Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Scaricava file pedopornografici col pc della chiesa, monsignor Capella a processo in Vaticano

    Scaricava file pedopornografici col pc della chiesa, monsignor Capella a processo in Vaticano

    L’ex funzionario della nunziatura di Washington è accusato di pedopornografia con l’aggravante dell’ingente quantità. Avrebbe scaricato file con minori in atti sessuali mentre era in visita come diplomatico in Canada, usando il computer di una chiesa locale. Monsignor Capella è stato già arrestato nell’aprile scorso dalla Gendarmeria vaticana.

    Monsignor Carlo Alberto Capella, prelato italiano ex funzionario della nunziatura di Washington, sarà processato in Vaticano con la pesantissima accusa di detenzione e scambio di materiale pedopornografico dopo la scoperta di una grande quantità di materiale in suo possesso. Come rende noto la Sala Stampa della Santa Sede, infatti, “il Giudice istruttore presso il Tribunale dello Stato della Città del Vaticano ha notificato oggi all’imputato, al suo avvocato e al Promotore di Giustizia, la sentenza di rinvio a giudizio a conclusione della fase istruttoria del procedimento in corso a suo carico”. Monsignor Capella dovrà presentarsi in Tribunale nel pomeriggio di venerdì 22 giugno quando è fissata la data della prima udienza del processo a suo carico.

    Il Vaticano, nella nota, ricorda inoltre che “nella requisitoria del 30 maggio 2018 il Promotore di Giustizia, ritenendo sufficienti le prove acquisite, aveva chiesto che il giudice istruttore dichiarasse chiusa l’istruzione formale e disponesse con sentenza il rinvio a giudizio dell’imputato. II giudice Istruttore, ritenuta la giurisdizione dell’Autorità giudiziaria vaticana – perché il reato contestato riguarda fatti commessi da un pubblico ufficiale, anche se all’estero – ha dichiarato chiusa l’istruzione formale e ha rinviato a giudizio Monsignor Capella, con provvedimento del 7 giugno”. Al prelato viene contestato il reato di pedopornografia con l’aggravante dell’ingente quantità.

    L’inchiesta a carico di Monsignor Capella era partita a seguito di una segnalazione del Centro nazionale di coordinamento contro lo sfruttamento dei bambini della polizia canadese visto che il materiale sarebbe stato scaricato durante un soggiorno fatto in Canada nel dicembre 2016 e attraverso un computer di una chiesa locale. Le indagini poi erano culminate  in una prima richiesta di arresto da parte delle autorità canadesi e poi nella notifica di accertamenti da parte del Dipartimento Usa dove il diplomatico vaticano era in servizio. La vicenda però era emersa pubblicamente solo il 15 settembre del 2017 quando, al termine di una collaborazione tra le autorità giudiziarie vaticane e nordamericane, si è appreso che il promotore di giustizia vaticano aveva aperto un fascicolo nei confronti del diplomatico. Fascicolo che infine ha portato nell’aprile scorso all’arresto di Capella da parte della Gendarmeria vaticana, nelle cui celle si trova attualmente detenuto il monsignore.

    https://www.fanpage.it/scaricava-file-pedopornografici-col-pc-della-chiesa-monsignor-capella-a-processo-in-vaticano/

  • Vaticano: mons. Carlo Alberto Capella rinviato a giudizio per pedopornografia

    Vaticano: mons. Carlo Alberto Capella rinviato a giudizio per pedopornografia

    Il processo al prelato inizierà in Vaticano il 22 giugno alle 15.00 per detenzione e scambio di materiale pedopornografico con l’aggravante dell’ingente quantità “II Giudice Istruttore presso il Tribunale dello Stato della Città del Vaticano ha provveduto nella giornata odierna alla notifica all’imputato Mons. Carlo Alberto Capella, al suo avvocato e al Promotore di Giustizia, della sentenza di rinvio a giudizio a conclusione della fase istruttoria del procedimento in corso a suo carico”. Lo rende noto un  comunicato della Sala Stampa della Santa Sede.

    Il 22 giugno l’inizio del processo

    “II reato contestato a Mons. Capella è quello di pedopornografia nelle particolari fattispecie previste e punite dagli articoli 10 e 11 della legge n. VIII del 2013 (detenzione e scambio di materiale pedopornografico con l’aggravante dell’ingente quantità)”. La prima udienza del processo avrà luogo venerdì 22 giugno prossimo, alle ore 15.00. “Nella requisitoria del 30 maggio 2018 il Promotore di Giustizia, ritenendo sufficienti le prove acquisite, aveva chiesto che il Giudice Istruttore dichiarasse chiusa l’istruzione formale e disponesse con sentenza il rinvio a giudizio dell’imputato. II Giudice Istruttore, ritenuta la giurisdizione dell’Autorità giudiziaria vaticana – perché il reato contestato riguarda fatti commessi da un pubblico ufficiale, anche se all’estero – ha dichiarato chiusa l’istruzione formale e ha rinviato a giudizio Mons. Capella, con provvedimento del 7 giugno 2018”.

    In servizio presso la Nunziatura di Washington

    In servizio in Segreteria di Stato fino al 2015, Mons. Capella, di origine emiliana, era stato successivamente inviato come secondo segretario alla Nunziatura Apostolica a Washington. L’apertura di un fascicolo nei suoi confronti da parte del promotore di Giustizia risale al settembre 2017 in seguito ad una segnalazione del Dipartimento degli Stati Uniti e ad una precedente inchiesta e relativo ordine di arresto delle autorità del Canada dove il sacerdote aveva soggiornato.

    Il mandato di cattura

    Il 7 aprile scorso il Giudice Istruttore del Tribunale vaticano, al termine delle indagini e su proposta del Promotore di Giustizia, aveva emesso un mandato di cattura a carico del prelato, disponendone la detenzione in una cella della caserma del Corpo della Gendarmeria.

    https://www.vaticannews.va/it/vaticano/news/2018-06/carlo-alberto-capella-pedopornografia-vaticano-processo.html

  • Nasce ECA, l’associazione internazionale di cui è partner anche la Rete L’ABUSO

    Nasce ECA, l’associazione internazionale di cui è partner anche la Rete L’ABUSO

    Dal 4 all’8 di giugno si sono riuniti in un meeting a Bernex (Francia) i rappresentanti delle associazioni di tutto il mondo tra cui anche il Presidente della Rete L’ABUSO Francesco Zanardi. Il meeting aveva l’obbiettivo di creare un’associazione globale che connettesse tra loro le diverse realtà associative nazionali per permettere una una maggiore incisività nel contraso alla pedofilia clericale.

    Poche ore fa, in una conferenza stampa che si è tenuta a Ginevra i rappresentanti di 15 paesi in 4 continenti hanno annunciato la nascita di ECA Ending Clerical Abuse, un’istituzione a livello mondiale che pochi giorni fa, il 5 giugno si è presentata e accreditata anche alle Nazioni Unite.

    Tra i fondatori e i partner di ECA troviamo Adalberto Méndez López e Alberto Athie – Mexico, Alexandre Hezez, Françoise Devaux, Aymeri Suarez-Pazos, Jacques Nuoffer, Nadia Debbache – France, Anne Barret Doyle,, George Mead, Peter Isely, Timothy Law- USA, Benjamin Kitobo – Congo, Catalina Venegas, Jaime Concha, José Andrés Murillo, Juan Carlos Claret Pool – Cile, Denise Buchanan – Jamaica, Evelyn Korkmaz – Canada, Francesco Zanardi – Italia, Jean-Marie Fürbringer – Switzerland, Lieve Halsberghe – Belgium, Marek Lisinki, Michal Czykmicha – Polonia, Matthias Katsch – Germani, Miguel Hutado – Spagna, Nadia Debbache – Francia, Peter Saunders – Inghilterra, Sara Oviedo – Equador.

    Gli attivisti si sono presentati al mondo con questo video.

    Incontro dei partners di ECA con il rappresentante dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite Gianni Magazeni.

  • I presunti abusi del prete di Milano finiscono all’Onu e inguaiano l’Italia

    I presunti abusi del prete di Milano finiscono all’Onu e inguaiano l’Italia

    di Giorgio Gandola

    Adesso la macchia d’olio sulla tonaca è grande come il mare. E sporca anche l’Italia, che rischia l’incriminazione da parte delle Nazioni unite per favoreggiamento della pedofilia clericale. Il caso di don Mauro Galli, del presunto abuso sessuale nei confronti di un minore e dell’ambigua gestione da parte di Mario Delpini, oggi arcivescovo di Milano, ha assunto una dimensione internazionale. Ieri a Ginevra, nella sede dell’Onu, la vicenda è stata al centro di un forum sulla pedofilia del clero nel quale i testimoni di 23 Paesi del mondo hanno raccontato le loro tristi storie. Per l’Italia è stata ritenuta emblematica quella del sacerdote di Rozzano che alla fine del 2011 ha fatto dormire nel suo letto un ragazzo dell’oratorio dopo averlo confessato e in questi mesi è imputato in un processo per abusi in tribunale a Milano.

    Al culmine di un lungo e tormentato percorso durato tre anni che lo ha portato più volte sulla soglia dell’autodistruzione, il giovane ha trovato la forza di denunciare ai carabinieri gli accadimenti di quella notte attraverso la famiglia. E nel corso dell’inchiesta si è scoperto che don Mario Delpini, allora vicario episcopale di zona, e don Pierantonio Tremolada (allora responsabile dei giovani sacerdoti, oggi vescovo di Brescia) – pur sapendo due giorni dopo dei contorni di quella notte attraverso il racconto del parroco del paese, don Carlo Mantegazza – avevano deciso di non denunciare ai superiori, di non favorire l’apertura di un’indagine previa (invocata da papa Francesco) e semplicemente di trasferire il prete da Rozzano a Legnano, sempre a contatto con adolescenti. L’imbarazzante storia, stigmatizzata anche dall’arcivescovo Angelo Scola in una lettera ai genitori della vittima (“Mi scuso con voi per il comportamento maldestro dei miei collaboratori”), era a conoscenza del Vaticano nel 2017 quando il Pontefice decise di promuovere Delpini e Tremolada.

    Proprio questi aspetti sono stati al centro della puntuale narrazione davanti alla commissione Children rights connect delle Nazioni unite fatta da Francesco Zanardi, presidente dell’associazione Rete l’abuso, che ha ricostruito la vicenda sottolineando testimonianze, perizie, incongruenze con un denominatore comune: la volontà di salvaguardare l’immagine dell’istituzione ecclesiastica prima che riconoscere il trauma della vittima.

    “Il caso dimostra la continuità della linea omissiva della Santa Sede”, ha spiegato Zanardi davanti a rappresentanti di Stati Uniti, Messico, Francia, Cile, Canada, Svizzera, Germania, Inghilterra, Argentina, fra gli altri. “Nella lunga e complessa vicenda di don Galli si vede ben documentata la continuità dei tradizionali insabbiamenti delle denunce e la promozione degli insabbiatori”.

    Parole pesantissime che hanno scosso l’uditorio rispetto a una vicenda che potrebbe avere conseguenze anche per lo Stato italiano. Le Nazioni unite hanno formalmente confermato l’apertura di un’indagine di verifica nei confronti dell’Italia, che proseguirà per tutto il 2018 e si concluderà nel gennaio 2019, con un’ipotesi di reato molto imbarazzante: favoreggiamento della pedofilia clericale per condotte omissive del dovere di protezione dei minori dagli abusi del clero e violazione della convenzione Onu per i diritti del fanciullo.

    Nel febbraio scorso l’associazione Rete l’abuso aveva diffidato il governo italiano per una serie di omissioni d’atti d’ufficio nella ratifica di convenzioni internazionali sul delicatissimo tema.

    L’Onu è irritata con il Vaticano fin dal 2014, quando criticò una lettera circolare inviata alle conferenze episcopali di tutto il mondo perché dava “la precedenza alle procedure della legge canonica sulle procedure penali nazionali”. E chiesero agli uffici papali di “adottare regole chiare per l’immediata denuncia di tutti i casi sospetti alle autorità civili nazionali anche nei casi in cui le leggi nazionali non lo prevedono come obbligatorio”.

    A suscitare i maggiori sospetti sono le cosiddette “aree di immunità” o meglio di impunità. Quelle zone grigie nelle quali la sottovalutazione degli atti, l’omissione dei provvedimenti, la personalizzazione dei comportamenti al di fuori dei protocolli si trasformano in pelose complicità a salvaguardia dei colpevoli e a ulteriore sopraffazione delle vittime. Proprio per costruire un fronte comune nei confronti degli abusi sui minori, oggi a Ginevra nasce Eca (Ending clerical abuse), un’associazione mondiale con il compito di dare forza al grido di dolore.

    Eppure il motu proprio Come una madre amorevole firmato nel 2016 da papa Francesco è limpido come acqua di fonte: “I vescovi diocesani, gli eparchi e coloro che hanno responsabilità di una Chiesa particolare, devono impiegare una particolare diligenza nel proteggere coloro che sono i più deboli tra le persone loro affidate”. Ricordando che il diritto canonico già prevede la possibilità della rimozione dall’ufficio ecclesiastico “per cause gravi”, il Santo padre precisa: “Tra le dette cause gravi è compresa la negligenza dei vescovi nell’esercizio del loro ufficio, in particolare relativamente ai casi di abusi sessuali compiuti su minori e adulti vulnerabili”. Il caso milanese è aperto. E ora è l’Onu a chiedersi perché promossi invece che rimossi.

    (Trascrizione da La Verità, 7 giugno 2018)

  • Favoreggiamento alla pedofilia clericale, l’ONU indaga sull‘Italia

    Favoreggiamento alla pedofilia clericale, l’ONU indaga sull‘Italia

    Nella giornata di ieri il Presidente della Rete L’ABUSO Francesco Zanardi è stato ricevuto presso le Nazioni Unite di Ginevra dove insieme ad altri rappresentanti di associazioni di sopravvissuti arrivate da tutto il mondo, è stato ricevuto dai Funzionari della Commissione CRC (Children Right Connection) sollevando le problematiche del “caso italiano”.

    Nel febbraio del 2018, l’associazione Rete L’ABUSO, tramite il proprio avvocato Mario Caligiuri, aveva diffidato il Governo Italiano per una serie di gravi omissioni nella ratifica di convenzioni internazionali, diffida che aveva inviato anche al Comitato ONU per la tutela del fanciullo.

    Nella pre sezione di ieri le Nazioni Unite confermano l’apertura di una indagine di verifica nei confronti dello Stato Italiano, che proseguirà per tutto l’anno 2018 e che vedrà il suo report finale previsto per il 18 gennaio 2019.

    Nel frattempo saranno mesi di operoso lavoro per l’associazione italiana che si è formalmente fatta carico di inviare, presso la sede ONU di Ginevra, il maggior numero possibile di report sulla situazione italiana, sconosciuta alle Nazioni Unite e mai documentata dal nostro Governo.

    Un primo deposito di materiale italiano documenta la continuità della linea omissiva della Santa Sede, linea che è stata evidenziata in un report riguardante il caso di don Mauro Galli, emblematico perchè vede documentato ai giorni nostri la continuità dei tradizionali insabbiamenti delle denunce e la promozione degli insabbiatori.

    Vediamo infatti che i due protagonisti, mons. Mario Delpini ed il collega Pierantonio Tremolada, malgrado la Santa Sede sia da tempo al corrente delle accuse ben documentate nei loro confronti, lo scorso luglio, anzichè essere puniti come vuole la campagna di tolleranza zero avviata da papa Francesco, sono stati entrambi promossi, il primo a capo della diocesi piu grande d’Europa, quella di Milano, il secondo in quella di Brescia.

    L’incontro di ieri con i funzionari della Nazioni Unite fa parte di un meeting internazionale iniziato nel massimo riserbo il 4 giugno a Bernex (Francia), che terminerà il giorno 8 al quale oltre alla Rete L’ABUSO (Italia) partecipano i rappresentanti delle associazioni dei sopravvissuti agli abusi sessuali del clero arrivati da tutto il mondo tra cui Usa, Messico, Francia, Congo, Cile, Canada, Svizzera, Belgio, Polonia, Germania, Spagna, Inghilterra, Equador, Argentina.

    Ulteriori informazioni sul meeting saranno rilasciate domani in una conferenza stampa che si terrà alle ore 9 a Ginevra.

    Il Presidente Francesco Zanardi

    https://test.retelabuso.org/wp-content/uploads/2025/09/il-documentario-sugli-abusi-nelle-chiese-di-new-orleans-basato-su-un-reportage-del-guardian-vince-il-premio-piu-importante.webpwp-content/uploads/2025/12/3-3-di-preti-pedofili-grazie-alla-complicita-dello-stato-italiano-che-non-interviene-da-decenni-non-solo-sul-clero-video-integrale-della-conferenza-alla-stampa-estera.webpwp-content/uploads/2026/05/la-coppia-che-si-suicida-come-la-figlia-molestata-da-bambina-da-un-parente-lultima-intervista-al-papa-quelluomo-un-assassino.webpwp-content/uploads/2025/12/parte-da-savona-sabato-24-la-panchina-viola-liniziativa-italiana-di-sensibilizzazione-contro-gli-abusi-su-minori-e-persone-vulnerabili.webpwp-content/uploads/2026/01/il-vescovo-di-bilbao-riconosce-il-lavoro-di-el-pais-per-indagare-sulla-pedofilia-e-gli-sforzi-delle-vittime-per-denunciare.webpwp-content/uploads/2025/02/chiesa-e-pedofilia-la-condanna-del-card-pell-in-australia-lalto-prelato-mai-sfiorato-dalla-magistratura-ecclesiastica.webpwp-content/uploads/2025/02/domenica-15-a-celle-ligure-gianluigi-nuzzi-presenta-il-suo-ultimo-libro-inchiesta-peccato-originale-interverra-francesco-zanardi-presidente-della-rete-labuso.webpwp-content/uploads/2025/02/preti-pedofili-e-adulti-complici-il-corto-di-cammuso-illumina-la-sala-farina-gesti-orrendi-camuffati-da-abito-religioso.webp2019/02/28/relazione-onu-ita-comitato-per-i-diritti-del-fanciullo-2019/

  • Pedopornografia prete milanese arrestato dalla Gendarmeria vaticana

    Pedopornografia prete milanese arrestato dalla Gendarmeria vaticana

    Anche nella Bassa e nel Cremasco due casi che hanno visto sacerdoti accusati di pedofilia.

    Pedopornografia nel computer di un sacerdote milanese. Monsignor Alberto Capella è stato arrestato sabato dalla gendarmeria vaticana. Le accuse sono arrivate dagli Stati Uniti e dal Canada.

    Pedopornografia sul pc del sacerdote

    Sabato mattina, su proposta del Promotore di Giustizia, il Giudice Istruttore del Tribunale del Vaticano ha emesso un mandato di cattura a carico di monsignor Carlo Alberto Capella, ex funzionario della Nunziatura di Washington. Il provvedimento è stato eseguito dalla Gendarmeria Vaticana. L’imputato è detenuto in una cella della caserma del Corpo della Gendarmeria, a disposizione dell’autorità giudiziaria. L’arresto giunge al termine di un’indagine del Promotore di Giustizia per possesso di ingente materiale pedopornografico. Lo comunica la Sala stampa vaticana.

    La vicenda

    Nato a Carpi, in provincia di Modena, nel 1967 monsignor Alberto Capella è stato ordinato sacerdote nella diocesi di Milano. Cresciuto all’oratorio San Carlo di Rho ha sempre rivestito incarichi diplomatici. L’ultimo quello di funzionario della nunziatura pontificia a Washington, negli Stati Uniti. La vicenda parte però dal Canada. Proprio il dipartimento di giustizia americano notificò alla Santa Sede le accuse contro Monsignor Capella, immediatamente richiamato in Vaticano. Poco dopo anche il Canada emise un mandato di arresto nei confronti dell’uomo accusato di aver scaricato e diffuso materiale pedopornografico dal computer di una chiesa durante un soggiorno nel Paese, nel dicembre 2016. Sabato mattina, dopo le indagini l’arresto.

    Preti pedofili, il caso del cremasco don Inzoli

    Quando si parla di preti pedofili impossibile non pensare alla vicenda di don Mauro Inzoli. Il sacerdote cremasco ai vertici di Cl, meglio conosciuto con il nome di “Don Mercedes” è stato condannato il mese scorso in via definitiva per aver abusato di diversi minori giustificando il proprio comportamento con passi della Bibbia. Era già stato spogliato delle vesti sacerdotali  l’anno scorso e si trova ora in carcere a Bollate.

    Il covese don Zappella

    Il caso di Don Inzoli aveva suscitato clamore e interesse anche a livello internazionale . Ma anche la piccola Covo, nel cuore della Bassa Orientale, ha avuto il suo scandalo. Meno noto a livello nazionale il caso di don Francesco Zappella aveva suscitato parecchio clamore in Sudamerica. Tantissime le denunce arrivate contro il sacerdote covese dall’Uruguay, dove don Zappella gestiva una missione che si occupava anche di un orfanotrofio. Durante le indagini era spuntata anche una condanna a 14 mesi risalente al 1989, per atti di libidine violenti su due ragazzini con meno di 14 anni. Ai tempi Don Zappella era stato ammesso al Noviziato a Pinerolo, poi interrotto, ufficialmente per motivi di salute. Quattro mesi dopo però, nonostante la condanna, don Zappella era stato accolto nel seminario di Albegna, dove era diventato sacerdote. Il magistrato aveva però chiesto l’archiviazione per le accuse contro don Zappella in quanto, essendo trascorsi più di 10 anni dai fatti, i reati erano caduti in prescrizione.

    http://giornaleditreviglio.it/cronaca/pedopornografia-prete-milanese-arrestato-dalla-gendarmeria-vaticana/

  • STRAPPATO ALLE GRINFIE DELL’FBI – PER QUESTO IL MONSIGNORE PEDOFILO E’ STATO PRIMA TRASFERITO IN VATICANO E POI ARRESTATO

    STRAPPATO ALLE GRINFIE DELL’FBI – PER QUESTO IL MONSIGNORE PEDOFILO E’ STATO PRIMA TRASFERITO IN VATICANO E POI ARRESTATO

    STRAPPATO ALLE GRINFIE DELL’FBI – PER QUESTO IL MONSIGNORE PEDOFILO E’ STATO PRIMA TRASFERITO IN VATICANO E POI ARRESTATO: DA SEI MESI VIVE COME UN NABABBO DENTRO LE SACRE MURA – BECCIU ERA CONTRARIO AL RIENTRO: VOLEVA FARLO MARCIRE NELLE CARCERI AMERICANE

    Franca Giansoldati per il Messaggero

    Ingente materiale pedopornografico. Dietro quell’aggettivo ingente si celano migliaia e migliaia di file, filmati e fotografie ricevuti, scambiati e condivisi sul web. Bambini e ragazzini violati nell’anima, prima ancora che nel corpo. Monsignor Carlo Capella, il diplomatico del Papa, è stato arrestato ieri mattina dalla Gendarmeria e trasferito dal suo alloggio provvisorio, un bell’appartamento nel palazzo dei Penitenzieri, praticamente accanto a Santa Marta, in una cella situata dalla parte opposta del piccolo Stato pontificio, a ridosso delle mura michelangiolesche.

    Sei mesi fa quando il Dipartimento di Stato americano aveva comunicato alla Segreteria di Stato che un monsignore della Nunziatura a Washington aveva scambiato materiale pedopornografico infrangendo la legge rigorosissima sulla tutela dei minori, e che proprio per questo di lì a poco l’Fbi avrebbe proceduto al suo arresto, i vertici della Santa Sede decisero di avvalersi della prerogativa degli Stati sovrani richiamandolo di corsa a Roma. Il diplomatico era coperto dall’immunità. Una mossa politica che di fatto ha salvato monsignor Capella dalla giustizia d’Oltreoceano evitandogli un processo negli Stati Uniti o in Canada, dove sarebbero avvenuti gli scambi di materiale hot. Foto e filmati scabrosi aventi come oggetto bambini.

    LE INDAGINI

    CARLO CAPELLA

    I fatti risalgono al periodo di Natale del 2016 quando Capella si recò come ospite in una parrocchia dell’Ontario. La polizia canadese alle prese con una gigantesca operazione contro la pedofilia, arrivò ad individuare nella rete dei pedofili uno dei computer parrocchiali e determinare gli accessi utilizzati, fino ad arrivare a formulare precise accuse sul numero due della Nunziatura americana.

    Monsignor Capella, cinquant’anni, consigliere di prima classe negli Usa era un personaggio di spicco. Tra i suoi compiti in nunziatura aveva anche il delicatissimo incarico di sistemare le future nomine dei vescovi, scegliendo o scartando i candidati all’episcopato. Praticamente una debacle per l’intera struttura vaticana. A settembre la decisione richiamarlo in Vaticano – come era sempre stato fatto anche in passato per altre vicende giudiziarie – finì ripercorrere la solita prassi e salvaguardare le prerogative dello Stato.

    In quei giorni il Sostituto alla Segreteria, monsignor Angelo Becciu, si trovava fuori Roma per il periodo di vacanze estivo. Non fu lui a decidere. Anzi pare non fosse proprio d’accordo sulla linea del rientro. Dal Vaticano fu così pubblicato un comunicato (privo del nome del prelato) che confermava la notifica del Dipartimento di Stato americano per via diplomatica e la possibile violazione delle norme sulla pornografia minorile. In quelle poche righe si aggiungeva che era stata aperta una indagine, naturalmente top secret perché la trasparenza del tribunale vaticano si è dimostrata regolarmente assente.

    MONSIGNOR BECCIU

    I vescovi americani qualche giorno dopo – choccati per questa vicenda, chiesero al Papa spiegazione sul perché un indagato per pedo pornografia fosse stato richiamato a Roma. «Questa è una questione serissima. Speriamo che la Santa Sede possa fare una investigazione trasparente in conformità alle leggi che proteggono i minor» aveva detto il cardinale Daniel Di Nardo, presidente della conferenza americana, non nascondendo la propria preoccupazione.

    Il possesso di materiale pedo pornografico è considerato un crimine canonico dalla Chiesa. Papa Ratzinger prima e successivamente Papa Francesco hanno inasprito le pene per chi detiene o scambia foto pornografiche con minori. Le pene prevedono anche la dismissione allo stato laicale del prete. Cosa che però non sempre viene fatta valere.

    KARADIMA

    Il caso del pedofilo seriale del Cile, Karadima, è un esempio che sta scuotendo le coscienze in America: nonostante gli abusi riscontrati l’ottuagenario sacerdote vive in una casa di riposo alle porte di Santiago del Cile, celebrando la messa ogni mattina. Capella ora dovrà presentarsi in tribunale. In questi sei mesi ha potuto vivere senza alcuna restrizione in Vaticano, ricevendo la visita di tanti amici sacerdoti e anche di alcuni cardinali molto in vista.

    http://www.dagospia.com/rubrica-3/politica/strappato-grinfie-dell-rsquo-fbi-ndash-questo-monsignore-171078.htm

  • Vaticano, arrestato per possesso di pedopornografia l’ex consigliere a Washington monsignor Capella

    Vaticano, arrestato per possesso di pedopornografia l’ex consigliere a Washington monsignor Capella

    di Francesco Antonio Grana – Monsignor Carlo Alberto Capella, l’ex consigliere diplomatico a Washington, è stato arrestato dalla Gendarmeria Vaticana. Su di lui pesa la pesante accusa di pedopornografia. “Questa mattina – si legge in un comunicato della Santa Sede – su proposta del Promotore di Giustizia, il Giudice Istruttore del Tribunale dello Stato della Città del Vaticano ha emesso un mandato di cattura a carico di Mons. Carlo Alberto Capella. Il provvedimento è stato eseguito dalla Gendarmeria Vaticana. L’imputato – precisa ancora la nota – è detenuto in una cella della caserma del Corpo della Gendarmeria, a disposizione dell’autorità giudiziaria. L’arresto giunge al termine di un’indagine del Promotore di Giustizia”.

  • Nativi canadesi, il genocidio dimenticato

    Nativi canadesi, il genocidio dimenticato

    scritto da MARCO CINQUE – Quando si parla delle popolazioni native americane, si dimentica quasi del tutto che molte di queste, oltre che negli Stati Uniti si trovano in Canada, anche se distribuite in comunità più piccole e meno conosciute. Dello stesso Canada poi, nell’immaginario collettivo, si ha un’idea stereotipata di paese molto rispettoso dei diritti umani e civili, ma nella realtà questi diritti non valgono granché per i popoli aborigeni.

    Lo testimoniano le politiche di assimilazione forzata imposte ai bambini indigeni, strappati alle loro famiglie e internati in un sistema di scuole religiose, le boarding schools, istituite sin dagli inizi del Novecento, dove vennero internati circa centocinquanta mila bambini, tra i quali persero la vita più del quaranta per cento, come riportava, nel 1907, la testata quotidiana Montreal Star. Un vero e proprio genocidio, stimato in più di cinquanta mila bambini deceduti in quelle scuole.

    Ma da quando la tragedia delle violenze, delle sterilizzazioni, degli stupri e degli omicidi di bambini indigeni nelle scuole residenziali religiose canadesi (su 118 residential schools, 79 erano cattoliche romane e dipendevano direttamente dalla Santa Sede) è stata resa pubblica, si sono espressi dubbi, ipotizzando una campagna di disinformazione o considerando la denuncia alla stregua di una strumentale esagerazione giornalistica: come si possono definire questi crimini, sempre che ci siano stati, addirittura un genocidio? E com’è stato possibile che nessuno tra religiosi, famiglie delle vittime e istituzioni, in tanti anni non abbiano mai denunciato le torture e gli omicidi perpetrati ai danni di decine di migliaia di bambini indiani?

    Basta approfondire molti aspetti del vecchio sistema legislativo canadese per avere le idee più chiare.

    Ad esempio, la Federal Indian Act del 1874, tutt’ora in vigore, ribadisce l’inferiorità legale e morale degli indigeni ed ha istituito il sistema delle scuole residenziali. Poi la Gradual Civilization Act del 1857, legge che obbligava le famiglie indigene a firmare un documento che trasferiva alle scuole residenziali cristiane i diritti di tutela dei loro figli. Se ci si rifiutava c’era l’arresto immediato oltre a sanzioni economiche.

    Ma il trasferimento legale dei diritti di tutela dei minori si trasformava anche in trasferimento dei beni dei bambini deceduti, così le scuole residenziali hanno lucrato su quelle morti, appropriandosi di terre che poi rivendevano soprattutto alle multinazionali del legname.

    Sono molte le voci dei superstiti delle residential school, che raccontano gli orrori subiti.

    Testimoniava Steven H., dalla St Paul’s Catholic day School:

    Quando avevo sei anni, proprio davanti ai miei occhi vidi una suora ammazzare una bambina. Era suor Pierre, ma il suo vero nome era Ethel Lynn. La bambina che uccise si chiamava Elaine Dik e aveva cinque anni. La suora la colpì con violenza dietro il collo e io udii quell’orribile schiocco. Morì proprio dinanzi a noi. Poi la suora ci disse di scavalcarne il corpo e andare in classe. Era il 1966.

    O ancora le parole di Rick La Vallee, che del suo trauma ricorda:

    Mio fratello morì a causa di una scossa elettrica data da un ago da bestiame. Aveva quattro anni, i preti lo trascinarono e lo ferirono, gli tagliarono la pelle sotto la fronte con una frusta. Come la frusta dei cavalli. Era tagliente e aveva sopra delle lame. Io ero lì, lo sentivo gridare aiuto. Subito dopo c’era un mare di sangue sul pavimento, ma non lo portarono all’ospedale, in infermeria o altrove, e quello accadde allora, quando ero lì. Lo sento ancora che grida aiuto: “Rick, aiuto, mi stanno torturando! Sto morendo!”. E poi morì. Era il mio unico, il mio miglior amico e il mio unico fratello che ho sempre amato.

    Nella British Columbia, la Sterilization Law, approvata nel 1933 e tuttora attiva, ha consentito di far sterilizzare in maniera massiccia e pianificata qualsiasi ospite nativo delle scuole residenziali.

    Le sterilizzazioni sono state di frequente attuate nei confronti di interi gruppi di bambini indigeni quando questi avevano raggiunto la pubertà, in istituti quali la Provincial Training School di Red Deer, in Alberta, ed il Ponoka Mental Hospital. Sarah Modeste, della Cowichan Nation, ricorda:

    Il dottor James Goodbrand sterilizzò molte delle nostre donne. Ho sentito personalmente Goodbrand dire che il governo lo pagava trecento dollari per ogni donna che sterilizzava.

    Probabilmente è proprio grazie a queste leggi che, all’interno delle scuole religiose, la certezza dell’impunità ha permesso che degli orrendi crimini venissero considerati semplici effetti collaterali di quel sistema.

    Secondo un rapporto del dottor Peter Bryce, una buona parte delle morti dei bambini nativi nelle scuole residenziali avvenne a causa della tubercolosi. Era pratica corrente, documentata anche da un repertorio di immagini fotografiche, mescolare deliberatamente bambini sani a bambini malati. Una volta infettatati, agli ospiti degli istituti non venivano fornite cure ed erano lasciati morire.

    Già dal secondo decennio del secolo scorso i giornali canadesi affermavano che il tasso di mortalità dei bambini indigeni nelle boarding schools era superiore al cinquanta per cento di quanti erano obbligati a frequentarle, cioè più di un bambino su due in quelle scuole ci moriva.

    In molti erano coinvolti, ad ogni livello istituzionale, in queste terribili violazioni.

    Dai fascicoli riservati del tribunale dell’Ihraam, contenenti le dichiarazioni di fonti confidenziali, emerse che:

    Una sorta di accordo sulla parola fu in vigore per molti anni: le chiese ci fornivano i bambini dalle scuole residenziali e noi incaricavamo l’Rcmp di consegnarli a chiunque avesse bisogno di un’infornata di soggetti da esperimento: in genere medici, a volte elementi del dipartimento della difesa. I cattolici lo fecero ad alto livello nel Quebec, quando trasferirono in larga scala ragazzi dagli orfanotrofi ai manicomi. Lo scopo era il medesimo: sperimentazione. A quei tempi i settori militari e dell’intelligence davano molte sovvenzioni: tutto quello che si doveva fare era fornire i soggetti. I funzionari ecclesiastici erano più che contenti di soddisfare quelle richieste. Non erano solo i presidi delle scuole residenziali a prendere tangenti da questo traffico: tutti ne approfittavano, e questo è il motivo per cui la cosa è andata avanti così a lungo; essa coinvolge proprio un sacco di alti papaveri.

    Gli esperimenti sui bambini nativi sono stati confermati dalle testimonianze di altri sopravvissuti, come quella di Jasper Jospeh, che denunciava:

    Avevo soltanto otto anni, e ci avevano mandato dalla scuola residenziale anglicana di Alert Bay al Nanaimo Indian Hospital, quello gestito dalla Chiesa Unitaria. Lì mi hanno tenuto in isolamento in una piccola stanza per più di tre anni, come se fossi un topo da laboratorio, somministrandomi pillole e facendomi iniezioni che mi facevano star male. Due miei cugini fecero un gran chiasso, urlando e ribellandosi ogni volta. Così le infermiere fecero loro delle iniezioni, ed entrambi morirono subito. Lo fecero per farli stare zitti.

    Oltre alle decine di migliaia di morti delle scuole residenziali, le conseguenze di questo genocidio si continuano a manifestare sui sopravvissuti, attualmente vittime di un contesto di assoluto degrado psicologico, sociale e ambientale, le cui condizioni sono definite da organismi per la tutela dei diritti umani delle Nazioni Unite, quelle di “una popolazione colonizzata al limite della sopravvivenza, con tutte le caratteristiche di una società da terzo mondo”.

    In merito alle scuse ufficiali dell’11 giugno 2008 che il primo ministro, Stephen Harper, chiese a nome del governo canadese per gli abusi inflitti alle popolazioni indigene, due anni dopo, nel 2010, venne domandato all’ambasciatore canadese a Roma, James Fox, se ci fossero stati degli sviluppi:

    La legge finanziaria 2010 del governo canadese ha annunciato centonovantanove milioni di dollari per i prossimi due anni per garantire la continuità dei servizi di igiene mentale e supporto emotivo forniti agli ex studenti e alle loro famiglie, nonché la tempestività ed efficienza delle erogazioni agli ex studenti

    scrissero dall’ambasciata, specificando poi che

    l’accordo di riconciliazione (settlement agreement) da corrispondere agli ex studenti che hanno risieduto presso una scuola sesidenziale indiana, comprende elementi individuali e collettivi per il risarcimento.

    Nonostante l’impegno del governo canadese riguardo i risarcimenti e la revisione di alcune leggi, non sono ancora giunte chiarificazioni in merito all’apertura di eventuali inchieste giudiziarie tese a stabilire le responsabilità dei crimini e degli omicidi avvenuti nelle residential schools. Vale a dire che si ammettono i crimini senza però che vengano perseguiti coloro che li hanno commissionati e materialmente eseguiti.

    Nessuna risposta è seguita invece alle domande rivolte all’ex papa Ratzinger e ai vertici vaticani da dodici anziani del Consiglio che rappresentano le nazioni Cree, Squamish, Haida e Metis e nessun riferimento o commento a questa tragedia risulta peraltro pervenuta dall’attuale pontefice.

    Tra le altre cose, gli anziani del Consiglio hanno chiesto di

    […] identificare il posto dove sono sepolti i bambini morti, affinché i loro resti vengano restituiti ai familiari per una degna sepoltura […], di identificare e consegnare le persone responsabili per queste morti […], di divulgare tutte le prove riguardanti questi decessi e i crimini commessi nelle scuole residenziali, consentendo il pubblico accesso agli archivi del Vaticano ed ai registri delle altre chiese coinvolte[…], di revocare le bolle pontificie Romanus Pontifex (1455) e Inter Caetera (1493), e tutte le altre leggi che sanzionarono la conquista e la distruzione dei popoli indigeni non-cristiani nel Nuovo Mondo[…], di revocare la politica del Vaticano che richiede che vescovi e preti tengano segrete le prove degli abusi subiti da bambini indigeni nelle loro chiese invitando le vittime al silenzio.

    marcocinque.altervista

     

     

  • Perché la storia del prete condannato e assolto per lo stesso reato non si ripeta

    Perché la storia del prete condannato e assolto per lo stesso reato non si ripeta

    Don Massaferro è stato condannato in via definitiva per pedofilia dallo Stato italiano e assolto perché innocente dal tribunale ecclesiastico

    Il prete di Alassio don Luciano Massaferro passerà alla storia per essere stato condannato dallo Stato italiano per pedofilia in via definitiva a sette anni e otto mesi e per essere stato giudicato completamente innocente, per lo stesso reato, dal tribunale ecclesiastico.

    Se prendiamo sul serio questo fatto gravissimo e non lasciamo che rimanga solo un episodio clamoroso tra tanti, don Luciano ha l’occasione di essere ricordato però non solo per essere stato o no un “prete pedofilo”, ma per aver reso evidente l’urgente necessità di negoziare un accordo tra Stato Italiano e Chiesa Cattolica a riguardo del delitto di pedofilia dei preti.

    Ne bis in idem è un principio fondamentale del diritto e significa che non può esserci doppio giudizio per lo stesso reato. Ma per don Luciano le cose non sono andate così. È un criterio fondamentale di giustizia tanto che in paesi come gli Stati Uniti, il Canada, il Messico, l’Argentina e l’India è considerato un principio costituzionale. Nel diritto italiano questo principio è pienamente accolto ma, come si è reso clamorosamente evidente nella vicenda del prete ligure, non vige nei rapporti tra Stato e Chiesa.

    Per i giudici italiani Massaferro è colpevole. Nel febbraio 2011 il Tribunale di Savona lo condanna a sette anni e otto mesi di carcere e, nel novembre dello stesso anno, la pena viene confermata dalla Corte di Appello di Genova; nel 2012 poi la Cassazione emette il proprio giudizio respingendo il ricorso presentato dal noto avvocato Franco Coppi. Diventa così definitiva la sentenza per cui il sacerdote ha «costretto in più occasioni la minore, approfittando dell’autorità conferitagli dal suo ruolo di parroco della chiesa di San Vincenzo di Alassio, a compiere o subire atti sessuali».

    Fra arresti domiciliari e cella don Luciano sconta sei anni e due mesi di reclusione. A febbraio scorso però il vescovo Borghetti rendo noto che per la Chiesa don Luciano è innocente: c’è stato un processo canonico durato più di quattro anni al termine del quale il tribunale ecclesiastico emana una sentenza per cui il sacerdote deve essere riabilitato in quanto “non consta che abbia commesso i delitti a lui ascritti”. Nel rendere nota la decisione il vescovo cita l’articolo 7 della Costituzione italiana secondo il quale lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani. E proprio questo è il problema. Il problema, cioè, non è tanto che Stato e Chiesa siano indipendenti e sovrani ma che non ci sia tra essi un accordo tale da impedire che venga infranto il principio universale del “Ne bis in idem” quello per il quale in nessun luogo al mondo può accadere di essere giudicati due volte per la stessa cosa.

    Se è giusto che Stato e Chiesa godano della più totale autonomia è altresì doveroso che si trovi un accordo perché non accada più di essere giudicati due volte per lo stesso delitto. È ora che, dopo il Concordato firmato da Craxi e Casaroli nel 1984, Chiesa e Stato siedano di nuovo attorno a un tavolo per regolare situazioni come quelle di don Luciano: con quale diritto la Chiesa ha fatto un secondo processo su un delitto per il quale già c’era una sentenza definitiva? Proprio perché le sentenze umane sono fallibili non si può permettere che ce ne siano due per lo stesso delitto. Può avvenire infatti – come accaduto per don Luciano – che una dia esito di colpevolezza e l’altra d’innocenza e così l’unico risultato finale è far capire che la giustizia non esiste e che la legge non ha nessun valore.

    Se partiamo dalla convinzione che Chiesa e Stato abbiano la loro indipendenza si tratta semplicemente di armonizzare i rispettivi ambiti di competenza così come avviene tra diversi stati sovrani. Cesare Battisti, per esempio, è stato condannato in Italia all’ergastolo, è evaso, ora si trova in Brasile ma nessuno lì si sogna di fargli un nuovo processo per i delitti commessi: tema del contendere non è che sia innocente ma se e come operare l’estradizione. Si agisce così perché il Brasile riconosce all’Italia la capacità di condurre in porto un giusto processo e la stessa cosa riconosce l’Italia al Brasile: pare del tutto logico pertanto che un analogo ordine di argomentazioni debba governare i rapporti tra Stato italiano e Chiesa. Perché non si è affrontata la spinosa questione di come trattare la pedofilia dei preti nel Concordato del 1939 (i Patti Lateranensi) e in quella successivo del 1984? Forse perché allora allora la sensibilità per questo terribile delitto era veramente minima: basti pensare che nel Catechismo della Chiesa Cattolica promulgato nel 1992 la parola pedofilia non esiste. E anche questa cosa andrebbe davvero cambiata al più presto.

     https://www.agi.it/blog-italia/idee/pedofilia_don_luciano_massaferro_storia-3648070/post/2018-03-20/