Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Summit anti-pedofilia, Lombardi svela i lavori dei gruppi

    Summit anti-pedofilia, Lombardi svela i lavori dei gruppi

    Un testo inedito del moderatore, contenuto nel volume «Consapevolezza e purificazione» (Lev) e anticipato da Vatican News, sintetizza i resoconti: necessaria «una “cultura della denuncia”»

    DOMENICO AGASSO JR
    CITTÀ DEL VATICANO

    È fondamentale «rompere e superare la “cultura del silenzio”». Allo stesso tempo bisogna sviluppare quella «della denuncia». Sono indicazioni emerse dai gruppi di lavoro dell’Incontro per la protezione dei minori, che si è svolto in Vaticano dal 21 al 24 febbraio. Tutti i documenti del meeting – una prima volta assoluta nella storia della Chiesa – sono pubblicati in un libro della Libreria Editrice vaticana (Lev) intitolato «Consapevolezza e purificazione». Vatican News anticipa un testo inedito contenuto nel libro, scritto dal moderatore del summit, padre Federico Lombardi, che sintetizza i resoconti delle squadre di dialogo e riflessione in cui erano divisi i vescovi e cardinali.

    È emerso innanzitutto che bisogna «rompere e superare la “cultura del silenzio”». Occorre allo stesso tempo impegnarsi per sviluppare «una positiva “cultura della denuncia”, che permetta di agire efficacemente nella verità e nella giustizia».

    È importante poi capire «le connessioni fra gli abusi di potere, di coscienza e sessuali; la visione distorta dell’autorità nella Chiesa come potere e non come servizio, qualificata da papa Francesco come “clericalismo”».

    La priorità «dell’ascolto delle vittime è stata ribadita da tutti i gruppi, dove si è riconosciuta la forza delle testimonianze ascoltate». Troppo spesso «le ferite profonde nelle vittime sono causate non solo dal fatto degli abusi, ma anche in gran parte dall’esperienza del rifiuto di essere ascoltate». E anche i vescovi sono chiamati a «esercitare l’ascolto in prima persona». Successivamente, serve «sviluppare le capacità di accompagnamento delle vittime e persone ferite».

    Si può inoltre «mirare ad avere una vera partecipazione di vittime all’aiuto di altre vittime. Inoltre si è parlato del maggiore ruolo che va riconosciuto alle vittime nel corso dei processi canonici».

    Lombardi scrive che «si è messo l’accento sulla importanza della partecipazione e collaborazione dei laici – in particolare delle donne – con le loro competenze specifiche e sensibilità, nei diversi organismi da istituire in aiuto del vescovo (Commissioni per la valutazione delle segnalazioni di abusi; Commissioni “indipendenti” di esame e studio dell’insieme dei casi anche del passato; Commissioni di verifica dell’attuazione di procedure e misure prese; Commissioni per le attività di formazione dei seminaristi, del personale ecclesiale; Commissioni per attività e iniziative di prevenzione per le famiglie e comunità…)».

    Si è parlato dell’importanza «della collaborazione fra Diocesi e Congregazioni religiose, della coerenza di criteri e procedure adottate, anche nel campo dello spostamento del personale religioso da un luogo all’altro». Si è ragionato sul «rapporto fra le competenze dei Vescovi e delle Conferenze Episcopali (ad es. importanza che le Conferenze possano avere un quadro complessivo dei problemi ricevendo adeguate informazioni dalle Diocesi ed elaborando statistiche e Linee guida comuni e valutandone l’attuazione) come pure delle Conferenze Episcopali e di Roma (valutare la trattazione e il giudizio sui casi anche a livello decentrato – Tribunali nazionali o regionali – per evitare accumulo a Roma e ritardi; come pure avere una fase locale di informazione e valutazione sui problemi relativi a negligenza o incompetenza nel governo dei vescovi)».

    Si è esortato alla realizzazione di «un Vademecum per tutti i vescovi, da cui risultino chiaramente i loro compiti e doveri e la obbligatorietà delle norme. La preparazione di un tale Vademecum è stata annunciata da parte della Congregazione per la Dottrina della Fede ed è molto attesa».

    Tutto ciò è decisivo affinché si possa «procedere efficacemente anche nella direzione del “rendere conto” delle proprie responsabilità (accountability) e della valutazione del modo in cui le responsabilità di governo sono state esercitate».

    In alcuni gruppi «si è discusso in modo approfondito sui problemi e sulle utilità dei “seminari minori”, criticati in una delle relazioni. In tutti i gruppi si è ribadita l’urgenza di un miglioramento della formazione umana, affettiva e integrale dei candidati al sacerdozio, anche nella dimensione della sessualità». Ed è stata «apprezzata l’importanza della presenza di donne nel corso della formazione, di persone competenti dal punto di vista psicologico, dell’uso di test psicologici, in modo da evitare l’accettazione agli ordini sacri di persone inadatte».

    Si è insistito «sull’importanza delle informazioni fra i Vescovi o Superiori competenti sui seminaristi o sacerdoti che passano da un seminario a un altro o da una Diocesi all’altra».

    In diversi gruppi ci si è interrogati «sull’esistenza di un rapporto fra gli abusi sessuali e l’omosessualità. La questione è complessa e per vari motivi sembra da ritenere che non vada stabilita una connessione. La questione merita tuttavia un approfondimento per quanto riguarda il clero cattolico, poiché i casi di abuso conosciuti da parte di membri del clero sono in maggioranza nei confronti di ragazzi piuttosto che di ragazze».

    Poi, la trasparenza, che significa «anzitutto la pubblicazione e conoscenza delle regole, procedure e norme che devono essere seguite; seguirle effettivamente e poter verificare comportamenti, azioni e risultati».

    A proposito di statistiche «si sarebbero desiderati rapporti più dettagliati sulla situazione. Se vi è stata una sentenza di condanna definitiva è giusto che sia conosciuta, come pure è bene che siano resi noti i motivi di dimissione di un vescovo dal suo compito».

    Occorre fare chiarezza sulla tematica «del “segreto”: segreto pontificio, istruttorio, d’ufficio, professionale, confessionale. Si è parlato più volte della eliminazione del “segreto pontificio” a proposito dei procedimenti su abusi sessuali di minori, ma bisogna spiegare che cosa comporta».

    E nella collaborazione con le autorità civili, va dato «accesso ai documenti richiesti».

  • Pedofilia. Padre Lombardi: presto il vademecum che aiuterà i vescovi a seguire procedure corrette, che molti di loro ancora ignorano. Priorità ad aiuto alle vittime

    Pedofilia. Padre Lombardi: presto il vademecum che aiuterà i vescovi a seguire procedure corrette, che molti di loro ancora ignorano. Priorità ad aiuto alle vittime

    “Ancora molti vescovi non conoscono con la chiarezza necessaria quali sono i loro compiti e doveri di fronte ai problemi degli abusi sessuali”. Lo denuncia padre Federico Lombardi, moderatore del recente summit dei presidenti delle Conferenze Episcopali sulla protezione dei minori. Il gesuita, che ha raccolto in un libro della LEV quanto emerso da quell’incontro di un mese fa, ricorda che “uno degli scopi dell’Incontro di cui il Papa ha parlato era proprio quello di contribuire a raggiungere questa chiarezza. Perciò si è molto insistito che non solo vanno redatte, pubblicate, attuate, verificate, le Linee guida delle Conferenze Episcopali (già da anni richieste dalla Congregazione per la Dottrina della Fede ed effettivamente realizzate dalla maggioranza delle Conferenze); ma anche che si realizzi e si pubblichi un Vademecum per tutti i vescovi, da cui risultino chiaramente i loro compiti e doveri e la obbligatorietà delle norme. La preparazione di un tale Vademecum è stata annunciata da parte della Congregazione per la Dottrina della Fede ed è molto attesa”.

    Padre Lombardi ricorda nel testo la necessità di “Codici di condotta” per i vescovi e per i sacerdoti. Come pure dei doveri di una corretta “amministrazione” diocesana. “Tutto ciò – rileva – è importante perché si possa procedere efficacemente anche nella direzione del “rendere conto” delle proprie responsabilità (accountability) e della valutazione del modo in cui le responsabilità di governo sono state esercitate. Per quanto riguarda la valutazione del governo da parte di Vescovi e Superiori, si è parlato della importanza di approfondire e chiarire le procedure e modalità di applicazione del Motu proprio Come una madre amorevole da parte dei Dicasteri romani coinvolti, come pure le proposte sulla fase di informazione e valutazione a livello locale”.

    Nel suo intervento, anticipato dal sito Vatican News, padre Lombardi assicura inoltre che “la priorità dell’ascolto delle vittime è stata ribadita da tutti i gruppi, dove si è riconosciuta la forza delle testimonianze ascoltate per raggiungere la comprensione più adeguata dei problemi, della gravità delle sofferenze e della profondità delle ferite, e quindi della gravità dell’occultamento e della negligenza nell’agire per rispondere alle vittime, per fare giustizia e impedire ai colpevoli di ripetere i crimini”.

    “Spesso – spiega padre Lombardi – le ferite profonde nelle vittime sono causate non solo dal fatto degli abusi, ma anche in gran parte dall’esperienza del rifiuto di essere ascoltate. Ciò ha spesso provocato un risentimento profondo e ha indurito gli atteggiamenti critici. Anche se è difficile, è giusto continuare a coltivare un atteggiamento di ascolto verso tutte le vittime. Per garantire l’ascolto occorre provvedere persone e luoghi precisi, conoscibili dalle vittime e dai loro familiari”.

    “Ciò – chiarisce padre Lombardi – non esime tuttavia i vescovi dall’esercitare anch’essi l’ascolto in prima persona, ciò che è necessario per comprendere la natura e la profondità dei problemi. L’ascolto deve far parte strutturalmente del ministero pastorale del vescovo. Occorre sviluppare le capacità non solo di primo ascolto, ma di accompagnamento delle vittime e persone ferite. Un gruppo in particolare ha parlato dell’importanza di arrivare a formulare cammini di guarigione e riconciliazione delle vittime nel corpo della comunità ecclesiale, anche con riti e liturgie appropriate, compresa la partecipazione all’Eucarestia come luogo della piena comunione nel Corpo di Cristo che è stato profanato e ferito dagli abusi”.

    Secondo padre Lombardi, “si può mirare ad avere una vera partecipazione di vittime all’aiuto di altre vittime e al cammino verso la guarigione e il rinnovamento nelle comunità ecclesiali. Inoltre si è parlato del maggiore ruolo che va riconosciuto alle vittime nel corso dei processi canonici”.

    Pedofilia. Padre Lombardi: presto il vademecum che aiuterà i vescovi a seguire procedure corrette, che molti di loro ancora ignorano. Priorità ad aiuto alle vittime

  • Bufera pedofilia anche in Polonia, 328 casi in 28 anni

    Bufera pedofilia anche in Polonia, 328 casi in 28 anni

    A rivelarlo è stato il primate polacco, l’arcivescovo Wojciech Polak, che ha presentato un copioso dossier – Il «mea culpa» arriva a poche settimane dal summit organizzato in Vaticano

    ROMA – Quello che fino ad oggi sembrava essere uno dei Paesi meno colpiti dallo scandalo della pedofilia viene travolto da una bufera che è destinata a lasciare il segno. Negli ultimi 28 anni, dal 1990 al 2018, la Polonia ha avuto a che fare con 382 casi di abusi sessuali su minorenni da parte di ecclesiastici, sacerdoti ma anche suore.

    A rivelarlo è stato oggi il primate polacco, l’arcivescovo Wojciech Polak, che ha presentato un copioso dossier fatto di dati analitici e statistiche al termine della riunione plenaria della Conferenza episcopale polacca. Un ‘mea culpa’ che arriva a poche settimane dal summit organizzato in Vaticano a fine febbraio con papa Francesco e al quale hanno partecipato i vertici delle conferenze episcopali di tutto il mondo.

    Secondo il dossier, sono coinvolti 625 minorenni: 345 al di sotto dei 15 anni e 280 sopra i 15 anni. Il 58,4% riguarda i ragazzi, 41,6% ragazze. I procedimenti canonici contro i 382 ecclesiastici coinvolti sono ultimati nel 74,6% dei casi, mentre il 25,4% è ancora in corso. Fra i casi che sono arrivati a conclusione, il 25,2% ha ricevuto la massima pena, vale a dire la riduzione allo stato laicale. Il 40,3% di loro ha ricevuto altre pene canoniche. Solo il 10,4% degli accusati sono stati riconosciuti come innocenti mentre la procedura contro il 12,6% di loro è stata interrotta a causa della morte, il suicidio, grave malattia oppure la mancanza delle prove sufficienti.

    Nella maggior parte dei casi i pedofili sono stati denunciati dalle stesse vittime (41,6%) o dai loro familiari (20,9%). Il 14,9% di loro sono stati denunciati invece da altre persone, come dirigenti scolastici, insegnanti, conoscenti, confratelli o altri preti. Nel 5,8% dei casi gli organi dello Stato, nel 5,2% mezzi di comunicazione.

    «Ogni vittima dovrebbe suscitare in noi ecclesiastici il dolore, la vergogna, il senso della colpa», ha detto mons. Polak. «Devono esserci degli incentivi indirizzati alle vittime per segnalare questi crimini in modo più coraggioso – ha spiegato ai media locali l’arcivescovo Stanislaw Gadecki, presidente della Conferenza episcopale polacca -. La prima cosa è segnalare. La seconda è ascoltare le vittime e la terza sostenerle».

    Intanto lunedì prossimo il cardinale e arcivescovo di Lione, Philippe Barbarin, sarà ricevuto in Vaticano per rassegnare le sue dimissioni a papa Francesco, in seguito alla condanna della giustizia francese per l’omessa denuncia degli abusi sessuali su minori perpetrati negli anni ‘70 e ‘80 durante i campi scout dal cappellano Bernard Preynat.

    Arriva dall’America, invece, la notizia del ritrovamento del cadavere di un prete spretato che era stato accusato di pedofilia. Secondo le prime informazioni, John Capparelli, 70 anni, è morto in seguito ad un colpo di pistola al collo. Il suo corpo è stato ritrovato in una pozza di casa nella sua abitazione a Las Vegas, in Nevada. Gli investigatori indagano per omicidio, ma non è ancora chiaro se all’origine del gesto ci siano le accuse di pedofilia o se invece sia una vendetta legata al suo passato

  • «Pedofilia, non c’è un attacco alla Chiesa  La verità anche in Italia come chiede Francesco»

    «Pedofilia, non c’è un attacco alla Chiesa La verità anche in Italia come chiede Francesco»

    Il gesuita Zollner, esperto anti-pedofilia del Vaticano: dopo l’incontro voluto dal Papa c’è maggiore consapevolezza nelle conferenze episcopali

    di Gian Guido Vecchi – CITTÀ DEL VATICANO Nel sesto anniversario dall’elezione di Francesco, il tribunale di Melbourne ha condannato a sei anni, per pedofilia, il cardinale George Pell . Una settimana fa un altro cardinale, l’arcivescovo di Lione Philippe Barbarin, è stato condannato a 6 mesi con la condizionale per mancata denuncia di un abuso commesso da un sacerdote. C’è chi parla di Chiesa sotto attacco, che ne dice padre?

    «Ma no, le vicende si accumulano, sono casi che arrivano nello stesso momento ma dalla Francia all’Australia sono in ballo da anni, non ha senso sostenere che questo sia un attacco concertato». Padre Hans Zollner, gesuita tedesco, preside dell’istituto di Psicologia e presidente del Centro di protezione dei minori dell’Università Gregoriana, è forse il massimo esperto della Chiesa in tema di lotta agli abusi. Fa parte della commissione vaticana per la protezione dei minori e del comitato organizzatore dell’incontro voluto dal Papa, il mese scorso, tra presidenti e rappresentanti di tutte le Conferenze episcopali del mondo.

    C’è il rischio che queste reazioni, anche nella Chiesa, frenino le riforme volute da Francesco?

    «Considerazioni del genere c’erano prima e adesso si sentono più giustificate, ma insomma, non credo abbiano affetto. Non c’è un attacco alla Chiesa, ci sono accuse rivolte alle persone. Se un giudice, il sistema legale di un Paese dice che c’ è stato reato, allora il colpevole deve scontare la pena. Nel caso dei cardinali Pell e Barbarin bisogna tenere presente che non abbiamo una sentenza definitiva ma, per ora, delle condanne in primo grado. Staremo a vedere».

    L’anno scorso diceva al «Corriere» che la Chiesa italiana dovrebbe fare come quella tedesca, che ha compiuto una ricerca durata tre anni in tutti gli archivi, altrimenti si troverà a dover rincorrere lo scandalo. Nel frattempo monsignor Stefano Russo, segretario generale della Cei, ha annunciato una ricerca affidata a un’università per capire finalmente le dimensioni del fenomeno degli abusi in Italia e un’«ampia consultazione» tra i vescovi sull’obbligo di denuncia alle autorità civili…

    «Le parole di Francesco, l’accento particolare che il Papa ha posto sulla questione ha avuto effetto in molti Paesi, prima e dopo l’incontro in Vaticano. Non dico che anche in Italia sia direttamente legato, ma di certo l’attenzione del Papa ha accelerato e sta accelerando i processi. Bene così, bisogna cercare la verità».

    Come va il cosiddetto «follow up» dopo l’incontro in Vaticano? Che cosa ci si deve attendere ora?

    «Il lavoro prosegue, alcune cose sono pronte e stanno per essere pubblicate, per altre ci vorrà ancora qualche mese. Ma si avranno conseguenze concrete solo se le conseguenze concrete avverranno nei vari Paesi, nella conferenze episcopali. Io seguo le notizie che arrivano dalle varie chiese locali, e vedo che si stanno definendo gruppi di lavoro, commissioni di ascolto delle vittime, revisioni delle linee guida contro gli abusi… Si è creato l’effetto nel quale speravo prima dell’incontro: che tutti tornassero con maggiore consapevolezza ed energia per cambiare le cose nel loro territorio».

    https://roma.corriere.it/cronisti-metropolitani/notizie/pedofilia-non-c-attacco-chiesa-2875d6f0-45ba-11e9-84eb-0118ce37142a.shtml

  • Papa Francesco, cambi il Vaticano

    Papa Francesco, cambi il Vaticano

    Mai come ora la Chiesa non può stare ferma davanti alla piaga della pedofilia che ne mina le fondamenta

    Gianluigi Nuzzi

    Lo scandalo della pedofilia nella Chiesa non deve distrarre. È la classica punta dell’iceberg che nasconde qualcosa di ancora più grande: il silenzio endemico, sistemico, geometrico che ha soffocato ogni reazione per difendere i bambini e la Chiesa di tutti dagli abusi.

    I segnali della portata devastante di questa metastasi sono stati per anni incredibilmente sottovalutati. Spesso per superficialità, colpa, ma anche per dolo e scienza criminale pur di evitare che si risalisse alla catena di responsabilità e coperture. Oggi i vescovi a capo di tutte le conferenze episcopali, riuniti in summit, si stracciano le vesti, fanno sfilare le vittime fino a ieri nascoste, si appropriano mediaticamente della denuncia, ma è troppo tardi.

    Gli abusi sui bambini, ha tuonato Papa Francesco, sono «una piaga all’interno della Chiesa. La disumanità del fenomeno a livello mondiale diventa ancora più grave e più scandalosa nella Chiesa, perché in contrasto con la sua autorità morale e la sua credibilità etica». Tutto vero. Eppure questo già lo sapevano e nulla è stato fatto.

    Aveva ragione Georg Gäsnwein, storico segretario fidatissimo di Benedetto XVI, quando nel settembre scorso sostenne che la pedofilia rappresenterà l’11 settembre per la Chiesa: «Oggi, la Chiesa cattolica guarda piena di sconcerto al proprio nine/eleven, al proprio 11 settembre, anche se questa catastrofe non è purtroppo associata a un’unica data, quanto a tanti giorni e anni, e a innumerevoli vittime». E, braccato dai dubbi, aggiunse: «Il lamento di Benedetto XVI ai vescovi americani del 2008 sulla profonda vergogna» causata dagli abusi sessuali «non riuscì a contenere il male, e nemmeno le assicurazioni formali e gli impegni a parole di una grande parte della gerarchia».

    Insomma, fu un lamento «pronunciato invano come vediamo oggi». Proprio così: la pedofilia costituisce una ferita profonda nel corpo della chiesa moderna. Una ferita poco curata, tanto da provocare necrosi nelle comunità cattoliche che si trovano ad affrontare questa emergenza permanente senza orizzonte, speranza, contromisure, possibilità di vedere chi abusa e chi lo protegge cacciati da ogni tempio. E infatti il paragone di Gänswein con l’11 settembre degli Usa è vero solo nella prima parte, quello dello choc e della devastazione, delle vittime che camminano con la morte dentro, ma non in quello della reazione.

    Dopo le Torri gemelle gli Usa ebbero una reazione ad alzo zero in tutto il pianeta. In pochi giorni chiunque aveva avuto a che fare con la famiglia di Osama bin Laden si vide messo in black list, i patrimoni sequestrati, le attività controllate dai servizi segreti. Era solo il primo passo di una guerra che dura tuttora, declinata in ogni forma. Per sei lunghi interminabili anni, invece, questo pontificato non ha considerato una priorità la lotta alla pedofilia.

    Il testimone lasciato da Benedetto XVI, che spinse le diocesi americane a risarcire le vittime, è caduto nel vuoto. Joseph Ratzinger aveva compiuto una svolta epocale, riconoscendo la giustizia dei tribunali oltre a quella divina. Non aveva però avuto la forza di destrutturare il sistema delle protezioni a catena, già ben descritto nel film Il caso Spotlight. Non basta cioè condannare e ridurre allo stato laicale il sacerdote che abusa, serve individuare chi lo ha coperto e chi ha fatto finta di non vedere. Solo così si spezza questa catena che uno a uno sta tirando giù i pilastri del tempio. Se non colpisci chi copre, accrediti il messaggio insidioso dell’indulgenza della gerarchia ecclesiastica.

    Una linea devastante che sforna ricatti, e, soprattutto, pregiudica il futuro di tutti con vescovi e cardinali dagli armadi stipati di scheletri, pronti a nuove omissioni misericordiose. La prova plastica di ciò si riassume bene nei disastri della commissione contro gli abusi del clero, che Bergoglio istituì nel 2014. La task force partì con le migliori intenzioni, cooptando diverse vittime che entrarono nel gruppo di lavoro. Peccato che in tutti questi anni non abbia mai fatto notizia per aver individuato e fatto condannare preti che abusavano o vescovi e cardinali che li proteggevano. No, l’unica volta che ha goduto dei riflettori dei media è quando la consigliera irlandese Marie Collins, vittima abusata da giovane da parte di un sacerdote, nel marzo del 2017 se ne andò sbattendo la porta: «È vergognosa la mancanza di cooperazione da parte della curia romana» nella lotta alla pedofilia.

    Chi s’immaginava che Francesco raccogliesse la denuncia d’insabbiamento della Collins da parte di settori del Vaticano, cacciando i depistatori, è rimasto deluso. Il papa ringraziò la signora accettando «le dimissioni con profondo apprezzamento per il suo lavoro a nome delle vittime e dei sopravvissuti degli abusi del clero». Grazie e arrivederci. Eppure non era la prima a denunciare l’inattività.

    Nei mesi precedenti un altro consigliere e vittima di abusi da parte di un prete, l’attivista inglese Peter Saunders, aveva sbattuto la porta per protestare contro l’atteggiamento dell’allora potentissimo cardinale George Pell, prefetto della segreteria per l’Economia. Saunders era allibito e scandalizzato perché Pell aveva risposto con certificati medici alle richieste di essere interrogato dalla commissione governativa australiana che all’epoca doveva far luce sugli abusi e la gestione dei sacerdoti colpevoli o sospettati di abusi nella diocesi di Melbourne, quando il porporato ne era l’arcivescovo. Era un segnale d’allarme, che doveva accendere un faro su questo porporato oggi clamorosamente in carcere dopo la condanna per pedofilia. Eppure nulla si mosse. Anzi la storia di Pell è una fulgida sequenza di errori clamorosi che lasciano senza parole.

    Già nel 2010 Pell sembrava volersi allontanare il più possibile dall’Australia e aveva sollecitato l’allora segretario di stato Tarcisio Bertone a essere nominato prefetto della Congregazione per i Vescovi. Ma venne scelto il canadese Marc Ouellet. Arrivato papa Francesco, riuscì nell’impresa, conquistando un ruolo chiave: numero uno della nuova segreteria per l’Economia, un ufficio che Bergoglio vedeva nello scacchiere del potere per depotenziare la segreteria di Stato e lo strapotere dei dicasteri economici che andavano così sotto le dipendenze del cardinale australiano.

    O, almeno, così sulla carta perché Pell incontrò mille resistenze per rendere la curia trasparente. Una guerra che vide schierati contro di lui cardinali del vecchio potere, uno sopra tutti era certamente il bertoniano Domenico Calcagno, ma anche quelli vicini a Bergoglio come lo stesso Pietro Parolin.

    Se sui soldi le battaglie non si contano, sulle accuse di aver coperto preti pedofili che già montano nessuno fiata. Anzi, quando l’8 giugno 2016 Pell compì 75 anni e presentò al pontefice le dimissioni dall’incarico per raggiunti limiti di età, Francesco non le ha accolte, tenendole ferme sulla scrivania. Un cardinale amico di Francesco commentò: «Il Papa non vuole accogliere adesso le dimissioni di Pell altrimenti dovrebbe rimandarlo subito in Australia e lì finirebbe di certo male. Francesco vuole prima capire come si concludono le indagini per le accuse di pedofilia». E così le gaffes non sono mancate, come quando nel marzo 2016 ha testimoniato in video-collegamento – da un albergo di lusso di Roma – alla Commissione reale sulle Risposte istituzionali agli Abusi sessuali sui Minori e ha ammesso che «avrebbe dovuto fare di più» nei confronti dei sacerdoti sui quali si addensavano le peggiori accuse.

    In quei giorni le vittime della pedofilia furono costrette a prendere a loro spese un volo aereo per seguire in diretta la testimonianza nella capitale di Pell senza che il Vaticano abbia offerto loro la minima accoglienza. Eppure sono curve tutte in discesa che era facile prevedere. E c’è forse da chiedersi perché Francesco, gesuita attento e prudente, abbia scelto come collaboratore «numero uno» un porporato esposto al vento di queste tremende accuse.

    Nei sacri palazzi si mormora che un giorno tra i due ci fu un chiarimento. Francesco chiese a Pell se le accuse che gli venivano mosse erano fondate, il cardinale negò tre volte senza abbassare lo sguardo. Allora il pontefice gli disse «Vai e prosegui il tuo lavoro». Ma in realtà la credibilità di Pell era fortemente pregiudicata, tanto da riflettersi sui lavori della segreteria che presiedeva. Lavori che rallentarono ancor più quando il cardinale, due anni fa, dovette lasciare definitivamente i sacri palazzi, il comando del super dicastero, per andare a difendersi in Australia. E anche qui Francesco non dispose la sostituzione al vertice del polmone economico della Santa sede, mossa fondamentale per portare avanti riforme troppo annunciate. Anzi, lasciò Pell comunque formalmente al comando, seppur sospeso.

    Il partito curiale si fregò le mani e prese di nuovo fiato. E così anche i detrattori di Bergoglio che lessero in questa mossa una fragilità del pontefice. Perché Bergoglio sottovalutò queste accuse? Le possibilità non sono molte. O nessuno aveva idea in Vaticano del reale quadro probatorio a carico di Pell. E questo non è credibile perché la Chiesa rimane una delle più efficaci strutture informative sul pianeta. O qualcuno con dolo presentò a Francesco una situazione diversa dal reale, alleggerendo la massa critica che poi ha investito il «cardinale ranger». E questo, a voler inseguire la dietrologia, per costringere un domani il Papa stesso a una brutta figura. Oppure perché lo stesso Papa non considerò le accuse gravi, seppur costituissero comunque quella che oggi bolla come «piaga mostruosa».

    All’epoca però non utilizzava le stesse espressioni. Sceglieva altre parole. Per esempio, nel giugno 2017, alla rivista Civiltà Cattolica, dichiarava: «Circa gli abusi sessuali, parliamoci chiaro: questa è una malattia. Se non siamo convinti che questa è una malattia, non si potrà risolvere bene il problema». E ancor più il 21 settembre sempre del 2017: «Una persona che fa questo, uomo o donna, è malata: è una malattia». Ora, la pedofilia non è una malattia ma un reato, un reato dei più insidiosi. Da una malattia si guarisce: si trova l’antidoto, ci si cura e si ritorna al mondo guariti. Dalla pedofilia, invece, non si esce.

    Ogni tentativo di recupero dei pedofili in carcere, per esempio, è andato fallito.

    L’amministrazione penitenziaria istituì anni fa dei programmi sperimentali di riabilitazione nel carcere senza ottenere particolari risultati. A eccezione del carcere di Bollate, dove alcuni percorsi hanno consentito di ridurre la «recidiva». Nella Chiesa invece il prete pedofilo subisce processi canonici lunghissimi, viene portato in strutture particolari (una alle porte di Trento) per essere «recuperato» e, soprattutto, le investigazioni su anni e anni di coperture non vengono effettuate. Uno dei cardinali più vicini a Bergoglio, il tedesco Reinhard Marx, ha denunciato, durante il summit sul tema appena concluso, che sono stati distrutti i dossier sugli abusi sessuali in Vaticano. Una denuncia che dovrebbe determinare rapide indagini interne, per capire se, e in che misura, ciò è avvenuto e chi sono gli autori del reato. Eppure è facile prevedere che tutto questo non avverrà e sarà l’ennesima denuncia a cadere nel vuoto. Stessa sorte rischia un’altra indagine, stavolta compiuta dal promotore di giustizia vaticano, sulle denunce di abusi nelle camerate del pre-seminario che ospita i chierichetti del papa. L’inchiesta è ormai conclusa e tutti attendono di vedere cosa verrà deciso: processo o archiviazione? Dopo la riduzione di cardinali ormai indifendibili e l’arresto di uno strettissimo collaboratore, quale reazione studierà Bergoglio per invertire questa tendenza? Per far capire che la reazione ora sarà dura, concreta e non più affidata solo agli annunci? Ogni mossa, infatti, rischia di far perdere ancora credibilità a una Chiesa, si diceva una volta, «che sopravvive persino a certi sacerdoti!». Ma sarà ancora cosi? © riproduzione riservata

    https://www.panorama.it/news/cronaca/papa-francesco-pedofilia-vaticano/

  • Testimonianza di Valerio Maj

    Testimonianza di Valerio Maj

    … C’era solo un colpevole: me stesso!

    Residente in Svizzera da quasi quaranta anni, sono nato in provincia di Bergamo, il 15 aprile 1956, secondogenito di quattro figli. La mia famiglia era modesta e mio padre era assente per lunghi periodi a causa del suo lavoro all’estero. Aveva un carattere forte e oppressivo.

    Alla fine degli anni 60, ho voluto entrare in seminario. Dopo un anno e mezzo, ho chiesto a mia mamma di farmi uscire. Con l’aiuto di una famiglia di amici, ho trovato un posto in un altro istituto religioso. Era nel mese di gennaio del 1970.

    Certamente, a causa della mia natura introversa, timido e già scosso dall’abuso del potere di mio padre, per il mio aggressore, Don Mario, è stato il gioco da ragazzi prendermi sotto la sua ala, guadagnare la mia fiducia e abusare sessualmente di un bambino di 13 anni. Il mio aggressore era il mio professore di latino e di canto. Conosceva la famiglia degli amici che mi avevano aiutato a entrare nel nuovo istituto, e in poco tempo ebbe la fiducia anche della mia famiglia. Mi ha visto, solo e senza amici, timido e nuovo nell’Istituto e per lui è stato facile, farmi sentire importante sotto la sua protezione. Ha preso il posto del padre oppressivo e spesso assente, mentre lui era presente, gentile e premuroso. E poi, rappresentava Dio, il Padre su questa terra.

    L’abuso ha avuto luogo nel suo ufficio, specialmente di sera prima di andare nei dormitori. Da notare che gli studi dei sacerdoti avevano le porte vetrate.  Avevo molta paura di poter essere visto da altri sacerdoti, che usavano gli uffici accanto, e mi sentivo in colpa per quello che succedeva.

    Era una pratica comune o chiudevano un occhio sulle pratiche di Don Mario?

    Durante l’abuso, introduceva la sua lingua nella mia bocca, mi toccato i genitali e mi costringeva a toccarlo nelle parti intime. Questo è accaduto più volte durante la mia permanenza, un anno e mezzo, nell’istituto religioso.

    A volte veniva nel dormitorio e si sedeva sul bordo del letto e mi toccava le parti intime. Avevo terrore e imbarazzo di essere visto da altri studenti che dormivano nei letti accanto al mio. Mi chiedevo: cosa diranno di me se mi vedono cosa faccio con don Mario?

    In due occasioni almeno, lui mi ha accompagnato a casa dai miei genitori, a circa 70 km.

    Dormivamo nella stessa camera accanto a quella dei miei genitori. Appena entrati, chiudeva la camera a chiave, e mi costringeva ad entrare nel suo letto nudo… Ancora la sua lingua nella mia bocca, le sue mani sulle mie parti intime e le mie nelle sue. Anche in queste occasioni avevo spavento, turbamento e collera per quello che subivo.

    Perché non ho confessato l’abuso? Per paura delle conseguenze; lui un sacerdote e io… niente.

    La vergogna e la colpevolezza di essere la causa di questa situazione.

    A chi dirlo? Ai miei genitori che hanno messo questo mostro nella mia camera?

    Nel mio paese di 800 abitanti dove tutti erano cristiani praticanti, dove il sacerdote era la persona più influente, nessuno mi avrebbe mai creduto e difeso… sarei stato indicato come un bugiardo, un pervertito! La Chiesa era la Santa Madre, intoccabile!

    Quindi, ho tenuto tutto dentro. Ho seppellito questa ferita nel profondo di me stesso, ho creduto di cancellare questi dolorosi eventi dalla mia memoria.

    Ahimè, quando si crede di cancellare dalla memoria, i grandi traumi subiti nell’infanzia, un giorno o l’altro, riemergono in superfice e causano danni che sono devastanti a livello fisico, affettivo e psicologico.

    l’abuso lascia sempre il segno nella vita di un bambino. L’abuso condiziona le sue relazioni, la sua personalità, i suoi interessi, i suoi sogni.

    Ecco, qualche problema causato dall’abuso: carattere instabile e a volte irascibile, non riuscivo a dire di no a nessuno, comportamento autodistruttivo, problemi di ambivalenza, mancanza di fiducia in me stesso, sentirmi niente, inutile e incapace, fingere che tutto va bene anche quando ero sull’orlo del baratro. Un sacco di problemi con l’alcool. E nel 1993 e nel 2007 ho avuto due incidenti d’auto, abbastanza gravi, ma senza conseguenze fisiche, a causa dell’abuso di alcool.

    Nel 2006, dopo tre anni come responsabile di circa cinquanta collaboratori, per mancanza di fiducia in me stesso, ho subito un burn-out (stato di grande stress e fatica) e ho dovuto fermarmi dal lavoro per quattro mesi e per quasi tre anni seguire una terapia psichiatrica. Purtroppo il problema degli abusi non è uscito fuori… Ho perso il mio posto di responsabile e con esso una fetta di salario. Fortunatamente il mio datore di lavoro mi ha dato di nuovo fiducia e ho continuato in un altro reparto.

    Nella primavera del 2010, ho trovato il coraggio di parlarne con un amico, sacerdote ed italiano, che era missionario in Svizzera. Mi ha detto di non dirlo a nessuno! Deluso e stordito ho ingoiato la mia delusione.

    Ma il mio corpo non ha accettato e ha cominciato a somatizzare questo problema a modo suo. Alla fine di agosto dello stesso anno, ho iniziato una polimialgia reumatica, molto dolorosa e che ho dovuto trattare con il cortisone per tre anni. Dopo la polimialgia reumatica si è trasformata in poliartrite che si è protratta per due anni.

    Inizio 2016 mia moglie mi ha fatto due domande: chi sei? Perché cerchi di distruggerti? Ho risposto: ho sempre avuto un comportamento autodistruttivo e ho sempre annientato i miei centri d’interesse.

    Mi ci sono voluti tre giorni per riuscire e dire a mia moglie gli eventi in relazione agli abusi sessuali. Da questo mia moglie ha capito subito che i molti problemi avuti nella mia vita (abuso di alcool, ambivalenza, cambiamenti di umore, burn-out e malattie fisiche) erano collegati agli abusi sessuali e per me è stato un sollievo enorme e un supporto fondamentale.

    Ho iniziato la terapia con una psicologa, che è durata dal marzo 2016 all’agosto 2017. Dopo la confessione, ho avuto un’ulcera allo stomaco e ancora adesso prendo farmaci per curarlo. Ho anche sviluppato delle crisi di angoscia, abbastanza violente e frequenti.  All’inizio credevo fossero dei problemi di cuore, ma poi smentite dalle visite mediche presso il pronto soccorso dell’ospedale.

    Ho attraversato il deserto dei dubbi, cercando il vero Valerio e guardando le esperienze del mio passato ho avuto paura e ho dubitato spesso di riuscire a guarire. Più volte ho pensato alla morte come una liberazione. E in questo periodo che ho capito il significato di sopravvissuto…

    Durante questo periodo ho capito una cosa importante – e la psicologa che ho consultato lo ha sottolineato – asfissiavo di vergogna, senso di colpa e denigrazione di me stesso, pensando che l’unico colpevole ero io!

    Ma chi è questa forza devastatrice? È il bambino abusato, usato e gettato che ti chiama, che ti chiede aiuto, che vuole che tu lo prenda tra le braccia per consolarlo. È il bambino che tu non vuoi prendere per mano, che non vuoi rivelare agli altri e che non vuoi riconoscere come una parte di te stesso.

    È il bambino che ha paura, che ha vergogna, che si sente colpevole, che crede di essere la causa di quanto gli è successo. Ma tu non vuoi e non puoi ascoltarlo. Ascoltarlo significa ricordare e ricordare è doloroso. Allora certe volte, per non ricordare, per non ascoltare quel bambino di 13 anni, ti rifugi nei vizi o in certi comportamenti che possono solo farti del male e distruggere quanto di buono hai fatto attorno a te.

    Ma come liberarsi da questa forza devastante? Dare un nome alla sofferenza. Dare il nome di chi ti ha trasformato la vita in via crucis. Dare il nome di chi ti ha tradito, usato e gettato! Finché non troverai il coraggio di cercarlo, denunciarlo o parlargli, sarai sempre la preda di te stesso. Sempre!

    Ho immediatamente avvisato, il mio datore di lavoro, dei problemi che mi tormentavano e ho avuto un’interruzione del lavoro di due settimane. Ho avuto il sostegno senza riserve del mio responsabile e delle RU. Mi hanno rilasciato un documento dove attestano il loro sostegno alla mia denuncia, anche giuridicamente, e mi hanno lasciato il tempo necessario per riprendermi da questi eventi senza caricarmi di troppe responsabilità.

    Don Mario, dopo delle ricerche in rete l’ho trovato in un oratorio come parroco.

    Gli ho scritto che desideravo parlare con lui degli eventi relativi al nostro soggiorno presso l’istituto religioso della mia giovinezza. Non ha risposto. Ho scritto al suo superiore, mi ha risposto e indirizzato, senza una parola di compassione, al Vicario.

    Con il Vicario, ha corrisposto densamente per e-mail, ho esposto i fatti, l’ho incontrato nel marzo 2016. Poi un silenzio di parecchie settimane.

    Il silenzio è insopportabile quando ci aspetta una risposta, anche per fatti accaduti 46 anni prima! Mia moglie ha avuto l’idea di cercare associazioni di persone abusate e abbiamo preso un appuntamento con Marie-Jo Aeby di SAPEC, una associazione Svizzera che si occupa delle persone che sono state abusate in una relazione di autorità con religiosi. Il miracolo avvenuto. Marie-Jo mi ha ascoltato, ha capito il mio dramma; lei si che ha avuto una vera compassione e mi ha consigliato cosa fare. In un secondo tempo mi ha indirizzato al vescovo Charles che ha avuto lo stesso atteggiamento di Marie-Jo. Finalmente un uomo di Chiesa, che mi ascolta e mi crede! Monsignor Morerod ha scritto una lettera per la Commissione, presieduta dal Vicario, che doveva redigere il verbale dell’udienza preliminare prevista per il 14 maggio 2016. Quel giorno, per più di tre ore, accompagnato da mia moglie, per raccontare e rivivere l’abuso e le sue conseguenze. E alla fine, nessuna copia del verbale…

    Ho provato di tutto per ottenere questo documento, ma niente da fare. Solo le minacce di divulgare il nome del mio aggressore alla stampa ha fatto reagire il Vicario; era pronto a un viaggio in Svizzera per discutere questo punto con l’associazione SAPEC, Monsignor Charles e il sottoscritto, ma non a darmi una copia del processo verbale. SAPEC mi ha sconsigliato di discutere con il Vicario senza processo verbale.

    Nel settembre 2016 la procedura preliminare è completata e il mio dossier è inviato a Roma alla Congregazione per la Dottrina della Fede. Monsignor Charles e Monsignor Francesco, un amico che è missionario da 50 anni, hanno inviato una lettera, alla Congregazione della Dottrina della Fede, per sostenermi nella mia denuncia. Ma dal mese di settembre 2016: silenzio assoluto.

    Nel mese di agosto 2017, ho nuovamente inviato una e-mail al Vicario per dirgli che la mia pazienza era ad al limite e che entro la fine di settembre non ricevevo notizie, avrei rimesso la mia storia di abusi ai media. Risposta immediata del Vicario che dice di avere notizie da Roma e desidera incontrarmi.

    L’incontro con il Vicario, accompagnato dall’avvocato della sua congregazione si svolge nel mio paese in Italia. Mi accompagna Monsignor Francesco. Il Vicario comunica che la mia procedura è terminata! Don Mario ha ricevuto restrizioni nel suo ministero come; divieto di celebrare alcuni sacramenti e incontrare i giovani da soli. Ha dovuto firmare una lettera in cui ha riconosciuto le accuse e ha deciso di non presentare ricorso contro tali decisioni.

    Purtroppo come di solito avviene in Vaticano, non ho ricevuto nulla di scritto. Tutto è stato fatto per via orale, così da non lasciare alcuna traccia. Ho manifestato la mia delusione per la mancanza di comunicazione scritta e con me, Monsignor Panfilo, che mi accompagnava

    Don Mario, che aveva accettato di incontrarmi alla fine della procedura canonica, non ha più voluto incontrarmi o scusarsi per il danno che mi ha fatto. Apparentemente, era un po’ depresso dopo la mia confessione e la decisione di Roma. Il poverino!
    Non ho ricevuto neppure le scuse scritte dalla sua congregazione!
    Sì, ho ricevuto una riparazione ma con l’impegno di non dire il nome del mio aggressore e della sua congregazione.
    La Congregazione per la Dottrina della Fede non mi ha permesso di avere:
    – I documenti del procedimento preliminare e finale.
    – Del processo verbale della mia deposizione.
    – Della dichiarazione e della testimonianza del mio aggressore per sapere se ha riconosciuto i fatti o meno.
    – Un documento che attesti le sanzioni inflitte al mio aggressore.
    – Un documento in cui la chiesa di Roma si scusa per il danno che ho subito.

    Ammetto che non ricevere scuse, né documenti della mia procedura, è difficile, molto difficile da sopportare! Questo è inammissibile e qualche volta la rabbia mi prende e vorrei vedere il Vaticano crollare e sprofondare per sempre.

    Se da un lato sono soddisfatto per il risultato di questa procedura, che almeno mi riconosce come vittima, io non capisco come mai il Vaticano tratta in questo modo le vittime di abusi sessuali. Una cosa è chiara: non vogliono lasciare nessuna traccia scritta del comportamento dei loro religiosi e pazienza se le vittime, di questi esecrabili delitti, si sentano ancora una volta vittime dell’abuso di potere e del clericalismo, di questa istituzione, che perde ogni giorno un po’ più della sua credibilità.

    Un’altra realtà che si è aperta a me attraverso questa esperienza è quella dei sacerdoti italiani.

    A parte Monsignor Francesco, che è arcivescovo in Papua, tutti gli altri sacerdoti italiani che ho contattato, in Svizzera e in Italia, non mi ha aiutato nella mia angoscia ma hanno difeso l’istituzione che li mantiene. Non conoscono le conseguenze degli abusi sessuali sui minori e non sono disposti ad aiutare le vittime. Che delusione!

    Ora faccio parte del comitato del Gruppo SAPEC e vorrei aiutare gli altri sopravvissuti di abusi sessuali ad essere riconosciuti come vittime, ricevere le scuse dell’autore del reato e quella dei suoi superiori e pretendere un risarcimento.

    Nel febbraio 2019 ho partecipato a Roma, con altri membri del Gruppo SAPEC, ad una manifestazione di tolleranza zero organizzato da ECA (Ending Clerical Abuse). L’obiettivo è di fare pressioni sulla chiesa per mettere in atto delle disposizioni, per fermare i suoi indicibili crimini, in parallelo con il sinodo convocato da Francesco.

    Ho incontrato diverse persone, donne e uomini, sopravvissuti da abusi sessuali  nella chiesa. Tutti delusi da questa istituzione, ma determinati a continuare questa lotta per far emergere la verità e fermare la piaga che colpisce tanti bambini.

    Dopo la lettura del documento finale di Francesco, che ci ha deluso tantissimo, tutti ci poniamo le stesse domande:
    Perché la chiesa non fa altro che proferire parole e non azioni concrete per fermare questa catastrofe?
    Perché le vittime non sono riconosciute come tali dalla chiesa?

    Queste le parole dei genitori di Alessandro al papa che condivido completamente:
    “Francesco, ma occorre un summit mondiale per rendere consapevoli i Vescovi che abusare, insabbiare non è una cosa buona, questo l’obbiettivo? La consapevolezza? Occorre un ‘vademecum’ per aiutare i presidenti delle conferenze episcopali per far capire a tutti i Vescovi dei loro paesi che violentare un bambino e spostare i preti che si macchiano di tale crimine, da un oratorio all’altro, non risponde esattamente all’obbiettivo che hai dovuto chiarire”?

    Uno dei problemi fondamentali è che nei tribunali ecclesiastici non considerano l’abuso sessuale, sui minori un crimine, ma una violazione da parte di un chierico dei suoi obblighi di celibato. L’abuso sessuale sui bambini è considerato come fattore aggravante.
    Il diritto canonico non si occupa di criminalità, ma dei doveri speciali del religioso.
    Quindi quello che è in gioco è lo statuto religioso del chierico e non quello che è successo alla vittima perché in Vaticano la vittima non ha statuto.

    Eppure c’è un documento che dovrebbe illuminare e affrontare tutti questi problemi e permettere a tutti gli uomini religiosi di vivere secondo il loro impegno: il Vangelo!

    Mi pongo una domanda ancora più seria:
    Perché i religiosi e tutti i cristiani che collaborano fedelmente per trasmettere il Vangelo non fanno nulla per proteggere i loro fedeli, i più fragili e i loro figli? Il cambiamento può avvenire solo all’interno della chiesa, altrimenti non ci sarà più chiesa…

    Non è la chiesa e i suoi membri che soffre, come insiste sempre Francesco, ma milioni di bambini e le loro famiglie che devono convivere con vite umane distrutte o altamente andicappate!

    Non è certamente la colpa di satana, altra scusa di Francesco, se molti religiosi si lasciano andare in certi comportamenti disumani, ma della perversione di queste persone e di chi, a proposito, copre questi orribili crimini per proteggersi (dai loro scheletri nell’armadio) e proteggere questa istituzione ormai marcia.

    Io non voglio fare parte di questa chiesa, ma desidero, cooperare e aiutare la parte sana a prendere coscienza e sradicare il male che l’ha invasa. La chiesa non potrà ricostruirsi senza l’aiuto delle vittime e delle associazioni che le difendono. Solo ascoltando, l’orrore delle storie delle vittime, potrà prendere coscienza del male che ha fatto e prendere le giuste misure per fermare questa piaga insostenibile.

    Valerio

  • Pedofilia, il cardinale George Pell condannato a 6 anni: “Abusi umilianti”. Una macchia sul pontificato di Bergoglio

    Pedofilia, il cardinale George Pell condannato a 6 anni: “Abusi umilianti”. Una macchia sul pontificato di Bergoglio

    Mai prima d’ora un capo dicastero della Curia romana era stato condannato per abusi sessuali su minori. L’uomo chiamato a Roma da Papa Francesco ha presentato appello. Il giudice: “La sua condotta permeata di una sconcertante arroganza”. Da Lione al Cile, la sua vicenda non è l’unica che sta scuotendo la Chiesa cattolica

    Il cardinale George Pell è stato condannato a sei anni di carcere per pedofilia. Nel giorno in cui ricorre il sesto anniversario di pontificato di Papa Francesco, il tribunale australiano ha pronunciato la sentenza nei confronti dell’ex prefetto della Segreteria per l’economia della Santa Sede. Il cardinale è stato ritenuto colpevole di abusi sessuali su due ragazzi, all’epoca di 12 e 13 anni, del coro della cattedrale di Saint Patrick a Melbourne commessi nel 1996, quando era vescovo ausiliare dell’arcidiocesi. Pell, attualmente elettore in un eventuale conclave, è il più alto in grado nella Chiesa cattolica giudicato colpevole di pedofilia. Mai prima d’ora, infatti, un capo dicastero della Curia romana, seppure in congedo per potersi difendere nel processo, era stato condannato per abusi sessuali su minori.

    Tra l’altro, fino all’ottobre 2018 Pell ha fatto anche parte del Consiglio di cardinali che aiuta Bergoglio nella riforma della Curia romana. Una nomina che il Papa aveva fatto appena un mese dopo la sua elezione al pontificato, chiamando poi Pell a Roma per affidargli il prestigioso incarico di prefetto della Segreteria per l’economia. La condanna arriva poche settimane dopo il summit sulla pedofilia voluto da Bergoglio in Vaticano e al quale hanno partecipato tutti i presidenti delle Conferenze episcopali.

    Il porporato, attualmente detenuto nell’Assessment Prison di Melbourne, dovrà scontare almeno tre anni e otto mesi prima di poter chiedere un’eventuale libertà condizionale. “La sua condotta per crimini efferati – ha affermato nella sentenza il giudice della contea di Victoria, Peter Kidd – è stata permeata di una sconcertante arroganza. Considero la colpevolezza morale in entrambi i casi molto alta. Gli atti erano sessualmente evidenti, entrambe le vittime erano visibilmente e udibilmente angosciatedurate le molestie. Vi è stato un ulteriore livello di umiliazioneche ciascuna delle due vittime deve aver provato nel sapere che l’abuso avveniva in presenza altrui”.

    Pell ha presentato appello e il nuovo processo inizierà a giugno 2019. Intanto il Vaticano ha già annunciato che “dopo la sentenza di condanna di primo grado nei confronti del cardinale Pell, la Congregazione per la dottrina della fede si occuperà ora del caso nei modi e con i tempi stabiliti dalla normativa canonica”. Un procedimento simile a quanto avvenuto recentemente con l’ex cardinale di Washington, Theodore Edgar McCarrick, ridotto allo stato laicale dal Papa dopo essere stato condannato dall’ex Sant’Uffizio per “sollecitazione in confessione e violazioni del sesto comandamento del decalogo con minori e adulti, con l’aggravante dell’abuso di potere”.

    La parabola di Pell si conclude, dunque, nel modo peggiore possibile con una macchia sul pontificato di Francesco. Già al suo arrivo nella Curia romana, il ranger, come lo aveva ribattezzato Bergoglio per i suoi modi decisi, era stato al centro di numerose polemiche. Pell fece spendere alla Santa Sede per la sua vita a dir poco lussuosa mezzo milione di euro in soli sei mesi. A lui il Papa aveva affidato la regia di tutte le riforme finanziarie del pontificato. Incriminato per pedofilia nel suo paese a metà del 2017, Pell aveva subito rassegnato le dimissioni. Ma Francesco le aveva respinte decidendo di congedare il porporato dai suoi incarichi in Vaticano affinché potesse tornare in Australia e farsi processare.

    Una nomina, quella di Pell nella Curia romana, che fin da subito aveva destato molto scalpore anche per un altro motivo. Nel 2010, infatti, Benedetto XVI aveva pensato proprio all’allora arcivescovo di Sydney per sostituire il cardinale Giovanni Battista Re nel ruolo di prefetto della Congregazione per i vescovi. Ma lo scandalo della pedofilia per Pell era già alle porte e i consiglieri di Ratzinger riuscirono a scoraggiare il Papa tedesco a procedere a questa nomina. All’epoca il sospetto era che il cardinale avesse coperto gli abusi di alcuni preti australiani. Mai che avesse commesso lui stesso reati di pedofilia.

    Le vicende di McCarrick e Pell non solo le uniche che stanno scuotendo la Chiesa cattolica in queste settimane in merito agli abusi sessuali su minori. Il cardinale Philippe Barbarin è stato condannato dal tribunale di Lione a sei mesi con la condizionale per mancata denuncia di abusi sessuali su minori perpetrati, negli anni 70 e 80 durante i campi scout, da padre Bernard Preynat. Il 18 marzo 2019 il porporato sarà ricevuto dal Papa al quale presenterà le sue dimissioni da arcivescovo di Lione. Scenario simile a quello che sta avvenendo in Cile dove il cardinale di Santiago, Ricardo Ezzati Andrello, è stato citato in giudizio per 530mila dollari. Il porporato è accusato di aver coperto le violenze sessuali di un prete, padre Tito Rivera, ai danni di un 40enne. Proprio in Cile, Bergoglio ha dovuto azzerarel’episcopato a causa della pedofilia, rimuovendo diversi vescovi. E non è escluso che in futuro lo scandalo degli abusi possa travolgere altri cardinali.

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2019/03/13/pedofilia-il-cardinale-george-pell-condannato-a-6-anni-abusi-umilianti-una-macchia-sul-pontificato-di-bergoglio/5032914/

  • Abusi sessuali da parte di sacerdoti

    Abusi sessuali da parte di sacerdoti

    Se mi prendo la libertà di scrivere, è con la convinzione che le rivelazioni riguardanti i numerosi casi particolarmente disgustosi di abusi sessuali commessi da un considerevole numero di ecclesiastici in tutto il mondo vi abbiano sconvolti tanto quanto me.

    Perché la cosa che più mi indigna in questo mondo è la pedofilia. E quando i predatori sono uomini di chiesa, la mia indignazione è al culmine.

    Già minata da numerosi casi di abusi nascosti, la credibilità della Chiesa cattolica è stata gravemente contaminata nel 2018 da nuovi scandali di grande portata, in Cile, negli Stati Uniti o in Germania. Recentemente, la stampa ha riferito che il nunzio papale (ambasciatore papale) in Francia, Luigi Ventura, era oggetto di un’inchiesta per violenza sessuale su minori aperta il 24 gennaio dalla procura di Parigi.

    Non ho trovato nulla di rassicurante nelle recenti osservazioni di Papa Francesco durante i quattro giorni del Vertice Vaticano dedicati a questo argomento. Piuttosto che prendere il toro per le corna, il capo della Chiesa cattolica non ha annunciato nulla di tangibile, limitandosi a cercare un rafforzamento delle istruzioni che le conferenze episcopali sono chiamate ad attuare. Lontano dalle misure concrete attese, il papa si è limitato ad alcune dichiarazioni di intenti che non sono nemmeno state registrate in un documento finale.

    Come capo della Chiesa cattolica romana, il Papa ha il dovere di assicurare che coloro che sono gerarchicamente subordinati a lui non solo rispettino lo spirito dei Vangeli che predicano, ma anche la legge e la morale in vigore nella società civile. Pertanto, spetta a lui prendere le misure radicali necessarie per porre rimedio alla situazione malsana in cui il Vaticano si è smarrito.

    Una delle misure (scomunica e definitiva esclusione della Chiesa) che, a mio avviso, Papa Francesco dovrebbe adottare senza indugio è l’oggetto della petizione che ho appena inviato al suo indirizzo e lanciato sui social network. Mi permetto di presentare questa petizione sperando che vi sentirete chiamati a sostenerla firmando e invitando i vostri amici e conoscenti a fare lo stesso (possiamo contribuire alla sua diffusione condividendola su Facebook e Twitter, ad esempio).

    Per accedere al testo della petizione, cliccate qui
    Mario Jelmini, Giurista
    CH-1345 Le Lieu VD

    Abusi sessuali da parte di sacerdoti

  • Pedofilia, le testimonianze delle vittime in Vaticano: “Assassini dell’anima”

    Pedofilia, le testimonianze delle vittime in Vaticano: “Assassini dell’anima”

    ROMA – “Dovevate essere i medici dell’anima invece vi siete trasformati in assassini dell’anima, assassini della fede”: è con le agghiaccianti testimonianze delle vittime degli stupri del clero che si è aperta il summit delle conferenze episcopali di tutto il mondo contro la pedofilia. Uno scandalo che porta Papa Francesco ad adottare la linea dura della ‘tolleranza zero’ nei confronti dei preti pedofili e di chi li copre. “Anche se si trattasse di un solo caso di abuso la Chiesa chiede di non tacere e di portarlo oggettivamente alla luce. – Ha detto Bergoglio – Lo scandalo più grande in questa materia è coprire la verità”.

    Le testimonianze delle vittime: “Mi ha messo incinta e fatto abortire per tre volte”

    Sono racconti da far rabbrividire quelli delle vittime del clero. Le parole con cui si è aperto il summit hanno fatto gelare il sangue nelle vene. Una dura prova persino per la fede più radicata. “Dall’età di 15 anni ho avuto relazioni sessuali con un prete. – racconta una delle vittime – Questo è durato per 13 lunghi anni.Sono stata incinta tre volte e mi ha fatto abortire tre volte. Semplicemente perché non voleva usare profilattici. Avevo paura di lui e ogni volta che mi rifiutavo mi picchiava”.Testimonianze agghiaccianti, come quelle di un cileno, che per anni ha subito le violenze di un prete. “Voi dovreste essere i medici dell’anima e tuttavia, salvo rare eccezioni, vi siete trasformati in assassini dell’anima, assassini della fede” ha parlato di fronte alla commissione .

    La ‘lista’ di Brooklyn e le dimissioni dei vescovi in Cile: la chiesa travolta dalla pedofilia

    Nonostante le parole del pontefice è una vera e propria marea quella che sta sommergendo la chiesa cattolica. Il Vaticano riesce difficilmente e far fronte al gran numero di denunce nei confronti dei preti accusati di pedofilia. Cifre spaventose quelle che emergono. Negli Stati Uniti la diocesi di Brooklyn ha pubblicato una lista di oltre cento nomi di preti, accusati di molestie sessuali su minori. Pochi giorni dopo la circoscrizione di New York ha pubblicato una lista simile, stavolta con oltre 200 nomi. In Cile la crisi è esplosa a maggio del 2018, momento in cui i vescovi cileni hanno annunciato in blocco le proprie dimissioni. Una decisione senza precedenti nella storia della chiesa.

  • Abusi, al summit in Vaticano focus su vescovi negligenti e obbligo di denuncia

    Abusi, al summit in Vaticano focus su vescovi negligenti e obbligo di denuncia

    Secondo giorno di lavori sul tema dell’«accountability». In arrivo un dossier sulle indagini della Santa Sede su McCarrick. Il cardinale O’Malley: «Va rivisto il segreto pontificio». Padre Lombardi: «“Tolleranza zero” concetto limitativo»

    Una revisione del segreto pontificio, un chiarimento sui vescovi negligenti, un nuovo dossier su McCarrick con i risultati delle indagini condotte dalla Santa Sede. Importanti novità quelle che si prospettano per i prossimi mesi nel cosiddetto «follow up» del summit sugli abusi in Vaticano, giunto oggi al suo secondo giorno di lavori dedicato al tema della «accountability».

    Ad annunciarle durante il quotidiano briefing nell’Istituto Augustinianum sono stati i membri del comitato organizzatore del vertice: il cardinale Blase Cupich, l’arcivescovo di Malta Charles Scicluna e padre Federico Lombardi. Presente anche il cardinale Sean O’Malley, arcivescovo di Boston e presidente della Pontificia Commissione per la tutela dei minori, che alcuni organi di stampa statunitensi indicavano in «rapporti tesi e formali» con il Papa tanto da essere stato escluso dal team organizzativo del summit.

    Il porporato cappuccino appariva invece tranquillo in conferenza stampa nel riferire dell’andamento dei lavori, dicendosi anche «felice» nel vedere che il focus delle riflessioni dei 190 pastori riuniti in Aula Nuova del Sinodo non si è concentrato su indicazioni e «condanne scontate» (per dirla alla Papa Francesco), bensì sulla «sofferenza delle vittime», sul «tradimento inflitto su così tanti bambini e adulti vulnerabili». «Credo che la leadership debba cominciare a capire i danni degli abusi, tutto quello che ha rovinato la vita delle persone» e, da qui, «indicare un piano d’azione», ha affermato O’Malley, ribadendo il concetto di «trasparenza» che «è fondamentale se dobbiamo affrontare il problema, non solo nei diversi Paesi ma anche nella stessa Santa Sede».

    «È chiaro che rivedere tutto il concetto del segreto pontificio è importante», ha affermato il presidente della Commissione per la tutela dei minori. E interpellato dai cronisti – specie quelli americani che continuano ad insistere da giorni sulla questione del nesso abusi-omosessualità – il cardinale ha annunciato che «a breve riceveremo un rapporto della Santa Sede» sulle indagini a carico di Theodore McCarrick, l’arcivescovo di Washington colpevole di pedofilia che Bergoglio ha “spretato” sabato scorso, dopo avergli già tolto la porpora a luglio. «È un momento triste e vergognoso nella storia», ma «le indagini procedono», ha confermato Cupich. «So che Ouellet (il cardinale prefetto della Congregazione dei vescovi, ndr) ha fatto dichiarazioni e scritto lettere che contengono informazioni. Le singole diocesi sono state coinvolte e la Santa Sede è in contatto con loro. Mi è stato detto che ci sarà un rapporto in un futuro non molto lontano».

    A breve arriverà da parte del Vaticano anche un «chiarimento al motu proprio “Come una madre amorevole” per i vescovi negligenti». A confermarlo è sempre O’Malley che spiega che si lavora proprio in questo tempo nei Sacri Palazzi per stilare un documento che – alla luce anche dei risultati del summit – renderebbe più chiare le indicazioni contenute nella lettera papale del giugno 2016 su come agire nei confronti di un vescovo che ha insabbiato o che è stato negligente nei casi di abusi compiuti da sacerdoti della sua diocesi.

    Anche Scicluna ha ricordato il motu proprio sottolineando che esso ha «un’azione più ampia ed efficace» di quella di un eventuale “tribunale speciale”che metta sotto inchiesta i vescovi negligenti (la sua istituzione è una richiesta avanzata a più riprese dalle vittime). L’ex pm vaticano, attuale sottosegretario della Congregazione per la Dottrina della Fede, ha spiegato: «Nel motu proprio, il Papa ha introdotto la fattispecie penale dell’abuso d’ufficio che punta a sanzionare i vescovi negligenti. Il provvedimento del Pontefice è più ampio del tribunale perché il tribunale presuppone un delitto o la violazione della legge; invece “Come una madre amorevole” guarda allo stato oggettivo, all’incapacità di fare bene o alla non volontà di fare bene. Non entra nella questione del dolo, della malizia, che ci vuole per provare un delitto. Invece chi denuncia non deve provare questo ma solo denunciare il fatto oggettivo».

    «È lo stesso che si fa nei canoni 1740 e 1741 – ha aggiunto Scicluna – dove si descrivono le cause per le quali il vescovo può rimuovere il parroco, che è un pastore di un gregge, in base allo stato oggettivo di incapacità di governare e essere pastore. Togliere il leader – ha chiarito il presule maltese – non perché sei una cattiva persona ma perché sei incapace, non puoi governare. Non si esclude il momento penale e il motu proprio già apre a questa possibilità quando il Papa chiama una commissione di giuristi e decide cosa fare».

    Ancora Scicluna ha risposto ad una domanda sul concetto di “tolleranza zero”, rifiutato da alcuni vescovi – come riferiva nel briefing il prefetto del Dicastero della comunicazione, Paolo Ruffini – che vedono in esso un’accezione troppo «secolare». Per Scicluna il discorso è semplice: «Questo principio non ha niente a che fare con le pene ma con una constatazione prudenziale e di urgenza: non possiamo permettere che nel ministero ci sia chi possa fare male ai giovani. Può anche non piacere il concetto di “tolleranza zero” ma nessuno oserebbe dire se c’è una persona che può fare del male ai giovani lo lascio nel ministero. È un principio già dichiarato da Giovanni Paolo II che deve animare ogni decisione pastorale».

    Pertanto, si possono dimettere chierici dallo stato clericale, condannare vescovi e cardinali ad una vita di silenzio e preghiera, e «la pena può essere anche espiatoria» ma non è questo il punto: «La questione della idoneità al ministero non è primariamente penale», ha detto Scicluna. «Non tolgo la persona dal ministero per punirla ma per proteggere il gregge».

    Anche padre Lombardi ha voluto chiarire alcune sfumature sulla “tollerenza zero”: «Ho scritto tre lunghi articoli su La Civiltà Cattolica senza mai usare la parola se non in una nota – ha esordito l’ex portavoce vaticano -. Perché ho difficoltà ad usare o lasciarmi catturare dalla espressione “tolleranza zero”? Perché si riferisce ad una parte limitata della problematica che invece riguarda anche la cura pastorale, la selezione del clero, la prevenzione in parrocchie. Tutto questo nella parola non è compresa».

    «“Tolleranza zero” – ha proseguito il gesuita – si riferisce ad un modo di intervenire punitivo: una parte fondamentale ma, appunto, una parte di tutto il problema della protezione dei minori che è molto più grande». Quindi anche una certa «adeguatezza» del vocabolario può aiutare ad affrontare «l’ampiezza e la complessità del problema» abusi. «Poi se per dei colleghi americani e canadesi “tolleranza zero” indica un preciso tipo di provvedimento sono perfettamente d’accordo, ma quando parlo di protezione minori parlo di molte altre cose», ha chiosato Lombardi.

    Infine ancora Scicluna, insieme ad O’Malley e Cupich hanno riferito della rilevanza data in assemblea al tema della «collegialità». «Ogni diocesi ha a capo un vescovo responsabile che al contempo partecipa della responsabilità della Chiesa universale. Nel villaggio globale non possiamo non capire che se succede una cosa comunque coinvolge, tocca anche il resto del mondo», ha sottolineato il cardinale di Boston. Quindi l’errore più grande è di «preoccuparsi solo della propria area».

    Guai a pensare «questo è mio, mi riguarda in quanto vescovo», ha fatto eco Cupich, «siamo insieme un collegio di vescovi: quello che succede in una parte della terra riguarda tutti perché tutti dobbiamo aver cura dei figli di Dio». Ciò implica trasparenza, responsabilità, una comunicazione costante, visione ma anche strategia, e soprattutto la «testimonianza di vita chiara senza zone d’ombra». «Si possono fare tutte le leggi possibili – ha concluso l’arcivescovo di Chicago – ma senza un reale senso di responsabilità dei vescovi e delle Conferenze episcopali non arriveremo a nessun risultato».