Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Isernia, molestie nella diocesi: Giorgio a rapporto dalle autorità ecclesiastiche

    Isernia, molestie nella diocesi: Giorgio a rapporto dalle autorità ecclesiastiche

    di Alessandra Decini
    ISERNIA. Non cerca vendetta, ma giustizia. Il suo non vuole essere un tentativo di infangare la Chiesa, piuttosto un’azione per contribuire a renderla più pulita.
    Continua la denuncia di Giorgio, il ragazzo polacco che ha raccontato di aver subito abusi sessuali da parte di un parroco, in servizio nell’Isernino, al quale era affidato e con il quale è quindi cresciuto.
    Contattato da isNews, il giovane, oggi 34enne, non solo ha ripercorso il suo inferno all’interno della canonica, ma ha spiegato la ‘ratio’ della sua battaglia attuale: “Perché non accada più ad altri ciò che è successo a me”. E poi anticipa di essere vicino ad un altro risultato: dopo aver ottenuto l’interessamento da parte della Curia pentra, con il vescovo Camillo Cibotti che ha vergato una lettera con la quale – oltre a chiedere perdono alla vittima – ‘apre’ il dialogo a tutte le persone in difficoltà, Giorgio sarà verosimilmente ascoltato a breve dalle autorità ecclesiastiche. Il procedimento canonico, come riferito anche da monsignor Cibotti, sarebbe dunque avviato.
    Giorgio, cosa è scattato in te al punto da spingerti a denunciare?
    “Con la nascita mia figlia è cresciuto in me un senso di protezione. E ho pensato che quanto è accaduto a me non dovesse succedere ad altri bambini. Premetto però che non è stato facile. Ci sono voluti anni di psicoterapia e ipnosi per riuscire ad elaborare quanto accaduto e il mio dolore. Poi, grazie all’aiuto di persone che hanno saputo sostenermi, come il mio avvocato Sergio Cavaliere e alcuni giornalisti, sono riuscito a tirare tutto fuori”.
    In passato avevi già tentato di raccontare gli abusi subiti?
    “Sì, ma a persone dell’ambito ecclesiastico, perché erano quelle che avevo intorno e di cui mi fidavo. Però nessuno mi ha mai creduto. Dicevano che le mie erano visioni del demonio, solo illusioni. All’epoca volevo fare qualcosa. Ho pensato di scappare. Ma in fondo ero un adolescente, ero malleabile e totalmente sotto il loro controllo. Don M. è un uomo intelligente e sa come comportarsi. Anche se penso non si renda davvero conto di cosa mi ha fatto”.
    Quale iter hai seguito appena hai deciso di parlare? La strada mediatica non è certo stata la prima pista battuta.
    “La prima cosa che ho fatto, di concerto con il mio legale, è stata denunciare tutto ai carabinieri, producendo tutte le prove che avevo a mia disposizione. Subito dopo, era all’incirca giugno, l’avvocato Cavaliere ha inviato una raccomandata in Curia a Isernia. Da allora, fino a dicembre scorso, non si è saputo nulla. Mi aspettavo mi chiamassero per sentire la mia versione dei fatti. Di fronte al silenzio, ho deciso di utilizzare i social per fare venire a galla la verità”.
    Hai così ottenuto un primo risultato. Come interpreti l’apertura mostrata dal vescovo di Isernia?
    “Non sono convinto sia stata del tutto spontanea, ma appunto dettata dal clamore suscitato sulla vicenda, magari dal timore che vengano fuori i nomi. Però in ogni caso l’apprezzo. Se con lui si può parlare, allora parliamone”.
    E ora a cosa punti? Qual è il tuo obiettivo?
    “Ci tengo a precisare che io non ho chiesto risarcimenti. Il mio non è un attacco alla Chiesa, anzi. Io voglio aiutarli a disfarsi di questo problema, che purtroppo non è solo mio. Questo è il mio scopo. Chiaramente, nel mondo reale una persona che commette abusi su un minore va punita e curata. Questa vicenda non deve cadere nel nulla. Temo che, essendo passati troppi anni, sia difficile a causa dei termini di prescrizione giungere ad un’azione incisiva da parte della magistratura, però mi aspetto che magari delle indagini possano servire a spronare il Vaticano a prendere provvedimenti e non ad insabbiare, a offuscare tutto”.
    Portando la tua storia alla luce è possibile che anche altri ragazzi, nel caso ce ne fossero, possano decidere di denunciare e magari attualizzare il reato. Ti aspetti questo?
    “Credo sia difficile. Mi ci sono voluti troppi anni per trovare il coraggio di parlare. E ho attraversato momenti bui: ho avuto problemi di dipendenze, di sessualità. E forse ne sono uscito, oltre che con l’aiuto di specialisti, grazie al mio carattere un po’ forte. Ma non per tutti è così. Non mi aspetto, quindi, che un ragazzino, sentendo me oggi, riesca a raccontare subito i suoi problemi. Però è comunque una possibilità”.
    Come hanno reagito i tuoi familiari, che ti avevano affidato a don M., quando hanno appreso i fatti da te denunciati?
    “Mia madre si è arrabbiata tantissimo. Voleva quasi farsi giustizia da sé. La mia è una famiglia molto cattolica e quando questo prete è entrato in casa nostra per lei è stato come una benedizione. E lo era anche per me. Purtroppo, ho avuto un padre con problemi di alcol che mi picchiava e la dolcezza di quel sacerdote per me era positiva. All’inizio i suoi comportamenti erano normali, o almeno così sembravano. Cercava il contatto fisico con me attraverso il gioco, tenendomi in braccio dinanzi al volante dell’auto. Ma io ero un bambino e non percepivo allora della malizia. Ero solo felice di poter guidare. Poi in Italia le cose sono cambiate e le molestie sono diventate esplicite, come ormai tutti sanno”.
    Oggi le cose vanno meglio, cosa ti senti di dire?
    “Nonostante tutto, per me è andata bene. Mi ritengo fortunato: ho una famiglia, una figlia, un lavoro. Ma purtroppo in tanti non ce la fanno e non ce l’hanno fatta. Voglio lanciare un messaggio ai genitori: non lasciate andare i figli fuori casa, se non c’è un reale bisogno e se non sono abbastanza maturi per difendersi dai pericoli”. Jan Mazurkiewicz

  • Bergoglio e la pedofilia – Politicamente scorretto

    Bergoglio e la pedofilia – Politicamente scorretto

    Le vittime… e non parlo di quelle italiane, parlo di tutte, perché in tutto il mondo le vittime del clero reclamano le stesse cose, vittime che, al viaggio di turno, vengono utilizzate quasi come un’attrazione, poi il dolore del papa, le scuse, qualche volta anche le lacrime, ma poi… quale è il seguito? Nessuno: è una ruota che gira, alla prossima visita di turno, nel paese di turno, con le vittime di turno, si ripete all’infinito, dando la “speranza” alle vittime che, forse, è la volta buona.

    Ma dietro la speranza ci si accorge che manca il coraggio di cambiare, se ne accorge chi non sta dalla parte del pubblico, ma chi è protagonista e conosce quella che è stata la sua storia, l’ha confrontata con quelle di chi, come lui, è vittima e può affermare che le lacrime sono di coccodrillo, le scuse sono d’ufficio, mentre le vittime invece sono reali.

    Di Francesco Zanardi

    In questi giorni, dopo i fatti del Cile dove Bergoglio ha chiesto alle vittime “le prove” che monsignor Barros fosse un insabbiatore coinvolto nelle coperture di padre Karadima – anzi, che in alcune occasioni fosse addirittura presente alle violenze – molti hanno pensato, detto, di fatto sostenuto, che il papa abbia voluto essere “garantista” nei confronti del monsignore. A mio avviso il garantismo ci sta tutto anzi, è doveroso, certo, come qualche vittima ha fatto notare, non si può pretendere che si mostrino come prova i selfie delle violenze.

    Certo ci si aspetta un garantismo onesto, equilibrato, democratico: deve essere super partes, vale per il vescovo, ma anche per chi lo accusa. Se ne deduce che, (anzi l’onestà intellettuale, dopo il buonsenso impongono), mentre – in virtù del garantismo – si  effettuano le verifiche sull’attendibilità delle accuse, anche l’accusato sia momentaneamente posto in una situazione di “stallo”, almeno fino a che i fatti non sono stati pienamente chiariti, non ci si aspetta di certo che questo venga promosso.

    Questo è quello che le vittime cilene contestavano, la speranza di alcuni (nemmeno molta, visti i precedenti) era che, in quella visita, Bergoglio portasse giustizia: non tradotta in indennizzo economico, no, solo la giusta punizione.  Le vittime si aspettavano un atto non solo concreto, ma preventivo, perche il costante desiderio, il primo di tutte le vittime è che quello che è successo a loro, non accada ad altri e, nel rispetto di quello che quelle vittime hanno subito, era doveroso chiarire la fondatezza di quelle accuse. Invece sono state chieste le prove.

    Papa Francesco vuole le prove, io le prove gliele do, ma intervenga senza scuse: diversamente si dimostrerà inattendibile.

    … caso Delpini… Sempre quello, ma non perché abbia personalmente qualcosa contro Delpini, neppure lo conosco… solo che è un caso che l’associazione segue e conosce bene, risale solo al luglio scorso e ha due caratteristiche di valutazione importanti: la prima è che il processo del presunto abusante, don Mauro Galli, è tutt’ora in corso, la seconda, quella a mio avviso più degna di nota, è che il prete è presunto, quanto è presunta la vittima. Non vi è da ambo le parti certezza, dunque come si spiega che prima dell’inizio del procedimento penale – che solo al termine stabilirà i fatti – la vittima è già stata indennizzata? Io non indennizzo chi mi querela prima di un giudizio, soprattutto se sono innocente.

    A chiarire ulteriormente i fatti, non ci sono le accuse della vittima, no, concordano con la deposizione fatta in questura dallo stesso arcivescovo Mario Delpini, nulla da contestare… quindi, riassumendo, entrambe le dichiarazioni (presunta vittima – arcivescovo) concordano: nei giorni immediatamente successivi al presunto abuso, i vertici della diocesi di Milano erano informati del fatto. Poco dopo trasferirono il prete in un’altra parrocchia, ancora con minori, e questo primo trasferimento Delpini lo giustificherà dichiarando, poi, di non aver capito la gravità dei fatti: problema suo, mica della presunta vittima che i fatti li ha denunciati.

    Tuttavia, con un po’ di ritardo, la gravità dei fatti l’ha compresa, dice, ma allora perché ha trasferito una seconda volta don Mauro Galli, ancora una volta a contatto con potenziali vittime, in un ospedale?

    Che dire, povero Delpini, sugli abusi ha decisamente poco intuito: se non fosse a capo di una diocesi direi è un rischio ma pazienza, che fare?… ma se gestisce a questo modo gli attuali e i futuri casi di quella diocesi… preoccupante.

    Tornando alle prove, sul prete aspettiamo la giustizia civile, per la quale, anche se Delpini non avesse denunciato il sacerdote, poco cambierebbe: grazie a un vuoto legislativo, per la legge italiana non essendo un pubblico ufficiale, non era tenuto a farlo, non ha commesso alcun reato.

    Per la legge della chiesa invece si, ne ha fatto una campagna mediatica di rigorosità lo stesso papa Francesco: punirò i vescovi insabbiatori!

    Ma allora perché, da garantista, in attesa di un esito processuale, anziché sospenderlo, lo ha promosso arcivescovo della diocesi più grande al mondo, quella di Milano?

    In attesa di un cordiale, nonché doveroso riscontro, porgo cordiali saluti.

    Zanardi

  • “Don M., ricordi quando mi masturbavi tra i cani?” ma il prete serve ancora messa a Isernia

    “Don M., ricordi quando mi masturbavi tra i cani?” ma il prete serve ancora messa a Isernia

    Un presunto caso di pedofilia vedrebbe coinvolti a vario titolo tre sacerdoti e un diacono della diocesi di Isernia. La denuncia è partita da Giorgio, che afferma di aver subito gli abusi sessuali quando era solo un bambino prima in Polonia e poi in Italia. La Procura di Isernia ha aperto un’inchiesta per far luce sulla vicenda. Anche le autorità ecclesiastiche sono state informate ma finora nessun provvedimento è stato preso contro gli accusati.

    “Don M., ti ricordi quando mi facevi dormire coi tuoi cani e ti masturbavi quando si avvicinavano a me? Spero che tu abbia migliorato il tuo rapporto con gli animali, oltre che coi minorenni”. Parole dure come pietre quelle scritte da Giorgio, un uomo di 34 anni, che ha trovato la forza di denunciare l’inferno vissuto da piccolo.

    Giorgio è nato a Lublino, in Polonia, da una famiglia problematica: il padre alcolizzato, violento, quasi assente. E’ solo un bambino quando viene avvicinato da Don M., un sacerdote polacco che comincia a ricoprirlo di attenzioni. Un interesse che nasconde ben altro e a dodici anni cominciano i primi abusi. Dopo poco il prete arriva in Italia, nella diocesi di Isernia, da dove continua a mantenere i contatti con il bambino. Grazie alla fiducia riposta dalla famiglia, il sacerdote riesce a portarlo con sé. In un primo momento per brevi soggiorni vacanza in estate ma, dopo aver ottenuto l’affidamento di Giorgio, Don M lo porta a vivere nella sua parrocchia in Molise.

    Tra le mura ecclesiastiche le sopraffazioni continuano, anzi, si moltiplicano. Le punizioni sono al limite del sadismo e il ragazzo è costretto a dormire con i cani, segregato per giorni senza poter uscire dalla parrocchia. Giorgio riesce comunque ad integrarsi: va a scuola e comincia a confidarsi con amici e con altri tre parroci vicini a Don M. Tra questi c’è un esorcista che, invece di fermare l’aguzzino, prova a convincere l’adolescente che gli abusi sono una visione del demonio. Non solo, un altro dei sacerdoti gli avrebbe offerto del denaro per mantenere relazioni sessuali. Già maggiorenne, Giorgio decide di trasferirsi nel nord Italia, cercando di seppellire dietro di sé gli orribili ricordi dei maltrattamenti subiti. Dopo anni di cure capisce che deve togliersi questo peso e contatta l’avvocato Sergio Cavaliere e il movimento “Non abbiate paura”, impegnato nella difesa delle vittime degli abusi sessuali.

    A raccontare a Fanpage.it la storia di Giorgio è stato proprio il suo legale che, di fronte alla gravità dei fatti, ha presentato una denuncia alla Procura di Isernia. Cavaliere a giugno dell’anno scorso ha informato anche le autorità ecclesiastiche ma, come ci tiene a sottolineare, da allora nessun provvedimento è stato preso nei confronti dei tre parroci e del diacono che sarebbero coinvolti negli abusi. “Il nostro atto d’accusa – ha ribadito il legale – è rivolto alle curie di Lublino, in Polonia, e di Isernia che non hanno fatto nulla. Da loro ci aspettiamo un segnale che non è ancora giunto”. Il prete accusato degli abusi e gli altri tre prelati continuano ad indossare l’abito talare in altre parrocchie sempre della stessa diocesi in cui si sarebbero consumate le violenze e – come rimarca Cavaliere – sempre a contatto con i bambini.

    Ma se la curia tace, la magistratura è al lavoro. Il procuratore capo di Isernia, Paolo Albano, ha assicurato che gli inquirenti sono al lavoro per far completa luce sulla vicenda. “Non rimaniamo di certo inerti di fronte ad una denuncia per pedofilia”, ha dichiarato il magistrato. “La denuncia c’è ed è stata presentata parecchi mesi fa”. Per il resto bocche cucite e nessun altro particolare è emerso dalle indagini. “Abbiamo analizzato la denuncia e crediamo occorra mantenere il massimo riserbo e segretezza vista l’estrema delicatezza della materia”, il commento di Albano.

    Il vescovo di Isernia ai primi di gennaio ha ammesso che anche la diocesi sta accertando eventuali responsabilità dei membri della Chiesa. A Giorgio e al suo avvocato non basta e sono intenzionati ad andare fino in fondo. “Alle Diocesi di Isernia, Pescara, Lublino. Vi diamo 10 giorni. I 10 giorni per rimuovere don M., che abusò di me dalla parrocchia con cui è a contatto coi bambini; 10 giorni per rimuovere dalla sua parrocchia nella diocesi di Pescara don R., che mi chiese sesso a pagamento; 10 giorni per rimuovere dalla sua parrocchia l’esorcista don G., che mi disse che i miei abusi erano frutto del demonio; 10 giorni per rimuovere dalla parrocchia don E., che ancora dice di distinguere notizie vere e false e non ci ha mai detto quello che sapeva. Poi faremo nomi e cognomi.” E’ l’ultimatum lanciato da Giorgio alle autorità ecclesiastiche.

    Mancano pochi giorni alla scadenza del aut aut e l’avvocato Cavaliere, raggiunto al telefono da Fanpage.it, sta valutando con il suo assistito il momento per rivelare l’identità dei sacerdoti coinvolti nel presunto scandalo di pedofilia. “Non chiedo risarcimenti o vendetta”, scrive Giorgio su Facebook. “Vorrei soltanto che le persone aprissero gli occhi per poter evitare la mia stessa esperienza ad un altro ragazzino”.

    https://www.fanpage.it/don-m-ricordi-quando-mi-masturbavi-tra-i-cani-ma-il-prete-serve-ancora-messa-a-isernia/

  • Cile, Papa incontra vittime di abusi ma non quelle del prete Karadima

    Cile, Papa incontra vittime di abusi ma non quelle del prete Karadima

    di Franca Giansoldati

    Santiago del Cile – Papa Francesco ha incontrato nella nunziatura di Santiago del Cile, dove risiede in questi giorni, alcune vittime di preti pedofili. La notizia è trapelata solo in tarda serata, quando in Italia era già notte fonda, priva di dettagli. Niente nomi, nessun particolare, nemmeno quanto è durato il colloquio. Il direttore della Sala stampa vaticana, Greg Burke, si è limitato a riferire che nessun altro era presente: solamente il Papa e le vittime. «E questo perché potessero raccontare le loro sofferenze. Papa Francesco li ha ascoltati, ha pregato e pianto con loro».

    Di lì a poco quell’annuncio sono emerse le prime crepe. Papa Bergoglio ha escluso volutamente da quell’incontro le vittime violentate dal famigerato Karadima, l’ottuagenario prete cileno responsabile del caso nazionale più impressionante che in Cile ha portato alla luce una piaga tanto estesa quanto taciuta. Una strana dimenticanza visto che le vittime di Karadima – snobbate ieri da Francesco – portano avanti da anni, con coraggio e costanza, la denuncia del coinvolgimento di alcuni vescovi, tra cui monsignor Barros, il vescovo di Osorno, difeso dal Vaticano e da Papa Francesco che lo ha promosso nel 2015, nonostante l’accusa di avere coperto Karadima.

    Il Papa, ancora ieri, ha celebrato la messa con monsignor Barros, facendo addolorare le vittime quando hanno visto che all’altare, assieme a Bergoglio, c’era anche «l’incubridor», il complice. Alcune sotto choc hanno manifestato sconcerto attraverso i social. Poi lo sconcerto si è trasformato in dolore con l’esclusione all’incontro nella sede della nunziatura. Juan Carlo Cruz, una delle vittime di Karadima, a nome di tutti, ha espresso sconcerto per il mancato invito, vedendo però in quell’incontro un passaggio positivo per una riflessione generale e arrivare a misure concrete da parte della Chiesa per punire i vescovi insabbiatori. «Siamo profondamente convinti che tutte le vittime che sono passate per questo inferno sperano che si facciano azioni concrete perchè in futuro non si ripetano più crimini simili contro l’umanità».

    Il Papa oggi vola a Temuco, una città del Sud, situata nel centro del territorio che un tempo era abitato dagli indios Mapuche. Una minoranza vessata e depredata nei secoli. La giornata papale è tutta orientata alla difesa dei loro diritti. Ma il tema della pedofilia è destinato a ritornare d’attualità in Perù, tra due giorni, visto anche a Lima lo attendono altre vittime e altri casi scabrosi.

    In particolare il caso del Sodalizio di Vita Cristiana, una specie di associazione molto bene inserita, fondata da Luis Figari, un intellettuale cattolico accusato dai magistrati peruviani di molestie e abusi. Il Vaticano nel frattempo ha disposto il commissariamento di questa specie di setta (dove si esercitava sui membri uno stretto controllo, fino ad arrivare al plagio delle coscienze), ha ordinato a Luis Figari di evitare qualsiasi contatto con i bambini, richiamandolo a Roma per evitargli la carcerazione preventiva. Figari ora vive in una struttura religiosa. C’è chi dice che si trovi in Toscana, chi invece vicino ai Castelli Romani.

    http://www.ilmessaggero.it/primopiano/vaticano/cile_papa_incontra_vittime_di_abusi_ma_non_quelle_del_prete_karadima-3489799.html
  • CHE BISOGNO C’E’ DI INVENTARE? (per approfondire – parte prima)

    CHE BISOGNO C’E’ DI INVENTARE? (per approfondire – parte prima)

    Quando il tema degli abusi sessuali ti tocca da vicino, hai almeno due possibilità: o ti arrendi, ti allontani, inizi a sparare sentenze, fai di un’erba un fascio, cedi al pensiero che “tutto fa schifo”, fai commenti a caso, ti indigni … oppure puoi approfondire, ricercare, condividere, ascoltare, non dare nulla per scontato, correre il rischio di scoprire una parte di realtà che fa male, batterti perché tutto quello che è capitato a te non capiti ad altri: una sfida anche per la tua Fede, perché parliamo di abusi sessuali compiuti da sacerdoti su vittime cattoliche.

    Io ho scelto la seconda possibilità. E un “effetto collaterale” di questa scelta è che certe cose non si possono più tacere.

    Approfondire.

    Cosa vuol dire approfondire? Per me questo ha significato, e significa tuttora, cercare di comprendere quello che è successo alla mia famiglia da tutti i punti di vista:

    sicuramente l’ambito psicologico (ovvero le conseguenze dolorosissime di una sindrome post-traumatica), l’ambito morale (come si può o non si può continuare a credere in Dio),

    l’ambito legale (denuncia e processo penale),

    l’ambito mediatico (come la stampa affronta questo tema),

    l’ambito culturale (quali autori hanno scritto qualcosa in merito),

    l’ambito politico (cosa fa lo Stato per combattere la pedofilia clericale),

    l’ambito ecclesiastico (come la Chiesa affronta questa piaga),

    l’ambito sociale (chi è capace di stare vicino a una famiglia “ferita”, i pregiudizi),

    l’ambito umano (il contatto tra vittime, la condivisione, l’auto-aiuto),

    l’ambito di “civiltà” (come condividere una battaglia civile contro questo crimine, avere una forte motivazione per creare cultura positiva su questo tema…).

    Conoscere la ReteL’ABUSO è stato, ed è, per la mia famiglia un aiuto incredibile, quasi in tutti gli ambiti appena nominati sentiamo una grande vicinanza, abbiamo la possibilità di confrontarci e di sentirci capiti davvero.

    Non ho la pretesa di insegnare niente a nessuno.

    Il primo libro che ho letto “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” di Federico Tulli, Editore: L’Asino d’Oro, mi ha regalato una visione completa e approfondita della situazione italiana, ho appreso con dolore e sgomento la vastità e la complessità di questo tema, ha stimolato in me il desiderio di continuare ad approfondire. Sicuramente rileggerò diverse parti di questo libro e mi piacerebbe moltissimo conoscere di persona l’autore.

    Negare o minimizzare il problema non serve a nessuno, non serve alla Chiesa in primis.

    Ho poi cercato un libro un po’ più “cattolico”, ovvero scritto da autori impegnati nella Chiesa, autorevoli e riconosciuti.

    Proprio su questo secondo libro vorrei poter condividere qui una piccola riflessione: “Abusi sessuali nella chiesa? Meglio prevenire” A cura di Luisa Bove. Autori: H. Zollner – A. Deodato – A. Manenti – G. Ugolini – G. Bernardini. Editore: Ancora.

    PARTE PRIMA

    Le riflessioni che vorrei condividere verranno suddivise in varie parti per non rendere troppo pesante l’eventuale lettura.

    Riporterò le pagine alle quali mi riferisco di volta in volta: ora le pag 12 e 13 in cui vengono descritte le Iniziative Pontificie, tra le quali la più importante è l’istituzione della Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori operata da Papa Francesco.

    Dunque, il 22 marzo 2014 Papa Francesco istituisce la Commissione per la Tutela dei minori, che si dota di uno Statuto per il proprio funzionamento.

    Tra i membri di questa Commissione, presieduta dal Cardinale O’Malley,  erano presenti anche due laici, entrambi abusati da sacerdoti quando erano minori: Marie Collins e Peter Saunders. Scrivo “erano presenti”, al passato, perché tutti e due hanno lasciato la Commissione (vedi link relativi).

    In tre anni, dal 2014 al 2017, la Commissione dovrebbe essersi riunita due volte all’anno e aver istituito dei gruppi di lavoro per affrontare il tema della pedofilia nella chiesa.

    Quali i risultati concreti?

    Nel libro che sto commentando vengono riportati due esempi concreti:

    • L’istituzione della giornata di preghiera per le vittime di abusi
    • L’istituzione del procedimento penale per i Vescovi “insabbiatori”

    Fantastico! Potremmo dire … ma nella realtà è così?

    Per quanto riguarda la giornata di preghiera: una ottima iniziativa, davvero importante. Niente da dire! Come cattolica so che la preghiera è un mezzo efficace, ci credo profondamente, ma…

    Quando sarebbe questa giornata?

    Una volta sola o si ripete ogni anno?

    Come e dove è stata pubblicizzata?

    Sono state informate le parrocchie a livello mondiale?

    Quali iniziative sono state promosse per far conoscere questa giornata?

    Chi avrebbe partecipato a questa iniziativa di preghiera?

    È possibile che ancora non sia arrivata la data di questa giornata?

    Le vittime sono state avvisate?

    Quali preghiere sono state pensate per questa giornata?

    Ogni Diocesi, per questa iniziativa, cosa ha organizzato?

    In rete la notizia più recente risale al 7 febbraio 2015, ma non riporta nulla di concreto. Anzi, mi correggo, vi è un’altra notizia del 12 settembre 2016, in cui:  “In merito alla Giornata per le vittime, «abbiamo saputo – ha detto ai microfoni di Radio Vaticana padre Hans Zollner, membro della Pontificia Commissione per la protezione dei minori – che il Santo Padre, dopo la consegna della nostra proposta, avvenuta qualche mese fa ha voluto rafforzare il messaggio contro ogni abuso istituendo anche una giornata di preghiera per le vittime di abusi da parte di preti. Il Papa ha chiesto alle Conferenze episcopali di tutto il mondo di esprimersi su una possibile data.”

    Dunque un elefante che partorisce un topolino: siamo ancora in attesa di avere le proposte per una data per questa benedetta giornata di preghiera … non oso pensare quanto tempo ci vorrà per stabilirne il contenuto e successivamente la divulgazione … e l’attuazione.

    Posso dire che, come familiare di una vittima, mi sento un pochino presa in giro? Non commento ulteriormente questo passaggio.

    Passo al secondo esempio concreto riportato nel libro in questione: l’istituzione del “procedimento penale contro quei Vescovi e Superiori generali che hanno messo a tacere o non hanno preso in considerazione un abuso”.

    Leggendo solo questa frase non si può far altro che esultare.

    Finalmente.

    Un Papa che si rende conto che il “coperchio messo sulla pentola che bolle” non paga: prima o poi l’acqua esce e fa danni. Non si può continuare a spostare i preti pedofili di parrocchia in parrocchia permettendogli di fare altre vittime! Finalmente chi si è comportato in questo modo dovrà risponderne davanti agli uomini,  (non solo davanti a Dio, ed è garantito che questo avverrà!) dovrà risponderne anche all’interno della Chiesa!

    Finalmente.

    … Ma non è tutto oro ciò che luccica …

    Ci sono almeno DUE considerazioni da fare su questo tema.

    Quando ci si riferisce a “procedimento penale” si intende ancora in termini di Diritto Canonico, non di giustizia civile. I Tribunali Ecclesiastici non sono i Tribunali della Giustizia Italiana, per intenderci. Questo significa che anche i “reati” e le “pene” e i “risarcimenti per le vittime” non corrispondono in alcun modo ai concetti che, come gente comune, intendiamo nella gestione di un reato. Si parte proprio da due punti di vista molto diversi. Per esempio, in un processo penale ecclesiastico per un abuso sessuale, non è previsto nessun risarcimento per la vittima.

    Si sanno queste cose? No.

    La vittima non viene proprio considerata, e non è nemmeno “necessaria” la sua “versione dei fatti” per istituire il procedimento penale ecclesiastico. E, paradossalmente, è meglio che la vittima non esponga la sua versione dei fatti nel processo ecclesiastico, soprattutto se questo è precedente o contemporaneo al processo civile. Perché affermo questo? Perché in questo modo la vittima potrebbe addirittura compromettere il processo civile: durante il processo ecclesiastico i difensori del sacerdote avrebbero “in anteprima” (rispetto al processo civile) la versione della vittima, potrebbero valutare i suoi punti deboli e la sua personalità … già …

    La seconda considerazione rispetto all’istituzione di questi Tribunali per i “vescovi insabbiatori” è molto semplice: non esistono.

    Era solo un progetto.

    Non è ancora stato fatto nulla per renderli attivi. Ma è facile decantarli in un libro. È facile riempire i titoli di tutti i giornali. È facile scrivere una Lettera Apostolica in forma di Motu Proprio: “Come una madre amorevole”. Facile scrivere tutto questo e non mettere in pratica nulla. Basta non dirlo. Basta lasciar credere che si sta facendo di tutto per combattere questo odioso crimine. E la gente ci crede. Tutto qui. Nemmeno la stampa laica si prende la briga di approfondire.

    Mi sto sbagliando?

    Ne sarei ben felice. Aspetto che qualcuno possa replicare scrivendo quali Vescovi sono stati giudicati in questo senso (nomi e cognomi) in tutto il mondo, e quali provvedimenti sono stati presi. Non è una sfida: davvero sarei felice di constatare che, almeno questa volta, la “tolleranza zero” non è fatta solo di tante e tante belle parole.

    Sempre nelle pagine che sto commentando si parla di un altro tema: le “Linee Guida” per la gestione dei casi di abusi sessuali. In Italia la Cei ha istituito queste Linee Guida nel 2012.

    Anche qui: interessanti e utili, ma vengono rispettate?

    I sacerdoti le conoscono?

    In ogni parrocchia vi è una copia di queste Linee Guida?

    Oppure anche queste Linee Guida sono solo sulla carta?

    Sono solo bellissimi documenti destinati a impolverarsi ed essere presenti forse solo in qualche archivio in Vaticano?

    Oltre a me, qualcuno si pone queste domande?

    E inoltre: si sa che non vi è nessun obbligo di denuncia? Proprio così. Benchè si venga a conoscenza di un REATO (e non stiamo parlando di qualcuno che compie un furto perché non ha i soldi per sfamare la sua famiglia: stiamo parlando di ABUSI SESSUALI SU MINORI… sorvolo qui sulle conseguenze drammatiche che un minore avrà per tutta la vita), dunque: benché un Vescovo venga a conoscenza di questo CRIMINE, NON E’ OBBLIGATO A DENUNCIARE (vedi link).

    Cosa significa?

    Significa che, in Italia, la Cei ha stabilito che la giustizia non è uguale per tutti: ovvero i Vescovi possono “sostituirsi” alla giustizia civile e stabilire che chi commette un reato non si sottoponga alle indagini.

    Sono disponibilissima a ricredermi su tutto quello che ho scritto e lo auspico davvero, quando inizierò a vedere qualcosa di concreto.

    Per ora faccio davvero fatica ad esultare per le “Iniziative pontificie” descritte in quel libro.

    Mamma di una vittima (lettera firmata)

  • Chiesa cattolica: 250 casi di abusi sessuali segnalati in sette anni

    Chiesa cattolica: 250 casi di abusi sessuali segnalati in sette anni

    La Conferenza dei vescovi svizzeri: «Il 10% dei casi si è verificato negli ultimi otto anni»

    BERNA – Circa 250 abusi sessuali da parte del clero sono stati segnalati alla Chiesa cattolica svizzera dal 2010. Le accuse vanno dal contatto non richiesto fino allo stupro. I casi si sono verificati tra il 1950 e oggi, come rivelano Le Matin Dimanche e SonntagsZeitung. Sono coinvolti più di 140 fra bambini e giovani e 88 adulti.

    «Il 10% dei casi si è verificato negli ultimi otto anni, le vittime sono tutte persone adulte», ha dichiarato la Conferenza dei vescovi svizzeri.

    Le aggressioni più gravi sono perseguite d’ufficio, dopo che le autorità religiose informano la giustizia, come è d’obbligo dal 2014. Alcune di queste indagini, però, sono svolte solo da persone della Chiesa, per il bene delle vittime che non vogliono sporgere denuncia.

    A questo proposito, i magistrati sono scettici e mettono in guardia dal rischio che tali indagini non siano condotte correttamente. Il procuratore di San Gallo, Elmar Tremp, ha affermato attraverso le colonne del domenicale tedesco che «i casi gravi devono essere affrontati seriamente», spiegando che il personale ecclesiastico non può agire attraverso atti coercitivi come le perquisizioni o i sequestri, a volte necessari per prevenire ulteriori abusi.

    http://www.tio.ch/svizzera/attualita/1233511/chiesa-cattolica–250-casi-di-abusi-sessuali-segnalati-in-sette-anni

  • Preti pedofili, «una decina» nella diocesi di Sion

    Preti pedofili, «una decina» nella diocesi di Sion

    Gli abusi sono avvenuti tra il 1950 e il 1992 e sono quindi tutti prescritti. Tre di loro sono ancora in vita

    SION – Una decina di preti pedofili identificati, tre dei quali tuttora in vita, per abusi avvenuti tra gli anni 1950 e il 1992 e quindi tutti prescritti. È questo il bilancio stilato dalla diocesi di Sion a un anno circa dall’appello lanciato dalla Conferenza dei vescovi svizzeri (CVS) alle varie curie vescovili. Lo ha indicato oggi la radio privata vallesana Rhône FM.

    L’identificazione è stata resa possibile dalle testimonianze di una decina di vittime annunciatesi presso la diocesi di Sion, ha aggiunto l’emittente Rhône FM.

    Stando a una delle vittime, Gérard Falcioni, queste cifre sono ben lontane dalla realtà. A suo avviso, la Chiesa vallesana ha coperto per anni questi preti pedofili, spostandoli ad esempio da una parrocchia all’altra. Sempre secondo Falcioni, gli ex vescovi di Sion erano al corrente di questi fatti ma non sono intervenuti.

    Dal canto suo, l’attuale vescovo Jean-Marie Lovey è convinto che i suoi predecessori non gli hanno nascosto nulla. Inoltre, il trasferimento di un sacerdote in un’altra parrocchia era all’epoca un modo per impedire a quest’ultimo di essere recidivo, ha sottolineato Monsignor Lovey a Rhône FM. A suo avviso, si trattava di garantire che l’autore dei presunti abusi non fosse più in contatto con bambini.

    Monsignor Lovey ha chiesto scusa alle vittime e reiterato l’appello ad annunciarsi a chiunque avesse subito abusi da parte di religiosi.

    Nel dicembre 2016 la CVS aveva indicato che tra il 2010 e il 2016 erano stati censiti circa 220 casi di abusi in Svizzera. La maggior parte erano avvenuti tra gli anni 1950 e 1980. Tuttavia, 25 abusi sarebbero stati compiuti nel periodo tra il 2010 e il 2016.

    La decina di preti pedofili e di vittime in Vallese, di cui riferisce Rhône FM, saranno verosimilmente inseriti nella statistica nazionale del 2017, che non è ancora stata pubblicata.

    http://www.tio.ch/svizzera/attualita/1232883/preti-pedofili—una-decina–nella-diocesi-di-sion

  • PAPA FRANCESCO CHE FA SOFFRIRE: perché? Non si poteva evitare?

    PAPA FRANCESCO CHE FA SOFFRIRE: perché? Non si poteva evitare?

    In questi giorni si legge ovunque la notizia della morte del cardinale Law e della partecipazione di Papa Francesco ai suoi funerali.

    Praticamente ogni quotidiano ne dà notizia, ne ho letti parecchi … ogni testata dà la sua interpretazione, ma ovunque vi è un collegamento con Boston, con il fatto che il Card. Law è diventato famoso per aver coperto innumerevoli casi di pedofilia usando il CLASSICO METODO del TRASFERIMENTO del prete pedofilo in un’altra parrocchia (dove poter ancora abusare di altri bambini).

    Qualche giornalista parla poi del suo trasferimento a Roma come arciprete della Basilica di Santa Maria Maggiore, delle sue dimissioni legate all’età avanzata … insomma ogni notizia legata al suo percorso.

    Su “Il Giornale” del 20 dicembre viene anche riportato che “Presentate le dimissioni, aveva scritto una dichiarazione personale, diffusa dalla Sala stampa della Santa Sede – specifica il quotidiano del Vaticano – con la fervente preghiera che potessero aiutare l’arcidiocesi di Boston a fare esperienza di guarigione, riconciliazione e unità, di cui ha così disperatamente bisogno”.

    Bene. Non è tutto questo che mi ha colpita. Sono notizie. Se non vi sono smentite le prendo per vere. Non ho elementi per dire diversamente.

    Sono invece rimasta colpita, profondamente spiazzata, addolorata, confusa da quello che ho letto ovunque rispetto a ciò che avrebbe fatto Papa Francesco.

    O meglio: ho cercato ovunque “QUELLA NOTIZIA, QUELLE PAROLE, QUEL GESTO”.

    Ho sperato fino all’ultimo che Papa Francesco facesse il primo gesto concreto pensando davvero alle vittime dei preti pedofili, ovvero non partecipare a quel funerale, dichiarando apertamente che non intendeva partecipare pensando a ciascuna delle vittime del sistema di insabbiamento tutt’ora ampiamente presente nella gestione di questo problema, in tutto il mondo.

    Boston è il simbolo del “coperchio tolto dalla pentola”: una grande pentola che è presente in tutto il mondo, in ogni Diocesi. Anche il cardinale Law è purtroppo un simbolo, un simbolo negativo,  e malauguratamente sono in tanti ad imitarlo tutt’ora. Il suo “sistema” è tutt’ora seguito, nonostante le direttive e i proclami di “tolleranza zero”.

    Non voglio rischiare di essere fraintesa: non mi permetto di giudicare il percorso fatto dal card. Law, non affermo in alcun modo che non aveva diritto ad un funerale dignitoso, auspico che abbia avuto il tempo di ragionare sui suoi errori e che si sia salvato l’anima … ma il fatto che IL PAPA ABBIA PARTECIPATO UFFICIALMENTE  mi ha fatto male, mi ha provocato uno smarrimento profondo.

    Non sono una vittima di un prete pedofilo, ma sono la mamma di un ragazzino che è stato abusato da un prete.

    Conosco altri genitori di figli abusati, conosco altre vittime, ci si sente spesso … so cosa significa vivere ogni giorno a contatto con chi ha ora una sindrome da stress post-traumatico: è una “cosa che ti rimane appiccicata” per tutta la vita, devi imparare a convivere con questo malessere, ad affrontare la vita con una fatica enorme, ogni giornata è una incognita, a volte basta poco per riaccendere quel malessere legato al ricordo di quello che hai subito …

    Il gesto del Papa mi ha profondamente ferita … non me lo aspettavo … è in totale contraddizione con quello che lui stesso continua ad affermare rispetto all’attenzione per le vittime. Quale attenzione? Quale sensibilità? Quale cura come pastore di anime?

    Nemmeno una parola per le vittime … ma qui era necessario QUEL GESTO: dichiarare pubblicamente che non intendeva partecipare per rispetto alle vittime. Il funerale si faceva lo stesso. A distanza ho pregato anch’io per il card. Law: è immensa la Misericordia di Dio, ma è anche tremenda la Sua Giustizia.

    Il Papa ha perso un’altra occasione per essere credibile in questo campo.

    Da qui vorrei invece dare un abbraccio a ogni vittima che, come me, si è sentita profondamente ferita da questo evento. Grazie a ReteL’ABUSO che me lo permette.

    Una mamma

    (lettera firmata)

  • Pedofilia, l’arcivescovo di Milano coinvolto nello scandalo Don Galli: “Sapeva degli abusi”

    Pedofilia, l’arcivescovo di Milano coinvolto nello scandalo Don Galli: “Sapeva degli abusi”

    Le più alte cariche della Chiesa in Lombardia sapevano del presunto abuso sessuale di un prete di Rozzano ai danni di un minore tre anni prima delle indagini della magistratura, ma non hanno mai denunciato l’accaduto.

    “Che cosa aspettiamo che ci mettano tutti in galera per pedofilia? Aspettiamo che ci mettano tutti in galera per pedofilia e poi cominciamo seriamente a guardare le cose, va bene, cioè, basta saperlo e ci adeguiamo, però già che possiamo farlo prima, facciamolo prima”

    A parlare sono due preti di Rozzano intercettati dai carabinieri. Un prete della loro parrocchia, don Mauro Galli, è accusato di abusi sessuali su un minore e la magistratura ha messo sotto controllo i loro telefoni. Il caso non è ancora di dominio pubblico, ma nell’ambiente ecclesiastico ha suscitato un polverone, tanto da dover richiedere l’intervento delle più alte cariche della Chiesa.

    È qui nell’hinterland milanese che inizia la vicenda che coinvolgerà l’attuale arcivescovo di Milano, monsignor Delpini, successore di Scola, e l’attuale vescovo di Brescia, Pierantonio Tremolada.

    A svelarlo sono gli atti del processo a carico del sacerdote che nella notte tra il 19 e il 20 dicembre del 2011 invitò a dormire nella sua abitazione un ragazzo di 15 anni che frequentava la parrocchia. Stando al racconto del ragazzo – che qui per tutelarlo chiameremo Fausto – in quell’occasione il prete dopo averlo abbracciato avrebbe tentato più volte di sodomizzarlo.

    La circostanza emerge al mattino seguente quando il ragazzo inizia a mostrare i primi segni del turbamento per quello che era successo. I familiari si rivolgono allora al parrocco di Rozzano, Don Carlo Mantegazza, che informa monsignor Delpini, all’epoca dei fatti vicario di zona, che si precipita ad incontrare il sacerdote accusato.

    È da questo momento in poi che la storia inizia ad intricarsi. Monsignor Delpini, infatti, invece di denunciare l’accaduto decide di spostare Don Galli nella parrocchia di Legnano, a pochi chilometri da Rozzano, destinandolo sempre alla pastorale giovanile, ossia a contatto continuo con giovani e giovanissimi.

    Oggi però la diocesi, attraverso un comunicato pubblicato sul loro sito e ripreso dai maggiori quotidiani nazionali, offre una versione differente dell’accaduto, sostenendo che “né monsignor Mario Delpini, né monsignor Pierantonio Tremolada, né il cardinale Angelo Scola e altri responsabili dell’Arcidiocesi di Milano hanno coperto o insabbiato alcun reato” e che “l’episodio contestato risale al 2011, quando ancora nessuno era a conoscenza di quanto realmente accaduto e soprattutto quando ancora la parola “abuso” si manteneva distante dal racconto della vicenda”.

    Per queste affermazioni la Diocesi è stata diffidata dal legale della famiglia della vittima. Ci sono numerose prove, infatti, che smentiscono queste circostanze. Prima fra tutte l’interrogatorio del 24 ottobre 2014 disposto dal pm Lucia Minutella nel quale l’arcivescovo afferma: “Il trasferimento da Rozzano a Legnano fu deciso da me in persona”. “Don Carlo Mantegazza – aggiunge Delpini nel colloquio sotto giuramento avuto con gli inquirenti – mi disse al telefono che il ragazzo aveva segnalato presunti abusi sessuali compiuti da Don Mauro durante la notte”.

    Quindi già dalla prima telefonata, intercorsa nel dicembre 2011, quasi subito dopo l’accaduto, Delpini viene messo al corrente che il prete è coinvolto in un presunto “abuso sessuale”, ma se non bastasse sarà lo stesso Don Galli che di lì a pochi giorni gli confesserà di aver dormito con il 15enne: “Ha peraltro ammesso di aver dormito con il ragazzo quella notte” – si legge nel verbale.

    Nonostante queste evidenze, però, la decisione dell’allora vicario sarà quella di rimettere il prete a contatto con i minori, senza denunciare l’accaduto alla giustizia e senza avviare un’indagine conoscitiva interna, come previsto dalle direttive della Cei.

    Nel corso dell’interrogatorio con la squadra mobile si chiede:

    “Monsignore lei era consapevole che Don Mauro Galli nella parrocchia di Legnano si occupava di pastorale giovanile?”

    Delpini: “Sì certo, ne ero a conoscenza”

    Saranno gli stessi genitori di Fausto a mostrare delle perplessità rispetto a questa decisione e ottengono un incontro il 24 settembre 2012 con Delpini per avere delle spiegazioni. La discussione viene registrata ed oggi è agli atti del processo. L’arcivescovo esordisce ringraziando i familiari per non essersi ancora rivolti ai carabinieri e ammettendo più e più volte che quella decisione era stata presa espressamente da lui: “Ho deciso io”, “La destinazione di Legnano è stata scelta da me”, “L’emergenza è stata gestita da me” – ribadisce.

    Ma quando un familiare di Fausto gli fa notare che quella decisione poteva mettere in pericolo altri bambini, Delpini traballa:

    Delpini: “[…] Io sono molto allarmato di tutto quello che può succedere, perché non è che vivo sulla Luna”

    Familiare della vittima: “[…] Se dovesse accadere un caso analogo, in coscienza, penso che lei avrebbe dei problemi…”

    Delpini: “Non solo dei problemi, sono anche molto trepido, perché non mi sento neanche di dire ‘Sono in grado di garantire che abbiamo fatto una scelta che lo mette del tutto al sicuro’”

    Familiare della vittima: “È una cosa che io trovo inconcepibile”

    La discussione si accende e va avanti per quasi due ore, fino a che Delpini non ammette di aver sbagliato:

    Delpini: “[…] Avendo fondamentalmente stima del giovane prete naturalmente ho dato credito agli elementi che alleggerivano la versione”

    Ma a finire negli atti dell’inchiesta è anche un altro importante esponente della curia, si tratta di monsignor Pierantonio Tremolada, nominato pochi mesi fa da Papa Francesco vescovo di Brescia, ma che all’epoca dei fatti era collaboratore della formazione permanente del clero e responsabile dell’Istituto Sacerdotale Maria Immacolata (ISMI), che si occupa dei presbiteri del primo quinquennio di ordinazione, ossia quindi anche di Don Galli.

    I genitori di Fausto, preoccupati per le sorti degli altri bambini che entravano in contatto col prete, il 3 agosto del 2012 incontrano anche Tremolada e registrano la conversazione che ora è agli atti del processo.

    Tremolada rassicura sul percorso avviato da don Mauro e si prende la responsabilità di quello che potrà succedere:

    Tremolada: “Non me la sento di dire don Mauro è un pedofilo, cioè questa cosa mi fa un male, perché dico, forse qui c’è qualche cosa, lo dovremmo aiutare sicuramente, però da questo a dire sicuramente è così e quindi noi dobbiamo toglierlo da ogni contatto con le persone, perché altrimenti potrebbe far loro del male, ecco qui c’è quello spazio di valutazione di cui noi ci assumiamo la responsabilità.”

    Ma è da questo incontro che emerge il clima che l’attuale vescovo ha creato intorno alla vicenda. La famiglia chiede infatti a Tremolada che cosa era stato detto al decano di Legnano circa il trasferimento di Don Galli in quella parrocchia e che cosa il decano aveva detto ad un altro parroco del paese, don Pietro Re:

    Tremolada: “Gli ho raccontato quello che è successo… però questa cosa ce la teniamo per noi…”

    Familiare della vittima: “È cos’è che è successo, secondo lei?”

    Tremolada: “Questa cosa del letto, gli ho detto ‘te la tieni per te‘, è chiaro che lui a sua volta non può andare a raccontarlo a don Piero Re, sarebbe scorretto! E cioè, abbiamo anche comunque una persona che ha il diritto di non essere buttata in pasto, allora!”

    Familiare della vittima: “Perché, don Piero Re, se gli avesse detto la verità avrebbe chiamato noi, l’avrebbe messo in piazza…”

    Tremolada: “Io ho una grande stima di don Piero Re, ho una sacrosanta stima. Però a sua volta, don Piero doveva tenere il segreto, e non avrebbe potuto dirlo alle altre persone.”

    Familiare della vittima: “Guardi, secondo me, la strategia, quella del segreto, non paga.    A questo punto…”

    Tremolada: “Voglio dire, però, capite?”

    Familiare della vittima: “No, no, è chiarissima…”

    L’intento dell’attuale vescovo di Brescia è chiarissimo: la vicenda non deve divenire di dominio pubblico: “Questa cosa del letto, gli ho detto: ‘te la tieni per te’” o ancora “Don Piero doveva tenere il segreto e non avrebbe potuto dirlo alle altre persone”.

    Nei mesi successivi agli incontri con Tremolada e Delpini, la famiglia, ancora molto scossa per quanto successo a Fausto e preoccupata da come i responsabili della curia milanese gestiscono don Mauro, inizia una corrispondenza con l’allora arcivescovo di Milano, monsignor Angelo Scola. In una lettera del 13 marzo 2015, Scola allega una nota redatta dai suoi collaboratori, per spiegare lo spostamento di don Mauro.

    Dalla nota di Scola, però, la vicenda viene ricostruita in maniera molto diversa da come la raccontano gli stessi protagonisti nei verbali: il trasferimento di don Mauro a Legnano viene fatto risalire a Tettamanzi, predecessore di Scola, e il comportamento di don Mauro viene ritenuto consono addirittura fino al novembre del 2012, quando avviene il suo trasferimento da Legnano in un ospedale di Milano (per impedirgli di vedere minori) e poi a Roma, presso il Pontificio seminario lombardo, dal 1 settembre 2013.

    Queste circostanze sono state subito tutte smentite dalla famiglia. A cominciare dalla più evidente: proprio mentre dovrebbe trovarsi a Roma, Don Galli compare su tutti i telegiornali il 26 luglio 2014 per aver trovato un neonato abbandonato nella cappella dell’ospedale san Giuseppe di Milano. Riportano le cronache di quel giorno che il prete avrebbe avvertito il personale del pronto soccorso prima di toccare il bambino: “Non l’ho voluto toccare temendo di combinare qualche guaio”.

    Queste circostanze sono state subito tutte smentite dalla famiglia. A cominciare dalla più evidente: proprio mentre dovrebbe trovarsi a Roma, Don Galli compare su tutti i telegiornali il 26 luglio 2014 per aver trovato un neonato abbandonato nella cappella dell’ospedale san Giuseppe di Milano. Riportano le cronache di quel giorno che il prete avrebbe avvertito il personale del pronto soccorso prima di toccare il bambino: “Non l’ho voluto toccare temendo di combinare qualche guaio”.

    Mentre Don Galli è a piede libero e salva bambini, Fausto dopo il trauma subito entra in una spirale depressiva che cerca di affrontare con degli specialisti, ma nel frattempo perde due anni di scuola e il contatto con i suoi coetanei. Quando però proverà a togliersi la vita per l’ennesima volta, durante i soccorsi rivela ai carabinieri il motivo del suo gesto estremo e denuncia Don Galli.

    Nel frattempo, Delpini e Tremolada, i responsabili del trasferimento e della mancata denuncia di don Galli, fanno carriera, scalando le gerarchie ecclesiastiche. Sarà proprio Papa Francesco a nominarli ai vertici della Chiesa lombarda. Lo stesso pontefice che nel 2015 aveva proclamato l’istituzione, mai avvenuta, di una sezione del tribunale ecclesiastico per giudicare i vescovi che coprono i loro preti per le violenze sui minori.

    Il Vaticano fu anche informato della vicenda dai genitori di Fausto che scriveranno una lettera alla Congregazione per la Dottrina della Fede, denunciando il comportamento di Tremolada e Delpini, e il loro ruolo nell’insabbiamento del caso. La risposta del nunzio apostolico è datata 22 marzo 2016: “Le accuse saranno debitamente esaminate” – vi si legge.

    Un anno dopo però, il 12 luglio 2017, Tremolada viene nominato vescovo di Brescia, mentre il 7 luglio è stato il turno di Delpini, promosso addirittura a successore di Scola, arcivescovo di Milano, una delle diocesi più grandi al mondo.

    di Sacha Biazzo e Simone Giancristofaro

    https://www.fanpage.it/pedofilia-l-arcivescovo-di-milano-coinvolto-nello-scandalo-don-galli-sapeva-degli-abusi/

  • Preti pedofili: l’Onu attacca il Vaticano

    Preti pedofili: l’Onu attacca il Vaticano

    DOPO GLI SCANDALI «Le vittime non hanno giustizia, chi abusa la fa franca»

    Dopo gli scandali internazionali si teme che anche in Italia ci possa essere un sistema per coprire i casi di pedofilia tra i p re t i . Un timore che non è frutto dell’immaginazione di qualche detrattore della Chiesa, ma che nasce da un documento stilato dal comitato dell’Onu che ha interpellato il Vaticano circa gli impegni presi per la tutela dei diritti del fanciullo. Il documento dovrebbe garantire la tutela dell’infanzia in ambito internazionale, ma il comitato Onu che se ne è occupato ha perplessità sugli impegni presi dalla Santa Sede che, interpellata, non ha dato chiarimenti. Un passaggio che non è sfuggito a chi segue queste vicende e si impegna ogni giorno per difendere le vittime di abusi da parte di uomini di chiesa. «Ben noti autori di abusi sessuali su bambini sono stati trasferiti di parrocchia in parrocchia o in altri paesi nel tentativo di tenere nascosti tali crimini, una pratica documentata da numerose commissioni nazionali d’inchiesta. La pratica della mobilità dei criminali, che ha permesso a molti preti di rimanere in contatto con i fanciulli e di continuare ad abusare di loro, tuttora pone i fanciulli di molti Paesi ad alto rischio di abuso sessuale, poiché dozzine di autori di abusi sessuali sul bambino sono segnalati essere tuttora in contatto con fanciulli», recita il documento O nu. L’associazione Rete l’Abuso, attraverso il deputato pentastellato Matteo Mantero, ha presentato un’interpellanza parlamentare per chiedere se il Governo intenda assumere iniziative per prevenire e reprimere il fenomeno degli abusi sessuali, per esempio estendendo l’obbligo di richiedere il certificato antipedofilia per tutte le categorie oggi esenti che vengono a contatto con minori. Quali siano i dati di cui il Governo dispone sul fenomeno e se intenda valutare accordi con il Vaticano per risarcire le vittime oltre allo scambio di informazioni tra i due Stati per prevenire e perseguire altri ca si . La società civile scuote la politica e chiede un suo impegno concreto a difesa delle giovani vittime. Un impegno che deve essere volto a spezzare un meccanismo che troppe volte non permette loro di avere giustizia e, al contrario, consente a pedofili e violentatori di farla franca. Meccanismi che a volte si fanno vero e proprio sistema.