La prima sezione penale della corte d’appello di Caltanissetta ha condannato a tre anni di reclusione don Giuseppe Rugolo, sacerdote accusato di violenza sessuale su minorenni.
I giudici hanno applicato l’attenuante della tenuità del fatto per due delle vittime individuate, rideterminando la sentenza di primo grado che era stata di quattro anni e sei mesi.
L’impianto dell’accusa ha retto anche in appello, come la credibilità di Antonio Messina, il giovane archeologo sulla cui denuncia è stato incardinato il processo. La Corte d’appello ha estromesso la diocesi di Piazza Armerina dalla responsabilità civile.
La sentenza è arrivata dopo le repliche dei difensori del sacerdote, presente all’udienza che, ancora una volta hanno criticato la sentenza di primo grado e accusato la stampa di avere condotto un processo mediatico contro don Rugolo. In aula anche le parti civili con Antonio Messina, assistito dall’avvocato Eleanna Parasiliti Molica , i genitori del Messina, con l’avvocato Giovanni Di Giovanni e le associazioni Contro tutte le violenze e Rete l’Abuso con gli avvocati Irina Mendolia e Mario Caligiuri sostituito da Giuseppe Messina del foro di Gela.
“Ho sempre voluto solo ed esclusivamente giustizia – dice Antonio Messina – C’è una condanna che viene confermata del resto deve ancora partire il processo al vescovo Gisana e al vicario giudiziale Vincenzo Murgano per falsa testimonianza.
Comunque gli abusi sono stati riconosciuti sia in primo grado che in secondo grado. Mi auguro che questo sia di monito per altri giovani che vogliano denunciare ai quali dico di non denunciare ai servizi per la tutela dei minori considerato il fatto che uno degli avvocati del sacerdote condannato fa parte della commissione tutela minori di Ferrara e difende un prete pedofilo”.
“Per quanto attiene la posizione del mio assistito – ha detto l’avvocato Parasiliti Molica – l’impianto accusatorio è stato interamente confermato sopratutto ancora una volta vince la credibilità di Antonio”.
“Aspettiamo le motivazioni e valuteremo se ricorrere in cassazione per alcuni aspetti che non convincono”, ha detto il sostituto procuratore Gaetano Bono.
Tre anni e 8 mesi per violenza sessuale aggravata. E’ la condanna inflitta dalla Corte d’appello di Firenze a Emanuele Dondoli, l’ex prete accusato di aver abusato di una parrocchiana, affetta da disturbi della personalità.
I giudici della seconda sezione hanno confermato il risarcimento non solo a favore della donna (assistita dall’avvocato Elisabetta Renieri) ma anche dell’arcidiocesi di Firenze, a cui andrà l’indennizzo simbolico di 1 euro, come aveva chiesto l’avvocato Paolo Ghetti. Il pg Sergio Affronte, oggi nel corso delle repliche, aveva chiesto un ricalcolo della pena di 4 anni e 4 mesi inflitta in primo grado con rito abbreviato a Firenze, perché era stata applicata la legge sul codice rosso ancora non entrata in vigore al momento dei fatti contestati.
Dondoli, sacerdote dal 1998 e parroco dal 1992, secondo l’accusa avrebbe abusato della giovane che in un momento di fragilità e confusione, a causa della malattia di un familiare e la perdita di una persona cara, aveva cercato conforto in chiesa. Era convinta di essere posseduta dal demonio, hanno ricostruito le indagini, e si era rivolta al religioso che conosceva da tempo. Per l’accusa, tra marzo e giugno 2018, l’ex prete le avrebbe impartito “benedizioni risolutive per il malessere” compiendo, in realtà, abusi sessuali in sagrestia. Infine, le avrebbe consigliato di rivolgersi a un esorcista.
Dondoli è stato già condannato in via definitiva dal tribunale ecclesiastico alle dimissioni dallo stato clericale. Commenta l’avvocato Ghetti: “L’arcidiocesi di Firenze non si è mai tirata indietro di fronte a reati così odiosi compiuti all’interno della propria famiglia“.
Il mistero Zanchetta continua. All’inizio del mese si è tornati a parlare del vescovo emerito di Orán per la conferma della condanna pronunciata dalla corte d’appello di Salta: quattro anni e sei mesi di reclusione per abuso sessuale continuato ai danni di due seminaristi e aggravato dal fatto che è stato commesso da un ministro di culto. I giudici Virginia Solórzano e Pablo Arancibia hanno respinto il ricorso presentato dai legali di Zanchetta contro la sentenza del 2022 del tribunale di prima istanza di Orán.
La corte d’appello ha avvalorato le testimonianze delle vittime ritenendole «un elemento incriminante di grande valore, in quanto i loro racconti sono coerenti e forniscono dettagli sulle situazioni in cui si trovavano». Un riconoscimento importante per i due giovani che, oltre al trauma degli abusi, in questi anni hanno dovuto fare i conti con un clima non facile che li ha indotti a perdere la vocazione. Uno di loro, orfano, poverissimo e con l’unico genitore malato, ha manifestato tutta la sua rabbia per l’atteggiamento delle autorità ecclesiastiche, in particolare di monsignor Luis Antonio Scozzina, successore del vescovo condannato ad Orán. «Ho sempre pensato e presumibilmente ci hanno insegnato che i vescovi sono successori degli apostoli e quindi devono continuare con l’annuncio profetico e non essere successori di Pilato nel lavarsi le mani», si è lamentato coi suoi amici virtuali una delle vittime.
L’ex seminarista si è fatto un’idea precisa del perché sia stato così difficile per Scozzina “scaricare” del tutto Zanchetta nonostante le testimonianze contro di lui e l’indirizzo preso da processo: «la Chiesa ha così tante regole, leggi, regolamenti, diritti canonici e rubriche per i suoi fedeli. Ma quando c’è un amico che è vestito di bianco si omettono tutte», si è sfogato il giovane. Inutile negarlo: l’elefante nella stanza del caso Zanchetta è proprio la sua amicizia con il Papa.
Uno degli snodi principali di questa vicenda c’è stato nel dicembre 2017 con la nomina del presule argentino, cinque mesi dopo le sue misteriose dimissioni dalla guida della diocesi di Orán, ad assessore dell’Apsa (l’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica). Una carica inventata ad hoc per lui e senza alcun potere, come ammesso dalla stessa Santa Sede («incarico che non prevede comunque responsabilità di governo del Dicastero», si giustificò più tardi la Sala Stampa).
Nel gennaio del 2019, poco dopo le prime rivelazioni fatte dalla giornalista Silvia Noviasky, che su “El Tribuno” ha seguito più di tutti il caso, la comunicazione vaticana sostenne che all’epoca della nomina all’Apsa si conoscevano le accuse di autoritarismo, ma non quelle di abusi sessuali. Una versione messa in grossa difficoltà un mese dopo da un documento pubblicato da Noviasky e risalente al 22 aprile del 2016 in cui due vicari generali, il rettore del seminario e altri due monsignori denunciavano formalmente, su richiesta dell’allora nunzio apostolico in Argentina monsignor Emil Paul Tscherrig (poi trasferito in Italia e creato cardinale), gli strani atteggiamenti di Zanchetta nei confronti dei seminaristi (preferenze per i più attraenti, richieste di massaggi, ingressi nelle loro stanze) e facevano riferimento ad una prima segnalazione interna del settembre del 2015 a seguito del ritrovamento casuale da parte del segretario cancelliere della diocesi, Luis Diaz, di fotografie ritraenti Zanchetta nudo e mentre si masturbava. I vicari generali hanno poi presentato una nuova denuncia nel 2017, parlando questa volta di veri e propri abusi sessuali.
Alla Nuova Bussola risulta che al tempo della chiamata in Vaticano, il Papa manifestava anche in privato la convinzione dell’innocenza del suo amico argentino, credendo alla versione fornitagli di fotografie ritoccate per metterlo in difficoltà evocata pubblicamente in un’intervista a Televisa. Al tempo stesso, però, Francesco non avrebbe nutrito alcuna fiducia nei confronti delle sue capacità gestionali per via delle accuse di tipo economico che si aggiungevano al bagaglio di ombre sulla sua esperienza ad Oràn ed avrebbe sconsigliato qualsiasi suo coinvolgimento sul piano decisionale. Per questo motivo la scelta di un incarico che, come aveva voluto precisare la Santa Sede, non prevedeva «responsabilità di governo». È un dato di fatto che il periodo in cui Zanchetta ricoprì l’incarico in Curia coincida con lo sviluppo delle indagini in Argentina su di lui, non senza tensioni con la magistratura argentina che lamentava la difficile reperibilità dell’imputato.
Nel settembre del 2021 l’addio formale al posto all’Apsa e pochi mesi più tardi la condanna a quattro anni e sei mesi ora confermata dalla corte d’appello. Tradotto in carcere dopo la condanna, Zanchetta ci è rimasto per quattro mesi ed ha poi ottenuto gli arresti domiciliari per motivi di salute, prima in una clinica privata e poi addirittura in un monastero. Il suo trasferimento al monastero Nuestra Señora del Valle, luogo situato nella stessa diocesi in cui si sono svolti i fatti che lo hanno portato alla condanna, ha provocato le proteste dei fedeli che hanno fatto appelli al vescovo Scozzina ma lamentano di non essere stati ascoltati.
Il quadro clinico di Zanchetta non ha solamente impedito la sua permanenza in prigione ma è anche al centro dell’ennesimo capitolo misterioso di questa vicenda. Lo scorso novembre, infatti, siamo stati informati dall’Argentina che il vescovo condannato aveva chiesto ed ottenuto dalla corte d’appello – dopo il no del tribunale di primo grado – il permesso di lasciare il Paese per raggiungere Roma e ricevere cure mediche nella capitale, presumibilmente per un intervento chirurgico. Una fonte vicina ad ambienti giudiziari argentini ci ha riferito che Zanchetta avrebbe ottenuto il permesso per sottoporsi probabilmente ad un intervento chirurgico al Policlinico Gemelli, l’ospedale dei papi. Il presule continua ad essere iscritto al Fas, il Fondo Assistenza Sanitaria vaticano.
Non è stato reso noto quale sia la malattia del presule che renderebbe inevitabile un intervento fuori dall’Argentina, ma in passato il rilascio dal carcere e lo spostamento alla clinica privata erano stati possibili per problemi di ipertensione. Alla Nuova Bussola risulta che Zanchetta avrebbe chiesto alla giustizia argentina di andare al Gemelli per risolvere i problemi cardiaci di cui soffrirebbe. Se tra il 2017 e il 2020 era facile imbattersi nel vescovo all’interno del piccolo Stato, specialmente nella residenza Santa Marta in cui viveva, questo suo ritorno a Roma sembra avvenuto all’insegna del massimo riserbo. Nulla si sa del suo eventuale ricovero al Gemelli, ospedale in cui effettivamente ci risulta essere stato in cura fino al 2021. Fonti vicine agli ambienti giudiziari argentini ci hanno informato che i giudici attendono il suo ritorno in patria questa settimana. La conferma della sentenza, dunque, sarebbe avvenuta mentre il vescovo si trovava in Italia grazie al permesso della stessa corte d’appello che ha ribadito la sua condanna.
Molti fedeli di Orán, intanto, continuano ad essere sul piede di guerra anche di fronte alla prospettiva che Zanchetta torni a scontare la sua pena all’interno di un monastero della sua ex diocesi, in quegli stessi locali in cui viveva un missionario sardo firmatario di una lettera contro la condotta dell’allora vescovo.
L’arcidiocesi di New York potrebbe essere costretta alla bancarotta se al suo principale assicuratore verrà consentito di non assumersi alcuna responsabilità finanziaria in migliaia di cause legali per abusi sessuali su minori, hanno detto gli avvocati delle vittime.
Martedì, il Primo Dipartimento della Corte d’appello statale ha annullato una sentenza che respingeva l’affermazione della Chubb Insurance secondo cui le sue polizze non coprivano le denunce di abusi sessuali su minori che i leader della chiesa avevano consentito e nascosto per decenni.
Se Chubb e le altre compagnie assicurative saranno fuori dai guai, l’arcidiocesi, che copre 10 contee di New York tra cui Manhattan, Bronx e Staten Island, non avrà altra scelta se non dichiarare fallimento, ha detto l’avvocato Jason Amala, la cui società ha presentato circa 75 pratiche sessuali. casi di abusi contro l’arcidiocesi.
Chubb ha assicurato l’arcidiocesi di New York, che serve 2,5 milioni di cattolici, e le sue parrocchie e scuole affiliate tra il 1956 e il 2003.
Se i casi archiviati ai sensi del Child Victims Act dello stato procedessero al processo, il danno finanziario per l’arcidiocesi potrebbe essere “sconcertante”, ha affermato l’avvocato di Boston Mitchell Garabedian, che rappresenta dozzine di vittime di abusi.
“Certamente, non avere una copertura assicurativa può far pendere la bilancia a favore della dichiarazione di fallimento”, ha aggiunto Garabedian, sottolineando che, anche se ciò accadesse, ritiene che le vittime di abusi sessuali da parte del clero dovrebbero essere coperte “dall’enorme ricchezza dell’arcidiocesi di New York”.
L’arcidiocesi di New York “dispone di sostanziali risorse finanziarie per pagare il giusto risarcimento alle vittime oggi e Chubb continua a finanziare la difesa legale dell’arcidiocesi con una riserva di diritti”, ha affermato Chubb in una nota.
L’arcidiocesi è stata citata in più di 3.000 cause legali del Child Victims Act, con Chubb Insurance coinvolta in 1.593 di esse.
Ogni caso potrebbe costare 1 milione di dollari o più, ritiene Amala.
La decisione della corte d’appello dovrebbe aiutare a spostare le cause civili da tempo pendenti attraverso il sistema giudiziario di New York, ha affermato Amala.
“Ciò dimostrerà ai giudici del processo che abbiamo bisogno di ottenere le date del processo perché le compagnie di assicurazione dell’arcidiocesi chiaramente non hanno interesse a negoziare per risolvere i casi”, ha detto. Dopo la sentenza, ha detto, le compagnie assicurative possono “argomentare perché non dovrebbero pagare”.
La decisione della corte d’appello conferma la posizione di Chubb secondo cui non avrebbe dovuto difendere l’arcidiocesi se l’organizzazione “fosse a conoscenza della condotta o delle propensioni dei suoi dipendenti”, ha affermato la società in una nota.
“L’arcidiocesi deve ora rivelare cosa sapeva e quando sapeva degli abusi sui minori perpetrati da preti e dipendenti”, ha affermato la società. “Tale divulgazione è fondamentale per determinare se la conoscenza e l’insabbiamento [dell’Arcidiocesi di New York] precludono la copertura.”
L’arcidiocesi ha definito la sentenza “deludente” e “decisa erroneamente”, sostenendo che “se mantenuta, la decisione consentirà alle compagnie di assicurazione di eludere gli obblighi contrattuali delle polizze da loro emesse”.
Federica Tourn – Un’altra ex suora testimonia contro don Marko Rupnik
«Una volta, mentre eravamo seduti a tavola uno di fronte all’altra, Rupnik mi disse: “Ora vediamo chi è più forte!”. Mi afferrò le mani sul tavolo e, palmo su palmo, cominciò a premere con grande forza. Io gridai che mi faceva male ma lui non smise. Cercai di allontanarmi e lo pregai di fermarsi. Continuò a spingere, piegandomi il dito in modo così violento che il mio indice destro si ruppe. Ero sconvolta dal dolore ma padre Rupnik non si scusò. Rimase calmo e disse: “Ora hai il sigillo permanente della Compagnia di Gesù”. E aggiunse: “L’ho fatto per amore”».
A parlare è Pia (nome di fantasia), entrata a far parte della Comunità di Loyola in Slovenia nel 1990, all’età di 24 anni. Questa scena, che si è svolta quando la ragazza era ancora una novizia della comunità religiosa fondata dall’ex gesuita Marko Rupnik e da Ivanka Hosta, è un’altra testimonianza degli abusi che il famoso artista ha commesso ai danni di diverse religiose e di cui dovrà rispondere in un processo canonico, ora che papa Francesco ha tolto la prescrizione ai fatti avvenuti negli anni ’90.
Il Dicastero per gli Istituti di vita consacrata e le Società di vita apostolica ha sciolto la Comunità Loyola lo scorso 20 ottobre «a causa di gravi problemi riguardanti l’esercizio dell’autorità e della convivenza comunitaria». La superiora generale Ivanka Hosta è stata rimossa a giugno 2023 dal suo ruolo e, tra le altre cose, le è stato proibito di contattare le ex suore per tre anni.
Almeno sul fronte dei mosaici del Centro Aletti, però, qualcosa si muove. Jean-Marc Grand, parroco di Saint Joseph-Saint Martin aTroyes, in Francia, ha deciso, dopo un processo di discernimento con testimoni e vittime di abusi, di rimuovere un trittico di Rupnik, realizzato e installato nella cappella del presbiterio nel 1994 «senza consultare la comunità», come si legge in una nota della parrocchia. È la prima volta che si decide di togliere un’opera di Rupnik da una chiesa: un caso che può diventare un precedente per tutte le commissioni che stanno valutando cosa fare dei mosaici del discusso artista.
Fonte: Domani
Francesco Zanardi
– 15 anni di abusi e silenzi sui chierichetti del Papa: il caso trasferito a Como
Quando la Corte d’appello della Città del Vaticano ha emesso, il 23 gennaio scorso, la sentenza per le scandalose vicende del Preseminario San Pio X, per un attimo si è riaperta una faglia dolorosa. Ma come accade spesso, quando viene messa in discussione un’istituzione globale come la Chiesa, si è subito richiusa.
E la storia dimenticata, insabbiata, nascosta, dei “chierichetti del Papa” che vivevano accanto alle residenze di Benedetto XVI e di Francesco. Dietro quelle mura si sono consumati episodi torbidi di sesso, denunciati con coraggio da due ragazzi. Uno era la vittima, oggi trentenne, l’altro il testimone oculare.
Per anni le loro parole sono rimaste inascoltate dalle gerarchie, non solo nell’istituto che accoglieva i “ministranti” della Basilica di San Pietro, ma anche nella catena di comando che portava alla Segreteria di Stato. Almeno sette cardinali e tre vescovi ne erano al corrente, informati da lettere puntuali e non anonime.
Adesso i giudici hanno accertato che un colpevole c’è stato, ma solo per corruzione di minore, infliggendo 2 anni e 6 mesi a Gabriele Martinelli, tuttavia da tempo sacerdote a Como.
Eppure la condanna rischia di dissolversi con il ricorso in Cassazione, così come è evaporata l’accusa più grave di violenza sessuale continuata, consumata nelle camerate del Preseminario, oggi fatto trasferire per decisione di papa Francesco.
L’assoluzione con il dubbio di Martinelli e la prescrizione del favoreggiamento contestato al rettore don Enrico Radice, per non aver dato credito alle confidenze della vittima, hanno consegnato una verità incompiuta, ridotta a una fornicazione tra adolescenti. Una giustizia senza condanna. Chi ha denunciato gli abusi diceva il vero, chi li negava ha mentito.
Qui si è riaperta la faglia dolorosa in quanto dopo l’esito della giustizia ecclesiastica a Como si apre un nuovo procedimento, ma questa volta da parte della giustizia italiana e nel quale la Rete L’ABUSO si è costituita parte civile.
Askanews – Fatto Quotidiano
Alessio Di Florio – «La pedofilia potrebbe essere entrata anche nel destino di Emanuela»
Un alto prelato molto vicino a Wojtyla «Si faceva portare da due o tre massoni che aveva sempre attorno tre o quattro ragazzine sui 12-13 anni, consenzienti … Si faceva dare le mutandine e faceva da solo, poi gli dava qualche soldino e loro contente se ne andavano. Non le toccava, erano ragazzine che andava a prendere in certi ambienti, zingarelle. E questo me lo diceva come un fatto divertente». È quanto una fonte interna vaticana ha rivelato a Pietro Orlandi, lo ha reso noto il fratello di Emanuela Orlandi durante il sit in del mese scorso a Roma.
Il 4 febbraio Pietro Orlandi ha mostrato una lettera durante la trasmissione Verissimo su Canale 5.
«Poco più di un anno fa sono stato contattato da una persona che mi ha detto di essere convinta che Emanuela sia stata portata effettivamente a Londra”, racconta Pietro Orlandi, secondo cui si rafforza dunque la pista di Londra, che vedrebbe Emanuela Orlandi nella capitale del Regno Unito per almeno 14 anni. “Questa persona mi ha raccontato che Emanuela viveva nell’appartamentino a fianco al suo, appartenente ai padri scalabriniani”, spiega Pietro Orlandi, che mostra per la prima volta a Verissimo la lettera che questa persona gli ha fatto recapitare e che porterebbe la firma del cardinale Poletti, anche se non ne è provata l’autenticità.
L’informatore ha spiegato anche a Pietro Orlandi di aver conosciuto Ugo Poletti perché, all’epoca dei fatti, era membro dei Nuclei Armati Rivoluzionari (NAR). “Secondo questa persona ci sarebbe la pedofilia dietro alla scomparsa di Emanuela Orlandi. Un giro molto ampio in cui questo membro dei Nar faceva parte come braccio operativo”, afferma Pietro Orlandi, che si augura di poter essere ascoltato dalla procura per fare luce su questa vicenda: “Spero di essere convocato per poter fare il nome di questa persona”. La lettera – se autentica – sarebbe stata inviata dal cardinale Poletti all’ex segretario di Stato inglese Frank Cooper e riguarderebbe proprio il caso di Emanuela Orlandi, che dal contenuto della lettera sembrerebbe essere incinta».
«Egregio Dott. Cooper, la ringrazio per essersi messo a disposizione in prima persona per la risoluzione immediata del problema totalmente inaspettato ed indesiderato. Come sono sicuro Le sia stato spiegato dai miei collaboratori nel Regno Unito ed ha sicuramente appreso dai giornali internazionali, la Sig.na Emanuela Orlandi è stata protagonista di vicende di primaria importanza nel panorama diplomatico internazionale e tutt’ora è di vitale importanza che la Sig.na Orlandi rimanga viva o in salute. Per quanto con l’Apostolicae Sedis è chiara la visione del Vaticano nello stabilire che anche un feto all’interno del grembo materno possiede un’anima, comprendo la Sua preoccupazione ed, essendone coinvolto in prima persona, condivido anche parte del suo pensiero. Pertanto, accetto il Suo invito a Londra, informandoLa che partirò personalmente per il Regno Unito il giorno 24 Febbraio. Cordiali saluti»
Fonte Wordnews
Pierelisa Rizzo – La direttiva Ue, cancella reato stupro
La Fondazione Una Nessuna Centomila, istituzione che promuove la prevenzione e il contrasto della violenza contro le donne, guarda con grande preoccupazione a quello che sta avvenendo intorno alla Convenzione di Istanbul.
Ancora una volta sul corpo delle donne si sta giocando una partita che favorisce equilibri di potere a discapito di diritti faticosamente conquistati”.
“Da quando il nostro Paese nel 2013 ha ratificato la Convenzione – si legge in una nota -, molte delle misure elencate hanno costituito la base per poter legiferare contro la violenza sulle donne.
Certo siamo lontani, soprattutto nell’ambito della prevenzione, dagli standard legislativi e culturali che la Convenzione richiede ma averli come obiettivi ha prodotto strumenti di condivisione sociale e politica e pressione istituzionale nel realizzarli o nel decidere di negarli”.
“Cresce allora l’indignazione – si legge ancora – nel constatare che dopo gli sforzi di questi dieci anni per cercare e ottenere determinati risultati oggi ci sia il tentativo di tornare indietro nel tempo. Siamo come sempre l’oggetto sacrificale”.
La fondazione ricorda che la direttiva europea, proposta a marzo 2022 quale istituto indispensabile per applicare sanzioni agli Stati membri in presenza di inadempienze, in via di approvazione, elimina l’articolo che definisce, e quindi sanziona, il reato di stupro come rapporto sessuale in assenza del consenso esplicito della donna. Non sono più incluse le molestie sessuali nel mondo del lavoro e per quanto riguarda la violenza online: la vittima dovrebbe provare il danno subito dalla circolazione di proprie immagini private.
“Per noi questo è un clamoroso passo indietro rispetto ad una Convenzione a cui bisogna aspirare nella sua completezza e non certo ridimensionare nei suoi strumenti conclude la nota -.
E quello che colpisce è la mancanza di dibattito politico. Se in Europa in questo momento si discute, in Italia invece non è dato sapere quale sarà la posizione del nostro Paese in merito. Un silenzio assordante, quel silenzio che alle donne si chiede di spezzare e di cui invece le istituzioni si nutrono”.
Fonte Ansa
Federico Tulli – Quando la vittima non è un ragazzino
di Federico Tulli – Chi subisce violenza da parte di membri del clero è nell’80 per cento dei casi di sesso maschile. Ma la storia dice che in ambito ecclesiastico è diffusa anche la violenza al ‘femminile’ e sulle donne. Risale al 2008 la più dura condanna comminata a una suora per pedofilia: 11 anni. Si tratta di Norma Giannini, direttrice dal 1964 di una scuola media cattolica di Milwaukee negli Stati Uniti. Ma non si può dimenticare, in Italia, il caso di Eva Sacconago morta suicida a 26 anni, con la sua aguzzina, colpevole di abusi sin da quando lei ne aveva 15, condannata a 3 anni e sei mesi.
Abbiamo chiesto un commento a Sue Cox cofondatrice di Survivors Voice Europe, associazione internazionale che si occupa di tutela dei diritti delle vittime. «È sempre difficile, se non impossibile, per un sopravvissuto riuscire a ottenere giustizia, indipendentemente dal fatto che sia uomo o donna», spiega Sue Cox. «Spesso le vittime sono persone sole e con uno scarso reddito e un’istruzione appena sufficiente, per via del trauma subìto durante l’infanzia. In queste condizioni si trovano sovente sole contro la Chiesa, che invece lotta in ogni singolo caso con tutte le risorse possibili. Spesso ci sono voluti anni prima che le vittime si siano fatte avanti, cosa su cui il Vaticano fa affidamento perché così scatta la prescrizione del reato.
Bisogna capire che i sopravvissuti hanno una ferita talmente profonda da essere facilmente spaventati e manipolati anche in età adulta, e ancor meno trovano la forza per combattere. La Chiesa ha una lunga esperienza da astuta manipolatrice. Ci sono alcuni encomiabili avvocati pronti a combattere per difendere questi clienti, ma il Vaticano mette ogni possibile e immaginabile ostacolo sul loro cammino».
In che modo? «Cercando di screditare le vittime, usando ogni singolo cavillo legale, ogni piccola tattica per ritardare le procedure. In questo modo i processi si trascinano per anni e le vittime sono spesso logorate, al punto di ritrovarsi incapaci di continuare la battaglia giudiziaria. Ci sono diversi casi di suicidio di persone abusate prima di arrivare a ottenere una qualsiasi forma di giustizia. Tradizionalmente la Chiesa ha sempre sottovalutato e spesso sfruttato le donne. C’è sempre stata una specie di scusante rispetto ai crimini sessuali contro le ragazze in base al concetto ridicolo secondo il quale la violenza sembra più ‘naturale’.
L’abuso dei ragazzini ha certamente creato ulteriori difficoltà alle gerarchie ecclesiastiche e ai responsabili diretti. Ma dovrebbe essere considerato per quello che è: un orrendo crimine. Tutti, e sottolineo ‘tutti’, gli abusi sui bambini vanno contro qualsiasi legge umana, mentre le ragazze spesso scoprono che la loro storia appare meno importante. Probabilmente perché è così che sono percepiti da quella cultura che si rifà al pensiero della Chiesa cattolica. L’abuso sessuale è potere, è l’umiliazione, è la sottomissione di un essere umano più debole per la ‘soddisfazione’ personale di avidi criminali che non hanno alcuno scrupolo verso le loro prede. È un crimine contro l’umanità».
E’ stato condannato in via definitiva dalla giustizia italiana per avere abusato di un ragazzino in una parrocchia nell’hinterland milanese ma il sacerdote in questione era stato misteriosamente assolto dalla giustizia ecclesiastica di un tribunale regionale. Per Papa Francesco il caso di don Mauro Galli rischia di diventare emblematico della scarsa trasparenza che esiste nella Chiesa italiana in materia di abusi poiché sembra mettere in evidenza come la giustizia della Chiesa sembra non funzionare poi tanto bene. Almeno in Italia.
Oggi a Milano si è chiuso in via definitiva a distanza di quasi 12 anni dai fatti contestati il processo all’ex parroco di Rozzano che era stato accusato di violenza sessuale per un episodio avvenuto nel dicembre del 2011, su un ragazzo che all’epoca aveva solo 15 anni. Oggi in un appello ‘bis’ i giudici hanno accolto la proposta di concordato, tecnicamente il patteggiamento di secondo grado in accordo tra accusa e difesa, con una pena definitiva di 3 anni da scontare in «detenzione domiciliare». Il patteggiamento è stato riconosciuto dalla seconda sezione penale della Corte d’Appello milanese con l’attenuante del risarcimento del danno (il giovane e i familiari non erano parti civili) e con le attenuanti generiche. E soprattutto con la riqualificazione del reato da violenza sessuale ad atti sessuali con minorenne, con «abuso della situazione di cura e affidamento», e con il riconoscimento anche dell’attenuante della «minore gravità» dei fatti. Una pena così concordata non porta in carcere il sacerdote anche se è stata sostituita, stando alla sentenza, con quella della detenzione domiciliare.
In primo grado don Galli era stato condannato a 6 anni e 4 mesi di reclusione, poi in appello la pena era stata ridotta a 5 anni e 6 mesi e, infine, la Cassazione aveva annullato, con rinvio ad un altro processo di secondo grado, la condanna.
Per la Chiesa il caso è particolarmente imbarazzante. Il parroco Galli, infatti, fu denunciato prima alla Chiesa (la diocesi di Milano inizialmente si limitò a spostarlo da una parrocchia ad un’altra) e poi nel 2015 ai carabinieri. La quinta sezione penale del Tribunale di Milano lo condannò in primo grado a 6 anni e 4 mesi di carcere, ma la giustizia ecclesiastica (che nel frattempo si era avviata) aveva di fatto assolto il sacerdote condannato. La famiglia della vittima ha sempre lottato contro i silenzi della Chiesa e nemmeno era riuscita ad ottenere gli atti del processo canonico anche se Papa Francesco con un decreto alcuni hanno fa ha tolto il segreto pontificio sui casi relativi agli abusi sessuali.
Volendo conoscere i motivi per i quali don Mauro Galli era stato ritenuto dal tribunale ecclesiastico parzialmente non colpevole dei fatti, la vittima aveva fatto richiesta alla diocesi lombarda che, per tutta risposta, aveva spiegato alla vittima di non potere consegnare nessun documento in quanto la legge approvata da poco da Papa Francesco (relativa alla abolizione del segreto pontificio) non ha il carattere della retroattività. Ad oggi è impossibile conoscere i motivi che portarono i giudici del Tribunale Ecclesiastico Regionale Lombardo a formulare una sentenza del genere.
«Stante dunque la vigenza del segreto pontificio il tribunale non ha potuto dare informazioni (…) né rispondere ad eventuali richieste» si leggeva nella lettera ricevuta dal ragazzo. Don Mauro Galli aveva avuto una sentenza dimissoria, ossia non assolutoria piena. Gli atti del processo canonico sono ancora in Vaticano, alla Congregazione della Fede, per una ulteriore verifica di cui nessuno ha più saputo nulla. Il porto delle nebbie.
Il caso Galli per la Chiesa tira in ballo anche il ruolo avuto da monsignor Delpini, oggi arcivescovo di Milano ma all’epoca dei fatti, dirigente della diocesi. Don Galli fu denunciato alla curia nel 2012 ma, per tutta risposta, l’anno successivo il prete, don Mauro Galli, fu spostato in una altra parrocchia lombarda e sempre a contatto con dei minori.
La mamma del ragazzo, con il coraggio di una leonessa, ha scritto reiteratamente al Papa, ai presidenti della Cei che nel frattempo si sono succeduti, ma senza mai avere avuto con loro né un conforto, né una udienza.
La diocesi di Milano, sul suo sito, riferisce che «dal punto di vista dell’ordinamento ecclesiale, mentre si attende l’esito del processo canonico in corso» ora sotto la responsabilità della Santa Sede, al Dicastero della Fede, «don Mauro Galli resta sospeso dall’esercizio pubblico del ministero, condizione in cui si trova fin dall’avvio del procedimento».
La diocesi di Milano si dice “colpita e addolorata per una vicenda che ha provocato grande sofferenza per la vittima, per i suoi familiari e per tutte le altre parti coinvolte. Nel riconoscersi bisognosa di conversione e mai al riparo da scandali e fragilità, la Chiesa ambrosiana – come tutta la Chiesa universale – è inoltre consapevole che la prevenzione e il contrasto di ogni forma di abuso (sessuale, ma anche di potere e di coscienza) non possono ammettere ritardi e incertezze. Per questo la Diocesi negli ultimi anni ha intensificato l’impegno per la formazione, la prevenzione e il contrasto degli abusi, in particolare nei confronti dei minori, in linea con le indicazioni della Santa Sede e della Conferenza episcopale italiana».
Ci sarà anche il Presidente e Fondatore della “Rete – L’ABUSO”, Francesco Zanardi, tra i relatori del corso di aggiornamento per la stampa organizzato dall’Ordine dei Giornalisti di Sicilia dal titolo “Gli abusi sui minori da parte di membri del clero: storia, fiction e racconto giornalistico”.
Il corso, riservato agli iscritti, si terrà venerdì 25 novembre, dalle 10 alle 13, presso la sede di Palermo dell’OdG Sicilia. Oltre a Francesco Zanardi, che interverrà attraverso Zoom, ci saranno anche la giornalista dell’Ansa Pierelisa Rizzo che sta seguendo il caso di Don Giuseppe Rugolo, il sacerdote finito a processo perché accusato di violenza sessuale aggravata a danno di minori; Mario Conte, giudice in corte d’Appello di Palermo; e Giovanni Di Marco, giornalista e autore del romanzo edito da Baldini+Castoldi dal titolo “L’avversione di Tonino per i ceci e i polacchi”.
Lo spunto per il corso è dato proprio dal romanzo di Di Marco, un romanzo di formazione e di denuncia, che affronta la tematica degli abusi su minori da parte di membri del clero. Una storia ambientata in Sicilia, all’inizio degli Anni ’80, il cui protagonista – Tonino, un bambino rimasto orfano di madre – subisce le attenzioni morbose di un prete di provincia.
Una storia di fantasia, che diventa pretesto per far luce sul dramma, reale, delle vittime di violenza psicologica e sessuale e sull’ostinato, quanto ingiustificabile silenzio della Chiesa, che troppo spesso ha protetto i carnefici abbandonando le vittime al proprio destino.
A metà aprile l’ex vescovo di Oran, nella provincia settentrionale argentina di Salta, aveva chiesto gli arresti domiciliari per presunti problemi di salute. Il tribunale deve ancora pronunciarsi su questa richiesta.
Tuttavia, venerdì, è stato ricoverato in una clinica privata, su ordine del suo medico personale.
Il nuovo avvocato di Zanchetta, Dario Palmier, ha detto che il prelato è iperteso e ha una “malattia renale molto delicata. È una malattia correlata al suo sistema venoso. Ha avuto la diagnosi a Roma”.
“La verità è che potrebbe crollare in qualsiasi momento”, ha detto al quotidiano locale Salta/12 .
L’avvocato ha anche detto che più di un mese fa la difesa di Zanchetta ha chiesto al vescovo emerito di scontare la sua pena detentiva agli arresti domiciliari, affermando che il carcere ha deteriorato rapidamente le condizioni di salute del prelato. Ha anche detto che “le visite mediche stanno richiedendo molto tempo”.
Palmier ha aggiunto di essere in attesa della decisione della Corte d’Appello sul ricorso contro la condanna del vescovo.
Il difensore ha anche confermato che il luogo offerto al vescovo per gli arresti domiciliari è il Monastero Nuestra Señora del Valle, a Orano, che appartiene alle monache francescane dell’Ordine dell’Immacolata.
Alcuni giorni prima del suo ricovero, il vescovo è stato trasferito in un ospedale pubblico per una crisi di ipertensione, ma è stato medicato e rimandato in prigione. Venerdì, ha detto ancora una volta di essere malato. La sua squadra di difesa lo ha fatto visitare da un medico privato, che ha chiesto il suo ricovero in un centro sanitario privato.
Il tribunale che dovrà pronunciarsi sulla sua carcerazione domiciliare è lo stesso che originariamente lo ha ritenuto colpevole del reato di “semplice abuso sessuale aggravato dalla commissione di un ministro religioso riconosciuto”.
Zanchetta si vantava spesso della sua amicizia con papa Francesco, che credeva che l’affermazione del vescovo fosse stata incastrata quando le accuse erano state mosse per la prima volta contro di lui.
Zanchetta è stato nominato vescovo e nominato a Orano da Francesco nel 2013, subito dopo l’insediamento del pontefice argentino. I due uomini hanno prestato servizio insieme alla conferenza episcopale del Paese.
Zanchetta si è dimesso all’età di 53 anni nel 2017, adducendo “motivi di salute”. Pochi mesi dopo, Francesco lo nominò Assessore all’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica (APSA), che amministra il portafoglio finanziario del Vaticano.
Nel 2018, è diventato pubblico che Zanchetta era stato accusato sia di cattiva condotta sessuale che di illeciti finanziari, anche se un portavoce del Vaticano ha insistito sul fatto che non c’erano accuse di abusi al momento in cui Zanchetta è stato portato a Roma.
Secondo papa Francesco è stato aperto un processo canonico nei suoi confronti, ma ad oggi il Vaticano non ha rivelato informazioni sulla propria indagine sul vescovo.
Torna davanti alla Corte d’Appello di Milano, che dovrà celebrare un nuovo processo, il caso di don Mauro Galli, ex parroco di Rozzano condannato in primo e in secondo grado per abusi avvenuti più di dieci anni fa su un 15enne. La Cassazione nella tarda serata di ieri ha accolto infatti il ricorso del difensore del sacerdote, ora sospeso, rimandando gli atti a Milano e disponendo un appello “bis”.
“Sicuramente ci dispiace per questa decisione – spiega Francesco Zanardi, fondatore dell’associazione Rete L’Abuso, che assiste le vittime – e attendiamo di leggere le motivazioni della sentenza”. La vittima si era definita in passato “un sopravvissuto”, ha raccontato di aver tentato il suicidio cinque volte, di aver “perso anni di scuola” per le drammatiche conseguenze di episodi avvenuti quando aveva solo 15 anni. da parte sua, il sacerdote ha sempre negato gli abusi. il suo difensore, l’avvocato Mario Zanchetti, nei mesi scorsi aveva impugnato la sentenza della Corte d’Appello di Milano che aveva confermato , con una riduzione della pena, la condanna inflitta in primo grado.
“Galli ha tradito gravemente il suo ruolo di sacerdote nonché la fiducia che la vittima riponeva in lui e ha approfittato delle condizioni di particolare fragilità, conseguente alla profonda e intima confessione cui proprio quella sera il ragazzo si era sottoposto”, si legge nelle motivazioni della sentenza della Corte d’Appello di Milano impugnate dalla difesa del sacerdote. Cinque anni e mezzo la pena inflitta dai giudici milanesi, con la concessione delle attenuanti generiche equivalenti alle aggravanti per aver risarcito la vittima e i suoi genitori, sostenuti dall’associazione Rete L’Abuso, con oltre 100mila euro. “Le prove che emergono dagli atti sono inequivocabili”, hanno motivato i giudici milanesi. Prima davanti agli inquirenti nell’inchiesta e poi nel suo interrogatorio in aula, don Galli aveva sempre ammesso di avere dormito nel letto matrimoniale con il ragazzo, ma aveva negato di averlo “toccato” o “abbracciato”. La difesa aveva sostenuto la “inattendibilità” del racconto del ragazzo. Dopo il processo di primo grado, la madre del giovane si era sfogata definendo “maldestra” la gestione della vicenda da parte dell’arcivescovo di Milano Mario Delpini, che all’epoca era vicario episcopale della zona pastorale numero 6 (sotto cui ricadeva la parrocchia di Rozzano), e che nel 2012 aveva anche avuto un incontro con i familiari dell’adolescente.
In seguito all’episodio don Galli era stato trasferito dall’Arcivescovado di Milano nella parrocchia di San Pietro a Legnano dove per qualche mese gli era stata affidata la pastorale giovanile. Attualmente don Galli resta sospeso da ogni incarico pastorale, in attesa dell’esito del procedimento. Fra gli atti, le relazioni che testimoniano i pesanti danni psicologici subiti dal ragazzo, più volte ricoverato in psichiatria per crisi. La patologia psichiatrica, scriveva il consulente della Procura nella sua relazione, “non presenta disturbi all’ideazione, non vi sono fenomeni allucinatori né alterazioni o fughe di pensiero, né interpretazioni paranoidee”. Non sussiste, quindi, “uno stato psichico che possa invalidare la capacità di riferire i fatti da lui vissuti”. Il ragazzo era stato ritenuto dai medici e dai giudici perfettamente credibile, ma il caso dovrà tornare davanti a una sezione della Corte d’Appello di Milano diversa rispetto a quella che ha già giudicato il prete colpevole.
Lo chiamavano don Mercedes. A Crema era un pezzo grosso di Comunione e Liberazione il parroco Mauro Inzoli; gli piacevano il lusso e le belle macchine, lo si vedeva spesso nei ristoranti alla moda, un sigaro cubano all’angolo della bocca.
Aveva amicizie politiche importanti e poco senso del pudore: nel gennaio 2015 applaudiva insieme a Roberto Formigoni al convegno sulla famiglia tradizionale organizzato dalla Regione Lombardia, eppure già da anni molestava i ragazzini, come conferma la condanna definitiva per pedofilia del 2018. Li toccava persino durante la confessione, per rinnovare l’alleanza fra Abramo e Isacco descritta nell’Antico Testamento, diceva. La più piccola delle sue vittime aveva 12 anni.
Una storia non certo unica. Secondo i dati raccolti dalla Rete L’Abuso, che monitora i casi di violenza sessuale nella Chiesa cattolica, nel nostro paese negli ultimi 15 anni si contano 325 sacerdoti denunciati per pedofilia, di cui 161 condannati in via definitiva.
Questi numeri rappresentano solo piccola parte di un fenomeno sommerso e pervasivo, eppure non sembrano scuotere le istituzioni e la stampa. Ed è questa la ragione per cui chiediamo ai lettori di sostenere la grande inchiesta su “La violenza nella Chiesa italiana”.
Nel paese che ospita il Vaticano, infatti, né il Parlamento né la Chiesa prendono iniziative per andare a fondo del problema. Il presidente della Conferenza episcopale Gualtiero Bassetti butta acqua sul fuoco assicurando che in Italia gli strumenti messi in campo a tutela dei minori funzionano bene e che presto sugli abusi sarà condotta un’indagine ma, sia chiaro, «gestita dall’interno della Chiesa».
La società civile, però, non ha più voglia di aspettare: di fronte al silenzio ecclesiastico si è costituito Italy Church Too, un coordinamento di associazioni contro gli abusi nella Chiesa, che chiede subito una commissione d’inchiesta indipendente, come quelle che si sono appena formate in Spagna e in Portogallo.
L’iniziativa nasce da donne impegnate in ambito cattolico e laico, determinate a rompere anche nel nostro paese il muro di omertà e a ottenere giustizia e risarcimenti per le vittime: sono scesi in campo l’Osservatorio interreligioso sulle violenze contro le donne, Donne per la Chiesa, Noi siamo Chiesa, Rete L’Abuso, Comitato vittime e famiglie, Voices of Faith, Comité de la Jupe, le Comunità cristiane di base e i periodici Adista, Tempi di Fraternità e Left. Tra loro anche Erik Zattoni, figlio di un prete (anche) pedofilo mai ridotto allo stato laicale nonostante l’esame del dna e le sue ammissioni.
GLI SCANDALI DEGLI ULTIMI ANNI
L’idea ha preso vigore dallo scandalo che all’inizio dell’anno ha coinvolto persino il papa emerito Benedetto XVI: un report dalla Baviera ha infatti rivelato che nella sola diocesi di Monaco e Frisinga, nell’arco di 74 anni sarebbero stati abusati 500 bambini e bambine fra gli 8 e i 14 anni e che Joseph Ratzinger, da cardinale, ne sarebbe stato al corrente.
I dati di Monaco seguono quelli, talmente eclatanti da suscitare dubbi, del rapporto della commissione indipendente sugli abusi nella chiesa francese: dal 1950 si conterebbero 216 mila minori vittime di tremila preti, a cui si aggiungono altri 114 mila abusati da laici all’interno delle istituzioni ecclesiastiche. In Nuova Zelanda la pedofilia riguarderebbe addirittura il 14 per cento del clero.
Dallo scoop del Boston Globe, celebrato nel 2015 dal film Il caso Spotlight, che nel 2002 ha inchiodato la chiesa americana alle sue responsabilità, fino al Rapporto Ryan in Irlanda, che ha individuato ben 30 mila minori abusati negli oltre cento istituti cattolici nel paese, sono almeno vent’anni che la pentola è stata scoperchiata. L’Italia però rimane un buco nero. Le denunce vengono ignorate dalla Chiesa e le vittime finiscono inghiottite dal silenzio.
Una storia simbolo è quella dell’Istituto religioso per sordomuti Provolo di Verona: nel 2010 67 ex ospiti accusano numerosi sacerdoti della congregazione di averli sottoposti a molestie e violenze quando erano bambini, a partire dagli anni ’50.
Tra i fatti denunciati c’è la dichiarazione di Gianni Bisoli, che afferma di essere stato abusato tra i 9 e i 15 anni da ben 16 fra preti e fratelli laici; sostiene anche di essere stato lasciato “a disposizione” di monsignor Giuseppe Carraro, all’epoca vescovo di Verona, e per il quale, a 32 anni dalla morte, è in corso il processo di beatificazione, dopo che nel 2015 è stato dichiarato “venerabile per l’eroicità della sua virtù” dalla Congregazione per le cause dei santi.
Una commissione conoscitiva promossa dal Vaticano nello stesso 2010 non rileva (quasi) nulla dei reati denunciati, ormai comunque prescritti. Ma il responsabile dell’Istituto, don Nicola Corradi, trasferito nella sede argentina del Provolo, nel 2019 verrà condannato laggiù a 42 anni «per gravi e ripetuti abusi» di minori.
MELE MARCE O SISTEMA CHE COPRE GLI ABUSI?
I pedofili nella chiesa non sono “mele marce” come dicono le gerarchie ecclesiastiche. Quando si mettono insieme i tasselli del mosaico, dispersi nelle cronache locali e poi dimenticati, emerge un quadro di violenza endemica che riguarda ogni ambito della vita della Chiesa.
Troviamo preti che approfittano del loro potere per allungare le mani sui ragazzini in sacrestia, durante le lezioni di catechismo o le prove del coro, in campeggio o nei centri estivi; alcuni sono guru di comunità di recupero e centri di ascolto, altri guidano scuole cattoliche.
Molti sono i molestatori seriali in attesa di giudizio per induzione alla prostituzione minorile e violenza privata: sacerdoti che promettono cocaina in cambio di prestazioni sessuali e offrono pochi spiccioli e una ricarica del telefono in cambio di una marchetta o di un video hard. Con i cassetti o i pc pieni di materiale pedopornografico, circuiscono ragazzini non ancora adolescenti, meglio se con problemi psichici o provenienti da famiglie disagiate perché più indifesi: fanno loro credere che la mano che li fruga è una mano benedetta, che l’amore di Dio si esprime con lo spirito e con il corpo, che sono dei privilegiati.
Gli stupri non di rado si protraggono per anni, a volte anche per decenni, lasciando segni indelebili nelle vittime, costrette spesso a fare i conti con le conseguenze fisiche e psicologiche delle violenza per il resto della vita.
E la Chiesa istituzionale come reagisce? Cura, sostiene, protegge. Non le vittime ma i preti. La prassi consolidata quando viene segnalato un caso di pedofilia è sempre la stessa: non denunciare alle autorità ma evitare lo scandalo spostando il prete in un’altra parrocchia o ricoverandolo per un periodo in una delle inavvicinabili strutture per la riabilitazione dei preti sparse per l’Italia. Le autorità ecclesiastiche non hanno l’obbligo giuridico di denunciare gli abusi, tantomeno devono rendere conto degli esiti dei processi interni, così si trincerano dietro al silenzio.
C’è addirittura chi, dopo una denuncia per pedofilia, riprende a fare il parroco sotto falso nome in un altro posto, come don Silverio Mura, prete della diocesi di Napoli, diventato don Saverio Aversano a Montù Beccaria, in provincia di Pavia.
Lo denuncia la Rete L’Abuso nell’esposto in cui spiega che il sacerdote viene trasferito dopo una querela per pedofilia e che, grazie alla complicità della curia, continua a occuparsi di bambini e a ricevere la posta al nuovo indirizzo.
La stessa associazione sottolinea che sono almeno 29 i vescovi coinvolti nell’occultamento dei reati: nel caso di don Giuseppe Rugolo, per esempio, dalle intercettazioni emerge che il vescovo di piazza Armerina Rosario Gisana avrebbe provato a comprare il silenzio della famiglia della vittima con i soldi della Caritas. Ancora: monsignor Mario Delpini, oggi arcivescovo di Milano, informato delle attenzioni che uno dei suoi parroci, don Mauro Galli, riserva a un ragazzo di 15 anni, ammette in interrogatorio di essersi limitato a spostarlo di sede per ben due volte.
Il prete di Rozzano è stato condannato l’anno scorso dalla Corte d’Appello di Milano a cinque anni e sei mesi; il suo caso è stato anche posto all’esame della Congregazione per la dottrina della fede, dopo che il processo di primo grado al Tribunale ecclesiastico regionale si era risolto con un nulla di fatto per insufficienza di prove ma a oggi nulla si sa dell’esito. Scontato il debito con la giustizia dello Stato, don Galli potrebbe quindi tornare in parrocchia.
NON SOLO PEDOFILIA
Non ci sono soltanto gli abusi sui minori ma anche quelli sulle religiose. Già a metà degli anni Novanta due suore di ritorno dall’Africa inviano al Vaticano rapporti in cui sostengono che molte suore vengono stuprate da sacerdoti timorosi di prendere l’Aids dalle donne indigene; e se restano incinte vengono costrette ad abortire.
Raccontano anche di un prete che officia il funerale di una donna morta in seguito all’aborto che lui stesso le ha procurato. Nel documento si sottolinea che la violenza sulle religiose non è soltanto una questione africana ma riguarda ben 23 paesi, fra cui l’Italia.
In anni più recenti, la teologa Doris Wagner ha accusato il capo ufficio della Congregazione per la Dottrina della Fede padre Hermann Geissler (poi assolto dal Tribunale della Segnatura apostolica, il supremo tribunale di diritto canonico della Santa Sede) di averla violentata quando era suora dell’Opus Spiritualis Familia a Roma: «Ero giovane, credente e idealista: ero la vittima ideale per un prete», ricorda oggi. Dipendenti economicamente dalla congregazione a cui appartengono, costrette a tagliare i ponti con la famiglia, le suore sono schiacciate da un sistema clericale fondato sull’omertà; in Italia, chi prova a denunciare non ottiene nulla se non di essere discriminata o addirittura allontanata dalla comunità. Ancora una volta, in caso di una segnalazione di abuso, a venire protetto è il prete.
La Chiesa italiana, che è riuscita fino ad oggi a non reagire alla crisi che la minaccia dall’interno, rimanendo fedele a una casta maschile sorda ai richiami sulle discriminazioni di genere e restia a cedere parte del suo potere, come risponderà alla richiesta di istituire finalmente un’indagine indipendente sugli abusi?
A fine maggio si terrà l’assemblea generale della Cei per il rinnovo dei vertici, e il cardinale Bassetti pare avere tutte le intenzioni di passare la patata bollente al suo successore.