Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Savona: l’avvocato della Curia risponde ai mass media

    Savona: l’avvocato della Curia risponde ai mass media

    “A nome e per conto della Curia vescovile di Savona, in qualità di Avvocato da questa incaricato della tutela della diocesi di fronte alle accuse che le vengono rivolte” scrive Savi.

    L’avvocato della Curia di Savona, Stefano Savi, è intervenuto con una nota in merito ad alcune affermazioni e notizie riportate in questi giorni dagli organi di stampa e dai mass media locali:

    “A nome e per conto della Curia vescovile di Savona, in qualità di Avvocato da questa incaricato della tutela della diocesi di fronte alle accuse che le vengono rivolte, dichiaro quanto segue per quanto riguarda:

    NELLO GIRAUDO

    L’unica “vittima” che ha parlato al Vescovo di Nello Girando è stato Zanardi, che in un primo incontro con lui ha dichiarato che non intendeva nemmeno denunciarlo, desiderava solo che si curasse perché non avvenissero ulteriori gravi episodi  a danno di altri. Su indicazione della Santa Sede il vescovo ha trattato il caso come stabilito dal Diritto Canonico. Nello Giraudo è ora dimesso dallo stato clericale.

    DOMINIC  YOUSSUF

    Si tratta di un sacerdote pachistano giunto a Savona nel 2004.  Appena appresa la notizia di una accusa di pedofilia che lo riguardava per fatti accaduti in Inghilterra, è stato accompagnato dal Questore di Savona che ha avuto un lungo colloquio con lui. Il Questore si è messo in contatto con la polizia inglese e ne ha ricavato la certezza che nei riguardi del sacerdote pachistano non esisteva nessun mandato internazionale di cattura. A riprova di questo, il fatto che Dominic ha ottenuto regolare permesso di soggiorno. In seguito è entrato nella comunità benedettina di Finalpia. Una domenica, mentre percorreva la passeggiata del lungomare è stato colto da improvviso malore. Soccorso dai presenti e condotto in ambulanza al Santa Corona vi giungeva ormai privo di vita. Sulla salma è stata eseguita l’autopsia. In curia è depositato l’ atto di morte.

    ALESSANDRO NICOLICH

    Il fratello desideroso di comprendere i motivi della sua uscita dal seminario e delle successive tristi vicende che lo hanno condotto alla morte, sospettando che tutto fosse partito da episodi di pedofilia ha chiesto al vescovo di vedere la documentazione del seminario riguardante Alessandro. Dal momento che gli unici documenti  esistenti sono di natura scolastica e amministrativa, il fratello ha chiesto di poter contattare i suoi compagni di corso. Il Vescovo ha predisposto una ricerca degli attuali indirizzi degli ex seminaristi, compagni  di Alessandro; ottenuta una lista di una dozzina di nomi ha invitato il fratello a prenderne visione.  Al giorno stabilito egli ha telefonato dichiarando che per un impedimento non avrebbe potuto  venire. Non si è più presentato.

    DON GIORGIO BARBACINI E ATTILIO COTTA

    Nei loro riguardi è in corso la pratica di dimissione dallo stato clericale.

    ASPETTI AMMINISTRATIVI

    E’ stato incaricato uno studio commerciale di Genova a verificare la congruità dell’amministrazione negli ultimi vent’anni.

    IN GENERE

    Il vescovo non ha mai rifiutato di ascoltare le presunte vittime. A parte la segnalazione di Zanardi su Nello Giraudo, quelle giunte riguardanti sacerdoti in servizio esprimono solo accuse generiche e sospetti relativi a fatti spesso risalenti ad alcuni decenni or sono;  in ogni caso, non suffragate da testimonianze  e da  prove sufficientemente consistenti. Per la ricerca  della verità, la cui necessità è stata più volte ribadita, il Vescovo rimane disponibile ad ascoltare le vittime che volessero contattarlo, le invita comunque a rivolgersi alla Magistratura, come egli stesso ha fatto trasmettendo ad essa le segnalazioni di possibile rilievo penale che gli sono giunte, affinché si possa fare chiarezza su tutti gli aspetti di questa complessa e dolorosa vicenda”.

    http://www.savonanews.it/2010/10/22/leggi-notizia/argomenti/attualit/articolo/savona-lavvocato-della-curia-risponde-ai-mass-media.html

  • “Io, abusata da un prete a 11 anni vi racconto una vita di vergogna”

    “Io, abusata da un prete a 11 anni vi racconto una vita di vergogna”

    ROMA – “Erano giovani, belli, intelligenti, puliti. Molti li ho ritrovati su Facebook, sono rimasta annichilita nel sapere che erano ancora in contatto con quel prete. Soprattutto se penso a quello che hanno subito, più grave e pesante ancora di quel che è toccato a me, forse perché ero una bambina e loro dei maschietti. Gli abusi e le violenze che abbiamo patito hanno cambiato per sempre la nostra vita, non c’è risarcimento per qualcosa che ti impedisce di essere te stesso, ti fa perdere la fiducia, stravolge per sempre la tua vita amorosa”.

    Laura M. ha 35 anni, un compagno, un lavoro da insegnante in un piccolo centro del nordest. Insieme a quello di molti altri sconosciuti che hanno risposto all’appello il suo sarà uno dei racconti che oggi a Verona vorrebbe cambiare la storia italiana delle vittime della pedofilia nelle chiese, nei seminari, nei collegi. Quelle vittime di preti pedofili che – secondo il gruppo ‘La colpà (infolacolpa. it) che ha organizzato l’incontro al Palazzo della Gran Guardia, scegliendo non per caso uno dei luoghi più visibili della città – in Italia fanno ancora così fatica a denunciare gli abusi subiti, a essere creduti, a ottenere giustizia. Il racconto di Laura è arrivato prima con una timida mail: “Gentili signori, ho visto il vostro annuncio su Internet.

    Non so se il mio caso vi può interessare perché non mi sono mai rivolta alla polizia e ancora oggi non ho il coraggio di svergognare quel prete, che sia pure molto anziano è ancora presente nella sua comunità”. Dall’altra parte, la donna ha trovato incoraggiamento e comprensione: “È capitato anche a noi, a volte si convive tutta la vita col peso di un’ingiusta vergogna”. Così, è riuscita a continuare: “Avevo 11 anni quando ho sentito per la prima volta su di me il sesso di un uomo. Era il mio parroco, e ogni scusa era buona per restare solo con me e attirarmi in casa sua, sopra la sacrestia. Io resistevo, ma ero debole, indifesa, non capivo quanto fossero gravi quelle molestie e non avevo il coraggio di ribellarmi a un adulto del quale mi fidavo ciecamente. Lo scandalo scoppiò quell’estate, un ragazzino più piccolo raccontò a casa quel che gli stava capitando e scoprimmo così che la cosa andava avanti da anni, che alcune famiglie avevano cambiato parrocchia senza però mai pensare a proteggere i figli degli altri…”.

    Ma, come in molti altri casi, le gerarchie locali scelsero di insabbiare il caso: “Quel prete lo trasferirono per due anni al Tribunale ecclesiastico, poi gli affidarono un’altra parrocchia, poi ancora un’altra, neppure troppo lontana. Andai dal padre spirituale del collegio, mi disse di non parlare e che potevo continuare a volere bene al mio parroco… Dopo, venne un altro prete, un uomo di grande moralità, è grazie a lui se non ho smesso di credere in Dio. Ma per anni e anni non ho potuto avvicinare un uomo, non sopportavo neppure l’idea e soffrivo ancor di più pensando ai miei amici, quelli con cui ho diviso gli anni che dovevano essere i più belli. Ora so che molti di loro non hanno potuto farsi una famiglia né essere felici, e non riesco a perdonare”.

    Resta un peso difficile da cancellare: “Ho cambiato città, mi sono allontanata, a trent’anni mi sono fidanzata, ma ancora non riesco a pensare a dei figli. E vorrei far qualcosa per non lasciare più che la vita di un bambino sia compromessa per un sistema malato, che la vita di un adulto sia sprecata. Naturalmente non farò il nome dei miei amici. Vorrei poter dir loro del mio affetto, ma consegno la mia esperienza come la denuncia del nostro male”.

    Storie come quella di Laura hanno convinto il gruppo originario dei fondatori di ‘La colpa’, perlopiù ex allievi del ‘Provolo’, la scuola per bambini sordi di Verona dove decine di allievi sarebbero stati abusati, che era giunto il momento di uscire allo scoperto. “Vogliamo offrire a tutte le vittime di preti pedofili italiani il sostegno psicologico che è indispensabile, perché queste violenze sono paragonabili a quelle familiari anche per le conseguenze che lasciano – spiega Salvatore Domolo, 45 anni, il portavoce, che ha alle spalle una storia di bambino abusato e di ex prete – e il sostegno legale. Ma non ci interessano i risarcimenti, quanto l’urgenza di un’azione legale verso la Chiesa cattolica per crimini contro l’umanità. E il 31 ottobre saremo a Roma, insieme alle vittime da tutto il mondo, per manifestare con le nostre facce e le nostre storie quello che è accaduto anche in Italia, a centinaia di bambini e di ragazzi”.

    http://www.repubblica.it/cronaca/2010/09/25/news/abusata_vergogna-7409409/

  • Viaggio nel seminario dove i vicerettori commettono abusi sessuali

    Viaggio nel seminario dove i vicerettori commettono abusi sessuali

    La vicenda riguarda il Maria Immacolata di Brescia dove, nonostante divesri preti siano coinvolti in episodi di pedofilia, la Chiesa non ha mai preso provvedimenti

    Fare un attimo mente locale ci si dovrebbe interrogare su cosa stia accadendo, da anni, al seminario diocesano di Brescia, il “Maria Immacolata”. Perché di immacolato sembra esserci solo il nome, visto il numero di condanne che si susseguono a carico di personaggi che col seminario hanno avuto parecchio a che fare, e decisamente da vicino.

    La storia parte da lontano, ma esplode un primo scandalo nel 2002, quando il vicerettore del seminario, don Luigi Facchi, scompare improvvisamente da Ome, la cittadina in cui svolgeva il proprio ministero. Si viene a sapere in seguito che una mattina molto presto i carabinieri si sono presentati in canonica, e da quel momento il sacerdote non si è più visto. Indagato per pedofilia, dopo un primo interrogatorio gli è stato notificato l’ obbligo di dimora in un altro comune. La denuncia, partita dai genitori di un ragazzino di Gottolengo, suscita una levata di scudi da parte dell’intero paesino in favore del sacerdote. Ma poco dopo don Luigi Facchi patteggia 6 anni per crimini di pedofilia, e da quel momento di lui si perdono le tracce. Come di consueto, non si hanno notizie di eventuali procedimenti canonici aperti dalla deputata Congregazione per la Dottrina della Fede sul suo conto.

    A sostituire don Luigi come vicerettore al seminario “Maria Immacolata” viene chiamato un giovane, l’appena trentenne don Marco Baresi. Un incarico delicato, quello conferito a don Marco, non solo per le tristi vicende giudiziarie del suo predecessore, ma anche per le responsabilità, insite nel suo compito, di educare e proteggere i giovanissimi seminaristi a lui affidati. Ma il nuovo vicerettore è destinato a mettere nuovamente in imbarazzo la curia bresciana. Il 27 novembre 2007, i carabinieri sono di nuovo alla porta di una canonica, e don Marco Baresi viene arrestato con l’accusa di violenza sessuale nei confronti di un minore di 14 anni, suo seminarista. Sul computer di don Marco vengono rinvenute tracce di filmati pedopornografici, ma il sacerdote lascia intendere di non essere il solo ad utilizzare quel pc.

    Su istanza della difesa ottiene gli arresti domiciliari. Le attestazioni di solidarietà e di stima si sprecano, dall’amministratore del seminario ai vari prelati. Certo, esiste la presunzione di innocenza, ma per la vittima neppure una parola. Forse proprio in virtù della certezza dell’innocenza del sacerdote la Curia, informata delle indagini in corso sul conto di don Marco da ben 5 mesi prima dell’arresto, non aveva ritenuto necessario sospendere dall’incarico il vicerettore, in modo da evitare che avesse un contatto quotidiano con adolescenti, né il vescovo aveva stimato opportuno nominare un promotore di giustizia, per svolgere un’inchiesta nell’ambito di un regolare processo penale canonico.

    In primo grado, don Marco Baresi è condannato a 7 anni e 6 mesi. Ricorso in appello, rinnovazione dell’istruttoria dibattimentale, aula brulicante di parrocchiani con magliette colorate su cui è stampato “freeDON” pronti a sostenere che don Marco è un sacerdote di moralità specchiata e irreprensibile. La Corte d’appello, però, conferma la sentenza di primo grado, e i difensori del sacerdote attendono la pubblicazione della sentenza per presentare ricorso in Cassazione.

    Quello che però risulta veramente incredibile non sono le attestazioni di stima cui si assiste ogni volta che un sacerdote è incriminato e finisce a giudizio, quanto le affermazioni contenute nella lettera al clero bresciano del vescovo Luciano Monari dopo la sentenza di condanna in appello a don Marco Baresi: “Per quanto mi riguarda personalmente, avevo espresso fiducia in don Marco e avevo speranze grandi in una sua assoluzione. Mi affidavo anche al diritto biblico che dice: “Un solo testimone non avrà valore contro alcuno, per qualsiasi colpa e per qualsiasi peccato; qualunque peccato uno abbia commesso, il fatto dovrà essere stabilito sulla parola di due o tre testimoni.” Naturalmente il diritto moderno usa altri parametri; il testo del Deuteronomio non invalida la diversa valutazione dei giudici, ma mi spinge a custodire una cautela grande.”

    E meno male che il diritto moderno usa altri parametri, perché l’abuso sessuale non è un reato che, in genere, si commetta su pubblica piazza, ed è difficile trovare testimoni che siano stati presenti al momento dei fatti. Se fosse per la legge biblica del Deuteronomio, tutti i pedofili se ne andrebbero in giro liberi e indisturbati. Ovviamente il vescovo preferisce ricorrere al Vecchio Testamento piuttosto che prendere atto del fatto che esiste una giustizia statuale, non amministrata da ecclesiastici, non fondata su versetti biblici, alla quale anche i religiosi sono sottoposti. Indipendentemente dalla “grande cautela” con cui il prelato accoglie la “diversa valutazione dei giudici” che hanno pronunciato una sentenza basata sul Codice Penale piuttosto che sulla Bibbia.

    Peccato che il prelato nulla abbia detto della recentissima condanna, la terza, di un altro sacerdote, anche quest’ultimo transitato per il seminario di Brescia, di cui era stato vicerettore e padre spirituale dal 1991 al 1998, prima di don Luigi Facchi. Il sacerdote si chiama Claudio Ballerini, classe 1961, dal 1998 parroco di Lodrino, sempre in provincia di Brescia. Nel 2002 si era preso una multa per esibizionismo, nel 2006 il tribunale di Verona lo condannò a 6 mesi per lo stesso reato e la Curia, presso cui prestava servizio, lo sospese. Fu trasferito in Umbria, presso la Comunità Figli della Misericordia di Collevalenza “per un processo di rafforzamento dell’identità umana e vocazionale dei sacerdoti”. Che però non sembra essere stato di utilità, considerando che nel 2008 don Claudio è di nuovo rinviato a giudizio su denuncia di due sedicenni: in piazza Partigiani, proprio a Perugia e proprio durante il “processo di rafforzamento dell’identità”, il sacerdote si era abbandonato a plateali atti di autoerotismo. Il 30 marzo di quest’anno il giudice l’ha condannato ancora una volta a sei mesi di reclusione.

    Difficile credere alle coincidenze quando gli ultimi tre vicerettori di un seminario risultano coinvolti in casi di abusi sessuali. Eppure nessuna indagine è stata aperta dal Vaticano sul “Maria Immacolata”, per accertare la sicurezza dei bambini e dei ragazzi, sebbene fosse doverosa dopo quanto accaduto. E intanto al seminario bresciano è partito il “campo vocazionale” estivo, riservato a ragazzi di età compresa tra i 10 e i 13 anni, un’esperienza di cinque giorni a Corteno Golgi, “per conoscere meglio Gesù e la sua chiamata”. Non c’è da biasimare i genitori se l’adesione non è stata eccezionale.

    Vania Lucia Gaito

    http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/07/01/viaggio-nel-seminario-dove-i-vicerettori-commettono-abusi-sessuali/34976/

  • Il vescovo si scorda di dire che il prete pedofilo si è dichiarato colpevole in USA

    Il vescovo si scorda di dire che il prete pedofilo si è dichiarato colpevole in USA

    www.diocesimontepulciano.it/index.php/home

    Comunicato Stampa della Diocesi
    Domenica 23 Maggio 2010 16:02

    Una recente trasmissione RAI ha riproposto e amplificato il caso del sacerdote don V.B:, che è stato in servizio a questa Diocesi e che adesso è rientrato in India. La trasmissione (con immagini di un mese fa) ha posto il fatto in una cornice di pretesa volontà della Chiesa di copertura di una situazione di pedofilia da parte di un sacerdote. Le dichiarazioni proposte nella trasmissione non sostituiscono né rappresentano quanto da subito la Diocesi aveva chiarito.

    Infatti la Diocesi lo scorso 17 Aprile aveva emesso tempestivamente un comunicato relativo alla vicenda. Il Vescovo ritenne di non dare interviste perchè tutti potevano accedere al comunicato. Non sono emersi fatti nuovi e quindi la Diocesi conferma quanto già dichiarato. In breve: il sacerdote era giunto in questa Diocesi nel marzo 2008 su presentazione del Vescovo della Diocesi di Cuddapah, che dette assicurazioni – confermate da documenti – sulla non esistenza di condanne penali negli Stati Uniti a carico del sacerdote stesso. Durante il periodo di permanenza tra noi, Don V.B. ha svolto l’ufficio di viceparroco, godendo della stima della gente.

    Don V.B., ha chiesto lo scorso Aprile 2010 di rientrare nella sua Diocesi in India, dove ora si trova, continuando a proclamarsi innocente, confermando che nessuna condanna per pedofilia ha subito negli Stati Uniti ed esibendo a dimostrazione anche la documentazione giudiziaria sul suo caso, dalla quale non risulta alcuna condanna. La risonanza che il fatto ha ottenuto mette in luce ancora di più la forza di certi mezzi di comunicazione e la responsabilità di una informazione fondata, completa e non soggetta a tesi preconfezionate.

    Montepulciano, 23 maggio 2010

    Riflessione del Vescovo Rodolfo PDF Stampa
    Lunedì 24 Maggio 2010 22:35

    La redazione di questo comunicato ha richiesto l’attenzione al linguaggio tipico di questo genere letterario e per esso ho chiesto collaborazione a persone del settore. La sua forma stringata e fredda è naturalmente molto distante dal modo incisivo con cui molti sono venuti a conoscenza dell’evento. Amo personalmente un modo di comunicare ben diverso, dove si possa stare l’uno dinanzi all’altro, guardandosi in faccia, anche se non sempre è facile. Molti mi hanno chiesto di dire di più, di spiegare, di raccontare con trasparenza ciò che è avvenuto e come l’ho vissuto, personalmente e da Vescovo (che è la stessa cosa!).

    Credo che questo sia un giusto diritto specialmente di chi cerca di comprendere senza pregiudizi o preclusioni e di tutti coloro che si sono sentiti personalmente feriti dal contenuto e dal modo con cui hanno conosciuto la notizia. Lo faccio dicendo prima di tutto la sofferenza personale, che è resa più pesante dal pensare, che questo fatto e il modo distorto in cui è stato narrato, abbia messo in difficoltà la fede in Dio di qualcuno e la sua relazione con la Chiesa.

    Quello che da qualche tempo viene sottolineato e che ha elementi di verità per mettere in stato di giudizio alcuni comportamenti all’interno della Chiesa, come sottolinea il Papa Benedetto XVI, impegna alla conversione e al miglioramento. Questo impegna me, Vescovo, a vivere la mia vita nella mia Chiesa che è una realtà familiare, in cui ognuno, prima di tutto, è una persona amata da Dio, e ognuno mi è dato da amare, aiutare, correggere e salvare come un fratello o un figlio. È la base di ogni mia relazione di Vescovo, nei confronti di ogni persona, di ogni suo gesto e parola, qui e in ogni parte del mondo. Questo richiede attenzione, verità e carità.

    Ricapitolo la vicenda, dai suoi inizi ad oggi. Nel 2007 il Vescovo uscente di Cuddapah, d’accordo col nuovo Vescovo appena nominato, mi parlò di un sacerdote (don V. B.) che doveva terminare i suoi studi a Roma. Mi informò che si trovava in India e che aveva avuto delle questioni giudiziarie per un caso di violenza privata negli Stati Uniti. Mi assicurava della sua innocenza, mi proponeva di accoglierlo perché potesse terminare i suoi studi trovando un servizio di collaborazione pastorale in Diocesi. Lo accolsi e, avendo ricevuto verso la sua persona giudizi positivi, dopo qualche mese lo nominai viceparroco a Sarteano perché per quanto era dato sapere non vi è stata alcuna condanna. Tutto si è svolto alla luce del sole secondo la regolare procedura di concessione di visti e autorizzazioni delle competenti autorità statali. La mattina del 15 aprile vengo contattato dall’agenzia Ansa di Firenze che mi informa che il caso è sulla stampa e rilascio una dichiarazione che l’Ansa rilancia subito dopo. È il giorno in cui attorno alla Curia, a Sarteano e in altre località della Diocesi, si mette in moto tutta una ricerca di informazioni. Non avvezzo a questo modo un po’ aggressivo di inseguire le notizie, rispondo consegnando un esaustivo comunicato stampa e chiedo che ci si rifaccia ad esso, non avendo altro da comunicare. Vengono don V.B. e il Parroco don Fabrizio Ilari per confrontarsi con me. Confermo il comunicato e l’invito di rimandare ad esso. Informo la Congregazione per la Dottrina della Fede e mi metto in contatto con il Vescovo di Cuddapah, che essendo l’Ordinario di don V.B. ha tutta la competenza per condurre la questione. Egli consiglia di chiedere al sacerdote di rientrare in India. Don V. B. è d’accordo e mi chiede di sollevarlo dall’incarico, continuando a proclamarsi innocente e addolorato per quanto si è creato proprio nei confronti di chi lo aveva accolto e della gente per la quale aveva lavorato con dedizione. Lasciava l’Italia il 16 aprile. Quella stessa mattina era già programmato il Consiglio Presbiterale, al quale mi dovevo necessariamente recare. È proprio quando sono uscito in macchina dal cortile dell’episcopio, per andare a presiedere la riunione programmata, che la troupe Rai (di Anno Zero) ha ripreso la mia auto seguendola per qualche metro. Visto l’uso e la ricostruzione del fatto, sarebbe stato forse meglio fermarsi e riaffermare quanto già comunicato, ma lo stato d’animo in quel momento era abbastanza teso e il modo di “aspettarmi al varco”, non mi era piaciuto.

    Le altre immagini e le parole registrate e trasmesse, raccolte anche in modo discutibile, sono confuse e totalmente non condivise, legate alla responsabilità personale di chi le ha pronunciate. La vicenda si è amplificata in seguito alla trasmissione di Anno Zero nella puntata del 20 maggio e alla sua diffusione in Internet. Sempre rimandando a quanto dice il Comunicato, credo utile aggiungere qualche riflessione.
    – Credo in una informazione che non nasconda in alcun modo la verità, ma anche che sappia cercarla senza fermarsi ad affermazioni o a letture parziali di un fatto.
    – Siamo tutti (vescovo, sacerdoti, laici, persone, istituzioni…) collocati da Gesù a vivere il Vangelo in questo mondo, dentro una realtà e la viviamo come tutti, forti di grandi esempi di santità, ma purtroppo anche con la possibilità di errori, di peccato, di reati da correggere e anche da perseguire.
    – Tutto questo senza coprire o chiudere uno o due occhi, ma usando sempre carità e verità, sempre distinte e sempre collegate. Mai nessuna intenzione di nascondere, ma sempre affermare ciò che è vero, sicuro e documentato, prima di tutto nella più profonda e forte solidarietà al dolore di chi è vittima, ponendosi anche il problema di chi viene posto sotto accusa, ma non è dichiarato colpevole.

    Questi principi di comportamento richiedono di essere netti e chiari, con disponibilità e trasparenza, senza pregiudizi o tesi da imporre e difendere solo perché fanno comodo o toccano e criticano alcune realtà a noi più care.

    Carissimi tutti, sacerdoti e fedeli e anche tutti coloro che in qualche modo siate stati toccati o raggiunti da questa vicenda: è una sofferenza che ha colpito tutti e ne subiamo le conseguenze. Quanto ho detto corrisponde alla verità che ho potuto conoscere, ma c’è anche la verità di ognuno e delle relazioni di fiducia che dovrebbero animare e sostenere ogni realtà umana e ancor più cristiana, a proposito delle quali posso dire solo la mia condivisione e la mia disponibilità a approfondirle. Non posso certo raggiungere quanti raggiunti dalla vicenda via TV o Internet, ma con umiltà e fiducia offro queste parole scritte.

    Ringrazio quanti hanno voluto esprimere fiducia e aiutarmi a leggere questa vicenda, ma penso a quanti dovrei e vorrei aiutare a superare quanto è stato creato alla loro coscienza e alla loro fede e appartenenza alla Chiesa. Ho promesso ad alcuni giovani, che lo hanno chiesto, di incontrarli appena possibile. Là dove non arriva il mio tempo e la mia persona, prego Dio e ognuno di voi di operare e pregare perché questa vicenda ci aiuti a essere più forti nella verità e a servire sempre il Bene in tutto e per tutti.

    • Rodolfo, Vescovo

    www.corrieredisiena.it/news.asp?id=65

    Su Mussolini il vescovo tace.

    Dopo le dichiarazioni del segretario di Cetoloni ad “Annozero”. Ieri il comunicato per difendere il prete accusato di pedofilia.
    MONTEPULCIANO 25.05.2010
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    Nessuna dichiarazione Il vescovo Cetoloni, nel comunicato stampa pubblicato ieri nel sito internet della diocesi, non fa nessun riferimento al suo segretario che ha inneggiato al Duce

    Altro che revoca della cittadinanza onoraria al cavalier Benito Mussolini, qui ci sono nostalgici del Duce. Durante l’ultima puntata di Annozero, il programma condotto da Michele Santoro dal titolo “Peccati e Reati” incentrata sui casi di pedofilia nel clero cattolico, è andata in onda un’inchiesta girata nella curia del capoluogo poliziano, relativa al caso del prete indiano che amministrava il culto in una piccola chiesa del comune di Sarteano. Il segretario del vescovo Rodolfo Cetoloni prima ha cercato di rispondere in modo evasivo al giornalista e poi si è lasciato andare affermando: “Questa è tutta una montatura per togliere l’otto per mille alla chiesa cattolica e non potendolo fare legalmente cercano di distogliere la popolazione in altro modo….. La Rai è in mano ai comunisti, i giornali per il 90% sono in mano ai comunisti che, anche se non ci sono più sono camuffati ” e poi la conclusione “spero che ritorni il Duce, si il Duce, ci vuole il Duce per rimettere le cose a posto”. Un’affermazione incredibile. Pensavamo che il vescovo della diocesi di Montepulciano Rodoldo Cetoloni prendesse ufficialmente posizione sulle parole del suo segretario. Invece, è stato pubblicato sul sito internet della Diocesi un comunicato freddo e senza riferimenti alle parole del segretario sul duce e i giornali comunisti: “Una recente trasmissione Rai – si legge – ha riproposto e amplificato il caso del sacerdote don Vijara Bhaksar che è stato in servizio a questa Diocesi e che adesso è rientrato in India. La trasmissione (con immagini di un mese fa) ha posto il fatto in una cornice di pretesa volontà della Chiesa di copertura di una situazione di pedofilia da parte di un sacerdote. Le dichiarazioni proposte nella trasmissione non sostituiscono né rappresentano quanto da subito la Diocesi aveva chiarito. Infatti – è scritto ancora – la Diocesi lo scorso 17 aprile aveva emesso tempestivamente un comunicato relativo alla vicenda. Il vescovo ritenne di non dare interviste perchè tutti potevano accedere al comunicato. Non sono emersi fatti nuovi e quindi la Diocesi conferma quanto già dichiarato. In breve: il sacerdote era giunto in questa Diocesi nel marzo 2008 su presentazione del vescovo della Diocesi di Cuddapah, che dette assicurazioni – confermate da documenti – sulla non esistenza di condanne penali negli Stati Uniti a carico del sacerdote stesso. Durante il periodo di permanenza tra noi, don Vijara Bhaksa ha svolto l’ufficio di viceparroco, godendo della stima della gente. Don Vijara Bhaksa, ha chiesto lo scorso aprile di rientrare nella sua Diocesi in India, dove ora si trova, continuando a proclamarsi innocente, confermando che nessuna condanna per pedofilia ha subito negli Stati Uniti ed esibendo a dimostrazione anche la documentazione giudiziaria sul suo caso, dalla quale non risulta alcuna condanna. La risonanza che il fatto ha ottenuto – conclude il comunicato della Diocesi – mette in luce ancora di più la forza di certi mezzi di comunicazione e la responsabilità di una informazione fondata, completa e non soggetta a tesi preconfezionate”. Perchè vescovo Cetoloni tace sulle parole di esaltazione del duce del suo segretario?

  • Pedofilia/ Primate Irlanda: Non mi dimetto. Protestano vittime

    Pedofilia/ Primate Irlanda: Non mi dimetto. Protestano vittime

    Card. Brady su coadiutore: Ho chiesto a Papa sostegno addizionale

    Roma, 18 mag. (Apcom) – Il primate della Chiesa d’Irlanda, cardinale Sean Brady, ha deciso di non dimettersi nonostante l’accusa di aver coperto un caso di pedofilia nel 1975. Protesta un’associazione di vittime di preti pedofili.

    “Non è stata una decisione facile. Ho ascoltato molte persone, come avevo annunciato ho riflettuto, ho ascoltato dei sopravvissuti, dei preti, dei religiosi in lungo e in largo di questa diocesi ed ho deciso di continuare nel mio ruolo attuale, di svolgere la mia parte in questa diocesi”, afferma Brady a quanto riferito dalla stampa irlandese. “Voglio mantenere il ritmo verso una migliore salvaguardia dei bambini e non solo, anche verso un rinnovo della fede, che qui è essenziale ed è una grande sfida”. In una nota diffusa dall’ufficio stampa della conferenza episcopale irlandese, Brady fa implicito riferimento alla richiesta di un vescovo coadiutore che lo dovrebbe prossimamente affiancare e, a conclusione del mandato, sostituire: “Per assistermi nell’affrontare l’essenziale compito di guarigione, penitenza e rinnovo, compreso l’impegno con i sopravvissuti agli abusi, così come molte altre opportunità che la diocesi di Armagh e la Chiesa d’Irlanda deve affrontare, ho chiesto a Papa Benedetto XVI di un sostegno addizionale al mio lavoro, a livello episcopale”.

    Brady è da mesi oggetto di polemiche per aver assistito, all’epoca in cui era semplice professore di diritto canonico nel 1975, all’intervista di due vittime di un prete pedofilo alle quali, per volontà del vescovo dell’epoca, fu chiesto di mantenere il silenzio. Prima di Pasqua, il porporato non aveva escluso di dimettersi.

    Da aprile 2009 a marzo 2010 nel paese emerse 197 nuove denunce
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    Roma, 18 mag. (Apcom) – Il gruppo di vittime One in Four protesta per la decisione di non dimettersi comunicata dal card. Brady. “Afferma che si è consultato con i sopravvissuti, ma di certo non ha ascoltato quello che dicono”, afferma il direttore dell’associazione, Maeve Lewis. “I sopravvissuti in contatto con One in Four sono molto chiari nel dire che hanno bisogno di dirigenti ecclesiastici responsabili per quello che hanno fatto e capaci di dimettersi”. La decisione del primate, per il gruppo di vittime, rende difficile “ogni cambiamento reale” nella Chiesa irlandese.

    Oggi, intanto, è andato in pensione un altro vescovo irlandese. Mons. William Walsh lascia la diocesi di Killaloe per raggiunti limiti di età e viene sostituito da mons. Kieran O’Reilly, missionario e biblista. Walsh, tra i presuli irlandesi più intransigenti sullo scandalo pedofilia, è stato ringraziato dal primate Brady. “Non ha mai avuto paura di parlare apertamente e di usare il suo talento comunicativo per rivolgersi ai poveri e ai marginalizzati della nostra società o sulle questioni dell’ingiustizia e degli errori”.

    Sempre di queste ore, infine, la pubblicazione del secondo rapporto annuale del National Board for Safeguarding Children in the Catholic Church in Ireland (Nbsccci), l’organismo voluto dai vescovi del Paese per monitorare il fenomeno degli abusi sui minori commessi all’interno delle istituzioni religiose. Il rapporto rende noto che tra il primo aprile 2009 e il 31 marzo 2010 sono state fatte 197 nuove denunce. In particolare, 87 sono collegate alle diocesi, mentre le restanti 110 riguardano gli ordini religiosi. Tutte le denunce raccolte nel rapporto sono state inoltrate alle autorità civili. In tutti i casi presi in considerazione, le denunce sono state fatte da persone adulte che hanno dichiarato di aver subito abusi nel periodo dell’infanzia. Ottantatré dei presunti colpevoli di abusi risultano deceduti; dei 114 viventi, trentacinque sono stati già ridotti allo stato laicale o allontanati dagli ordini religiosi di appartenenza.

  • Saveriano condannato per pedofilia dopo gli abusi in Usa, isolato a Parma

    Saveriano condannato per pedofilia dopo gli abusi in Usa, isolato a Parma

    Saveriano condannato per pedofilia dopo gli abusi in Usa, isolato a Parma

    Don Mario Pezzotti, sacerdote bresciano, dopo gli abusi era stato inviato in Amazzonia per lavorare a contatto con bambini indio.

    E’ uno dei trenta religiosi rintracciati dall’Associeted press in una inchiesta sulle persone coinvolte negli scandali e spostati dalla Chiesa in altri Paesi. Ora si trova nella Casa madre di via Conforti e non svolge alcuna attività, ma l’associazione Prometeo insorge: “Non basta, vogliamo che sia ridotto allo stato laicale”
    di Stefania Parmeggiani

    Saveriano condannato per pedofilia dopo gli abusi in Usa, isolato a Parma La foto dalla quale è stato riconosciuto il saveriano Pezzotti

    Nomi, cognomi e storie. L’agenzia di stampa internazionale Associeted Press ha dato la caccia ai religiosi accusati di abusi sessuali su bambini in 21 paesi del mondo, trovando trenta storie di persone che, nonostante le accuse circostanziate delle vittime, hanno continuato a lavorare con i minori, sfuggendo la legge degli stati in cui avevano commesso i reati. Tra di loro anche padre Pezzotti, un saveriano di 75 anni oggi “isolato” a Parma, ma spostato dagli Usa al Brasile nonostante una condanna del 1993 e due accuse provenienti da Boston e mai chiarite.

    Joe Callander aveva 14 anni quando, nel 1959 all’interno delle mura di una missione saveriana ad Holliston nel Massachusset, fu molestato più volte e stuprato in tre occasioni. Nel 1993 la vicenda fu chiusa con il pagamento di 175mila dollari e padre Pezzotti scrisse una lettera di scuse alla sua vittima, spiegando di avere espiato la sua colpa e di essere guarito nella giungla “con l’aiuto di Dio”. In realtà, come Callander scoprì nel 2008, il religioso era stato inviato in una missione in Amazzonia a venti ore di pulman da Belem. Sul sito dei saveriani di Brescia era stata pubblicata la sua foto: l’uomo sorrideva vicino ad alcuni bambini indio.

    Non c’era nessuna prova del suo comportamento in Brasile tanto che nel 2003, dopo essere tornato in Italia, i brasiliani chiesero a Roma di rimandarlo di nuovo tra di loro. Il religioso, oggi settantacinquenne, si trova nella casa madre a Parma. I responsabili spiegano di accogliere tutti gli appartenenti all’ordine che debbano riposarsi o essere curati. Nessuno di loro, chiariscono, svolge alcuna attività pubblica. Il vicario generale, padre Luigi Menegazzo, aggiunge che l’unica attività del religioso è prendersi cura dei missionari più anziani e malati.

    Don Pezzotti, contattato dall’Ap, non ha voluto lasciare dichiarazioni: “Non vedo perché parlare di questa storia, ogni cosa si è risolta e non mi sento di aggiungere altro”. Chi, invece, non si accontenta di questo finale, è l’associazione Prometeo, da anni impegnata nella lotta contro la pedofilia. Il suo presidente Massimiliano Frassi commenta: “Chiediamo che in un momento storico particolare come questo don Pezzotti sia rimosso da ogni incarico pastorale e ridotto allo stato laicale. È impossibile per noi pensare che un soggetto simile possa rappresentare Dio tra gli uomini”.

    http://parma.repubblica.it/cronaca/2010/04/15/news/saveriano_condannato_per_pedofilia_dopo_gli_abusi_in_usa_isolato_a_parma-3372873/

  • Benedetto XVI ha fallito, i cattolici perdono la fiducia

    Benedetto XVI ha fallito, i cattolici perdono la fiducia

    LE IDEE
    Benedetto XVI ha fallito, i cattolici perdono la fiducia
    di HANS KÜNG

    Negli anni 1962-1965 Joseph Ratzinger – oggi Benedetto XVI – ed io eravamo i due più giovani teologi del Concilio. Oggi siamo i più anziani, e i soli ancora in piena attività. Ho sempre inteso il mio impegno teologico come un servizio alla Chiesa. Per questo, mosso da preoccupazione per la crisi di fiducia in cui versa questa nostra Chiesa, la più profonda che si ricordi dai tempi della Riforma ad oggi, mi rivolgo a voi, in occasione del quinto anniversario dell’elezione di papa Benedetto al soglio pontificio, con una lettera aperta. È questo infatti l’unico mezzo di cui dispongo per mettermi in contatto con voi.

    Avevo apprezzato molto a suo tempo l’invito di papa Benedetto, che malgrado la mia posizione critica nei suoi riguardi mi accordò, poco dopo l’inizio del suo pontificato, un colloquio di quattro ore, che si svolse in modo amichevole. Ne avevo tratto la speranza che Joseph Ratzinger, già mio collega all’università di Tübingen, avrebbe trovato comunque la via verso un ulteriore rinnovamento della Chiesa e un’intesa ecumenica, nello spirito del Concilio Vaticano II. Purtroppo le mie speranze, così come quelle di tante e tanti credenti che vivono con impegno la fede cattolica, non si sono avverate; ho avuto modo di farlo sapere più di una volta a papa Benedetto nella corrispondenza che ho avuto con lui.

    Indubbiamente egli non ha mai mancato di adempiere con scrupolo agli impegni quotidiani del papato, e inoltre ci ha fatto dono di tre giovevoli encicliche sulla fede, la speranza e l’amore. Ma a fronte della maggiore sfida del nostro tempo il suo pontificato si dimostra ogni giorno di più come un’ulteriore occasione perduta, per non aver saputo cogliere una serie di opportunità:
    – È mancato il ravvicinamento alle Chiese evangeliche, non considerate neppure come Chiese nel senso proprio del termine: da qui l’impossiblità di un riconoscimento delle sue autorità e della celebrazione comune dell’Eucaristia.
    – È mancata la continuità del dialogo con gli ebrei: il papa ha reintrodotto l’uso preconciliare della preghiera per l’illuminazione degli ebrei; ha accolto nella Chiesa alcuni vescovi notoriamente scismatici e antisemiti; sostiene la beatificazione di Pio XII; e prende in seria considerazione l’ebraismo solo in quanto radice storica del cristianesimo, e non già come comunità di fede che tuttora persegue il proprio cammino di salvezza. In tutto il mondo gli ebrei hanno espresso sdegno per le parole del Predicatore della Casa Pontificia, che in occasione della liturgia del venerdì santo ha paragonato le critiche rivolte al papa alle persecuzioni antisemite.
    – Con i musulmani si è mancato di portare avanti un dialogo improntato alla fiducia. Sintomatico in questo senso è il discorso pronunciato dal papa a Ratisbona: mal consigliato, Benedetto XVI ha dato dell’islam un’immagine caricaturale, descrivendolo come una religione disumana e violenta e alimentando così la diffidenza tra i musulmani.
    – È mancata la riconciliazione con i nativi dell’America Latina: in tutta serietà, il papa ha sostenuto che quei popoli colonizzati “anelassero” ad accogliere la religione dei conquistatori europei.
    – Non si è colta l’opportunità di venire in aiuto alle popolazioni dell’Africa nella lotta contro la sovrappopolazione e l’AIDS, assecondando la contraccezione e l’uso del preservativo.
    – Non si è colta l’opportunità di riconciliarsi con la scienza moderna, riconoscendo senza ambiguità la teoria dell’evoluzione e aderendo, seppure con le debite differenziazioni, alle nuove prospettive della ricerca, ad esempio sulle cellule staminali.
    – Si è mancato di adottare infine, all’interno stesso del Vaticano, lo spirito del Concilio Vaticano II come bussola di orientamento della Chiesa cattolica, portando avanti le sue riforme.
    Quest’ultimo punto, stimatissimi vescovi, riveste un’importanza cruciale. Questo papa non ha mai smesso di relativizzare i testi del Concilio, interpretandoli in senso regressivo e contrario allo spirito dei Padri conciliari, e giungendo addirittura a contrapporsi espressamente al Concilio ecumenico, il quale rappresenta, in base al diritto canonico, l’autorità suprema della Chiesa cattolica:
    – ha accolto nella Chiesa cattolica, senza precondizione alcuna, i vescovi tradizionalisti della Fraternità di S. Pio X, ordinati illegalmente al di fuori della Chiesa cattolica, che hanno ricusato il Concilio su alcuni dei suoi punti essenziali;
    – ha promosso con ogni mezzo la messa medievale tridentina, e occasionalmente celebra egli stesso l’Eucaristia in latino, volgendo le spalle ai fedeli;
    – non realizza l’intesa con la Chiesa anglicana prevista nei documenti ecumenici ufficiali (ARCIC), ma cerca invece di attirare i preti anglicani sposati verso la Chiesa cattolica romana rinunciando all’obbligo del celibato.
    – ha potenziato, a livello mondiale, le forze anticonciliari all’interno della Chiesa attraverso la nomina di alti responsabili anticonciliari (ad es.: Segreteria di Stato, Congregazione per la Liturgia) e di vescovi reazionari.

    Papa Benedetto XVI sembra allontanarsi sempre più dalla grande maggioranza del popolo della Chiesa, il quale peraltro è già di per sé portato a disinteressarsi di quanto avviene a Roma, e nel migliore dei casi si identifica con la propria parrocchia o con il vescovo locale.

    So bene che anche molti di voi soffrono di questa situazione: la politica anticonciliare del papa ha il pieno appoggio della Curia romana, che cerca di soffocare le critiche nell’episcopato e in seno alla Chiesa, e di screditare i dissenzienti con ogni mezzo. A Roma si cerca di accreditare, con rinnovate esibizioni di sfarzo barocco e manifestazioni di grande impatto mediatico, l’immagine di una Chiesa forte, con un “vicario di Cristo” assolutista, che riunisce nelle proprie mani i poteri legislativo, esecutivo e giudiziario. Ma la politica di restaurazione di Benedetto XVI è fallita. Le sue pubbliche apparizioni, i suoi viaggi, i suoi documenti non sono serviti a influenzare nel senso della dottrina romana le idee della maggioranza dei cattolici su varie questioni controverse, e in particolare sulla morale sessuale. Neppure i suoi incontri con i giovani, in larga misura membri di gruppi carismatici di orientamento conservatore, hanno potuto frenare le defezioni dalla Chiesa, o incrementare le vocazioni al sacerdozio.

    Nella vostra qualità di vescovi voi siete certo i primi a risentire dolorosamente dalla rinuncia di decine di migliaia di sacerdoti, che dall’epoca del Concilio ad oggi si sono dimessi dai loro incarichi soprattutto a causa della legge sul celibato. Il problema delle nuove leve non riguarda solo i preti ma anche gli ordini religiosi, le suore, i laici consacrati: il decremento è sia quantitativo che qualitativo. La rassegnazione e la frustrazione si diffondono tra il clero, e soprattutto tra i suoi esponenti più attivi; tanti si sentono abbandonati nel loro disagio, e soffrono a causa della Chiesa. In molte delle vostre diocesi è verosimilmente in aumento il numero delle chiese deserte, dei seminari e dei presbiteri vuoti. In molti Paesi, col preteso di una riforma ecclesiastica, si decide l’accorpamento di molte parrocchie, spesso contro la loro volontà, per costituire gigantesche “unità pastorali” affidate a un piccolo numero di preti oberati da un carico eccessivo di lavoro.

    E da ultimo, ai tanti segnali della crisi in atto viene ad aggiungersi lo spaventoso scandalo degli abusi commessi da membri del clero su migliaia di bambini e adolescenti, negli Stati Uniti, in Irlanda, in Germania e altrove; e a tutto questo si accompagna una crisi di leadership, una crisi di fiducia senza precedenti. Non si può sottacere il fatto che il sistema mondiale di occultamento degli abusi sessuali del clero rispondesse alle disposizioni della Congregazione romana per la Dottrina della fede (guidata tra il 1981 e il 2005 dal cardinale Ratzinger), che fin dal pontificato di Giovanni Paolo II raccoglieva, nel più rigoroso segreto, la documentazione su questi casi. In data 18 maggio 2001 Joseph Ratzinger diramò a tutti i vescovi una lettera dai toni solenni sui delitti più gravi (“Epistula de delictis gravioribus”), imponendo nel caso di abusi il “secretum pontificium”, la cui violazione è punita dalla la Chiesa con severe sanzioni. E’ dunque a ragione che molti hanno chiesto un personale “mea culpa” al prefetto di allora, oggi papa Benedetto XVI. Il quale però non ha colto per farlo l’occasione della settimana santa, ma al contrario ha fatto attestare “urbi et orbi”, la domenica di Pasqua, la sua innocenza al cardinale decano.

    Per la Chiesa cattolica le conseguenze di tutti gli scandali emersi sono devastanti, come hanno confermato alcuni dei suoi maggiori esponenti. Il sospetto generalizzato colpisce ormai indiscriminatamente innumerevoli educatori e pastori di grande impegno e di condotta ineccepibile. Sta a voi, stimatissimi vescovi, chiedervi quale sarà il futuro delle vostre diocesi e quello della nostra Chiesa. Non è mia intenzione proporvi qui un programma di riforme. L’ho già fatto più d’una volta, sia prima che dopo il Concilio. Mi limiterò invece a sottoporvi qui sei proposte, condivise – ne sono convinto – da milioni di cattolici che non hanno voce.
    1. Non tacete. Il silenzio a fronte di tanti gravissimi abusi vi rende corresponsabili. Al contrario, ogni qualvolta ritenete che determinate leggi, disposizioni o misure abbiano effetti controproducenti, dovreste dichiararlo pubblicamente. Non scrivete lettere a Roma per fare atto di sottomissione e devozione, ma per esigere riforme!
    2. Ponete mano a iniziative riformatrici. Tanti, nella Chiesa e nell’episcopato, si lamentano di Roma, senza però mai prendere un’iniziativa. Ma se oggi in questa o quella diocesi o comunità i parrocchiani disertano la messa, se l’opera pastorale risulta inefficace, se manca l’apertura verso i problemi e i mali del mondo, se la cooperazione ecumenica si riduce a un minimo, non si possono scaricare tutte le colpe su Roma. Tutti, dal vescovo al prete o al laico, devono impegnarsi per il rinnovamento della Chiesa nel proprio ambiente di vita, piccolo o grande che sia. Molte cose straordinarie, nelle comunità e più in generale in seno alla Chiesa, sono nate dall’iniziativa di singole persone o di piccoli gruppi. Spetta a voi, nella vostra qualità di vescovi, il compito di promuovere e sostenere simili iniziative, così come quello di rispondere, soprattutto in questo momento, alle giustificate lagnanze dei fedeli.
    3. Agire collegialmente. Il Concilio ha decretato, dopo un focoso dibattito e contro la tenace opposizione curiale, la collegialità dei papi e dei vescovi, in analogia alla storia degli apostoli: lo stesso Pietro non agiva al di fuori del collegio degli apostoli. Ma nel periodo post-conciliare il papa e la curia hanno ignorato questa fondamentale decisione conciliare. Fin da quando, a soli due anni dal Concilio e senza alcuna consultazione con l’episcopato, Paolo VI promulgò un’enciclica in difesa della discussa legge sul celibato, la politica e il magistero pontificio ripresero a funzionare secondo il vecchio stile non collegiale. Nella stessa liturgia il papa si presenta come un autocrate, davanti al quale i vescovi, dei quali volentieri si circonda, figurano come comparse senza diritti e senza voce. Perciò, stimatissimi vescovi, non dovreste agire solo individualmente, bensì in comune con altri vescovi, con i preti, con le donne e gli uomini che formano il popolo della Chiesa.
    4. L’obbedienza assoluta si deve solo a Dio. Voi tutti, al momento della solenne consacrazione alla dignità episcopale, avete giurato obbedienza incondizionata al papa. Tuttavia sapete anche che l’obbedienza assoluta è dovuta non già al papa, ma soltanto a Dio. Perciò non dovete vedere in quel giuramento a un ostacolo tale da impedirvi di dire la verità sull’attuale crisi della Chiesa, della vostra diocesi e del vostro Paese. Seguite l’esempio dell’apostolo Paolo, che si oppose a Pietro “a viso aperto, perché evidentemente aveva torto” (Gal. 2,11). Può essere legittimo fare pressione sulle autorità romane, in uno spirito di fratellanza cristiana, laddove queste non aderiscano allo spirito del Vangelo e della loro missione. Numerosi traguardi – come l’uso delle lingue nazionali nella liturgia, le nuove disposizioni sui matrimoni misti, l’adesione alla tolleranza, alla democrazia, ai diritti umani, all’intesa ecumenica e molti altri ancora hanno potuto essere raggiunti soltanto grazie a una costante e tenace pressione dal basso.
    5. Perseguire soluzioni regionali: il Vaticano si mostra spesso sordo alle giustificate richieste dei vescovi, dei preti e dei laici. Ragione di più per puntare con intelligenza a soluzioni regionali. Come ben sapete, un problema particolarmente delicato è costituito dalla legge sul celibato, una norma di origine medievale, la quale a ragione è ora messa in discussione a livello mondiale nel contesto dello scandalo suscitato dagli abusi. Un cambiamento in contrapposizione con Roma appare pressoché impossibile; ma non per questo si è condannati alla passività. Un prete che dopo seria riflessione abbia maturato l’intenzione di sposarsi non dovrebbe essere costretto a dimettersi automaticamente dal suo incarico, se potesse contare sul sostegno del suo vescovo e della sua comunità. Una singola Conferenza episcopale potrebbe aprire la strada procedendo a una soluzione regionale. Meglio sarebbe tuttavia mirare a una soluzione globale per la Chiesa nel suo insieme. Perciò
    6. si chieda la convocazione di un Concilio: se per arrivare alla riforma liturgica, alla libertà religiosa, all’ecumenismo e al dialogo interreligioso c’è stato bisogno di un Concilio, lo stesso vale oggi a fronte dei problemi che si pongono in termini tanto drammatici. Un secolo prima della Riforma, il Concilio di Costanza aveva deciso la convocazione di un concilio ogni cinque anni: decisione che fu però disattesa dalla Curia romana, la quale anche oggi farà indubbiamente di tutto per evitare un concilio dal quale non può che temere una limitazione dei propri poteri. È responsabilità di tutti voi riuscire a far passare la proposta di un concilio, o quanto meno di un’assemblea episcopale rappresentativa.
    Questo, a fronte di una Chiesa in crisi, è l’appello che rivolgo a voi, stimatissimi vescovi: vi invito a gettare sulla bilancia il peso della vostra autorità episcopale, rivalutata dal Concilio. Nella difficile situazione che stiamo vivendo, gli occhi del mondo sono rivolti a voi. Innumerevoli sono i cattolici che hanno perso la fiducia nella loro Chiesa; e il solo modo per contribuire a ripristinarla è quello di affrontare onestamente e apertamente i problemi, per adottare le riforme che ne conseguono. Chiedo a voi, nel più totale rispetto, di fare la vostra parte, ove possibile in collaborazione con altri vescovi, ma se necessario anche soli, con apostolica “franchezza” (At 4,29.31). Date un segno di speranza ai vostri fedeli, date una prospettiva alla nostra Chiesa.
    Vi saluto nella comunione della fede cristiana.
    (15 aprile 2010)

    http://www.repubblica.it/esteri/2010/04/15/news/hans_kung-3359034/

  • L’Economist: “il Vaticano grida troppo al complotto”

    L’Economist: “il Vaticano grida troppo al complotto”

    “La propensione al complotto non è di alcun aiuto per l’immagine del Vaticano”. L’ha scritto oggi l’Economist (1), che non ha risparmiato critiche anche all’Italia: “la ricerca di secondi fini da parte del Vaticano è in sintonia con la cultura politica italiana, con il suo amore per la dietrologia. Così come c’è la tendenza degli accusati, negli scandali, ad assumere il ruolo di vittima (il primo ministro Silvio Berlusconi ha usato con successo entrambe le tattiche). Nonostante le origini tedesche dell’attuale papa, molte caratteristiche del Vaticano riflettono ancora il paese in cui ha la sede”. Secondo il quotidiano inglese, l’irrituale intervento del card. Sodano prima della messa pasquale ha ricordato a tutti che il Vaticano “non è uno stato democratico o una società multinazionale, ma una sorta di monarchia assoluta”.

    Non accenna comunque a diminuire il flusso di segnalazioni di nuovi e vecchi abusi compiuti da sacerdoti. Il Fatto Quotidiano (2) ha dedicato oggi un articolo di Giorgio Mazzola alla vicenda di don Ilario Rolle, prete anti-pedofili condannato per pedofilia. Dal Brasile arriva invece la notizia dell’arresto di un sacerdote tedesco, Benedikt Lennartz, che sul web si fingeva un quattordicenne per adescare minorenni. Anche il vicario di Roma, il cardinale Agostino Vallini, è finito in mezzo alle polemiche: è stato accusato sul Messaggero da una delle presunte vittime di don Marco Agostini di non aver denunciato l’ex parroco di Pomezia (Roma), che fu invece trasferito ad Assisi, dove poté entrare in contatto con altri giovani. Vallini, come riporta il sito dell’Agenzia SIR (3), ha rivendicato il proprio rigore, pur non smentendo i fatti contestati.

    (1) http://www.economist.com/world/internation…e=hptextfeature
    (2) http://antefatto.ilcannocchiale.it/glamwar…8&title=2468188
    (3) http://www.agensir.it/pls/sir/V2_S2DOC_B.q…qefjk&quantita=

    http://www.uaar.it/news/2010/04/08/economist-il-vaticano-grida-troppo-al-complotto/

  • Trovato padre Mario Pezzotti dopo 2 anni. E’ in Italia!

    Trovato padre Mario Pezzotti dopo 2 anni. E’ in Italia!

    Vi ricordate di lui?

    Ne parlammo qualche tempo fa, dopo che grazie all’amico Bill” fummo in grado di scovare, beato e pacifico a Vicenza, don Tully, pardon, il sig. Tully, ex prete, ridotto allo stato laicale dopo la denuncia che ne scaturì.

    Tully infatti era un pedofilo, con lunghi anni di attività alle spalle e Bill, una delle sue vittime, sicuramente la più coraggiosa visto quanto ha fatto ed ha affrontato per riavere giustizia.

    Bill ci segnalò anche don Pezzotti, italiano, italianissimo (di Brescia….), pedofilo che anziché essere stato spostato, che ne so, in una casa di riposo, finì tra gli indios, in Brasile, in una tribù dove i bimbi vanno in giro nudi. E lui beato si faceva fotografare con loro, apparendo così sul bollettino pastorale della sua congregazione.

    Pezzotti è tornato in Italia. È a Parma, nella casa dei padri saveriani (stesso ordine di appartenenza di Tully) e si coccupa di adulti (“non ha contatti con bambini” rispondono dalla casa madre) ed ora che grazie a Bill e ad un giornalista della Associated Press, che hanno dedicato gli ultimi mesi a cercarlo, andando finanche in Brasile per raccogliere testimonianze, possiamo tornare a parlarne ed a chiedere ad alta voce che si intervenga su di lui, ridicendolo allo stato laicale.

    Nell’ottica di una pulizia assolutamente necessaria.
    Sia questa l’occasione per la Santa Sede per dimostrare, con i fatti, la sua voglia di pulizia, rinascita e vicinanza alle vere vittime……
    p.s. da oggi la notizia esploderà su tutti i media americani, che riporteranno queste foto!
    p.p.s.: l’investigazione della Associated Press non si è fermata a lui: ha scovato 30 preti scappati dagli Usa e rifugiati in posti che li mettessero a contatto con i bambini, spesso nelle missioni dove molti di loro son tornati ad abusare.

    Callander says he was 14 when he was raped three times and abused on other occasions in 1959 at the now-closed Xaverian Missionary Faith High School in Holliston, Mass. The Xaverians settled the case for $175,000 in 1993. At least two other accusations of sexual abuse were leveled against Pezzotti in the Boston area.

    In the meantime, from 1970 to 2003, Pezzotti was in Brazil, where he worked with the Kayapo Indians.

    In a handwritten note of apology to Callander in January 1993, Pezzotti said he had cured himself in the jungle.

    “I asked to leave Holliston and go to Brazil to change my life and begin a new life. Upon arrival in Brazil, confiding in God’s mercy, I owned up to the problem,” Pezzotti wrote. “With divine help, I overcame it.”

    There is no evidence that Pezzotti, now 75, abused children in Brazil, which has more Catholics than any other nation. Brazilian law enforcement officials said they were unaware of any complaints about him.

    The Rev. Robert Maloney, provincial of the Xaverians who worked closely on Callander’s settlement, said Pezzotti was allowed to stay in Brazil for another decade and work with children after a psychological evaluation. He added that a Xaverian investigation into Pezzotti and his work in Brazil turned up nothing.

    After Pezzotti returned to Italy in 2003, “he was constantly being asked for by Brazil and by the people he worked with,” Maloney added.

    In 2008, Pezzotti returned to Brazil. A few months later, Callander saw the photos of him on the Internet and complained to the church. The priest was quickly sent back to Italy.

    The Xaverian vicar general, Rev. Luigi Menegazzo, said Pezzotti works at Xaverian headquarters in Parma tending to sick and elderly priests. Asked if Pezzotti had any contact with children or public parish work, he said, “Absolutely in no way.”

    Reached by telephone, Pezzotti said only: “I don’t see why I have to talk about it. Everything was resolved and I don’t feel like talking.”

  • Il caso don Cini visto da Malta

    Il caso don Cini visto da Malta

    Il caso don Cini visto da Malta
    La traduzione dell’articolo è quella di google, per cui è largamente imperfetta.

    www.independent.com.mt/news.asp?newsitemid=100959

    Curia silent on paedophile priest’s appointment in Malta
    by DAVID LINDSAY

    The Archbishop’s Curia this week chose to remain silent about the nature of the appointment given to a Maltese priest in Malta in the mid-1990s who was convicted of paedophilia in Italy in 2004.

    While acknowledging that Fr Felix Cini had served in Malta between 1995 and 1996, and insisting that he had not returned to Malta since the conclusion of Italian court action against him 2004, the Curia refused to answer questions on where he had served in Malta, and in what capacity.

    In a right of reply (see letter on page 25) to last week’s front page story exposing how the appointment of the Maltese Fr Felix Cini to a parish in Cercemaggiore, in the diocese of Campobasso, had caused a split in the community after parishioners discovered gruesome details of the priest’s conviction and subsequent plea bargain on paedophilia charges, the Maltese Curia states, “The priest involved was ordained and incardinated in a diocese in Italy. Therefore, he is not a member of the Maltese Diocese and does not fall under the discipline of the authorities of this Diocese.”

    The Curia also clarifies that, “On his request, prior to the alleged charges, he served in Malta for less than a year between 1995 and 1996 and then returned to Italy. Since 2004, he was never assigned any pastoral ministry in Malta and did not even return to the island.”

    The replies, however, raise more questions than answers. Subsequent questions sent to the Curia, however, were only answered with a terse statement to the effect that, “At this stage we insist on our right of reply.”

    Most pertinent of all, The Malta Independent on Sunday had posed the question of where and in what capacity had the priest served in Malta between 1995 and 1996, and whether any background checks had been carried out prior to his service in Malta.

    It was a relatively short time span between 1996 and the end of 2002, when the Italian investigation into Fr Cini began. And the Curia’s reluctance to answer the question of where and in what capacity he had served in Malta fails to do justice to Maltese parents, who, it could be convincingly argued, have a right to such information so as to try to determine if their own children, who are generally reticent for a number of reasons about coming forward with such information, had been subject to undue attention as the Italian children had been.

    The Curia’s statement that since 2004 the priest had not been assigned a pastoral ministry in Malta appears to imply that he had in fact been assigned a pastoral ministry between 1995 and 1996, but a request for clarification along such lines was also unanswered.

    The Curia’s statement that the priest had not returned to Malta since 2004 also raises questions, mainly over whether the Maltese Church had been in contact with the priest to ascertain such information, short of which such a statement would be inexplicable, but questioning along such lines was also stonewalled.

    An Italian investigation into Fr Cini had begun in late 2002, just six years after he had served in Malta, and after 17 children aged between 10 and 14 years of age reported having received undue attention at the hands of the priest.

    Charges were filed in 2003 and Fr Cini eventually submitted a plea bargain in 2004, avoiding a lengthy trial and a possible prison sentence, and instead being landed with a two and a half year sentence in a special community.

    The proper Italian legal term used is ‘patteggiamento’ – in other words he accepted the sentence to shorten the trial. Later he said that he was advised to do so, even though he felt he was innocent and that it was a case of mistaken identity.

    He claimed that unnamed ‘political pressure’ was brought to bear upon him to make him take this legal way. His claim was met with rather widespread scepticism.

    Although a number of Italian media reports claim he had returned to Malta for some time following the sentencing, the Maltese Curia insists that he has not returned to Malta since 2004.

    The abuse took place while Fr Cini was in Comunità Siloe in Sasso d’Ombrone in the commune of Cinigiano near Grosseto.

    During the investigation, all 17 children, accompanied by their parents, testified to “undue attention” received from the priest. Two computers were also taken from him and police investigators claimed they found a history of porno-paedophile web pages having been accessed.

    After being posted to Cercemaggiore, the people of the small community were outraged to find out through the Internet, and through a local paper, about the murky past of the new priest in their parish.

    Some of the people were aghast that such a priest had been thrust upon them without them receiving any warning, but others objected to the protest.

    They claimed that, in the months he has been in the new parish, he has succeeded in attracting more and more young people to the church. A candlelight protest was held, attended by many people, and 3,000 signed a petition asking the bishop to let him remain there. It was also claimed that, ever since he came to Cercemaggiore, his behaviour had been “impeccable”.

    Archbishop of Campobasso-Bojano, Monsignor GianCarlo Bregantini, has announced that the priest is being sent elsewhere, thus closing the issue, at least in his diocese.

    Curia tace su nomina prete pedofilo a Malta
    by DAVID LINDSAY by David Lindsay

    La curia arcivescovile di questa settimana ha scelto di rimanere in silenzio circa la natura della nomina data ad un sacerdote maltese a Malta a metà degli anni 1990, che è stato condannato per pedofilia in Italia nel 2004.

    Pur riconoscendo che Don Felice Cini aveva prestato servizio a Malta tra il 1995 e il 1996, e insistendo sul fatto che non era tornato a Malta dopo la conclusione di un’azione legale contro di lui italiane 2004, la Curia ha rifiutato di rispondere alle domande su dove aveva servito a Malta, e In quanto capacità.

    In un diritto di replica (vedi lettera a pagina 25) alla storia della scorsa settimana prima pagina di esporre come la nomina del maltese don Felice Cini di una parrocchia a Cercemaggiore, nella diocesi di Campobasso, aveva provocato una spaccatura all’interno della comunità, dopo parrocchiani scoperto dettagli raccapriccianti della condanna del sacerdote e successive patteggiamento con l’accusa di pedofilia, il maltese Stati Curia, “Il prete coinvolto è stato ordinato e incardinato in una diocesi in Italia. Pertanto, non è un membro della Diocesi maltesi e non ricade sotto la disciplina delle autorità di questa diocesi “.

    La Curia chiarisce inoltre che, “su sua richiesta, prima che le accuse contestate, ha servito a Malta per meno di un anno tra il 1995 e il 1996, e poi ritorno in Italia. Dal 2004, non fu mai assegnato alcun ministero pastorale a Malta e non ha neanche ritorno per l’isola “.

    Successive domande inviate alla Curia, però, erano solo risposto con una dichiarazione concisa nel senso che, “In questa fase noi insistiamo sul nostro diritto di replica”.

    Più pertinente di tutti, The Malta Independent di Domenica aveva posto la questione di dove e in quale veste il sacerdote aveva servito a Malta tra il 1995 e il 1996, e se tutti i controlli di fondo era stata effettuata prima del suo servizio a Malta.

    E la riluttanza della Curia di rispondere alla domanda di dove e in quale veste, egli aveva prestato servizio a Malta non rende giustizia ai genitori maltesi, che potrebbe essere sostenuto in modo convincente, hanno diritto a tali informazioni in modo da cercare di determinare se la propria bambini, che sono in genere restii per una serie di ragioni di venire in avanti con tali informazioni, era stato oggetto di un’attenzione eccessiva, come i bambini italiani erano stati.

    La dichiarazione della Curia che dal 2004 il sacerdote non era stato assegnato un ministero pastorale a Malta sembra implicare che ha di fatto era stato assegnato un ministero pastorale tra il 1995 e il 1996, ma una richiesta di chiarimenti lungo queste linee è stato anche senza risposta.

    La dichiarazione della Curia che il prete non era tornato a Malta dal 2004, solleva anche questioni, soprattutto sulla questione se il Maltese Chiesa era stata in contatto con il sacerdote a conoscere tali informazioni, a corto di cui tale dichiarazione sarebbe inspiegabile, ma interrogatorio lungo tali linee è stato anche ostruzionismo.

    Un’indagine italiana in P. Cini aveva iniziato alla fine del 2002, a soli sei anni dopo che aveva servito a Malta, e dopo 17 bambini di età compresa tra i 10 ei 14 anni di età hanno riferito di aver ricevuto un’attenzione eccessiva a mani del sacerdote.

    Gli oneri sono stati presentati nel 2003 e P. Cini infine presentato un patteggiamento nel 2004, evitando un processo lungo e una possibile condanna carcere, e invece di essere atterrato con un due e una condanna a sei mesi in una comunità speciale.

    Il corretto italiano termine giuridico utilizzato è ‘patteggiamento’ – in altre parole, ha accettato la condanna per abbreviare il processo. Più tardi disse che gli fu consigliato di farlo, anche se si sentiva che era innocente e che si trattava di un caso di identità sbagliata.

    Egli ha affermato che la pressione senza nome ‘politico’ è stata esercitata su di lui per fargli prendere in questo modo legale. La sua richiesta è stata accolta con scetticismo piuttosto diffusa.

    Sebbene un certo numero di italiani rapporti dei media sostengono che era tornato a Malta per un certo tempo dopo la condanna, il maltese Curia insiste sul fatto che egli non è tornato a Malta dal 2004.

    L’abuso ha avuto luogo mentre don Cini era in Comunità Siloe a Sasso d’Ombrone, nel comune di Cinigiano vicino a Grosseto.

    Durante l’inchiesta, tutti i 17 bambini, accompagnati dai loro genitori, ha testimoniato di “un’attenzione eccessiva”, ha ricevuto dal sacerdote. Due computer sono stati presi da lui e gli investigatori hanno trovato la polizia ha sostenuto una storia di pagine web porno-pedofilia hanno stata letta.

    Dopo essere stato inviato a Cercemaggiore, la gente della piccola comunità si sono indignati per scoprire attraverso Internet, e attraverso un giornale locale, il passato torbido del nuovo parroco nella loro parrocchia.

    Alcune delle persone erano arrabbiati perché un tale prete era stata spinta su di loro senza che essi ricevono alcun preavviso, ma altri hanno contestato la protesta.

    Essi hanno affermato che, nei mesi che è stato nella nuova parrocchia, è riuscito ad attirare sempre più giovani alla Chiesa. Una protesta a lume di candela si è tenuta, alla presenza di molte persone, e 3.000 hanno firmato una petizione per chiedere al vescovo di farlo rimanere lì. E ‘stato inoltre affermato che, fin da quando era venuto a Cercemaggiore, il suo comportamento era stato “impeccabile”.

    Arcivescovo di Campobasso-Bojano, Mons. Giancarlo Bregantini, ha annunciato che il sacerdote è stato inviato altrove, chiudendo così la questione, almeno nella sua diocesi.

    http://mickeymalta.wordpress.com/2010/03/2…int-kidding-me/

    Recently, The Malta Independent on Sunday ran a number a stories about Fr Felix Cini who is a “Coespicua-born Maltese priest serving in Italy implicated in and condemned on paedophilia charges”. Both The Curia and Mrs Carmen Zammit have nothing to say about this issue. I reiterate. This is not a petty crime we’re talking about. It’s the most gruesome act a person can ever perform. But in reality, who can expect a strong believer to challenge his or her religious leaders? What if she’ll be condemned to eternal damnation by her all loving God for doing her job?

    Di recente, The Malta Independent di Domenica gestiva un numero a storie di don Felice Cini, che è un Coespicua “nato sacerdote maltese in servizio in Italia e condannato in implicati con l’accusa di pedofilia”. Questa non è una piccola criminalità di cui stiamo parlando. E ‘l’atto più orribile che una persona possa mai realizzare. Ma in realtà, che può aspettarsi un credente forte per sfidare il suo leader religiosi? Che cosa succede se lei sarà condannato alla dannazione eterna dalla sua tutte le amare Dio per fare il suo lavoro?