«La Chiesa ha le sue colpe,ma lo Stato è indifferente»
«IO ci sono passato. Per questo, ho creato l’associazione L’abuso. E già siamo a 400 vittime. E solo uno su dieci denuncia. Perché è difficile. Specie se il pedofilo è un prete». Toni pacati, mai sopra le righe. Parole chiare. Francesco Zanardi, ospite ieri all’Equilibrio di via Napoli, è il simbolo di chi non china la testa, ed esce dal silenzio. A 11 anni subì attenzioni morbose da un sacerdote. Lo disse. La chiesa non intervenne. E così, da adulto,ha scelto di denunciare.
Come mai? «Perché se ne deve parlare. Perché il bimbo abusato, non riconosce subito cosa sta succedendo, ma il trauma, poi, è grave». Il bimbo si fida dell’adulto. «Che invece sa bene il vero senso di quelle attenzioni». E se ne parla, può essere frainteso. «Sì. Perché c’è omertà su questo tema. E le famiglie stesse, tendono a far finta di non capire». L’abuso imbarazza? «Si preferisce nascondersi dietro il dubbio di un errore». Perché non si fa informazione. «E non si fa prevenzione, mentre si dovrebbe parlare di pedofilia conle famiglie e con i bimbi. Con parole giuste, far capire cosa l’adulto non deve fare». I genitori, conoscendo i “metodi” dei pedofili, potrebbero difendersi? «Sì. Mettendo dei paletti, si possono individuare i campanelli d’allarme». Mentre se non se ne parla… «L’abuso resta nascosto e crei quasi un senso di colpa, nella vittima». Perché la sessualità in Italia è ancora tabù? «Per abitudine, cultura, influenza della chiesa: c’è chi scopre come si trasmette l’Aids, quando ce l’ha già».Papa Francesco sembra aperto, ma c’è chi è ancora oggi rigido, nei confronti degli omosessuali. «Di fatto, un ragazzo che matura e si scopre gay, in Italia è intimidito, traumatizzato». Cosa ci rende diversi dal resto d’Europa? «Serve un salto culturale, che rispetti le diversità». Come ritiene possa avvenire? «Informandosi: assumendo la propria parte di responsabilità civica, come cittadino». Senso civico ce n’è poco, in giro. «Sì. La gente delega. E così, siamo unici in Europa, anon tutelare le famiglie omosessuali. E non è giusto». E’ “colpa” della chiesa? «No. E’ colpa della politica. La chiesa ha le sue idee. Lo stato, che è laico, deve garantire i diritti di tutti i cittadini». Lei è stato abusato, ma ci tiene a dire sempre che non ce l’ha conla chiesa? «È troppo facile puntare il dito contro una sola istituzione: qui lo stato ha le sue colpe, eicittadini, spesso assenti, le loro». Chi sono i preti pedofili?«Persone che usano il proprio ruolo educativo, per avvicinare ragazzini indifesi. Specie quelli fragili. E vanno denunciati e fermati». E alla chiesa cosa chiede? «Di smettere di coprirli: idati sono inquietanti. Solo dal 2000, abbiamo avuto 150 condanne definitive di preti pedofili. Un prete, che opera a contatto con i giovani ha occasione di perpetrare abusi 80 volte più di un laico».
La Spezia – «Non ce l’abbiamo con la chiesa. Dovrebbe essere chiaro, ma ci tengo a specificarlo. L’obiettivo sono quei religiosi che utilizzano il proprio ruolo educativo, per avvicinare ragazzini indifesi. Il problema, è che se il pedofilo è il vicino di casa, viene denunciato subito. Se è un prete, no: perché c’è tutta una struttura, che finisce per coprire il suo operato, e c’è una sorta di resistenza culturale, ad ammettere che un sacerdote faccia certe cose».
Francesco Zanardi è il simbolo della denuncia contro gli atti di pedofilia ed abuso, da parte di religiosi: e oggi, giovedì 2 aprile, alle 17.30, interverrà al locale Equilibrio, appena inaugurato in via Napoli 17, per raccontare la sua storia. Ad introdurlo, sarà Claudia Bertanza. Zanardi è stato vittima di abusi. C’è passato. E proprio per usta ragione, ha scelto di denunciare: ha creato una rete, L’Abuso, in cui è possibile trovare ascolto, far uscire allo scoperto le storie di violenza, ed avere la garanzia della tutela. «Noi – precisa – non divulghiamo mai nomi o dettagli: ma ci siamo, accanto alle vittime, perché trovino la forza di uscire dall’incubo». In questi anni, Zanardi ha ottenuto dei risultati: non sul suo caso, perché il prete che lo molestò da bambino non ha mai pagato. Ha ottenuto però che se ne parli, e che si denunci: anche se c’è – sottolinea – una grave carenza normativa, che rende tutto difficile. Solo dal 2000 ad oggi – spiega – ci sono state 150 condanne definitive, in Italia, e si sono fatte avanti 460 vittime.
E’ stato calcolato che un prete, per il suo costante contatto con i giovani, abbia occasione di perpetrare abusi 80 volte più di una persona che non indossa l’abito. Sul territorio spezzino, solo qualche anno fa aveva trovato il coraggio di parlare, un uomo di 65 anni, che da ragazzino aveva dovuto subire le attenzioni di un chierico, in seminario, a Sarzana. L’uomo si infilava nei letti dei più giovani, e si guadagnava poi la fiducia dei familiari, scegliendo le sue vittime fra i bambini più fragili, con genitori meno presenti, per difficoltà sociali o economiche. Anni e anni dopo, ancora quell’uomo ha raccontato di soffrire per quelle molestie, e di non aver mai trovato il coraggio di parlare Aveva però voluto consegnare una lettera alla Curia, perché sapesse cosa accadeva. E chissà quanti altri ragazzini, che oggi si sono fatti adulti, hanno subito all’epoca la stessa sorte: ma non hanno mai parlato.
Nella puntata di Chi l’ha visto andata in onda l’11 marzo scorso, la storia di Diego, un ragazzo di Napoli che quando aveva 13 anni è stato ripetutamente abusato dal suo insegnante di religione, don Silverio Mura. Passano gli anni e Diego comincia a stare male e allora si decide ad affrontare il suo carnefice. (nel video l’incontro integrale tra Diego e don Silverio)
Poco dopo quell’incontro però don Silverio sparisce dalla circolazione, pare che sia introvabile. Allora Diego, nel timore che faccia ad altri bambini quello che aveva fatto a lui, decide di farsi coraggio e lo denuncia all’autorità giudiziaria. Ma come purtroppo accade a tante vittime, raccoglie l’ennesima delusione perché si accorge che i reati da lui subiti sono prescritti e a causa di questo non solo Diego non potrà ricevere un risarcimento, ma la stessa autorità giudiziaria non interverrà per fermare il prete.
Diego disperato comincia a non darsi pace, vuole a tutti i costi fermare quel prete. Si rivolge allora alla Rete L’ABUSO che in pochi giorni riesce a stanare don Silverio Mura. Ma qui arriva un’altra delusione per Diego perché scopre non solo che il prete era nascosto poco lontano da casa sua ma che addirittura continua ad insegnare religione a scuola, proprio come quando aveva abusato di lui.
Diego è cattolico e con quella scoperta si sente crollare il mondo addosso perché non solo aveva denunciato don Silverio all’autorità giudiziaria, ma lo aveva fatto anche al cardinale Crescenzio Sepe, il quale però non aveva fatto nulla per evitare che quel pedofilo continuasse a stare a contatto con i bambini. Pochi giorni dopo che la Rete L’ABUSO ha stanato il prete, la diocesi lo fa sparire un’altra volta.
Qui il drammatico incontro integrale di Diego con don Silverio Mura.
Ripartono a Savona i corsi anti pedofilia che già nel 2012 furono un totale fallimento, sia per la partecipazione esigua, sia per le applicazioni pratiche. Dopo quei corsi infatti, nel marzo del 2013, esplose il caso di don Pietro Pinetto, accusato da ben quattro presunte vittime e tutt’ora al suo posto, malgrado le promesse del vescovo Vittorio Lupi e malgrado la magistratura abbia accertato la veridicità dei fatti rinviando a giudizio il prete, reo di aver calunniato una vittima, due giornalisti e il presidente della Rete L’ABUSO.
Fu proprio il fallimentare esito dei corsi del 2012 e l’omertà del vescovo Vittorio Lupi a spingere la dottoressa Luisa Bonello a mettersi in contatto con Papa Francesco per denunciare le inadempienze del presule savonese. Quella che successivamente fu la reazione nei confronti della dottoressa Luisa Bonello, accusata dal vescovo Lupi di aver “tradito” l’armoniosa omertà della sua diocesi fu come sappiamo bene pesantissima. Infatti la dottoressa Bonello fu defenestrata da tutti i suoi incarichi religiosi proprio dal vescovo Vittorio Lupi.
Lo stesso vescovo Lupi, dopo aver approfittato dell’ ingenuità della Bonello per anni, la descrisse così sulle pagine del Secolo XIX «Non intendo commentare le falsità riferite da una donna che agisce per vendetta – le parole del vescovo. – Una persona vendicativa che, per via della revoca del Ministero eucaristico, ha tirato fuori delle menzogne contro la nostra Chiesa».
Purtroppo non ci resta che constatare l’ennesima operazione mediatica del vescovo Lupi e della sua diocesi la quale, in questo modo, continua a fare ulteriori violenze alle vittime. Vescovo Vittorio Lupi, ci domandiamo a cosa servano dei corsi anti pedofilia quando i pedofili accertati vengono lasciati nelle parrocchiein mezzo ai bambini, quando le vittime vengono da lei per denunciare e lei, come nel mio caso le sfratta e le raggira, come nel caso di D. D. da lei licenziato in tronco dopo la denunce all’autorità giudiziaria, come nel caso di Alessandro P. che oltre ad aspettare oramai da anni la sua convocazione, è costretto a vedere il suo carnefice girare indisturbato ed impunito.
E che dire delle vittime della comunità La Lucerna che la diocesi ha omesso di segnalare alla magistratura, la quale, lo scorso 8 settembre è stata costretta ad aprire un altro fascicolo contenente decine di nomi di vittime. Cosa farà per aiutare questi poveri malcapitati?
Che senso hanno questi corsi quando poi chi denuncia all’autorità ecclesiastica (cioè a lei) finisce per subire le ritorsioni che hanno subito non solo le vittime, ma anche i testimoni o chi si è prodigato nell’intento di combattere questa piaga, come don Carlo Rebagliati o la dottoressa Luisa Bonello?
Sulle pagine del Secolo XIX di ieri dichiara che l’iniziativa «ha preso spunto dal forte impatto e dalla sofferenza che i crimini sui minori hanno provocato anche nella nostra diocesi», quasi come se questi crimini avessero fatto danno solo all’immagine della diocesi e non alle decine di ragazzi che oggi si ritrovano con una vita distrutta a causa del comportamento criminale che i suoi predecessori hanno avuto e che lei come da tradizione sta continuando a sostenere.
Per risolvere un problema occorre affrontarlo vescovo Lupi. Prendere in giro per l’ennesima volta i fedeli e le vittime con operazioni di facciata come quelle che dall’inizio dello scandalo savonese sta portando avanti, non solo non è di alcuna utilità, ma è screditante, nonché indicativo, della perversa morale che lei impone a questa diocesi.
Se non si soccorrono le vittime rendendogli giustizia e non si rimuovono i preti pedofili dalle parrocchie, i corsi servono a poco, anche perchè dopo le ritorsioni subite da vittime e testimoni, anche nel caso qualche prete, catechista ecc. si accorga di un caso di pedofilia, con quale coraggio crede possa venire da lei a denunciare, vescovo Lupi ?
I pm di Cremona non avranno gli atti sui presunti casi di abusi: la denuncia del deputato Sel, Franco Bordo. Don Inzoli era stato al centro delle polemiche per aver partecipato a Milano al convegno sulla famiglia tradizionale
di MATTEO PUCCIARELLI
Il Vaticano stoppa tutto: la procura di Cremona non potrà avere i documenti richiesti su Mauro Inzoli, alias ‘don Mercedes’, il prete già ai vertici di Comunione e Liberazione e sospeso dalla Congregazione per la Dottrina delle Fede per pedofilia, lo scorso anno. La denuncia arriva dal deputato di Sel Franco Bordo, autore dell’esposto che aveva dato il via all’inchiesta della giustizia italiana, per una volta in ritardo rispetto a quella vaticana. “La scelta della Santa Sede di non trasmettere gli atti ci delude profondamente – spiega Bordo – ed è una contraddizione rispetto al nuovo corso annunciato da papa Francesco”.
Per questo motivo Sel si augura che ci sia un ripensamento, “i tempi dell’omertà sono finiti”. Su don Inzoli, per anni presidente del Banco Alimentare e famoso per il suo elevato stile di vita, è stato apposto il sub secreto pontificio, una specie di segreto di Stato della Santa Sede. La quale aveva speso parole durissime nell’imporre al dirigente di cielle una vita riservata e non più al contatto con i fedeli. “In considerazione della gravità dei comportamenti e del conseguente scandalo, provocato da abusi su minori, don Inzoli è invitato a una vita di preghiera e umile riservatezza, come segni di conversione e di penitenza. Gli è inoltre prescritto di sottostare ad alcune restrizione la cui inosservanza comporterà la dimissione dallo stato clericale”, spiegò il decreto del vescovo di Crema, Oscar Cantoni.
Don Mercedes era salito di nuovo alla ribalta poche settimane fa, quando venne immortalato a Milano seduto in seconda fila, dietro a Roberto Maroni e a Roberto Formigoni, durante il convegno per la famiglia tradizionale al Pirellone. Convegno che aveva scatenato un vespaio perché organizzato dalla Regione con una associazione che si propone l’obiettivo di curare i gay (o perlomeno gli omosessuali che ne fanno richiesta). Il giorno dopo tutti i vertici del centrodestra lombardo fecero finta di non averlo visto, o addirittura di conoscerlo di sfuggita.
Varsavia, 18 feb. – L’arcivescovo primate di Polonia, Wojciech Polak, ha annunciato la creazione in seno alla chiesa cattolica di una rete nazionale d’aiuto alle vittime dei preti pedofili.
“Stiamo lavorando per creare punti di contatto per le vittime di abusi sessuali commessi da preti”, ha annunciato Polak sul suo sito internet. Si tratta, secondo le informazioni sino ad ora diffuse, di quattro, forse cinque centri distribuiti nel Paese dell’Est Europa, dove il 90% della popolazione si dichiara cattolico, per fornire aiuto psicologico e giuridico
“Le vittime di abusi da parte di preti, che siano casi del passato o di questi giorni, riceveranno informazioni sulle procedure da seguire in caso di abuso”, ha precisato l’alto prelato, che ha designato padre Wojciech Rzeszowski e padre Dariusz Larus come responsabili del dispositivo di soccorso giuridico e psicologico.
L’iniziativa era stata preannunciata nell’agosto 2014, sulla scia di un caso di pedofilia in seno alla chiesa polacca che aveva sollevato uno scandalo senza precedenti. I vescovi si erano allora dichiarati per “la tolleranza zero” nei confronti della pedofilia in seno alla chiesa, presentando di nuovo le proprie scuse per il comportamento omissivo avuto in passato.
(AGI) – Madrid, 16 feb. – E’ stato il caso piu’ grande di pedofilia che ha coinvolto la curia spagnola. Dieci sacerdoti e due laici accusati di abusi sessuali e complicita’ in abusi nei confronti di un chierichetto di 14 anni. A portare alla luce gli squallidi episodi fu Papa Francesco, informato personalmente dalla vittima, ora 25enne, che in una lettera gli raccontava gli incubi subiti tra il 2004 e il 2007.
Ora pero’ il tribunale di Granada – citta’ dove si sarebbero consumati gli abusi – ha prosciolto per prescrizione le accuse contro 11 degli indagati (nove sacerdoti e due laici). Secondo i giudici la vittima avrebbe dovuto denunciare gli episodi di violenza entro tre anni dall’accaduto. Solo per un sacerdote le accuse restano, perche’, dicono i giudici “sono le piu’ gravi: sodomia”.
Il prelato se condannato rischia una pena fino a 10 anni di detenzione. Dai racconti del ragazzo, gli abusi si sarebbero consumati nella villa con piscina di uno dei denunciati. Dietro le promesse di una promettente carriera nella curia, sarebbe stato violentato e obbligato a compiere atti sessuali con uno dei sacerdoti.
Gli altri avrebbero presumibilmente partecipato o soltanto taciuto su quanto avveniva. Papa Francesco che adotta la ‘tolleranza zero’ per i casi di pedofilia che coinvolgono la Chiesa (come prima di lui faceva Papa Benedetto XVI), rese noto l’episodio dell’ex chierichetto sul volo di ritorno da Strasburgo, nel novembre scorso, conversando con i giornalisti. “Ho sentito un grandissimo dolore.
Ma la verita’ e’ la verita’”, racconto’ il Pontefice dicendo di aver ricevuto la lettera del giovane e di averlo quindi sollecitato a rendere pubblici gli episodi e a denunciare i suoi aguzzini. Poi contatto’ il vescovo di Granada per cominciare subito a fare chiarezza sull’accaduto. (AGI) .
Viaggio nella vita dei seminari anni ’50 e ’60. Tra regole disumanizzanti e abusi. Una narrazione civile basata su documenti e testimonianze. La recensione.
Il fascino di una storia raccontata ad alta voce ha origini lontane, lontanissime è forse la forma di intrattenimento primeva. Ma le storie non sono sempre solo divertenti, quellebelle sono umane e dunque felici e infelici al contempo, cupe e vitali, lente ma anche dinamiche. La bellezza delle storie sta poi nel recuperare alla memoria frammenti di passato spesso volutamente tenuti nascosti oppure, se divulgati, ritenuti osceni, indecenti e quindi spostati in fretta e furia in un dimenticatoio pieno zeppo di racconti troppo umani.
Il teatro di narrazione civile in Italia è andata a frugare in quei dimenticatoi, ha ricomposto la Storia, quella che viene censurata o negata, spesso anche raccogliendo testimonianze dirette. Giuliana Musso con il suo La fabbrica dei preti – andato in scena venerdì 6 febbraio 2015 al Teatro dell’Archivolto di Genova – fa proprio questo: porta sul palcoun contesto storico troppo in fretta archiviato, quello del Concilio Ecumenico del 1965, ma soprattutto le vicendeindividuali, altrettanto storiche, di piccoli uomini avviati al sacerdozio all’età di 10/11 anni e chiusi in seminari minori prima e poi maggiori fino all’età di 24 anni.
Alternando una voce cronachistica, che racconta e legge, a tre principali voci caratterizzate di altrettanti parroci, Giuliana Musso ci conduce dentro un contesto storico rivoluzionariosia dal punto di vista religioso che laico: la metà degli anni ’60; ma anche dentro un ambiente immutato e immutabilecome quello dei seminari. Regole rigidissime che toccano orari, azioni, compiti, relazioni, possibilità o meno di parlare riportano ogni minima traccia di comportamento istintivo dentro una griglia disumanizzante che estirpi l’umano secondo precisi fini alti che richiedono l’annientamento totale del sé.
In una società davvero civile, si bollerebbero questi contesti come luoghi di tortura, esplicite forme di violazione e abuso dei diritti sui minori. Sì, appunto abuso. In tutte le sue forme: dalle più insidiose, morbose e psicologiche alle più esplicite, risultato di una frustrazione sessuale e di una privazione al contatto perverse e oscene. Ma almeno della pedofilia all’interno della chiesa da un po’ di tempo si parla e si fa emergere il dolore restituendo un po’ di dignità a quanti ne hanno sofferto. Di tutto il resto invece non si dice.
Tratto da La fabriche dai predis di Don Pietrantonio Bellina oLibris di pre Toni Beline, il lavoro di Giuliana Musso porta in scena le «quattrocento pagine in friulano – come scrive Paolo Rumiz – di un libro semiclandestino e mai tradotto: La fabriche dai predis. La fabbrica dei preti, cioè il seminario, descritto come struttura immutabile, iperconservatrice e sessuofobica. Un micidiale pamphlet, gonfio di una lingua schietta fino alla truculenza, scritto non da un politico anticlericale, ma un indomabile prete carnico, il fu Antonio Bellina» nato nel 1941 e morto nel 2007.
Mentre Papa Giovanni XXIII, Angelo Roncalli, colui che dissela mia persona conta niente, è un fratello che parla a voi divenuto padre per volontà di nostro signore, la notte precedente l’apertura del Concilio Ecumenico, che aveva fortemente voluto e organizzato in tempi rapidissimi su temi cruciali, faceva il suo famoso Discorso alla luna (11 ottobre 1962), quello in cui ricordava agli adulti di tornare a casa e non scordarsi di dare una carezza ai loro bambini e di asciugare le lacrime e avere parole consolatorie; d’altra parte i seminaristi – che erano appunto solo bambini – dovevano assecondare regole nate nel 1500. Quelle stesse maturate in seguito al Concilio di Trento in piena controriforma ovvero quando, in risposta alla riforma protestante, furono fondati i seminari.
Discorso sconveniente fu la risposta del Cardinal Siri, presidente dei vescovi italiani, all’intervento notturno del Papa buono, che rimase in vita solo altri 8 mesi. E così seppure si proseguirà la riflessione e l’apertura verso grandi temi e le altre religioni, con Paolo VI, Giovan Battista Montini, nessuna scossa reale scardinerà il concetto di gerarchia a favore di quello di comunione, di sudditanza a favore di un’idea di far parte di, e la libertà di coscienza resterà possibilità praticata da pochi all’interno della chiesa – a Genova certamente dal nostro caro Don Gallo.
Il teatro in questa narrazione civile è utilizzato nella sua forma più elementare: uno spazio vuoto, un interprete, pochissimi oggetti, la luce, la musica, qualche foto. È l’estrema accuratezza della composizione a creare efficacia,trasformando il semplice in complesso. La Storia con la Smaiuscola, Giuliana Musso ce la offre a mezza sala e in proscenio in una voce diretta. Il libro di pre Toni Beline viene interpretato da un leggìo con una voce cronachistica, che si affretta, questa volta impaziente – come quella lingua friulana dell’originale di cui ci ricorda Rumiz – una lingua che è portavoce intima di un vissutoche non si può più tenere dentro.
Le foto dei seminaristi, in bianco e nero, in formazione davanti al seminario, ma anche in gita o in momenti vagamente ludici, scorrono su appositi schermi per diapositive portati sul palco.Come se fosse proprio il libro esploso dei ricordi e vissuti di pre Toni Beline che, aprendo il suo album, ci mostrasse sé stesso e tutti i suoi compagni: bambini, ragazzi e giovani uomini in ambito talare. Mentre le foto scorrono musiche e canzoni accuratamente guidano la visione delle immagini invece che restare colonne sonore, come poesie suscitano associazioni intense e profonde. Con tre voci, poi, tre distinte posture, gestualità e curatissimi toni e timbri del parlare,Giuliana Musso entra negli idioletti di tre diverse persone, tre pronunce con cadenze dialettali, ovvero mette i panni di tre preti speciali e lei sparisce. No, non si è cambiata d’abito. No, non ha messo una maschera. Solo una vocale e una del movimento del corpo (tra tempo e ampiezza del gesto)
Riesumare i vissuti nascosti. Restituire voce a chi non ha potuto parlare. Ridare spazio ai fatti attraverso le vicende di tanti. Come scrive Walter Ong citando l’antropologo polacco, naturalizzato britannico, Bronis?aw Malinowski: «il linguaggio è un modo dell’azione e non semplicemente il contrassegno del pensiero». E se questo teatro riuscisse a smuovere le coscienze anche al di là dei fatti specifici e ricordarci quanto si gioca nell’educazione affettiva e relazionale dei bambini, maschi e femmine, ma soprattutto maschi, perché a loro è spesso negato di essere morbidi, sensibili, fragili. Umani.
SAVONA. Aveva patteggiato un anno di carcere per pedofilia. Ilpatteggiamento gli aveva evitato il processo e l’eventuale risarcimento alle vittime.
Si era tolto la tonaca, aveva lasciato la Chiesa e sembrava uscito di scena andando ad abitare in una località isolata tra Orco Feglino e Carbuta.
Faceva il cuoco in un ristorante della zona. Lontano dal mondo scout, dal carcere e dal cattolicesimo impegnato nel sociale e nel volontariato tramite cui era entrato in contatto con giovani e ragazzini.
Mai guai per Nello Giraudo non sembrano essere finiti. Le denunce su di lui sono continuate ad arrivare in Procura da parte di presunte vittime (prescritte). Gli investigatori della Procura e i poliziotti della squadra mobile non hanno mai abbassato l’attenzione su tutte le testimonianze e le denunce che venivano presentate nei loro uffici. L’ex sacerdote scout è poi ritornato negli ultimi tempi a vivere a Savona.
In città sino a qualche tempo fa era facile notarlo in centro sotto i portici di via Mistrangelo dove la
Diocesi savonese gestisce alcuni uffici e alloggi di emergenza. Don Nello Giraudo non risulta più essere prete dal 2009. È stato accusato di aver commesso molteplici episodi di violenza sessuale ai danni di minori tra gli anni Ottanta e Novanta. Il patteggiamento (pena concordata con il pm) è arrivato per un solo episodio nei confronti di un diciassettenne.
Infatti gli altri casi su cui ha lavorato e indagato il pm Giovanni Battista Ferro sono risultati prescritti. Era stato Francesco Zanardi, vittima tra gli altri di don Nello Giraudo, a dare il primo scrollone al mondo cattolico con una denuncia proprio sui presunti abusi subiti da don Nello. L’indagine sull’ex guida spirituale scout scattò agli inizi del 2010 e si concluse con il patteggiamento ad un anno da parte di don Giraudo per l’unico caso di abusi sessuali messo in atto nel corso di un campo scout del 2005 nel finalese. Nel corso dei due interrogatori davanti al pm Ferro, Giraudo assistito dall’avvocato Marco Russo confidò anche di avere più volte rivelato ai superiori le sue devianze sessuali. Il ciclone pedofilia-chiesa esplose grazie alle denunce di Francesco Zanardi, un quarantenne ex dipendente della Curia come tecnico informatico.
L’ex sacerdote tra gli anni Ottanta e Novanta insegnava anche nelle scuole savonesi e quindi era a strettissimo contatto con centinaia di giovani.
Indigna il tragico suicidio della Dott.ssa Luisa Bonello e dei tentativi da parte della Chiesa Cattolica di coprire gli abusi.
Sei giorni prima della sua morte la Dott.ssa Luisa Bonello, specialista in medicina generale nella città settentrionale di Savona, ha parlato in una libreria ad alcuni ascoltatori su ciò che aveva distrutto la sua vita.
“Sono una cattolica praticante, da sempre”, disse all’inizio.
Nel tempo libero si era dedicata con devozione alle persone della sua comunità, come catechista e come ministro dell’eucarestia, responsabile per la comunione dei malati. Particolarmente importante è stato per lei il cammino di fede con il suo confessore Don Nino Maio, con il quale trovò profondo adempimento.
In tutta la sua vita la fede cattolica aveva avuto un ruolo centrale. Fino a circa sei anni fa, quando è cambiato tutto.
Abusi sessuali
Tutto è iniziato quando alla Dott.ssa Bonello come medico di famiglia, si sono affidati due pazienti, i quali gli hanno parlato delle loro esperienze traumatiche. Erano rimasti vittime di abusi sessuali da parte di preti che prestavano servizio nella diocesi di Savona, sua stessa diocesi. E che, da allora, soffrono dagli effetti gravi, traumatici di questi soprusi.
Intervista a Luisa Bonello «Io, delusa dal mio vescovo»
La Dott.ssa Bonello è rimasta talmente sconvolta da queste dichiarazioni, che non solo ha effettuato ulteriori ricerche, per andare a fondo della faccenda, ma si è anche rivolta al vescovo competente. “Sono stata ingenua” ha messo in chiaro nel suo discorso alla libreria savonese. “Ero convinta che avrebbe agito immediatamente.”
Ma Monsignor Vittorio Lupi non ha fatto nulla del genere, al contrario. “ Ad un certo punto ho capito che lui sapeva già tutto e che nei colloqui con me voleva soltanto scoprire fino a che punto conoscessi i fatti – di cui lui era già totalmente consapevole.”
Dopo la dichiarazione della Dott.ssa Bonello, il comportamento dell’uomo di chiesa cambiò drasticamente, non appena si rese conto che lei si convertiva da fedele seguace della sua curia, ad una pentita, che non voleva riposare fino a quando non aveva conosciuto tutta la verità. “Sono stata sollevata dai miei incarichi” ha riferito la Dott.ssa Bonello ai media. Anche da minacce mirate, nel suo ultimo discorso, avrebbe trovato una volta dell’alcool sotto la sua auto, ma a questo punto ha interrotto e ha detto che aveva trovato l’incidente strano, ma poteva anche non avere niente a che fare con la Chiesa.
La cui reazione è stata durissima senz’altro, come dimostrano le parole che il vescovo Monsignor Lupi ha espresso per le sue accuse – che sono: “Non intendo commentare le falsità riferite da una donna che agisce per vendetta”– le parole del vescovo. – “Una persona vendicativa che, per via della revoca del Ministero eucaristico, ha tirato fuori delle menzogne contro la nostra Chiesa”.
“ [Il vescovo Lupi] è un uomo senza Dio, un uomo che nella sua vita non ha mai avuto pietà di nessuno”, ribatté la Dott.ssa Bonello quel pomeriggio. “Un uomo moralmente veramente infame”.
Luisa Bonello non ha rinunciato e ha scritto una lettera al Cardinale Angelo Bagnasco, Presidente della Conferenza Episcopale Italiana CEI e arcivescovo di Genova, capoluogo della Liguria, dove si trova anche Savona. La sua reazione la disturbava fino al punto che lei di fronte al pubblico sei giorni prima della sua morte lo definiva “schifezza”.
Oltre a pozzanghere di alcool inspiegabili sotto la sua macchina, le calunnie da parte del vescovo Monsignor Lupi, era ovviamente soprattutto una particolare conseguenza del suo coraggio e sincerità che avrebbe dovuto distruggere Luisa Bonello: Le persone in carica del clero le hanno impedito di parlare al suo padre spirituale Don Nino Maio, che era già venuto in contatto con dei casi di abuso sessuale nel passato, ma non come accusato, sino come figura guida di preti condannati.
Improvvisamente non lo doveva più vedere. La Dott.ssa Bonello cominciò a sospettare che il vescovo Lupi e i suoi superiori la tenessero lontano dal suo padre spirituale per non farle scoprire ulteriori dettagli sugli abusi sessuali. Tuttavia non voleva ammettere la sconfitta, anche se mostrava già tutti i sintomi dello stress fisico e mentale e della depressione, a causa di questo, e di altri fattori che sarebbero emersi nel corso dell’indagine sulla sua morte.
…si rivolge direttamente al Vaticano e a papa Francesco
Così ha deciso di rivolgersi direttamente al Vaticano e a papa Francesco. Il Santo Padre a suo avviso è stato molto chiaro circa le accuse di abusi già noti e aveva chiamato i vescovi italiani per una “massima trasparenza”.
A febbraio di quest’anno la Dott.ssa Bonello ha viaggiato con un dossier di spessore, che ha documentato le accuse di abusi nella diocesi di Savona – sentenze giudiziarie, lettere, testimonianze, tra cui la corrispondenza tra Joseph Ratzinger e i vescovi Savonesi, contenenti istruzioni inequivocabili per coprire gli incidenti – a Roma.
Lei è stata ricevuta in Vaticano e ha potuto più volte parlare con il Papa stesso, le è stato anche assegnato un prelato di alto rango che si sarebbe dovuto occupare della questione. “Mi hanno fatto delle assicurazioni”, ha detto poi la Dott.ssa Bonello.
“Non è successo niente. Assolutamente niente”.
Ma sette mesi più tardi, quel pomeriggio in libreria a Savona, sei giorni prima della sua morte, non è rimasta che questa triste conclusione: “Non è sucesso niente. Assolutamente niente”. Ha parlato di omertà, il voto fatale del silenzio che è comune in clan mafiosi – e a quanto pare anche in Vaticano.
Un ultimo barlume di speranza lo aveva sempre: “Con le nomine nuove, presumo che [il cardinale Bagnasco] non ci sarà più. Allora a quel punto potremmo forse vedere se il papa farà qualche cosa.”
Forse è stata la triste idea di quanto questa speranza fosse infondata. La Dott.ssa Bonello, che non soltanto si è prodigata in modo unico per i pazienti Italiani, ma anche per i poveri e gli ammalati in Romania, si è sparata nella notte tra il 18 e il 19 Settembre verso l’una di mattina con un colpo di pistola in bocca.
Poco prima di morire ha inviato un messaggio al suo ex marito, che semplicemente diceva: Mauro, perdonami. L’ex marito ha letto il messaggio soltanto la mattina seguente ed è andato immediatamente nell’appartamento di Luisa Bonello nel quartiere Valloria, dove si trovò davanti ad uno scenario “che non auguro al mio peggior nemico.”
La polizia ha stabilito che la Dott.ssa Bonello aveva telefonato un’ora prima di spararsi ad una sua amica, che non aveva notato niente di strano. “Mi è apparsa allegra, stava bene” ha riferito questa alla poliza.
Poiché la vita della Dott.ssa Bonello si è conclusa soltanto un’ora più tardi, la polizia ha controllato la memoria del telefonino e del suo computer, dopo chiamate o messaggi, che potrebbero averla scossa, al punto che non volesse più vivere. Istigazione al suicidio, secondo le indagini delle autorità.
L’hanno suicidata
L’indagine è in corso. I titoli ed i commenti su internet sono più che chiari: L’hanno suicidata, un termine ancorato in lingua italiana – con riferimento alla mafia! – per un omicidio travestito da suicidio. Finora la polizia ha scoperto che un ispettore dei propri ranghi sia coinvolto nel caso: Alberto Bonvicini, capo della polizia postale di Savona, che avrebbe sfruttato la situazione emotivamente instabile di Luisa Bonello per ottenere da lei soldi e favori. Bonvicini è stato allontanato dall’indagine per circonvenzione di incapace e dichiara la sua innocenza ai media.
Al funerale della Dott.ssa Bonello il 25 settembre, il parroco Don Giovanni Lupino ha pronunciato parole forti per la depravazione morale dei suoi colleghi, che la Dott.ssa Bonello aveva denunciato due settimane prima in modo disperato. Ha chiesto pene detentive e la rimozione della carica di tutti i sacerdoti condannati. Nella Chiesa domini la verità! disse durante il servizio. E’possibile?
Vorremmo inchinarci davanti ad una donna che ha trovato la forza di pronunciare il suo j’accuse senza mezzi termini, prima che ne rimase spezzata. Vogliamo mantenere vivo il suo lavoro come la sua eredità, e continuarlo.
E’ ancora necessario per l’ipotesi di istigazione al suicidio seguire le e-mail o chiamate? Quello per cui gli è costata la vita è documentato senza soluzione di continuità nel suo lavoro. Si è aggiunta nel modo più tragico possibile alle vittime della chiesa, cioè dei suoi metodi da criminalità organizzata. È vittima della corruzione morale della chiesa cattolica. Tutto quello che è accaduto in questo caso ci ricorda il famoso scrittore di copioni per la tivù, che vorremmo chiedere di non esagerare di maniera talmente grossa, perché nessuno vorrebbe credere che cose del genere possano mai succedere nella realtà.
Francesco Zanardi, che per caso porta lo stesso nome come il Pontefice ma è invece presidente dell’organizzazione “Rete l’abuso”, lo dichiarò già rassegnatamente durante il discorso della Dott.ssa Bonello nella libreria a Savona, sei giornate prima della sua morte: “Sarebbe molto semplice, se il papa volesse davvero risolvere la situazione, imporre ai propri vescovi l’obbligo di denuncia. Questa sarebbe la soluzione più semplice. Purtroppo in questo lato che vedo che la chiesa non voglia intervenire.”
Il 22 settembre 2014, tre giorni dopo la morte di Luisa Bonello e tre giorni prima del suo funerale, il cardinale Angelo Bagnasco, “questa schifezza”, venne confermato nei suoi incarichi da papa Francesco.