Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: cassazione

  • Vaticano e pedofilia: belle parole, pochi fatti

    Vaticano e pedofilia: belle parole, pochi fatti

    La mole di documenti inquietanti, pubblicati a Chicago sugli abusi commessi dal clero tra gli anni 1950 e 2010, è un campanello di allarme per il Vaticano. Al di là dell’impegno personale di papa Francesco – evidenziato dalla decisione di sottoporre a processo penale il pedofilo ex nunzio nella Repubblica dominicana Jozef Wesolowski – la vicenda ripropone la questione della grande disparità esistente da una nazione all’altra, più precisamente da una conferenza episcopale all’altra, nelle strutture per contrastare le violenze contro ragazzi e ragazze.

    La speciale commissione anti-abusi, formata dal Papa va a rilento. C’è stata qualche riunione, ma finora non sono state elaborate linee-guida, che organizzino a livello planetario le modalità per accogliere le denunce, indagare sui misfatti e risarcire le vittime. LA CHIESA ha molto da recuperare. Perché gli Stati in quanto tali non hanno praticato sistematicamente una politica di insabbiamento quando un insegnante o un allenatore compivano atti di pedofilia.

    Non c’erano prefetti che trasferivano silenziosamente l’insegnante o l’allenatore da una scuola o una palestra all’altra. Non c’erano denunce andate misteriosamente perdute nei meandri del ministero della Giustizia o nella corte di Cassazione. Non c’erano criminali graziati in extremis come per esempio il fondatore dei Legionari di Cristo Marcial Maciel – obbli – gato solamente da Benedetto XVI a una vita ritirata e di preghiera – a cui fu risparmiato il processo ecclesiastico.

    Nella Chiesa, invece, a partire dalla svolta indicata da papa Ratzinger con la sua Lettera ai cattolici d’Irlanda, si tratta di smantellare una prassi secolare di copertura degli abusi e di creare organismi precisi a cui le vittime possano rivolgersi per avere giustizia. Molto si è fatto in questi anni, troppo rimane ancora da fare. Ci sono paesi in cui ci sono organismi funzionanti.

    Prendiamo gli Stati Uniti, dove mons. Blase Joseph Cupich è diventato da poche settimane arcivescovo di Chicago succedendo proprio al cardinale George: all’interno della conferenza episcopale statunitense Cupich è presidente della Commissione per la protezione dei minori. Anche in altre nazioni, per esempio la Germania, esistono organismi del genere. In Polonia c’è un Centro per la tutela dei minori, creato dall’episcopato.

    L’Italia è tra i paesi dove la conferenza episcopale –quanto a strutture specifiche di aiuto alle vittime – continua a latitare. L’assem – blea della Cei si riunisce domani ad Assisi, discuterà della formazione del clero e certamente anche della sensibilizzazione sul tema del rapporto con i minori. Ma di centri di ascolto per le vittime e di impegni per i risarcimenti la Cei continua tenacemente a non parlare. Spetta proprio alla commissione vaticana anti-abusi elaborare le procedure più efficaci per affrontare il fenomeno, dando al Papa gli strumenti operativi per imporre una linea uniforme valida per la Chiesa cattolica in ogni nazione.

    Le poche riunioni, organizzate da marzo in poi (quando l’organismo fu costituito) e i rapporti via mail tra i membri del gruppo, non assicurano però speditezza ai lavori. A settembre il pontefice ha nominato segretario della commissione l’americano Robert Oliver (già promotore di giustizia, cioè “pubblico ministero”, al Sant’Uffizio) per dare impulso all’iniziativa. Ma fino a oggi niente è stato prodotto. E gli scandali incombono.

  • Processo al video hard del prete

    Processo al video hard del prete

    Un sacerdote accusa l’uomo che ospitava di averlo ricattato per il filmino girato di nascosto in casa.

     FERRARA. La vicenda che vede protagonisti un prete di Ferrara e un cittadino serbo ospitato con la sua famiglia nella casa del sacerdote, che da anni si accusano a vicenda – il primo di essere stato ricattato con accuse inventate e il secondo per le violenze subite dal figlio da parte del prete – è destinata a diventare una storia infinita, visto che ormai sono sei i processi che li vedono rivali.

    Dopo il primo processo in cui il prete è stato condannato per molestie sessuali sul figlio piccolo dell’uomo ospitato (condanna di 1 anno e 4 mesi) i casi pendenti tra procura e tribunale sono diventati altri cinque. Uno di questi è approdato ieri davanti al giudice Monica Bighetti in cui si discuteva dell’accusa mossa dal prete verso il serbo e suo cognato per aver filmato il sacerdote durante un rapporto sessuale: un filmato poi acquisito al primo processo, diventato una delle prove contro il prete stesso.

    Il legale del sacerdote si è opposto all’archiviazione della procura per il reato di interferenze illecite della vita privata, perchè quel video venne – secondo il sacerdote – realizzato a sua insaputa, in casa sua, con l’inganno (dice di esser stato drogato prima dell’atto sessuale) e poi il ricatto. Ieri la discussione davanti al gip Bighetti è stata aggiornata al 18 novembre, per difetto di notifiche.

    Lo stesso video è al centro di un terzo processo parallelo ai primi due, per estorsione nei confronti dell’uomo sul sacerdote, perchè quel video sarebbe stato uno degli strumenti del ricatto per aver soldi e restare nella casa in cui era ospitato con la famiglia. Il processo per estorsione è pendente in Cassazione, perchè nei mesi scorsi dopo l’archiviazione presentata dalla procura per l’estorsione e l’opposizione del prete, il giudice Piera Tassoni ordinò l’imputazione coatta, ma la procura fece ricorso in Cassazione per «abnormità» del provvedimento e ora si attende la decisione.

    Quarto procedimento in corso in procura, titolare la pm Ombretta Volta, quello relativo al video pubblicato su YouTube dalla Rete contro l’abuso, in cui l’uomo racconta la sua storia, la violenza sessuale su figlio da parte del prete e altri fatti mai denunciati ai magistrati: il legale del sacerdote ha presentato pertanto denuncia per diffamazione via Internet e il procedimento è ancora aperto.

    Quinto caso relativo alle accuse di violenza privata nei confronti dell’uomo ospitato dal prete, perchè avrebbe sequestrato in casa sua il sacerdote stesso e altri amici, chiudendolo all’interno impedendo loro di uscire: processo fissato il 18 novembre.

    Sesto ed ultimo, il procedimento che ha chiuso il rapporto tra prete e il cittadino serbo: dopo essere stato sfrattato dalla casa del prete che occupava senza averne diritto (dopo i processi), il prete ha denunciato la sottrazione dei mobili di casa: anche in questo caso il procedimento per appropriazione indebita in carico al pm Nicola Proto è pendente.

  • Don Desio chiede di parlare al magistrato: racconto tutto, ma fatemi uscire di galera

    Don Desio chiede di parlare al magistrato: racconto tutto, ma fatemi uscire di galera

    L’ex parroco di Casalborsetti è detenuto da cinque mesi, Gip e Riesame hanno già rifiutato le richieste di domiciliari.

    RAVENNA. Basta carcere, don Desio non ce la fa più e chiede di parlare col magistrato: «Niente reticenze, ora racconto tutto». Intanto, il Vaticano apre il processo canonico. L’ex parroco di Casal Borsetti è già stato sospeso “a divinis”: al momento, non può dir messa né confessare. Ma sarà la congregazione per la dottrina della fede, quella guidata fino al 2005 da Papa Ratzinger, a decidere che ne sarà del suo abito talare. Intanto la Procura continua a guardare nei pc del prete arrestato per sesso con minorenni.

    Cinque mesi di carcere. Don Giovanni Desio, 52 anni, fino al 5 aprile scorso era parroco di Casal Borsetti. Foto ammiccanti e in “borghese” sulla sua pagina Facebook, sigaretta in bocca e versi audaci: un profilo “chiacchierato”, quello del parroco che sapeva poco di prete, e le cui sciagure iniziarono quando venne ripescato dal canale dove era finito, ubriaco, alla guida del suo Suv: proprio da quella vicenda partì l’indagine che pochi mesi dopo lo travolse in pieno. I poliziotti, ad aprile, lo arrestarono con accuse pesantissime: adescamento e atti sessuali con minorenni, e ad incastrarlo erano state le sue relazioni inopportune con alcuni ragazzini che frequentavano la canonica. Ma tutto iniziò proprio con quell’incidente nel porto canale. Per difendersi da chi lo accusava, don Desio si buttò a capofitto nei social network arrivando ad usare i profili Facebook di alcuni adolescenti a cui aveva chiesto le password. Furono proprio alcuni di quei post, notati da un genitore, a far partire le indagini e a far emergere relazioni che travalicavano i limiti dei rapporti tra i fedeli e il proprio confessore.

    «Fatemi uscire». L’ex parroco, sospeso da subito dai ministeri divini, ha resistito un paio di mesi in carcere (in quello di Forlì dove venne trasferito per motivi di sicurezza) prima di mostrare i primi segni di cedimento. A giugno, attraverso il suo legale Battista Cavassi, uscì allo scoperto con una parziale assunzione di responsabilità: nella sua istanza al Tribunale del Riesame per chiedere la scarcerazione, ammise di aver tenuto una «condotta inappropriata». Nulla più. Ma non bastò questo per convincere il Riesame, e nemmeno il giudice per le indagini preliminari Rossella Materia che giudicò inadeguata la struttura indicata dalla difesa come dimora per gli eventuali arresti domiciliari. E così, ad oggi, pende un ricorso in Cassazione. L’avvocato Cavassi l’ha presentato ad agosto e la Corte Suprema ha, da quando giungono gli atti, 30 giorni per decidere sull’istanza. Intanto, l’inchiesta prosegue: la Procura ha nominato il perito per spulciare altri pc del don, alla ricerca delle sue relazioni.

    Nuovo interrogatorio. Ma un altro mese, don Desio non sembra reggere. «Fisicamente sta bene, ma è molto prostrato – rende noto il suo legale -. Abbiamo appena inoltrato la richiesta al magistrato. Il mio cliente vuole essere ascoltato: le reticenze della prima ora, mantenute per garantire il riserbo su alcune sue relazioni, dovrebbero cadere. Insomma, i suoi peccati vuole raccontarli tutti».

  • Il lato oscuro di don Gelmini

    Il lato oscuro di don Gelmini

    I funerali di don Pietro Gelmini – La lunga esistenza terrena di don Pietro Gelmini, celebrità mediatico-ecclesiastica e fondatore della Comunità Incontro, si è conclusa il 12 agosto 2014 dopo 89 anni di pensieri, parole, opere, guai giudiziari e accuse infamanti.

    La destra italiana, verso la quale Gelmini aveva una spiccata (e ricambiata) simpatia, si è profusa in lodi sulla persona e l’operato di don Pierino. Carlo Giovanardi l’ha definito “un gigante dell’impegno sociale e civile, in prima linea da sempre per strappare i tossicodipendenti e le loro famiglie dall’incubo della droga.” E anche per Gianni Alemanno abbiamo avuto l’onore di trovarci di fronte a un “gigante che ha fatto del bene in tutto il mondo”, sfidando “senza riserve il mostro della droga.”

    La stampa si è prontamente unita al coro di lamenti e celebrazioni, parlando di Don Gelmini come di un “guerriero della vita”, una specie di Martire Del Bene impegnato in una lotta senza quartiere alle storture del mondo. Certo, la maggior parte delle testate hanno ricordato (quasi con fastidio) che Gelmini era finito in una “complessa inchiesta” per presunte molestie sessuali su decine di “ospiti” della sua comunità—con la scontata postilla: “comunque non c’entrava nulla, come ha ribadito più volte”—ed era comunque “una figura discussa” o un “prete controverso”, senza naturalmente andare troppo a fondo sul perché la sua figura fosse discussa o controversa.

    Lo sbianchettamento a reti unificate della vita del prete, condotto con grande zelo e aiutato dalla pausa di Ferragosto, ha rimosso praticamente tutte le zone d’ombra che negli anni hanno offuscato le imprese di don Gelmini. Se si ricostruisce la sua reale biografia, infatti, il ritratto che ne viene fuori è quello di un uomo molto attaccato alla materialità e tutt’altro che “santo.”

    Pietro Gelmini nasce a Pozzuolo Martesana, provincia di Milano, il 19 gennaio 1925. Viene ordinato prete nel 1949, nella diocesi di Grosseto. È fratello del più celebre (almeno all’inizio) padre Eligio, frate che “preferiva il cachemire al ruvido panno francescano”, “confessore e assistente spirituale di vip e calciatori” nonché “precursore di tante figure di preti mediatici e mondani che frequentano salotti, feste e studi televisivi.” Tra le altre cose, Padre Eligio aveva un’autentica passione per le auto di lusso—una passione che in un’intervista spiegò in questo modo: “L’auto per me è un’occasione di stare con Dio.”

    Negli anni ’60 Gelmini diventa segratario del cardinale Luis Copello, arcivescovo di Buenos Aires fino al 1959, e si inserisce nella comunità di Casal Palocco a Roma. La svolta nella vita del sacerdote—così narra l’epica sul personaggio—avviene il 13 febbraio del 1963 a seguito dell’incontro con Alfredo, un giovane della borgata romana che “smaltiva la sbornia del suo compleanno” sui gradini della chiesa di Sant’Agnese a  piazza Navona. “A zì prete, damme ‘na mano,” gli dice Alfredo. “Nun vojo soldi. Nun vedi che sto male?” Alfredo viene poi accolto in casa da don Gelmini, che “da quel momento cominciò il suo impegno con i tossicodipendenti.”

    In parallelo a quell’episodio vagamente pasolinano, però, sempre in quegli anni arriva una diffida dalla Curia per abuso di titolo: Gelmini, infatti, andava in giro facendosi chiamare “monsignore.” Oltre ai problemi con le autorità ecclesiastiche, don Pierino inizia ad avere grossi grattacapi anche con la giustizia dello Stato italiano.

    Il 13 novembre del 1969 arriva il primo arresto. I carabinieri prelevano don Gelmini nella sua villetta all’Infernetto con le accuse di bancarotta fraudolenta e appropriazione indebita per il fallimento della cooperativa edilizia “Tre Fontane” (collegata alle Acli), di cui il sacerdote era presidente e liquidatore. Nel giardino della sua abitazione le forze dell’ordine trovano una fiammante Jaguar—probabilmente utilizzata per attenersi più strettamente ai precetti evangelici—che gli vale il soprannome di “padre Jaguar.”

    Tra le persone che denunciano Gelmini per appropriazione indebita ci sono anche Ngô Ðình Thuc, arcivescovo della città di Huè e fratello di Ngô Ðình Diêm (dittatore assassinato nel 1963) e la signora Nhu, vedova dell’ex presidente. Stando a un articolo del 1971, Nhu era fuggita dal suo paese ed era approdata a Roma “con i figli e notevoli conti in banca.” Decide di comprare una villa e, tramite il cognato Thuc, conosce don Gelmini. “Il prelato,” continua la cronaca, “si incaricò di trovarle una villa con parco dal valore di 300 milioni [di lire].” L’arcivescovo dalla Svizzera comincia a inviare soldi a Gelmini per pagare le rate del mutuo, ma i due si accorgono che qualcosa non torna. Secondo i vietnamiti, infatti, il sacerdote italiano “si sarebbe appropriato di 60 milioni di lire dell’arcivescovo Thuc e di 13 milioni della signora Nhu.”

    Ritaglio de La Stampa del 14 marzo 1976.

    Don Pierino viene condannato in primo grado a quattro anni di reclusione per i reati addebitatigli e inizia a scontare la pena in carcere. In un articolo sul Messaggero dell’epoca si legge: “Come detenuto, non è esattamente un modello e spesso costringe il direttore a isolarlo per evitare “promiscuità” con gli altri reclusi.” Nel 1974 la Corte d’Appello di Roma dimezza la condanna a due anni di carcere (l’appropriazione indebita, nel frattempo, è stata estinta per l’amnistia del 1971), e l’anno successivo la Cassazione la conferma rendendola definitiva.

    Scontata la pena, il Vaticano gli impone “un periodo di ‘esilio’ a Grosseto.” Finito l’“esilio”, Gelmini torna a Casal Palocco e si trasferisce in una villa più spaziosa, che La Stampa descrive così: “Due piani, mattoni rossi, largo muro di cinta con ringhiera di ferro battuto bianco, giardino, piscina e due cani: un pastore maremmano e un lupo. A servirlo sono in tre: un autista, una cuoca di colore e una cameriera.”

    Ma i guai con la giustizia non finiscono qui. Nel 1976 è arrestato nuovamente, insieme al fratello e all’avvocato siciliano Carmelo Conte, dipinto da La Stampa come “ostentatore di ricchezza” nonché “spalla in campo giuridico” degli affari del “clan” Gelmini. I tre sono accusati di “aver ricevuto una bustarella di 50 milioni da Vito Passera, un imprenditore in difficoltà, per farlo diventare console onorario della Somalia ed avere facilitazioni nel commercio di burro tra gli Usa e il paese africano.” Le accuse si rileveranno poi infondate e il procedimento si chiuderà senza conseguenze.

    La ricostruzione della storia giudiziaria di don Pierino fatta dal programma Matrix nel 2007.

    Nel 1979 don Gelmini disse di aver rinunciato alla “carriera per salire su una corriera di balordi”—ossia la Comunità Incontro. In quell’anno, infatti, Gelmini rileva un frantoio abbandonato, il Mulino Silla ad Amelia, e ne fa la sede della sua comunità. Il recupero dei tossicodipendenti è imperniato sulla Cristoterapia, un metodo in cui—ha detto lo stesso Gelmini—“si pone l’accento principale sul potere risanatore di Cristo.”

    Il comune di Amelia concesse il frantoio in comodato d’uso, ma la relazione con la giunta si incrinò quando Luciano Lama, ex leader della Cgil, venne eletto sindaco nel 1988. “Erano gli anni del boom delle comunità,” scrive Marco Lillo su l’Espresso, “e don Pierino non badava troppo al codice urbanistico. I piccoli casali abbandonati diventavano imponenti ostelli. Mensa, campo di calcio, sotterranei, tutti edificati a fin di bene, ma tutti abusivi, furono immediatamente segnalati da Lama alla Procura.” Alla fine, sempre secondo Lillo, tutto sarebbe stato sanato “grazie anche ai socialisti della giunta.”

    La consolidazione e l’ascesa della Comunità Incontro—che ufficialmente conta 164 sedi residenziali in Italia e 74 all’estero (anche se i dati sono stati contestati dalla giornalista Stefania Nardini)—vengono accompagnati da critiche piuttosto feroci sulla trasparenza finanziaria e sulla gestione degli ospiti.

    Nel 2004 esce il libro Mara come me del giornalista Marco Salvia, uno dei più vocali accusatori di Gelmini, che racconta la difficile vita all’interno di una comunità di recupero. La storia è romanzata e i nomi sono cambiati, ma l’anno dopo l’autore pubblica una lettera in cui dichiara che i fatti narrati nel libro sono reali e autobiografici, e che il personaggio di “don Luigi”, capo supremo della comunità, è in realtà “ispirato direttamente” a don Gelmini.

    “Ricordo bene don Gelmini, urlare come un folle al minimo accenno di dissenso, il lavaggio del cervello, i soprusi,” ha scritto Salvia. “Il mio soggiorno presso la comunità Incontro fu un incubo ad occhi aperti, pieno di eventi crudeli e arbitrari.” In un’intervista su Il Manifesto pubblicata nel 2011, il giornalista ha ribadito che all’interno della comunità di Gelmini si eserciterebbe “un grande controllo carismatico su persone molto fragili come i tossicodipendenti e le loro famiglie.”

    In parallelo alla fiorente attività della Comunità, che Gelmini ha sempre descritto come un’associazione “laica” e non religiosa, ci sono i rapporti con il Vaticano e quelli con la politica. I primi sono sempre stati piuttosto tesi. Negli anni ’70, ricorda l’articolo de La Stampa del 1976, “denunce e proteste giungono al vicariato di Roma anche da parte del parroco di Casal Palocco,” e per due volte don Pierino è convocato, “diffidato dall’usare la veste che non gli spettava e sospeso ‘a divinis’.”

    La notizia del falso arresto di don Gelmini, da La Stampa del 5 gennaio 1997. La beffa mediatica era stata orchestrata da Luther Blissett.

    Per risolvere una volta per tutti i problemi legati all’uso indebito di titoli ecclesiastici, nel 1988 Gelmini riesce a farsi insignire del titolo di Esarca Mitrato della Chiesa cattolica greco-melkita. Questa investitura, dice la biografia ufficiale, “gli apre le porte del Medio Oriente” e gli dà il diritto di usare l’anello, la mitra, la croce e la pastolare, pur non essendo vescovo.

    I rapporti con la politica, invece, sono sempre stati eccellenti e hanno sicuramente contribuito all’espansione del piccolo impero del sacerdote. Don Gelmini, che è considerato uno degli ispiratori della legge Fini-Giovanardi recentemente bocciata dalla Corte Costituzionale, è sempre stato molto vicino a Udc e Alleanza Nazionale.

    Il 4 marzo 2000 don Gelmini partecipa alla presentazione del “manifesto” di AN, “Valori e idee senza compromessi”, in qualità di illustre testimonial anti-droga. A un certo punto don Pierino allarga il suo intervento ed evoca scenari apocalittici e scontri di civiltà: “I musulmani tra poco in Italia saranno il 10-15% della popolazione e metteranno a rischio la purezza dei nostri valori. Un tempo venivano per predare le nostre città, oggi hanno una parola d’ ordine: sposare le donne cattoliche per convertirle all’ Islam. Bisogna bloccare questo germe.” Le cronache dell’epoca riportano l’“imbarazzo” di Gianfranco Fini, la platea che “va in delirio” e le mani che si spellano per don Pierino.

    All’80esimo compleanno di don Gelmini viene organizzata una megafesta che probabilmente racconta meglio di ogni altro episodio gli appoggi politici di cui poteva godeva il sacerdote. Tra gli invitati ci sono diversi ministri (Maurizio Gasparri, Rocco Buttiglione e Pietro Lunardi), una sfilza di sottosegretari, parlamentari come Gustavo Selva (il cui nome venne ritrovato tra le liste della P2, anche se ne ha sempre smentito l’iscrizione) e volti noti di Tangentopoli quali l’ex Ministro della Sanità Francesco De Lorenzo, condannato in via definitiva per associazione a delinquere e corruzione. Alla festa non può mancare nemmeno Silvio Berlusconi, grande amico personale di don Gelmini, che come regalo gli stacca un assegno da 5 milioni di euro per costruire una comunità in Thailandia.

    Nel 2007, quando la procura di Terni inquisisce Gelmini per presunti abusi sessuali nei confronti di una decina di ospiti della comunità, l’impero sembra sul punto di crollare. Don Pierino nega tutti gli addebiti e grida al complotto ordito nei suoi confronti da “toghe rosse”, “poliziotti infami” e dalla lobby “ebraico-radical chic” che punta a “indebolire la Chiesa tutta.”

    Il riferimento alla lobby ebraica scatena un putiferio, e Gelmini si vede costretto a correggere il tiro: “Chiedo scusa agli ebrei. Io ho molto rispetto e molta considerazione per loro. C’ è questa loggia massonica-radical chic, invece, che sicuramente combatte la Chiesa su tutti i fronti.” Nonostante le polemiche e la gravità della accuse, Gelmini viene difeso a spada tratta dai suoi sponsor politici e anche da una parte del mondo cattolico. Il saggista Vittorio Messori, ad esempio, in un’intervista arriva a dire una cosa del genere: “Un uomo di Chiesa fa del bene e talvolta cade in tentazione? E allora? Se fosse così per don Pierino Gelmini, se ogni tanto avesse toccato qualche ragazzo ma di questi ragazzi ne avesse salvati migliaia, e allora?”

    In realtà, già prima del 2007 giravano accuse piuttosto scabrose nei confronti di don Pierino. Nel 1991 venne ritrovato sgozzato a Rimini Fabrizio Franciosi, che anni prima era stato ospite della Comunità Incontro. Durante le indagini il fratello gemello della vittima afferma che, poco prima di morire, Franciosi gli aveva “confidato di essere venuto a conoscenza di molestie compiute all’interno della comunità di Amelia; e per questo motivo sarebbe stato picchiato, minacciato e cacciato dal centro.”

    Nel 2003 don Antonio Mazzi, fondatore della comunità Exodus, riceve la lettera di un ragazzo che dice di aver subito molestie sessuali da don Gelmini nel 1993, quando era ospite della sua comunità. Oltre a questi casi, ci sono anche le accuse fatte da Bruno Zanin nell’autobiografia Nessuno dovrà saperlo, in cui afferma di aver subito molestie dal sacerdote quando era minorenne.

    Vittorio Sgarbi difende don Gelmini e attacca i “ragazzotti” che si sono “fatti stoccazzare”.

    Per difendersi meglio dall’inchiesta della procura, nel marzo del 2008 don Gelmini ottiene dal pontefice di essere ridotto allo stato laicale. “Papa Benedetto XVI ha fatto bene ad accogliere la mia richiesta,” dichiara Gelmini, “perchè credo che la libertà dell’individuo venga prima di ogni cosa.” Qualche giorno dopo, però, don Pierino si scaglia contro il Vaticano: “L’inferno non esiste nell’aldilà: esiste qui, su questa terra, dovrebbero capirlo quelli che stanno nei palazzoni, laggiù, in Vaticano, dove c’è il migliore paradiso possibile, quello dei ricchi e dei potenti.”

    A giugno del 2010 don Gelmini viene rinviato a giudizio, ma il processo—che comunque andava molto a singhiozzo per i continui rinvii dovuti alle condizioni di salute di Gelmini—non si farà mai, mettendo una pietra sopra all’accertamento (o meno) delle responsabilità di “padre Jaguar.”

    Quello che rimane, dunque, è la figura di personaggio adorato e odiato in egual misura, un “giusto” per alcuni e un impostore per altri, un uomo perfettamente inserito nella società dello spettacolo e in un preciso milieu politico, un prete in rotta con le gerarchie vaticane e insofferente alle restrizioni imposte dal codice penale.

    “Don Gelmini è buono come Dio,” disse una volta il fondatore di Comunione e Liberazione, Don Giussani. “Se penso a un esempio vivente di Cristo vedo lui.” Ecco, qualcosa mi dice che Dio e Gesù Cristo potrebbero non essere entusiasti di questo paragone.

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  • GIADA VITALE, PER LA PRIMA VOLTA IN MOLISE IL CONSIGLIO REGIONALE SARÀ PARTE CIVILE IN UN PROCESSO PER VIOLENZA SESSUALE

    GIADA VITALE, PER LA PRIMA VOLTA IN MOLISE IL CONSIGLIO REGIONALE SARÀ PARTE CIVILE IN UN PROCESSO PER VIOLENZA SESSUALE

    Il consiglio regionale del Molise si costituirà parte civile nel  processo a carico di Don Marino Genova sul caso dei presunti abusi sessuali a carico di Giada Vitale. Sarà possibile grazie alla  consigliera regionale Nunzia Lattanzio che ha chiesto l’applicazione dell’articolo 11 della legge regionale del 15 ottobre 2013. Ispirata alle sentenze della cassazione penale, sez. III, con le sentenze nn. 22538 e38835, nel 2002 e nel 2009si era espressa sull’ammissibilità della costituzione di parte civile degli enti pubblici e dei comuni nei procedimenti per violenza sessuale.

    La mozione è stata approvata da tutto il consiglio nonostante l’iniziale resistenza dell’assessore Vittorino Facciolla. Questo è il primo caso di applicazione della legge regionale approvata a ottobre.

    Ecco la versione integrale dell’intervento della consigliera Nunzia Lattanzio

    Signor Presidente, signori Assessori, Colleghi consiglieri,
    Il Consiglio Regionale con l’approvazione di questo significativo atto di mozione, il primo in materia, non intende sconfinare in un’area di competenza giudiziaria, bensì supportare con rispetto e rigore il percorso della giustizia con un’azione di profilo extra- giurisdizionale, in tal guisa a rafforzamento di principi costituzionali e di diritto internazionale in materia di tutela dei diritti fondamentali dell’uomo.
    Ciò premesso non entrerò nel merito della vicenda giudiziaria, che conosco tuttavia nel dettaglio, essendo stata avvicinata dalla rete nazionale “L’Abuso” e dallo stesso legale della giovane donna molisana vittima, sin dalla tenera età, di presunte reiterate violenze sessuali.
    I diritti umani delle donne e delle bambine sono parte inalienabile, integrale e invisibile dei diritti umani universali.

    La piaga della pedofilia striscia in tutti gli ambienti frequentati da bambini ed adolescenti. A seguito di un abuso subito, il primo problema della vittima è quello di essere creduta da investigatori, giudici, genitori e dalla comunità tutta di appartenenza.
    “Tra il 2000 ed il 2005, i minori vittime di reati sessuali in Italia sono stati 2.891. In 2.406 casi si è trattato di violenza sessuale, in 87 casi di violenza sessuale di gruppo, in 299 casi di atti sessuali con minorenne e in 99 casi di corruzione di minorenne.

    Secondo i dati diffusi dalle forze dell’ordine tra il 2011 ed il 2012 i reati sessuali in Italia sono triplicati ed il 78% dei casi riguarda bambine e ragazze. In Italia le bambine e le ragazze risultano più vulnerabili, di fronte alla violenza, rispetto ai loro coetanei maschi: in 6 casi su 10 la vittima di reati commessi e denunciati su minori nel 2012 è una giovane donna. Nel 2012 sono stati 5.103 i minori vittime di reati, una cifra superiore a quella del 2011 (4.946). Secondo i dati forniti dalle Forze dell’ordine e rielaborati dall’organizzazione, nel 2012 689 minori hanno subito violenza sessuale (l’85% delle vittime è una ragazza). A questi vanno aggiunte le 422 vittime di violenza sessuale aggravata (79%). Tra i reati a sfondo sessuale, a registrare l’aumento più drammatico in un anno è la pornografia minorile: 3,70% a danno di 108 minori, il 69% dei quali femmine. In generale, tra i reati commessi e denunciati su minori, quelli che mietono più vittime sono i maltrattamenti in famiglia: i bambini che li hanno subiti nel 2012 sono 1.246,82 in più rispetto al 2011”.
    Il danno subito diventa ancor più grave quando soggetto attivo del reato è un adulto cui il minore è legato e tiene particolarmente.

    Il bambino vittima di violenze sessuali dovrà affrontare, nel corso della sua restante vita, conseguenze devastanti e di lunga durata. Quando un giovane vita subisce un abuso, lo shock psicologico è così grande che il Sé normale non è in grado di decodificare quel che gli sta accadendo. Anche a causa di possibili danni al funzionamento cerebrale, le vittime di abuso sessuale spesso esibiscono comportamenti autodistruttivi.
    Nel caso della giovane Giada Vitale l’azione posta in essere dal presunto reo trova la sua massima espressione di deplorazione sociale nel fatto che il soggetto agente è un rappresentante della Chiesa cattolica.

    Già Papa Ratzinger ebbe a condannare, in varie occasioni, i casi di pedofilia, durante l’assemblea plenaria per la famiglia tenutasi l’8 febbraio 2010. In quell’occasione il Sommo Pontefice ebbe modo di dire: “La Chiesa, lungo i secoli, ha promosso la tutela della dignità e dei diritti dei minori e in molti modi, si è presa cura di essi. Purtroppo, in diversi casi alcuni dei suoi membri, agendo in contrasto con questo impegno, hanno violato tali diritti: un comportamento che la Chiesa non manca e non mancherà di deplorare e condannare”.

    “La pedofilia è come le messe nere” sostiene oggi Papa Francesco per condannare la piaga degli abusi sessuali sui minori nella Chiesa. “E’ un problema molto grave”. “ (…) Un sacerdote che compie un abuso, tradisce il corpo del Signore (…)” (…) “Il prete deve portare il bambino o la bambina alla santità. E questo si fida di lui. Invece di portarlo alla Santità, lui lo abusa. E’ come fare una messa nera!” (…).
    Ricordo a noi tutti che il sacerdote è abitualmente percepito come parte della famiglia del parrocchiano. I bambini cattolici vengono indotti a chiamare i membri del clero, Padre, Madre, Sorella, Fratello sino ad interpretare, a volte, in modo letterale queste identificazioni ideali; questi stessi bambini, provenienti in alcune circostanze da famiglie problematiche, posso incorrere nel cercare all’interno della Chiesa figure parentali che fungeranno nel loro immaginario da modelli di ruolo ed assicureranno la stabilità venuta a mancare nel proprio sistema.

    Per le su esposte ragioni è opportuno che le istituzioni intervengano per dare un segnale di disapprovazione di tali comportamenti soprattutto quando questi provengono da soggetti su cui i minori hanno riposto fiducia.
    Il danno causato dalla violenza di genere e dalla violenza sui minori ha una dimensione lesiva pubblica, posto che con esso viene leso il diritto – dovere pubblico spettante alle istituzioni centrali e periferiche di garantire l’integrità psicofisica dei propri consociati e di eliminare ogni ostacolo che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini impedisca il pieno sviluppo della personalità umana.
    La Regione Molise ha individuato tra i propri principi e finalità anche quello di concorrere a dare attuazione ai principi costituzionali sui quali si fonda la Repubblica italiana, una ed indivisibile, informando il proprio ordinamento ai principi di libertà, democrazia ed uguaglianza, giustizia, solidarietà, sussidiarietà pari dignità sociale, pace e non violenza.

    In particolare la Regione Molise con la Carta statutaria ha inteso ispirare ed orientare per il raggiungimento dei seguenti obiettivi:
    1) l’effettiva tutela ed il pieno esercizio, per tutti, diritti e interessi riconosciuti dalla Costituzione, operando per il superamento degli ostacoli di ordine economico e sociale che impediscono il pieno sviluppo della persona umana;
    2) il riconoscimento dei diritti delle fasce più deboli della popolazione mediante il superamento delle cause che ne determinano la disuguaglianza e il disagio;
    3) la rimozione di ogni ostacolo che impedisce la piena parità degli uomini e delle donne nella vita sociale, economica e culturale, nonché la promozione della parità di accesso tra gli uomini e le donne alle cariche elettive;
    4) il sostegno della famiglia, orientando a tal fine le politiche sociali, economiche, finanziarie di organizzazione dei servizi.
    La Regione Molise ispira il proprio statuto al pieno rispetto dei diritti naturali ed inviolabili della persona.
    La legge n. 15 dell’ottobre 2013 ha tra i suoi obiettivi proprio quello di intervenire a salvaguardia dei diritti inviolabili della persona vittima di violenza.
    In particolare, il testo di legge richiamato contemplo la facoltà per la Regione Molise di costituirsi parte civile in tutti i processi celebrati sul proprio territorio che abbiano ad oggetto la commissione di reati ai danni di donne e minori.

    La violenza sulle donne intesa come abuso, sopraffazione, limitazione delle libertà personali, disparità di trattamento e sottrazione di opportunità, violazione di diritti, rappresenta una violazione dei diritti fondamentali della persona, ed anche un fenomeno che coinvolge l’intera struttura della società ovvero la vita sociale in tutte le sue articolazioni.

    Il danno causato dalla violenza di genere ha una triplice dimensione lesiva: personale, sociale e pubblica. In quest’ottica va, pertanto, inteso il disposto normativo previsto all’art. 11 della L.R. 15/2013 ovverosia quale intervento volto a garantire l’integrità psicofisica delle/dei propri consociati e di eliminare ogni ostacolo di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini impedisca il pieno sviluppo della persona umana, ex art. 3 Cost. All’intero di tale dimensione pubblica del danno si colloca il fondamento della costituzione di parte civile degli Enti pubblici per i quali risulta superata la considerazione secondo cui il diritto al risarcimento del danno sorge solo a seguito della perdita finanziaria contabile nel bilancio dell’ente pubblico, cioè della lesione del patrimonio dell’ente, non incidendosi su un bene apparentemente dello Stato (…). La legittimazione ad agire, che è attribuita allo Stato ed agli enti minori, non trova perciò fondamento nel fatto che essi abbiano affrontato spese per riparare il danno, o nel fatto che essi abbiano subito una perdita economica ma nella loro funzione a tutela della collettività e della comunità nel proprio ambito territoriale e degli interessi all’equilibrio ecologico, biologico e sociologico del territorio che ad essi fanno capo.

    Il fondamento del danno per l’ente pubblico, dunque, risiede nell’offesa dell’interesse protetto, da intendersi nel contrasto alla violenza di genere come mezzo per la promozione delle pari opportunità e per la rimozione di ogni forma di discriminazione basata sul genere o sull’orientamento sessuale compiuta nel proprio territorio.

    Il perseguimento di tale obiettivo rappresenta una specifica obbligazione istituzionale, che trova fondamento: a) negli articoli 3 e 117 Cost., b) nella CEDAW, che deve essere attuata ad ogni livello istituzionale; c) nell’adesione alla Carta europea per l’uguaglianza e la parità di donne e uomini nella vita locale; d) nelle previsioni statutarie; e) nell’attuazione di piani (nazionali e locali) di azione di contrasto alla discriminazione e violenza di genere.
    La Regione Molise con lo strumento legislativo L.R. 15/13 ha normativamente trasformato interessi generici e diffusi dei cittadini rappresentati in propri interessi specifici e in oggetto peculiare delle proprie attribuzioni e dei suoi compiti istituzionali, donde la configurabilità in capo ad essa di un interesse concreto alla salvaguardia di una situazione storicamente circostanziata divenuta suo scopo primario ed elemento costitutivo.

    GLI ABUSI SESSUALI LEDONO L’INTERESSE DELLA COLLETTIVITA’ AD UNA SOCIETA’ NON SESSISTA. Gli abusi sessuali ledono non solo la libertà morale e fisica della donna, ma anche il concreto interesse delle istituzioni e nella specie della Regione Molise, di preservare il territorio da tali deteriori fenomeni avendo lo stesso posto la tutela di quel bene giuridico come proprio obiettivo primario.
    Dalla frustrazione delle finalità e degli scopi dell’ente può conseguire un danno economico diretto per le diminuzioni patrimoniali eventualmente subite dagli organi istituzionali predisposti per alleviare i traumi delle vittime di abusi sessuali, dovendosi ritenere la Regione, ente esponenziale del suddetto interesse, la stessa è legittimata, come tale, a costituirsi parte civile nel processo penale. Inoltre, è configurabile in capo alla Regione un danno morale per la lesione dell’interesse perseguito per garantire la libertà di autodeterminazione della donna e la pacifica convivenza nell’ambito regionale, beni sociali statutariamente individuati come oggetto specifico di tutela.

    Alla luce di queste mie concise osservazioni, a sostegno della mozione presentata dal Consigliere Monaco, invito i colleghi tutti ed i rappresentanti del governo a manifestare la volontà che l’Ente regionale si costituisca parte civile nel processo instaurato nei confronti del presunto autore di gravi reati sessuali che per anni ebbe sottoporre a violenze sessuali la piccola Giada Vitale, costringendola in una dimensione di sofferenza, sfiducia e ingiustizia. E’ necessario che con l’approvazione di questo significativo atto di mozione possa essere ricostruito un serio rapporto di fiducia tra la società civile ed i suoi figli più deboli, rapporto sino ad oggi minato dal fatto che per anni le istituzioni hanno taciuto e sono rimaste inerti dinanzi a fenomeni assai devastanti. La costituzione di parte civile in tale processo, infatti, non solo rispetterebbe il disposto normativo locale ed internazionale ma soprattutto darebbe un messaggio positivo a tutte le vittime di abusi, messaggio di attenzione riposta dalle istituzione alla loro tragedia.
    Grazie.

  • Caso Giada Vitale, la Regione si costituisce parte civile. Un caso seguito dalla Rete L’ABUSO

    Caso Giada Vitale, la Regione si costituisce parte civile. Un caso seguito dalla Rete L’ABUSO

     Approvata la mozione presentata dalla consigliere Nunzia Lattanzio: il documento contempla la facoltà dell’ente di costituirsi parte civile in tutti i processi  che abbiano come oggetto la commissione di reati ai danni di donne e minori. Nel caso specifico ci si riferisce alla triste storia della giovane ragazza vittima di presunte violenze sessuali da parte dell’ex parroco di Portocannone


    CAMPOBASSO. È stata approvata, in sede di Consiglio regionale, la mozione della consigliere Nunzia Lattanzio a tutela di Giada Vitale, la giovane ragazza vittima di presunte violenze sessuali da parte di don Marino Genova, ex parroco di Portocannone, paese in cui vive la ragazza. Il testo di legge – approvato all’unanimità nonostante l’iniziale opposizione dell’assessore Vittorino Facciolla, che riteneva l’ente regione non potesse costituirsi parte civile, prima che la Lattanzio, sentenze alla mano, dimostrasse il contrario – richiamato nella mozione contempla la facoltà per la Regione Molise di costituirsi parte civile in tutti i processi celebrati sul proprio territorio che abbiano ad oggetto la commissione di reati ai danni di donne e minori. Già la Cassazione penale aveva emesso due sentenze – rispettivamente nel 2002 e nel 2009 – esprimendosi sull’ammissibilità della costituzione di parte civile degli Enti pubblici e dei Comuni nei procedimenti per violenza sessuale.
    “Il Consiglio Regionale con l’approvazione di questo significativo atto di mozione, il primo in materia – precisa Nunzia Lattanzio nel suo intervento – non intende sconfinare in un’area di competenza giudiziaria, bensì supportare con rispetto e rigore il percorso della giustizia con un’azione di profilo extra-giurisdizionale, in tal guisa a rafforzamento di principi costituzionali e di diritto internazionale in materia di tutela dei diritti fondamentali dell’uomo”.
    “La violenza sulle donne intesa come abuso, sopraffazione, limitazione delle libertà personali, disparità di trattamento e sottrazione di opportunità, violazione di diritti, rappresenta – sottolinea la consigliere regionale – una violazione dei diritti fondamentali della persona e anche un fenomeno che coinvolge l’intera struttura della società, ovvero la vita sociale in tutte le sue articolazioni”.
    La Lattanzio nel suo intervento sostiene che “all’interno di tale dimensione pubblica del danno si colloca il fondamento della costituzione di parte civile degli Enti pubblici per i quali risulta superata la considerazione secondo cui il diritto al risarcimento del danno sorge solo a seguito della perdita finanziaria contabile nel bilancio dell’ente pubblico”, precisando che “il fondamento del danno per l’ente pubblico – in questo caso – risiede nell’offesa dell’interesse protetto, da intendersi nel contrasto alla violenza di genere come mezzo per la promozione delle pari opportunità e per la rimozione di ogni forma di discriminazione basata sul genere o sull’orientamento sessuale compiuta nel proprio territorio”.
    Sulla base di queste considerazioni, Nunzia Lattanzio invita i suoi colleghi e i rappresentanti del governo “a manifestare la volontà che l’Ente regionale si costituisca parte civile nel processo instaurato nei confronti del presunto autore di gravi reati sessuali che per anni avrebbe sottoposto a violenze sessuali la giovane Giada Vitale, costringendola in una dimensione di sofferenza, sfiducia e ingiustizia. E’ necessario – conclude – che con l’approvazione di questo significativo atto di mozione possa essere ricostruito un serio rapporto di fiducia tra la società civile ed i suoi figli più deboli, rapporto sino ad oggi minato dal fatto che per anni le istituzioni hanno taciuto e sono rimaste inerti dinanzi a fenomeni assai devastanti.

    La costituzione di parte civile in tale processo, infatti, non solo rispetterebbe il disposto normativo locale e internazionale ma soprattutto darebbe un messaggio positivo a tutte le vittime di abusi, messaggio di attenzione riposta dalle istituzione alla loro tragedia”.

    http://www.isernianews.it/regione/34204-consiglio-regionale-approvata-la-mozione-a-difesa-di-giada-vitale.html

     

  • “Era colpa mia”. Dolore e rinascita delle vittime dei sacerdoti pedofili

    “Era colpa mia”. Dolore e rinascita delle vittime dei sacerdoti pedofili

     Dal 2004 al 2013 il Vaticano ha ridotto allo stato laicale 884 preti. “E poi bisogna considerare il sommerso, tutti coloro che non sono stati né puniti né denunciati”, precisa Massimilano Frassi, fondatore dell’associazione Prometeo, che offre sostegno alle vittime della pedofilia 

    di Veronica Fernandes“Era colpa mia. Ero io che cercavo il suo abbraccio quando avevo paura. Ero io che volevo andare all’oratorio. Ero io che prima di andare a casa gli davo un bacio sulla guancia”. La vita dei bambini che hanno subito violenza è una vita fatta di pezzi in cui hanno visto crescere tanto il male quanto il senso di colpa. C’è un bambino – che possiamo chiamare Mauro – che dagli 8 agli 11 anni è stato vittima di un pedofilo, tre anni scavati da una certezza paralizzante: “Io ero un bambino religioso, la domenica invece di giocare a calcio andavo a messa e pensavo che se Dio ha permesso questo, mi voleva punire e se lo aveva deciso Dio significava che me lo meritavo”.

    Le vittime di preti pedofili a messa da Papa Francesco
    Massimiliano Frassi – presidente di Prometeo, l’associazione che da 13 anni offre sostegno alle vittime della pedofilia – paragona il senso di colpa di questi bambini all’ergastolo: “Mentre il pedofilo, il carnefice, è libero e si sente libero, chi ha subito violenza vive imprigionato dal dolore e dal silenzio”. Per la prima volta nella storia della Chiesa, Papa Francesco questo silenzio ha deciso di romperlo: domani una  delegazione di vittime di preti pedofili sarà a messa in Santa Marta. Un giorno simbolico: a Roma ci sarà anche l’arcivescovo di Boston Sean O’Malley, coordinatore della commissione che il Papa ha istituito per la tutela dei minori e membro del cosiddetto C9, il consigli di cardinali al lavoro per la riforma della Curia e del governo della Chiesa. Dopo la messa ci sarà un incontro tra le vittime e il Papa. 

    Papa Francesco: preti pedofili come una messa nera
    Per descrivere l’orrore della pedofilia Papa Francesco aveva parlato di messa nera. Massimiliano Frassi prende in prestito la frase di una madre che si è rivolta a Prometeo quando il figlio di otto anni le ha raccontato di avere subito molestie: “Era pallido e quando parlava sembrava che stesse vomitando il mondo intero, poi ha riacquistato colore”. Da lì è iniziato il percorso di cicatrizzazione di una ferita profondissima ma non incurabile.

    I bambini che denunciano
    Più che vittime, questi bambini Massimiliano Frassi li chiama sopravvissuti. Alcuni riescono a liberarsi di questo male muto già da piccoli. Di solito scrivono un tema a scuola e la maestra chiama la madre, lasciano aperto il diario sulla scrivania. A 6, 7, 8 anni sono in grado di dire che sperano di morire. Altre volte, magari quando esplode un caso come quello di Yara, la paura di morire supera la vergogna e riescono a parlare.

    Le donne spesso ne parlano all’apice della felicità
    C’è una signora di 86 anni che lo ha fatto solo oggi. Per 70 anni la sensazione di essere responsabile non l’ha mai abbandonata: un ergastolo, appunto. Alcune donne riescono a liberarsi quando sono all’apice della felicità come Marta – ancora un nome di fantasia – che ha sentito esplodere quel mondo rimosso nel giorno del suo matrimonio, avvolta da un vestito da sposa. A quel punto riescono ad affrontare, combattere e annientare il male subito da bambina. Un’altra ragazza che si è rivolta a Prometeo – che chiamiamo Alessandra – ha lasciato il suo paesino del Sud Italia dopo aver subito violenza da un prete, all’epoca giovane. Anche lei ha scelto il silenzio, per anni. Finchè un giorno, quando torna a casa per le vacanze, trova il paese in festa: il suo carnefice è diventato parroco, le strade sono addobbate e il suo nome rimbalza da uno stricione all’altro. Il dolore che si porta dietro stride con la festa, troppo. E trova il coraggio di iniziare un percorso di liberazione.

    2004-2013: 884 preti ridotti allo stato laicale
    Tra il 2004 e il 2013 il Vaticano – cui l’Onu ha chiesto con forza di aprire indagini contro questi crimini nascosti – ha ridotto allo stato laicale 884 preti accusati di pedofilia. “Il dato reale è molto più alto, c’è il sommerso con le sue mille sfaccettature – spiega Massimiliano Frassi – e poi va ricordato che un pedofilo, e quindi anche un prete pedofilo, non lo è sempre, non abusa di tutti i bambini, ha i suoi gusti e quindi per uno che subisce ce ne sono cento con cui si comporta benissimo”. Alcuni, racconta, preferiscono i bambini timidi, altri quelli di famiglie ai margini della società oppure espansivi, biondi, alcuni solo le bambine alcuni puntano ai bambini figli di genitori molto legati alla Chiesa, per sentirsi più sicuri”.

    Quando i genitori non credono al bambini
    Per i pedofili che indossano l’abito talare è quindi più difficile essere sospettati. La tragedia si consuma quando i genitori non credono ai bambini che raccontano gli abusi, quando non li proteggono, quando difendono il sacerdote a prescindere. Sono i bambini che non ne parleranno più e che vivranno il loro ergastolo immersi nel trauma della violenza e nell’abbandono della famiglia.

    Il coro di voci bianche di don Marco Dessì 
    Se è difficile conoscere i numeri del fenomeno in Italia, nelle missioni è quasi impossibile. Ma questo non significa che non esistano: don Marco Dessì – condannato a sei anni in Cassazione – era andato in Nicaragua per salvare i bambini dalla strada e dalla povertà. Li aiutava ad andare a scuola, per il tempo libero aveva fondato un coro di voci bianche: il vivaio delle sue vittime. 

    http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/papa-francesco-messa-vittime-preti-pedofili-massimiliano-frassi-b8f3d2a8-92d8-44e4-afa9-c8a51e3b9141.html

  • Favoreggiamento pedofilia, papà della vittima in aula conferma le accuse a Don Fusta

    Favoreggiamento pedofilia, papà della vittima in aula conferma le accuse a Don Fusta

    Pietra Ligure. Cambia il testimone, ma non la sostanza delle dichiarazioni. Il processo che vede a giudizio Don Luigi Fusta, l’ex sacerdote della parrocchia pietrese di San Nicolò, accusato di favoreggiamento personale di un pedofilo, è ripreso questa mattina con l’audizione del papà della presunta vittima. L’uomo nella sua deposizione, di fatto, ha confermato quanto aveva riferito nella precedente udienza la moglie.

    Al religioso viene contestato il fatto di aver consigliato alla madre di una presunta vittima di abusi di non sporgere denuncia alle autorità. I fatti presi in esame risalgono al 2006: al centro dell’episodio c’era una ragazzina dodicenne che, secondo l’accusa, venne palpeggiata da un sessantenne loanese, amico della famiglia, che si era detto disponibile a far compagnia alla piccola a letto con l’influenza.

    Il papà della ragazzina ha raccontato della decisione presa con la moglie di chiedere un consiglio al sacerdote: “Ci fidavamo di lui e quindi abbiamo chiesto un appuntamento. Quel giorno lavoravo e quindi mia moglie è andata da sola”. “Tutto quello che riferisco da ora è ciò che mi ha raccontato lei al suo ritorno a casa” ha spiegato l’uomo prima di ripetere le parole della consorte”.

    La donna nella scorsa udienza, a proposito del giorno in cui incontrò Don Fusta, aveva raccontato: “Non ricordo bene il periodo, era gennaio o febbraio, ma andai a parlare con lui perché era parroco a Pietra Ligure. Non sapevo come comportarmi, se denunciare quello che era successo. Vedevo che mia figlia non dormiva più da sola e allora ho deciso di parlare con Don Fusta perché conosceva quella persona. Siamo andati nel suo ufficio in parrocchia ed eravamo solo noi due. Gli ho parlato di mia figlia e lui disse di non fare denuncia, di dirle che farlo è contro la chiesa”.

    “Ricordo che alla fine della nostra chiacchierata mi ha fatto il gesto del ‘ti assolvo’ come se mi fossi confessata, ma per me non era una confessione. Io non gli ho detto il nome di quell’uomo, ma quello della moglie” aveva precisato la mamma della presunta vittima che però non ha dubbi sul fatto che Don Fusta, conoscendo i coniugi, avesse capito di chi si stava parlando.

    Dopo l’audizione del papà della bimba il processo è stato rinviato al prossimo gennaio. Per questa vicenda Don Fusta, inizialmente, era stato assolto dal gup Emilio Fois, ma la sentenza era poi finita in Cassazione e di lì il fascicolo era tornato a Savona dove, in seconda battuta, era arrivato il rinvio il giudizio.

    Olivia Stevanin

    http://www.ivg.it/2014/07/favoreggiamento-pedofilia-papa-della-vittima-aula-conferma-le-accuse-don-fusta/

  • Don Ruggeri, ridotta la pena nel processo bis

    Don Ruggeri, ridotta la pena nel processo bis

     Orciano (Pesaro-Urbino), 3 luglio 2014 – Sconto di pena per don Giangiacomo Ruggeri, l’ex parroco di Orciano ed ex portavoce del Vescovo di Fano,condannato in primo grado a 2 anni e 6 mesi di reclusione (con rito abbreviato) per atti sessuali con una tredicenne, risalenti all’estate del 2011 sulla spiaggia di Torrette e filmati dalla polizia, che lo arrestò il 13 luglio.

    Ad Ancona si è celebrato l’appello e la Corte ha accolto integralmente il ricorso presentato dal legale del sacerdote, Gianluca Sposito, riformando la sentenza di primo grado emessa nel dicembre scorso e coondannando Don Giangiacomo alla diversa pena di 1 anno, 11 mesi e 10 giorni di reclusione, riconoscendo l’applicazione dell’ipotesi attenuata e il beneficio della sospensione della pena. In sostanza il don è libero, non sconterà nulla, né ai domiciliari, né tantomeno in carcere, e se nei prossimi 5 anni non commetterà alcun “delitto” il reato si estinguerà.

    «Personalmente – dichiara l’avvocato Sposito – mi permetto di sottolienare come la decisione dei giudici di appello appaia assolutamente adeguata al caso di specie ed è dunque motivo di soddisfazione per questa difesa». Ragion per cui, il difensore del prete non ha alcuna intenzione di presentare ulteriore ricorso in Cassazione. Resta da vedere se tale ricorso sarà esperito dalla Procura Generale di Ancona che avrà tempo 30 giorni dopo il deposito della sentenza che dovrà essere effettuato entro il 16 novembre 2014.

    Sandro Franceschetti

  • Cuneo, sesso con minori: condannato ex parroco Martin Varkey Parappillil

    Cuneo, sesso con minori: condannato ex parroco Martin Varkey Parappillil

    CUNEO, 27 GIUGNO 2014 – Martin Varkey Parappillil, ex parroco di Maruzzano e Marsaglia, in provincia di Cuneo, e di Mallare, in provincia di Savona, è stato condannato a quattro anni e mezzo di reclusione con l’accusa di aver compiuto atti sessuali con minorenni.

    Il sacerdote era inoltre in possesso di materiale pedopornografico. A confermare la condanna è stata la Corte di Cassazione, anche se in primo grado l’ex parroco era stato condannato a sei anni. La pena è stata infatti ridotta in appello.

    Martin Varkey Parappillil era stato fermato nel mese di Marzo dell’anno 2012 presso l’aeroporto di Milano Malpensa, poco prima di imbarcarsi sul volo aereo che lo avrebbe ricondotto in India.

    Alessia Malachiti

    http://www.infooggi.it/articolo/cuneo-sesso-con-minori-condannato-ex-parroco-martin-varkey-parappillil/67516/