Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Il cardinale Barbarin dal Papa per rassegnare le dimissioni

    Il cardinale Barbarin dal Papa per rassegnare le dimissioni

    Tra le possibilità sul tavolo: Francesco può rifiutarle, accettarle con effetto immediato, nominarlo come amministratore diocesano o nominare un altro amministratore temporaneo

    IACOPO SCARAMUZZI
    CITTÀ DEL VATICANO

    Il cardinale Philippe Barbarin è stato ricevuto dal Papa per rassegnare le dimissioni nelle sue mani dopo essere stato condannato dalla giustizia francese per non aver denunciato un sacerdote della sua diocesi accusato di pedofilia.

    Il tribunale correzionale di Lione lo scorso 7 marzo ha inaspettatamente condannato il porporato, arcivescovo della città francese dal 2002, a sei mesi, con la condizionale, per non aver denunciato gli abusi sessuali che il sacerdote Bernard Preynat ha compiuto a danno di numerosi scout minorenni negli anni Settanta e Ottanta. Solo a settembre del 2015 la diocesi aveva vietato al sacerdote il contatto con i minorenni e solo a inizio 2016 Preynat, ancora in attesa di giudizio, è stato messo sotto sorveglianza giudiziaria.

    Una prima procedura si era conclusa nell’agosto del 2016 con la decisione della procura lionese di archiviare il caso ritenendo che l’arcivescovo, che nel 2014 aveva ricevuto una esplicita denuncia contro il sacerdote dalla testimonianza personale di una vittima, Alexandre Hazez, non aveva ostacolato il corso della giustizia (mentre la Corte aveva considerate prescritte le voci che erano giunte al cardinale negli anni precedenti). Hazez e altre nove vittime di Preynat, però, non soddisfatte del verdetto, hanno chiamato nuovamente in causa Barbarin, tramite la procedure della «citazione diretta» che, nel sistema giurisdizionale francese, permette di saltare l’indagine preliminare e andare direttamente a processo. E il tribunale correzionale di Lione, presieduto dalla giudice Brigitte Vernay, ha stabilito, questa volta, che l’arcivescovo è «colpevole di mancata denuncia di maltrattamenti, privazioni o molestie sessuali».

    «Dopo la decisione del tribunale, indipendentemente dalla mia sorte personale tengo a ribadire innanzitutto la compassione per le vittime e tutto il posto che loro e loro famiglie hanno nelle mie preghiere», aveva detto Barbarin subito dopo il verdetto con una secca dichiarazione alla stampa. «Ho deciso di andare dal Santo Padre per rassegnare nelle sue mani le mie dimissioni. Mi riceverà nei prossimi giorni». L’arcidiocesi di Lione aveva poi precisato che l’udienza con il Papa era stata concordata una quindicina di giorni prima del giorno della sentenza e aveva poi comunicato, nei giorni scorsi, che l’udienza papale avrebbe avuto luogo questa mattina alle 10.

    Francesco ha ricevuto oggi Barbarin nella prima delle numerose udienze che, come ogni mattina, concede nel Palazzo Apostolico vaticano. La durata prevista era di mezz’ora. La Santa Sede e l’arcidiocesi lionese non hanno fornito dettagli dell’incontro né sono previste comunicazioni ufficiali in giornata. Barbarin, a quanto si apprende, sarà di ritorno a Lione questa sera stessa.

    Gli avvocati del cardinale, peraltro, nei giorni scorsi hanno presentato appello. «È importante dire», ha spiegato monsignor Emmanuel Gobilliard, vescovo ausiliare della città francese e portavoce del porporato, «che quello delle dimissioni è l’atto di un pastore, l’atto dell’arcivescovo di Lione, che riguarda la diocesi: pensa in coscienza di dimettersi per il bene della Chiesa di Lione. Ma è anche cittadino francese, ha dei diritti e gli avvocati pensano che (con la sentenza di condanna per non denuncia, ndr) ci siano conseguenze per il diritto, per la giurisprudenza, c’è una interpretazione nuova del diritto».

    La Procura ha fatto a sua volta appello. E, riferisce la stampa francese, gli avvocati del porporato André Soulier e Jean-Felix Lucani, hanno scritto una nota giuridica tradotta in spagnolo e destinata al Papa per l’udienza odierna per comunicargli la loro convinzione che il porporato in appello sarà prosciolto.

    La Santa Sede non aveva commentato la sentenza di condanna, il 7 marzo scorso, limitandosi a segnalare, per mezzo della sala stampa, il comunicato con il quale la Conferenza episcopale francese prendeva atto della sentenza, spiegava di non voler commentare la decisione, assicurava preghiere per Barbarin «e per la diocesi di Lione», e ricordava che, «come ogni cittadino francese, il cardinale Barbarin ha il diritto di utilizzare le possibilità del ricorso a sua disposizione. È ciò che egli ha fatto e attendiamo l’esito di questa nuova procedura».

    Quanto alla sua decisione di rassegnare le dimissioni nelle mani di Papa Francesco, proseguiva la nota a firma del presidente dell’episcopato francese, l’arcivescovo di Marsiglia Georges Pontier, «essa riguarda la sua coscienza personale. Anch’essa non chiama in causa un commento da parte della conferenza episcopale francese. Dipende dal Papa di darle il seguito che riterrà opportuno. La conferenza episcopale francese – concludeva la nota – ribadisce la propria determinazione contro ogni aggressione sessuale commessa da preti contro i minori».

    Sugli schermi francesi, intanto, è uscito il film “Grace a Dieu” (“Grazie a Dio”, da un’espressione utilizzata in una conferenza stampa da Barbarin, quando disse che «la maggioranza dei fatti grazie a Dio è prescritta ma altri forse no, sarà la giustizia a decidere») del regista François Ozon che ruota attorno all’affairePreynat e alla nascita dell’associazione “La Parole liberée” che, costituita da alcune vittime del sacerdote, ha promosso le denunce.

    Quanto alle prospettive che si aprono adesso, è stato lo stesso monsignor Gobillard a spiegare che c’è un ventaglio di prospettive possibili: «Il Papa può rifiutare le dimissioni, può accettarle con effetto immediato, può accettarle ma chiedendogli di rimanere come amministratore diocesano per assicurare la transizione per il tempo che il successore sia nominato, può nominare un altro amministratore diocesano, o può incaricare il vescovo ausiliare più anziano di riunire il collegio dei consultori che elegga un amministratore diocesano». Il cardinale Barbarin, precisava il suo portavoce, «mi ha detto: le vittime hanno sofferto troppo, la diocesi ha sofferto troppo, forse è venuto il momento di vivere un cambiamento».

  • Può un pedofilo mantenere la porpora?

    Può un pedofilo mantenere la porpora?

    Quando Francesco fu eletto papa (13 marzo 2013), e una settimana dopo iniziò solennemente il suo ministero di «pastore universale della Chiesa», mai forse immaginò che proprio nel conclave che lo aveva scelto vi era chi, più tardi, sarebbe stato condannato da tribunali civili per aver «coperto» preti pedofili, o per esserlo stato lui stesso.

    Eppure, a sei anni da quella data cruciale, la piaga della pedofilia del clero è diventata una spina dolorosa per il pontefice, che ha definito «strumenti di satana» gli ecclesiastici rei di tanto «abominio». E le responsabilità di quei «delitti» sono di chi li compie (tra il 4 e il 6% del clero, secondo statistiche vaticane), ma anche dei vescovi che hanno «tollerato» i violentatori, limitandosi a spostarli, se parroci, da una parrocchia all’altra.

    Ma, dopo aver toccato vescovi, ora l’ombra nera lambisce anche  porporati, cioè quella ristrettissima ed elitaria cerchia del collegio cardinalizio in cui 120 membri, che non abbiano superato gli ottant’anni, hanno il grave ed esclusivo compito di eleggere il vescovo di Roma.

    Infatti, l’arcivescovo di Lione, cardinale Philippe Barbarin (classe 1950), il 7 marzo è stato condannato, con la condizionale, a sei mesi di carcere per non aver denunciato alle autorità civili un prete pedofilo seriale. Egli ha offerto le sue dimissioni al papa che, finora, non si è espresso. Poi mercoledì scorso il cardinale australiano George Pell (1941) in patria è stato condannato a sei anni di prigione, per aver lui stesso, e già vescovo, nel 1996-97 violentato adolescenti. I due prelati hanno fatto ricorso.

    In Cile, poi, molti cattolici chiedono le dimissioni da arcivescovo di Santiago del cardinale Ricardo Ezzati (1942), e la sua estromissione – insieme al suo anziano predecessore, Francisco Errázuriz – dal collegio cardinalizio: ambedue sono accusati di aver «coperto» per anni preti pedofili.

    Sono stati infedeli, questi porporati «tolleranti», o hanno agito secondo disposizioni canoniche stabilite da Roma? Fino agli anni Novanta del secolo scorso la Curia vaticana invitava il vescovo, di fronte ad un prete pedofilo, a salvaguardare soprattutto il buon nome della Chiesa, per «evitare lo scandalo»; non v’era molta considerazione per la vittima. Poi la normativa è mutata e, seppure permangano nodi irrisolti, ora vige la «tolleranza zero».

    Se ad essere negligenti sono vescovi, li papa li sospende; ma se  porporati? Nel luglio scorso Francesco ha tolto la porpora al cardinale Theodore McCarrick, ottantanovenne, ex arcivescovo di Washington: ma era stato lui stesso un violentatore.
    Che farà ora Bergoglio, con Pell e Barbarin condannati in primo grado? Un tempo, nei paesi «cattolici», gli ecclesiastici godevano del «privilegium fori»: se rei di delitti, a giudicarli era la Chiesa e non lo Stato. Quel tempo, però, è finito.

    D’altra parte, se oggi si celebrasse un conclave, in teoria potrebbero entrarvi, essendo ancora «votanti», i due cardinali condannati. Un’ipotesi che fa tremare la Chiesa romana.

    http://www.ladige.it/blogs/diario-vaticano/2019/03/18/pu-pedofilo-mantenere-porpora

  • Bufera pedofilia anche in Polonia, 328 casi in 28 anni

    Bufera pedofilia anche in Polonia, 328 casi in 28 anni

    A rivelarlo è stato il primate polacco, l’arcivescovo Wojciech Polak, che ha presentato un copioso dossier – Il «mea culpa» arriva a poche settimane dal summit organizzato in Vaticano

    ROMA – Quello che fino ad oggi sembrava essere uno dei Paesi meno colpiti dallo scandalo della pedofilia viene travolto da una bufera che è destinata a lasciare il segno. Negli ultimi 28 anni, dal 1990 al 2018, la Polonia ha avuto a che fare con 382 casi di abusi sessuali su minorenni da parte di ecclesiastici, sacerdoti ma anche suore.

    A rivelarlo è stato oggi il primate polacco, l’arcivescovo Wojciech Polak, che ha presentato un copioso dossier fatto di dati analitici e statistiche al termine della riunione plenaria della Conferenza episcopale polacca. Un ‘mea culpa’ che arriva a poche settimane dal summit organizzato in Vaticano a fine febbraio con papa Francesco e al quale hanno partecipato i vertici delle conferenze episcopali di tutto il mondo.

    Secondo il dossier, sono coinvolti 625 minorenni: 345 al di sotto dei 15 anni e 280 sopra i 15 anni. Il 58,4% riguarda i ragazzi, 41,6% ragazze. I procedimenti canonici contro i 382 ecclesiastici coinvolti sono ultimati nel 74,6% dei casi, mentre il 25,4% è ancora in corso. Fra i casi che sono arrivati a conclusione, il 25,2% ha ricevuto la massima pena, vale a dire la riduzione allo stato laicale. Il 40,3% di loro ha ricevuto altre pene canoniche. Solo il 10,4% degli accusati sono stati riconosciuti come innocenti mentre la procedura contro il 12,6% di loro è stata interrotta a causa della morte, il suicidio, grave malattia oppure la mancanza delle prove sufficienti.

    Nella maggior parte dei casi i pedofili sono stati denunciati dalle stesse vittime (41,6%) o dai loro familiari (20,9%). Il 14,9% di loro sono stati denunciati invece da altre persone, come dirigenti scolastici, insegnanti, conoscenti, confratelli o altri preti. Nel 5,8% dei casi gli organi dello Stato, nel 5,2% mezzi di comunicazione.

    «Ogni vittima dovrebbe suscitare in noi ecclesiastici il dolore, la vergogna, il senso della colpa», ha detto mons. Polak. «Devono esserci degli incentivi indirizzati alle vittime per segnalare questi crimini in modo più coraggioso – ha spiegato ai media locali l’arcivescovo Stanislaw Gadecki, presidente della Conferenza episcopale polacca -. La prima cosa è segnalare. La seconda è ascoltare le vittime e la terza sostenerle».

    Intanto lunedì prossimo il cardinale e arcivescovo di Lione, Philippe Barbarin, sarà ricevuto in Vaticano per rassegnare le sue dimissioni a papa Francesco, in seguito alla condanna della giustizia francese per l’omessa denuncia degli abusi sessuali su minori perpetrati negli anni ‘70 e ‘80 durante i campi scout dal cappellano Bernard Preynat.

    Arriva dall’America, invece, la notizia del ritrovamento del cadavere di un prete spretato che era stato accusato di pedofilia. Secondo le prime informazioni, John Capparelli, 70 anni, è morto in seguito ad un colpo di pistola al collo. Il suo corpo è stato ritrovato in una pozza di casa nella sua abitazione a Las Vegas, in Nevada. Gli investigatori indagano per omicidio, ma non è ancora chiaro se all’origine del gesto ci siano le accuse di pedofilia o se invece sia una vendetta legata al suo passato

  • Pedofilia: Pell a rischio in carcere, starà in isolamento

    Pedofilia: Pell a rischio in carcere, starà in isolamento

    Finché le autorità carcerarie australiane potranno elaborare procedure per proteggerlo

    Il cardinale George Pell potrebbe essere “in serio pericolo” di vita in carcere e di fatto resterà dunque in isolamento, finché le autorità carcerarie potranno elaborare procedure per proteggerlo: a quanto riferisce oggi il quotidiano The Australian, l’ente statale responsabile delle carceri Corrections Victoria sta esaminando quando il prelato potrà essere trasferito da una struttura di massima sicurezza a una prigione più permanente, possibilmente con altri criminali sessuali.

    Pell è stato condannato ieri dalla County Court per abusi sessuali su minori a sei anni di carcere e potrà chiedere la libertà su cauzione dopo tre anni e otto mesi. Era stato giudicato colpevole da una giuria in dicembre di aver abusato sessualmente di due coristi di 13 anni quando era arcivescovo cattolico di Melbourne negli anni ’90, dopo aver celebrato messa nella cattedrale, e di aver aggredito sessualmente una seconda volta uno dei due minori, due mesi dopo. Corrections Victoria ha presentato alla corte un affidavit in cui dichiara che Pell, 77 anni, e “a serio rischio a causa del tipo di reati e del suo alto profilo”. “Come rileva l’affidavit, vi sono preoccupazioni per la notorietà del condannato per e la natura di profilo estremamente alto della causa”, ha dichiarato ieri il giudice Peter Kidd nell’emettere la sentenza. “Questo solleva preoccupazioni di sicurezza. Sono consapevole che il tempo in prigione sarà impattato materialmente e negativamente a causa di questi fattori. La posizione del condannato è legata all’età avanzata e alla conseguente vulnerabilità Il condannato potrebbe non vivere fino all’esaurimento della pena”. I problemi di salute di Pell includono lunghi precedenti di disturbi cardiaci, ipertensione e insufficienza cardiaca congestizia. Secondo il quotidiano, Pell potrebbe essere trasferito in una di due strutture nell’entroterra del Victoria in cui sono detenuti in relative condizioni di sicurezza criminali sessuali e detenuti di bassa sicurezza. Una seconda opzione è la prigione di minima sicurezza di Langi Kai Kal, 150 km a ovest di Melbourne, vicino a Ballarat, città natale di Pell.

    http://www.ansa.it/sito/notizie/politica/2019/03/14/pedofilia-pell-a-rischio-in-carcere-stara-in-isolamento_84f815c4-a1df-4ecf-ad7c-adcb9fff3957.html

  • «Pedofilia, non c’è un attacco alla Chiesa  La verità anche in Italia come chiede Francesco»

    «Pedofilia, non c’è un attacco alla Chiesa La verità anche in Italia come chiede Francesco»

    Il gesuita Zollner, esperto anti-pedofilia del Vaticano: dopo l’incontro voluto dal Papa c’è maggiore consapevolezza nelle conferenze episcopali

    di Gian Guido Vecchi – CITTÀ DEL VATICANO Nel sesto anniversario dall’elezione di Francesco, il tribunale di Melbourne ha condannato a sei anni, per pedofilia, il cardinale George Pell . Una settimana fa un altro cardinale, l’arcivescovo di Lione Philippe Barbarin, è stato condannato a 6 mesi con la condizionale per mancata denuncia di un abuso commesso da un sacerdote. C’è chi parla di Chiesa sotto attacco, che ne dice padre?

    «Ma no, le vicende si accumulano, sono casi che arrivano nello stesso momento ma dalla Francia all’Australia sono in ballo da anni, non ha senso sostenere che questo sia un attacco concertato». Padre Hans Zollner, gesuita tedesco, preside dell’istituto di Psicologia e presidente del Centro di protezione dei minori dell’Università Gregoriana, è forse il massimo esperto della Chiesa in tema di lotta agli abusi. Fa parte della commissione vaticana per la protezione dei minori e del comitato organizzatore dell’incontro voluto dal Papa, il mese scorso, tra presidenti e rappresentanti di tutte le Conferenze episcopali del mondo.

    C’è il rischio che queste reazioni, anche nella Chiesa, frenino le riforme volute da Francesco?

    «Considerazioni del genere c’erano prima e adesso si sentono più giustificate, ma insomma, non credo abbiano affetto. Non c’è un attacco alla Chiesa, ci sono accuse rivolte alle persone. Se un giudice, il sistema legale di un Paese dice che c’ è stato reato, allora il colpevole deve scontare la pena. Nel caso dei cardinali Pell e Barbarin bisogna tenere presente che non abbiamo una sentenza definitiva ma, per ora, delle condanne in primo grado. Staremo a vedere».

    L’anno scorso diceva al «Corriere» che la Chiesa italiana dovrebbe fare come quella tedesca, che ha compiuto una ricerca durata tre anni in tutti gli archivi, altrimenti si troverà a dover rincorrere lo scandalo. Nel frattempo monsignor Stefano Russo, segretario generale della Cei, ha annunciato una ricerca affidata a un’università per capire finalmente le dimensioni del fenomeno degli abusi in Italia e un’«ampia consultazione» tra i vescovi sull’obbligo di denuncia alle autorità civili…

    «Le parole di Francesco, l’accento particolare che il Papa ha posto sulla questione ha avuto effetto in molti Paesi, prima e dopo l’incontro in Vaticano. Non dico che anche in Italia sia direttamente legato, ma di certo l’attenzione del Papa ha accelerato e sta accelerando i processi. Bene così, bisogna cercare la verità».

    Come va il cosiddetto «follow up» dopo l’incontro in Vaticano? Che cosa ci si deve attendere ora?

    «Il lavoro prosegue, alcune cose sono pronte e stanno per essere pubblicate, per altre ci vorrà ancora qualche mese. Ma si avranno conseguenze concrete solo se le conseguenze concrete avverranno nei vari Paesi, nella conferenze episcopali. Io seguo le notizie che arrivano dalle varie chiese locali, e vedo che si stanno definendo gruppi di lavoro, commissioni di ascolto delle vittime, revisioni delle linee guida contro gli abusi… Si è creato l’effetto nel quale speravo prima dell’incontro: che tutti tornassero con maggiore consapevolezza ed energia per cambiare le cose nel loro territorio».

    https://roma.corriere.it/cronisti-metropolitani/notizie/pedofilia-non-c-attacco-chiesa-2875d6f0-45ba-11e9-84eb-0118ce37142a.shtml

  • Papa Francesco, cambi il Vaticano

    Papa Francesco, cambi il Vaticano

    Mai come ora la Chiesa non può stare ferma davanti alla piaga della pedofilia che ne mina le fondamenta

    Gianluigi Nuzzi

    Lo scandalo della pedofilia nella Chiesa non deve distrarre. È la classica punta dell’iceberg che nasconde qualcosa di ancora più grande: il silenzio endemico, sistemico, geometrico che ha soffocato ogni reazione per difendere i bambini e la Chiesa di tutti dagli abusi.

    I segnali della portata devastante di questa metastasi sono stati per anni incredibilmente sottovalutati. Spesso per superficialità, colpa, ma anche per dolo e scienza criminale pur di evitare che si risalisse alla catena di responsabilità e coperture. Oggi i vescovi a capo di tutte le conferenze episcopali, riuniti in summit, si stracciano le vesti, fanno sfilare le vittime fino a ieri nascoste, si appropriano mediaticamente della denuncia, ma è troppo tardi.

    Gli abusi sui bambini, ha tuonato Papa Francesco, sono «una piaga all’interno della Chiesa. La disumanità del fenomeno a livello mondiale diventa ancora più grave e più scandalosa nella Chiesa, perché in contrasto con la sua autorità morale e la sua credibilità etica». Tutto vero. Eppure questo già lo sapevano e nulla è stato fatto.

    Aveva ragione Georg Gäsnwein, storico segretario fidatissimo di Benedetto XVI, quando nel settembre scorso sostenne che la pedofilia rappresenterà l’11 settembre per la Chiesa: «Oggi, la Chiesa cattolica guarda piena di sconcerto al proprio nine/eleven, al proprio 11 settembre, anche se questa catastrofe non è purtroppo associata a un’unica data, quanto a tanti giorni e anni, e a innumerevoli vittime». E, braccato dai dubbi, aggiunse: «Il lamento di Benedetto XVI ai vescovi americani del 2008 sulla profonda vergogna» causata dagli abusi sessuali «non riuscì a contenere il male, e nemmeno le assicurazioni formali e gli impegni a parole di una grande parte della gerarchia».

    Insomma, fu un lamento «pronunciato invano come vediamo oggi». Proprio così: la pedofilia costituisce una ferita profonda nel corpo della chiesa moderna. Una ferita poco curata, tanto da provocare necrosi nelle comunità cattoliche che si trovano ad affrontare questa emergenza permanente senza orizzonte, speranza, contromisure, possibilità di vedere chi abusa e chi lo protegge cacciati da ogni tempio. E infatti il paragone di Gänswein con l’11 settembre degli Usa è vero solo nella prima parte, quello dello choc e della devastazione, delle vittime che camminano con la morte dentro, ma non in quello della reazione.

    Dopo le Torri gemelle gli Usa ebbero una reazione ad alzo zero in tutto il pianeta. In pochi giorni chiunque aveva avuto a che fare con la famiglia di Osama bin Laden si vide messo in black list, i patrimoni sequestrati, le attività controllate dai servizi segreti. Era solo il primo passo di una guerra che dura tuttora, declinata in ogni forma. Per sei lunghi interminabili anni, invece, questo pontificato non ha considerato una priorità la lotta alla pedofilia.

    Il testimone lasciato da Benedetto XVI, che spinse le diocesi americane a risarcire le vittime, è caduto nel vuoto. Joseph Ratzinger aveva compiuto una svolta epocale, riconoscendo la giustizia dei tribunali oltre a quella divina. Non aveva però avuto la forza di destrutturare il sistema delle protezioni a catena, già ben descritto nel film Il caso Spotlight. Non basta cioè condannare e ridurre allo stato laicale il sacerdote che abusa, serve individuare chi lo ha coperto e chi ha fatto finta di non vedere. Solo così si spezza questa catena che uno a uno sta tirando giù i pilastri del tempio. Se non colpisci chi copre, accrediti il messaggio insidioso dell’indulgenza della gerarchia ecclesiastica.

    Una linea devastante che sforna ricatti, e, soprattutto, pregiudica il futuro di tutti con vescovi e cardinali dagli armadi stipati di scheletri, pronti a nuove omissioni misericordiose. La prova plastica di ciò si riassume bene nei disastri della commissione contro gli abusi del clero, che Bergoglio istituì nel 2014. La task force partì con le migliori intenzioni, cooptando diverse vittime che entrarono nel gruppo di lavoro. Peccato che in tutti questi anni non abbia mai fatto notizia per aver individuato e fatto condannare preti che abusavano o vescovi e cardinali che li proteggevano. No, l’unica volta che ha goduto dei riflettori dei media è quando la consigliera irlandese Marie Collins, vittima abusata da giovane da parte di un sacerdote, nel marzo del 2017 se ne andò sbattendo la porta: «È vergognosa la mancanza di cooperazione da parte della curia romana» nella lotta alla pedofilia.

    Chi s’immaginava che Francesco raccogliesse la denuncia d’insabbiamento della Collins da parte di settori del Vaticano, cacciando i depistatori, è rimasto deluso. Il papa ringraziò la signora accettando «le dimissioni con profondo apprezzamento per il suo lavoro a nome delle vittime e dei sopravvissuti degli abusi del clero». Grazie e arrivederci. Eppure non era la prima a denunciare l’inattività.

    Nei mesi precedenti un altro consigliere e vittima di abusi da parte di un prete, l’attivista inglese Peter Saunders, aveva sbattuto la porta per protestare contro l’atteggiamento dell’allora potentissimo cardinale George Pell, prefetto della segreteria per l’Economia. Saunders era allibito e scandalizzato perché Pell aveva risposto con certificati medici alle richieste di essere interrogato dalla commissione governativa australiana che all’epoca doveva far luce sugli abusi e la gestione dei sacerdoti colpevoli o sospettati di abusi nella diocesi di Melbourne, quando il porporato ne era l’arcivescovo. Era un segnale d’allarme, che doveva accendere un faro su questo porporato oggi clamorosamente in carcere dopo la condanna per pedofilia. Eppure nulla si mosse. Anzi la storia di Pell è una fulgida sequenza di errori clamorosi che lasciano senza parole.

    Già nel 2010 Pell sembrava volersi allontanare il più possibile dall’Australia e aveva sollecitato l’allora segretario di stato Tarcisio Bertone a essere nominato prefetto della Congregazione per i Vescovi. Ma venne scelto il canadese Marc Ouellet. Arrivato papa Francesco, riuscì nell’impresa, conquistando un ruolo chiave: numero uno della nuova segreteria per l’Economia, un ufficio che Bergoglio vedeva nello scacchiere del potere per depotenziare la segreteria di Stato e lo strapotere dei dicasteri economici che andavano così sotto le dipendenze del cardinale australiano.

    O, almeno, così sulla carta perché Pell incontrò mille resistenze per rendere la curia trasparente. Una guerra che vide schierati contro di lui cardinali del vecchio potere, uno sopra tutti era certamente il bertoniano Domenico Calcagno, ma anche quelli vicini a Bergoglio come lo stesso Pietro Parolin.

    Se sui soldi le battaglie non si contano, sulle accuse di aver coperto preti pedofili che già montano nessuno fiata. Anzi, quando l’8 giugno 2016 Pell compì 75 anni e presentò al pontefice le dimissioni dall’incarico per raggiunti limiti di età, Francesco non le ha accolte, tenendole ferme sulla scrivania. Un cardinale amico di Francesco commentò: «Il Papa non vuole accogliere adesso le dimissioni di Pell altrimenti dovrebbe rimandarlo subito in Australia e lì finirebbe di certo male. Francesco vuole prima capire come si concludono le indagini per le accuse di pedofilia». E così le gaffes non sono mancate, come quando nel marzo 2016 ha testimoniato in video-collegamento – da un albergo di lusso di Roma – alla Commissione reale sulle Risposte istituzionali agli Abusi sessuali sui Minori e ha ammesso che «avrebbe dovuto fare di più» nei confronti dei sacerdoti sui quali si addensavano le peggiori accuse.

    In quei giorni le vittime della pedofilia furono costrette a prendere a loro spese un volo aereo per seguire in diretta la testimonianza nella capitale di Pell senza che il Vaticano abbia offerto loro la minima accoglienza. Eppure sono curve tutte in discesa che era facile prevedere. E c’è forse da chiedersi perché Francesco, gesuita attento e prudente, abbia scelto come collaboratore «numero uno» un porporato esposto al vento di queste tremende accuse.

    Nei sacri palazzi si mormora che un giorno tra i due ci fu un chiarimento. Francesco chiese a Pell se le accuse che gli venivano mosse erano fondate, il cardinale negò tre volte senza abbassare lo sguardo. Allora il pontefice gli disse «Vai e prosegui il tuo lavoro». Ma in realtà la credibilità di Pell era fortemente pregiudicata, tanto da riflettersi sui lavori della segreteria che presiedeva. Lavori che rallentarono ancor più quando il cardinale, due anni fa, dovette lasciare definitivamente i sacri palazzi, il comando del super dicastero, per andare a difendersi in Australia. E anche qui Francesco non dispose la sostituzione al vertice del polmone economico della Santa sede, mossa fondamentale per portare avanti riforme troppo annunciate. Anzi, lasciò Pell comunque formalmente al comando, seppur sospeso.

    Il partito curiale si fregò le mani e prese di nuovo fiato. E così anche i detrattori di Bergoglio che lessero in questa mossa una fragilità del pontefice. Perché Bergoglio sottovalutò queste accuse? Le possibilità non sono molte. O nessuno aveva idea in Vaticano del reale quadro probatorio a carico di Pell. E questo non è credibile perché la Chiesa rimane una delle più efficaci strutture informative sul pianeta. O qualcuno con dolo presentò a Francesco una situazione diversa dal reale, alleggerendo la massa critica che poi ha investito il «cardinale ranger». E questo, a voler inseguire la dietrologia, per costringere un domani il Papa stesso a una brutta figura. Oppure perché lo stesso Papa non considerò le accuse gravi, seppur costituissero comunque quella che oggi bolla come «piaga mostruosa».

    All’epoca però non utilizzava le stesse espressioni. Sceglieva altre parole. Per esempio, nel giugno 2017, alla rivista Civiltà Cattolica, dichiarava: «Circa gli abusi sessuali, parliamoci chiaro: questa è una malattia. Se non siamo convinti che questa è una malattia, non si potrà risolvere bene il problema». E ancor più il 21 settembre sempre del 2017: «Una persona che fa questo, uomo o donna, è malata: è una malattia». Ora, la pedofilia non è una malattia ma un reato, un reato dei più insidiosi. Da una malattia si guarisce: si trova l’antidoto, ci si cura e si ritorna al mondo guariti. Dalla pedofilia, invece, non si esce.

    Ogni tentativo di recupero dei pedofili in carcere, per esempio, è andato fallito.

    L’amministrazione penitenziaria istituì anni fa dei programmi sperimentali di riabilitazione nel carcere senza ottenere particolari risultati. A eccezione del carcere di Bollate, dove alcuni percorsi hanno consentito di ridurre la «recidiva». Nella Chiesa invece il prete pedofilo subisce processi canonici lunghissimi, viene portato in strutture particolari (una alle porte di Trento) per essere «recuperato» e, soprattutto, le investigazioni su anni e anni di coperture non vengono effettuate. Uno dei cardinali più vicini a Bergoglio, il tedesco Reinhard Marx, ha denunciato, durante il summit sul tema appena concluso, che sono stati distrutti i dossier sugli abusi sessuali in Vaticano. Una denuncia che dovrebbe determinare rapide indagini interne, per capire se, e in che misura, ciò è avvenuto e chi sono gli autori del reato. Eppure è facile prevedere che tutto questo non avverrà e sarà l’ennesima denuncia a cadere nel vuoto. Stessa sorte rischia un’altra indagine, stavolta compiuta dal promotore di giustizia vaticano, sulle denunce di abusi nelle camerate del pre-seminario che ospita i chierichetti del papa. L’inchiesta è ormai conclusa e tutti attendono di vedere cosa verrà deciso: processo o archiviazione? Dopo la riduzione di cardinali ormai indifendibili e l’arresto di uno strettissimo collaboratore, quale reazione studierà Bergoglio per invertire questa tendenza? Per far capire che la reazione ora sarà dura, concreta e non più affidata solo agli annunci? Ogni mossa, infatti, rischia di far perdere ancora credibilità a una Chiesa, si diceva una volta, «che sopravvive persino a certi sacerdoti!». Ma sarà ancora cosi? © riproduzione riservata

    https://www.panorama.it/news/cronaca/papa-francesco-pedofilia-vaticano/

  • Vaticano. Il cardinale Pell condannato a 6 anni di carcere in Australia per pedofilia. Era il numero della Curia di papa Francesco

    Vaticano. Il cardinale Pell condannato a 6 anni di carcere in Australia per pedofilia. Era il numero della Curia di papa Francesco

    Il cardinale australiano Goerge Pell è stato condannato a sei anni di carcere per abusi sessuali su minori dal tribunale di Melbourne, dovrà scontare almeno tre anni e otto mesi prima di poter chiedere di essere scarcerato. Il giudice Peter Kidd ha dichiarato di aver valutato gli “odiosi crimini” commessi dal religioso, così come la sua avanzata età di 77 anni, nel decidere la pena. Ha inoltre citato il suo “grave” abuso di potere.

    Pell rischiava una pena massima di 50 anni di detenzione, per le accuse di abusi sessuali nei confronti di due coristi negli anni ’90. Il religioso, dichiarato colpevole a dicembre di stupro e quattro imputazioni per molestie sui due 13enni, si è professato innocente e ha presentato ricorso contro la condanna. “Potrebbe non vivere abbastanza per uscire di prigione”, ha detto il giudice. L’ex numero tre del Vaticano, consigliere finanziario del pontefice e tesoriere, con la sua “storia di problemi cardiaci” e la sua “vita altrimenti irreprensibile” (secondo le dichiarazioni del giudice), potrà presentare richiesta di libertà condizionale alla fine del 2022. Durante l’udienza, Pell è rimasto quasi sempre impassibile in aula, con le mani congiunte posate in grembo, mentre il giudice descriveva il suo “attacco sessuale forzato e spudorato alle due vittime”. Prima di lasciare il tribunale in manette, per essere trasferito in una struttura non precisata, il religioso ha firmato il registro dei responsabili di abusi sessuali. La prospettiva del futuro iter legale e la sentenza hanno causato reazioni tiepide e delusione nelle vittime. “Non c’è pace per me”, “ho apprezzato che il tribunale abbia riconosciuto ciò che subii da bambino”, ma “tutto è messo in ombra dall’attesa dell’appello”, ha affermato l’avvocata Vivan Waller, leggendo la dichiarazione della vittima identificata come J. Il padre dell’altra vittima, morta di overdose per droga nel 2014, ha fatto sapere invece che la pena inflitta a Pell è “deludente”. Pell è il più alto prelato della Chiesa cattolica mai condannato per pedofilia.

    “Umanamente, a quell’età di 77 anni, ritengo che sei anni di carcere rappresentino una sentenza ragionevole anche se ne rischiava 50, visto che almeno quasi 4 di questi 6 li sconterà sicuramente in un penitenziario”. Così Francesco Zanardi fondatore e presidente della rete L’Abuso di denuncia contro la pedofilia nel clero commenta la condanna in Australia del cardinale George Pell, già segretario per l’Economia in Vaticano. “In Italia, con le nostre leggi, il cardinale non si farebbe neanche un mese di carcere, la farebbe franca vista la sua età”, osserva Zanardi. “Al massimo, andrebbe in un centro gestito dalla Chiesa, il che equivarrebbe a restare libero”.

  • Pedofilia, il cardinale George Pell condannato a 6 anni: “Abusi umilianti”. Una macchia sul pontificato di Bergoglio

    Pedofilia, il cardinale George Pell condannato a 6 anni: “Abusi umilianti”. Una macchia sul pontificato di Bergoglio

    Mai prima d’ora un capo dicastero della Curia romana era stato condannato per abusi sessuali su minori. L’uomo chiamato a Roma da Papa Francesco ha presentato appello. Il giudice: “La sua condotta permeata di una sconcertante arroganza”. Da Lione al Cile, la sua vicenda non è l’unica che sta scuotendo la Chiesa cattolica

    Il cardinale George Pell è stato condannato a sei anni di carcere per pedofilia. Nel giorno in cui ricorre il sesto anniversario di pontificato di Papa Francesco, il tribunale australiano ha pronunciato la sentenza nei confronti dell’ex prefetto della Segreteria per l’economia della Santa Sede. Il cardinale è stato ritenuto colpevole di abusi sessuali su due ragazzi, all’epoca di 12 e 13 anni, del coro della cattedrale di Saint Patrick a Melbourne commessi nel 1996, quando era vescovo ausiliare dell’arcidiocesi. Pell, attualmente elettore in un eventuale conclave, è il più alto in grado nella Chiesa cattolica giudicato colpevole di pedofilia. Mai prima d’ora, infatti, un capo dicastero della Curia romana, seppure in congedo per potersi difendere nel processo, era stato condannato per abusi sessuali su minori.

    Tra l’altro, fino all’ottobre 2018 Pell ha fatto anche parte del Consiglio di cardinali che aiuta Bergoglio nella riforma della Curia romana. Una nomina che il Papa aveva fatto appena un mese dopo la sua elezione al pontificato, chiamando poi Pell a Roma per affidargli il prestigioso incarico di prefetto della Segreteria per l’economia. La condanna arriva poche settimane dopo il summit sulla pedofilia voluto da Bergoglio in Vaticano e al quale hanno partecipato tutti i presidenti delle Conferenze episcopali.

    Il porporato, attualmente detenuto nell’Assessment Prison di Melbourne, dovrà scontare almeno tre anni e otto mesi prima di poter chiedere un’eventuale libertà condizionale. “La sua condotta per crimini efferati – ha affermato nella sentenza il giudice della contea di Victoria, Peter Kidd – è stata permeata di una sconcertante arroganza. Considero la colpevolezza morale in entrambi i casi molto alta. Gli atti erano sessualmente evidenti, entrambe le vittime erano visibilmente e udibilmente angosciatedurate le molestie. Vi è stato un ulteriore livello di umiliazioneche ciascuna delle due vittime deve aver provato nel sapere che l’abuso avveniva in presenza altrui”.

    Pell ha presentato appello e il nuovo processo inizierà a giugno 2019. Intanto il Vaticano ha già annunciato che “dopo la sentenza di condanna di primo grado nei confronti del cardinale Pell, la Congregazione per la dottrina della fede si occuperà ora del caso nei modi e con i tempi stabiliti dalla normativa canonica”. Un procedimento simile a quanto avvenuto recentemente con l’ex cardinale di Washington, Theodore Edgar McCarrick, ridotto allo stato laicale dal Papa dopo essere stato condannato dall’ex Sant’Uffizio per “sollecitazione in confessione e violazioni del sesto comandamento del decalogo con minori e adulti, con l’aggravante dell’abuso di potere”.

    La parabola di Pell si conclude, dunque, nel modo peggiore possibile con una macchia sul pontificato di Francesco. Già al suo arrivo nella Curia romana, il ranger, come lo aveva ribattezzato Bergoglio per i suoi modi decisi, era stato al centro di numerose polemiche. Pell fece spendere alla Santa Sede per la sua vita a dir poco lussuosa mezzo milione di euro in soli sei mesi. A lui il Papa aveva affidato la regia di tutte le riforme finanziarie del pontificato. Incriminato per pedofilia nel suo paese a metà del 2017, Pell aveva subito rassegnato le dimissioni. Ma Francesco le aveva respinte decidendo di congedare il porporato dai suoi incarichi in Vaticano affinché potesse tornare in Australia e farsi processare.

    Una nomina, quella di Pell nella Curia romana, che fin da subito aveva destato molto scalpore anche per un altro motivo. Nel 2010, infatti, Benedetto XVI aveva pensato proprio all’allora arcivescovo di Sydney per sostituire il cardinale Giovanni Battista Re nel ruolo di prefetto della Congregazione per i vescovi. Ma lo scandalo della pedofilia per Pell era già alle porte e i consiglieri di Ratzinger riuscirono a scoraggiare il Papa tedesco a procedere a questa nomina. All’epoca il sospetto era che il cardinale avesse coperto gli abusi di alcuni preti australiani. Mai che avesse commesso lui stesso reati di pedofilia.

    Le vicende di McCarrick e Pell non solo le uniche che stanno scuotendo la Chiesa cattolica in queste settimane in merito agli abusi sessuali su minori. Il cardinale Philippe Barbarin è stato condannato dal tribunale di Lione a sei mesi con la condizionale per mancata denuncia di abusi sessuali su minori perpetrati, negli anni 70 e 80 durante i campi scout, da padre Bernard Preynat. Il 18 marzo 2019 il porporato sarà ricevuto dal Papa al quale presenterà le sue dimissioni da arcivescovo di Lione. Scenario simile a quello che sta avvenendo in Cile dove il cardinale di Santiago, Ricardo Ezzati Andrello, è stato citato in giudizio per 530mila dollari. Il porporato è accusato di aver coperto le violenze sessuali di un prete, padre Tito Rivera, ai danni di un 40enne. Proprio in Cile, Bergoglio ha dovuto azzerarel’episcopato a causa della pedofilia, rimuovendo diversi vescovi. E non è escluso che in futuro lo scandalo degli abusi possa travolgere altri cardinali.

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2019/03/13/pedofilia-il-cardinale-george-pell-condannato-a-6-anni-abusi-umilianti-una-macchia-sul-pontificato-di-bergoglio/5032914/

  • Il cardinale George Pell condannato a 6 anni. Il giudice: “Abusi umilianti su ragazzini 13enni”

    Il cardinale George Pell condannato a 6 anni. Il giudice: “Abusi umilianti su ragazzini 13enni”

    Il cardinale australiano George Pell è il più alto funzionario della Chiesa Cattolica ad essere stato condannato per violenza sessuale sui minori: i fatti risalgono a quando era arcivescovo di Melbourne.

    Pell è ancora di fatto il Capo della Segreteria per l’Economia del Vaticano. Il 77enne, ex consigliere stretto di Papa Francesco, è il sacerdote di più alto grado nella gerarchia ecclesiastica ad avere mai ricevuto una condanna per abusi sessuali: è stato giudicato colpevole di aver violentato due ragazzi del coro alla cattedrale di St. Patrick’s Cathedral, a Melbourne, perpetrati negli anni Novanta.

    La colpevolezza dell’uomo di chiesa era già stata riconosciuta in primo grado, ora è arrivata anche l’entità della condanna. Pell ha sempre professato la sua innocenza e i suoi legali hanno presentato appello, che sarà udito il 5 e 6 giugno. Il giudice Peter Kidd della County Court del Victoria, che ha letto per un’ora la sentenza in diretta tv, ha descritto gli abusi di Pell come: “Un attacco sessuale alle vittime sfrontato e forzato”

  • Pedofilia, il cardinale Pell condannato a 6 anni. Colpevole di “crimini efferati”

    Pedofilia, il cardinale Pell condannato a 6 anni. Colpevole di “crimini efferati”

    Il prelato, ex numero 3 della gerarchia vaticana, dovrà restare in carcere almeno 3 anni e 8 mesi

    Il cardinale australiano George Pell è stato condannato a sei anni di carcere per gli abusi su due ragazzi del coro alla cattedrale di St. Patrick’s Cathedral, a Melbourne, perpetrati negli anni ’90. Dopo il verdetto di colpevolezza, è arrivata una sentenza relativamente mite per il 77enne ex ministro dell’Economia vaticano, che rischiava fino a 50 anni.

    Il cardinale Pell, numero 3 nella gerarchia vaticana e religioso di grado più alto nella gerarchia cattolica ad essere condannato per pedofilia, dovrà scontare almeno tre anni e otto mesi prima di poter chiedere un’eventuale libertà condizionale.

    La sentenza su Pell: “Condotta permeata di sconcertante arroganza”

    “La sua condotta per crimini efferati è stata permeata di una sconcertante arroganza”, ha affermato nella sentenza il giudice della contea di Victoria, Peter Kidd, “considero la colpevolezza morale in entrambi i casi molto alta”.

    “Gli atti erano sessualmente evidenti, entrambe le vittime erano visibilmente e udibilmente angosciati durate le molestie. Vi è stato un ulteriore livello di umiliazione che ciascuna delle tue vittime deve aver provato nel sapere che l’abuso avveniva in presenza altrui”.

    Pell sarà registrato a vita come un criminale sessuale. Il cardinale, che è stato sospeso dal Papa, si è sempre dichiarato innocente e ha già presentato appello. Il nuovo processo si aprirà all’inizio di giugno.

    https://www.repubblica.it/esteri/2019/03/13/news/pedofilia_il_cardinale_pell_condannato_a_6_anni_colpevole_di_crimini_efferati_-221404756/?ref=fbpr