Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Abusi in Chiesa, la denuncia di Schoenborn: Sodano non mi credette

    di Askanews

    Roma, 28 nov. (askanews) – Il cardinale arcivescovo di Vienna, Christoph Schoenborn, ha raccontato dello scontro verbale che ebbe con l’ex Segretario di Stato vaticano, Angelo Sodano, oggi decano del collegio cardinalizio, in merito agli abusi sessuali sui minori.L’episodio è noto ma era sempre stata circondata da un alone di riservatezza. E invece in una lectio alla università di Vienna, il porporato ha svelato i dettagli di quella vicenda.Schoenborn venne in contatto con le vittime di pedofilia nel 1995 dopo che il suo predecessore, il cardinale Hans Hermann Groer, venne accusato di abusi. Nei tre anni seguiti alla sua nomina, ha ricordato, ascoltò le loro testimonianze, ed è stato “traumatico scoprire quanto l’abuso sessuale del clero è legato con il sacramento della Riconciiazione e scoprire che spesso inizia nel confessionale”. Alla fine, giunse alla conclusione che quello che le vittime gli avevano detto era vero. A marzo del 1998, Schoenborn ed altri tre vescovi austriaci dichiararono pubblicamente che erano arrivati alla “certezza morale” che le accuse contro Groer erano “sostanzialmente” corrette. Pochi mesi dopo, nel corso della periodica visita “ad limina” a Roma, i vescovi austriaci criticarono il modo in cui la Chiesa aveva (male) accolto le denunce contro Groer, nel rapporto preparato per il Papa, ma un vescovo, Kurt Krenn di Sankt Poelten, strenuo sostenitore di Groer, attaccò i suoi confratelli vescovi di mentire e di avere preparato una trappola.”Ho sperimentato la stessa cosa nella mia controversia con il cardinale Sodano, che mi ha letteralmente detto in faccia: ‘Vittime? Questo è quello che dici tu!”.Era il 2010, in pieno pontificato Ratzinger. Sodano, in occasione delle cerimonie di Pasqua, prese la parola in piazza San Pietro per affermare che le informazioni sugli abusi sessuali su minori perpetrati da preti pedofili erano solo “un chiacchiericcio”. In un colloquio riservato con alcuni giornalisti, poi pubblicato, Schoenborn espresso il proprio sconcerto per quella che definì una “pesante offesa per le vittime”. A giugno Schoenborn fu convocato da Bendetto XVI, suo mentore in passato, e dovette esprimere al Pontefice il proprio “dispiacere” per le interpretazioni date ad alcune sue affermazioni sul conto di Sodano, in un’udienza a porte chiuse alla quale poi si unirono anche lo stesso Sodano e il suo successore quale Segretario di Stato, Tarcisio Bertone.”Alcune persone in Vaticano mentirono”, ha detto ora Schoenborn. Hanno umiliato le vittime per proteggere la Chiesa, “ma la Chiesa è meglio servita quando la verità è rivelata. ‘La verità vi renderà liberi’”.In una lectio di 50 minuti, raccontata sul Tablet da Christa Pongratz-Lippitt, l’arcivescovo di Vienna ha detto che dopo aver ascoltato per oltre venti anni le vittime dei preti abusatori è giunto alla conclusione che l’abuso sessuale e spirituale – “ma soprattutto l’abuso di potere clericale” – è “una realtà enorme” nella Chiesa cattolica.Quanto a Benedetto XVI, egli ha approntato “una diagnosi che non voglio criticare ma voglio solo correggere citando alcune cifre. Benedetto è dell’opinione che l’abuso sessuale clericale ha le sue origini nel movimento del 1968. Le cifre per l’Austria mostrano un immagine totalmente differente”. In particolare, in Austria il 60 per cento dei casi è stato commesso tra il 1940 e il 1969. Il numero è sceso al 29 per cento tra il 1970 e il 1979 e al mero 0,9 per cento dal 2000. Il fatto che la maggior parte degli abusi sia avvenuto prima del Concilio vaticano II fa pensare, ha sottolineato Schoenborn, che ha puntato il dito contro il sistema chiuso che vigeva nella Chiesa prima del Concilio: “Nei sistemi chiusi l’abuso avviene molto più frequentemente che in quelli aperti”.

  • Chiesto l’arresto di Zanchetta, il vescovo “rifugiato” dal Papa

    Chiesto l’arresto di Zanchetta, il vescovo “rifugiato” dal Papa

    E adesso contro Gustavo Zanchetta, l’ex vescovo di Oran protetto da papa Francesco, è stato chiesto un mandato di cattura internazionale. L’accusa è quella di aver abusato sessualmente di due seminaristi. La magistratura argentina lamenta che l’imputato non abbia risposto a numerose chiamate telefoniche, né a mail. Ma ora Zanchetta ha stabilito il suo domicilio in Vaticano, pertanto si apre una partita ad alto rischio con la Nunziatura per l’estradizione. Sempre che il Papa non lo convinca a consegnarsi.

    Marco Tosatti

    E adesso contro Gustavo Zanchetta, l’ex vescovo di Oran protetto da papa Francesco è stato chiesto un mandato di cattura internazionale. L’iniziativa è stata del giudice Maria Soledad Filtrìn Cuezzo. L’accusa è quella di aver abusato sessualmente di due seminaristi.

    Zanchetta era scomparso – accampando motivi di salute dalla sua diocesi all’improvviso – e poi era riapparso in Vaticano, dove il Pontefice aveva creato apposta per lui il posto mai esistito fino ad allora di Assessore all’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica (APSA). Ora, posto che fra l’altro a Zanchetta si rimproverava in Argentina di aver gestito in maniera disastrosa le finanze della sua diocesi, il nuovo incarico poteva sollevare certamente dei dubbi.

    Nel frattempo però il caso Zanchetta era esploso. Infatti, se come ha rivelato il giornale “El Tribuno” pubblicando documenti che dimostrano come vescovi, il cardinale Primate di Argentina, il Nunzio il Vaticano e il Pontefice in persona sin dal 2015 fossero a conoscenza del caso del vescovo, poi a queste rivelazioni si sono aggiunte denunce penali da parte delle vittime. Ma le ombre che pesano sul vertice della Chiesa argentina, sul Vaticano e sul Pontefice stesso sono molto serie. Fra l’altro sono state pubblicate fotografie di una relazione del 2016, firmata da cinque sacerdoti, di cui tre ex vicari diocesani, da cui appare chiaro che Gustavo Zanchetta era accusato non solo di avere sul suo cellulare foto oscene di sesso omosessuale, ma di molestie ai seminaristi, di non aver registrato la vendita di una proprietà importante della diocesi e di cattiva gestione sia delle finanze che del personale di Oran.

    Zanchetta aveva trovato rifugio in Vaticano, grazie al Pontefice, e poi era tornato brevemente in Argentina, per espletare obblighi giudiziari. Un giudice gli aveva poi concesso di tornare in Vaticano, per motivi di lavoro; anche se in conseguenza dello scandalo era stato sospeso dal servizio.

    Ma ora la magistrata ha deciso di chiedere l’arresto. Fra l’altro la magistrata lamenta che l’imputato non abbia risposto a numerose chiamate telefoniche, né a mail inviate all’indirizzo (e al numero di telefono) che i difensori avevano indicato in maniera volontaria per essere contattato. Maria Filtrìn Cuezzo si era opposta tempo fa all’abolizione delle restrizioni che erano state imposte a Zanchetta, affinché non lasciasse il Paese. Zanchetta ha stabilito il suo domicilio in Vaticano, e la magistrata ricorda che in molte occasioni è stato necessario ricorrere ai buoni uffici della Nunziatura apostolica per ottenere che Zanchetta si presentasse.

    La richiesta di arresto include anche un rapporto psichiatrico che indica che l’accusato “presenta una personalità con tratti psicopatici (indicatori di manipolazione, emozioni superficiali, scarsa capaità empatica); non presenta psicosi né altro disturbo mentale che alteri la relazione con la realtà. Si lega con interrelazioni disequilibrate, esercitando potere sull’altro; può comprendere la condotta seguita, e discernere gli atti socialmente riprovevoli”.

    La richiesta di cattura internazionale – che aprirà uno spinoso caso diplomatico con la Santa Sede, se il Pontefice, che in questo momento è in viaggio in Estremo Oriente non riuscirà a convincere Zanchetta a rientrare in Argentina sua sponte – è avvenuta pochi giorni dopo che l’Unità di Delitti Economici ha perquisito la sede della diocesi di Oran, il 7 novembre. Nell’operazione sono stati confiscati documenti e computer con le informazioni contabili dal 2013 al 2017.

    Le accuse contro Zanchetta sono quelle di abuso sessuale continuato aggravato nei confronti di due seminaristi quando era vescovo di Oran.

    https://lanuovabq.it/it/chiesto-larresto-di-zanchetta-il-vescovo-rifugiato-dal-papa

  • «Non ha salvaguardato i minori». Il cardinale Nichols nei guai

    «Non ha salvaguardato i minori». Il cardinale Nichols nei guai

    Una nuova porpora nella tempesta. Si tratta del cardinale Vincent Gerard Nichols, primate di Inghilterra e Galles, da giorni al centro di un nuovo scandalo abusi che vede protagonista la Chiesa cattolica nel Regno Unito.

    I legali di quasi 50 presunte vittime di molestie sessuali, che sarebbero state perpetrate da sacerdoti cattolici infedeli, hanno pubblicato una lettera sul settimanale The Tablet, nella quale chiedono le dimissioni dell’arcivescovo di Westminster. “Avendo fallito nei suoi ruoli di leadership sia a Birmingham che a Westminster, in futuro non potrà guidare in modo credibile la Chiesa cattolica su questi temi. I problemi sistemici nella Chiesa cattolica in relazione alla salvaguardia non possono essere risolti da un singolo individuo. Ma la Chiesa ha bisogno di leader che chiedano rispetto su questi temi. Il cardinale Nichols non lo è. È chiaro per noi e per quelli che rappresentiamo che è giunto il momento per lui di dimettersi”. Con queste parole, gli avvocati Richard Scorer e David Enright hanno invocato pubblicamente il passo indietro del porporato britannico, il cui nome è finito nel rapporto dell’Indagine indipendente sugli abusi sessuali su minori (IICSA), annunciata nel 2014 dall’allora segretario agli Interni, Theresa May.

    Il primate d’Inghilterra e Galles è stato ascoltato la scorsa settimana dal team d’inchiesta che sta esaminando 134 casi di abusi. La Commissione ha indagato anche su fatti avvenuti nell’arcidiocesi di Birmingham di cui Nichols fu titolare dal 2000 al 2009: nel mirino è finito il modo in cui i vertici ecclesiastici locali hanno gestito il potenziale rischio molestie per i bambini. Uno dei casi su cui si è concentrata l’indagine è quello di padre John Tolkien, figlio dell’autore de “Il Signore degli Anelli” e scomparso nel 2003 senza condanne penali ma più volte accusato di molestie a partire dagli anni Novanta. I due episodi di molestie sarebbero avvenuti nel 1957 nella zona di Sparkhill a Birmingham e la presunta vittima, Christopher Rooney, li aveva denunciati per la prima volta nel 1993 all’allora arcivescovo Maurice Couve de Murville (1929-2007). Rooney, che nel frattempo aveva cambiato nome in Carrie e scritto un libro sulla sua vicenda, avrebbe ripetuto l’accusa nel 2000 a Nichols, succeduto a Couve de Murville nella guida dell’arcidiocesi.

    L’attuale primate avrebbe avviato un’indagine interna sul conto di padre Tolkien, durante la quale sarebbe emersa l’esistenza di una nota risalente al 1968 nella quale si faceva riferimento ad alcuni comportamenti inappropriati avuti dal sacerdote con un gruppo di boyscout. Pur senza alcuna ammissione di responsabilità dell’accusato, l’arcidiocesi aveva così riconosciuto a Rooney un risarcimento extragiudiziale di 15.000 sterline. In questi giorni la vicenda è riemersa e contro il cardinale Nichols è piovuta l’accusa di aver preferito tenere nascosto il contenuto della nota. Davanti alla Commissione, il porporato britannico si è difeso sostenendo che quanto scritto nella nota su padre Tolkien era stato divulgato alla polizia. Al tempo stesso, il presule ha dichiarato di aver agito dando la priorità al “desiderio di risolvere questa richiesta di risarcimento in modo che queste situazioni certamente difficili per il signor Carrie e per la famiglia Tolkien […] potessero essere chiuse”.

    L’IICSA – più che concentrarsi sul caso in sé, per il quale non ci sono state condanne penali – ha posato la sua lente sul comportamento tenuto all’epoca dall’arcidiocesi nella salvaguardia dei minori e delle persone vulnerabili in una situazione di potenziale rischio. Nel rapporto viene messo in evidenza che “la nota dimostra che la Chiesa era consapevole del rischio che padre Tolkien rappresentava per i bambini e tuttavia l’arcidiocesi ha fatto pochi o nessun passo per proteggere i bambini da quei rischi”. Lo stesso Nichols non ha negato quest’interpretazione dei fatti durante la sua testimonianza al team d’indagine, affermando che “ciò che è accaduto allora non era giusto; era sbagliato” e dichiarandosi “pentito sinceramente”, oltre a scusarsi per questo.

    Non è solo il periodo a Birmingham a creare più di un grattacapo al porporato britannico, bensì in generale il comportamento da lui tenuto di fronte ai casi di abusi addebitati al clero. Secondo quanto riportato dal Guardian, durante l’audizione all’IICSA, l’avvocato Brian Altman, ex procuratore e principale consulente del team, ha criticato il primate d’Inghilterra per la lentezza nell’attuare le riforme di salvaguardia per le vittime e potenziali tali e per aver ignorato le lamentele di una donna che sosteneva di aver subito molestie da un membro del clero. Dal rapporto sembrerebbe emergere che una vittima – indicata con il nome in codice A710 – avrebbe accusato di molestie il cardinale Cormac Murphy-O’Connor, morto a 85 anni nel 2017. Quest’ultimo, che fu predecessore di Nichols, oltre ad un’inchiesta delle autorità civili poi archiviata, aveva subito anche un’indagine da parte della Congregazione per la Dottrina della Fede.

    Sulle accuse contro Murphy-O’Connor, giudicate infondate già nel 2011 dall’allora prefetto, il cardinale Levada, l’attenzione dell’ex Sant’Uffizio si mantenne almeno fino al 2013. E proprio l’indagine sul porporato inglese scomparso nel 2017 è ritornata d’attualità con il retroscena diffuso dal vaticanista Marco Tosatti – e poi rilanciato successivamente dall’ex nunzio apostolico negli Usa, monsignor Carlo Maria Viganò – secondo cui sarebbe stato papa Francesco in persona a chiedere all’allora prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, il cardinal Gerhard Müller, di chiudere il prima possibile l’indagine sull’ex presidente della Conferenza episcopale inglese. Lo stesso Müller avrebbe dato il suo assenso ai responsabili del portale LifeSiteNews a scrivere in una sua intervista che fu il pontefice a chiedere lo stop dell’inchiesta su Murphy-O’Connor.

    La menzione di questa vicenda nel memoriale Viganò è riaffiorata in questi giorni quando, nell’ambito del clamore suscitato dalle conclusioni dell’IICSA, è emersa la testimonianza dei vescovi di Portsmouth e di Northampton ai quali il cardinal Nichols avrebbe suggerito di non fare un intervento pubblico a favore delle vittime di abusi commessi dal clero per non correre il rischio di prestare il fianco ai critici di papa Francesco.

    Durante la sua audizione di fronte alla Commissione, l’attuale arcivescovo di Westminster ha negato questa interpretazione dell’invito fatto ai due vescovi, sostenendo di aver privilegiato la tutela delle vittime e non quella dell’immagine del pontefice. Davanti alle domande incalzanti dell’ex procuratore Altman, il cardinale Nichols ha ammesso che in generale la Chiesa cattolica inglese ha fallito nella gestione dei casi di abusi sessuali e che “le ruote del cambiamento hanno girato lentamente” in questi anni.  Il mea culpa del porporato, però, non è bastato agli avvocati delle vittime, Scorer ed Enright, per i quali “nonostante tutta la retorica, non esiste un approccio unico alla salvaguardia” e “il trattamento dei sopravvissuti è stato costantemente scarso, anche nella diocesi del cardinale Nichols”.

    https://lanuovabq.it/it/non-ha-salvaguardato-i-minori-il-cardinale-nichols-nei-guai

  • “I sacerdoti preferiscono morire, piuttosto che rompere il segreto della confessione”

    “I sacerdoti preferiscono morire, piuttosto che rompere il segreto della confessione”

    Seduto di fronte all’Inchiesta Indipendente sull’Abuso Sessuale sui Bambini la scorsa settimana, il Cardinale Vincent Nichols, arcivescovo di Westminster, lo ha messo in chiaro una volta per tutte: “I sacerdoti preferirebbero morire, piuttosto che rompere il segreto della confessione”.

    Ed è la risposta all’ennesima richiesta di obbligare i sacerdoti a denunciare i casi di abuso, anche quando questi verrebbero appresi nel segreto della confessione. Una tendenza, quella di cercare di abolire il segreto della confessione che ha radici lontane, e che negli ultimi anni è stata riproposta a più riprese (dall’Irlanda nel 2011 ad un comitato delle Nazioni Unite nel 2014), tanto che la Penitenzieria Apostolica si è sentita in dovere di pubblicare una nota sul tema l’1 luglio 2019.

    Sentito dalla commissione, il Cardinale ha sottolineato che, nel corso della storia, “i sacerdoti sono morti per difendere il loro ruolo in confessione, e che se questo dovesse essere messo in discussione, si tornerebbe a questa situazione”.

    Il Cardinale Nichols ha preso anche una posizione personale. “Io – ha detto – difenderei assolutamente il segreto della confessione. Il segreto della confessione è di natura sacra ed è al cuore del ministero sacerdotale di colui che agisce nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo”.

    Il Cardinale ha quindi sottolineato che “il segreto della confessione è parte essenziale nell’esercizio del sacerdozio come un nesso tra la mia umanità peccatrice e la misericordia di Dio”.

    Il Cardinale Nichols ha per questo chiesto alla commissione di inchiesta governativa di “pensare bene prima di raccomandare che il rapporto sugli abusi sia reso obbligatorio per i sacerdoti in ogni circostanza, perché questo potrebbe mettere gli stessi sacerdoti a rischio di false denunce che qualcuno abbia confessato. Qualcuno potrebbe farsi avanti e dire: ‘Ho detto a padre X che sono un abusatore… chiunque lo potrebbe fare e nessun prete potrebbe difendersi”.

    Alla domanda se una richiesta ufficiale di rompere il segreto della confessione potesse essere ben ricevuto dai vescovi, il Cardinale Nichols ha risposto: “Non sarebbe ben ricevuto, sarebbe rifiutato”.

    Il Cardinale ha detto che nessuno gli ha mai confessato di essere pedofilo in confessione, e in generale ha sottolineato che “coloro che abusano bambini sono convinti di non fare nulla di male e per questo è molto improbabile che confessino i loro atti come un peccato”.

    La possibile richiesta di rompere il segreto della confessione da parte della commissione di inchiesta britannica sarebbe solo l’ultima di una serie di simili obblighi, che in alcuni casi sono già realtà.

    In particolare, il Senato della California ha approvato lo scorso 24 maggio la legge 360, con 30 voti a favore e 2 contrari, che chiede ai sacerdoti di riportare ogni sospetto o conoscenza di abusi su minori ottenute anche durante il sacramento della confessione di un altro sacerdote o collega.

    In Cile, c’è un progetto di legge che obbliga religiosi e sacerdoti a denunciare alla giustizia i casi di abuso sessuale su minori anche quando questi siano stati rivelati durante il segreto della confessione, discusso lo scorso aprile anche nell’assemblea generale dei vescovi cileni.

    In Australia, l’inchiesta della Royal Commission aveva portato – dopo aver ascoltato oltre 8 mila testimonianze su casi di abuso – ad una raccomandazione che chiedeva di mettere da parte il segreto della confessione. La Chiesa Cattolica australiana ha già fatto sapere che non romperà il segreto della confessione”, perché si tratta di una raccomandazione – avevano notato i vescovi – “contraria alla nostra fede e nemica della libertà religiosa. Siamo impegnati nella salvaguardia dei bambini e delle persone vulnerabili, ma allo stesso tempo manteniamo il sigillo. Non vediamo come salvaguardia e sigillo della confessione si possano escludere l’uno con l’altro”.

    Ma ci sono già leggi in Australia che rendono obbligatorio riportare quello che si sente in confessione: si è cominciato con o Stato di Canberra, che obbligano i sacerdoti a violare il segreto confessionale quando la confessione riguarda un abuso sessuale, mentre già si è messi in fila per approvare leggi simili lo Stato di Western Australia, e stanno studiando la materia in South Wales e Victoria, forse seguendo l’esempio del Queensland, dove c’è già l’obbligo di rompere il segreto della confessione in caso di rivelazioni su abusi su minori, così come in South Australia e nell’Australian Capital Territory.

    Anche a livello internazionale non ci erano andati leggeri. nel 2014, il Comitato ONU per la Convenzione sui Diritti del Bambino – vale a dire, il Comitato che valuta come le convenzioni siglate vengono applicate dagli Stati aderenti nel loro territorio – arrivò addirittura a fare pressioni sul diritto canonico, non distinguendolo dalle leggi dello Stato di Città del Vaticano, che erano invece oggetto della Convenzione, e criticando “il codice del silenzio vaticano”, che impedisce “pena scomunica” ai membri del clero di andare a denunciare i casi di cui vengono a conoscenza alle autorità.

    https://www.acistampa.com/story/i-sacerdoti-preferiscono-morire-piuttosto-che-rompere-il-segreto-della-confessione-12683

  • Prima udienza civile – vittime contro don Giraudo e diocesi di Savona

    Prima udienza civile – vittime contro don Giraudo e diocesi di Savona

    Sono iniziate questa mattina presso il Tribunale di Savona le prime due udienze che vedono complessivamente cinque vittime del sacerdote Nello Giraudo citare in giudizio oltre al sacerdote, anche la diocesi di Savona.

    Un percorso travagliato nel quale le vittime dovranno ripercorrere quel doloroso passato che oggi lo stesso sacerdote e la diocesi savonese negano, o quanto meno mettono in dubbio.

    Eppure oltre alle vittime, le carte acquisite dalla Procura di Savona durante il processo penale, che portò il Giraudo a patteggiare 1 anno e 6 mesi per gli abusi commessi sull’unica vittima non prescritta penalmente, parlano chiaro e raccontano la storia e la gestione criminale del caso, da parte non solo della diocesi savonese, ma anche dell’allora prefetto della congregazione per la dottrina della fede Joseph Ratzinger, poi eletto papa Benedetto XVI.

    A mettere nero su bianco le violenze del sacerdote non furono le vittime, ma la stessa diocesi, che ora nega di aver saputo.

    Sarà proprio il vicario generale della diocesi di Savona, don Andrea Giusto che il 22 agosto del 2003, accrescerà il fascicolo personale di Giraudo, custodito nell’archivio personale del vescovo dichiarando che Giraudo, verso la fine del 1980 (primo incarico dopo aver preso i voti) fu nominato “viceparroco a Valleggia (SV) si è verificato il primo serio inconveniente: insegnante di religione nelle statali, è stato accusato da una mamma di atteggiamenti morbosi nei confronti del suo bambino”. “Il fatto allarmante ha spinto il vescovo – sentito il parroco che già aveva notato atteggiamenti equivoci nel giovane sacerdote – ad allontanarlo immediatamente sia dalla scuola che dalla parrocchia”.

    Fu spostato a Spotorno, in una parrocchia molto più grande e con molti più minori, dove fece altre vittime.

    Il 5 novembre del 1989 è lo stesso vescovo di Savona (Giulio Sanguineti) a correre ai ripari mandando don Giraudo presso un istituto milanese, nell’ignorante intento di poter “guarire” quella che non è una malattia, ma una grave devianza della personalità, per la scienza medica non curabile.

    Poco dopo, nei primi anni 90, il nuovo vescovo di Savona Dante Lafranconi, permise al Giraudo, divenuto nel frattempo parroco di Orco Fegliono (Finale Ligure SV), di aprire una casa famiglia. L’esperimento non riuscì neppure in questo caso.

    Circa 10 anni dopo, nel 2002, il nuovo vescovo di Savona, questa volta il cardinale Domenico Calcagno, secondo quanto annotato nel fascicolo della diocesi sempre dal vicario generale don Andrea Giusto “riceve le confidenze allarmate di un’assistente sociale che gli comunica che vari comuni hanno deciso di non affidare altri ragazzi alla comunità. Anche i responsabili della Caritas mettono in guardia mons. Calcagno”. Solo nella primavera del 2003 Calcagno decide di far chiudere al Giraudo la comunità.

    La macabra nota del vicario Andrea Giusto su don Giraudo si conclude “attualmente (estate 2003) la situazione è la seguente; nulla è trapelato sui giornali e non ci sono denunce in corso; don Nello ha chiuso la comunità e lasciato la parrocchia; è affidato a un confratello di cui accetta l’aiuto e il controllo; si è impegnato ad incontrare un religioso psicologo che lo aiuti a leggere in se stesso nel tentativo di ritrovare equilibrio”.

    In tutto il documento non esiste una sola nota di preoccupazione per le vittime del Giraudo (sic), ma solo per la sofferenza dello stesso.

    L’8 settembre del 2003 il cardinale Calcagno scrive al Joseph Ratzinger informandolo della situazione e ribadendo la volontà del sacerdote di proseguire nel suo impegno pastorale. Ratzinger non prese alcun provvedimento.

    Nell’estate del 2005, durante un campo scout, don Giraudo abuserà di un 15enne. Nel 2012 patteggia la condanna per quel solo abuso.

    Don Giraudo, sotto richiesta del vescovo Vittorio Lupi – che rifiutò di celebrare il processo canonico, probabilmente per non accrescere le gravi responsabilità della diocesi – chiederà la dispensa dallo stato clericale soltanto il 27 marzo del 2010, quando oramai la procura di Savona aveva già avviato le indagini.

    Verità che ancora oggi la chiesa savonese nega, dimostrando la disonesta continuità di gestione e l’inaffidabilità delle stesse gerarchie che malgrado gli anni e gli appelli del papa, riconfermano patologicamente una grande disonestà morale ed intellettuale, non chè l’irresponsabilità nei confronti delle vittime – passate e future – oggi affidata all’ennesimo vescovo, Caloggero Marino.

    Le rispettive due prossime udienze, sono state rinviate la prima al 27 marzo di fronte al giudice Stefano Poggio, la seconda il  il 28 febbraio davanti al giudice Luigi Acquarone.

    Redazione Web

     

  • Abusi, accolto il ricorso presentato dal cardinale George Pell

    Abusi, accolto il ricorso presentato dal cardinale George Pell

    La richiesta d’appello presentata dal cardinale George Pell è stata accolta. Si allungano così i tempi processuali. Il Vaticano ha fiducia nella giustizia australiana

    Il cardinale George Pell sarà giudicato in appello. Questa è, in sintesi, la conseguenza della decisione che arriva dall’Australia, dove la vicenda processuale del porporato continua a tenere banco.

    L’uomo che Papa Francesco aveva individuato per la guida della Segreteria per l’Economia è stato condannato in primo grado a sei anni per abusi sessuali. Quelli che il porporato avrebbe commesso anni fa, quando era ancora incaricato nella sua nazione d’origine, ai danni di due minorenni. Nello specifico, le molestie sarebbero state inflitte a due giovanissimi membri di un coro. Parliamo di episodi che avrebbero avuto luogo negli anni 90′. Trattasi, qualunque sia la verità, dell’ecclesiastico più alto in grado mai coinvolto in una vicenda giudiziaria di questa tipologia. E anche per questo motivo il caso di George Pell è seguito da anni da buona parte dei media internazionali.

    Per quanto valga però la pena rimarcare come l’accusato, sin dall’inizio di queste vicessitudini, abbia sempre rivendicato la sua assoluta innocenza. Un dettaglio non di poco conto, che è stato anche sottolineato pure dalla Santa Sede nel momento in cui la Sala Stampa ha voluto commentare la notizia sul via libera alla richiesta d’appello da parte dell’Alta Corte australiana. I tempi previsti non sono proprio brevi: si pensa che la prima udienza possa svolgersi entro l’inizio della prossima primavera. La chiarezza giudiziaria, insomma, non sembra essere dietro l’angolo. Ma ci sarà un’altra pronuncia. Quella che dovrebbe stabilire, una volta per tutte, se Pell è colpevole o no.

    Nel frattempo, il cardinale, che è anche considerato un convinto conservatore, dovrà con ogni probabilità rimanere all’interno del carcere di Melbourne, da dove, di recente, ha persino tuonato contro alcune scelte fatte, da un punto di vista dottrinale, durante le fasi che hanno preceduto il Sinodo panamazzonico. Il Vaticano, dal canto suo, ha subito rilasciato delle dichiarazioni sulla novità emersa attorno all’appello: “La Santa Sede, nel confermare la propria fiducia nella giustizia australiana, prende atto della decisione dell’Alta Corte australiana di accogliere la richiesta di appello presentata dal cardinale George Pell, consapevole che il cardinale ha sempre affermato la propria innocenza”, ha fatto sapere il Direttore della Sala Stampa Matteo Bruni.

    Attraverso i medesimi virgolettati, la Santa Sede ha in ogni caso ribadito “la propria vicinanza a quanti hanno sofferto a causa degli abusi da parte dei membri del clero”. A riportare questi commenti, tra gli altri, è stata l’Adnkronos. La questione degli abusi in Australia è molto sentita. La nazione oceanica, come il Cile e gli Stati Uniti, è stata colpita da quello che Joseph Ratzinger ha chiamato “collasso morale”. Il governo australiano e gli enti intermedi stanno anche cercando di mettere in campo una serie d’iniziative legislative che garantiscano le vittime, prescindendo per esempio dal segreto confessionale.

    http://www.ilgiornale.it/news/mondo/abusi-accolto-ricorso-presentato-cardinale-george-pell-1783790.html
  • Pedofilia, Alta Corte australiana ammette appello del cardinale Pell

    Pedofilia, Alta Corte australiana ammette appello del cardinale Pell

    Santa Sede: fiducia nei giudici e vicinanza alle vittime degli abusi

    Si riapre la battaglia legale sui presunti abusi sessuali su minori contestati al cardinale australiano George Pell, condannato nel suo Paese a sei anni di carcere per pedofilia, con un minimo di tre anni e otto mesi da scontare in carcere, dove attualmente si trova.

    L’Alta Corte di Australia ha infatti ammesso l’appello del porporato, oggi 78enne, che risponde di abusi sessuali ai danni di due coristi-chierichetti nella cattedrale di Melbourne nel 1996, ma che si è sempre dichiarato innocente.

    Dopo il ricorso presentato dai legali di Pell, in seguito alla conferma della condanna, lo scorso agosto, da parte della Corte d’Appello di tre giudici dello Stato di Victoria con un voto di due a uno, l’Alta Corte, massima giurisdizione in Australia, ha annunciato di aver deciso di ammettere un ultimo appello, in seduta plenaria di sette giudici.

    La Santa Sede conferma “la propria fiducia nella giustizia australiana”, ricorda che “il cardinale ha sempre affermato la propria innocenza” e ribadisce “la propria vicinanza a quanti hanno sofferto a causa degli abusi da parte dei membri del clero”.

    http://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2019/11/13/pedofilia-alta-corte-australiana-ammette-appello-di-pell_820882f4-3651-473a-9b21-27acf64d19a0.html?fbclid=IwAR0yeeE2ENguNt_p73Tz7MYpq3z6A6ERRX_B_4T-AS2b1MkVOw2kd_lvMME

  • Guai per Zanchetta, diocesi perquisita e sequestrati i pc

    Guai per Zanchetta, diocesi perquisita e sequestrati i pc

    Nico Spuntoni

    Nuove ombre su Gustavo Óscar Zanchetta, il vescovo argentino sul quale è già in corso un’inchiesta per presunti abusi sessuali. I locali della diocesi di Orán sono stati perquisiti dagli uomini della Procura della Repubblica. Un provvedimento scaturito nell’ambito di un’indagine per presunte frodi contro lo Stato ed amministrazione fraudolenta.

    Nuove ombre su Gustavo Óscar Zanchetta, il vescovo argentino sul quale è già in corso un’inchiesta per presunti abusi sessuali. I locali della diocesi di Orán, di cui il prelato fu titolare dal 2013 al 2017, sono stati perquisiti dagli uomini dell’Unità per i crimini economici della Procura della Repubblica.

    Un provvedimento scaturito nell’ambito di un’indagine per presunte frodi contro lo Stato ed amministrazione fraudolenta. L’accusa è relativa a fatti che sarebbero avvenuti proprio nel periodo in cui Zanchetta, prima di essere nominato a sorpresa assessore dell’Amministrazione del patrimonio della Sede Apostolica, ricopriva l’incarico di vescovo. La perquisizione, condotta da Monica Viazzi, procuratore penale di Salta, ha portato al sequestro dei computer e dei documenti presenti nel quartier generale amministrativo della diocesi e risalenti a quel lasso temporale.

    La scorsa estate il pubblico ministero competente ha formalizzato contro Zanchetta l’accusa di “abusi sessuali continui ed aggravati” sulla base delle testimonianze di due seminaristi che hanno raccontato di aver subito molestie sessuali tra il 2016 ed il 2017. Dall’Argentina, i problemi del vescovo emerito di Oràn sono arrivati in Vaticano: su di lui è stata aperta un’indagine anche da parte della Congregazione per la Dottrina della Fede.

    Questo però non gli ha impedito di partecipare agli esercizi spirituali nella Casa del Divin Maestro ad Ariccia lo scorso marzo, invitato direttamente da Francesco. Il papa ed il vescovo indagato si erano conosciuti quando entrambi lavoravano nella conferenza episcopale argentina: Zanchetta era stato il sottosegretario esecutivo durante la presidenza dell’allora cardinale Bergoglio. La sua era stata una delle prime ordinazioni episcopali dell’attuale pontificato, il 23 luglio del 2013. Quattro anni dopo, però, il pontefice aveva dovuto accogliere le sue dimissioni arrivate dopo le continue lamentele pervenute in Vaticano tramite la Nunziatura e relative ad una presunta gestione economica disordinata della diocesi e a comportamenti autoritari.

    Nonostante ciò, il 19 dicembre del 2017 Zanchetta è stato nominato Assessore dell’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica, incarico nel quale non ha predecessori e – finora – neppure successori. Pur essendo sospeso dalle sue funzioni per l’indagine portata avanti sul suo conto dall’ex Sant’Uffizio, il nome del prelato argentino continua a comparire nella struttura dell’organismo guidato da monsignor Galantino. Non a caso, lo scorso giugno, nell’ambito del processo argentino per abusi nel quale è imputato, Zanchetta ha ottenuto il permesso di tornare a Roma per motivi di “natura occupazionale” almeno fino ad agosto.

    La decisione del giudice Claudio Alejandro Parisi non aveva accolto le richieste del pm che si era opposto alla possibilità di lasciar partire il vescovo, ma aveva mantenuto le misure restrittive disposte in precedenza. Francesco, rispondendo ad una domanda sull’ex sottosegretario della conferenza episcopale argentina, durante un’intervista concessa alla giornalista Valentina Alazraki per Televisa, aveva spiegato di aver creato per Zanchetta una posizione ad hoc all’Apsa, la cassaforte immobiliare della Santa Sede, perché “economicamente era disordinato, ma non ha gestito male economicamente le opere che ha fatto. Era disordinato ma la visione è buona”.

    La Santa Sede, attraverso un comunicato emesso allo scoppio del caso dall’allora portavoce ad interim della Sala Stampa, Alessandro Gisotti, aveva sostenuto che al momento della nomina presso l’organismo presieduto da monsignor Galantino, contro il vescovo argentino erano emerse accuse di autoritarismo ma non ancora quelle di abusi sessuali.

    https://lanuovabq.it/it/guai-per-zanchetta-diocesi-perquisita-e-sequestrati-i-pc

  • Pedofilia: caso Pell, Alta Corte decide se accettare appello

    Pedofilia: caso Pell, Alta Corte decide se accettare appello

    Il pronunciamento atteso per mercoledì in Australia
    Roma. L’Alta Corte australiana deciderà mercoledì 13 novembre se procedere con l’appello presentato dal cardinale George Pell condannato per pedofilia. Pell, ex Prefetto dell’Economia in Vaticano, 78 anni, è stato condannato in primo grado; condanna confermata in appello e deve scontare sei anni di carcere. Il ricorso all’Alta Corte è la sua ultima possibilità di tornare in libertà. Il cardinale si è sempre dichiarato innocente. Se i giudici accetteranno di riaprire il processo, come chiesto dalla difesa di Pell, il procedimento dovrebbe cominciare a febbraio, dopo la pausa estiva australiana. La richiesta all’Alta Corte è stata contestata dall’ufficio del pubblico ministero secondo il quale non ci sono le basi per riaprire giudizialmente il caso. Al momento il cardinale e’ in carcere, in regime di isolamento per proteggerlo dagli altri detenuti. Se l’Alta Corte riterra’ di non dover procedere, Pell dovra’ trascorrere in carcere tre anni e otto mesi prima di avere diritto alla libertà condizionale.
    ANSA

  • Emanuela Orlandi, Viganò: ”Sera scomparsa telefonata in Vaticano” – “Ecco cosa dissero”

    Emanuela Orlandi, Viganò: ”Sera scomparsa telefonata in Vaticano” – “Ecco cosa dissero”

    Dario D’Angelo – Sul caso Emanuela Orlandi, la 15enne cittadina vaticana scomparsa il 22 giugno del 1983 a Roma, parla per la prima volta Carlo Maria Viganò, ex nunzio negli Usa, noto per le sue posizioni contro Papa Francesco, intervistato da Aldo Maria Valli (ex vaticanista Rai, oggi a sua volta critico nei confronti del Santo Padre) sul suo sito.

    E sono dichiarazioni importanti, visto che Viganò all’epoca lavorava a stretto contatto con l’arcivescovo Eduardo Martinez Somalo, il sostituto per gli affari generali, una sorta di ministro dell’interno. Viganò parla di una telefonata che giunse in Vaticano in seguito alla sparizione della Orlandi:”Quella sera mi trovavo in ufficio in segreteria di Stato alla terza loggia insieme con monsignor Sandri, mentre il sostituto era assente. Erano circa le 20, o forse più tardi, quando ricevetti una telefonata da padre Romeo Panciroli, allora direttore della sala stampa vaticana, il quale mi annunciò che era giunta, appunto alla sala stampa, una telefonata anonima che annunciava che Emanuela Orlandi era stata rapita.

    Padre Panciroli mi disse che mi avrebbe inviato immediatamente via fax un testo con il contenuto della telefonata“. Viganò aggiunge: “Purtroppo la memoria non mi assiste sul contenuto preciso di quel documento. Vi si affermava che Emanuela Orlandi era detenuta da loro e che la sua liberazione era collegata a una richiesta, il cui adempimento non necessariamente dipendeva dalla volontà della Santa Sede. Si trattava di un messaggio formulato in termini precisi e ben costruito. Esso è indubbiamente reperibile nell’archivio della segreteria di Stato“.

    EMANUELA ORLANDI, EX NUNZIO VIGANO’: “I MIEI RICORDI DELLA SERA DELLA SCOMPARSA”

    Nel ripercorrere quei frangenti così concitati, monsignor Viganò ricorda le perplessità nutrite in Vaticano:”L’arcivescovo Achille Silvestrini (futuro cardinale, morto il 29 agosto scorso, ndr) lesse il testo e commentò che secondo lui si trattava dello scherzo di pessimo gusto di qualche squilibrato. Da parte mia gli feci notare che il testo era redatto in termini molto rigorosi e scritto in modo professionale e che quindi doveva essere preso in seria considerazione. Mi venne in mente che il contenuto della telefonata anonima presentava una strana coincidenza con un’altra vicenda. Poco tempo prima era giunta in segreteria di Stato una lettera, firmata da un sedicente rifugiato di un paese dell’Est Europa, il quale diceva di trovarsi in un campo profughi in Friuli e chiedeva asilo politico in Vaticano. Alla lettera allegava una sua fotografia formato tessera e un certificato della sua iscrizione al medesimo istituto di musica sacra frequentato da Emanuela Orlandi.

    Erano le dieci di sera passate e con monsignor Sandri chiamammo immediatamente il responsabile dell’archivio perché ci desse quel documento, che consegnammo in copia quella sera stessa al dottor Volpe, dell’ispettorato di pubblica sicurezza presso il Vaticano, perché facesse le opportune indagini. Nel mio ruolo di segretario non mi fu dato sapere quali iniziative abbia preso nell’immediato monsignor Silvestrini, ma non ho dubbi che ne informò il sostituto e il cardinale segretario di Stato Agostino Casaroli e anche papa Giovanni Paolo II“.

    Aldo Maria Valli nella sua intervista chiede a Viganò di precisare quel “detenuta da loro”, ma l’ex nunzio negli Stati Uniti spiega:”Mi rendo conto dell’imprecisione della mia risposta, ma la mia memoria non mi permette di precisare ulteriormente“. In ogni caso, suggerisce, Viganò, risalire al contenuto di quella telefonata non dovrebbe essere così complicato:”Certo, il testo di quella telefonata, l’appunto che ricevetti da padre Panciroli, deve essere nell’archivio della segreteria di Stato e non so se fu mai dato agli inquirenti italiani. Mi meraviglierei che non fosse stato fatto“.

    https://www.ilsussidiario.net/news/emanuela-orlandi-viganosera-scomparsa-telefonata-in-vaticano-ecco-cosa-dissero/1944286/