Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Scandalo Pedofilia nella Chiesa: Papa Francesco, cambi davvero

    Scandalo Pedofilia nella Chiesa: Papa Francesco, cambi davvero

    Uno stralcio dell’inchiesta di Panorama in edicola dal 6 marzo dedicata allo scandalo che sta scuotendo il Vaticano

    Gianluigi Nuzzi

    Lo scandalo della pedofilia nella Chiesa non deve distrarre. È la classica punta dell’iceberg che nasconde qualcosa di ancora più grande: il silenzio endemico, sistemico, geometrico che ha soffocato ogni reazione per difendere i bambini e la Chiesa di tutti dagli abusi. I segnali della portata devastante di questa metastasi sono stati per anni incredibilmente sottovalutati. […] Oggi i vescovi a capo di tutte le conferenze episcopali, riuniti in summit, si stracciano le vesti, fanno sfilare le vittime fino a ieri nascoste, si appropriano mediaticamente della denuncia, ma è troppo tardi.

    Gli abusi sui bambini, ha tuonato papa Francesco, sono «una piaga all’interno della Chiesa. La disumanità del fenomeno a livello mondiale diventa ancora più grave e più scandalosa nella Chiesa, perché in contrasto con la sua autorità morale e la sua credibilità etica». Tutto vero. Eppure questo già lo sapevano e nulla è stato fatto.

    Aveva ragione Georg Gäsnwein, storico segretario fidatissimo di Benedetto XVI, quando nel settembre scorso sostenne che la pedofilia rappresenterà l’ 11 settembre per la Chiesa: «Oggi, la Chiesa cattolica guarda piena di sconcerto al proprio nine/eleven, al proprio 11 settembre, anche se questa catastrofe non è purtroppo associata a un’ unica data, quanto a tanti giorni e anni, e a innumerevoli vittime».

    E, braccato dai dubbi, aggiunse: «Il lamento di Benedetto XVI ai vescovi americani del 2008 sulla profonda vergogna» causata dagli abusi sessuali «non riuscì a contenere il male, e nemmeno le assicurazioni formali e gli impegni a parole di una grande parte della gerarchia».

    […] Il paragone di Gänswein con l’11 settembre degli Usa è vero solo nella prima parte, quello dello choc e della devastazione, delle vittime che camminano con la morte dentro, ma non in quello della reazione. Dopo le Torri gemelle gli Usa ebbero una reazione ad alzo zero in tutto il pianeta. In pochi giorni chiunque aveva avuto a che fare con la famiglia di Osama Bin Laden si vide messo in black list, i patrimoni sequestrati, le attività controllate dai servizi segreti. Era solo il primo passo di una guerra che dura tuttora, declinata in ogni forma.

    Per sei lunghi interminabili anni, invece, questo pontificato non ha considerato una priorità la lotta alla pedofilia. Il testimone lasciato da Benedetto XVI, che spinse le diocesi americane a risarcire le vittime, è caduto nel vuoto. Joseph Ratzinger aveva compiuto una svolta epocale, riconoscendo la giustizia dei tribunali oltre a quella divina. Non aveva però avuto la forza di destrutturare il sistema delle protezioni a catena, già ben descritto nel film Il caso Spotlight.

    Non basta cioè condannare e ridurre allo stato laicale il sacerdote che abusa, serve individuare chi lo ha coperto e chi ha fatto finta di non vedere. Solo così si spezza questa catena che uno a uno sta tirando giù i pilastri del tempio. […] La prova plastica di ciò si riassume bene nei disastri della commissione contro gli abusi del clero, che Bergoglio istituì nel 2014. La task force partì con le migliori intenzioni, cooptando diverse vittime che entrarono nel gruppo di lavoro. Peccato che in tutti questi anni non abbia mai fatto notizia per aver individuato e fatto condannare preti che abusavano o vescovi e cardinali che li proteggevano.

    No, l’ unica volta che ha goduto dei riflettori dei media è quando la consigliera irlandese Marie Collins, vittima abusata da giovane da parte di un sacerdote, nel marzo del 2017 se ne andò sbattendo la porta: «È vergognosa la mancanza di cooperazione da parte della curia romana» nella lotta alla pedofilia. Chi s’ immaginava che Francesco raccogliesse la denuncia d’ insabbiamento della Collins da parte di settori del Vaticano, cacciando i depistatori, è rimasto deluso.

    Il Papa ringraziò la signora accettando «le dimissioni con profondo apprezzamento per il suo lavoro a nome delle vittime e dei sopravvissuti degli abusi del clero».
    Grazie e arrivederci. Eppure non era la prima a denunciare l’inattività. Nei mesi precedenti un altro consigliere e vittima di abusi da parte di un prete, l’attivista inglese Peter Saunders, aveva sbattuto la porta per protestare contro l’atteggiamento dell’ allora potentissimo cardinale George Pell, prefetto della segreteria per l’Economia.

    Saunders era allibito e scandalizzato perché Pell aveva risposto con certificati medici alle richieste di essere interrogato dalla commissione governativa australiana che all’ epoca doveva far luce sugli abusi e la gestione dei sacerdoti colpevoli o sospettati di abusi nella diocesi di Melbourne, quando il porporato ne era l’ arcivescovo.

    Era un segnale d’ allarme, che doveva accendere un faro su questo porporato oggi clamorosamente in carcere dopo la condanna per pedofilia. […] E c’ è forse da chiedersi perché Francesco, gesuita attento e prudente, abbia scelto come collaboratore «numero uno» un porporato esposto al vento di queste tremende accuse. […] Perché Bergoglio le sottovalutò? Le possibilità non sono molte. O nessuno aveva idea in Vaticano del reale quadro probatorio a carico di Pell.

    E questo non è credibile perché la Chiesa rimane una delle più efficaci strutture informative sul pianeta. O qualcuno con dolo presentò a Francesco una situazione diversa dal reale, alleggerendo la massa critica che poi ha investito il «cardinale ranger». E questo, a voler inseguire la dietrologia, per costringere un domani il Papa stesso a una brutta figura. Oppure perché lo stesso Papa non considerò le accuse gravi, seppur costituissero comunque quella che oggi bolla come «piaga mostruosa».

    https://www.panorama.it/news/cronaca/scandalo-pedofilia-chiesa-papa-francesco-cambi-davvero/

  • PRETI PEDOFILI – L’allarme della Rete L’ABUSO sui consultori diocesani; le vittime rischiano di essere raggirate!

    PRETI PEDOFILI – L’allarme della Rete L’ABUSO sui consultori diocesani; le vittime rischiano di essere raggirate!

    Di Francesco Zanardi – Presidente Rete L’ABUSO

    Si è concluso da pochi giorni il sinodo voluto da papa Francesco che ha visto, in nome della “tolleranza zero”, riunirsi in Vaticano i Presidenti delle Conferenze Episcopali di tutto il mondo, per discutere di un problema pubblicamente noto da 20 anni, al quale oggi la chiesa – a danno di tutte le nuove vittime prodotte in questo arco di tempo –  non ha ancora saputo trovare un punto di partenza per affrontarlo concretamente e dichiara che solo oggi, dopo il sinodo, è consapevole della gravità.

    Un sinodo che ha dato ad una chiesa oramai inattendibile nelle dichiarazioni e nei fatti, un briciolo di speranza subito colta dai cattolici, immediatamente disillusi dal documento diffuso al termine del sinodo. Diciamola tutta, un sinodo finito a tarallucci e vino. Tanta visibilità per la chiesa che, pur non attuando alcun atto concreto o richieste avanzate dalle vittime e dalle associazioni che le tutelano come, per esempio, rimuovere i vescovi insabbiatori; consegnare all’autorità giudiziaria i fascicoli contenenti i nomi dei preti pedofili coperti da Segreto Pontificio; proporre piani concreti di soccorso e aiuto per chi è già stato vittima… se la cava in sostanza promettendo, per l’ennesima volta, “non lo faremo più”, chi ha avuto ha avuto, chi ha dato ha dato. Ed è lo stesso papa Francesco a ribadire il concetto “bisogna sempre perdonare”.

    IL PROBABILE RAGGIRO

    Al termine del sinodo, con la solita grande abilità nel trasformare ciò che è di convenienza, in qualcosa di “caritatevole e altruista”, apprendiamo che la diocesi di Milano, il cui arcivescovo Mario Delpini è reo confesso di fronte all’autorità giudiziaria di aver coperto il caso di don Mauro Galli – poi condannato in primo grado a sei anni e quattro mesi – istituisce uno sportello per le vittime. Ad inquietarci, non è solo il curriculum di Mario Delpini, che agli atti dell’associazione appare più o meno marginalmente, citato o coinvolto in altri casi. Quello che ad un occhio giuridico risulta una trave nell’occhio, è la frase tra parentesi citata nel documento, (ultimo paragrafo della prima pagina) “cui competerà, tra l’altro, l’ascolto e l’accompagnamento delle vittime e la gestione della segnalazione di abusi”.

    Questa volta, dalla stampa, apprendiamo che anche la Conferenza Episcopale Veneta sta istituendo uno sportello analogo a quello lombardo: così dichiara monsignor Giuseppe Pellegrini, segretario della Conferenza Episcopale Triveneta. «Dopo la conferenza di Roma, la Santa Sede ci ha consegnato un protocollo che prenderemo in esame con cura. Al momento ogni Diocesi agisce da sé, l’obiettivo è di organizzare un coordinamento. Nel nostro caso, appunto, Triveneto», dichiara il monsignore.

    Non si esclude quindi che altre diocesi, se non tutte, attueranno questa linea, ed è qui che la riflessione si fa interessante, in quanto, tra i proclami ormai storicamente farlocchi ai quali la Santa Sede ci ha abituati, proviamo ad analizzare il quadro che ci si presenta di fronte.

    Una chiesa che mantenendo interne le denunce, ha garantito storicamente l’impunità dei preti pedofili e permesso loro di produrre altre vittime, avrebbe oggi questa “novità eclatante”: le vittime (come erroneamente hanno purtroppo sempre fatto) possono rivolgersi alle diocesi (che hanno sempre insabbiato) per denunciare eventuali abusi. Queste poi, da quanto si comprende, accompagneranno la vittima nella gestione e nella segnalazione degli abusi.

    Ora, non possiamo non tenere conto che parliamo della chiesa italiana, una chiesa dove lo scandalo – malgrado i 300 casi che potete vedere sulla nostra mappa – non è mai esploso grazie alle stesse Istituzioni italiane che, come accusano anche le Nazioni Unite, sarebbero inerti e non intervengono, favoreggiandola di fatto a danno dei propri cittadini.

    Uno Stato, l’Italia, che in assenza di una commissione di inchiesta che quantifichi il fenomeno, stando alle proiezioni ottenute sulla base delle percentuali dichiarate da padre Hans Zollner, in Italia potrebbero esserci 750.000 vittime.

    Non si può negare, soprattutto alla luce dei risarcimenti che la chiesa ha dovuto pagare negli anni per i “vizietti” dei suoi sacerdoti, che questa abbia un evidente interesse a far sì che i casi non arrivino mai nei tribunali civili e, se proprio devono, meglio ci arrivino prescritti.

    Quindi quali garanzie avranno gli sventurati e/o incoscienti che si rivolgeranno a questi sportelli?

    Chi garantirà la trasparenza delle procedure e la conseguente obbligatoria denuncia all’autorità civile?

    Chi garantirà che le informazioni personali che la vittima darà in quelle sedi, non saranno utilizzate contro la vittima stessa qualora questa decida di rivolgersi autonomamente alle autorità civili?

    Ahimè, ancora una volta vedo la chiesa ricadere nel solito lapsus freudiano, istituendo sportelli per acquisire informazione su nuove vittime e nuovi casi, senza dare garanzie certe che questi vengano gestiti nell’unico interesse, quello della vittima.

    Chissà cosa succederebbe se a uno di questi sportelli si presentasse una vittima di un caso già noto e chiedesse aiuto? Sarebbe soccorsa o liquidata con qualche Ave Maria e un “pregheremo per te”?

    Zanardi

  • Abusi, Lombardi: chi copre deve rispondere alla comunità

    Abusi, Lombardi: chi copre deve rispondere alla comunità

    Il moderatore del vertice vaticano fa il punto dell’incontro alla televisione francese Kto: «Dopo la testimonianza di una vittima c’è stato il silenzio del Venerdì Santo»

    IACOPO SCARAMUZZI
    CITTÀ DEL VATICANO

    È «estremamente grave» coprire gli abusi sessuali sui minori e i vescovi che lo fanno devono rispondere «non solo a Dio ma alla comunità, alla Chiesa»: padre Federico Lombardi ha fatto il bilancio del vertice convocato dal Papa in Vaticano con i presidenti delle conferenze episcopali di tutto il mondo (21 – 24 febbraio), di cui è stato moderatore, intervistato dalla televisione cattolica francese Kto, sottolineando che il «risultato più importante» dell’incontro è stata la presa di coscienza del problema da parte di tutti i presuli, che prima mancava, e precisando che ci sono «ancora passi da fare» nella Chiesa cattolica universale nell’accompagnamento delle vittime.

    La «coscienza universale non era ancora» presente in tutta la Chiesa «ed è esattamente il risultato più importante» dell’incontro, ha detto il Gesuita ospite venerdì sera della trasmissione Sans langue de buis. «Nel mondo, nella chiesa universale, abbiamo ancora situazioni differenti: ci sono persone molto consapevoli, che hanno fatto un percorso di ascolto, una conversione, e cercano di trovare risposte positive, ma ci sono altri che non hanno ancora capito bene, o non hanno capito per niente… Ci sono esperienze diverse, ci sono paesi dove non è stato ancora sollevato il problema. Il Papa ha capito che è un problema universale, ed era necessario convocare tutti i vescovi insieme affinché il corpo della Chiesa insieme prendesse coscienza e si mettesse in cammino per affrontare: un problema universale e una risposta universale», ha detto Lombardi.

    Ci sono, nella Chiesa, «resistenze», ma «non resistenze di opposizione, piuttosto di non comprensione: ed essere insieme, scambiarsi idee, ascoltare insieme testimonianze davvero molto forti, ha messo tutto in movimento: in soli tre giorni è stato un vero cammino». Se in passato c’erano vescovi che «dicevano che i preti sono loro figli e si preoccupavano di loro e di nascondere i colpevoli più che dei fedeli abusati», ora c’è «consapevolezza della responsabilità per tutti i figli della Chiesa», un campo nel quale c’è «ancora molto da fare, perché una cosa sono le linee guida e le procedure ma altra cosa, molto importante, è l’accompagnamento spirituale». In questo senso, «la responsabilità e l’accountability è una delle questioni più importanti, al centro dell’incontro» perché «coprire i crimini è una cosa estremamente grave. È la negazione della verità, della guarigione delle vittime ed è molto grave. Ora stiamo responsabilizzando i vescovi, che non solo sono responsabili ma se non agiscono bene devono risponderne: e questa è una delle cose concrete» che seguiranno all’incontro, «la procedure e le norme, per rendere conto non solo a Dio, ma alla comunità e alla Chiesa».

    All’incontro di fine febbraio, padre Lombardi ha notato che, in particolare, le testimonianze delle vittime sono state molto forti ed ha sottolineato in particolare la donna che, a porte chiuse, si è rivolta una sera ai vescovi: «È stata talmente forte che alla fine io, che ero il moderatore, non potevo dire più neanche una parola o fare annunci di lavoro per il giorno dopo: mi è sembrata la liturgia del venerdì santo e tutti, a partire dal Papa, con le lacrime agli occhi, sono passati a ringraziare questa donna, tutti sono partiti in silenzio: è stato uno dei momenti più effettivi dell’incontro. Non mi aspettavo che una testimonianza così breve sarebbe stata così potente per tutta l’assemblea». Ma, in generale, «per le vittime ci sono diversi passi da fare: il primo è ascoltare davvero, cosa che non è stata ancora fatta dovunque».

    Quanto al futuro, ha detto Lombardi: «Oggi ci sono persone che vengono alla luce sessant’anni dopo avere subito abusi: e quando arriveranno le persone che oggi sono in silenzio? Bisogna avere un quadro chiaro della dinamica del problema, e corriamo rischi importanti con lo sviluppo della società perché ci sono anche problemi nuovi con la digitalizzazione, la diffusione della pornografia, adulta e minorile: bisogna continuare ad approfondire e capire cosa succede».

    È necessario, ha detto l’ex Portavoce vaticano, «recuperare la credibilità per la comunità della Chiesa, per la missione di servizio dei giovani e dell’infanzia in solidarietà con l’umanità di oggi: le Nazioni Unite e tutti i paesi sono preoccupati della violenza sui minori, se la Chiesa vuole aiutare in modo efficace e credibile deve essere rinnovata e avere l’esperienza e la capacità di creare luoghi sicure per la gioventù a casa propria». Per questo, «non è solo una questione di organizzazione e procedura, è una questione molto più profonda», ha detto il Gesuita: la lotta agli abusi «è un test fondamentale del rinnovamento della Chiesa».

    In Francia, dove l’intervista è stata registrata e trasmessa, il tema degli abusi nella Chiesa sta avendo ampia eco. Nel paese, dove il nunzio apostolico è accusato di molestie, il prossimo giovedì, 7 marzo, il tribunale correzionale di Lione emetterà una sentenza nel processo che ha visto alla sbarra il cardinale Philippe Barbarin, arcivescovo della città francese, e cinque suoi ex collaboratori, accusati di non aver denunciato gli abusi sessuali che il sacerdote Bernard Preynat ha compiuto a danno di oltre settanta scout minorenni tra il 1986 e il 1991. Domani, martedì 5 marzo, la televisione franco-tedesca Arte manda in onda un documentario intitolato «Religiose abusate, l’altro scandalo della Chiesa», frutto di due anni di un’inchiesta internazionale sugli abusi sessuali subiti dalle suore di diversi paesi.

  • Vaticano: la stagione dell’ira

    Vaticano: la stagione dell’ira

    «Dies irae, dies illa, dies tribulationis et angustiae, dies calamitatis et miseriae, dies tenebrarum et caliginis, dies nebulae et turbinis, dies tubae et clangoris super civitates munitas et super angulos excelsos.»

    L’insieme della cronaca internazionale sugli abusi sessuali degli uomini di Chiesa (culminata a febbraio nel grande summit vaticano col quale il Papa oltre a condurre un collettivo atto penitenziale ha impostato una serie di rimedi alla catastrofe dimenticata) mostra al mondo le piaghe aperte dell’umanità con qualche sostanziale schifezza in più determinata dall’oblio in cui si sperava di far cadere i misfatti.

    Non aver reagito per tempo fa scontare alla Chiesa un peccato la cui condanna viene emessa con gli “interessi” del tempo e rappresenta un vulnus pericoloso per l’efficacia globale della sua azione.

    Ma non basta. La questione sessuale all’interno della Chiesa dovrà essere affrontata una volta per tutte visto che la pedofilia è soltanto la punta dell’iceberg di un problema secolare e comunque – come ha indicato la storica Lucetta Scaraffia a Euronews – gli abusi sulle religiose sono probabilmente un male ancora più dimenticato della pedofilia.

    E non ci sono quartieri che si salvano. Le remote periferie della Terra vengono assimilate alle porzioni benestanti delle città occidentali, europee.

    Il caso Preynat

    Il cardinale Philippe Barbarin, arcivescovo di Lione, ha contestato l’accusa di non aver denunciato gli abusi sessuali che il sacerdote Bernard Preynat ha compiuto a danno di decine di scout minorenni negli anni Settanta e Ottanta prevalentemente a Ste Foy Les Lyon, una delle periferie borghesi della ricca capitale della regione Auvergne-Rodano-Alpi.

    “Grâce à Dieu” (Gran Premio della giuria all’ultima Berlinale) è il titolo del film di François Ozon che riprende una poco felice esternazione del primate delle Gallie al processo che lo vede alla sbarra: Barbarin avrebbe detto :“Grazie a Dio è intervenuta la prescrizione” in relazione alle accuse ad un prete pedofilo.

    Con la proiezione del film di Ozon (fino all’ultimo si è tentato di ritardarne l’uscita in Francia) si riaprono le ferite anche fra i parrocchiani di Ste Foy Les Lyon i cui primi ricordi di Padre Preynat erano quelli di un “personaggio esuberante e amatissimo”, molto bravo nell’organizzare vacanze all’estero con i suoi scout. Questa come altre squallide vicende dimostrano quanto la catena di vigilanza gerarchica all’interno della Chiesa sia piena di falle e il reato di negligentia in vigilando diventi poi imperdonabile.

    L’associazione delle vittime dei pedofili francesi La Parole Libérée ha censito almeno 70 vittime presunte solo di padre Preynat, casi ormai in maggioranza prescritti.

    Le iniziative concrete che non possono fallire

    Dopo il summit del 21-24 febbraio tra papa Francesco e i capofila dei vescovi di tutto il mondo sulla protezione dei minori dagli abusi sessuali il moderatore dell’incontro, padre Federico Lombardi, ha informato sulle “iniziative concrete” che sono in gestazione come il nuovo Motu Proprio del papa ‘sulla protezione dei minori e delle persone vulnerabili’, per rafforzare la prevenzione e il contrasto contro gli abusi nella curia romana e nello Stato della Città del Vaticano. Ci sarà anche una nuova legge dello “Stato della Città del Vaticano e delle Linee guida per il Vicariato della Città del Vaticano sullo stesso argomento”.

    Si prospetta anche “La pubblicazione da parte della congregazione per la dottrina della fede di un ‘Vademecum’ che aiuterà i vescovi del mondo a comprendere chiaramente i loro doveri e i loro compiti”. Inoltre “nello spirito della comunione della Chiesa universale, il papa ha manifestato l’intenzione di favorire la creazione di ‘task force’ di persone competenti per aiutare le conferenze episcopali e le diocesi che si trovino in difficoltà per affrontare i problemi e realizzare le iniziative per la protezione dei minori”.

    «Giorno d’ira quel giorno, giorno di angoscia e di afflizione, giorno di rovina e di sterminio, giorno di tenebre e di caligine, giorno di nubi e di oscurità, giorno di squilli di tromba e d’allarme sulle fortezze e le torri.»

    https://it.euronews.com/2019/03/03/vaticano-la-stagione-dell-ira

  • Tolleranza zero contro il Concordato

    Tolleranza zero contro il Concordato

    Federico Tulli – LEFT 22 febbraio 2019

    Il 16 febbraio, cinque giorni prima del summit mondiale sulla pedofilia convocato in Vaticano da papa Francesco, l’ex cardinale Theodore McCarrick, già arcivescovo di Washington, è stato ridotto allo stato laicale. Un caso senza precedenti nei confronti di un porporato che fa seguito a un’altra rarità: il 28 luglio 2018 Bergoglio gli aveva infatti tolto il cardinalato. La sentenza definitiva della Congregazione per la dottrina della fede che ha riconosciuto McCarrick colpevole di crimini sessuali contro minori e adulti ha messo la parola fine alla sua poderosa carriera ecclesiastica. E la decisione di spretarlo, sottolinea il comunicato della Cdf emanato dalla sala stampa vaticana, è inappellabile, «non soggetta a ulteriore ricorso». Per il cardinale Daniel DiNardo, presidente della Conferenza episcopale Usa, il messaggio è chiaro: «Nessun vescovo, non importa quanto influente, è al di sopra della legge della Chiesa». Tutto qui. Per i vertici della Chiesa togliere la tonaca a un sacerdote che violenta delle persone è una condanna esemplare.

    E meno male che almeno in questo caso è avvenuto senza il vincolo del segreto pontificio che di norma pende sulle pronunce della Cdf con il risultato che ex preti con storie di violenza alle spalle se ne vadano in giro senza che nessuno abbia informato le autorità giudiziarie dei Paesi interessati. L’epilogo della vicenda di McCarrick è anche per altri motivi una storia interessante. Perché di solito la pena stabilita dalla Chiesa cattolica ai sacerdoti che violano le sue leggi interne consiste in un periodo di silenzio e preghiera in luoghi “protetti” lontano dai clamori mediatici.

    Cosa che infatti era stata disposta per l’ex cardinale dopo la punizione del 28 luglio scorso in attesa del giudizio definitivo della Cdf. Ma silenzio e preghiera è anche il modo in cui di norma il Vaticano «reagisce» pubblicamente alle notizie sui crimini compiuti da ecclesiastici. Silenzio e preghiera sono le parole usate da papa Francesco per commentare l’accusa – che gli era stata rivolta nell’agosto 2018 dall’ex nunzio vaticano negli Usa, monsignor Carlo Maria Viganò – di aver insabbiato per anni (fino al 2018 appunto) le denunce contro McCarrick. «Perché la verità è mite, la verità è silenziosa, la verità non è rumorosa» e quindi «il giudizio fatelo voi», ha detto Bergoglio il 3 settembre 2018 durante la sua omelia a Santa Marta. Cosa ha indotto il papa a cambiare atteggiamento? E come si combinano il “silenzio e la preghiera” con i suoi frequenti proclami di «tolleranza zero»?

    Va considerato in primis che è prassi consolidata in Vaticano intervenire pubblicamente laddove non è più possibile celare e risolvere le situazioni di crisi nelle “segrete stanze”. Si spiegano così, ad esempio, oltre alle ripercussioni pubbliche del dossier Viganò su McCarrick, il secondo summit convocato in Vaticano dalla Santa sede in sette anni, a cui devono partecipare tutti i capi delle Conferenze episcopali del mondo.

    Inoltre, c’è dietro l’idea che dai peccati “Dio salva”, e che verso i peccatori vanno usati “misericordia e perdono”, perché «chi tra voi è senza peccato scagli la prima pietra».

    Questa doppia morale è da sempre l’asse portante nel modo in cui la Chiesa (non) affronta la pedofilia al suo interno, e affonda le sue radici nella confusione che fa tra reato e peccato. L’abuso, cioè «l’atto sessuale di un chierico con un minore», è ritenuto un delitto contro la morale, un’offesa a Dio, in violazione del sesto comandamento, e non la violenza efferata contro una persona. Di conseguenza la vera vittima sarebbe Dio

     e il peccatore (che sotto sotto per certa cultura è anche il bambino) secondo la visione degli appartenenti al clero, deve rispondere alla persona che rappresenta l’Altissimo in Terra (il papa), e non alle leggi della società civile di cui fa parte.

    Di tutto questo non tiene conto lo Stato italiano nel tenere in vita il Concordato rinnovato nel 1984 con il Vaticano, sebbene dal 1996 in poi la nostra legislazione in materia di reati a sfondo sessuale sui bambini (e le donne) abbia fatto enormi progressi. Con quali conseguenze per l’incolumità dei bambini che frequentano le parrocchie, gli oratori, i seminari minori e le scuole cattoliche? Lo raccontiamo in questa storia di copertina, prendendo spunto dalla vibrante denuncia del Comitato Onu per i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza che il 7 febbraio scorso ha pubblicato il Rapporto in cui indica al nostro governo tutto quello che andrebbe fatto per dare piena attuazione alla Convenzione di New York ratificata nel 1989.

    Nell’indifferenza della stampa italiana, che ha dell’incredibile, sono state messe nero su bianco tutte le criticità derivanti dal Concordato che da un lato solleva i vescovi dall’obbligo di collaborare con l’autorità civile, e dall’altro come ci racconta l’avvocato Mario Caligiuri rappresentante legale di Rete L’Abuso, «limita fortemente nelle indagini la magistratura italiana con il rischio di impedire l’esercizio dell’azione penale nei confronti dei preti sospettati di pedofilia e dei “superiori” che trasferendoli di parrocchia in parrocchia consentono loro di rimanere in contatto con minori e di ripetere l’abuso».

    Questa garanzia d’impunità è intollerabile per un Paese laico e civile ed è ora che Stato e Chiesa ne prendano atto. Facciamo pertanto nostre le parole della pediatra e psicoterapeuta Maria Gabriella Gatti: «Rispetto a un delitto gravissimo e incredibilmente diffuso, così lesivo della realtà fisica e psichica dei minori non si può rivendicare una extraterritorialità o il diritto di difendere la sacralità, cioè la natura specifica, della dottrina che di fatto garantisce uno statuto speciale per i suoi ministri. I preti pedofili vivono su questa terra e devono rispettare le leggi della società in cui vivono, anche se sono convinti che le credenziali vantate rispetto alla sfera del trascendente consentano loro comportamenti caratteristici dei criminali e dei malati mentali».

    Da LEFT del 22 febbraio 2019 http://www.left.it/

  • “Nostro figlio abusato”, lettera aperta al Papa

    “Nostro figlio abusato”, lettera aperta al Papa

    I genitori di Alessandro Battaglia, il giovane milanese che ha subito abusi sessuali da parte di un prete, hanno scritto una lettera al Papa. Nella missiva, inviata all’Adnkronos, i genitori scrivono: “Caro papa Francesco, siamo quella famiglia che da ormai sette anni ha visto la propria vita sconvolta dal tragico episodio dell’abuso sessuale subìto da nostro figlio Alessandro, da parte di un sacerdote di Rozzano (Milano), don Mauro Galli, che da poco è stato condannato, in primo grado, a sei anni e quattro mesi di reclusione”. Inizia così la lettera che Cristina Balestrini ed Ettore Battaglia, genitori di Alessandro, unitamente allo zio Giovanni, hanno scritto a Bergoglio per chiedere “a nome nostro e di tutte quelle vittime, magari senza voce o che non sono state ascoltate” azioni concrete e tempi certi contro i preti pedofili.

    Nella missiva, i genitori di Alessandro ricordano al Papa di essere stati a Roma nei giorni del summit e di avere seguito tutto quello di cui veniva discusso: “Abbiamo seguito attentamente questi giorni di summit in Vaticano sulla protezione dei minori. Ti scriviamo ancora, questa volta per chiederti come si manifesta ed esplicita la coerenza dei tuoi preziosi annunci per il bene della Chiesa, in cui vogliamo credere, e soprattutto per la tutela dei bambini. Ti scriviamo rispetto al nostro specifico caso, e lo facciamo anche in forma pubblica, perché abbiamo purtroppo sperimentato che è l’unico mezzo per poterti raggiungere e poi tu stesso hai parlato dell’importanza di perdere del tempo per ascoltarci: quante volte ti abbiamo chiesto di incontrarci“.
    Cristina ed Ettore Battaglia ricordano al Papa di avere scritto altre volte ma di non avere mai ricevuto risposta: “Ti abbiamo scritto più volte, e recapitato le nostre missive attraverso diversi canali ufficiali a partire dalla Congregazione per la Dottrina della Fede, costantemente ed incessantemente già dal lontano 2015, ma fino ad ora senza alcuna risposta nel merito. Finalmente la settimana scorsa, il presidente dell’associazione Rete l’Abuso, Francesco Zanardi, che avrebbe voluto parlare proprio con te di persona caro papa Francesco insieme ad altre vittime di associazioni nel mondo, ha incontrato l’arcivescovo Scicluna, padre Lombardi e alcuni membri della Commissione che ha organizzato il summit. Zanardi ha potuto consegnare il dossier sulla gestione della diocesi di Milano proprio sul caso che ci riguarda personalmente, il caso don Galli. Padre Lombardi ha ritirato il materiale ed ha riferito che aveva già la nostra lettere, dunque i nostri precedenti invii erano andati a buon fine anche se non abbiamo ricevuto alcun riscontro”.

    I genitori di Alessandro ricordano il contenuto del discorso del Papa al termine del summit con i capi della Chiesa e osservano: “Caro papa Francesco nel nostro caso la chiesa Ambrosiana ha fatto di tutto: non solo per non consegnare il prete alla giustizia, ma nemmeno aveva avviato il processo canonico, pur sapendo del presunto abuso già nel dicembre 2011. Solo dopo quattro anni, nel 2015, avvierà il processo canonico di cui ancora noi non sappiamo nulla. Altro che ‘trasparenza’ da voi discussa un giorno intero durante il summit! Altro che ‘non si risparmierà mai!’

    “Caro papa Francesco, – chiedono ancora i genitori di Alessandro nella lettera – ma occorre un summit mondiale per rendere consapevoli i Vescovi che abusare, insabbiare non è una cosa buona, questo l’obbiettivo? La consapevolezza? Occorre un ‘vademecum’ per aiutare i presidenti delle conferenze episcopali per far capire a tutti i Vescovi dei loro paesi che violentare un bambino e spostare i preti che si macchiano di tale crimine da un oratorio all’altro non risponde esattamente all’obbiettivo che hai dovuto chiarire? Caro Papa Francesco, per continuare a credere in questa Chiesa ti chiediamo, a nome nostro e a nome di tutte quelle vittime, magari senza voce o che non sono state ascoltate, presenti a Roma da tutto il mondo in questi giorni: come si traduce tutto questo in azioni concrete? E in che tempi? Questo è ciò che desideriamo chiederti, e ti chiediamo di inviarci puntuali risposte a queste specifiche domande. Grazie di cuore”.

  • Negato l’ingresso in Vaticano a un sopravvissuto – Survivor denied entry to Vatican

    Negato l’ingresso in Vaticano a un sopravvissuto – Survivor denied entry to Vatican

    By Chris Morris

    Un sopravvissuto di Dunedin agli abusi sessuali all’interno della Chiesa cattolica, è stato allontanato dall’ingresso del Vaticano dalle Guardie svizzere.

    Darryl Smith è volato a Roma questa settimana per partecipare al raduno dei sopravvissuti, in coincidenza con il summit dei leader delle conferenze episcopali di tutto il mondo.

    Il signor Smith aveva sperato in un’udienza con papa Francesco e stava portando con sé una lettera di presentazione dal vescovo cattolico di Dunedin, il reverendo Michael Dooley, che ha anche contribuito a pagare il suo viaggio.

    Tuttavia, il Dr Murray Heasley, un portavoce di Auckland per la Rete dei sopravvissuti agli abusi nelle istituzioni basate sulla fede e i loro sostenitori, ha detto che per la visita vi erano dei problemi.

    Il dott. Heasley, che è anche a Roma per il raduno, ha dichiarato in un post di Facebook che a Mr Smith era stato “rifiutato l’ingresso in Vaticano per incontrare il Papa”.

    “Siamo stati bloccati dalla Guardia svizzera che ha respinto la lettera del vescovo Dooley e ci ha detto che dovevamo seguire un protocollo lungo e che richiede tempo.”

    “Non è stato importante dare priorità a un sopravvissuto nella settimana dei sopravvissuti, nonostante un volo di 40 ore da Dunedin.”

    “Ci guardavano come se fossimo pazzi, anche solo per aver pensato che un tale incontro fosse possibile.”

    Il signor Smith ha visitato la piazza pubblica davanti al Vaticano e ha rilasciato interviste agli organi di stampa australiani e di altri media internazionali riguardo alle sue esperienze, ha detto il dott. Heasley.

    Il dott. Heasley, ex prefetto capo della St Paul’s High School – ora parte del Kavanagh College – e laureato all’Università di Otago, è stato nominato rappresentante della Nuova Zelanda nel gruppo Ending Clergy Abuse Global (ECAG), che ha cinque giorni di incontri ed eventi in concomitanza con il summit dei vescovi.

    La riunione di questa settimana di circa 130 vescovi, tra cui il cardinale neozelandese John Dew, è stata indetta da Papa Francesco per discutere della crisi degli abusi sessuali che ha travolto la chiesa.

    (traduzione con Google)
    https://www.odt.co.nz/news/dunedin/survivor-denied-entry-vatican?fbclid=IwAR3XuGln4Y_Gj65feEAJcxARCNPRbl_MQ8GfAxoyLKTg8Gcujh8rKPil3ok

  • I genitori del ragazzo abusato a Milano scrivono al Papa: «Non abbiamo mai avuto risposte»

    I genitori del ragazzo abusato a Milano scrivono al Papa: «Non abbiamo mai avuto risposte»

    di Franca Giansoldati

    Città del Vaticano – «Caro Papa Francesco, siamo quella famiglia che da ormai sette anni ha visto la propria vita sconvolta dal tragico episodio dell’abuso sessuale subìto da nostro figlio Alessandro, da parte di un sacerdote di Rozzano (Milano), don Mauro Galli, che da poco è stato condannato, in primo grado, a sei anni e quattro mesi di reclusione». Inizia così la lettera aperta firmata Cristina ed Ettore Battaglia e inviata a Il Messaggero.

    «Ti abbiamo scritto più volte, e recapitato le nostre missive attraverso diversi canali ufficiali a partire dalla Congregazione per la Dottrina della Fede, costantemente ed incessantemente già dal lontano 2015, ma fino ad ora senza alcuna risposta nel merito». Il caso denunciato da questa famiglia tira direttamente in ballo il ruolo dell’arcivescovo di Milano che avrebbe insabbiato il caso.

    Nella lunga lettera si ricostruiscono tutte le tappe della vicenda giudiziaria e viene spiegato che il dossier «contiene i documenti probanti l’insabbiamento dell’abuso da parte della Diocesi» ed è stato consegnato durante i giorni del summit al Vescovo Scicluna, attraverso padre Lombardi.

    «Per noi, come per tutte le vittime, per poter credere alla buona fede, alla coerenza, alla tolleranza zero occorre capire la declinazione delle parole nei fatti. Ti ringraziamo se vorrai rispondere». I firmatari della lettera indicano una serie di punti di opacità del sistema. «Nel nostro caso è provato che Monsignor Mario Delpini, unitamente a Monsignor Pierantonio Tremolada, hanno saputo subito (il giorno successivo all’abuso) che il sacerdote don Mauro Galli – oggi condannato in primo grado a sei anni e quattro mesi di reclusione dal Tribunale di Milano – aveva portato a letto nostro figlio Alessandro Battaglia. Lo stesso Delpini ammette, sotto giuramento alla Polizia, che aveva ricevuto immediatamente la telefonata del Parroco che riferiva dell’allora presunto abuso sessuale. Delpini aggiunge che lo stesso prete, don Galli, da lui personalmente incontrato immediatamente nei giorni successivi (dicembre 2011), ammetteva di aver dormito con il minore nel suo lettone matrimoniale (…) Ancora Delpini giura alla Polizia di essere stato lui in persona a decidere il semplice spostamento del prete, da una parrocchia all’altra, ammettendo ancora ad occuparsi di pastorale giovanile».

    La famiglia Battaglia si chiede se dietro questo comportamento ci sia l’opera del diavolo. «Dunque se dietro a questo, come tu stesso annunci, c’è l’azione di satana, è possibile che tu abbia promosso Delpini Arcivescovo di Milano? È possibile che, ora che sai che lo stesso Arcivescovo è influenzabile, in qualche misura, dal maligno, possa governare la nostra Diocesi di Milano? Un Vescovo che ha preferito salvare l’istituzione mettendo a rischio altre potenziali vittime, spostando il prete pedofilo da una parrocchia all’altra, può dunque continuare a svolgere tale ministero? Oppure rientra nei casi specificati dal tuo già attuale Motu Proprio Come una madre amorevole che parla di rimozione dei vescovi per cause gravi come questa?»

    La lunghissima lettera è piena di riferimenti dottrinali e magisteriali.

    «Caro Papa Francesco tu dici che la Chiesa è vittima insieme agli abusati, ma nel nostro caso la chiesa vittima non si è vista: nel processo civile non si è seduta al nostro fianco, per chiedere i danni, magari costituendosi come noi parte civile, parte offesa, danneggiata. No, al contrario: sia il prete don Mauro Galli, che il suo Parroco di allora, che l’Arcivescovo di Milano con una diffida firmata dai tre loro distinti avvocati ci minacciava la richiesta di danni se non mettevamo a tacere la stampa sul caso. Non quindi affianco alla vittima eventualmente per chiedere i danni al carnefice, bensì congiunta al carnefice per chiedere i danni alla vittima! ».

    «Caro papa Francesco nel nostro bel paese, l’Italia, esistono, ed esistevano già, le Linee Guida della Conferenza Episcopale per la tutela dei minori. Sottovalutare e coprire favorisce il dilagare del male… si può considerare una non sottovalutazione la certezza del fatto che il prete abbia portato nel suo letto un bambino? Delpini riferisce alla Polizia che lo stesso prete pedofilo glielo aveva subito confessato e, anche lo stesso prete (don Galli), lo giura in tribunale. Aveva confessato al suo Vescovo prima del suo spostamento da una parrocchia all’altra, trasferimento che poi è avvenuto immediatamente proprio per insabbiare».

    La famiglia Battaglia ironizza poi sulla vicinanza della Chiesa alle vittime. «L’unica vicinanza della difesa è stata fisica in aula di Tribunale, pochi metri, per tentare di screditare la credibilità di nostro figlio Alessandro Battaglia. L’unica vicinanza del nostro Arcivescovo è stato per mezzo del suo avvocato per minacciarci la richiesta dei danni, e quando noi ti scrivevamo monsignor Delpini non era ancora Arcivescovo di Milano. La vicinanza del nostro nuovo parroco di Rozzano, don Roberto Soffientini, è stata quella di riceverci, su nostra richiesta, per dirci che siamo brutte persone che sputano nel piatto in cui mangiano, si fosse almeno limitato a quel non tocca a me da te citato».

    «Caro Papa Francesco, ma occorre un summit mondiale per rendere consapevoli i Vescovi che abusare, insabbiare non è una cosa buona, questo l’obbiettivo? La consapevolezza? Occorre un “vademecum” per aiutare i presidenti delle conferenze episcopali per far capire a tutti i Vescovi dei loro paesi che violentare un bambino e spostare i preti che si macchiano di tale crimine da un oratorio all’altro non risponde esattamente all’obbiettivo che hai dovuto chiarire?: “L’obiettivo della Chiesa sarà, dunque, quello di ascoltare, tutelare, proteggere e curare i minori…”. Caro Papa Francesco, per continuare a credere in questa Chiesa ti chiediamo, a nome nostro e a nome di tutte quelle vittime, magari senza voce o che non sono state ascoltate, presenti a Roma da tutto il mondo in questi giorni: come si traduce tutto questo in azioni concrete? E in che tempi?».

    https://www.ilmessaggero.it/vaticano/pedofilia_abusi_papa_francesco_oggi_ultime_notizie-4334974.html

  • Vertice sugli abusi in Vaticano: le vittime sono deluse

    Vertice sugli abusi in Vaticano: le vittime sono deluse

    Marina Tantushyan

    Al vertice delle Conferenze Episcopali “La tutela dei minori nella Chiesa” (21-24 febbraio) presieduto da Papa Francesco, padre Federico Lombardi, moderatore dell’incontro in Vaticano, ha annunciato le iniziative intraprese dalla Santa Sede.

    Nuovo Motu Proprio per la protezione dei minori, per le persone vulnerabili, la pubblicazione della Congregazione per la dottrina della fede di «un vademecum per aiutare i vescovi a comprendere doveri e compiti e, infine, la creazione di unità operative (Task forse) di persone competenti per aiutare le diocesi.

    Martedì 26 febbraio, è arrivata la notizia “allucinante”: il cardinale George Pell, principale consigliere finanziario di papa Francesco e ministro dell’Economia vaticano, è stato giudicato colpevole da un tribunale in Australia di abusi sessuali su due ragazzini di 13 anni e rischia fino a 50 anni di carcere. Pell sarà detenuto nella Assessment Prison di Melbourne in attesa della sentenza prevista per il 13 marzo 2019.

    La Santa Sede passerà finalmente dai pronunciamenti ai fatti? Le vittime sono soddisfatte dal vertice che ha suscitato interesse della stampa internazionale? Per parlarne Sputnik Italia ha raggiunto Francesco Zanardi, vittima degli abusi di un sacerdote all’età di undici anni e attualmente presidente della Rete L’Abuso — Associazione sopravvissuti agli abusi sessuali del clero.

    — Francesco, qual è il Suo giudizio sul summit appena finito?

    — Il mio pensiero non è purtroppo positivo. Ci aspettavamo qualcosa di molto più concreto. Per esempio, che dall’incontro dei 191 capi delle conferenze episcopali uscisse già la notizia sulle dimissioni di vescovi che hanno nascosto in tutti questi anni gli abusi. Se Papa Francesco, che dall’inizio del suo pontificato continua a lamentarsi che i vescovi sappiano, davvero ha dei buoni propositi, allora deve annunciare subito le loro dimissioni. Se no, ricadiamo nei soliti giochi quando il Papa da una parte dice che le cose devono essere cosi ma poi non si fa perché dall’altra parte c’è la scusa che i vescovi non ubbidiscono. Direi che questo il primo punto da superare.

    — Quindi, si può dire che questo vertice è stato una specie di fiasco?

    — E’ stato un enorme fiasco perché io ero tra le otto persone che lunedì scorso sono stati ricevuti dal Comitato organizzatore del summit. Ho parlato per due ore e mezzo con mons. Scicluna, padre Zollner e padre Lombardi. I punti del mio intervento erano ben chiari: l’annuncio del licenziamento di diversi vescovi e l’apertura degli archivi e la loro consegna alla magistratura. Sostanzialmente noi abbiamo chiesto la Chiesa di mettersi nei panni nostri, nei panni delle vittime. Lo scandalo pedofilia nel mondo emerso sui giornali nel 1999. Oggi siamo nel 2019, cioè in questi 20 anni si sono dette un sacco di chiacchiere ma di fatto la Chiesa è ancora qua per cercare un punto di partenza.

    — Però non avete incontrato il Papa, come si aspettava, vero? Si sente deluso?

    — Esatto, la promessa c’era ma poi in realtà non l’ho abbiamo incontrato. Io non sono cattolico, non sono credente, però devo ammettere che sono deluso per un motivo molto semplice. A mio avviso, il Papa, essendo è il capo dello stato del Vaticano, quindi è la persona che ritiene il potere legislativo, esecutivo e giudiziario, doveva partecipare all’incontro così importante.

    — Comunque durante il vertice il Vaticano ha cercato di mandare al mondo un messaggio molto chiaro, sottolineando che ora si passa alla concretezza di precisi provvedimenti. Ha annunciato un nuovo Motu proprio papale e ha parlato della necessita di rinnovare la formazione dei Seminari. Queste misure, a Suo avviso, potrebbero davvero aiutare a purificare la Chiesa? Sarebbe possibile, utilizzando le parole di Francesco, “trasformare questo male in un’opportunità”?

    — Sono oramai da vent’anni che il Vaticano dice queste cose. Papa Bergoglio ha già fatto un Motu proprio in precedenza che però non è stato mai applicato. Per quale motivo io devo essere contento per questo nuovo? È solo una pubblicità. Per il momento non ha fatto niente, solo ha detto che lo farà. Ma dire e fare sono i due verbi diversi. L’unica cosa che io vedo che Francesco non ha parlato con le vittime per vedere insieme con noi come si può non solo cambiare la situazione da oggi e in avanti ma anche di assumere la responsabilità per quello che è stato fatto prima. Anzi, nel comunicato che è uscito dalla sala stampa vaticana la Chiesa addirittura sostiene di essere vittima. Ma io sinceramente credevo di essere io la vittima, invece no, adesso la Chiesa si presenta come una vittima.

    — Subito dopo il summit sugli abusi si è scoppiato il caso Pell. Si stratta di una pura coincidenza o la Santa Sede vuole fare di questo prelato un capro espiratorio per far vedere a tutto il mondo che il Vaticano ha iniziato una vera e propria lotta contro gli abusi? Non pensa che per la Santa Sede è più facile mettere Pell alla gogna che portare avanti i cambiamenti concreti?

    — Direi che qui il Vaticano non centra niente, perché la condanna non è della Chiesa ma di un tribunale civile in Australia. La Chiesa poteva condannarlo due anni fa, invece non l’ho fatto, per cui questo verdetto non è il merito del Vaticano.

    — La Sua “ricetta”: cosa deve fare la Chiesa per porre fine a questo fenomeno pericoloso? La mossa del governo tedesco, che chiede alla Chiesa in Germania di aprire i propri archivi che finora ha secretato, potrebbe essere considerata il primo passo?

    — Quello che fa adesso il governo tedesco dovrebbe fare la Chiesa, il Papa. Noi ci aspettavamo lunedì che Francesco ordinasse l’apertura di archivi che venissero consegnati alle autorità giudiziaria dei paesi dove crimini sono stati commessi. Questa è una cosa molto concreta. Le parole che pronuncia fino adesso il Papa sono sempre quelle che fa dal 2013. Siamo veramente stanchi di parole di Papa Bergoglio! Vogliamo i fatti!

    — E voi come la Rete d’abuso come pensate di muoversi adesso dopo questo summit?

    — Purtroppo siamo costretti a fare opposizione, a protestare. Vediamo come andrà a finire questo nuovo Motu proprio ma vedrà che finirà come quello precedente. Il 22-23 gennaio noi come Associazione abbiamo partecipato all’incontro presso il Comitato per la tutela del fanciullo delle Nazioni Unite di Ginevra. Abbiamo portato l’Italia al processo perché noi riteniamo che lo stesso Stato italiano ha adottato politiche e normative che hanno favorito la prosecuzione degli abusi e l’impunità dei responsabili. Questa la portata degli abusi da noi censiti nella mappa interattiva, che raccoglie solamente i casi italiani passati alla cronaca nell’ultimo decennio. Quasi 300 quelli noti. L’Onu ci ha dato ragione. Per cui vorrei sottolineare che se non ci fossero stati le vittime, che in tutti questi anni protestavano, il summit di Papa, di cui hanno parlato tutti i giornali italiani e quelli stranieri, non sarebbe mai stato. Si stanno scoppiando casi in tutto il mondo e la Chiesa non poteva più fare finta che non succede niente, doveva dire qualcosa…
  • La delusione delle vittime

    La delusione delle vittime

    «Siamo indignati. Doveva essere il summit della tolleranza zero e invece è stato quello della credibilità zero». Va diritto al punto Francesco Zanardi della “Rete L’abuso”. «Molti vescovi – continua – dopo questi quattro giorni sarebbero dovuti uscire senza abito talare. Dal discorso del Papa ci aspettavamo molto di più: la Chiesa non è vittima, è carnefice». Rabbia e delusione che fanno eco alle vittime di abusi che hanno portato la loro testimonianza chiedendo giustizia.

    Il momento del riscatto è diventato il momento della vergogna. Il summit vaticano sulla pedofilia si è aperto il 21 febbraio scorso con un invito alla concretezza rivolto da Papa Francesco ai presidenti delle conferenze episcopali mondiali e si è chiuso con l’impegno di un motu proprio di Bergoglio “sulla protezione dei minori e delle persone vulnerabili” e il contrasto contro gli abusi “nella Curia romana e nello Stato della Città del Vaticano”. Il documento, nelle intenzioni, interverrà in maniera decisa su una piaga universale che desta ancora più scalpore all’interno della istituzione ecclesiastica. «Vorrei qui ribadire chiaramente: se nella Chiesa si rilevasse anche un solo caso di abuso, che rappresenta già di per sé una mostruosità, sarà affrontato con la massima serietà», ha affermato il pontefice prendendo su di sé e sul suo pontificato l’impegno di intervenire in maniera decisa. «L’eco del grido silenzioso dei piccoli – ha continuato – che invece di trovare in loro paternità e guide spirituali hanno trovato dei carnefici, farà tremare i cuori anestetizzati dall’ipocrisia e dal potere. Noi abbiamo il dovere di ascoltare attentamente questo soffocato grido silenzioso». Un impegno all’ascolto che non sembra, però, aver soddisfatto le associazioni delle vittime che speravano nella consegna alla magistratura dei fascicoli e dei dossier con i nomi dei colpevoli che invece risultano esser stati distrutti. A indignare la scelta del tribunale: quello canonico e non quello civile.

    Nel frattempo arrivano le prime condanne. Rischia fino a 50 anni di detenzione il cardinale George Pell, ‘ministro’ dell’economia vaticana, attualmente in congedo. Pell, da oggi detenuto nella Assessment Prison di Melbourn dopo la revoca della libertà su cauzione inizialmente accordata, è stato giudicato colpevole unanimemente dai 12 membri della giuria della County Court dello stato australiano di Victoria con un verdetto emesso lo scorso 11 dicembre ma reso pubblico solo ora. Cinque i capi d’accusa, quattro per atti osceni in luogo pubblico e uno per abusi sessuali su un minore. Per ciascuno, la condanna massima è di dieci anni. I fatti risalgono agli anni ’90 quando il porporato avrebbe molestato due giovani componenti del coro della cattedrale di San Patrizio a Melbourne dopo la messa nel 1996. Diversi i precedenti e i tentativi di insabbiamento che nel 2016 lo avevano portato all’attenzione della “Royal Commission into Institutional Responses to Child Sexual Abuse”, commissione d’inchiesta sugli abusi sessuali su minori negli anni ’70 e ’80. Dopo la sentenza di condanna in primo grado, rivelano dal Vaticano, anche la Congregazione della Dottrina della Fede si occuperà del caso nei modi e nei tempi stabiliti dalla normativa canonica.

    https://www.unisob.na.it/inchiostro/?idrt=8632