Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Il cardinale Pell condannato in Australia a sei anni per abusi

    Il cardinale Pell condannato in Australia a sei anni per abusi

    La sentenza in diretta tv: l’ex ministro vaticano dell’Economia dovrà restare in carcere almeno 3 anni e 8 mesi prima di poter chiedere un’eventuale libertà condizionale. Il giudice Kidd: «I suoi crimini odiosi, ma contro di lei un clima da caccia alle streghe»

    SALVATORE CERNUZIO
    CITTÀ DEL VATICANO

    C’era chi urlava ed applaudiva ma anche chi, con le mani sul volto, piangeva fuori dalla County Court del Victoria alla lettura del giudice Peter Kidd della sentenza contro il cardinale australiano George Pell: sei anni di carcere per abusi sessuali, con la possibilità della condizionale dopo tre anni e otto mesi. Le reazioni della gente sono state contrastanti, come sempre avvenuto lungo questo processo che ha messo sotto torchio per più di due anni l’ex prefetto della Segreteria dell’Economia della Santa Sede, il primo porporato di così alto grado ad essere condannato per reati sessuali su minori.

    Lui, bastone in mano, giacca grigia e maglietta nera senza clergyman, in piedi affiancato da tre poliziotti, ha ascoltato impassibile il giudice ricostruire per oltre mezz’ora tutta la vicenda. A partire dalle violenze sessuali verso i due coristi di 12 e 13 anni – chiamati lungo tutta l’udienza J. e R. – dopo una messa nella cattedrale di St. Patrick a Melbourne nel 1996, dove si era insediato da poco come arcivescovo, e una seconda aggressione sessuale nei confronti di uno dei due minori, due mesi dopo. Reati per cui Pell si dichiara innocente: gli avvocati hanno già presentato ricorso in appello e le prime due udienze sono fissate per il 5 e 6 giugno prossimi.

    Il giudice ha parlato tuttavia di «crimini odiosi» e di «un attacco sessuale alle vittime sfrontato e forzato». «Gli atti erano sessualmente evidenti, entrambe le vittime erano visibilmente e udibilmente angosciati durate le molestie. Vi è stato un ulteriore livello di umiliazione che ciascuna delle tue vittime deve aver provato nel sapere che l’abuso avveniva in presenza altrui», ha affermato, sottolineando anche che l’aggressione ha avuto «un impatto lungo e duraturo» sulla vita delle due vittime, una delle quali morto a trent’anni per overdose di eroina, provocando traumi e crisi d’ansia.

    Tutta l’udienza – volta a stabilizzare la sentenza emessa lo scorso dicembre da una giuria civile di dodici membri, resa pubblica a febbraio – è stata trasmessa in diretta streaming mondiale. Una decisione del tutto inedita per il sistema giudiziario australiano, ma presa in nome della «giustizia aperta»; un segno anche della grande attenzione del pubblico nei confronti del processo, e forse una ennesima dimostrazione di quella «gogna mediatica» che lamentano da mesi i sostenitori di Pell.

    Il giudice ha voluto fugare ogni dubbio a riguardo. «C’è stata una pubblicità incredibile e diffusa che l’ha circondata per diversi anni», ha detto. «Una parte di questa ha comportato una critica forte, incisiva e a volte emotiva nei suoi confronti. In effetti, è giusto dire che in alcuni settori della comunità lei è una figura diffamata pubblicamente. Abbiamo assistito, al di fuori di questa corte e all’interno della nostra comunità, ad esempi di una mentalità di “caccia alle streghe” o di linciaggio nei suoi confronti, cardinale Pell. Condanno totalmente questo comportamento».

    La sentenza, ha spiegato Kidd, è stata quindi formulata solo sulla base del reato considerato dalla giuria; non c’è stato alcun condizionamento esterno, tantomeno la condanna vuole essere una “punizione” alla Chiesa australiana per le sue mancanze: «Lei non è un capro espiatorio della Chiesa cattolica», ha ripetuto il magistrato.

    E con tono più deciso ha stigmatizzato quello che, a suo parere, sarebbe un «abuso di potere» del cardinale che avrebbe usato la sua posizione per approfittare della fiducia dei due ragazzini e, «al di là del ragionevole dubbio», di dare per scontato il loro silenzio. «A mio parere, tutta l’offesa in entrambi gli episodi è resa significativamente più grave a causa delle circostanze vale a dire la violazione della fiducia e l’abuso di potere. Questo eleva la gravità di ciascuno dei reati. A mio avviso, la sua condotta è stata permeata da un’arroganza sbalorditiva».

    In ogni caso l’età avanzata del cardinale, 77 anni, ha influito sul verdetto. Il cardinale rischiava infatti fino a cinquant’anni, dieci per ciascuno dei cinque capi di imputazione: una di abuso di un minore di età inferiore ai 16 anni e quattro di atti indecenti con o davanti ad un bambino di età inferiore ai 16 anni. Rischiava, cioè, di non uscire vivo dal carcere di massima sicurezza di Melbourne dove attualmente è detenuto in «custodia protettiva» come accade ai colpevoli di pedofilia, isolato 23 ore al giorno.

    «Potrebbe non vivere abbastanza da uscire dal carcere. Ogni anno di prigione rappresenta una parte importante di ciò che le resta da vivere», ha detto Peter Kidd. Da qui la sentenza più “mite” rispetto a quella che si prospettava inizialmente, anche perché, proprio considerata l’età e lo stato di salute (problemi cardiaci e alla gamba destra), «non c’è rischio di recidiva e non rappresenta un rischio per la comunità», ha spiegato il giudice.

    Al termine dell’udienza Pell, da oggi quindi registrato a vita come «ex offender», è stato fatto uscire da una porta sul retro del tribunale e diretto verso il molo. Fuori dalla Corte i manifestanti urlavano ed esibivano striscioni e cartelli contro il porporato: uno in particolare raffigurava una sua caricatura con le corna del diavolo e la scritta “Prisoner 666”. Molte persone si erano assiepate pure, sin dalle prime ore del mattino, davanti alla cattedrale di St. Patrick, il “luogo del delitto”, riempita per l’occasione di fiocchi e nastri argentati in ricordo di tutte le vittime di abusi. Tra i manifestanti, tuttavia, c’era anche chi ha protestato contro quella che è stata definita comunque «una sentenza ingiusta» e ha voluto dare sostegno al cardinale.

    Nessun commento – considerando anche il fuso orario – è giunto finora da parte della Santa Sede. Oggi in Vaticano è giorno di festa per i sei anni di pontificato di Papa Francesco, impegnato con la Curia ad Ariccia per gli Esercizi Spirituali di Quaresima. Già con la pubblicazione della sentenza il 24 febbraio scorso dopo esser decaduto il «suppression order», la Santa Sede aveva espresso la sua posizione sulla vicenda giudiziaria dell’ex capo Dicastero, annunciando il termine dell’incarico di prefetto della Segreteria per l’Economia e comunicando che il Papa confermava (nonostante non fossero state rese note in precedenza) «le misure cautelari già disposte nei confronti del cardinale George Pell dall’ordinario del luogo», ovvero la sospensione dal ministero pubblico e «l’esercizio pubblico del ministero e, come di norma, il contatto in qualsiasi modo e forma con minori di età».

    Il Vaticano aveva inoltre informato dell’avvio di una propria indagine canonica in vista di un processo alla Congregazione per la Dottrina della Fede, magari abbreviato. Questo potrebbe addirittura portare ad avere esiti diversi rispetto a quello della giustizia civile. La vicenda Pell, dunque, può dirsi tutt’altro che conclusa.

  • Il cardinale australiano George Pell è stato condannato a sei anni di carcere

    Il cardinale australiano George Pell è stato condannato a sei anni di carcere

    Mercoledì un tribunale di Melbourne ha deciso la pena per il cardinale George Pell, ex consigliere stretto di Papa Francesco condannato per abusi sessuali su due minorenni: il religioso dovrà scontare sei anni di carcere. Pell, che ha 77 anni ed è il sacerdote di più alto grado nella gerarchia ecclesiastica ad avere mai ricevuto una condanna per abusi sessuali, è stato giudicato colpevole di aver violentato due chierichetti di 13 anni nel 1996, quando era arcivescovo della diocesi di Melbourne. Si è sempre dichiarato innocente e ha fatto appello contro la condanna: il 5 giugno un tribunale inizierà a valutare la richiesta di appello. Secondo la sentenza, Pell potrà chiedere la libertà vigilata dopo tre anni e otto mesi di carcere.

    https://www.ilpost.it/2019/03/13/cardinale-george-pell-sei-anni-carcere/

  • Preti pedofili, è cominciato un triste calvario per la Chiesa cattolica

    Preti pedofili, è cominciato un triste calvario per la Chiesa cattolica

    La Chiesa “sorpresa in flagrante adulterio”. È stato lo stesso Papa Francesco, parlando ai preti della sua diocesi di Roma, a usare un’immagine così forte. Dopo il summit sulla pedofilia è incominciato un triste calvario per la Chiesa cattolica. Appena prima che si aprisse il vertice voluto a Roma da Bergoglio, era stato lo stesso Pontefice a ridurre allo stato laicale l’ex cardinale di Washington, Theodore Edgar McCarrick, condannato dalla Congregazione per la dottrina della fede per “sollecitazione in confessione e violazioni del sesto comandamento del decalogo con minori e adulti, con l’aggravante dell’abuso di potere”.

    Ma era solo l’inizio. In queste ultime settimane la magistratura civile non ha risparmiato la Chiesa cattolica travolta dallo scandalo della pedofilia ai suoi massimi vertici. Prima è toccato al cardinale australiano George Pell, al momento della condanna prefetto in congedo della Segreteria per l’economia. La giuria della County Court dello stato di Victoria, all’unanimità, lo ha ritenuto colpevole di abusi sessuali su due ragazzi, all’epoca di 12 e 13 anni, del coro della cattedrale di Saint Patrick a Melbourne commessi nel 1996, quando era vescovo ausiliare dell’arcidiocesi. Motivo per cui è stato immediatamente arrestato.

    Poi è toccato al cardinale Philippe Barbarin condannato dal tribunale di Lione a sei mesi con la condizionale per mancata denuncia di abusi sessuali su minori perpetrati, negli anni 70 e 80 durante i campi scout, da padre Bernard Preynat. Barbarin ha annunciato che presenterà al Papa le sue dimissioni da arcivescovo di Lione. Scenario simile a quello che sta avvenendo in Cile dove il cardinale di Santiago, Ricardo Ezzati Andrello, è stato citato in giudizio per 530mila dollari. Il porporato è accusato di aver coperto le violenze sessuali di un prete, padre Tito Rivera, ai danni di un 40enne. Senza dimenticare che proprio in Cile il Papa ha dovuto azzerare l’episcopato a causa degli scandali della pedofilia, rimuovendo diversi vescovi.

    “Sento di condividere con voi – ha confidato Francesco ai preti di Roma – il dolore e la pena insopportabili che causano in noi e in tutto il corpo ecclesiale l’onda degli scandali di cui i giornali del mondo intero sono ormai pieni. È evidente che il vero significato di ciò che sta accadendo è da cercare nello spirito del male, nel nemico, che agisce con la pretesa di essere il padrone del mondo”. Parole che rivelano una profonda amarezza per ciò che sta avvenendo nella Chiesa cattolica a livelli apicali. McCarrick e Pell condannati per pedofilia. Barbarin per aver coperto gli abusi. Ezzati Andrello processato con la stessa accusa. Quattro cardinali ai quali se ne potrebbero aggiungere presto altri. A McCarrick prima è stata tolta la porpora e poi è stato ridotto allo stato laicale. Stessa sorte potrebbe toccare a Pell che è ancora elettore in un eventuale conclave. Così come hanno diritto di eleggere il Papa anche Barbarin ed Ezzati Andrello.

    Per comprendere meglio gli errori commessi nel passato, è utile leggere ciò che scrive Gian Franco Svidercoschi, ex vicedirettore de L’Osservatore Romano, nel volume Chiesa, liberati dal male! Lo scandalo di un credente di fronte alla pedofilia (Rubbettino). “Gli ultimi Papi – sottolinea il vaticanista – hanno mostrato coraggio, hanno preso decisioni, a cominciare dalla ‘tolleranza zero’ e dalla Commissione vaticana per i minori. E tuttavia, va detto molto onestamente, ci sono state finora troppe parole, e invece pochi fatti. E adesso, dunque, ci vogliono i fatti. Riformando l’intera struttura dei seminari, la preparazione dei candidati al sacerdozio, a tutti i livelli, in tutti i campi, compreso quello della sessualità”.

    Svidercoschi non nasconde che “i preti pedofili hanno potuto contare sul silenzio, sulla complicità solidale, e omertosa, di molti confratelli; o, peggio, di vescovi che si sono limitati a soluzioni di comodo. Ma quando è arrivata alla superficie, tra gli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso, la tragica vicenda è esplosa come una polveriera. E da allora le esplosioni continuano, sempre più forti, di pari passo alla pubblicazione di nuove inchieste, di nuove denunce. Adesso, però, basta!”. Speriamo sia davvero finita.

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2019/03/12/preti-pedofili-e-cominciato-un-triste-calvario-per-la-chiesa-cattolica/5028466/

  • Scanonizzate Wojtyla! L’appello di credenti francesi dopo il documentario sulle religiose abusate

    Scanonizzate Wojtyla! L’appello di credenti francesi dopo il documentario sulle religiose abusate

    Parigi-Adista. Che si scanonizzi Giovanni Paolo II, che proteggendo preti abusatori ha protetto il sistema degli abusi ed è responsabile di aver creato una immagine di “Donna” totalmente astratta e disincarnata, cui è concesso solo di scegliere tra la maternità e la verginità religiosa, vocazioni entrambe calpestate dall’ipocrisia dei preti abusatori, che non hanno rispettato né l’una né, quando causavano una gravidanza, l’altra.  È il durissimo appello di Anne Soupa e Christine Pedotti, fondatrici nel 2009 del Comité de la Jupe (Comitato della gonna, con riferimento a un’espressione derisoria dell’allora arcivescovo di Parigi card. André Vingt-Trois), teso a rivendicare la piena corresponsabilità di laiche e laici nella gestione, consapevolezza e decisioni della Chiesa, nella linea del Vangelo e del Vaticano II. L’appello, pubblicato l’11 marzo sul quotidiano francese Le Monde, parte dal devastante documentario francese sugli abusi sessuali sulle suore da parte del clero. Lo riportiamo di seguito, in una nostra traduzione dal francese.

    La Giornata internazionale della donna dell’anno 2019 resterà per noi, donne cattoliche e non, una giornata di dolore e di indignazione.

    Gridiamo il nostro orrore dopo la recente diffusione da parte di Arte del documentario «Religieuses abusées, l’autre scandale de l’Eglise», di Marie?Pierre Raimbault et Eric Quintin, dedicato agli abusi e alle violenze sulle religiose da parte di preti.

    Da più di dieci anni molte donne, in particolare quelle del Comité de la Jupe, non cessano di interpellare la Chiesa riguardo al suo atteggiamento nei confronti delle donne, raccogliendo risposte arroganti come quella di André Vingt?Trois, all’epoca cardinale arcivescovo di Parigi, le cui parole vanno ricordate: «La questione non è avere una gonna (jupe), ma avere qualcosa nel cervello».

    Non abbiamo parole per condannare questi preti che, quanto a gonne, le hanno soprattutto tolte alle religiose. Dal momento che esse davano la loro vita per “servire”, essi stessi si sono serviti, serviti del corpo di queste donne, negando i loro voti, la loro parola, la loro dignità (tanto spesso invocata dalla Chiesa !), la loro stessa persona, come esseri umani liberi e responsabili del suo corpo. Tra le loro grinfie, queste donne sono state spossessate e ridotte a una funzione sessuale, un uso che ci si concede e poi che si getta via o che si «rifila» a un altro perché «ne approfitti», nell’impunità totale.

    Ci indigna il sistema in cui si inscrivono questi fatti. No, non sono semplici abusi isolati perpetrati da qualche perverso. Bisogna prendere atto che derivano da questa “cultura dell’abuso”, denunciata da papa Francesco nella lettera del 20 agosto 2018 indirizzata al “popolo di Dio” a proposito degli abusi sui bambini.

    Sì, si tratta di un sistema e di una cultura che negano il corpo dell’altro, quello dei bambini come quello delle donne. Questo sistema si radica nel sé maschile e si perpetua grazie all’idolatria di cui è oggetto la funzione del prete.

    Ma c’è di peggio. C’è quel concetto che la Chiesa cattolica ha forgiato e che chiama “Donna”. Ne denunciamo la povertà e la miseria così come il tentativo di dominazione che anima questa visione. Voce determinante che ha portato papa Paolo VI a condannare la contraccezione (enciclica Humanae Vitae), Giovanni Paolo II, una volta papa, ha elaborato una teologia della “Donna”, sempre riferita alla Vergine Maria, immagine del silenzio e dell’obbedienza.

    Sotto la sua influenza, la “Donna” diventa un concetto, concepito esclusivamente da uomini – per di più celibi – la cui unica vocazione è aiutare l’uomo tramite il matrimonio e la maternità o servire la Chiesa nella castità religiosa; una visione slegata dalla realtà delle donne di carne, sangue, spirito e anima che costituiscono, bisogna ricordarlo, la metà del genere umano e almeno i due terzi dei cattolici praticanti.

    Osiamo dire che il primo abuso commesso contro le donne è questa idealizzazione, questo inganno che maschera le innumerevoli discriminazioni di cui le donne sono oggetto nella propria Chiesa. È sull’altare di questa donna-idea che vengono sacrificate le vite delle donne vere.

    Nella Chiesa cattolica, la “donna” deve rispondere a una doppia vocazione: «vergine o madre». Viene assegnata al suo corpo sessuato; al suo “non uso” nella verginità o al suo “uso” nella maternità, senza lasciare alcuno spazio alle altre dimensioni dell’essere umano!

    Denunciamo la menzogna e l’ipocrisia di questa ideologia che pesa su di noi. A svelarla sono gli abusi sui corpi delle religiose. Esse hanno fatto voto di castità e la loro parola viene violentata assieme al loro corpo. Quando queste violenze portano a una gravidanza, vengono fatte abortire con la forza o il loro bambino viene cinicamente abbandonato, su espresso ordine della responsabile della comunità. La violenza fatta al loro corpo raggiunge allora il suo colmo, perché anche la maternità, l’ “altra vocazione”, viene loro negata.

    Così non solo i responsabili della Chiesa cattolica impongono a tutte le donne la loro ideologia della “Donna”, ma – aiutati da qualche donna acquisita al sistema – violano essi stessi le regole che impongono a tutte.

    La nostra accusa non riguarda i soli criminali e responsabili delle violenze. Essa ha di mira la cospirazione del silenzio che ha circondato queste azioni mostruose. «I panni sporchi si lavano in famiglia», si dice per giustificare la presa di distanza dai media e dalla giustizia. Ma questi panni sporchi sono semplicemente rimossi, senza che mai ci si avvicini alla lavatrice o al sapone. Ci troviamo forse in un esercito che gestisce il suo BMC (bordello militare) come male minore?

    Forti del Vangelo e del comportamento di Gesù stesso riguardo alle donne, riaffermiamo i diritti imprescindibili delle donne, che sono quelli di ogni essere umano, dappertutto e specialmente nella Chiesa.

    Chiediamo la scanonizzazione di papa Giovanni Paolo II, protettore degli abusatori in nome della «ragione di Chiesa» e principale artefice della costruzione ideologica della «Donna», così come il divieto di insegnare, di propagare o di pubblicare la «teologia del corpo» che egli ha predicato nel corso delle sue catechesi del mercoledì.

    https://www.adista.it/articolo/60930?fbclid=IwAR2JR1cfRqID4qb7hjiAkw–d05fH4KyWg7nIm29jPuIq4KfF78oShVCHJQ

  • Cardinale Marx accusa il Vaticano, distrutti dossier su preti pedofili, abolire segreto pontificio

    Cardinale Marx accusa il Vaticano, distrutti dossier su preti pedofili, abolire segreto pontificio

    Città del Vaticano – Per la prima volta un cardinale denuncia pubblicamente l’amministrazione centrale della Santa Sede accusandola di avere distrutto dossier su preti pedofili. Per certi versi un segreto di Pulcinella che stamattina è stato svelato dal cardinale tedesco Reinhard Marx, membro del C9 (il consiglio della Corona che aiuta Papa Francesco a riformare la curia) e relatore al convegno sugli abusi in corso in Vaticano. La relazione che ha svolto metteva a fuoco soprattutto due punti della giustizia vaticana, la scarsa trasparenza e la scarsa tracciabilità nei processi canonici contro i preti abusatori.

    «Gli abusi sessuali nei confronti di bambini e di giovani sono in non lieve misura dovuti all’abuso di potere nell’ambito dell’amministrazione. A tale riguardo – ha detto Marx – l’amministrazione non ha contribuito ad adempiere la missione della Chiesa ma, al contrario, l’ha oscurata, screditata e resa impossibile. I dossier che avrebbero potuto documentare i terribili atti e indicare il nome dei responsabili sono stati distrutti o nemmeno creati. Invece dei colpevoli, a essere riprese sono state le vittime ed è stato imposto loro il silenzio. Le procedure e i procedimenti stabiliti per perseguire i reati sono stati deliberatamente disattesi, e anzi cancellati o scavalcati. I diritti delle vittime sono stati di fatto calpestati e lasciati all’arbitrio di singoli individui. Sono tutti eventi in netta contraddizione con ciò che la Chiesa dovrebbe rappresentare. Il modo in cui l’amministrazione della Chiesa è stata strutturata e svolta non ha contribuito a unire tutto il genere umano e ad avvicinare di più gli uomini a Dio ma, al contrario, ha violato tali obiettivi».

    Il cardinale spiega che le procedure amministrative diventano trasparenti solo se diventa «comprensibile e tracciabile chi ha fatto che cosa, quando, perché e a quale fine, e che cosa è stato deciso, respinto o assegnato. Così, le persone che sperimentano un’amministrazione trasparente possono portare alla luce errori e sbagli nelle azioni amministrative e difendersi contro tali azioni. Possono far conoscere in modo vincolante il loro punto di vista, del quale si terrà conto. La gente che incontra l’amministrazione non si deve confrontare con una struttura di potere anonima, incomprensibile, ma può esercitare un controllo autodeterminato sulle procedure amministrative». Il suo rilievo fa riferimento al fatto che alle vittime – nei processi canonici – non è dato possibilità di testimoniare in aula, non vengono informate dell’esito del processo e le sentenze restano segrete al pubblico. Marx per questo aggiunge: «Non esistono alternative alla tracciabilità e trasparenza».

    Infine, ultimo punto sul quale l’assemblea all’interno del summit sugli abusi sembrerebbe spaccata, riguarda l’abolizione del segreto pontificio sui processi. «Ogni obiezione basata sul segreto pontificio sarebbe rilevante solo se si potessero indicare dei motivi convincenti per cui il segreto pontificio si dovrebbe applicare al perseguimento di reati riguardanti l’abusi di minori. Allo stato attuale, io di questi motivi non ne conosco».

    https://www.ilmessaggero.it/vaticano/pedofilia_vaticano_papa_francesco_marx-4319334.html

  • Abusi, al summit in Vaticano focus su vescovi negligenti e obbligo di denuncia

    Abusi, al summit in Vaticano focus su vescovi negligenti e obbligo di denuncia

    Secondo giorno di lavori sul tema dell’«accountability». In arrivo un dossier sulle indagini della Santa Sede su McCarrick. Il cardinale O’Malley: «Va rivisto il segreto pontificio». Padre Lombardi: «“Tolleranza zero” concetto limitativo»

    Una revisione del segreto pontificio, un chiarimento sui vescovi negligenti, un nuovo dossier su McCarrick con i risultati delle indagini condotte dalla Santa Sede. Importanti novità quelle che si prospettano per i prossimi mesi nel cosiddetto «follow up» del summit sugli abusi in Vaticano, giunto oggi al suo secondo giorno di lavori dedicato al tema della «accountability».

    Ad annunciarle durante il quotidiano briefing nell’Istituto Augustinianum sono stati i membri del comitato organizzatore del vertice: il cardinale Blase Cupich, l’arcivescovo di Malta Charles Scicluna e padre Federico Lombardi. Presente anche il cardinale Sean O’Malley, arcivescovo di Boston e presidente della Pontificia Commissione per la tutela dei minori, che alcuni organi di stampa statunitensi indicavano in «rapporti tesi e formali» con il Papa tanto da essere stato escluso dal team organizzativo del summit.

    Il porporato cappuccino appariva invece tranquillo in conferenza stampa nel riferire dell’andamento dei lavori, dicendosi anche «felice» nel vedere che il focus delle riflessioni dei 190 pastori riuniti in Aula Nuova del Sinodo non si è concentrato su indicazioni e «condanne scontate» (per dirla alla Papa Francesco), bensì sulla «sofferenza delle vittime», sul «tradimento inflitto su così tanti bambini e adulti vulnerabili». «Credo che la leadership debba cominciare a capire i danni degli abusi, tutto quello che ha rovinato la vita delle persone» e, da qui, «indicare un piano d’azione», ha affermato O’Malley, ribadendo il concetto di «trasparenza» che «è fondamentale se dobbiamo affrontare il problema, non solo nei diversi Paesi ma anche nella stessa Santa Sede».

    «È chiaro che rivedere tutto il concetto del segreto pontificio è importante», ha affermato il presidente della Commissione per la tutela dei minori. E interpellato dai cronisti – specie quelli americani che continuano ad insistere da giorni sulla questione del nesso abusi-omosessualità – il cardinale ha annunciato che «a breve riceveremo un rapporto della Santa Sede» sulle indagini a carico di Theodore McCarrick, l’arcivescovo di Washington colpevole di pedofilia che Bergoglio ha “spretato” sabato scorso, dopo avergli già tolto la porpora a luglio. «È un momento triste e vergognoso nella storia», ma «le indagini procedono», ha confermato Cupich. «So che Ouellet (il cardinale prefetto della Congregazione dei vescovi, ndr) ha fatto dichiarazioni e scritto lettere che contengono informazioni. Le singole diocesi sono state coinvolte e la Santa Sede è in contatto con loro. Mi è stato detto che ci sarà un rapporto in un futuro non molto lontano».

    A breve arriverà da parte del Vaticano anche un «chiarimento al motu proprio “Come una madre amorevole” per i vescovi negligenti». A confermarlo è sempre O’Malley che spiega che si lavora proprio in questo tempo nei Sacri Palazzi per stilare un documento che – alla luce anche dei risultati del summit – renderebbe più chiare le indicazioni contenute nella lettera papale del giugno 2016 su come agire nei confronti di un vescovo che ha insabbiato o che è stato negligente nei casi di abusi compiuti da sacerdoti della sua diocesi.

    Anche Scicluna ha ricordato il motu proprio sottolineando che esso ha «un’azione più ampia ed efficace» di quella di un eventuale “tribunale speciale”che metta sotto inchiesta i vescovi negligenti (la sua istituzione è una richiesta avanzata a più riprese dalle vittime). L’ex pm vaticano, attuale sottosegretario della Congregazione per la Dottrina della Fede, ha spiegato: «Nel motu proprio, il Papa ha introdotto la fattispecie penale dell’abuso d’ufficio che punta a sanzionare i vescovi negligenti. Il provvedimento del Pontefice è più ampio del tribunale perché il tribunale presuppone un delitto o la violazione della legge; invece “Come una madre amorevole” guarda allo stato oggettivo, all’incapacità di fare bene o alla non volontà di fare bene. Non entra nella questione del dolo, della malizia, che ci vuole per provare un delitto. Invece chi denuncia non deve provare questo ma solo denunciare il fatto oggettivo».

    «È lo stesso che si fa nei canoni 1740 e 1741 – ha aggiunto Scicluna – dove si descrivono le cause per le quali il vescovo può rimuovere il parroco, che è un pastore di un gregge, in base allo stato oggettivo di incapacità di governare e essere pastore. Togliere il leader – ha chiarito il presule maltese – non perché sei una cattiva persona ma perché sei incapace, non puoi governare. Non si esclude il momento penale e il motu proprio già apre a questa possibilità quando il Papa chiama una commissione di giuristi e decide cosa fare».

    Ancora Scicluna ha risposto ad una domanda sul concetto di “tolleranza zero”, rifiutato da alcuni vescovi – come riferiva nel briefing il prefetto del Dicastero della comunicazione, Paolo Ruffini – che vedono in esso un’accezione troppo «secolare». Per Scicluna il discorso è semplice: «Questo principio non ha niente a che fare con le pene ma con una constatazione prudenziale e di urgenza: non possiamo permettere che nel ministero ci sia chi possa fare male ai giovani. Può anche non piacere il concetto di “tolleranza zero” ma nessuno oserebbe dire se c’è una persona che può fare del male ai giovani lo lascio nel ministero. È un principio già dichiarato da Giovanni Paolo II che deve animare ogni decisione pastorale».

    Pertanto, si possono dimettere chierici dallo stato clericale, condannare vescovi e cardinali ad una vita di silenzio e preghiera, e «la pena può essere anche espiatoria» ma non è questo il punto: «La questione della idoneità al ministero non è primariamente penale», ha detto Scicluna. «Non tolgo la persona dal ministero per punirla ma per proteggere il gregge».

    Anche padre Lombardi ha voluto chiarire alcune sfumature sulla “tollerenza zero”: «Ho scritto tre lunghi articoli su La Civiltà Cattolica senza mai usare la parola se non in una nota – ha esordito l’ex portavoce vaticano -. Perché ho difficoltà ad usare o lasciarmi catturare dalla espressione “tolleranza zero”? Perché si riferisce ad una parte limitata della problematica che invece riguarda anche la cura pastorale, la selezione del clero, la prevenzione in parrocchie. Tutto questo nella parola non è compresa».

    «“Tolleranza zero” – ha proseguito il gesuita – si riferisce ad un modo di intervenire punitivo: una parte fondamentale ma, appunto, una parte di tutto il problema della protezione dei minori che è molto più grande». Quindi anche una certa «adeguatezza» del vocabolario può aiutare ad affrontare «l’ampiezza e la complessità del problema» abusi. «Poi se per dei colleghi americani e canadesi “tolleranza zero” indica un preciso tipo di provvedimento sono perfettamente d’accordo, ma quando parlo di protezione minori parlo di molte altre cose», ha chiosato Lombardi.

    Infine ancora Scicluna, insieme ad O’Malley e Cupich hanno riferito della rilevanza data in assemblea al tema della «collegialità». «Ogni diocesi ha a capo un vescovo responsabile che al contempo partecipa della responsabilità della Chiesa universale. Nel villaggio globale non possiamo non capire che se succede una cosa comunque coinvolge, tocca anche il resto del mondo», ha sottolineato il cardinale di Boston. Quindi l’errore più grande è di «preoccuparsi solo della propria area».

    Guai a pensare «questo è mio, mi riguarda in quanto vescovo», ha fatto eco Cupich, «siamo insieme un collegio di vescovi: quello che succede in una parte della terra riguarda tutti perché tutti dobbiamo aver cura dei figli di Dio». Ciò implica trasparenza, responsabilità, una comunicazione costante, visione ma anche strategia, e soprattutto la «testimonianza di vita chiara senza zone d’ombra». «Si possono fare tutte le leggi possibili – ha concluso l’arcivescovo di Chicago – ma senza un reale senso di responsabilità dei vescovi e delle Conferenze episcopali non arriveremo a nessun risultato».

  • “Grazie a Dio”, un film necessario

    “Grazie a Dio”, un film necessario

    In Francia, malgrado i tentativi di censura, è uscita l’opera di Ozon che denuncia la pedofilia e i silenzi della chiesa

    “Grâce à Dieu” è il titolo di un film che riprende una frase del cardinale Philippe Barbarin. L’arcivescovo di Lione, e come tale primate delle Gallie, è finito in tribunale con l’accusa di non avere denunciato un prete pedofilo della sua diocesi. Il pubblico ministero ha dissipato i sospetti che pesavano su di lui ed è assai probabile che il verdetto (previsto tra pochi giorni) assolva il prelato, numero uno nella gerarchia della Chiesa francese.Ma quella frase, “Grazie a Dio”, usata dal regista François Ozon come titolo del suo film, è rivelatrice di un atteggiamento che se non sconfina nel reato di omissione rivela il comportamento a lungo seguito dalla Chiesa, o da gran parte dei suoi più autorevoli rappresentanti. Interrogato sul fatto che un suo sacerdote pedofilo l’avesse fatta franca per tanto tempo, il cardinale Barbarin si è lasciato sfuggire che «Grazie a Dio è intervenuta la prescrizione». Come se quest’ultima, prevista dalla giustizia laica, equivalesse anche a un’assoluzione della Chiesa. Ed esentasse dunque quest’ultima dal prendere decisioni per fermare e punire l’azione del prete. Il cardinale ha riconosciuto il lapsus. François Ozon non l’ha perdonato. Il titolo del suo film è come uno schiaffo. Ozon è garbato nella narrazione e nelle immagini. “Grâce à Dieu” è uscito in 307 sale, in tutta la Francia, al momento giusto: mentre a Roma si riuniva l’eccezionale assemblea di vescovi per trattare il problema della gli abusi sessuali su minori. Fino all’ultimo la proiezione del film, che ha ricevuto il Gran Premio della giuria al festival di Berlino, ha rischiato di non essere autorizzata.Bernard Preynat è il prete della diocesi lionese accusato di avere abusato di ragazzi sotto i quindici anni. Lui stesso l’ha riconosciuto. E questo è accaduto per decenni senza che i suoi superiori gli vietassero di occuparsi dei boy scout, in particolare quelli di Sainte-Foy-lès-Lyon, dei quali era l’inamovibile cappellano. I legali del vecchio sacerdote avevano chiesto che nell’attesa del processo, previsto nei prossimi mesi e suscettibile di rinvii, il film non venisse proiettato nelle sale pubbliche per non violare il principio della presunzione d’innocenza. Anche perché l’attore che interpreta il prete pedofilo porta il suo nome e cognome, Bernard Preynat. Come del resto quello che interpreta il cardinale si chiama Barbarin. Il giudice parigino ha respinto la richiesta dei legali perché l’attesa del processo a Bernard Preynat potrebbe prolungarsi, e un ritardo della diffusione infliggerebbe ai produttori gravi danni e non rispetterebbe la libertà d’espressione e di creazione. In quanto all’uso dei nomi del cardinale e del prete tutti riconoscerebbero ugualmente i personaggi sotto finte identità.François Ozon conosceva ben inteso “Spotlight”, l’eccellente film di Tom McCarthy sullo scandalo della pedofilia nel clero del Massachusetts negli anni Ottanta. Ma si è proposto di non seguire la stessa strada. Anche l’idea di un documentario gli è apparsa irrealizzabile, perché le vittime di Bernard Preynat non potevano accettare di raccontare pubblicamente gli abusi subiti decenni fa. Per le loro famiglie, mogli, figli e figlie, sarebbe stato un trauma insopportabile. Dunque François Ozon ha optato per una finzione che in effetti ricalca la realtà, poiché esibisce nomi autentici (soltanto quelli delle vittime non lo sono per rispetto alle famiglie) e molti interrogatori delle vittime e degli accusati sono quelli dei verbali giudiziari.Alexandre, un borghese di mezza età, padre di famiglia, immerso in una lineare attività professionale, scopre per caso la fotografia di padre Bernard Preynat circondato da adolescenti. Quel sacerdote che ha abusato di lui ragazzo non è dunque stato rimosso dal suo compito di educatore, come avevano promesso le autorità ecclesiastiche. Scandalizzato, ma anche turbato, dal vedere quel prete ancora circondato da sue inevitabili giovani prede, Alexandre si rivolge alle autorità della diocesi. Allo stesso cardinale Barbarin. A lui si uniscono François, un impiegato, e Emmanuel, un operaio, e via via tanti altri che da ragazzi hanno subito la stessa sorte. Cercano invano di avere una reazione dalla Chiesa, ma delusi finiscono col rivolgersi alla giustizia. Il film si occupa del dolore delle vittime, ma mette soprattutto in rilievo la volontaria, lunga cecità della gerarchia ecclesiastica. È un atto d’ accusa espresso con educata ma intransigente severità.

    http://espresso.repubblica.it/opinioni/dentro-e-fuori/2019/02/27/news/grazie-a-dio-un-film-necessario-1.332092?fbclid=IwAR2li4-t-VgZ-f7oKUVpVi3Ui1A-qaKLnHs0Lu7wwVEGS3MY3q1Wrgo0t4k

  • “Coprì il prete pedofilo”. E l’arcivescovo di Lione dà le dimissioni al Papa

    “Coprì il prete pedofilo”. E l’arcivescovo di Lione dà le dimissioni al Papa

    Condannato a 6 mesi di carcere per non aver denunciato. Barbarin incontrerà Francesco

    La lettera di dimissioni l’aveva preparata già da qualche giorno. Era chiusa nel cassetto della sua scrivania nella speranza di poterla presto distruggere e chiudere definitivamente quell’incubo che lo perseguitava ormai da troppo tempo.

    Ieri, però, dopo la sentenza di condanna, il cardinale Philippe Barbarin, arcivescovo di Lione, ha annunciato l’intenzione di volersi dimettere. E così quella lettera l’ha dovuta tirar nuovamente fuori per portarla nei prossimi giorni personalmente a Papa Francesco che deciderà che cosa fare. Accettare le dimissioni o ignorarle? Sulla scelta non dovrebbero esserci dubbi: il porporato 68enne è stato, infatti, condannato dalla giustizia francese a sei mesi di reclusione con la condizionale per non aver denunciato gli abusi sessuali su minori compiuti da padre Bernard Preynat negli anni ’80 e ’90 durante alcuni campi scout. Il cardinale è colpevole quindi di aver coperto un prete pedofilo.

    «Non ho mai nascosto nulla, tantomeno questi fatti orribili», si è difeso il porporato francese parlando ai giudici e dichiarando di aver saputo degli abusi di Preynat, oggi allontanato da ogni incarico, soltanto nel 2014, dopo aver ricevuto le confidenze di una vittima quindicenne. Versione respinta ovviamente dall’avvocato di parte civile secondo cui il cardinale era a conoscenza dei fatti almeno dal 2010, anno in cui il porporato avrebbe avuto una conversazione con padre Preynat proprio sull’argomento. Sempre secondo l’accusa, Barbarin avrebbe ricevuto nel 2015 precise istruzioni dalla Congregazione per la Dottrina della Fede attraverso una lettera nella quale si consigliava all’arcivescovo di Lione di prendere le dovute misure disciplinari nei confronti del sacerdote accusato di pedofilia ma di «evitare lo scandalo pubblico».

    Alla fine però lo scandalo è comunque deflagrato a livello mondiale, con le proteste di varie associazioni di vittime di abusi e addirittura un film, Grâce à Dieu, uscito lo scorso febbraio al cinema e presentato al festival di Berlino. Così, il porporato, ieri mattina in conferenza stampa, ha dovuto annunciare l’intenzione di dimettersi, manifestando vicinanza alle vittime di abusi. «Ricorreremo in appello», ha affermato l’avvocato di Barbarin, che dal canto suo si è rivolto ai cronisti affermando: «Ho deciso di andare dal Santo Padre per presentargli le dimissioni, mi riceverà tra qualche giorno. Indipendentemente dalla mia sorte personale, ci tengo a ribadire la mia compassione per tutte le vittime».

    Un copione simile a quello che, negli ultimi mesi, ha coinvolto altri due cardinali, accusati, però, di esser stati carnefici: da un lato il cardinale George Pell, in carcere in Australia in attesa della sentenza il prossimo 13 marzo per abusi su minori mentre era vescovo ausiliare a Melbourne, e dall’altro l’ormai ex cardinale Theodore McCarrick, arcivescovo emerito di Washington che Papa Francesco ha prima cacciato dal collegio cardinalizio e poi lo ha ridotto allo stato laicale dopo un processo canonico svoltosi in Vaticano. «Se nella Chiesa si rilevasse anche un solo caso di abuso, che rappresenta già di per sé una mostruosità, tale caso sarà affrontato con la massima serietà», aveva detto alcuni giorni fa il Pontefice che a fine febbraio aveva convocato a Roma vescovi e cardinali da tutto il mondo per un summit sulla tutela dei minori. Un evento durante il quale Francesco ha tuonato ancora una volta invocando «tolleranza zero», rassicurando che non ci saranno più sconti per nessuno. Nemmeno per quei cardinali giudicati colpevoli.

    http://www.ilgiornale.it/news/politica/copr-prete-pedofilo-e-larcivescovo-lione-d-dimissioni-papa-1658604.html?mobile_detect=false

  • La condanna di Barbarin scuote (ancora) la Chiesa: al Papa la decisione sulle sue possibili dimissioni

    La condanna di Barbarin scuote (ancora) la Chiesa: al Papa la decisione sulle sue possibili dimissioni

    Il porporato condannato a sei mesi di carcere con la condizionale per non aver denunciato un prete pedofilo

    “Per non creare uno scandalo, come mi aveva chiesto Roma”. Il Cardinale di Lione Philippe Barbarin, condannato a sei mesi di carcere con la condizionale per non aver denunciato un prete pedofilo, lo ha sostenuto più volte: ha voluto gestire gli abusi di cui era venuto direttamente a conoscenza senza il clamore che una denuncia alla magistratura avrebbe suscitato.

    Glielo aveva chiesto Roma, cioè il Vaticano. Il Vaticano cioè la Congregazione per la dottrina della fede. Cioè Luis Francisco Ladaria Ferrer, numero due dell’allora Prefetto, Gerard Muller, dal 2008. E dal 1 luglio 2017, successore di Muller, e dal giugno 2018 anche cardinale.

    Ladaria non è entrato nel processo di Lione semplicemente perché il Vaticano, nell’ottobre 2018, lo ha “scudato” con l’immunità diplomatica. Quindi la sua corrispondenza con il cardinale Barbarin, che tra qualche giorno sarà ricevuto dimissionario dal Papa, non ha potuto essere utilizzata, né lui chiamato a testimoniare.

    Lo stesso Papa Francesco era fiducioso nell’esito del giudizio di Lione. In una intervista del maggio 2016 a La Croix il Papa aveva detto che Barbarin “ora non deve dimettersi”. “È vero – aveva sostenuto in generale Francesco – che non è facile giudicare i fatti decenni dopo, in un altro contesto. La realtà non è sempre chiara. Ma per la Chiesa, in questo campo, non può esserci prescrizione. (…) Dagli elementi di cui dispongo credo che a Lione il cardinale Barbarin ha preso le misure necessarie, ha preso bene le cose in mano. È un coraggioso, un creativo, un missionario. Dobbiamo ora attendere il seguito del processo davanti la giustizia civile”. “Quindi non deve dimettersi?”, gli si chiedeva: “No, sarebbe un controsenso, un’imprudenza. Si vedrà dopo la conclusione del processo. Ma ora, sarebbe ammettere la propria colpevolezza”.

    Ancora alla fine dell’agosto 2018 sul volo papale di ritorno dall’Irlanda Francesco aveva sollecitato la corrispondente di Le Monde ad attendere il corso della giustizia.

    Resta il fatto che in meno di due settimane, dopo il caso McCarrick dell’autunno scorso, ben due cardinali elettori in un futuro Conclave, Barbarin appunto e il cardinale Pell, sono stati condannati dal sistema giudiziario del loro Paese: il primo per copertura di un prete pedofilo. Il secondo addirittura per abusi sessuali personali. Mai accaduto.

    Neppure un caso come quello di Barbarin era mai successo, si tratta di una prima mondiale (l’ex cardinale di Boston Law del Caso Spotlight non venne mai condannato dalla giustizia americana). Gli avvocati di Barbarin hanno detto che ricorreranno in appello. La Conferenza episcopale francese ha detto che sospende il suo giudizio fino alla fine dell’iter processuale. Il caso ha suscitato un’enorme clamore in Francia dove Barbarin è molto noto per iniziative contro i matrimoni gay e dove centomila persone avevano firmato una petizione perché si dimetta. La vicenda è stata oggetto di un film ,”Grace à Dieu” .

    Il punto è che adesso anche questo caso è arrivato a Roma. Innazitutto bisognerà vedere se le dimissioni che Barbarin si è detto pronto a presentare saranno solo dal ruolo di arcivescovo della città francese o anche da cardinale. E resta da vedere che cosa deciderà il Papa in relazione alla sua berretta rossa ( l’arcivescovo francese era stato addirittura considerato papabile allo scorso conclave) e a quella di Pell, considerato che la loro posizione potrebbe influenzare la prossima elezione papale (tra l’altro Barbarin ha solo 68 anni e quindi sarebbe elettore per altri dodici anni).

    La Sala Stampa vaticana per il momento ha rimandato alla dichiarazione pubblica resa da Barbarin alle 13 di oggi. Mentre il Papa che ha incontrato questa mattina il clero di Roma in San Giovanni al Laterano ha fatto riferimento indiretto ai casi di pedofilia dicendo: “Sento di condividere con voi il dolore e la pena insopportabile che causano in tutto il corpo ecclesiale l’onda degli scandali di cui i giornali del mondo intero sono ormai pieni”.

    Motivazione della condanna.Il dispositivo del giudice non lascia spazio a dubbi. Barbarin ha fatto prevalere la difesa della Chiesa all’accertamento della verità richiesto dalle vittime. Il tribunale correzionale di Lione spiega che il porporato, arcivescovo della città francese dal 2002, aveva saputo nel 2010, una prima volta, e successivamente nel 2014, degli abusi perpetrati dal sacerdote Bernard Preynat negli anni Settanta e Ottanta a danno di un gruppo di scout, ed è ritenuto colpevole dalla giustizia francese per non avere preso l’iniziativa di denunciare il sacerdote alla Procura. La Corte, presieduta dalla giudice Brigitte Vernay, scrive, nella sentenza, che già nel 2010 Barbarin era venuto a sapere degli abusi di don Preynat grazie a una lettera inviata al suo predecessore dai genitori di una sua vittima, ma “bisogna constatare che all’epoca da parte del cardinale non è stata compiuta alcuna denuncia”, cosa “tanto più deplorevole poiché si sarebbe potuta ordinare un’inchiesta”, la vittima sarebbe potuta essere ascoltata prima così come si sarebbero potute cercare altre vittime.

    Il porporato “non spiega il suo silenzio se non con la certezza che dopo il 1991 questi fatti non erano più accaduti”, prosegue la sentenza, “ma questa convinzione non poteva essere sufficiente a dispensarlo dal rispettare l’obbligo di denuncia” previsto dal codice penale francese all’articolo 434 comma 3. Don Preynat invece venne nominato nella parrocchia di Sainte Claire en Loire et Rhins e nel 2013 diventa decano. Ma poiché questi fatti sono avvenuti nel 2010, il delitto di mancata denuncia per questo primo capo d’accusa è prescritto”, spiega il tribunale.

    La seconda vicenda. Si tratta in questo caso della denuncia che il cardinale Barbarin ricevette nel luglio del 2014 da un’altra vittima, Alexandre Hezez, uno dei promotori di questo processo, che gli riferì anche, a partire dal marzo 2015, che ci sono altre vittime. “Il cardinale Barbarin non ha mai manifestato alcun dubbio su queste informazioni”, si legge ancora nella sentenza, e l’arcivescovo “aveva l’obbligo di denunciare questi fatti”. Ma “per tutto il 2014, non ha denunciato né gli abusi da Hezez né l’esistenza possibile di fatti analoghi. Non ha preso iniziativa nonostante le domande e l’insistenza di Alexandre Hezez” che “spiegava di non riuscire a capire come Bernard Preynat fosse ancora titolare di una parrocchia”.

    Il principale argomento citato da Barbarin, si legge ancora nella sentenza, è che Hezez “gli diceva che i fatti di cui era stato vittima erano prescritti. Ma come comprendere la stessa inerzia quando si trattava dell’esistenza di altre vittime?”. Barbarin, ancora, “obiettava che dubitava dell’opportunità di denunciare fatti antichi che non si erano ripetuti Ma quest’ultima convinzione derivava da quanto lo stesso prete accusato, Preynat dichiarava. E in questo caso – si legge ancora – perché sollecitare il consiglio del Segretario della Congregazione per la Dottrina della fede in Vaticano” l’allora monsignore Luis Francisco Ladaria, oggi prefetto dello stesso dicastero, “il 13 dicembre 2014, ossia cinque mesi dopo il primo messaggio di Alexandre Hezez, se non perché quest’ultimo non diminuiva la sua determinazione”.

    “Da questo punto di vista, continua la sentenza , è opportuno sottolineare che una denuncia alla Procura della Repubblica poteva contenere le stesse informazioni di quella trasmessa a Roma. Sappiamo adesso che la risposta inviata dal segretario della Congregazione per la Dottrina della fede prevedeva di prendere delle misure di allontanamento di Bernard Preynat ma invitava ad evitare “ogni scandalo pubblico”. Sembra infine che non era che questa unica priorità, espressa esplicitamente, che bisognava perseguire, l’unico motivo dell’inerzia di Philippe Barbarin nel corso del 2015. E mentre le sue funzioni gli davano accesso a ogni informazione e aveva la capacità di analizzarle e comunicarle utilmente- continua la sentenza – Philippe Barbarin ha scelto in coscienza, per preservare l’istituzione alla quale appartiene, di non trasmetterle alla giustizia”.

    “Visto l’insieme di questi elementi – scrivono i giudici di Lione – è opportuno dichiarare Philippe Barbarin colpevole di mancata denuncia di maltrattamenti, privazioni o molestie sessuali inflitte ad un minore di quindici anni”. La decisione è stata presa in considerazione del “l’autorità che il cardinale Barbarin rappresenta, il potere che ha di decidere in piena indipendenza. Era a conoscenza della problematica legata ai comportamenti pedofili e ai danni causati alle vittime, come testimonia la sua partecipazione alla definizione dei principi adottati dalla conferenza episcopale in questo ambito. E, inoltre, non si può ignorare che aveva conoscenza più antica degli abusi contestati a Bernard Preynat”.

    Per questo, “volendo evitare lo scandalo causato dagli abusi sessuali multipli commessi da un prete, ma anche per le decisioni decisamente poco adeguate prese dai vescovi che lo hanno preceduto, Philippe Barbarin ha preferito prendere il rischio di impedire la scoperta di numerosissime vittime di abuso sessuale da parte della giustizia e di vietare l’espressione del loro dolore”. È per questo che, secondo i giudici, “deve essere condannato alla pena di sei mesi di prigione” con la condizionale.

    https://www.huffingtonpost.it/2019/03/07/la-condanna-di-barbarin-scuote-ancora-la-chiesa-al-papa-la-decisione-sulle-sue-possibili-dimissioni_a_23687020/

  • Cile, Ezzati citato in giudizio per aver coperto abusi nella cattedrale di Santiago

    Cile, Ezzati citato in giudizio per aver coperto abusi nella cattedrale di Santiago

    Un uomo afferma di essere stato drogato e violentato quattro anni fa dal sacerdote Tito Rivera nella canonica e di aver denunciato il fatto al cardinale che non avrebbe agito. Ora intenta contro di lui e l’Arcidiocesi una causa di risarcimento per 500mila dollari

    SALVATORE CERNUZIO
    CITTÀ DEL VATICANO
    Venti di bufera soffiano sulla chiesa del Cile, già stremata da oltre un anno di scandali vecchi e nuovi di abusi sessuali del clero e dei loro insabbiamenti. Mentre l’Australia si divide sulla vicenda Pell e la Francia è scossa dalla condanna al cardinale Barbarin, nel Paese sudamericano scoppia un nuovo – seppur risalente ad anni fa – caso che coinvolge direttamente il cardinale arcivescovo di Santiago Ricardo Ezzati citato in giudizio per 530mila dollari perché avrebbe coperto le violenze sessuali di un prete, padre Tito Rivera, ai danni di un uomo quarantenne nella cattedrale metropolitana.

    Secondo un rapporto della Procura cilena il porporato 77enne – già sotto indagine per le mancate risposte ai casi di abusi dei sacerdoti della sua diocesi – avrebbe ricevuto la denuncia della vittima di padre Rivera, 67 anni, ex rettore della chiesa di Las Agustinas (dove era stato nominato dallo stesso Ezzati), liquidando però tutta la vicenda con 30mila pesos (circa 45 dollari), un abbraccio e la richiesta di «pregare per il carnefice» e di non parlare con nessuno di quanto accaduto.

    La vittima in questione si chiama Daniel Rojas Alvarez, 43 anni, vive in condizioni di indigenza, e dice di essere stato drogato e violentato da padre Rivera in una camera da letto della canonica della cattedrale. In questi giorni sta raccontando ai media cileni dettagli inquietanti sulla sua storia. Quattro anni fa si era rivolto a Rivera per chiedere aiuto economico per delle medicine urgenti per la figlia malata. In quella circostanza, il sacerdote, col pretesto di dargli l’aiuto richiesto, lo avrebbe portato in una stanza da letto della canonica e gli avrebbe offerto un bicchiere d’acqua dove sembra che abbia messo sostanze chimiche. Queste hanno stordito l’uomo tanto da ridurlo in stato di semi coscienza, senza alcun controllo sul suo corpo. Rivera avrebbe quindi abusato di lui insistentemente per poi lasciargli i soldi richiesti. I ricordi sono sfocati ma Rojas ha fissa in mente la frase del sacerdote: «Ti divertirai», e le violenze subite.

    Presto l’uomo era tornato in cattedrale per raccontare tutto al cardinale Ezzati che però si era limitato ad alcune parole di circostanza e ad un piccolo rimborso per l’acquisto dei medicinali. «Alla fine del mio racconto (Ezzati, ndr) mi ha chiesto di pregare per padre Tito e poi mi ha regalato 30mila pesos, pregandomi di non parlare con nessuno su questa vicenda», ha dichiarato in un programma televisivo mandato in onda la sera di lunedì da Canale 7.

    Rojas aveva presentato denuncia il 18 marzo 2015 all’Ufficio Reclami Pastorali (Opade) e, dopo che le accuse sono state ritenute fondate e credibili, dal 7 aprile 2015, era partita un’indagine contro Rivera condotta dal presbitero Francisco Walker Vicuña. Al termine, il 3 luglio dello stesso anno, era emerso che il prete aveva molestato anche un seminarista e un minorenne di 16 anni; una delle vittime aveva anche consegnato otto fotografie e alcuni video amatoriali del sacerdote impegnato in atti sessuali. Le indagini e il processo sono stati costantemente coordinati con la Congregazione per la Dottrina della Fede.

    Un successivo rapporto dell’Arcidiocesi imputava a padre Tito Rivera «comportamenti omosessuali abituali, gravemente immorali e praticamente fuori controllo», in grave violazione del Sesto Comandamento. A confermare tutte queste informazioni è lo stesso Arcivescovado di Santiago che, in una nota diffusa mercoledì, sottolinea che il sacerdote era già stato denunciato alla Polizia nel 2011 e che nel corso di un interrogatorio erano stati ritrovati in casa oggetti liturgici non di sua proprietà, probabilmente rubati dalla cattedrale. Dopo la denuncia, tuttavia, non era partita un’indagine perché «non è stato possibile contattare il denunciante».

    Sempre l’Arcivescovado precisa che il 16 agosto 2018, alla chiusura del processo, a padre Tito Rivera Muñoz sono state comminate numerose sanzioni in conformità con il canone 1336 del Codice di Diritto Canonico. Ovvero la sospensione per dieci anni dall’esercizio pubblico del ministero e l’ordine di celebrare la messa solo in forma privata controllato da una persona al di sopra dei 50 anni, il divieto di incontrare o mantenere contatti con minori e di cambiare residenza (attualmente è quella della sorella).

    L’intera vicenda – definita «terribile e inaccettabile» dal segretario dell’Episcopato cileno, monsignor Fernando Ramos – era finora sconosciuta ed è esplosa sulla stampa locale nei giorni scorsi dopo che Rojas, oltre ad una denuncia penale, ha depositato alla Corte d’appello di Santiago una causa di risarcimento danni per mezzo milione dollari contro l’Arcidiocesi e contro Ezzati.

    La nota della chiesa di Santiago non riferisce nulla a riguardo. E lo stesso cardinale, per evitare le polemiche, ha preferito non presiedere due sere fa la celebrazione del Mercoledì delle Ceneri in Cattedrale. Intervistato da Informe Special, tuttavia, ha rifiutato ogni accusa dicendo di non aver mai conosciuto Rojas «e ancor meno di averlo confessato, di avergli dato un abbraccio e di avergli detto che un sacerdote gli avrebbe dato dei soldi in mio nome, ma purtroppo non è così, capisco che può sentire quello che sente e ho tutta la mia stima e affetto anche per quello che ha sofferto».

    Come ricorda il sito specializzato Il Sismografo, prossimamente l’Assemblea plenaria del Senato dovrà votare una proposta di legge che farebbe perdere automaticamente al cardinale, di origini italiane (è nato nel comune veneto di Campiglia dei Berici, in provincia di Vicenza), la cittadinanza cilena ricevuta dallo Stato anni fa per i servizi resi all’educazione e la formazione dei giovani. Una iniziativa, questa contro il porporato, precedente al caso Rivera e legata ai presunti occultamenti degli abusi perpetrati da Fernando Karadima o quelli avvenuti nella diocesi di Rancagua.

    Proprio per queste accuse ad Ezzati era stato recapitato nel luglio 2018 un “órden de comparición” da parte del Procuratore regionale di O’Higgins, Emiliano Arias. Il cardinale avrebbe dovuto rispondere davanti ai magistrati il 21 agosto scorso, ma per vari motivi l’interrogatorio è stato rimandato.

    Contro di lui è in atto un’accesa campagna mediatica che mira alla sua rimozione. Allo stato attuale sembra che solo questa decisione possa calmare gli animi nella società e nella chiesa del Cile che non riesce a risollevarsi dallo scandalo abusi deflagrato violentemente dopo la visita di Papa Francesco nel gennaio scorso. Ne sono prova le dichiarazioni “fuori dal protocollo” del ministro Cecilia Pérez, segretario del governo del presidente Sebastián Piñera, che, definendo la vicenda di Rivera un «insieme di fatti gravissimi e inaccettabili», ha affermato che: «Si deve rispettare la giustizia indipendentemente dalla qualifica del colpevole…». «Il presidente Piñera – ha aggiunto la ministra – ha incontrato il Papa a Roma e come governo aspettiamo che Francesco trovi la persona migliore per farsi carico dell’Arcidiocesi di Santiago».