Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Caso Erik Zattoni, anche Ratzinger doveva sapere

    Caso Erik Zattoni, anche Ratzinger doveva sapere

    Le dinamiche sembrano ripetersi, forse stiamo riuscendo a svelare anche all’opinione pubblica un’altra grande menzogna della chiesa, la seconda.

    La prima, quando le gerarchie vaticane, limitandosi ai vescovi, difronte alle denunce delle poche vittime offrivano il loro cordoglio, affermavano increduli di non sapere, dicendo alla vittima che era la prima volta che qualcuno denunciava quel prete. Promettevano provvedimenti, che però nessuno ha mai visto, i preti venivano sistematicamente “spostati”, ovvero si permetteva loro di continuare ad abusare di minori innocenti, solo che lo facevano in un’altra parrocchia, spesso vicino alla precedente.

    La seconda, è che non solo le diocesi sapevano ma anche le più alte gerarchie vaticane sapevano, persino il Papa. Il primo caso documentato in Italia è quello di Savona, anche quello documentato da LE IENE nel marzo di quest’anno.(GUARDA IL VIDEO)

    Nella foto, la lettera che dimostra che il Cardinale Domenico Calcagno nel 2003 Vescovo di Savona-Noli, aveva avvisato il Cardinale Ratzinger, allora Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, poi, diventato Papa Benedetto XVI. Si scoprì successivamente che la vicenda di don Nello Giraudo era ben nota alle gerarchie vaticane dal 1980, l’anno in cui prese i voti. Lo sapevano da subito, ma malgrado le denunce arrivate immediatamente alla curia, nessuno mai è intervenuto per 30 lunghissimi anni, malgrado le decine di vittime.

    Anche a Ferrara, come a Savona e in molte altre località italiane, sta emergendo che le segnalazioni non si fermavano al vescovo, ma arrivavano anche ai cardinali e alle più alte gerarchie, come da manuale.

    Si perchè un manuale esiste, si chiama Crimen Sollicitazionis, una direttiva vaticana interna del 1922, applicata successivamente in tutto il mondo nel 1962, attualmente in vigore in Italia. Sono state apportate delle modifiche nel 2012 ma sostanzialmente il documento resta invariato.

    Redazione

    Da ESTENSE.COM quotidiano on-line di informazione ferrarese

    Caso Erik Zattoni, anche Ratzinger doveva sapere

    Erano stati informati della vicenda anche monsignor Negri e il predecessore Rabitti.

    Anche papa Ratzinger avrebbe dovuto sapere. Così come sapeva il predecessore di monsignor Luigi Negri, l’allora vescovo di Ferrara, Paolo Rabitti. Lo stesso Negri, nonostante affermi diessersi “responsabilmente e debitamente informato a seguito dell’incursione subita da “Le iene””, in realtà era stato già informato il 13 aprile tramite lettera della Congregazione della dottrina per la fede, a firma dell’arcivescovo Luis F. Ladaria. Informati, insomma, di quella storia emersa ora grazie al racconto del figlio di una madre stuprata a 14 anni e messa incinta dal prete del paese.

    E’ una storia sbagliata, di quelle, per dirla con le parole di De Andrè, “da dimenticare”. Ma Erik Zattoni e sua madre, violentata nel 1980 da un prete all’epoca 54enne, non ce l’hanno proprio fatta a dimenticare. Erik cerca giustizia per lei, per se stesso, per quel padre vestito di nero che ha riconosciuto la paternità solo dopo essere stato messo con le spalle al muro dal test del dna. Una storia che Erik ha svelato alle telecamere de Le Iene decidendo di renderla pubblica, raccontandola anche alla Rete Nazionale L’Abuso, una onlus nata dall’idea di un gruppo di vittime di preti pedofili che hanno formato una rete di supporto alla quale le stesse vittime possono rivolgersi.

    Il caso di Erik e di sua madre ha ovviamente preso posto sulla home page della onlus, con tanto di documentazione che rivelerebbe come la chiesa e le sue alte sfere fossero a conoscenza di quanto avvenuto.  Quando negli anni ’80 accadde tutto questo, infatti, Ratzinger era prefetto e avrebbe dovuto sapere della vicenda (e in ogni caso Erik gli scrisse, senza ottenere risposta), in quanto i vescovi sono obbligati a informare la Congregazione della dottrina per la fede, come ha effettivamente fatto il precedente arcivescovo di Ferrara, Paolo Rabitti, con una lettera datata 26 novembre 2012. Lo si evince dalla missiva che la stessa congregazione invia a monsignor Negri con data 13 aprile, in cui, riscontrando la lettera di Rabitti, si invita il vescovo ad “ammonire formalmente il chierico […] e ad accompagnare lo stesso nell’intrapreso cammino penitenziale”, ma anche “a sollecitare il reo, nei limiti del possibile, ad assumersi, sia pur tardivamente, le proprie responsabilità di padre nei confronti del sig. Erik Zattoni, quantomeno sotto l’aspetto affettivo e morale” e “a comunicare quanto sopra al denunciante, prodigando al medesimo le dovute attenzioni pastorali e caritative”.

    E’ una storia sbagliata, certo, sulla quale il silenzio che si è abbattuto come un macigno ha pesato per troppo tempo sulla vita di una famiglia normale.

    http://www.estense.com/?p=335670

  • La vergognosa ipocrisia ecclesiastica protegge P. Mansour Labaky

    La vergognosa ipocrisia ecclesiastica protegge P. Mansour Labaky

    da Adista Notizie n. 34 del 05/10/2013 – 37317. BEIRUT-ADISTA. P. Mansour Labaky, prete cattolico-maronita di Beirut, nel Libano, che ha svolto il suo ministero anche in Francia, nel 1990 ha fondato “Lo Tedhal – Non temere”, un «movimento spirituale» che si «propone di essere una scuola di santità», e nel 2005 l’orfanatrofio Kfar Sama Orphanage; è conferenziere di successo; è musicista e autore di vari libri – fra questi L’enfant du Liban (“Il bambino del Libano”) – accolti sempre dal favore della stampa anche laica che ne ha esaltato qualità quali la tenerezza e la liricità, Le Monde compreso.

    Il 23 aprile 2012 è stato condannato, per reati di pedofilia e di crimen sollicitationis durante la confessione, perpetrati su almeno tre minori all’epoca degli abusi, dal Tribunale ecclesiastico dell’arcivescovato di Parigi (va detto che è stato denunciato di abusi anche su una ragazza maggiorenne). Le pene inflittegli sono state: «La privazione di tutti gli uffici ecclesiastici»; «l’interdizione di celebrare i sacramenti coram populo», ovvero in pubblico; «una vita di preghiera e penitenza in una comunità religiosa o in altro luogo», in «accordo con la Congregazione per la Dottrina della Fede»; «la perdita della facoltà di confessare»; «l’interdizione di esercitare qualsiasi forma di direzione spirituale, di partecipare a manifestazioni pubbliche o mediatiche», come «di prendere contatto con i media o con le vittime». Il sacerdote ha fatto ricorso a Roma, alla Congregazione per la Dottrina della Fede. Il 19 giugno 2013, la Congregazione – tanto si legge in una comunicazione dell’11 settembre scorso del Tribunale ecclesiastico parigino – «ha deciso di rigettare il ricorso», stabilendo che da quella stessa data, il 19 giugno, entravano in vigore le sanzioni inflitte a p. Labaky, la non osservanza delle quali avrebbe comportato per il prete la scomunica.

    Mai pena fu forse più platealmente disattesa. La Alliance Saint Antoine, associazione costituita il 17 gennaio del 2012 in rappresentanza delle vittime di p. Labaky, ha manifestato tutta la sua indignazione nel vedere che il sacerdote condannato ha assistito, il 27 giugno 2013, in forma assolutamente palese, alla presentazione di un libro del fratello Joseph nell’aula magna dell’Università Notre-Dame di Louaizé, in Libano. Occasione in cui inoltre Joseph Labaky ha tessuto pubblico elogio del fratello di cui non poteva ignorare la condanna definitiva appena inflittagli. Ma tanto più l’Alliance prova indignazione in quanto il prete, già condannato per un reato così grave, aveva preso posto in prima fila a poca distanza (precisamente sei poltrone) dal cardinale e patriarca della Chiesa maronita, Bechara Raï; ad un evento pubblico, dunque, al quale il prete pedofilo, impedito dalle sanzioni imposte otto giorni prima, non avrebbe dovuto partecipare. Le foto di tanta contiguità sono visibili non solo sul sito dell’Università (http://ndu.edu.lb/newsandevents/current/labaki/index.htm), ma anche su quello della diocesi di Beirut. L’associazione denuncia perciò «la complicità di Joseph Labaky» e la «compiacenza del presidente dell’Università Notre-Dame», ma esprime soprattutto «profonda incomprensione riguardo al card. Bechara Raï, che accetta di fare da garante con la sua presenza a questa mascherata, rendendo più manifesto il sostegno della Chiesa maronita a un prete pedofilo».

    Eppure dovevano sapere le autorità ecclesiastiche presenti, perché una simile sentenza non poteva che essere stata tempestivamente trasmessa al patriarcato e all’ordinario del luogo, l’arcivescovo di Beirut dei maroniti, mons. Paul Youssef Matar.

    L’Alliance però non vuole ascrivere «la responsabilità di questa gaffe» al patriarca, chiamando invece in causa «gli organizzatori di questa conferenza, perché – motivano – non possiamo immaginare che il card. Raï, così vicino a papa Francesco, ignori che il primo atto di governo di quest’ultimo, è stato di convocare mons. Müller, prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, chiedendogli di inasprire e accelerare le procedure contro i preti colpevoli di abusi sessuali», esigendo al contempo che si facesse di «tutto per essere a fianco delle vittime, consigliarle, ascoltarle, rispettarle».

    Malgrado l’interdizione del 23 aprile, p. Labaky aveva presentato un suo intervento al ritiro annuale dei giovani sacerdoti del Libano (18-23 giugno 2012), sotto la guida di mons. Shomali, vescovo ausiliare di Gerusalemme. Ed un’altra apparizione pubblica risulta il mese prima, il 2 maggio, quando l’allora assistente segretario di Stato Usa per il Medio Oriente e l’ambasciatrice americana in Libano andarono a visitare il Kfar Sama. (eletta cucuzza)

  • PEDOFILIA NEL CLERO, BERGOGLIO HA RESO ILLEGALE LA DENUNCIA DEI CRIMINI

    PEDOFILIA NEL CLERO, BERGOGLIO HA RESO ILLEGALE LA DENUNCIA DEI CRIMINI

    Lo strano caso della norma vaticana che inasprisce le pene per i preti pedofili. Potrebbe impedire agli appartenenti al clero di denunciare i presunti abusi.

    Quando papa Francesco ha aggiornato il sistema legale vaticano criminalizzando la fuga di informazioni riservate e al contempo formalizzando una nuova norma contro i crimini sessuali, qualche perplesso sopracciglio si è sollevato. Dopo che la norma è stata resa pubblica, uno sguardo attento scorge che il papa ha di fatto reso illegale la denuncia di crimini sessuali sui minori.
    Secondo le nuove normative, rivelare o ricevere informazioni vaticane riservate è ora perseguibile con una pena fino a due anni di carcere, mentre i nuovi abusi sessuali nei confronti dei minori sono punibili con 12 anni di prigione. Ma poiché tutti i crimini sessuali sono informazioni riservate in virtù del De delictis gravioribus emanato nel 2001 dall’allora cardinale Joseph Ratinger (che in estrema sintesi impone il segreto pontificio sui delitti che violano il VI Comandamento e di fornire le notizie di reato solo alla Congregazione per la dottrina della fede, ndr), potrebbe non esserci più una via legale per denunciare al di fuori del Vaticano gli abusi compiuti dagli appartenenti al clero. Sulla scia dello scandalo deflagrato nel 2012 a causa della “fuga di notizie riservate”, che ha portato in carcere il maggiordomo del papa Paolo Gabriele, le nuove norme saranno applicate anche agli organi della Santa Sede e di fronte a quello che a tutti gli effetti sembra un grossolano scivolone, il segretario per gli Affari esteri vaticano, monsignor Dominique Mambert, avverte i possibili scettici all’interno del Vaticano che anche loro «sono soggetti all’occhio più potente di tutti: quello di Dio». Ma questa, forse, è solo una battuta.

    Justin Dodd
    Sintesi dell’articolo pubblicato su Newslo, traduzione di Belinda Malaspina

  • Pedofilia, il Vaticano sanziona don Carlo Chiarenza “Responsabile di abusi, si allontani dalla Diocesi”

    Pedofilia, il Vaticano sanziona don Carlo Chiarenza “Responsabile di abusi, si allontani dalla Diocesi”

    ACIREALE – Adesso è ufficiale, il Vaticano ha condannato in primo grado don Carlo Chiarenza, potente monsignore che reggeva la Basilica San Sebastiano con l’accusa di essere “responsabile degli abusi denunciati”.

    Per comunicarlo ai fedeli, il Vescovo di Acireale Antonino Raspanti, ha scelto di scrivere una lettera. Raspanti, noto per aver proposto di negare le esequie ai condannati per mafia, subito dopo la pubblicazione delle inchieste del mensile “S”, che ripercorrevano le denunce dell’associazione Caramella Buona, aveva disposto l’allontanamento di Chiarenza da Acireale.

    LA LETTERA. “La nostra Chiesa diocesana -scrive Antonino Raspanti- nel rispetto delle persone e con la volontà di far luce sugli abusi denunciati lo scorso anno dal dott. Teodoro Pulvirenti nei confronti di don Carlo Chiarenza, ha iniziato l’iter giudiziario previsto dall’ordinamento canonico”.

    “Secondo le norme vigenti -prosegue il Vescovo di Acireale- l’iter è proseguito a un livello superiore, guidato dalla Congregazione per la Dottrina della Fede, pervenendo a un primo grado di giudizio. In questo grado, non definitivo, il sacerdote è stato ritenuto responsabile degli abusi denunciati”.

    Ecco le sanzioni a carico di don Carlo Chiarenza: “Dovrà sottoporsi ad alcune restrizioni, in osservanza delle quali dovrà dimorare per alcuni anni fuori dalla Diocesi non assumendo incarichi ecclesiali e non svolgendo il ministero in pubblico”. L’ex rettore della Basilica di San Sebastiano può fare ricorso entro sessanta giorni.

    IL PERSONAGGIO. Padre spirituale dell’ex presidente della Regione Rino Nicolosi, don Carlo Chiarenza è stato da sempre venerato e rispettato ad Acireale. Dopo un lungo periodo alla guida della parrocchia S.Paolo, è stato scelto per guidare la Basilica di San Sebastiano, cuore pulsante del Clero acese. In ottimi rapporti con il Cardinale Paolo Romeo, Chiarenza ha ammesso -mentre veniva registrato di nascosto da Teodoro Pulvirenti- di aver compiuto abusi sessuali.

    LE INCHIESTE DI “S”. Andrea Cottone ha raccolto le denunce dell’associazione contro la pedofilia Caramella Buona, ma anche il racconto di Teodoro Pulvirenti, scienziato acese che ha denunciato di aver subito abusi sessuali da Don Carlo Chiarenza. Teodoro, per dodici anni, ha dovuto affrontare la psicoterapia. Anni e anni di colloqui su un lettino per lavarsi di dosso l’orrore. All’improvviso ha trovato il coraggio di guardare negli occhi il proprio carnefice, ha incontrato Don Carlo Chiarenza e ha registrato la conversazione pubblicata poi dal mensile “S”.

    L’INCHIESTA DELLA PROCURA. Dopo la pubblicazione dell’inchiesta sul mensile “S”, la Procura di Catania guidata da Giovanni Salvi ha aperto un fascicolo. Le indagini sono state affidate al pool di investigatori della Polizia Postale di Marcello La Bella, coordinati dal pm Marisa Scavo. La Postale ha acquisito numerose testimonianze e le indagini proseguono coperte dal massimo riserbo. La difesa del monsignore accusato di pedofilia da numerosi testimoni, è rappresentata dall’avvocato Antonio Fiumefreddo, che dopo le denunce pubbliche di Teodoro ha convocato una conferenza stampa.

    “La registrazione effettuata da Teodoro Pulvirenti –ha detto il sacerdote con una nota – è stata diffusa dal predetto in modo incompleto e secondo modalità che si sono così da prestate al fraintendimento e alla strumentalizzazione. In realtà il colloquio è avvenuto in un clima di sincera accoglienza umana e cristiana verso una persona, come tra persone che non si vedevano da molti anni”.

    Sull’incontro, don Chiarenza aggiungeva: “Abbiamo parlato di tante cose spaziando sui più vari argomenti, e ci siamo congedati con la solita cordialità scambiandoci un bacio di saluto, cosicché mai avrei potuto immaginare di potere ricevere un’accusa così funesta”.

    IL RACCONTO DI TEODORO Dopo la pubblicazione dell’inchiesta giornalistica, l’associazione Caramella Buona ha organizzato una conferenza stampa a Roma, per denunciare pubblicamente gli abusi di Don Carlo Chiarenza. Sul tavolo dei relatori c’erano il presidente dell’associazione Roberto Mirabile, Claudio Reale, coordinatore del mensile “S” e Teodoro Pulvirenti. Lo scienziato acese ha ripercorso, davanti alle telecamere, ogni momento degli abusi subiti da don Carlo Chiarenza. La registrazione della confessione del monsignore è stata distribuita ai giornalisti che rappresentavano, in quell’occasione, numerose testate nazionali. “Noi non siamo i colpevoli, siamo le vittime e non dobbiamo avere paura. Non c’è nulla da temere, non c’è niente di cui vergognarsi. Per questo lancio un appello a venir fuori perché ci sono tante altre vittime. Rivolgetevi alla Caramella buona, agli investigatori, agli inquirenti”. “Sono venuti fuori i miei pensieri e la mia sofferenza -aggiungeva Teodoro Pulvirenti- è come se il mio dolore fosse sceso in piazza. Adesso la verità è fuori e forse ci sarà giustizia. Una gioia che non si può spiegare a parole”.

    IL COMMENTO DI MIRABILE. Il presidente della Caramella Buona è contento: “Finalmente -spiega a LivesiciliaCatania- dopo anni, verità e giustizia hanno regnato, rendiamo atto al Vaticano e a Monsignor Raspanti di aver lavorato bene e fatto il loro dovere, dantronde, con tutto il materiale che La Caramella Buona ha fornito loro, non potevano esserci dubbi”.

    LA REPLICA DI DON CARLO CHIARENZA. Attraverso il suo legale, l’avvocato Antonio Fiumefreddo, arriva la replica di don Chiarenza: “Ci permettiamo di chiedere rispetto per la delicatezza della questione trattata e soprattutto chiediamo di avere la pazienza di attendere le conclusioni dell’Autorità giudiziaria. La Magistratura, infatti, per i mezzi di cui dispone e per gli elementi di maggior compiutezza raccolti, dirà con gli atti cosa è realmente accaduto e non abbiamo dubbi che solo allora la innocenza di Don Chiarenza risulterà acclarata con la restituzione dell’onore a lui e a quanti attraverso il suo sacerdozio si sono avvicinati alla Chiesa”.

    http://catania.livesicilia.it/2013/08/08/pedofilia-il-vaticano-sanziona-don-carlo-chiarenza-responsabile-di-abusi-si-allontani-dalla-diocesi_254281/

  • RAGAZZINI PAGATI PER FARE SESSO, PRETE IN MANETTE

    RAGAZZINI PAGATI PER FARE SESSO, PRETE IN MANETTE

    NEL giorno in cui la Chiesa siciliana gremiva il prato del Foro Italico per la beatificazione di don Pino Puglisi, padre Aldo Nuvola scambiava messaggi nervosi con i suoi «amichetti». «Dove ci vediamo? Al Foro Italico, in via Lincoln, è tutto chiuso, c’è polizia ovunque». Danny, Jassim, Giovanni, Daniele, tutti minorenni e tutti pronti a soddisfare le voglie di quel prete che, nonostante la condanna ad un anno e mezzo di carcere per induzione alla prostituzione minorile, non aveva perso il vizio di fare sesso con ragazzini pagandoli con poche decine di euro o anche solo con un pacchetto di sigarette, una ricarica telefonica, la promessa di un telefonino nuovo. Padre Aldo Nuvola, il sacerdote di 49 anni molto noto a Palermo, ex parroco della chiesa di Regina Pacis ed ex professore di religione al liceo Umberto, ieri mattina è finito in manette, fermato dai carabinieri in esecuzione di un provvedimento dei sostituti procuratori Geri Ferrara e Diana Russo e dell’aggiunto Maurizio Scalia. È ancora una volta induzione alla prostituzione minorile il reato di cui il sacerdote è chiamato a rispondere, per il momento. La Curia non lo ha mai sospeso. Il cardinale Paolo Romeo è stato raggiunto dalla notizia a Gerusalemme, dove si trova in pellegrinaggio: oggi è atteso il suo rientro e anche un comunicato. Ma per padre Nuvola le cose potrebbero complicarsi visto che a lui, questa volta, gli inquirenti sono arrivati indagando su un omicidio, quello dell’imprenditore Massimo Pandolfo, trovato morto devastato da coltellate e colpi di pietra il 25 aprile nell’ex Teatro del Sole ad Acqua dei Corsari, luogo frequentato da coppie omosessuali. L’unico, al momento, arrestato per quell’omicidio, è un diciassettenne, che ha chiamato il prete sedici minuti dopo il delitto. Una telefonata durata sei minuti. E che Nuvola, arrestato ieri alle 8 nella sua casa di via Montuoro, nega. «Non ricordo», ha detto a caldo ai carabinieri.

    IL RACCONTO DEL DELITTO
    Al prete parla quell’Andrea che ha confessato di aver fatto tutto da solo e di aver reagito con 40 coltellate al rifiuto di Massimo Pandolfo di pagarlo per un rapporto omosessuale. Con tutta probabilità quel diciassettenne è un altro degli «amichetti» di padre Nuvola. A lui telefona dopo il delitto, a mezzanotte e mezza. I tabulati lo incastrano e, nell’interrogatorio, Andrea è costretto ad ammettere di conoscere il prete, ma nega rapporti sessuali. «L’ho chiamato perché mi aveva promesso di darmi 15 euro per fare la spesa», dice ai magistrati che insistono sulla stranezza di quella lunga telefonata notturna tra i due, durata 6 minuti. «Sentiva che ero strano, strammiato, e mi ha chiesto che avevo. E allora io gli ho confessato quello che avevo fatto». Di quel singolare sfogo, però, padre Nuvola non ha mai riferito nulla agli inquirenti, neanche due settimane dopo l’omicidio di Massimo Pandolfo, quando il diciassettenne è stato arrestato.

    GLI INCONTRI
    Nuvola recentemente è stato mandato dalla Curia a sostituire i preti in giro per la città e a dire messa nella chiesa della Stazione centrale, lontano dalla sua Regina Pacis dove aveva fatto sistemare anche una targa in ricordo del manager-boss Ignazio Salvo. Alla Stazione, battuta dalla prostituzione minorile, aveva trovato terreno fertile per le sue voglie. Che appagava con rapporti in macchina ma anche nel suo appartamento, dove si sarebbero svolte pure piccole orge. «Lunedì prendo lo stipendio e farò il mio dovere», prometteva ai ragazzini. I carabinieri hanno registrato amplessi in diretta: ore e ore di inequivocabili e sconcertanti conversazioni tra il sacerdote e i ragazzini adescati: cinque quelli già identificati (disagiati sociali pronti a tutto per 20 euro), altrettanti quelli ancora da identificare. «Sai — diceva ad uno di loro — quanto mi danno per un funerale? Venticinque euro. E c’è tutta la predica, piripì piripì. Una miseria e io ho due lauree».
    E a un altro: «Non sono mica Berlusconi, 100 euro sono troppi». Dopo l’amplesso benediceva i suoi ragazzi. «Ti benedico figlio mio».
    Da quei ragazzini non voleva solo prestazioni fisiche, ma anche la loro sudditanza psicologica. Al più piccolo, 16 anni, padre Nuvola spiegava: «Mi basta due volte al mese, in macchina o a casa mia, stare un poco tranquilli, giocare, deve piacere anche a te. Quelli con la m…. tanta ma sempre moscia non mi piacciono». Un film a luci rosse di infima serie ricostruito dai carabinieri seguendo il prete, deciso a trasferirsi in Tunisia con un ragazzo che chiamava “grande amore”. Anche per questo è arrivato il suo fermo d’urgenza. Il sacerdote, assistito dagli avvocati Nino Caleca, Marcello Montalbano e Mario Zito, sarà interrogato oggi nel carcere Pagliarelli, dove è rinchiuso in regime di isolamento.

    Tratto da: La Repubblica

  • Prima era considerata una prigione oggi è solo una casa per dimenticare

    Prima era considerata una prigione oggi è solo una casa per dimenticare

    Villa Iride dispone di 18 camere, tutte con bagno privato, di spazi comuni, di una cappella e di una serra dove gli ospiti possono coltivare ortaggi e erbe aromatiche. “Qui non curiamo casi gravi”, spiega padre Paolo, “Accogliamo religiosi con problematiche lievi che hanno bisogno solo di riposo”. Gli arrivi sono spontanei. Anche preti pedofili ma mai ricercati o latitanti. “Non possiamo abbandonare nessuno, sono sempre nostri confratelli”

    VERBANIA – Dopo la casa madre di Trento, il centro più importante dei Venturini in Italia è Villa Iride a Verbania. Per salire alla villa si costeggia il lago Maggiore verso Nord uscendo da Intra e dopo un paio di tornanti si arriva ad un cancello chiuso. Un’alta siepe protegge lo splendido parco che si affaccia sul lago. Al citofono risponde padre Paolo, referente della comunità che ci accoglie aprendo il cancello; ci fermiamo a parlare appena dopo l’ingresso. Padre Paolo racconta che la struttura di Verbania dispone di 18 camere, tutte con bagno privato, di spazi comuni, di una cappella e di una serra, dove gli ospiti coltivano ortaggi ed erbe aromatiche. Una donna delle pulizie, tra le poche laiche ammesse ad entrare nell’edificio, aiuta ogni mattina a tenere pulito. “In questa comunità non curiamo casi gravi come succede a Trento” spiega Padre Paolo aggiungendo: “Qui accogliamo religiosi con problematiche lievi, che hanno bisogno di un periodo di riposo, durante l’estate ad esempio verrà in ritiro per un paio di settimane un vescovo olandese, ci ha appena telefonato”. Negli anni 50 Villa Iride era considerata dagli ecclesiastici e dalla popolazione locale, una casa – prigione, dove i vescovi del Nord Italia spedivano i religiosi che mostravano problemi con il celibato. Oggi la mentalità è un po’ cambiata: i preti vengono aiutati a riabilitarsi. Padre Paolo cerca di ridimensionare l’immagine della comunità: “Da noi a Verbania i preti vengono spontaneamente. Ad esempio arrivano sacerdoti al cambio di ministero, che magari dopo dieci anni nella stessa parrocchia, rimangono con noi qualche settimana prima di iniziare la nuova esperienza”.

    Alla fine, nonostante la volontà di riservatezza, padre Paolo ammette che la congregazione è aperta anche a sacerdoti colpevoli di abusi sessuali: “Nelle comunità capita anche di accogliere preti pedofili, ma mai ricercati o latitanti. Se un prete arriva senza annunciarsi, lo ospitiamo, ma poi lo sottoponiamo comunque alla fase di accoglienza. Non possiamo abbandonare nessuno, sono sempre nostri fratelli. Solitamente chi ha avuto problemi di pedofilia, al momento della dimissione, viene sottoposto al parere di uno psicologo; se il prete non è pronto per riprendere la sua attività pastorale viene proposto al vescovo di affidargli un altro incarico, magari amministrativo. È sempre l’autorità ecclesiastica a decidere”.

    Un uomo in tuta da lavoro esce dalla serra e ci saluta, mentre padre Paolo ci sta congedando. Prima di andare via chiediamo se a Verbania accettino anche preti agli arresti domiciliari. L’avvocato di don Riccardo Seppia, parroco di Sestri Ponente, condannato per violenza sessuale, tentata induzione alla prostituzione e cessione di cocaina, ha richiesto per lui gli arresti domiciliari presso la comunità terapeutica di Villa Iride. “Avevamo dato la nostra disponibilità ad accogliere don Seppia”, risponde padre Paolo un po’ imbarazzato “L’idea era quello di fargli trascorrere qui il resto della pena, la nostra porta è sempre aperta, noi accogliamo tutti. Poiché da noi a Intra non è previsto un trattamento psicologico, ma soltanto una dimensione di vita comunitaria e spirituale, don Seppia sarebbe stato seguito da uno psicologo esterno”. E sulla possibilità di accogliere il cardinale O’Brien, arcivescovo di Edimburgo obbligato dal Papa ad un ritiro penitenziale in una comunità religiosa perché reo confesso di molestie sessuali, il padre venturino risponde sorridendo “Chi lo sa, potrebbero mandarcelo”.

    http://inchieste.repubblica.it/it/repubblica/rep-it/2013/07/23/news/preti_pedofili_3_verbania_domiciliari_in_villa_curiamo_i_fratelli_lontano_dal_clamore-63535647/

  • Sesso e potere in Vaticano

    Sesso e potere in Vaticano

    Una ragnatela di ricatti e cordate condiziona i vertici della Santa Sede. Con ramificazioni sfuggite anche all’istruttoria interna ordinata da Ratzinger. E al centro c’è sempre lo Ior. Ecco chi combatte Francesco.

    All’inizio sembravano solo colpi bassi in una partita sotterranea, veleni che tracimavano dalle brecce delle mura leonine. Poi i sospetti si sono consolidati nelle scarne indiscrezioni trapelate dal segreto dell’inchiesta choc disposta da Benedetto XVI.

    Adesso le notizie taciute a papa Francesco sul passato di monsignor Battista Riccasembrano chiudere il cerchio, in un disegno che ha qualcosa di diabolico: la lobby gay in Vaticano esiste, forte, radicata intorno alla gestione degli affari e dei ricatti.
    Il sacrilegio di due comandamenti – non rubare e non commettere atti impuri – è proseguito all’ombra di San Pietro, intrecciando passioni mondane e interessi economici in una ragnatela perversa che appare così solida da arrivare fino al vertice dello Ior e sfidare l’autorità del papa con un peccato di omissione senza precedenti.

    Il nuovo pontefice conosce la “Relationem”, il rapporto conclusivo sulla Curia stilato dai tre cardinali investigatori nominati dal suo predecessore. Un’inchiesta meticolosa durata otto mesi, condotta da figure di spessore come Juliàn Herranz, Salvatore De Giorgi e Jozef Tomko, l’austera guida dell’intelligence vaticana nella fase finale della Guerra Fredda.

    Nella radiografia delle faide che stavano dilaniando la credibilità della Santa Sede, tra i documenti diffusi dal Corvo, i tradimenti persino del maggiordomo personale del papa, la sfida sulla riservatezza dei forzieri più oscuri dell’Istituto opere religiose, i tre inquisitori avevano individuato i due mali che lacerano il Vaticano: sesso e cupidigia. Ma in un lavoro così accurato non c’era nulla che potesse gettare cattiva luce su monsignor Ricca, allora responsabile della struttura che ospita gli alti prelati e dove lo stesso Francesco ha scelto di abitare.

    Eppure la “Relationem” contiene una denuncia possente di quanto siano profonde le crepe nella Santa Sede. Il dossier consegnato in copia unica a Joseph Ratzinger e da lui trasmesso al successore, stando alle rivelazioni di “Repubblica”, partiva da vecchi episodi. Alcuni documentati dalla magistratura, come la rete di prostituzione maschile tra seminaristi e coristi a cui si rivolgeva Angelo Balducci, l’arbitro di tutti gli appalti italiani e gentiluomo di Sua Santità, intercettato mentre interrompeva summit a Palazzo Chigi per informarsi delle prestazioni dei ragazzi. Altri rimasti in sospeso tra gossip e notizia, come il centro per massaggi Priscilla legato a Marco Simeon, il protetto del cardinale Tarcisio Bertone arrivato ai piani alti della Rai. Poco alla volta, l’inchiesta ha ricostruito una mappa di alberghetti, saune e club per incontri gay frequentati da personalità con posizioni chiave nell’amministrazione vaticana.

    Da questa suburra di relazioni inconfessabili, però, nasceva un groviglio di ricatti capace di tenere in scacco tutta la gerarchia. Nell’accusativo latino i ricatti venivano definiti “impropriam influentiam”, termine antico che ricorda il modernissimo reato di “traffico di influenze”: il crimine delle lobby che illecitamente si impossessano delle istituzioni. Oltretevere, la minaccia dello scandalo sarebbe giunta a condizionare ogni equilibrio, inclusi quelli che dominano l’apparato finanziario pontificio.

    Il grande snodo è lo Ior, l’Istituto Opere di Religione, una banca offshore sempre sopravvissuta ai tentativi di pulizia: una costante delle trame del dopoguerra, passando da Michele Sindona, Roberto Calvi e l’Enimont. Fino alle ultime storiacce di soldi riciclati per mafiosi, truffatori, tangentisti, bancarottieri ed evasori: un bancomat a disposizione di chi sapesse conquistare la fiducia di un prelato. L’impressione diffusa è che i magistrati abbiano scoperto solo minima parte di una struttura nerissima, che nasconde capitali enormi di provenienza a dir poco dubbia, mentre le indagini delle procure già si stanno allargando all’Apsa, lo sconfinato patrimonio apostolico con investimenti in immobili di lusso e paradisi fiscali.

    La lotta intestina per il controllo dell’Istituto si è combattuta in parallelo ai tentativi di renderlo più trasparente, nel rispetto delle leggi internazionali. Non a caso, è stato su questo fronte che si è registrata la prima irruzione del Corvo, diffondendo nel gennaio 2012 una lettera di monsignor Attilio Nicora. Nel testo si citavano le “difese oltranzistiche delle prerogative dello Ior” e il pericolo di “un colpo alla reputazione della Santa Sede”. In pochi mesi c’è stata una corsa frenetica alle poltrone che custodiscono il forziere, con più cordate all’opera. La commissione dei tre cardinali ha cercato di ritrarre i volti degli schieramenti in campo. Ha tentato di suddividerli per ordini – gesuiti, salesiani – e per origine geografica – liguri, milanesi – fino a rendersi conto che tutto ormai era trasfigurato in un conglomerato trasversale dai confini opachi. Al centro, il ruolo di Bertone, il segretario di Stato che ha fatto di Genova il punto di riferimento per le decisioni più rilevanti.
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  • Contro don Camaldo ordito un complotto

    Contro don Camaldo ordito un complotto

    ROMA – Si è trattato di «un vero e proprio sordido complotto al fine di destare scandalo con risonanza potenzialmente mondiale per il coinvolgimento finanche dei più stretti collaboratori della Curia romana e, indirettamente, del Sommo Pontefice». Sono le parole con le quali il gip Morgigni ha definito le dichiarazione dell’ex sacerdote Patrizio Poggi, già condannato a cinque anni per reati di pedofilia, adesso nuovamente tratto in arresto perché il magistrato lo ha ritenuto autore di dichiarazioni false, denigratorie e calunniose. Tra le persone vittime di queste sue dichiarazioni, anche Monsignor Franco Camaldo, il cui nome – insieme a quello di altri prelati – è stato ingiustamente coinvolto, su alcuni organi di informazione a diffusione nazionale, in vicende orribili legate alla commissione di fatti di pedofilia. Gli stessi crimini contro i quali ripetutamente si è levata la voce del Pontefice, Papa Francesco, così come avevano fatto i suoi predecessori, Benedetto XVI e Giovanni Paolo II.

    Per Monsignor Camaldo (della Diocesi di Roma, decano dei cerimonieri del Papa, che da settembre lascerà l’incarico per limiti d’età) sono stati giorni di grande sofferenza, quelli in cui il suo nome è stato associato alle inchieste in corso sui fatti di pedofilia che, secondo le dichiarazioni dell’ex sacerdote Patrizio Poggi, vedevano coinvolti esponenti del clero romano. A mitigare le ingiuste insinuazioni di Poggi, le attestazioni di affetto e di amicizia che Monsignor Camaldo ha ricevuto durante il suo calvario sia da parte delle alte sfere vaticane che dagli amici e dai fedeli della sua «patria» d’origine: Lagonegro, centro della Basilicata Sud.

    Monsignor Camaldo, tramite i suoi legali, aveva già affermato con decisione che «le asserzioni dell’ex sacerdote Patrizio Poggi, perché infondate e non sorrette da alcun minimo riscontro oggettivo, non hanno determinato nessuna iscrizione nel Registro degli indagati di monsignor Camaldo, come categoricamente affermato dal Procuratore Capo della Repubblica di Roma, il quale ha rimarcato, per l’appunto, che nessuna attivazione vi fosse stata in conseguenza di quell’esposto. Tanto a riprova che trattavasi di gratuite notizie calunniose». Il procuratore infatti «ha smentito categoricamente che sacerdoti della Diocesi di Roma siano indagati per pedofilia “sulla base della denuncia dell’ex prete Patrizio Poggi”».

    Peraltro, aveva specificato il legale del prelato, «già nella giornata del 26 giugno 2013, il Cardinale Vallini, sull’organo di stampa di Vicariatus Urbis», censurando altri servizi giornalistici relativi alla vicenda, aveva fornito «solari argomentazioni con cui far intendere quanto calunniose possano essere le notizie sparate nel mucchio, in maniera generalizzata, mettendo sullo stesso piano soggetti che meriterebbero di essere sanzionati ed altri dalla specchiata condotta cui, non a caso, il Cardinale Vallini esprimeva la massima solidarietà e vicinanza. Soprattutto l’Alto prelato evidenziava la pressocché nulla attendibilità di un denunciante, l’ex sacerdote Patrizio Poggi, già condannato a cinque anni per reati di pedofilia, non a caso sollevato a divinis dallo stato clericale».

    Peraltro, a dire dell’avvocato Pescano, bisogna considerare «la contrariatissima riflessione del Cardinale il quale, opportunamente, si interrogava sul perché Poggi, in tutti i colloqui avuti con lui, in carcere e in ambiente vaticano, non avesse mai sentito il bisogno di denunciare i suoi ex confratelli». Adesso tutto è chiaro. Il calunniatore è in carcere e, accertata la verità, monsignor Camaldo può recuperare la serenità.

    13 Luglio 2013

  • Pedofilia nel clero, sindrome romana

    Pedofilia nel clero, sindrome romana

    Dopo il caso di don Conti, condannato in secondo grado a 14 anni, una nuova inchiesta si concentra su pedofilia e prostituzione minorile diffuse nelle parrocchie romane.

    Il cardinale vicario Agostino Vallini ha manifestato «piena fiducia nella magistratura» e si dice «pienamente convinto che sarà smantellato il piano calunnioso, dimostrando non veritiere le affermazioni» dell’ex prete Patrizio Poggi, che ha accusato nove sacerdoti di parrocchie romane di organizzare incontri a sfondo “sessuale” con minori. In una nota del Vicariato di Roma si sottolinea che «i sacerdoti calunniati si riservano ogni azione legale a tutela della loro personale onorabilità». Nella nota si fa riferimento alla diffusione da parte di alcuni organi di stampa «di parte del verbale di denuncia contenente i nomi di sacerdoti accusati dall’ex prete Patrizio Poggi» sospeso “a divinis” dopo la condanna definitiva a 5 anni di reclusione per violenza sessuale (scontata nel 2008). Nel comunicato si ricorda che il procuratore capo di Roma Giuseppe Pignatone «ha smentito categoricamente che sacerdoti della diocesi di Roma siano indagati per pedofilia sulla base della denunzia dell’ex-prete Patrizio Poggi» e si sottolinea che costui è stato «dimesso nel 2007 dallo stato clericale per reati di natura sessuale su minori e che ha scontato la condanna nel carcere di Rebibbia». Gli indagati sono un ex carabiniere, un manager di un’agenzia per modelli e il contabile di una parrocchia romana.
    Tutti e tre facevano parte del giro descritto da Poggi, il quale parla di un sistema diffuso di prostituzione che aveva come vittime giovanissimi ragazzi stranieri e come clienti nove religiosi, alcuni dei quali prestano servizio in chiese romane delle zone della Pisana, Magliana, Pineta Sacchetti, Cassia, Alessandrino e San Giovanni. Secondo la denuncia, i ragazzini si prostituivano per cifre dai 150 ai 500 euro in incontri che potevano avvenire anche nei locali delle parrocchie. Don Poggi chiama in causa nove religiosi e anche altre quattro persone, tra cui un ex carabiniere già noto alla procura perché coinvolto in una indagine sulla pedofilia. Tra i soggetti coinvolti figurerebbe anche un prete, insegnante di religione, già sfiorato da una indagine sulla pedofilia di alcuni anni fa. Nel suo esposto Poggi racconta che all’ex carabiniere era affidato il ruolo di «organizzatore e promotore di incontri e attività legate alla prostituzione maschile e in particolare minorile, attraverso la quale reperisce soggetti anche minori che introduce in Italia e che mette a disposizione di clienti tra i quali sacerdoti». I ragazzini venivano selezionati in un locale a pochi passi dalla stazione Termini. Poggi fa il nome anche di un gestore di un’agenzia di modelli e attori e dell’amministratore contabile di una parrocchia che avrebbe reclutato i giovani in discoteche, saune e centri benessere.
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  • Solo belle parole quelle di Papa Francesco, o anche l’intenzione di concretizzarle?

    Solo belle parole quelle di Papa Francesco, o anche l’intenzione di concretizzarle?

    Città del Vaticano; giace da 5 giorni alle Poste Vaticane la lettera inviata a Papa Francesco.

    Solo belle parole quelle di Papa Francesco per risanare l’indiscutibile crollo della Chiesa Romana, o esiste anche la volontà di concretizzare le sue dichiarazioni pubbliche?
    Questa è la domanda che in molti cominciano a farsi nelle ultime ore. Per l’esattezza, in data 2 luglio 2013 se lo chiedono almeno 7500 persone, quelle che credendo ancora nelle parole di Papa, hanno firmato una petizione su www.change.org/Francesco nella quale non chiedono nulla di speciale, ma solo che Papa Francesco sia coerente con una delle tante promesse, che di sua spontanea volontà ha fatto durante il suo breve pontificato.
    Migliaia di italiani, sono stati vittime negli ultimi decenni delle attenzioni perverse dei preti pedofili. Nel marzo scorso le varie Conferenze Episcopali in tutto il mondo hanno divulgato nuove linee guida contro la pedofilia, purtroppo però quella italiana, la CEI, presieduta dal Cardinale Angelo Bagnasco è stata l’unica dove sostanzialmente le linee guida sono rimaste invariate, cioè non prevedono ancora oggi, alcun obbligo di denuncia da parte dei Vescovi, non prevedono alcun sostegno alle vittime e neppure alcun risarcimento, in sostanza si promette una collaborazione con la magistratura, promessa non nuova ma mai applicata che comunque resta a discrezione dei Vescovi.
    Le recenti inchieste giornalistiche come “Orge gay con minorenni” Inchiesta su dossier e ricatti in Vaticano, apparsa sulle pagine del Fatto Quotidiano il 13 giugno scorso e poi approfondita dallo speciale di Michele Santoro nella puntata Gialloin Vaticano di Servizio Pubblico su LA7, non solo non hanno ricevuto commenti da parte della Santa Sede, ma neppure smentite. Nulla a che fare con un’altra inchiesta, quella avviata da don Patrizio Poggi e controfirmata da Monsignor Luca Lorusso, “a nostro avviso una vera e propria bufala” studiata a dock per spostare l’attenzione prima, dall’interno del Vaticano e poi con l’arresto di Poggi, farla diventare agli occhi del pubblico, un tentativo di vendetta da parte del sacerdote, sospeso in precedenza a divinis dopo una condanna per pedofilia.

    Tornando a noi e ai più di 7500 firmatari della petizioneavviata su Change.org, il 24 giugno Rete L’ABUSO, autrice dell’inchiesta che coinvolgerebbe alti prelati della Santa Sede ha colto l’appello di Papa Francesco “andate controcorrente” e ha inviato una letteraraccomandata al Papa, per non correre il rischio che la Segreteria di Stato Vaticana “smarrisse” la lettera, ha inviato anche un telegramma, diretto proprio al Papa e contenente il numero di tracciabilità della lettera. Il telegramma (come potete vedere nella foto) risulta regolarmente consegnato e ricevuto dal Papa o al massimo da un suo delegato, mentre la raccomandata al momento risulta in giacenza presso le poste, non quelle italiane, le quali la hanno consegnata il 27 di giugno a quelle vaticane, ma giace da 5 giorni a poche decine di metri dal Portone di Bronzo, senza che nessuno la ritiri. Naturalmente non vogliamo pensare e neppure insinuare che Papa Francesco sia in malafede, certo che il mancato ritiro del testo a lui inviato sta sollevando parecchie polemiche e anche una certa delusione, soprattutto da parte dei credenti che hanno preso molto sul serio gli appelli del pontefice e confidano che questi si concretizzino e non restino solamente belle parole.  Da qualche giorno, molte persone ci scrivono sia per mail che sulla piattaforma di Change.org per avere notizie sul ritiro della lettera, ma per ora ancora nulla. Pubblichiamo quindi il numero dalla raccomandata (145990903759 ) in modo tale che chiunque possa controllare dal sito delle Poste Italiane l’avvenuto ritiro, evitando così l’ingente numero di richieste che arrivano a Rete L’abuso.

    Il portavoce di Rete L’abuso