. E lì, in spregio alla legge canonica, si era arenata. Per quanto si è potuto ricostruire Raztinger ha incontrato ostacoli a suo tempo nella Segreteria di Stato e nella segreteria personale di Giovanni Paolo II. Non si voleva toccare l’immagine di una organizzazione potente e influente come i Legionari di Cristo.

    Benedetto XVI, recandosi in Messico nel 2012, rifuggì dall’incontro che le vittime gli avevano chiesto. La loro richiesta di un colloquio con Francesco a Città del Messico nel febbraio scorso non ha avuto seguito. Ma il loro diritto ad un faccia a faccia con il pontefice resta. Perché si tratta di un insabbiamento avvenuto ai massimi livelli del Vaticano.

    http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/03/03/pedofilia-una-spina-nel-fianco-per-papa-francesco/2514943/

  • Il Vaticano vince l’Oscar per la pedofilia. Hollywood chiede ancora giustizia. Il cardinale Pell ammette “fatti tremendi”

    Il Vaticano vince l’Oscar per la pedofilia. Hollywood chiede ancora giustizia. Il cardinale Pell ammette “fatti tremendi”

    di Francesco Bonazzi

    In una delle scene più azzeccate del “Caso Spotlight”, il film sulla pedofilia nel clero americano che ha vinto l’Oscar, il cardinale di Boston convoca il nuovo direttore del locale Globe, ebreo e per questo sospettato di muoversi per pregiudizio religioso, e gli regala un catechismo per adulti. Insomma, lo invita a convertirsi e a non rompere le scatole. Eppure, anziché fare proselitismo in mondo tanto arrogante, sarebbe bastato aprire quel catechismo per ripassare alcuni concetti semplici e chiari: “Non commettere atti impuri” (sesto comandamento) e “Chi scandalizza anche solo uno di questi piccoli che credono in me, sarebbe meglio per lui che gli fosse appesa al collo una macina” (Matteo, 18,6). Le regole spesso ci sono già, basta rispettarle. E le regole negli Stati Uniti sono importanti. Da quelle parti barare e mentire sono crimini (da noi decisamente un po’ meno). Forse sarà per questo che lo scandalo della pedofilia dall’altra parte dell’Oceano è una ferita ancora aperta. Una ferita che ha prodotto un film molto bello come questo, scritto da Tom Mc Carthy e Josh Singer, e che ha costretto la Chiesa cattolica a rinnovarsi (e a svenarsi). La vicenda raccontata dal film è venuta fuori nel 2002 ed è stato grazie a un’inchiesta da manuale, di quelle come si facevano sulla carta stampata quando i giornalisti avevano il tempo di lavorare su un caso anche per diverse settimane.

    COPERTURE – Il Boston Globe, con un team di “inchiestisti” chiamato appunto “Spootlight”, riesce a inchiodare 90 sacerdoti dell’arcidiocesi e accusa il cardinalBernard Francis Law di aver coperto i preti pedofili. Alla fine Law verrà trasferito a Roma, dove fino al 2011 è stato arciprete della basilica di Santa Maria Maggiore. Non esattamente una diminutio. Ma si sa, la misericordia è una virtù. Il problema degli abusi sui minori nella Chiesa nord-americana, tuttavia, non riguardava solo il New England. Nel 2004, nel pieno degli scandali sulla pedofilia, la conferenza episcopale Usa affidò uno studio mirato al John Jay College of Criminal Justice della City University of New York per tentare di dare dei contorni più precisi al fenomeno. Ebbene, l’indagine confermò la fondatezza di 6.700 accuse nei confronti di 4.392 preti statunitensi tra il 1950 e il 2002, ovvero circa il 4% del totale. Gran parte dei casi erano stati maneggiati dalle varie diocesi nella massima segretezza, con risarcimenti diretti alle famiglie in cambio del silenzio totale. Ma dopo l’inchiesta del Boston Globe furono in molti a prendere coraggio e a uscire dall’ombra e dalla vergogna.

    SBANCATI – Qualche flash. La diocesi di Fairbanks, in Alaska, ha dovuto pagare un risarcimento a 150 vittime, per fatti avvenuto tra il 1950 e gli anni Ottanta, e alla fine ha dichiarato bancarotta. Per gli stessi motivi, ha finito per portare i libri in tribunale anche la diocesi di Milwaukee, nello stato del Wisconsin. Decine di casi sono emersi a Filadelfia, in Pennsylvania, e a Chicago la Chiesa ha patteggiato (o versato su condanna) circa 80 milioni di dollari, per un totale di circa 250 casi di pedofilia. A Los Angeles sono stati scoperti 113 sacerdoti, che nel 2007 sono “costati” alla loro diocesi la cifra-monstre di 660 milioni.

    LE SCUSE – Appena vinto l’Oscar, Michael Sugar, produttore de “Il caso Spotlight”, si è rivolto al Vaticano: “Papa Francesco, è ora di proteggere i bambini e di restaurare la fede”. Diciamolo, per la Chiesa di Roma questo film di enorme successo è un pugno nello stomaco perché riaccende i riflettori su uno scandalo planetario e riapre ferite ricucite a fatica e con esborsi di denaro notevoli. In ogni caso, è giusto ricordare che già due papi hanno risposto sulla pedofilia negli Usa. Ad aprile del 2008, Benedetto XVI andò a Washington in visita a George Bush e disse: “Proviamo una profonda vergogna e faremo tutto il possibile perché questi fatti non si ripetano più”. Quanto a Bergoglio, ha fatto cose impensabili fino a qualche anno fa. Lo scorso 27 settembre, a Philadephia, ha voluto incontrare alcune vittime di preti pedofili e poi ha arringato duramente i vescovi: “Sappiate che mi vergogno per questi abusi, Dio piange. E i responsabili dovranno renderne conto”. Poi, certo, l’industria del cinema americano non fa mai sconti al Vaticano, dal Padrino parte terza, ad Angeli e Demoni fino a questo Spotlight da Oscar, passando per i meno noti Philomena di Stephen Frears e il durissimo Dogma di Kevin Smith.

    L’ammissione di Pell. In Australia fatti tremendi

    di Giorgio Ferrini

    Nelle stesse ore in cui “Il Caso Spotlight” conquistava la statuetta dorata dell’Oscar per il miglior film, c’era un cardinale che deponeva proprio in un processo sui casi di pedofilia. Non è stato mediaticamente fortunato George Pell, scelto da Papa Francesco come suo ministro dell’Economia per dare un segnale di rinnovamento e trasparenza nelle segrete stanze vaticane, ma ancora inseguito dall’onda lunga degli scandali sessuali avvenuti quando guidava l’episcopato australiano. Scandali  che ovviamente non dispiacciono più di tanto ai suoi avversari tra le Mura leonine (vedi articolo a fianco). Pell, 75 anni a giugno, ha testimoniato in videoconferenza dall’Hotel Quirinale di Roma davanti alla Commissione d’inchiesta australiana sulla risposta delle istituzioni agli abusi sessuali su minori avvenuti negli anni Settanta e Ottanta. Si tratta della prima di quattro deposizioni, che andranno tutte in scena in questi giorni, a partire dalle 22. Subito dopo la seduta di esordio, il porporato si è fatto ricevere da Bergoglio, al quale ha spiegato la propria linea difensiva.

    MEA CULPA – Nella prima deposizione Pell non si è nascosto dietro a un dito. “La Chiesa cattolica ha commesso errori tremendi, ma sta lavorando per rimediare. Ha causato gravi danni in molti luoghi e ha deluso i fedeli”, ha ammesso l’ex arcivescovo di Melbourne e poi di Sydney, ora prefetto degli Affari economici del Vaticano. Dopo di che  ecco quasi uno slogan:  “Non sono qui a difendere l’indifendibile”. In quei giorni la Chiesa era “fortemente propensa” a prendere per buone le smentite degli abusi da parte di chi ne era accusato. L’istinto allora era più di “proteggere dalla vergogna l’istituzione”, ha continuato Pell, che ha tuttavia negato di aver avuto alcuna conoscenza delle malefatte dei preti pedofili che operavano nella diocesi di Ballarat, in cui era viceparroco e assistente del vescovo Ronald Mulkearns.

    TRASFERIMENTI – Alla sua prima deposizione hanno assistito 14 vittime di abusi sessuali. Il cardinale ha ammesso che la maniera in cui il prete pedofilo Gerald Ridsdaleè stato trasferito da una parrocchia all’altra, invece di essere denunciato alla polizia, è stata una “catastrofe” che gli ha consentito di continuare ad abusare di ragazzini. Ridsdale oggi è in carcere dopo essere stato condannato per 138 capi d’imputazione ai danni di ben 53 vittime. Che cosa c’entra con lui Pell? Solo una coincidenza: avevano condiviso l’alloggio quando erano giovani sacerdoti appena ordinati. Va detto che la modalità delle deposizioni è stata scelta per via delle condizioni di salute che  in questa fase non consentono a Pell di affrontare un lungo viaggio. Ma come ha raccontato Andrea Tornielli su Vatican Insider, il cardinale s’è comunque trovato in compagnia, visto che in albergo c’erano alcuni seminaristi australiani e una delegazione delle vittime che aveva organizzato una colletta per godersi la diretta italiana dell’audizione.
    Il ministro dell’Economia è divenuto sacerdote nel 1966 ed è diventato ben presto uno dei consiglieri di Mulkearns, accusato di aver sistematicamente insabbiato le denunce di pedofilia che toccavano  alcuni preti della sua diocesi. Non solo, l’ex vescovo avrebbe perfino nascosto dei documenti compromettenti, ovviamnente per il “buon nome” della Chiesa tutta. Va detto che invece a Pell viene solo addebitato di aver ospitato, in una zona dell’arcidiocesi della quale era responsabile, un sacerdote pedofilo. In Australia è però ritenuto da molti uno che “non poteva non sapere”,anche se lui ha sempre negato di essere stato a conoscenza tanto degli abusi quanto dei trasferimenti prudenziali di pedofili.

    Il Vaticano vince l’Oscar per la pedofilia. Hollywood chiede ancora giustizia. Il cardinale Pell ammette “fatti tremendi”